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BOLLETTINO
DELLA
SOCIETÀ DI NATURALISTI
SERIE I. — VOL. IV.
ANNO IV. 1890
IsT A. IF» OIj I
Stabilimento Tipografico Vico Tiratoio, l'5
1890
BOLLETTIISTO
SOCIETÀ DI NATURALISTI
Ricerche anatomiche sull'apparato digerente delle Aplysiae del Golfo di Napoli — Nota di Raffaele ZuccARDi, (Tav. I-II).
(Tornata del 14 luglio 1887)
Neir apparato digerente delle AiJlysiae del Golfo di Napoli ho studiato principalmente le seguenti parti : le mascelle ; la radula ; la doccia faringea; l'esofago e le tre cavità gastriche; la camera biliare e il grande condotto biliare, e l'intestino.
Mascelle — Le mascelle, nell' A. limacina, L., son disposte in modo da non toccarsi, né dalla parte superiore , né dalla parte in- feriore, contrariamente a quanto crede Yayssiére (fig. 2), essendovi tra loro uno spazio interposto, maggiore però nella parte superiore.
Ogni mascella presenta in questa specie il suo lato interno più corto (fig. 2), l'anteriore («) e l'esterno {e) leggermente convessi, il posteriore (ò) concavo.
Neil' A. depilans, L. (fig. 1) invece essa ha il suo lato anteriore concavo , l' interno e 1' esterno piano e il posteriore convesso. Lo spazio che separa superiormente le mascelle è qui maggiore , che nella specie precedente. Le mascelle sono poi qui sempre grande- mente sviluppate in lunghezza, contrariamente a quello che pensa Vayssière , e ciò anche negli individui piccoli.
Nell'^. punctaia Cuv., poi, le mascelle sono assai simili a quelle dell' ^. limacina, e solo ognuna di esse ha un poco meno concavo il suo lato posteriore (fig. 3).
Nelle tre specie ora menzionate ciascuna mascella risulta di un gran numero di bastoncelli chitinosi, come notarono Bergh e poi Vayssière, e ciascun bastoncello è piantato su di una cellula epiteliale della mucosa sottostante. Questi bastoncelli, nell' A. limacina, sono
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allungati ed hanno la loro estremità libera più grossa ed incurvata (fig. 8).
Neil' J.. depilans, invece, essi sono poco allungati, ed hanno la estremità libera molto rigonfiata , ed inoltre leggermente curva e scanalata (fig. 10). Neil' ^. punctata, poi i bastoncelli hanno la loro estremità libera assottigliata e curva (fig. 9), ma qualche volta si presentano di eguale diametro in tutta la loro lunghezza. Sono dunque poco esatte le figure che dà Vayssière di questi bastoncelli nelle tre specie, mentre R. Bergh dà di essi nell' A. punctata una figura abbastanza esatta.
Come si può vedere chiaramente, 1 bastoncelli dell' A. punctata si avvicinano molto per la loro forma a quelli dcir.4. limacina, non a quelli dell'^. depilans, come pensa Vayssière.
Radula — La radula dell' J.. limacina (fìg. 5) presenta molte se- rie di denti, di cui non è possibile indicare esattamente il numero, contrariamente a quello che ha creduto Blochmann , poiché questo varia, come bene ha osservato Vayssière, secondo l'età dell' animale. In individui grandi ne ho potuto notare da 76 a 80 — Vayssière ne ha osservati solo sino a 72 — in quelli di mezzana grandezza, da 55 a 60, ed un numero mano mano inferiore, in individui gradatamente più piccoli. Questa variazione nel numero delle serie dei denti l'ho riscontrata anche nella radula dell' A. depilans , dove ne ho potuto osservare sino a 76 , mentre Vayssière ne ha osservati ordinaria- mente una sessantina. La radula di questa specie si distingue per la sua forma da quella dell'.!, limacina, come si vede nella figura (fig. 4). Neil' A. punctata il numero delle serie dei denti 1' ho tro- vato ordinariamente costante, cioè da 34 a 36. La radula di quest'ul- tima specie è assai differente per la sua forma da quella delle altre due specie, come scorgesi dalla figura 6, e ciò principalmente, per- chè quelle delle altre due hanno la loro estremità anteriore acuta, mentre quest' estremità nell' yl. punctata è ottusa. Sars, Blochmann e Vayssière figurarono la radula dell' A. punctata ; ma tutti assai poco esattamente.
Ciascuna serie di denti, neir.4. limacina, è costituita da un dente mediano, e da 40 a 45 denti per lato, negli individui grandi, e da 30 a 40 nei piccoli. Il numero dei denti di ciascuna serie è , dunque , anche variabile, secondo l'età dell'animale, come osservò Vayssière.
Quanto alla forma dei denti della radula di questa specie, Vayssièrt! ne ha fatto recentemente uno studio abbastanza preciso — sebbene le sue figure lascino alquanto a desiderare. Nondimeno alle sue ossei'vazioni io ho da aggiungere pochi particolari che 1' Autore trascura, riguardanti specialmente i denti laterali.
Questi intatti, (lig. 17) hanno le cuspidi dentellate, ma non (ino alla loro estremità, come quelle dei denti mediani, e inoltre, alla base di ciascuna cuspide, in qualche dento laterale, oltre al dentino osser- vato da Vayssière se ne trovano altri due piccolissimi (Tig. 21). Tanto poi l'uno che gli altri di questi dentini basali si presentano qual- che volta biforcati (lìg. 20). Infine, dall'altro lato della cuspide dei denti laterali — opposto a quello dove trovansi i dentini basali — si trova una laminetta (a) molto trasparente, con margine sottile, quasi tagliente (fig. 17).
Ncir.4. depilans ciascuna serie di denti presenta un dente me- diano, e da 30 a 33 denti laterali negli individui più grandi da me esaminati, solo 25 nei più piccoli. Può quindi in generale ritenersi come media la formola dentaria proposta da Vayssière per questa specie ciiè: 30-1-30.
Anche i denti della radula di questa specie furono oggetto delle osservazioni di Vajssière , alle quali ho però da aggiungere i se- guenti particolari. La cuspide del dente mediano non è dentellata sino al suo estremo anteriore, e inoltre la lamina di questo dente presenta una piccola prominenza in senso opposto alla direzione presa dalla cuspide (fìg. 15)., Debbo inoltre notare che il dentino biforcato, che nei denti laterali più vicini al mediano occupa il medesimo posto della cuspide degli altri denti laterali, è da considerarsi come cuspide incipiente, di cui la punta interna {a) rappresenta la lunga e robu- sta cuspide degli altri denti seguenti, mentre la punta esterna in questi (&) si riduce e si confonde con le dentellature basali della cuspide sviluppata (fig. 25, 26, 27, 28 e 29).
Nell'^. pmictata ho ordinariamente osservato un dente mediano e 15 denti laterali. Bergh, in un individuo preso sulle coste della Groenlandia ne ha trovati da 14 a 16 laterali. Blochmann calcola a 20 il numero dei denti di una serie. Vayssière ritiene variabile que- sto numero secondo l'età dell'animale, cosa molto probabile , come accade anche nelle altre due specie.
Dei denti della radula di questa specie Vayssière ha fatto uno studio molto incompleto. Molto più completo e preciso è invece quello fattone precedentemente da Rudolf Bergh, di cui Vayssière non tiene però conto. Alle osservazioni di Bergh , nonché a quelle di Vayssière, ho però da aggiungere i seguenti particolari. Dall' altro lato della cuspide dei denti laterali — opposto a quello dove trovansi i dentini basali — si trova, come nell'^. limaeina, una sottile lami- netta {€■) saldata intimamente alla cuspide , ben visibile soltanto quando il dente sia bene isolato {i\^. 30). La cuspide poi di que-
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sti denti laterali non è dentellata sino alla sua estremità. Infine la lamina del dente mediano ha la base profondamente incavata (fig 16). Bergh annovera a sei i dentini marginali (Randzacken) che co- stituiscono le dentellature della cuspide del dente mediano, ma que- sto numero — non facile sempre a stabilirsi — non è neppur sempre costante.
La radula neìY A. 2Junctafn non termina in punta come neH\4. depilans e nellM. limaci no, perchè, mentre in queste due ultime specie le ultime serie di denti, che trovansi all'estremo anteriore della radula, sono ridotte in modo da presentare un dente mediano con uno o due denti per lato, nell'^. punciafa le serie omologhe presentano un dente mediano con cinque o sci denti per lato. ,
Boccia faringea — Aprendo il bulbo faringeo dell'^. liitiacina dalla parte inferiore, senza però toccare la rotella su cui trovasi la radula, si osserva che, un poco indietro alle mascelle, la mucosa boc- cale si solleva formando due creste longitudinali {a, a) (fig. 7). Queste creste, lunghe più d'un centimetro, più alte nel mezzo, e che poste- riormente vanno a confondersi con le ripiegature della mucosa eso- fagea, limitano un solco (/>) — che Bohadsch, Cuvier e Delle Chiaje (1) non osservarono — al quale ho dato il nome di doccia faringea. Questa doccia si continua anteriormente con lo spazio esistente tra r estremità superiore delle mascelle {a) (fig. 7) e posteriormente con r esofago. Le creste sopra menzionate hanno una struttura analoga a quella delle mascelle, poiché anche esse sono in parte formate da bastoncelli chitinosi. Questi però sono più lunghi e più sottili di quelli delle mascelle , e terminano con puuta molto acuta ; inoltre essi sono arcuati e presentano i loro contorni profondamente intac- cati (fig. Ili.
Neil' A. depilans, le creste sono molto più alte e più lunghe (circa due centim.) ed i bastoncelli hanno forma variabile (fig. 18).
Xeir.4. inincfafa le creste sono piccole, ed i bastoncelli sono an- che di fonila variabile (fig. 12).
In tutte e tre le specie le glandole salivari sboccano proprio nelle ripiegature di (queste creste.
Esofago <> carità gasi rìciic — Alla doccia faringea segue l'eso- fago, più largo nella regione anteriore, che nella posteriore, la quale poi si dilata formando la ])rima cavità gastrica, che è molto grande, ha pareti sottilissime e si avvolge su sé stessa ad elica. Tanto l'e- sofago, che (juest.i i)rima cavità, sono internamente tapezzate da epi-
(1) Questi tre Autori sono gli unici che , dalle mascelle e dalla i-adula in fuori, abbiano finoi-a studiato l'apparato digerente delle Aplysiae.
telio vibratile, il quale epitelio è anche i)i^queiitato, in modo da dare a tutta la su[)orlicie interna di questa prima porzione del tubo di- gerente, un colore violetto seuro. La superficie interna dell' esofa}j;-o è inoltre sollevata da pliche lontritudinali, mentre ([uella della pri- ma cavità è ordiuju'iamente affatto liscia , salvo in (lualche punto, dove trovasi qualche sottile plica lonoritudiuale.
A questa prima cavità gastrica la seguito la seconda, nota col nome di stomaco muscolare , la quale è di color roseo carnicino e, com* è noto , presenta alla sua supeiMìcie interna tlegli alveoli , nei quali sono impiantati assai debolmente i cosi detti denti. Di questi, dodici sono grandi (fig. 34), gli altri piccoli. I primi occupano quasi tutta la cavità e sono disposti su tre file trasversali. Gli altri sono neir imboccatura anteriore su due linee , perù in modo che quelli della prima fila si trovano negli interspazi! lasciati da quelli della seconda, occupando così uno spazio ristrettissimo. — I dodici più grandi hanno la base romboidale (a) e la punta variamente modificata {b, 0) (fig. 35).
Ye n'è uno nella terza fila dellM. limachia che è a punta acu- minata e ricurva airindictro, e in qualche individuo proprio unci- nata (e) similmente ;!, uuanto fu osservato da Dobson (1) nell'ai. dactylomela , Raug, e da ?»Iazzarelli e da me (2) nella nostra A. cliierchiaiia e nellM. Lessonl, Rang. Tra dente e dente la mucosa si solleva e presenta delle pliche longitudinali: essa è però sprov- vista di ciglia vibratili.
La terza cavità gastrica, che ha pareti più sottili della seconda, ma meno sottili della prima, presenta internamente dei numerosi dentini chitinosi conici, con punta sottile ed acuminata, dei quali i più grossi si trovano verso l'estremo posteriore della qavità in pa- rola, ove ve ne è qualcuno a punta curva. Questi dentini si distac- cano assai facilmente. Tutta la superfìcie interna di questa cavità presenta delle pliche longitudinali , ed è generalmente rivestita di epitelio vibratile.
Tutto ciò si riscontra nelle ti'c specie da me studiate senza dif- ferenze notevoli.
Le osservazioni di Lohadsch, Cuvier e Delle Chiaje , che sono ordinariamente riportate nei trattati, sono dunque in generale poco precise ed incomplete.
(1) G. E. Dobson. Notes on Aplysia dactylomela in: /ourn, Linn. SoG. London, Zool. Voi. XV, ISSI.
a) Boll. Soc. Nat. in Napoli. Voi. IH, ^iSS9.
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Camera e grande condotto Mliare — Nel puuto dove termina il terzo stomaco, presso al piloro, le pareti dell'intestino presentano due eminenze {p h) (fig. 36) le quali funzionano da valvole , poiché chiudono un'apertura di figura quasi circolare (e), che dà in uno spa- zio ampio, ove sboccano i condotti epatici (e), ed a cui dò il nome di camera biliare. Questa camera presenta internamente delle pliche limitanti altrettanti solchi, che si dirigono verso un canale a fondo cieco nel quale, man mano riduccndosi, vanno a terminare. Questo canale è nascosto per un buon tratto nella massa del lobo interno del fegato e con la sua punta libera termina in vicinanza della glandola ermafrodisiaca : io lo chiamo grande condotto biliare ed è quello stesso che Delle Chiajc chiamò lungo condotto epatico — in opposizione ad un corto condotto epatico che egli descrisse — e che Cuvier denominò cieco intestinale, e, unitamente alla ca- mera, ritenne come quarto stomaco.
Questo grande condotto biliare nell'ai, limacina (e) è dritto, con la punta un pò rigonfiata ed ha nell'interno una lamina (f) — osser- vata anche da Cuvier e da Delle Chiaje — la quale, originandosi sot- tilissima nella parete interna dell'intestino tenue , si fa più spessa e rilevata entrando nel condotto , e si continua sin verso il fondo del medesimo dove è più rilevata ancora verso la sua punta.
La lamina, giunta a una certa distanza dal fondo cicco del con- dotto, si arresta lasciando cosi, tra essa e la parete, uno stretto spazio libero (fig. 37). In questo modo il grande condotto biliare viene ad esser diviso in due cavità o doccio, di cui l'una è in comunicazione con la camera biliare, e l'altra si apre nell'intestino : le quali doccio sono poi in comunicazione tra di loro mediante lo stretto spazio in- terposto tra l'estremità della lamina e il fondo cieco del condotto. La superficie interna della camera biliare, come quella delle doccie, è rivestita da un epitelio le cui cellule son fornite di lunghe e ro- buste ciglia vibratili.
Quando la bile si versa nella camera biliare essa non può subito versarsi nell'intestino, perchè le valvole sopra menzionate glielo im- pediscono. Allora essa, seguendo la direzione dei solchi limitati dalle pliche della superficie interna della camera biliare , si versa nella doccia del grande condotto biliare, che con questa immediatamente comunica ; indi , per lo stretto spazio interposto tra la lamina e il fondo cieco di esso condotto passa nell'altra doccia per poi versarsi neir intestino nel punto dove questo trae origine dalla terza cavità gastrica. E questo cammino della bile è agevolato dalle ciglia vibra- tili dell'epitelio, le quali si muovono appunto — come ripetutamente
— 11 —
ho potuto constatare — sccoudo la (lirczionc che, c-omc ho descritto, prende la bile per versarsi nelF intestino.
Neir A depilans, il grande condotto biliare non è mai dritto co- me nell'yl. limacina, ma termina avvolgendosi su sé stesso, or di un giro intero, or di un mezzo giro, e la lamina che lo divide in due non termina nell'intestino con punta assottigliata che si perde tra le altre pliche intestinali, ma si ripiega simulando per un certo tratto una doccia nell' intestino, e si presenta colorata in violetto scuro. Le due valvole poi sopra menzionate , che chiudono 1' orifizio della camera biliare , sono più accorciate ed a forma di vescichette ar- rotondate nella parte libera.
Il grande condotto biliare dell'.-l. jiiuiclafa non presenta niente di particolare, somigliando del tutto a quello dell' A. limacina.
Come s' è detto , Cuvier riteneva la camera biliare e il grande condotto biliare, come un quarto stomaco ; ma questa ipotesi cade da sé, dal momento che in questo presunto quarto stomaco non si trova mai cibo.
Delle Chiaje, poi, credette di aver osservato che diversi condotti epatici provenienti dalla massa interna del fegato, sboccassero nel grande condotto biliare, che egli chiama lungo condotto epatico, il quale alla sua volta sboccava nell' intestino. Egli infatti rappre- senta questo condotto con le pareti forate dagli sbocchi dei presunti condotti che vi si aprivano. Inoltre egli descrive un altro condotto che egli, in opposizione al primo, chiama corto condotto epatico, condotto che si aprirebbe anch' esso nell' intestino , versandovi la bile proveniente da altri condotti epatici secondari, che sboccavano in questo condotto. Questo corto condotto epatico non 1' ho però mai potuto rinvenire. Tanto l' orifizio del grande , come quello del pic- colo condotto epatico sarebbero stati , secondo Delle Chiaje, chiusi dalle due valvole sopra menzionate.
Tutto ciò, come si è visto, non ha però riscontro nei fatti.
Intestino. — L' intestino gira intorno ai lobi del fegato e 1' ul- tima sua porzione (retto) passa sulla glandola ermafrodisiaca, e poi si apre nella parete destra interna del sifone. Tutta la superficie in- terna dell' intestino è tapezzata da un epitelio le cui cellule hanno lunghissime ciglia vibratili, più lunghe di quelle delle cellule epite- liali, che rivestono la superficie interna dell' esofago e della prima e della terza cavità gastrica. L" ultima porzione del retto presenta sulle pareti interne delle pliche simili a quelle della mucosa esofa- gea, ed inoltre queste sono similmente colorate in violetto scuro. L' ano poi presenta una piccola papilla.
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L'intestino non presenta delle differenze notevoli nelle tre spe- cie studiate.
Gli autori sopra menzionati non forniscono dati abbastanza pre- cisi sull'intestino delle Aplysiae.
CONCLUSIONI
Dalle osservazioni sopra esposte credo di poter venire alle se- guenti conclusioni :
i." — Il numero delle serie dei denti della radula, nonché il nu- mero dei denti di ciascuna serie, varia generalmente nelle Aplysiae secondo V età dell' animale, aumentando gradatamente quando l' ani- male va invecchiandosi , appunto secondo ciò che crede Vayssière. Esso però può essere superiore a quello riportato da quest' ultimo.
2." — Esiste -nella Aplysiae una doccia faringea — limitata da due creste che si presentano anche fornite di bastoncelli chitinosi, come le mascelle — la quale mette in comunicazione l'orifìzio boccale con r esofago.
5." — La j)rima e la terza cavità gastrica sono rivestite di epi- telio vibratile, mentre 1' epitelio che riveste la seconda cavità è sprov- veduto di cellule ciliate. La terza cavità presenta nella sua superfi- cie interna dei dentini chitinosi.
4." — La bile non vien versata direttamente dai condotti epatici nell'intestino , ma da questi in una camera biliare, da cui poi passa in un grande condotto biliare, che la versa nell" inte- stino. Tanto la camera biliare che il grande condotto biliare sono rivestiti da un epitelio vibratile, le cui lunghe e robuste ciglia agevo- lano il cammino della bile, movendosi secondo la medesima direzione che prende la bile nel suo cammino.
5." — Le due valvole che si credeva (Delle Chiaje) chiudessero lo sbocco dei condotti epatici nell'intestino, chiudono invece l'ori- fizio della camera biliare, impedendo cosi alla bile di versarsi per quella via.
GaMìieito di Anatomia comparata della R. Università di Na- poli, Luglio 1889.
BIBLIOGRAFIA
1761, J. B. BoHADSCii. — De quibusdam animalibus marinibus eorumque proprietatibus, Dresdae.
1803, Gr. CuviER. — Me moire sur le genre Laplysia, vulgaire- ment nommé Lièvre marin , in : Ann. Mus. II. N. Paris, Tome II.
— r.i —
1828, 1 S. Delli: Chiaje. — Descrizione e anatomia delle Apli- sie, in: Atti R. Istituto d^ Incoragg., Napoli, Tom.o II.
1841, 2 S. Dkllk Chiaje. — Storia e notomia degli animali senza vertebre della Sicilia citeriore, Napoli,
1872, E,. Bergh. — Ueber einer Gronlandisohe Aplysie, in: Verh. d. Z. Boi. Ges- Wien, Bd. XXII.
1878, 0. Sars. — Mollusca regionis articae Norvegiae.
1884, F. Blochmann. — Die im Grolfe von Neapel vorkommen-
den Aplysien, in: Mitth. Z. Stai. Neapel Bd. V.
1885, A. Vayssière. — Recherches zoologiques et anatomi-
ques3urlesMollusquesOpistobranch.es du Golf e de Marseille, in : Ann. Mus. II. N. Marseilla, Zoolo- gie, Tome II.
Spiegazione delle Tav. I e II.
Tutte le fiofure da 8 a 33 sono state disegnate con la camera lu- cida di Zeiss a 13 cent, sopra il piano del tavolino del microscopio.
Tavola I.
Fig. 1. Mascelle dell' 'A. depilans. » 2. » » A. limacina.
» 3. » )) A. punctata.
» 4. Radula dell' A. depilans. \
» 5. » » .1. limacina. '> disegnate in sito.
» 0. » » .4. 'puticiaia. )
» 7. Doccia faringea dell' ^. limacina: a, a creste; b mascelle;
e doccia ; d principio dell' esofago (gr. nat). -> 8. Bastoncelli chitinosi delle mascelle dell' A. limacina,
(JL. zciss). » 9. Idem deir.4. punctata, (--^Zeiss).
» 10. Idem dell' A. depilans, (-^Zeiss).
» li. Bastoncello chitinoso delle creste della docci^ faringea nel- 3 r A. limacina, (——Zeiss).
» 12. Bastoncelli chitinosi delle creste faringee deir^l. punctata,
(^Zeiss).
3 » 13. Idem dell'^. depilans, (——Zeiss).
— 14 —
Fiff 14. Dente mediano della radula dell' J.. limaclna: a cuspide; e
l . < lamina; h dentini basali, (— -Zeiss).
» 15. Idem dell' A, depilans d prominenza della lamina opposta alla cuspide, (——Zeiss).
» 16. Idem à-dlY A. x>unctata: d incavo della lamina opposta alla
1 • ^
cuspide, (—Zeiss).
» 30-33. Denti laterali isolati di A. puncta/a , veduti in vari modi , (—Zeiss).
Tavola II.
» 17. e 18. Denti laterali isolati deir.4. limacina: a cuspide; & dentini basali, (frprZeiss).
» 19. Dente laterale della medesima visto di fianco. (——Zeiss). » 20-23. — 29," 30," 35," 36," dente laterale della medesima,
(-i^Zeiss).
» 24. Dente laterale speciale, probabilmente anomalo, trovato una sola volta in un individuo di A. limacina e ripetuto sotto
2 la stessa forma lungo tutta la serie longitudinale, (-^ Zeiss).
» 25-29. — 9,° 16,'' 18,° 26,° e 28," dente laterale della radula dell' A. depilans (— Zeiss).
>) 34. Seconda cavità gastrica dell' A. limacina (gr. nat.).
» 35. Denti isolati della medesima cavità nella medesima specie.
» 36. Orifìzio della camera biliare e valvole che lo chiudono nel- r A. limacina: a parte della terza cavità gastrica mostrante i dentini chitinosi inseriti sulle sue pareti; e orifizio della camera biliare ; l) , h valvole che lo chiudono ; i intestino (aperto longitudinalmente); f fegato (gr. nat.).
» 37. Camera biliare e grande condotto biliare nell'. 4. limacina'. e orifìzi dei condotti epatici ; 1) camera biliare che presenta delle pliche limitanti altrettanti solchi rivolti verso il grande condotto biliare e, diviso dalla lamina / in due doccio co- municanti per lo spazio z ; / intestino: /" fegato; a porzione della terza (;avitH «jrastrica.
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— 15 —
Sopra gli eteri ossimmidosuccinlci. — Memoria I. di
A. PlUTTI.
(Tornata del 15 decembre 1889)
La teoria prevede l'esistenza di tre eteri ossimidosuccinici mo- noalcoolici:
IL
III.
|
C00C*H5 1 |
C00C«H5 1 |
C00C*H5 1 |
|
C=NOH j |
CH2 1 C=NOH 1 |
1 GII 1 >N0H CH 1 |
|
CO OH |
COOH |
COOH |
^.
Il 1.° di questi (etere «, fus. 110.") venne preparato dall' K- hcrt (1) decomponendo con acqua l'etere dinitrososuccinilosuccinico, il 2." è ancora sconosciuto, il 3." (etere y fus. 54°, 6 — 54°,8) fu otte- nuto da me , trattando F ossirna dell' etere ossalacetico con etilato sodico (1 moL), evaporando la soluzione alcoolica nel vuoto e scom- ])onendola colla quantità calcolata di acido solforico. (2)
Venni condotto ad ammettere per esclusione che l'etere prepa- i-ato in tal modo abbia la indicata costituzione , non potendo esso avere la forma I perchè diverso dall' etere di Ebert, né la II poiché avrebbe dovuto dare , nella riduzione e successiA^a amidazionc , le (isparagine rotato rie e non wvì a^iaragìna inattiva identica per ogni riguardo a quella che fornisce l'etere dell'Ebert.
L' ammissione però che in questo etere y, 1" atomo di azoto sia concatenato a due atomi di carbonio , invece che ad un solo , con- duce alle due conseguenze:
I. O che r ossirna dell'etere ossalacetico, da cui esso etere pro-
(1) Liebig's Ann. 229, pag. 65.
(2) Gazz. Chini. Ital. XVIIf, pag. 457.
— 16 —
viene, abbia l'azoto pure in tal modo concatenato e che perciò al- l'ossima invece della costituzione ammessa:
C00C»H5
I C=NOH
I OH*
COOC^H»
«petti quella simmetrica:
COOC»H»
I CH
I >NOH CH
I C00C*H3
II. Oppure, che nel trattamento con etilato sodico avvenga, oltre che la eliminazione dell' etile , anche una trasposizione dell' azoto e dell'idrogeno , per cui dalla forma:
I C=NOH
I CH2
5i passi alla l'orma:
CH
I >NOH CH
Prima di procedere oltre nello studio dei derivati dcU'etero da me rinvenuto, ho creduto necessario di risolvere questa questione, per più riguardi importante, e mi sembrò che il modo più semplice di farlo fosse quello di confrontare il derivato etilico delVeterc di Ehert , la di cui costituzione è solidamente stabilita, colV ossinia delVetere ossalacetico. Questo derivato etilico venne già preparato dall'Ebert trattando il sale di argento dell' etere monoalcoolico con .ioduro di etile (1), ma il poco che egli ne disse non mi parve suf- ficiente a stabilire se il suo etere e l'ossima proveniente dall'etere ossalacetico sieno identici o diversi fra ili loro.
(1) A/m. 229, pag. SO.
— 17 —
Mi sono perciò accinto alla limila e non Tacile preparazione di tale etere , avuta riiruardo specialmente ai pochi mezzi di cni po- tevo disporre, e sui risultati ottenuti mi pregio di riferire ora alla Società.
Pfcparazione dolV etere fiiiccinilosiicclnico. — G)\ 500 di etere succinico boli, dai 215" ai 218° vennero trasformati in etere succi- nilosuccinico per porzioni di circa 70 gr. per volta mediante la quan- tità calcolata di etilato sodico polverato e privo di alcool. Il massimo rendimento (70 per **/,) si ottenne lasciando in digestione coll'etilato. per diverse ore, l'etere succinico sciolto nel doppio del suo peso di etere anidro, scaldando a bagno maria in apparecchio a riflusso per 3 0 4 giorni , distillando V etere e versando il prodotto secco nella quantità calcolata di acido solforico diluito e freddo. L'etere succi- nilosuccinico grezzo, lavato con acqua , venne cristallizzato dall' al- cool. Si ottennero così 210 gr. di etere puro fus. dai 120" ai 127°, cioè il 65,4 % della quantità teorica. Il metodo coll'etilato sodico è rac- comandabile poiché si evita con esso il pericolo della granulazione del sodio ed in un tempo assai più breve si ottiene una quantità di etere succinilosuccinico superiore a quella che si ricava col me- todo di Herrmann. (1)
Trasformazione del r etere succinilosucetmco in etere cUnitro- sosueclnilosucciyiico. — Questa trasformazione venne efìettuata in più volte facendo passare il gas nitroso secco tanto nella soluzione dell'etere succinilosuccinico nell'etere anidro , quanto nella sua so- spensione in una quantità di etere anidro minore di quella occor- rente a discioglicrlo. 11 rendimento però fu in tutti i casi minore di quello indicato dall' Ebert ed inoltre venne osservato che non è conveniente adoperare più di un paio di volte la soluzione eterea satura di gas nitroso che servi nelle precedenti operazioni , poiché si diminuisce la rendita del prodotto dinitroso, aumentando notevol- mente la durata dell'azione del gaz nitroso stesso , con formazione di prodotti secondarli che rimangono nella soluzione eterea.
Trasformazione delUetere di nit rososi'ceinìlomeeinico in o.-ofi- simmidosuccinato monoetilieo. — Tenne effettuata impiegando 5 gr. di composto dinitroso per volta e circa 2 ce. di ac({ua , triturando la massa in mortaio di vetro e lasciandola a sé fino a che si rap- prende in cristalli, che raccolti alla tromba e lavati con poca acqua, si fanno seccare nel vuoto. Il prodotto di molte operazioni venne cristallizzato dal cloroformio bollente . seccato . disciolto nell' etere
(Ij Liebig's Ann. 2U, pag. 306.
— 18 —
anidro , scolorato con carbone aaiimalc e precipitato con etere di petrolio anidro, bollente sotto ai 70".
La scissione dell'etere dinitroso, clic si effettua per l'azione di due molecole di acqua, può rappresentarsi col seguente schema:
|
C*HH)OC 1 |
||
|
i CNO 1 |
II 1 no |
co 1 |
|
1 1 |
1 ir-c 1 |
|
|
1 CO |
OH 1 H |
1 ONC 1 |
|
1 COOC'-H^ |
L' etere a-ossimmidosuccinico così ottenuto fonde dai 105" ai 106" con scomposizione ; cristallizza dalla soluzione eterea in lami- nette flessibili, incolori, splendenti, monocline (E. Scacchi) che fon- dono pure alla stessa temperatura di lOS^-lOO" (Ebert dà 110°). Esso fornisce con ammoniaca e cloruro baritico il sale di bario caratte- ristico; scaldato fra due vetri da orologio, a bagno maria, dà un su- blimato di etere a-nitrosopropionico fus. dai 94° ai 95.°
Per determinare la purezza senza distruggere il materiale , ef- fettuai la determinazione acidimetrica.
Gr. 2,1852 di sostanza richiesero per la saturazione ce. 0,65 di una soluzione di ammohiaca contenente gr. 0,21147 di NfP, ossia in cento parti:
Trovato NH3 0,()7
Calcolato per C«H»i\G2 -p- ^E^ 9,71
Sale di argento. — Alla soluzione abbastanza concentrata del sale ammoniaco si aggiunge la quantità calcolata di nitrato d' ar- gento (1 mol.). Dopo qualche momento si depone il sale sotto forma di piccoli cristallini bianchi , pesanti , che si lasciano per qualche tempo in riposo all'oscuro, si raccolgono alla tromba e dopo averli ripetutamente lavati con acqua e com|)rcssi fra carta , si seccano nel vuoto.
Gr. 0,190 di sale fornirono nella calcinazione gr. 0,07:3 di Ag, ossia in conto parti:
As.
Ti'ovato :{8,12
Calcolalo per C'H* Ag NO- 38,30
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Azioìie del jorlwo di eiila sopra Va-eiilossimmidosuccinato ar- uentico. — Il sale di argento ben polverato e secco si addiziona con 5 volte il suo peso di etere anidro contenente poco più della quan- tità calcolata (1 mol.ì di joduro di etile. Si fa bollire per un pajo di ore a moderato caloi'e, indi si filtra la soluzione dal joduro d'ar- gento , si lava con etere anidro e si svapora nel vuoto secco. Le quantità ottenute di «-ossimmidosuccinato dietilico e joduro di ar- gento corrisposero esattamente alla equazione:
C«H« Ag ISO^ -f C»H5I = C»H'3N05 -\- Ag 1.
L'etere dietilico dell'Ebert è un olio giallo , molto solubile nel- Tetere e nell'alcool, mediocremente nell'acqua. Nella seguente tabella dò le reazioni di confronto fra la sua soluzione acquosa e quella dell'ossima ottenuto dalTetcre ossalacetico :
Ossima (leirEbert
Ossima daU'eteie ossalacetico
Reazione.
Nitrato mercuì'oso.
rioruro mercurico.
Nitrato d'argento.
Acetato di rame.
Acetato di piombo neutro. » , » haaico.
Cloruro di Calcio. ) Cloruro di Bario. \
Cloruro d'oro. Cloruro ferrico.
Acida id.
Precipitato grigio che di- venta presto oscuro. id.
Dopo qualche ora si forma- no piccoli mammelloni bianchi cristallini. id.
I^rccipitato oleoso che im- brunisce, id.
Colorazione verde e preci- pitato oleoso verdastro. id.
Nessun precipitato. id.
Precipitato fioccoso giallo. id.
Non precipitano. Aggiun- gendo NH^ si ottiene do- po qualche tempo un de- posito bianco solubile con effervescenza nell'acido a- cetico. id.
Induzione istantanea. id.
Colorazione violetta sporca
che passa presto al bruno. id.
— 20 —
Dal confronto fatto risulta quindi chiaramente l'identità delle due ossime e la conclusione legittima che: alUossima dell'etere ossala- cetico fipettl come a quella delVEÌjert la costituzione:
COOC^H*
I C=NOIT
I
I COOC^RS
Aziorm dell'etilato sodico sopra Vossima dell' Ebert. — Per pro- vare ora che la trasposizione dell'azoto av^'iene realmente nell'azione dell'etilato sodico sopra la ossima , rimaneva ancora a stabilire se l'ossima dell'Ebert, trattata nello stesso modo, fornisce l'etere 7-os- simmidosuccinico mono-alcoolico fus. 55."
Perciò, gr. 3,17 di ossima, sciolti in poco alcool a 85°, vennero addizionati con una soluzione alcoolica di gr. 0,358 di Na (1 at.). Evaporato l'alcool nel vuoto rimane una massa di aspetto vetroso, deliquescente, che fu disciolta in poca acqua ghiacciata e addizio- nata colla quantità calcolata di acido solforico diluito (gr. 0,763 di H^SO' ) pure raffreddato. Da principio si depone una sostanza oleosa in cui si formano dopo poco tempo cristalli, che si separano filtran- do alla tromba e che compressi fra carta si seccano nel vuoto. Pesano circa mezzo grammo e fondono verso 55*^ offrendo tutte le proprietà ed i caratteri del y-ossimmidosucclnato monoetilico , già da me ottenuto dall'ossima dell'etere ossalacetico. (Perdita di acqua nel vuoto, colorazione violetta intensa con Fe^ CI*, addizione di bro- mo, riduzione energica dei sali mercurosi ecc.). Purificati dall'etere presentano lo stesso punto di fusione e danno all'analisi i seguenti risultati:
Gr. 0,1925 perdono nel vuoto secco gr. 0,0202 di acqua e richie- dono per la saturazione ce. 5,7 di ammoniaca corrispondenti a grammi 0,018126 di NH2.
Gr. 0,263 di sale d'argento seccato all'aria fornirono gr. 0,13:i di Ag CI corrispondenti a gr. 0,100117 di Ag.
Ossia in cento parti:
|
Trovato |
Calcolato |
|
|
H»0 |
10,40 |
10,28 |
|
NH» |
9,41 |
9,71 |
|
Ag |
38,06 |
38,30 |
Finalmente dal sale di argento decomposto con acido cloridrico si ricavò nuovamente il y-ossimmidosuccinato monoetilico originale lusibilc a 55" con tutti i suoi caratteri e proprietà.
In questo modo resta dimostrato che nell'azione dell'etilato so- dico sopra l'ossima dell'etere ossalacetico a^^'iene ima trasposizione neir azoto e che la costituzione più probabile dell' etere fusibile a 55", astrazione fatta da isomerie del gruppo ossimmidico , è quella per ora adottata.
Anche i numerosi derivati di tale etere che sin qui ho prepa- rato, e che formeranno argomento ad una prossima comunicazione parlano in favore di tale costituzione, mostrando inoltre che a spiegar- la non è necessario ricorrere a quelle isomerie nello spazio con cui V. Meyer, Auwers e Riecke così ingegnosamente interpretano la costituzione delle tre dibenzilossime. (1)
Aggiungo che col presente lavoro resta sperimentalmente effet- tuata la trasformazione del a-ossimmiclosuccinato monoetilico nel suo isomero y.
Napoli, li. Università.
Contributo alla conoscenza di alcune forme nu- cleari — di F. Sanfelice, (Tav. III).
(Tornata del 15 Decembre 1889).
Varia importanza è stata data dagli autori al nucleolo. Mentre il Kóllikcr lo ritiene fattore principale della divisione cellulare, r Hàckel crede che sia una formazione di carattere secondario e per nulla importante nel processo di divisione.
Altri osservatori come il La Valette e 1' Eimer hanno osservato mutazioni di forma nei nucleoli di uova, il primo in quelle di Li- bellula, il secondo in quelle di Silurus glanis, mutazioni di forma, che, secondo gli autori , debbono spiegarsi coi fenomeni della divi- sione delle uova stesse.
Anche il Flemming nel 1874 ha veduto che la macchia germi- nativa delle uova di Unto è fatta di due sfere , 1' una più piccola, <'hc rifrange più fortemente la luce e si colora più fortemente, V altra
(1) Ber, XXI, XXII.
— 22 —
più grande , che rifrange meno la luce ed è meno colorata. Nulla però scrive il Flemming intorno al significato da dare a queste parti costituenti il nucleolo.
L'Hertwig attribuisce grande importanza al nucleolo nella divi- sione delle uova di Pìeris brassicae.
Nucleoli di diversa grandezza e non omogeneamente colorati ha osservato Ogata nei nuclei delle cellule pancreatiche nello stato di riposo , ed il Trinchese nella vescicola germinativa di Amphorina coerulea ha veduto una macchia germinativa principale ed una mac- chia germinativa laterale o accessoria, sette o otto volte più piccola della principale. Il Platner nelle macchie germinative di uova di Arlon distingue una parte colorata più chiaramente ed una parte più oscura; la parte chiara è completamente incolore (Hyalosoma.) nelle uova sviluppate.
Nucleoli, che hanno speciale elezione per alcuni colori, (ematos- silina, nigrosina, cosina e saffranina) ha osservato il Lukiauow nei nuclei delle fibre lisce della Salatnanclra maculosa ed anche nei nuclei epiteliali della mucosa gastrica dello stesso animale.
Nessuna delle forme nucleolari, descritte dagli autori sopra men- zionati, somiglia a quelle, che io ho vedute nei nucleoli delle cellule di Sertoli del testicolo dei vertebrati e che ho potuto seguire nelle diverse fasi di divisione delle cellule stesse. Nel nucleolo delle cel- lule di Sertoli si distinguono due granuli; che prendono intensamente il colore ed una sostanza, che li riunisce , meno intensamente co- lorata.
Recentemente l' Hermann in un lavoro sulla istologia del testi- colo ha osservato la stessa forma di struttura nucleolarc della cel- lula di Sertoli da me prima descritta e la disegna esattamente. Non è di accordo con me nello ammettere che questa struttura del nucleolo sia legata intimamente con la divisione delle cellule di Ser- toli , perchè non ha osservato tutte le altre forme di struttura nu- cleolarc da me descritte. Se egli non ha veduto tutte le forme di struttura è forse perchè non ha esaminato un sufficiente numero di preparati a dissociazione. Volendole vedere tutte, bisogna asportare un pezzo di testicolo ad una cavia e dopo una ventina di giorni esa- minare i canalini spermatici in vicinanza del punto operato. Allora le cellule di Sertoli sono molto proliferate e fanno vedere tutte le torme di struttura nucleolare da me descritte e disegnate.
In ([uesti ultimi tempi ho osservato la medesima struttura nu- cleolare in cellule di tessuti adulti ed embrionali e però credo utile farne brevemente cenno.
Quanto a metodo di ricerca ho usato i comuni liquidi fissatori (sublimato ed acido acetico, liquido di Flemming, alcool assoluto) e tra le sostanze coloranti i colori di anilina più adoperati in istologia e la soluzione di ematossilina iodata.
Comincio dalle forme nucleari osservate in tessuti embrionali. Nucleoli della medesima struttura di quelli delle cellule di Sertoli presentano le cellule nervose già differenziate del midollo spinale degli embrioni di pollo di nove e dodici giorni. 11 corpo nucleare di queste cellule apparisce meno colorato del corpo cellulare e prov- visto di scarsi granuli. Più o meno nel mezzo del nucleo vi è il nu- cleolo, le cui forme di struttura osservate sono quelle da me dise- gnate. Il nucleolo è composto di due sostanze; una più abbondante, meno intensamente colorata, per lo più in forma di fuso, l'altra, più intensamente colorata, in forma di granuli situati per lo più ai poli opposti del fuso. Qualche volta uno dei granuli è distaccato dal fuso, qualche altra sono distaccati amendue. Alcuni nucleoli presentano una metà del fuso con un granulo cromatico unito.
Un fatto strano e di cui non so dare nessuna spiegazione, è che spesso i granuli cromatici invece di due sono tre e spesso quattro (fig. 4). Ho notato costantemente che i nucleoli con più granuli cro- matici erano sempre più abbondanti nelle cellule nervose dell' em- brione di pollo di dodici giorni anzi che in quello di nove giorni.
Anche nei nuclei delle fibre cardiache di embrioni di PHstiuruH lìtelanostomus , lunghi 1 cm. e mezzo ho veduto simili forme di struttura nucleolare, che tralascio dal descrivere; basterà uno sguai- do alla figura, perchè il lettore ne abbia conoscenza.
Tra i nuclei, che presentano questa struttura ve ne sono degli altri, che mostrano tutte le fasi cariocinetiche descritte dal Flem- ming e di queste io ho disegnato la fase di riposo e la fase di mo- uastro.
E però da notare che le cellule con fasi cariocinetiche sono in nu- mero molto scarso relativamente a quelle i cui i nucleoli presentano la struttura innanzi menzionata.
Né è a dire che i nuclei, i quali presentano quella forma di struttura nucleolare rappresentino la fase di riposo per la ragione che sono in maggior numero e che presentano diversità di struttura nucleolare a seconda dello stadio di divisione del nucleo stesso. Ciò. forse farebbe venire in mente il sospetto, che questi nuclei, prima essendo poveri di sostanza cromatica, si dividano per un modo spe-
ciale di divisione, a cui prende parte attiva il nucleolo e che poi aumentando i granuli cromatici, possano presentare la fase tipica di riposo descritta dal Flemming e moltiplicarsi per cariocinesi.
Tra i nuclei dei tessuti adulti ho osservato le medesime foruie di struttura nucleare nelle cellule della sostanza interstiziale del te- sticolo della cavia e del topo bianco.
Come si rileva dalle figure, si osserva nel corpo nucleare una parte del nucleolo meno colorata e granuli intensamente colorati, uniti alla sostanza meno colorata o liberi.
Non ho notato in questi nuclei forme di struttura nucleolare. che potessero far pensare ad una partecipazione dei nucleoli ai fe- nomeni di divisione.
Spesso ho veduto che sottilissimi filamenti cromatici riunivano tra di loro i granuli cromatici sparsi nel corpo nucleare.
Napoli, Stazione Zoologica, 1889.
LETTERATURA
1863, K()LLiKER. — Gewebelehre, 2>(^g- 27.
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Bel. II. pag. 56. 1874,1 Flemming. — Ueber die ersten Entwickelungserschei-
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1875, EiMEU. — Ueber amoeboide Bewegungendes Kernkor-
perchens, in: Archiv f. Mikr. Anat. Bd. XI. pag. 325.
1876, Hertwig. — Beitrage zu einer einheitlichen Auffans-
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1877, Haeckel. — Anthropogenie. pag. 104.
1880, Trinchese. — I primi momenti dell' evoluzione nei molluschi, in: Atti R. Accad. Lincei^ Voi. VII..
1882, 2 Flemming. — Zellsubstanz. Lipsia, pag. 147.
1883, Ogata. — Die Veranderungen der Pankreaszellen bei
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Hi'// (/.W.r/i .If/t i/I ■ \ó/>o/( ■ ^ ri. IT': /'asci
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Archiv. Mikr. Anat. Bd. XXXIV, pag. 58.
Spiegazione della Tav. IH.
Tutte le figure sono state disegnate con Oc. lì, Ob. — Zeiss, Camera lucida Abbc.
Fig. 1. 2. 3. 4. Cellule nervose del midollo spinale di un embrione di pollo di 9 giorni.
« 5 a 11. Cellule nervose del midollo spinale di un embrione di pollo di 12 giorni.
<i 12 a 21. P^ibre muscolari cardiache di Pì'lsiiurus melanosto- mus lungo 1 ctni. e mezzo. Diverse forme di struttura nu- cleolare.
« 22 e 23. Fibre muscolari cardiache di Pi-isiiurus melasiono- mus, ì cui due nuclei mostrano, l'uno la fase di r'poso de- scritta dal Flemming, l' altro la fase a monastro.
« 24 a 27. Cellule della sostanza interstiziale del testicolo di ■cavia , i cui nuclei presentano il nucleolo formato da due sostanze diversamente colorate.
« 28 a 32. Idem. Mas tlecuinanus var. albina.
Fonolite trasportata dalla Lava del Vesuvio nel- r eruzione del 1872 — Nota di P. Franco.
(Tornata del 15 dicembre 1889)
Da oltre un anno ho intrapreso lo studio microscopico delle tra- chiti rigettate dal Monte di wSomma, dacché nella pregevole mono- hrafia del Mierisch (1) sui massi rigettati dal nostro vulcano, questo
(1) Mierisch. Auswurfblock e der Monte Somma. Tschcrmak Min. und Pel. Milth. 18 87, pag. 120.
— 26 —
rocce non sono prese in considerazione; e, per quanto io sappia, non sono state ancora studiate da altri. In questa nota , che è la terza suir argomento, mi propongo di descrivere alcuni frammenti di fono- lite che vennero fuori dal Vesuvio, trasportati dalla lava nel!' eru- zione del 1872, secondo ne scrive il Prof. A. Scacchi a p. 51 del Ca- talogo dei minerali e delle rocce vesuviane ; il Prof. A. Scacchi comprende questa roccia fra le trachiti, alle quali pei caratteri ma- croscopici molto somiglia.
La roccia è di colore grigio-bruno, a grana fina, cellulosa por- firica per cristalli di sanidina; oltre questi vi si scorgono pure ad occhio nudo rari cristalli bruni con clivaggio poco perfetto e splen- dore tendente al vitreo, che sono fortemente impegnati nella massa, e solo al microscopio si riconoscono essere in parte di hornblenda e in parte d' augite. Occorrono pure lamine di mica bruna, sebbene molto rare.
Le pareti delle cellule spesso sono coperte di una crosta sotti- lissima, cristallina, incolore, con splendore A'etroso; e in esse talvolta si osservano minuti cristalli bianchicci, con superficie scabra e splen- dore subvitreo, in uno di questi ho potuto riconoscere la forma della mejonite colle facce abituali (100) (110) (101) (1).
Al microscopio la roccia si presenta formata da una pasta ve- trosa con pori a gas, riboccante di microliti jaline, che per lo più si estinguono secondo la loro lunghezza e sono inattaccate dall' acido cloridrico; non mostrano struttura fluidale, si presentano intrecciate in vario modo, e solo nei punti più sottili del taglio vi si può ricono- scere talvolta la disposizione raggiata. Queste microliti sono in mas- sima parte di sanidina, forse alcune appartengono a plagioclasia. Le poche microliti jaline attaccate dall' acido cloridrico si colorano col bleu d'aailina: queste possono essere di nefelina: vi occorrono pure scarse microliti d' augite e granuli di prodotti ferruginosi.
In questa base sono disseminati cristalli di prima consolidazione di sanidina, nefelina, hornblenda, augite, lamine di mica bruna, gra- nuli d'olivina e sostanze ferruginose.
La sanidina è in grandi cristalli abitualmente omogenei, talvolta attraversati da fenditure che non sempre possono rapportarsi a tracce di clivaggio, in alcune delle (|uali si è insinuata la base della roccia. Nei saggi attaccati coli' acido cloridrico e poscia colorati col blcu d' anilina non di rado le fenditarc che attraversano i cristalli di sa- nidina si mostrano colorate. Questi cristalli in massima parte sono
(1) Secondo 1' orientazione che dà, ai cristalli di mejonite Des Cloizeau.
semplici, qualche gcmiuat.o ili Karlshad è raro: in alcuni si notano ben distinti i fenomeni di riassorbimento. Come inclusi contengono pochi pori a gas, scarse microliti allungate, Jaline (apatite) e un mi- nerale in cristalli ettaedrici con forte indice di rifrazione. L'indice di rifrazione assai elevato farel)t)e sospettare che quelli che sembrano ottaedri siano invece quadratjttaedri di zircone veduti secondo l'asse^ quaternario.
Questo sospetto è confermato da cristallini inclusi in un altro cristallo di sanidiua, i (|uali hanno lo stesso aspetto e le stesse di_ mensioni degli ottaedri, ma non fanno vedere un asse quaternario e sono invece energicamente birifrangenti. E noto che il zircone nel Monte di Somma spesso si presenta incolore, e che questo minerale, ^ebbene in piccola quantità, è quasi costante nelle trachiti sauidiniche e non raro nelle fonoliti. Talvolta i cristalli di sanidina contengono incluso un minerale in sezioni rettangolari, quasi quadrate, biriCran- gente, senza traccia di clivaggio trasversale, senza polarizzazione cro- matica e con indice di rifrazione poco diverso da quello del cristallo involgente; rapporto queste sezioni alla nefelina, anche perchè non e raro scorgere nei saggi colorati coll'anilina punti bluastri impegnati nei cristalli di sanidina.
La nefelina in cristalli di prima consolidazione è abbondante come la sanidina e forse più di questa: essa si presenta con sezioni basali (esagone) e assiali (rettangolari). Le prime restano oscure in tutti gli azimuth tra i nicol incrociati, e mostrano la croce nera a luce polarizzata convergente. Le une e le altre presentano il loro particolare aspetto zonato, senza però che vi siano inclusi disposti secondo il contorno del cristallo: per lo più contengono pochi pori a gas disseminati, una volta mi è parso notarvi un incluso liquido, fe- nomeno per altro non nuovo nella nefelina del Monte Somma. Qual- che sezione presenta clivaggio secondo le facce del prisma esagonale: a forte ingrandimento oltre la base e le facce del prisma fondamen- tale vi si può riconoscere la bipiramide esagonale (0112). I cristalli di nefelina per lo più sono isolati, talvolta sono aggruppati e in qual- che caso pare che siano geminati secondo la faccia (0112) : sebbene- abitualmente non presentino alterazioni secondarie, pure ve n'è qual- cuno corroso che non si estingue contemporaneamente in tutta la sua estensione, e nelle diverse zone mostra colore di polarizzazione dif- ferente, che non può rapportarsi a diversa spessezza del preparato. Questo fatto si spiega benissimo ricordando che la nefelina nelle rocce spesso si decompone trasformandosi in zeoliti. Oltre questi cri- stalli di prima consolidazione, altri più piccoli, forse di seconda con- solidazione, ne occorrono impegnati tra le microliti feldspatichc,
o
quali sì rivelano specialmente mercè la colorazione coiranilina dopo Fattacco coiracido cloridrico. La netclina si trova pure come incluso nella sanidina, neiriiornblenda e nell'augite; quindi è precedente a tutti questi minerali.
U JìornWenda è in cristalli di prima consolidazione non molto frequenti, si hanno sezioni assai regolari che presentano le tracce di (110), (100), (010); in tutti i casi però i clivaggi secondo le tracce del prisma rombico fondamentale sono assai distinti : il dicroismo è piuttosto intenso, la direzione di massimo assorbimento coincide con quella della ortodiagonale, e questa coll'asse di maggiore elasticità. Contiene inclusi di nefelina, i quali alla loro volta contengono inclusi di figura esagonale con contorno sottile, ma assai distinto (cristallo negativo).
L' augife si presenta in sezioni clie raramente hanno un con- torno ben definito, i clivaggi sono meno nitidi che nell'horublenda, il dicroismo è poco sensibile : alcune di esse mostrano inclusi di ne- felina, altre si presentano parzialmente trasformate in prodotti fer- ruginosi.
La mica è bruna, fortemente dicroica, in una sezione che pre- senta contorno esagono, sebbene non molto deciso, il piano degli assT ottici è parallelo ai due lati maggiori dell' esagono, tracce di (010) ([uindi la mica in parte è hiotllc.
i: olivina ha contorno imperfcf^amente poligono, quasi irregola- re, senza tracce di clivaggio, con forte polarizzazione cromatica, con- tiene microliti allungate, jaline, birifrangcnti, con indice di rifrazione notevole, che sono di apatite: i saggi chimici fatti sulla parte della roccia attaccabile dair acido cloridrico rivelano tracce di acido fo- sforico.
La magnetite in cristalli ben definiti è rara: d'ordinario gli os- sidi ferrici si presentano come granuli o aggregati bruni, opachi.
V è poi un minerale assai raro , di colore giallo tendente al bruno, con aspetto scabro, monorifraugeute, inattaccabile dagli acidi, che potrebbe essere granalo: il contorno però in gran parte irrego- lare non permette una determinazione sicura.
lo non dubito di ritenere questa roccia come fonolite: dacché i * cristalli di nefelina che vi occorrono in quantità notevole sono di prima, e forse anche di seconda consolidazione, non sono prodotto secondario: la mejonite che occorre nelle cellule, essendo evidente- mente prodotto secondario e in quantità assai scarsa , non può in- lluire sulla nomenclatura della roccia.
Napoli, 15 Diceitthìv 1880.
Ricerche sulla glandola del Bohadscli nelle Aply- siidae (glandola opalina del Vayssière) — Nota riassimliva di G. F. Mazzarelli.
(Tornata del 19 Gennaio 1890)
J. B. Bohadscli descrisse pel primo sin dal 1701 una speciale glandola che trovasi nelle Aplysiidae presso 1' apertura genitale , e che egli denominò impropriamente glandola del veleno. Questa glandola fu successivamente chiamata glandola in forma di grap- polo (Cuvier, 1803), e glandola opalina (Vayssière, 1885), nomi entrambi impropri dal momento che il primo ricorda solo la forma particolare assunta da questa glandola in una sola specie (A. lirna- cina), e il secondo tenderebbe a far credere esclusiva di questa glan- dola una proprietà comune in generale, anche, alle cellule glando- lari del mantello di questi molluschi. Perciò credo sia meglio deno- minarla semplicemente dal suo scopritore.
Riassumo intanto in questa breve nota i risultati delle mie ri- cerche suir anatomia, istologia e fisiologia di questa glandola. Que- sti risultati possono ridursi ai seguenti :
1. La glandola del Bohadscli esiste non solo nelle Aplisie ( Bo- hadsch, Delle Chiaje, Rang ) e ncll' Aplyslella Weebbii di Robb e Van Beneden (Delle Chiaje), ma anche nelle Dolabelle e nel Notar- clius, e quindi in generale in tutte le Aplysiiclae.
2. La glandola del Bohadsch, anche quando non è centralizzata, come neir.l. lunacina e nell'ai, cìiier chiana , Mazz. eZucc, può presentare le sue vescicole più o meno strettamente aggregate, in modo da simulare un grappolo, come principalmente nell'ai. Lesso- ni, Rang e nella Aplysleìla Weebbii, nella quale, invece, Delle Chiaje la descrisse come formata da vescicole costituenti un vero grappolo, e sboccanti quindi in un condotto comune, come nell' ^. limacina, mentre queste sboccano qui separatamente all' esterno , come nelle altre Aplysiiclae.
3. 11 tronco arterioso che va alla glandola del Bohadsch, nella maggior parte dei casi, trae origine direttamente dall' aorta a mag- giore 0 minore distanza dall' arteria genitale, secondo le specie. Solo neir A. Lobiaticoi, specie recentemente da me descritta , esso si origina da un tronco comune, che proviene dall' aorta, dal quale si stacca anche l' arteria genitale. Quest' arteria glandolare fu de- scritta pel primo da Milnc-Edwards (1).
(1) Voyageen Sicile 1845, e Sur la cir culation cliez les Mol- lusques miAnn. Se. N. (3), T. Vili, 1847.
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4. La glandola del Boliadscli si sposta gradatamente da specie a specie portandosi gradatamente innanzi, sino ad oltrepassare l'estre- mo anteriore del grande condotto ermafrodisiaco, e, a questo spo- stamento, corrisponde uno spostamento nell'origine dell'arteria glan- dolare, che parte da diversi punti dell'aorta a seconda della posizione della glandola, e che nell' A. Lolnancoi, dove questa è assai indie- tro, parte da un tronco comune die dà origine anche all' arteria genitale. Neil' J.. dejnlajìs e -neW A2ìlysiella, dova la 'glandola giace anche indietro , ma meno che nell' A. LoMancoi , l' arteria glando- lare parte direttamente dall'aorta, ma a poca distanza dall' arteria genitale , distanza che va aumentando nelle altre specie , dove la glandola è collocata più in avanti , sino ad oltrepassare 1' estremo
.anteriore del grande condotto ermafrodisiaco. Nelle Dolahellae doxe la glandola si a^^-icina molto all' aorta, il corso dell'arteria glando- lare è brevissimo, massime nella B. fereinidi (Rang).
5. La glandola del Bohadsch è sempre innervata da un tronco proveniente dal ganglio pedale destro , e non dal ganglio viscerale posteriore destro (genito-branchiale di vou Ihering, centro- asimmetrico di Lacaze-Duthiers) , come crede il Vayssière (1). La vera origine di questo tronco glandolare fu vista da Cuvier nel VA. limacina, come appare da una figura di quell'Autore (2), ma Cuvier s' ingannò nel seguire il decorso di esso tronco. Questo tronco nervoso glandolare può biforcarsi , una prima volta, po- co dopo la sua origine , come nelle Aplysiae , o ad una certa di- stanza da essa, come nell' Aplysiella e nel Notarclms, e può bifor- carsi anche una seconda volta — ad una certa distanza dalla prima biforcazione — come nelle Aplysiae e nelle Dolabellae, mandando un ramo ad anastomizzarsi col ganglio viscerale posteriore destro, e un altro — sempre che la glandola è diffusa — a innervare con un ramo- scello secondario, la glandola e con un altro il tegumento. Quando la glandola è invece centralizzata (A. limacina, A. cliiercMana ) , V omologo del ramo nervoso, che negli altri casi innerva glandola e tegumento, innerva solo il tegumento, e, a spese dell' anastomosi col ganglio viscerale ijosteriore, si forma un ramo speciale che innerva la glandola. Neil' Aplysiella e nel Notarclms il nervo glandolare man- ca di questa seconda biforcazione, e quindi dell'anastomosi col gan- glio viscerale.
(5. La glandola del Bohadsch è costituita da cellule u'iandolari
(1) Ann. Miis. H. N. Narscillc, Zooì. T. II, 18S5.
(2) Ann. Mus. lì. N. Paris, T. II, 1803.
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cuormementc sviluppale , che possono raggiungere un diametro di circa 3 mm. e una lunghezza di 4 mm. Tre sorta di tali cellule possono concorrere alla sua formazione : cellule odorifere (Milchsaftdriis en), in maggior numero, cellule cromatogene (purpurigene) — A. liìnacina , A. punctata — cellule mucose gigantesche. Le odorifere non differiscono affatto istologicamente .dalle cromatogene. Le une e le altre si distinguono dalle mucose gigantesche per avere un protoplasma granuloso disposto spesso a strie, e per avere un nucleo — quando esiste — visibile. Le mucose gi- gantesche si distinguono subito pel loro contenuto interamente omo- geneo , spesso colorato intensamente , e per avere un nucleo non sempre visibile.
7. Le tre sorta di cellule sopra descritte derivano dalla succes- siva e graduale differenziazione di cellule ectodermiche, le quali in- grandendosi, penetrano gradatamente nei tessuti mesodermici sotto- stanti, che formano a poco a poco intorno ad esse uno spesso in volucro connettivo-muscolare. In mezzo alle fibre muscolari di questo involucro s' incontrano di tanto in tanto delle cellule gangliari con uno 0 due prolungamenti visibili, grosso nucleo e nucleolo fortemente rifrangente la luce.
8. A misura che si vanno sviluppando le cellule odorifere e cro- matogene, i loro rispettivi nuclei, che nelle cellule glandolari giova- nissime sono tuttavia floridi e presentano ben distinto il loro reti- colo cromatico, si alterano, e vengono per lo più colpiti da degene- razione granulosa. Per questa degenerazione , il nucleo, sformato, vien ridotto a un insieme di grossi granuli di cromatina prodotti dal frazionamento del reticolo cromatico, granuli che poi, disgrega- tisi , e laceratasi la . membrana nucleare , che esiste nei nuclei di ([ueste cellule glandolari adulte, vanno a mescolarsi dapprima e poi — (^on la consecutiva disorganizzazione della loro cromatina e con la perdita quindi della loro azione elettiva per le sostanze coloranti — a confondersi coi granuli protoplasmatici. Dopo ciò , sia gli elementi residuali della disorganizzazione del nucleo, che il protoplasma, di- A'cntano essi stessi secreto e come tale vengono espulsi : la cellula glandolare quindi si distrugge e ne resta solo T involucro (1). Questi involucri vuoti s'incontrano in grande quanti! à negli individui adulti e vecchi. Le nuove cellule glandolari, destinate a supplire queste di- strutte si formano esclusivamente a spese dell'ectoderma, con ripeti- zione del processo primordiale di formazione della glandola.
(1) Talora l'espulsione del protoplasma come secreto avviene prima del totale disfacimento del nucleo.
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9. La glandola del Boliadscli può emettere — secondo la natura delle cellule glandolar! che la costituiscono — tre sorta di liquidi : il bianco (odorifero), il violetto, ed "il jalino (mucoso). Il primo e il terzo si trovano ordinariamente insieme in tutte le spe- cie, il secondo l'ho finora constatato solo nell' .4. limacina e nellVl. punctata. Il terzo a ogni modo accompagna sempre gli altri, senza esser però mai solo, contrariamente a quello che il Blochmann crede che a^-\-enga neir^4. depilans (I). Gli Autori hanno ordinariamente constatato solo l'uscita del liquido odorifero da questa glandola;
10. Non v' è nessuna regola circa all' emissione di questi tre liquidi: 1" perchè questa emissione subisce variazioni individuali secondo che variali numero relativo delle rispettive cellule glandolari, numero d' ordinario grandemente variabile ; 2" perchè essa può va- riare anche a norma delle condizioni fisiologiche dell' animale. Così ad es. ogni secrezione diminuisce quando l' animale è in cattive con- dizioni di vita, sino a sparire interamente.
11. Le cellule glandolari della glandola del Bohadsch contengono spesso delle sostanze pigmentate di diversa natura ( granuli gialli granuli neri, etc), che probabilmente rappresentano dei prodotti di escrezione.
12. I liquidi segregati dalla glandola del Eohadsch hanno un alto valore biologico , concorrendo , insieme con i liquidi segregati dalle cellule glandolari del mantello, alla difesa dell' animale.
13. Le cellule glandolari della glandola del Bohadsch hanno grande analogia di struttura anche con le cellule glandolari del man- tello delle Aplyslae, descritte dal Blochmann (2). Le une e le altre si arvicinano poi molto anche per la loro origine ectodermica alle cellule mucose (Becherzellen) desritte dal .CTray, dal Sempcr, dal Boll, dal Lej'dig MOÌVArion, viqW Helix, dal Trinchese nei Nudibran- chii e da altri ancora in altri molluschi , e quindi anche alle mu- cose odorifere descritte dal Trinchese nell' Ei'cokuda.
14. La glandola del Bohadsch — morfologicamente considerata — è probabilmente una formazione nuova apparsa recentemente inse- guito ai bisogni biologici della specie e quindi non sembra avere omologo nei gruppi. Tuttavia essa ha probabilmente un omologo nel sacculo glandolare recentemente descritto dal Bourne nell' Osca- nius CPlcurob/'cuicìms) il cui orifizio esterno era stato interpe- trato da Lacaze-Duthiers come una commuuicazione tra 1' apparato
(1) muli. Z. stai. Ncapel, Bd. V, US4.
(2) Zcilschr. mss, Z. Bd. 3S, 4884.
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vascolare e l'esterno (1). Essa però uoii ha alcun rapporto morfolo- gico col secondo rene ilei Gasteropodi, persistente in alcune forme tuttora viventi ( Fissicrella, Patella), come lo provano la sua strut- tura niente affatto renale, la sua mancanza di comunicazione col seno pericardiale , e la sua innervazione. Il rene infatti viene inner- vato dai gangli viscerali posteriori, mentre la glandola del Bohadsch è innervata dai gangli pedali, ed è ([uindi di natura essenzialmente pedale (2).
Gahiiietlo di Anafoìnia contparala della U. Uulversilà di Na- poli, Gennaio 1890.
Specie nuove o poco conosciute di Crostacei De- capodi del Golfo di Napoli. — Nota di G. C.vxo, (Tav. IV).
(Tornata del 2 febbraio 1890]
I. Lucìfer Thompson.
Il genere Zi/tv'/i:'/' proposto nel 1829 da Thompson (3~ì, venne più tardi da M. Edwards (4), nella Storia Naturale dei Crostacei, collo- cato tra gli Stomatopodi a lato dei Misidei.
. M. Edwards riconobbe come la storia di questa forma di Crosta- ceo, mancante dell'ultimo paio dei pereiopodi fosse tuttora incompleta, e riferì intanto al genere Lucifcì- (Leucifer) due specie differenti: L. Reynaudii dell' Oceano Indiano , e L. typus: dell'Atlantico.
Dana (5) confermò in seguito che nel genere Lucìfer mancano non solo V ultimo , ma anche il penultimo paio dei pereiopodi , de- scrisse quindi tre nuove specie: L. acestra , pacificiia ed acivula-
(1) Quest' omologia verrebbe resa probabile per la posizione dell' orifizio di questi due organi, che è la stessa nell' Oscanius e nell' .1. limacina, e per la loro grande analogia di struttura.
(2) Il lavoro completo verrà pubblicato in Appendice agli .UH della R. Accad. Se. (2), Voi. IV, 1890.
(3) Zoological Researches, pag. 5S, PI. VII, fìg. 2, 1829.
(4) Hist. Nat. dcs Crust. Tome II, pag. 467-69, PI. 26, fuj. IO, 1837.
(5) United States Explor. Exped. Crust. pag. 668-075, PI, 14, fig. 9, PI. 1.Ì, fìg. 1-3, 1852.
3
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ris, qiicsf ultimo però non è altro che una forma larvale — A can- tilo so ma stadium Cls. — d'un Lucifer.
Dana constatava intanto la presenza dell' apparecchio sessuale nel maschio <\q\V acestra, e di elementi spermatici (spcrmatofori) nel medesimo , con ciò ci abituava all' idea di riconoscere nel Lucifer una forma completamente sviluppata.
Semper (1) constatò più tardi anche l'esistenza dell'apparecchio sessuale femminile ; ciò non ostante Claus (2) lasciava indecisa la questione se il Lucifer sia una forma larvale o piuttosto una forma a completo sviluppo, e Sars (3) nel 18G7 scriveva: esser dubbio che il genere Lucifer Thompson rappresenti un animale a completo svi- luppo, ma piuttosto uno stadio larvale di un crostaceo superiore.
Studi più profondi fatti sull'organizzazione del Lucifer Reynau- (lii dal Dohrn, (1) portannio alla conclusione, che il Lucifo- è un crostaceo sessualuicnte distinto ed a completo sviluppo
Egli tuttavia non si pronunzia intorno al posto da assegnare al medesimo nella divisione dei Malacostraci.
Recentemente il Claus (5) ritorna sull'argomento, ed in seguito ad un più maturo esame sullo sviluppo e sulla morfologia dei Cro- stacei, conferma che il Lucifer non sia altro che un Sergestide allo stadio di Mastigopus; egli lo colloca quindi all'ultimo della serie nei Decapodi.
Io non voglio qui occuparmi dei caratteri sessuali del Lucifer^ sebbene questi abbiano servito presso antichi autori quali caratteri- stiche specifiche; essi sono stati ben stabiliti dal Dohrn (1. e). Nep- pure intendo determinare le variazioni che subisce il Lucifer prima di raggiungere il completo stadio di sviluppo ; lavoro morfologico questo, fatto diligentemente dal Brooks. {'o) Voglio soltanto dimo- strare come le differenze ritenute specifiche per le diverse forme del genere Lucifer sieno soltanto riferibili al periodo di sviluppo o sem- plici attributi individuali.
(1) Eeisebrief aus Manila, in: Zeit. Wiss. Zool. Bd.XfT, pag.JOf), 1S62.
(2) Ueber einige Schizopoden und niedere Malacostraken Messina, in: Zeit. W. Zool. pag. 433-37, 1S63-
(3) Ilist. Nat. des Crust. d' eau do uce de Norwège, pag. 6, 1S67. (4') Ueber die Gattung Lucifer , in: Zeil. U'iss. Zool. Ed. .V.17,
pag. 358-59, Taf. X.XVII, fìg. J-/0, U70.
(5) Zur Erforschung der Genealogische Grundlage des Crustaceen System, pag. 40, '1S7G.
(fi) Lucifer. A Study in Morphology, in: Phil. Tramaci. V. 173, parj. S7-90, 1882.
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M. Edwards allcrma (1. e.) che il L. /y)i>'.s; diiroriscc dal L. Rey- ■jiaudli, per la (brina del pezzo mediano della natatoia caudale ttel- sou), per la lung-liezza più considerevole delle lamine laterali (sesto pleopode Sp. li.) e per l'assenza apparento d' una separazione tra il cefalotorace ed il proluui^amento oculilcro.
La' prima di queste considerazioni è stata dicliiarata erronea dal Dolirn, il quale ha dimostrato che la dill'erenza del telson costitui- sce una caratteristica del sesso. La seconda In giustamente tra- scurata dag'li autori successivi: egli è facile , infatti , l' osservare come la medesima si trovi in rapporto m)u solo col sesso ma anche col periodo di sviluppo; e nel Luci/er (cfad.) per la relativa lun- ghezza del telson, questa differenza si ossci'va più sensibile che non nei giovani e nelle temine.
Per quanto riguarda p;ii 1" assenza apparente d'una separazione tra il cefalotorace ed il prolungamento oculifero, egli è da osservare che il Dana (1. e.) per i L. iypus ed acestra , il Claus (1. e), il Faxon (1) accennano nelle loro figure a questo fatto, però come ìia ben dimostrato lo Spence Late (2) questa separazione esiste ben di- stinta anche nelle forme tipiche del L. ^ypus adulto.
Faxon descrisse e figurò un esemplare di Lucifev il quale nel complesso dei suoi caratteri eoncordava completamente con un L. typus, però nella lunghezza dei peduncoli oculari s'avvicinava piut- tosto ad un L. ReyuaudU.
Recentemente lo Spence fiate dopo, aver dato una minuziosa de- scrizione di queste due specie, esprime la convinzione che nelle l'e- mine e nei giovani maschi del Lucìfer è impossibile constatare dei caratteri specifici differenziali, e che l'unica differenza che si possa •osservare nei maschi adulti del L. iyjjns e del Reynaudii è la lun- ghezza differente dei peduncoli oculari e la forma delle spine mar- ginali nella penultima somitc del pleon.
Nell'ultimo lavoro del Brooks sullo sviluppo del Lucifeì' si trova dimostrato come la lunghezza dei peduncoli oculari stia in rapporto collo sviluppo , ed in generale questi sono assai più lunghi uell' a- dulto che nei giovani, tuttavia le misure dato da Spence Bate si rap- portano ad individui adulti.
Gli esemplari che io ho potuto esaminare nella Stazione Zooh»-
(1) Description oT L ucif er typus , in: John Hoplcia's UaivcnUu Studies froin the Biological Lahovalovy, Voi. I, pag. 113-18. PI. 7 , 1879.
(2) Report on the Crustacea Macrura, in: Voy. II. M. S. Chal- lenger, pag. 443-469, PI. LXXXIII-IV, 'J888.
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gica <li Napoli (12 a 14 mm. di limgliezza) nella lunghezza dei pe- diuicoli oculari s' accordano completamente con un L. ReynaudU, quale è stato descritto e figurato dai diversi autori ; nel rimanente dei caratteri non potrebbe separarsi da un L. typus della medesima taglia. È da osservare però clie le spine marginali dell'ultima somite del pleon che variano pure una col sesso e col periodo di sviluppo, sono più spesse di quelle che si osservano normalmente in (quest'ul- timo. Il telson non offre al disotto una prominente papilla anale, ciò che fa supporre che gl'individui da me esaminati possano non essere ancora giunti a completo sviluppo.
Per tutte queste considerazioni io sono indotto a riconoscere che le diff"erenze ritenute specifiche per le diverse forme del genere Lucifer non sicno che semplici attributi individuali, e che il genere Lucifer debba attualmente esser rappresentato da una sola specie: L. typus (fig. 2) che avrebbe quindi una grande distribuzione geo- grafica (Oceano Indiano, Atlantico e Mar Mediterraneo).
II. Hippolyte Bunseni Pagstch.
Nel Mediterraneo finora si conoscono due sole specie di Ilippo- lyfe , cioè: //. CìxmcMì Lcach ed H. Bunseni Pagstchr. Quest' ul- tima assai rara , fu incontrata soltanto a Palma de Mallorca (Neu- inann). Nelle grandi profondità del Oolfo di Napoli si rinviene una nippoìyie la quale conviene assai strettamente con quest'ultima.
Il rostro è armato al di sopra con 4 a 5 denti, al di sotto con due denti minutissimi, raramente con un solo, il carpo nel secondo paio di zampe presenta sei articoli, il telson però si differenzia per la presenza di sole 5 paia di spine dorsali con quattro aculei ter- ]ninali.
Dim. cf ''^'h: Lungh. del cefalotorace e del rostro, mm. 2 » del pleon » <>
» del rostro » r>
Colorito giallastro.
III. Virbius leptocenus Heller.
IV. Chiorotocus gracilipes A. M. Edward s.
Il genere Cìilorolocus proposto recentemente da A. M. Edwards (Rccueil des Crusfcacés nouvcaux ou peu connus, 1883), è molto affine al genere Pandalus dal quale si differenzia sovratutto per la forma
del rostro, clcA-antcsi sulla metà circa del hoi'do superiore del cefa- lotorace in Ibruui di carena saliente la quale procode in avanti sino a o-uada^-uare l'apice della siiuania (esopodite) delle antenne esterne; ed inoltre per la presenza di due soli articoli al carpo del secondo paio di zampe.
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Dim. e/ ad.: |
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Lung'h. totale |
mm. |
5 |
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» del cefalotorace |
» |
16 |
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» dell'addome |
» |
20 |
Questa specie fu incontrata nel Golfo di Guascogna ad una pro- fondità di 352-370 m. I pochi esemplari esistenti nella collezione della Stazione Zoologica di Napoli provengono da diverse località del Golfo ad una profondità di 350-4GO m. (Pesca colle Paranze, 14 luglio 1889).
y. Brachycarpus Sp. Batc.
11 genere Bi'aclnjcai'pus fu proposto recentemente dallo Spcnce- Bate (1) per un Crostaceo molto affine nell' insieme dei suoi carat- teri al genere PalaPiìion Fabr. diffcrenziantesi però da quest'ultimo per l'assenza d'una spina braucliiostega sostituita invece da quella epatica, come nei generi Pfilaetìionella e Bithyms, per la presenza di un'unghia terminale al secondo paio dei piedi mascellari (1." gna- topode Sp. B.ì; ed infine pel diffcrcnto sviluppo del primo paio delle zampe ambulatrici.
Secondo quest'autore il genere Bì-acliycrn-jms si troverebbe dif- fuso al Nord dell'Atlantico ed al Sud del Pacilico. Le specie però indicate da Audouin (2) col nome di P. beaupressi e P. Petifflioua)'- sii appartengono evidentemente a questo genere, che si troverebbe quindi anche nelle acque del Mar Rosso. Una nuova specie appar- tenente a questo genere mi venne gentilmente olfcrta dal Signor Lo Bianco, ed io ho creduto indicarla col nome di Bracìiycarpus nea- X)Olitanus.
(1) Report Grustacea Macrura, in: Voy. IL M. S. Challenger, pag. 7 95, US8.
(2) Explication des planches de l'Égypte; Crustacés; par Savìgny, pi. io, ftg. 3-4, 1889.
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Brachycarpus neapolitanus n. sp. (fig. 1).
Il cefalotorace è liscio, lateralmente compresso, al di sopra ro- tondato. 11 rostro s' eleva snlla metà circa del bordo superiore del
cefalotorace, ed ha '■ 7" denti . il suo apice leggermente incurva- to in alto oltrepassa di poco la squama dello antenne esterne. An- tennule coll'articolo basilare lamelloso, armato internamente di due spine, il secondo articolo è cilindrico , il terzo più corto dei prece- denti sostiene tre flagelli dei quali uno interno ed uno esterno nudi e lunghissimi; uno mediano corto, fuso col primo e piloso. Antenne colla squama (esopodite) ovalarc all'apice troncata e munita ester- namente d'una spina terminale, col flagello (endopodite) assai lungo e nudo.
Il primo paio di zampe oltrepassa il rostro per oltre tutta la lunghezza della propodite, il carpo raggiunge quasi la lunghezza dei femore, però non oltrepassa la lunghezza dei due articoli successivi presi insieme.
Il secondo paio offre un differente sviluppo nel maschio e nella femina, nel primo presenta presso a poco lo stesso modo di confor- mazione del B. Audoidnii Sp. B. (1. e).
Le tre paia successive sono armate inferiormente di cinque a sei spinule nell'articolo tibiale, il dattilo presenta inferiormente due spine di cui una terminale più forte.
Addouie liscio, rotondato, colla prima , seconda e terza somite nei lai;bri laterali rotondati , nei due successivi triangolari. Telson con due paia di spine nel dorso e con quattro aculei terminali.
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Dim. (/ ad. |
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Lungh. |
totale |
mm. |
70 |
|
» |
del cefalotorace |
» |
1(5,5 |
|
» |
del rostro |
» |
21 |
|
» |
del plcon |
» |
40 |
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Colorito giallastro uniforme. |
VI. Arctus ursus Dana.
xVbbastanza rara si trova nello grandi profondità del Golfo di Napoli una varietà distinta dal comune Aì'cins iwsus (Sci/nancs arctus Fabr.), la quale si differenzia sopratutto perchè non raggiunge mai le dimensioni di ((uest'ultimo ed inoltre per la maggiore viva-
MI (M/a S'acdiJai. in. AuipoU ^€n /l' Fase./.
TvLV. IV
"^J? tic. St Sì^wz^'-.^'a^j i/li-
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cita e chiarezza dei colori. Nei diversi autori clic si sono occupati della fauna del Mar Mediterraneo non si la menzione della medesi- ma, però essa venne descritta e li<j:urata come varietfi distinta dal De Haau (P'auna Japonica Crustacea pag-. 154 , tab. XXXIII, lì'^. 2, 1850).
l»im. d'un o^ : Limgh. del celalotoi'ace mm. 22 Larg'h. » » 22
Luugh. deiraddoiiu' » 40
Nelle l'orme tipiche dQÌVA,-cius uj-sus il cclalotoracc è sempre più lungo che largo.
VII. Hetenocrypta Manionis A. M. E(hvards.
Vili. Ergasticus Clouei A. M. E(hva;'ds. (150 m. di profondità). NupoU, Stazione Zoologica, 1890.
Spiegazione della Tav. IV.
Fig. 1. Braclnjcai-puH neapolifanus n. sp. (grandezza naturale). » 2. Lacifcr iypus (12 volte ingrandito).
Contribuzione all'anatomia del sistema muscolare e nervoso del Dtbothriorhynchus Beneclenii Grety ( Tetrarhynchus tennis van Bened.) — Nota preliminare (li C. Crety.
(Tornata del 16 febbraio 1890)
In ([uesta breve nota preliminare rendo conto di alcune ricerche fatte intorno al sistema muscolare e nervoso di un Biholliriorhiiadiu^ che ho rinvenuto nella valvola spirale del Mifs/efus lacv/'s. Esso è piccolo, la sua lunghezza è di circa mm. -10 a 50, la larghezza del- l'ultima proglottide è di mm. 0,5: queste, però, presto si staccano dallo strobila, crescono rapidamente in volume e conducono per un certo tempo vita libera. Questo proglottidi libere si trovano sempre
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in gran numero nella valvola spirale insieme all'intero verme, ma, più spesso, questo manca e si osservano le sole proglottidi libere.
I.o scolicc è piccolissimo e breve, in rapporto al lungo corpo, e misura in media da 1,70 a 2 mm. Il capo è provveduto di due bo- tridii laterali mobilissimi, che presentano nel loro margine poste- riore una leggiera insenatura; essi misurano mm. 0,40 in lunghezza. Le proboscidi sono lunghissime ed esili. Il collo è graciletto ed allungato, alquanto slargato posteriormente in prossimità dei retrat- tori delle proboscidi; esso misura in media mm. 1,30-1,00. Imme- diatamente dietro lo scolicc osservasi un rigontiamento di forma ro- tondeggiante, che, per comodità di descrizione, chiamerò bulbo, lungo mm. 0,279, che separa nettamente lo scolice dallo strobila che daj)- prima sottile, gradatamente va crescendo fino a raggiungere nell'ulti- mo articolo la larghezza massima innanzi mentovata. La porzione anteriore dello strobila che segue il bulbo è estremamente sottile: le proglottidi dapprima piccole e brevi, appena più larghe che lun- ghe, divengono ^mano mano più grandi ; le ultime, che si staccano dallo strobila, sono moltissimo allungate e raggiungono una lun- ghezza almeno dieci volte maggiore delle prime.
Riferisco questo Biljotììriorìiynchus al D. tenins del van Bene- den (1), ma siccome il nome specifico dato da questo A. è stato già precedentemente usato per un'altro Dibothriorhynchidae dal ^^'edl (2) ed il nome specifico sostituito dalDiesing (D. gracilis ) incorre nello stesso difetto (3), così io credo opportuno per evitare equivoci e confusioni, indicare questo Bibothyiorhynchus col nome specifico <li B. BcnedcniL
Prima di descrivere il sistema nervoso stimo utile dare un ra- pido cenno intorno alla disposizione, che credo interessante, dei mu- scoli longitudinali dello strobila.
S/'sfcjiìa muscolare. — Nelle proglottidi mature e vicine a stac- carsi, i muscoli longitudinali sono ridotti a poche fibre per il forte sviluppo degli organi genitali. In proglottidi meno mature, i muscoli sono situati fra la zona corticale e la zona centrale; essi sono di- sposti a fasci e ciascuno di questi è separato dall'altro dalle glandolo genitali e dagli elementi del parenchima. Nelle sezioni trasverso questi fasci appaiono come piccole chiazze chiare, esattamente deli- mitate dagli altri tessuti, che si colorano più intensamente col carmi-
(1) Mémoires sur les 'Vers intestina ux, pag. 137-128. (•2) Silz. Ber. Akad. Wien. Bd. XVI fISò'ì), pag. 377. (3) Re vision der Ce ph al o e o tyleen, in: Sitz. Ber. Allad. Wien, Bd. \LYll , pag. 29!}.
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uio boi'arico. In i^roglottidi ancora jùiì giovani i lasci nmscolai'i aumentano «li volume diminuendo in pari tempo di numci'o ed in- vadendo la zona eentrale, mentre , ira ({uesti lasci longitudinali o le cellule della sul)Cuticola, appaiono numerose libi'e muscolari lon- gitudinali che si dispongono in modo omogeneo intorno agli anzi- detti lasci. In prossimità del bulbo i pi'imi lasci muscolari occupano tutta la zona centrale e si riducono a ([uattro solamente , mentre la zona corticale è occupata dagli altri muscoli longitudinali so- pra detti, che omogeneamente si estendono attorno ai (juattro lasci centrali.
Abbiamo dunque due distinti strati muscolari longitudinali, uno centrale, l'altro periferico, delimihati fra loro dalle cellule del parenchima.
Il bulbo è in gran parte formato di un grandissinu) numero di cellule parcnchimatose.
La sei'ie delle sezioni trasverse fa scorgere che i quattro fasci longitudinali centrali, al livello del lmll)0 , diminuiscono di volume e si portano verso la periferia, mentre i muscoli longitudinali peri- ferici cessano di essere visibili alla base del bulbo stesso. Per tra- sparenza sull'animale vivente e nelle sezioni longitudinali, si scorge che i quattro muscoli centrali s' inseriscono alla base dei quattro rigonliamenti delle proboscidi. Questi muscoli contraendosi hanno per funzione di ritrarre le proboscidi nell'interno della loro guaina mentre i muscoli dello strato periferico , hanno per funzione , con- traendosi, il raccorciamento del verme.
Sistema nervoso. — L'esame accurato di sezioni trasverse e lon- gitudinali di esemplari fissati col sublimato, colorati con carminio boracico , permette di fare la seguente ricostruzione del sistema nervoso.
Sistema nervoso dello strobila. — L'intera catena è per- corsa in tutta la sua lunghezza <la due lunghi nervi laterali, i quali non danno, per quanto risulta dai miei preparati, niun ramo colla- terale. La posizione dei nervi laterali è diversa secondo il diverso sviluppo degli organi centrali. Nelle proglottidi mature i siuldetti nervi, insieme ai canali longitudinali del sistema escretore, due per ciascun lato, sono respinti verso il margine della proglottidc nella zona, cioè, corticale e sono situati all'esterno dei due tubi escretori. A misura che si riducono di volume gli organi genitali, i nervi la- terali si vanno sempre accostando verso la zona centrale. Nelle gio- vanissime proglottidi, dove non si vede ancora traccia degli organi genitali, i nervi laterali sono situati nella zona centrale e compresi fra i fasci muscolari interni. A livello del bulbo questi nervi tro-
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vansi alquanto spinti verso l'esterno, circondati da numerose cellule parenchimatose.
Sistema nervoso dello Scolice. — ai Regione del collo. — A livello dei rigonfiamenti delle proboscidi la posizione dei nervi laterali è prcssocchè la stessa, che nello strobila; tro vansi essi nella zona cor- ticale, in rapporto con la snbcuticola all'esterno e con i due canali del sistema escretore ai lati, circondati poi dagli elementi del pa- renchima., dal quale non sono nettamente limitati.
I rigonfiamenti delle proboscidi possiedono un apparato speciale d'innervazione. Nel lato interno di ciascuno di essi vedesi un fila- mento nervoso che lo percorre in tutta la sua lunghezza, questo fi- lamento è circondato da cellule gangliouari. In sezioni trasverse que- ste appaicelo provviste di uno o due prolungamenti. Il loro conte- nuto si colora in rosa pallido, il nucleo intensamente ; sono inoltre voluminose e più grandi delle cellule del parenchima.
Nella parte superiore di ciascun rigonfiamento delle proboscidi il filamento nervoso si porla verso il parenchima fra esse inter- posto, ed accompagnato ancora da qualche cellula ganglionare , si unisce con quello proveniente dal rigonfiamento dell'altra proboscide dello stesso lato, formando un sol ramo che finalmente si congiunge con il nervo laterale.
Nella rimanente regione del collo i rapporti del sistema nervoso rimangono pressocchè invariati.
b) Regione della testa — Nella parte inferiore della testa il si- stema nervoso e 1' escretore conservano presso a poco i medesimi rapporti , però i nervi laterali si vanno sempre più addentrando verso la linea mediana. A circa metà altezza della testa, questi si vanno sempre più avvicinando e nelle sezioni trasverse , appaiono più allungati ; in questo punto cominciano ad apparire delle bellis- sime cellule nervose ganglionari , che occupano il centro della se- zione, orientate trasversalmente. Nella sezione che segue immedia- tamente, le cellule nervose aumentano di numero ; i nervi laterali sono sempre più vicini all'ammasso ganglionare e formano con que- sto tutta una massa, la quale, però, non è limitata dal tessuto cir- cumambieute.
Le cellule nervose si rendono ancora visibili per altre tre sezioni consecutive, però il loro orientamento non è identico per tutte ; in qualche sezione trasversa esse non compariscono in tutta la loro grandezza, e questo fatto m'indurrebbe a credere che la loro dire- zione sia alquanto obliqua.
I nervi latcì'ali adunque un poco più al di sopra della metà del- l'altezza della testa, si congiungono insieme pi esentando nel mezzo un
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ispessimento (jan.crlionare cefalico. Da questo ispessimento mediano prendono origine lateralmente ({uattro «rrossi filamenti nervosi, che si portano irradiando verso i mar;^'ini delle ventose: questi nervi sono grossi e si rendono visibili per ([ualclie sezione consecutiva; il loro diametro trasverso è di mm. (LO]."). Dalla parte anteriore del tranglio si staccano due filamenti nervosi ; in vicinanza dell' apice della testa ciascun filamento si divide in due rami, sicché si hanno ([uattro filamenti iu i-apporto con \c ([uattro proboscidi; un poco più innanzi ciascuno di questi si suddivide nuovamente in due rami, uno esterno, l'altro interno; l'esterno si porta verso la subcuticola della parte mediana ed apicale di ciascuna ventosa, l'in terno finisce a breve distanza dall'apice della testa,.
Le mie osservazioni si accostano nuìlto a quanto ha descritto e figurato il Lang (1) nel Teirarlnjiichu^ r/irtcilis: è evidente che i quattro nervi delle ventose sono perfettamente omologhi ai Saug- napfncrvcn dello stesso autore , i filamenti nervosi esterni agli a u s s e r e K o p f n e r v e n ed i filamenti interni agli i n n e r e K o p f- nerven; nella regione del collo e delle proglottidi la disposizione del sistema nervoso è pressocchè la stessa di quella osservata dal Lang. Anche il Pintner (2) in un pregevole lavoro lia descritto la strut- tura di alcuni Tetrarinchi: nella parte che si riferisce al sistema nervoso le sue osservazioni coincidono, in molti punti, con le mie. In un prossimo lavoro entrerò in più minuti particolai'i descrittivi e bibliografici.
P^saminaudo delle sezioni trasversc, l'aspetto reticolare dei nervi non è molto appariscente, invece essi si presentano come una massa omogenea finamente punteggiata. Nelle giovani proglottidi hanno un diametro trasverso di mm. 0,008 e non sono limitati da nessuna mcmhi-ana; sono circondali dagli clementi istologici del parenchi- ma e nelle proglottidi mature dalle glaudole genitali. Soltanto qualche rara cellula del parenchima trovasi nei nervi laterali ; cellule ner- vose non mi è mai riuscito vedere. Ciò si accorda con quanto ha osservato il Lang (3) in altri Tetrarinchi ed io stesso nel Soleuo- ibro. (4)
(1) A. Lang. Das Nervensystem der Cestoden. in: Millli. Z. Stai. Neapel, Bd. Il, 188 1, pag.372. Taf. XV-XVl.
(2) T. PixTNER. Untersuchungen ùber den Bau des Bandwurm- kòpers, in: Arh. Z. Inst. Univ. Wicn, Bd. Ili, IlrfL 2, pag. 163.
(3) A. Lang. 1. e. pag. 39 J.
(4) C. Cretv. Note morfologiche intorno al SoUnopìtorus megacephalus, in: Boll. Soc. Nat. in. Napoli, Voi. II, 1888, pag. 127.
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Le cellule nervose del ganglio cefalico sono voluminose; presen- tano alcune un diametro mag-giore di mm. 0,022 ed uno minore di mm. 0,005, altre un diametro maggiore di mm. 0,013 ed uno minore di mm. 0,005. Il loi'o contenuto protoplasmatico si colora in rosa pallido col carminio bor.acico, il nucleo è voluminoso. Le cellule sono circondate dalla massa nervosa fibrillare e dal parenchima ; inoltre si osserva che cellule parenchimatose si trovano commiste nel gan- glio a cellule nervose ed alla massa llbrillare.
La commessura nervosa dello scolice presenta un diametro mag- giore di mm, 9,057 ed uno minore di mm. 0,028.
Eoma, Lciboratorio di Anatohiia Comparaia della R. Univer- sità, Febbraio 1890.
Dell' azione della luce solare sui microrganismi. —
Memoria di Sergio Pansini.
( Tornata del 1 decembre 1889 )
^ I.
Letteratura
L'azione della luce sui microrganismi è un argomento di gran- dissima importanza così dal punto di vista esclusivamente batterio- logico e biologico , come dal punto di vista igienico ed eziologico; perciò ha richiamato da molti anni l'attenzione di numerosi esperi- mentatori, sicché oggi abbiamo già sull'argomento una non ristretta letteratura. Infatti il Raum (1) nel suo pregevole lavoro sull' « at- tuale stato delle nostre conoscenze sull'influenza della luce sui bat- teri e sull'organismo animale » ha esattamente riassunto tutto quanto dal 1877 all'anno in corso è stato osservato e sperimentato al i"i- guardo: e a ta,le lavoro rimando chi volesse avere più particolareg- giate notizie sull'iirtromento.
(1) Raum. Der gegen w ilr tige Stand unserer Kenntnisse iiber den E in fi u ss des Licbtes auf Bacterien und auf dea thie- rischen Organismus, in: Zeil. Ilijgieiie. ISS9, Bd. VI, Ilefl. II, pag. 312
Il problema è complesso, e comproiido diverse (luestioiii: ha la luce realmente un' influenza sopi'a dei micr()r<i:anismi ? se una in- Ikienza ci è, come questa varia a seconda della intensità della sor- gente luminosa; e a quali raggi dello spettro è pai-ficolarmcnk' do- vuta? K come i microrganismi risentono l'azione della luce nelle pro- prietà biologiche, e nelle propiuct'i patogene , se di proprietà pato- gene sono proA'veduti?
Tutte queste questioni relative tanto alla intensit'i e alle qua- lità delle diverse sorgenti luminose, quanto alle proprietà dei micror- ganismi sono state trattate e risolute in vai-io senso: onde non è inu- tile che prima che io esponga il risultato delle mie i-icerche, l'accia un breve ricordo storico dei precedenti lavori.
Downes e Klunt (1) esponevano al sole tubi contenenti il cosi detto liquido l'ermentescibile di Pasteur (acqua 1500, zucchero can- dito 70, acido tai'tarico 4, nitrato d'ammonio 4, carbonato potassico 0,0, fosfato di annuouiaca 1; il tutto neutralizzato con acido nitrico e filtrato), mentre contemporaneamente ne esponevano altri già ri- coverti di una lamina di piombo: e dopo un certo tempo di esposi- zione al sole, gli uni e gli altri tubi erano portati in istufa: dopo due giorni i primi erano restati sterili, mentre gli altri erano pieni di microrganismi. Con esperimenti eseguiti con siffatto metodo gli autori giunsero alle seguenti importanti conclusioni:
1) che la luce esercita una influenza nociva sullo sviluppo dei batterli e di quei funghi microscopici , che si accompagnano colla putrefazione e colla decomposizione , e che la sua efficacia è molto meno energica sui secondi che sui primi;
2) che , la luce sotto favorevoli condizioni impedisce , sotto men favorevoli condizioni ritarda lo sviluppo dei citati microrga- nismi;
3) che il massimo valore hanno i raggi diretti, ma che la luce diffusa conserva pure la proprietà di impedire lo sviluppo dei mi- crorganismi;
4) che le indicate proprietà dcvonsi attribuire precipuamente, ma non del tutto, ai raggi più refrangiluli:
5) che il liquido di nutrizione non perde per la insolazicne il suo potere nutritivo;
(1) Arthur Dow.nes and P. Blunt. Researches on the Eft'ect of Light upon Bacteria and other Organisms, in: Proc. R. Soc. Lon- don, Dee. 6, ISS7, Voi. XYV/, pag. 288.
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6) che i germi che si trovano in una soluzione nutritiva, pos- sono essere uccisi dalla sola azione della luce, sicché una soluzione putrida può per la sola azione della luce divenire sterile;
7) che la luce ha la proprietà di impedire la germinazione delle spore, che si trovano in uno spazio libero di aria.
Soyka (1) notò che la luce impedisce al principio la nitrilica- zione prodotta da fermenti oi'ganizzati.
Downes e Blunt (2) tornarono suirargomento da loro studiato, occupandosi specialmente dell' azione della luce monocromatica , e trovarono che il potere avverso allo sviluppo dei microrganismi ap- partiene ai raggi bleu e violetti, ma che anche gli altri raggi dello spettro non mancano della stessa proprietà.
Tyndal (3) e Jauiieson (4) sostennero che la luce del sole ha azione solamente sospensiva sullo sviluppo dei germi, non capacità di distruggerli, se i medesimi sono protetti dall'elevata temperatura, che opera contemporaneamente; a che rispose più tardi il Downes (5), che*i risultati ottenuti colle ricerche fatto assieme al Blunt si man- tenevano invariati non solo cspcrimentando in està, quando la tem- peratura diretta ai raggi del sole saliva a 60" del centigrado, qual- che volta perUno a 71"; ma anche in autunno (settembre ed ottobre), quando il massimo di temperatura era di 17" 8, e che tra i tubi co- perti di laminette di piombo e quelli liberi non ci era che la diffe- renza di 2" 5 in està, di 1" in inverno a vantaggio dei primi.
Serrano (6) si occupò dell'influenza dei diversi colori sullo svi-
li) Soyka. Ueber den Eiafluss desBodens aufdie Zerset- zung der organischen Substanzen, in: Zeil. fiir Biol. 1878, Dd. XIV, pag. 446.
li] Downes and Blunt. On the Influence of Light upon Pro- toplasma, in: Proc. R. Soc. London, 10 Dee. 1878, Voi. XXVIII, pag. 199.
(3) Tyndal. Note of the Influence exercised by Light on organic Infusion, in: Proc. R. Soc. London, i 9 Dee. 1879, Voi. XXVIII, pag. 212.
(4) Jamieson. The Influence of Light on Bacteria, in: Trans, and Proc. R. Soc. Vicloria. Voi. XX, pag. 2.
(5) Downes. On the action of Sunlight on Alicrorganism s etc: with a Demonstration of the Influence of Diffused Light, m: Proc. B. Soc. London, 14 Jan. 1886, Voi. XL. pag. 14.
(6) Serrano. Influence des diverses couleurs sur le dévelop- pement et la respiration rìes infusoires, in: Compi. Read. 1879, Tome LXXXLX, pag. 959.
liippo e sulla rcspii'azionc dc.irli inlusorii, e .trimise alle soL^Micnti con- chiusioni:
1) la luce attiva lo svilui^po dei niicror;,''auisini infusorii;
2) la luce verde lo ritai-da:
3) quando piccoli ammassi di microru'anismi sono trasportati in aciiua distillata, la luce violetta li ammazza prima della verde;
4) la produzione dell'acido carbonico è sempre ma<i<.'iorc alla luce violetta che alla luce di altri colori, minore alla verde;
5) la respirazione degF infusoi-ii è più attiva a luce violetta che a luce bianca, meno attiva alla luce verde che alla luce bianca.
I lavori più impoi'tanti venuti dopo apparten;,^ono tutti ai discepoli di Pasteur.
Ducleaux (1) dimostrò che mentre le spore del Tìjrof/rix sca- ber in istato di disseccamento resistono per anni al caldo ad una temperatura senegalliana , invece esposte al sole erano morte dopo due mesi ; che dopo un mese di esposizione , la loro germinazione era ritardata ; e che le spore dello stesso microrganismo, se "prov- venienti da una cultura in brodo di Liebig resistono meno di quelle provvcnienti da culture in latte.
Arloing (2) usò pel primo la luce artilìciale ; illuminando in camera oscura le culture con luce ottenuta da forti becchi a gas con varii colori di luce, ottenne:
1.° che l'aumento di luce l'itarda lo sviluppo del micelio del B. anthracis, e ne diminuisce la sporificazione;
2." che la nettezza, il numero, la rifrangenza delle spore è mag- giore nelle culture illuminate a raggi rossi che in quelle all' oscuro;
3." che la luce rossa è più favorevole della branca;
4." che i raggi gialli sono meno favorevoli dei rossi;
b." che i raggi chimici sono meno favorevoli dei rossi;
(3.° che in generale la sporulazione avviene meglio all'oscuro;
7." che infine le proprietà patogene non si modilicano , o forse piuttosto sono accresciute dai raggi chimici.
Ducleaux (3) sperimentò inoltre l'azione della luce del sole sui
(1) Ducleaux. Influence de la lumière du soleil sur la vita- lite des germes des microbes, in: Compi. lìend. I8S5 , Tome C. pag. 100.
(2) Arloing. Influence de la lumière sur la végétation et sur les propriétt'ri pathogènes du B. anthracis, in: Compi. Read. '1885, Tome G, parj. 378.
(3) Ducleaux:. Influence de la lumière du soleil sur la vita- lite des micrococcjs, in: Compi. Read. J8S,}, Tome CI, pag. 305.
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micrococchi (su quelli del bottone di Biskrn. , tlcl pcnfigo, del fu- ruucolo ctc), e trovò che l'azione della luce del sole varia se detti micrococchi sono a secco o se sono in li(|uido di cultura; che varia secondo la stagione , sicché mentre in condizioni ordinarie la vita- lità di questi micrococchi dura un anno , esposti al sole in cultura liquida durano (quaranta giorni in primavera, ([uindici giorni in està: a secco durano meno, diciotto giorni in primavera, due a tre giorni in està.
Arloing (1) si occupò poco dopo dell' influenza della luce del sole sulla vcgetabilità delle spore del Bacillo del Carbonchio: espe- rimentò non a luce diretta , ma raccogliendo la luce coli' eliostato sopra culture liquide; giunse a queste importanti conchiusioni:
1." che due ore di esposizione al sole alla temperatura tra 'STì" e 89° sopprimono la vegetazione delle spore: se la durata è di meno di due ore, la vegetazione è invece sospesa o ridotta;
2." che sono i raggi luminosi che hanno tale eflctrto, tutti com- binati, non alcuno di loro.
E nella seduta del ;U agosto dello stesso anno il surriferito spe- rimentatore (2) comunicò all'Accademia, che:
1." fatto germogliare in istufa ad opportuna temperatura le spore di Carl)onchio, se 24 o 48 ore dopo si trasporta il matraccio in stufa soleggiata il giorno, e in una ghiacciaia la notte, la formazione di spore da bacilli e di bacilli da spore continua , ma con lentezza, come se la evoluzione della cultura accadesse in un mezzo poco fa- vorevole;
2." la vcgetabilità del micelio sporulato , il cui sviluppo si ot- tenne in stufa oscura, è distrutta dopo 25-30 ore di esposizione al sole ad una temperatura di 30--36''; e le culture che si ottengono da una precedente cultura già soleggiata, resist.)no meno (nove a dieci ore) di quelle ottenute da altre non soleggiate;
3." nel tempo tra 1 e 30 ore necessarie a distruggere la vcge- tabilità di una cultura di Carbonchio in brodo , la ■s'irulcnza va di- minuendo in modo che le prime cavie inoculate muoiono nel tempo ordinario, le altre più tardi, le altre resistono ^quelle inoculate dalla cultura esposta per 30 ore) , e queste acquistano immunità più o meno forte.
(1) Arloing. Influence du sol e II sur la vegetabili té des spo- re s du B. anthracis, in: Compi. Rend. iSS5, Tome CI, pag. 511.
(2) ARLOiNr,. Influence du soleil sur la végétabilité et la vi- rulence du B. anthracis, in: Compi. Rend. 188Ò, Tome CI, pag. 535.
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Nocard (1) por darsi spi(>;i-a del (atto che lo spore del Caibon- c\\io hanno verso la luce una resistenza minore dei bacilli, emise la opinione che la luce colpisce non le spore , ma i bacilli nascenti, ossia i bacilli nell'atto che o:ermo<rliano dalle spore.
Arloing (2) riprese ancora a trattare le stesse questioni , ri- ;^-uardaudo sopra tutto le qiuilità della sorg-cntc luminosa , e con- chiuse:
1." che la luce a o-as impedisce in le.u'triero ^li'rado lo sviluppo del bacillo del Carboncino:
2." che la luce del sole in està frena, rapidamente il processo di ii'erminazione delle spore, se i ra.u-.ui solari possono lacilmente pene- trare nell'interno del li([uido di cultura:
'i.'^ che la luce del sole in està diminuisce g-i'adatamente la ca- pacità di crescenza dei lilamenti del Carbonchio, e può, uo-ualmente che il calore, trasformare le cultui'c in una serie di vaccini:
4." che questi effetti sono dovuti alla luce in toto, non ad alcuna specie dei ra.u-.ii-i che la costituiscono:
5.° che g-li effetti sono in rapporto diretto colla intensità della luce e colla trasparenza dei mezzi di nutrizione;
6." che la luce è un ao-ente biologico potente della vita dei mi- crobi i:
7." che la luce è proljabilmente un mezzo di attenuazione per molti, se non per tutti i microrg-anismi virulenti.
Strauss (3) riprese la questione della poca resistenza delle spore del Carbonchio ali" azione della luce , e dimostrò che mentre le spore in brodo muoiono dopo due a tre ore di esposizione al sole (in agosto), se tenute in acqua distillata sono ancora resistenti dopo otto ore di esposizione; questa differenza di risultati si spiega perchè nell'acqua distillata, per mancanza di alimento, le spoi-e restano im- mutate, ed incapaci di vegetare: mentre in brodo nutritivo le spore incominciano a germogliare , e 1" azione dei raggi solari si esercita non più sulla spora propriamente detta , ma sul bacillo nascente, che come essere nascente è più fragile , men resistente del bacillo adulto.
(1) Nocard. Recueil de médeciiie vélérinaire, 1884.
(2) Arloing. Influence de la lumière bianche et de ses rayons cons tituants sur le développement et les propriétés du B. anthracis, in: Ardi. Phy. Norm. Palh. Paris, Ì8S6, Tome VII, N." 3, pag. 209.
(3) Strauss. Sur l'action de la lumière solaire sur lesspores dH B. anthracis, in: Soc. Diol. 1886, pag. 473.
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A che Arloing (1) rispose die le spore sono uccise come tali: infatti esposte le spore al sole in tubi Pasteur, i quali poggiaA'ano su pezzi (li ghiaccio (sicché la temperatura interna non superava i -j- 4", alla quale temperatura la trasformazione delle spore in ba- cilli è impossibile) , portati detti tubi dopo 5 ore in istnfa da incu- bazione, i detti tubi restavano sterili.
Roux (2) ha dato alti'a spiega del fatto della minor resistenza delle spore alla luce in rapporto della resistenza maggiore dei ba- cilli, e ritiene:
1." che le spore del carbonchio resistono lungamente in luogo umido all'azione della luce del sole;
2." che le spore sono uccise più rapidamente quando sono espo- ste all'azione simultanea dell'aria e della luce;
3." che i brodi di cultura modificati per l'ossidazione sotto l'a- zione della luce non lasciano germogliare le spore del Carbonchio, mentre sono ancora adatti a nutrire i bacilli. Questa particolarità, egli conchiude, ha potuto far credere che la spora del Carbonchio resistesse meno del bacillo.
Arloing (3) riconobbe che la differenza di resistenza tra le spore ed i bacilli del Carbonchio possa essere attribuita in parte alla qua- lità del terreno di cultura , ma contradisse che 1' azione della luce non si riduca ad altro che a favorire l'azione dell'aria ; sostenendo invece che l'azione preponderante è l'azione della luce.
Finalmente Gaillard (4) espose nella sua tesi di laurea alla Facoltà di medicina di Lione, dopo ricerche fatte sotto la direzione di Arloing, i seguenti risultati:
1." la luce del sole rende attivi i movimenti di taluni batterli, mentre determina uno sprigionamento di ossigeno attorno ad essi;
2." è poco favorevole alla produzione delle materie coloranti per i bacilli cromogeni;
3.** i batterli in generale, e molti bacilli e micrococchi patogeni (allo stato di micelio e di spore) perdono assai rapidamente la loro vegetabilità quando sono esposti ai raggi del sole ;
(1) Arloixg. Les spores du B. anthracis sont n'-ellement tuóes par la lumière solaire, in; Compi. Rend. JSSù', Tome CIV, pag. 701.
(2) Roux, in : Ann. Insl. Paileur. 1887, Tome I, pag. 363.
(3) A.RLOING. Lettre à Monsieur Ducleaux, ai; Ann. Inst. Pasteur Tome I, 1887, pag. 594.
(4) Gaillard. De l'influence de la lumière sur les microrga- nismes, Lyon, 1888.
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4." la rapidità, cdu cui sparisce la vo.u-etabilità, varia scccmkIo la natura del mozzo ambiente;
5.° a un dato momento la vii'uk'uza di molli di loro può essere attenuata a tal seo-no, che permei-tc; di utilizzarli ([uali varciui:
()." la luce del sole favorisce lo svilujìpo di molta l'iiuu-lii iiiicro- scopici e dei lermeuti:
T." l'azione della luce e ma,u:i.riore in presenza dciraria. minore in assenza;
8." i diflercnti ra.u-;j,-i dello spettro hauno tutti una certa ellica- cia, minore di ([nella della luce co'mposta:
*.»." l'azione di questa è in rapporto coll'intcnsifà dei suoi và^ixi rischiai'anti.
Per mia pai'te ho trascurato di occuparmi dell'azione della luce monocromatica e della luce artilìciale, ed ho trattato l'argomento da un punto di vista esclusivamente pratico , limitandomi a studiare Fazione sui microrg-anismi, della luce del sole, senza riguardarla in rapporto al vario indice di rifrangibilità dei raggi, che compongono la luce bianca.
§ II. Luogo di esposizione e metodo di ricerca
Il luogo di esposizione al sole è stato sempre il tetto del secondo edilizio di questa stazione zoologica: perfettamente libero da tutti i lati, sicché le culture che si espongono , possono in qualunque ora del giorno tenersi rivolte al sole: a poche decine di metri dal mare, onde con temperatura non molto alta per la continua ventilazione; il tetto è coperto di pavimento di asfalto nero, sicché la ritiessione dei raggi caloriferi é bene scarsa. Tutti gli oggetti (tubi di culture, portoggetti, termometri etc.) erano tutti situati sopra un paiichetto di legno alto circa m. 0,15. In tal modo anche nel colmo dell'estate le culture mentre si trovavano esposte alla maggior copia di luce, non sopportavano mai una temperatura maggiore di 45", ma ordina- riamente erano quasi sempre tra 30" e 40*^, ossia non subivano mai tale grado di temperatura da essere nocivo allo sviluppo dei micror- ganismi.
Gli esperimenti in grandissima parte sono stati fatti in està, molti pure in primavera, taluni anche in inverno, ([uando riusciva di poter approfittare di belle giornate.
Per quanto è stato possibile, ho corcato di operare sempre con "culture su ukv.zì solidi, onde essere più sicuro di aver che fare cotìfrc-, l ■
culture pure , ed evitare 1" errore di attribuire ad azione della luco s;li effetti della convivenza dei microrganismi.
Per controllo verso le culture esposte alla luce del sole, ne espo- nevo altre pure al sole, ma all'oscuro, in tubi di vetro o sotto cam- pane di vetro annerito. (Ottenevo l'annerimento, tingendo tubi e cam- pane con mastice nero, sul quale spolveravo del nero fumo: si aspetta che il mastice si essicchi, e cosi si ripete più volte l'operazione fin- ché i tubi e le campane sieno perfettamente ed ugualmente anneriti, in modo da non trascurare alcun punto che lasci penetrare raggio di luce). Perchè le condizioni delle culture esposte al sole alla luce fossero sempre più prossime a quelle delle culture esposte al sole all'oscuro, mettevo le prime in tubi o sotto campane trasparenti; tap- pando, se si trattava di tubi , la bocca dei medesimi con turaccioli <li ovatta. Per brevità, d'ora in avanti chiamerò tubi, culture, pre- parati A quelli esposti alla luce del sole; e tubi, culture, preparati B quelli esposti al sole ma all'oscuro. Ho provato ripetutamente che tra tubi A e tubi B fino a temperatura di 30" non ci è nell'interno dei tubi, che la differenza di V, — 1 grado a vantaggio dei tubi B; che tra :W e 40" la difterenza è di 2" a :V' ; tra 40° e 45" la diffe- renza è di 2° a 4.° Queste osservazioni concordano con quelle di Downes (1), che invece usava avvolgere i tubi di controllo con la- minette di piombo. La piccola dil!erenza di temperatura è affatto tra- scurabile, e certamente incapace di produrre gli effetti, che vedre- mo appresso. La temperatura segnata nei varii esperimenti è sempre quella dei tubi A.
Dirò in seguito di altre modalità di metodica. I microrganismi su cui ho esperimentato , alcuni sono innocui , altri patogeni : tra i primi ho scelto taluni cromogeni , quali il B. prodìgiosu!^ , il B. violaceus (bleu dell'acqua) il B. pyocijaìieus (del pus verde), anche per vedere l'azione della luce sul pigmento: tra i secondi ho scelto il B. anthracis, il B. cholerae, il B. inurisepticufi, lo Sfapl/ylococ- cus allms.
(\) DowNEs. On the Action of Sunlight oii Micro rganisms with a Demonstration ofthe Influence ofdiffused Light, iri; Proc. R. Soc. London, 14 Jan. 1886, Voi. XIV, pag. 14.
>^ III.
Azione della luce solare sulla vegetabilità e sulla vitalità dei microrganismi
1. Chi voiilia nel modo più IhcìIc conviiicersi come la luce del sole ha uii"iiU]ueiiza nociva sullo sviluppo dei microrganismi , non deve che i-ipetei-e ([uesto esperimento molto dimostrativo: da culture pure non vei^chie di D. cuitln-acis o di B. prodi(jiosus o anche di qualche altro dei già citati microrganismi si l'accia, colle note pre- cauzioni di debita sterilizzazione, con l'ago di platino un innesto li- neare in due tubi di agar nutritiva glicerinata o in due tubi con pa- tate: gli innesti in agar e m patate si pongono metà in tubi A e metà in tubi 1>: gli uni e gli altii si tengono nella stanza. Se dopo 2-1-48 ore si osservano le culture o in patate o in agar, si vedrà che la cultura di lì. proilìf/'OKns o di B. anfliraris cresciuta alToscuro è più abbondante di quella cresciuta alla luce ; ossia che la nuova cultura nei tubi B si è sviluppata sulla superficie dell' agar o della patata , oltre il limite del piccolo solco segnatovi colla punta del- l'ago di platino , più largamente che sulla superficie della patata e dell'agar nei tubi A. Questa ditferenza dura uno o due giorni, dopo dei quali scomparisce, perchè le culture nei tubi A raggiungono in abbojidanza di sviluppo ({uellc nei tubi B. Lo stesso fiitto, salvo pic- cole diifercnzc quantitative, si verifica per gli altri microrganismi.
Egli è chiaro dunque, che la luce diffusa ha un'influenza ritardante sullo sviluppo dei microrganismi.
2. 'R da ciò si prevede che più notevoli effetti si debbono otte- nere dalla luce diretta: per provare 1' eflicacia della quale mi sono avvalso di tre metodi:
1 ) esponendo alla luce diretta del sole innesti recentemente fatti dei varii microrganismi su patate o agar: 2) esponendo le culture belle e sviluppate: ?>) esponendo in preparati a gocce pendenti gocce di culture in brodo, o gocce di culture in gelatina di quei micror- ganismi che fondono la gelatina.
I. B. pyodigiosus. Espongo a proposito del B. ih-odir/iosus tutte le particolarità di esperimento, di cui mi risparmierò di riferire a proposito degli aìtt'ì, pei quali la tecnica seguita è stata scmpi-e la medesima. Da una colonia su piastra di gelatina di B. prodigiosus o da giovane cultura pui*a del medesimo si fanno p. es. dieci innesti lineari su patate in tubi o in tubi di agar: una metà di ciuesti tubi si mette in tubi A, l'altra metà in tubi 1]; i tubi A e B si tappano
— :a —
con ovatta, e si espongono al sole in posizione verticale, avendo cura che la superficie a becco di flauto dell'agar o delle patate (le patate sono state prima pulite con spazzola, poi sono tenute per '/, ora in bagno di sublimato corrosivo all'I 0[00; indi tagliate in pezzi, senza comprendervi la parte più esterna , di forma approssimativamente triangolare in modo da avere una superficie a becco di flauto ; poi sterilizzate alla stufa a vapore) la superficie, dico, sulla quale era stato praticato l' innesto fosse rivolta al sole: questi innesti li riti- ravo a coppie (uno da un tubo A, l'altro da un tubo B) in un espe- rimento di 2 in '2 ore, in un altro di 1 in 1 ora, in un altro di y^ in '/, ora , in un altro di '/^ in '/^ di ora. Gli innesti ritirati dai tubi esterni A e P> erano portati in laboratorio, e qui lasciati svi- luppare a luce diffusa. Sul B. procUr/iosus ho sperimentato non meno di trenta volte, e nelle varie stagioni, in està con massimo di tem- peratura di 45", in inverno con minimum di 14': la maggiore durata di esposizione è stata di 10 ore (in està dalle 9 a. m. alle 7 p. m.), la minor durata è stata di y^ di ora. Tutte 'le volte si è verificato che le culture degli innesti 1> al giorno successivo erano rigogliose, e senza notevole differenza tra loi'o, mentre quelle degli innesti A, a seconda della durata di esposizione alla luce, o non si erano an- cora sviluppate od appena; generalmente gli innesti esposti alla luce lungamente (4-10 ore), al giorno ;lopo non sono ancora sviluppati, mentre quelli esposti per un minor tempo ('/^ fino a 3 ore) mostra- no un leggiero sviluppo al giorno seguente, e molte volte è possi- bile vedere ditferenza di sviluppo tra il tubo esposto V4 di ora e quello esposto 1 '/j' ~ '^^'^'- ^tui una esposizione minore di un '/^ di ora non si osserva alcuna apprezzabile diflerenza della cultura A in confronto della cultura compagna B, ossia tenuta esposta al sole, ma all'oscuro, per la stessa quantità di tempo.
La dilferenza di sviluppo tra culture A e culture E è alquanto meglio visibile sugli innesti in patate che su quelli in agar: ed essa si mantiene per le culture A tenute esposte più di :i ore n(ni sola- mente oltre il giorno seguente , ma persino al sesto giorno i:i in- verno, e lino al ([uarto giorno in està: latto di cui si intende la ra- gione , giacché si conosce che 1' accrescimento dei microrganismi, coefeì'is pavibuf^, è più rapido di està che di inverno. Dopo il quarto o sesto giorno le culture A raggiungono in abbondanza di sviluppo le culture B.
Tenendo in posizione verticale un recente innesto di B. prodl- f/iOf!US su agar o patate esposto al sole anche per la maggior durata di 10 ore, a me non è accaduto, malgrado ripetuti esperimenti, di ottenere che il tubo di agar o di patata fosse rimasto sterile.
Non ò cosi so i tubi con gli innesti inuncdiatamcntc fatti sono esposti alla luce del sole in posiziono ([uasi orizzontile , o per inc- jrlio (lire con una leggiera inclinazione, tenendo con un piccolo scan- nett;) al([uanto elevato l'cstrenio superiore ossia la bocca dei tubi, por modo che la suporlìcie su cui tu tatto Tinnosto, sia oi'izzontale, ed avendo cura di spostare i tubi ogni due ore, sicché i raggi del sole cadano per quanto è possibile in direzione poi-pendicolaro allo supoilicie di innesto: in ([uosto modo dopo un certo numero di oro si ha la completa sterilizzazione degli innesti.
(.'ito a ragion di esouipio tahnii esperimenti.
a) 0 Settembre 89 : alle ore 10 a. m. esposti due innesti A da giovane cultura di B. prodif/ioiin ed uno B su patate; due A e uno B su Agar: cielo in liualche momento annuvolato: ritirati .gl'innesti alU 5 l-[2 p. m.; t:ìmp: 3lJO--2ó\
10 Settembre Innesti A su patate Innesto B su patata svihippato.
e Agar 0 Innesto B sa Agar sviluppato.
11 Idem s » •;) 0 Innesti B sempre pia svihippatl.
12 Idem n » a (J ;> a »
13, Idem i) i) » 0 i) d d
14 Idem n n « 0 ;) » n
(irinnosti del Jj. prodi {/ioRus su patate e su agar erano morti dopo 7 '/, **i'^' '^i esposiziono alla luco solare.
h) 12 Settembre S9: alle ore 11 a. m. esposti due innesti A e uno B sa patate, due iimesti A e uno B su Agar: innesti ritirati alle 5 p. m., cielo sereno; temp: 35'^-28*.
13 Sattemljre Innesti A su patate Innesto B su patata.
e sa Agar 0 Innesto B su Agar sviluppati.
Innesti A » U Innesti B meglio sviluppati.
« « i) 0 1) )). ))
•)i « )) 0 » « a
n ',) . 1) 0 » a « ,
Grinncsti di B. pr()(Ji(jlosiis su patate e agar erano morti dopo sei oro di esposizione.
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14 |
Idem |
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15 |
Idem |
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16 |
Idem |
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17 |
Idem |
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e) 13 Settembre 89: alle 9 1^2 a. m. esposti tre innesti A e uno B su patate di D. prodigiosus; tre innesti A e uno B su Agar : tolti gli innesti A tre ore, quattro ore, cin- que ore dopo esposti; gli innesti B tolti dopo 5 ore.
14 Settembre 89 :
Innesto su patata A tenuto 3 ore 0 Innesti B su patata e
agar sviluppati.
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« |
agar |
« |
« |
n |
0 |
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» |
patata |
« |
4 |
« |
0 |
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« |
agar |
)) |
)) |
« |
0 |
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» |
patata |
« |
5 |
» |
0 |
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n |
agar |
)) |
n |
» |
0 |
15 Settembre 89 :
Innesto su patata A tenuto 3 ore poco sviluppato Innesti B sviluppa-
» agar « n » poco sviluppato tissimi.
)) patata » « 4 0
)) agar » « « 0
« patata « « 5 0
)) agar » « » 0 '
16 Settembre 89 :
idem.
Innesto su patata A tenuto 3 ore più sviluppato
« agar « d « « più sviluppato
» patata « « 4 n 0
)) agar » h « « 0
n patata « » 5 n 0
)) agar « )j )) « 0
17 e 18 Settembre 89:
Innesti A su Agar e patate
tenuti 4 e 5 ore 0
Gli innesti in agar o patate non sono morti dopo 3 ore di c- sposizionc alla luco del sole; sono morti dopo 4 ore di esposizione.
Gli esperimenti anzidetti, ed altri analoghi clie per brevità tra- lascio di notai'e, dimostrano che il B. ìrrodigiosus innestato su agar 0 patate nniore , esposto alla luce del sole, ad una temperatura tra 25° 35° muore tra quattro e cinque oi-e.
Riassumo per gli altri batterli i risultati degli esperimenti.
lì. injuvìiaiwns. K molto più l'esistente airaziono della luce del sole che non il precedente.
Su innesti esposti in està (luglio , tcinp. 30° 15",) in posizione verticale il miniiniun di durata, per avere didercnza tra innesti A e innesti ]> è di un'ora. (rPinnesti tenuti in posizione oi'izzontale in ^^cttenlbre 1;enip. 35" 25" in aji-ar diventano stei'ili dopo 10 ore di esposizione alla luce.
B. riolaceus. ]•] ancora più sensibile del IJ. ijrodifiìosìts all'azione della luce: su di esso ho esperinientato in iuA-crno (marzo, tcmp. 15" ■JO"): con innesti esposti in posizione verticale era pos?',ibile avere differenza di sviluppo tra innesti A e innesti M dopo 10 minuti di es[)osizi(nie ; e se gli innesti erano tenuti fino ad un' ora al sole, era possibile vedere la dilfercnza ti'a lo sviluppo in innesti A e in innesti B ancora otto giorni dopo.
Quando A'olevo esperinientarc collo stesso microrganismo per provare l'azione della luce del sole a raggi cadenti quasi perpen- dicolarmente alla superfìcie d'innesto, la cultura della collezione non era pii'i attiva. La grande sensibilità dello stesso microrgani- smo verso la luce è dimostrata con un altro metodo, come vedre- mo appresso.
B. anilh-acis. E tra i più sensibili dei bacilli patogeni: con in- nesti esposti verticalmente tanto in inverno (marzo, temp. 15° 20"), ([uanto in està (luglio, temp. '.MT 40") si osserva ritardo di sviluppo relativamente agli innesti B dopo '/g d' ora di esposizione. Su tubi esposti oltre due ore, la differenza di sviluppo può essere ancora notevole fino a se(,te giorni dopo ia inverno, Ihio a quattro in està.
La diflerenza è più notevole su patate che su agar.
Gl'innesti esposti in posizione orizzontale ( sctt. 35" 28" ) se su patate sono sterilizzati tra 4 e 5 ore, se su agar dopo 6 a"*7 ore.
B. murisepiicus. Su tubi esposti verticalmente ( luglio, temp. 30" 40") la differenza di sviluppo degl'innesti in paragone degli innesti B si incomincia a notare dopo '/j ora. La sterilizzazione degli in- nesti esposlii al sole orizzontalmente, così per quelli su agar, come per ([uelli su patate, accade (settembre, temp. 35" 28°) tra cinque o sei ore.
B. cìiolerae. Sensibile quasi quanto il bacillo del Carbonchio : è sterilizzato (settembre, tcmp. 35° 28°), tanto su patate quanto su agar, tra 4 e 5 ore di esposizione.
Stap/iylococcus albus. Gfli innesti posti in posizione verticale manifestano ritardo di sviluppo dopo un minimum di esposizione di % ora (luglio, temp. 30" 40°): in posizione orizzontale sono stcriliz-
zati (settembre, tcmp. 35" 25°) su agar dopo 0 ore di esposizione, su patate tra 8 e 10 ore.
Dei tubi di agar e di patate innestati e rimasti sterili per 1' a- zione della luce mi sono in seguito servito praticandovi sopra o in- nesti del microrganismo, di cui erano stati inutilmente innestati, o di altri microi'ganismi; e li ho portati o in stufa di incubazione o te- nuti in istanza, allo scopo di vedere, se mai i materiali di cultura fos- sero per r azione della luce divenuti inadatti allo sviluppo dei bat- teri. I nuovi innesti sono stati tutti fertili: segno che la luce agisce veramente sui microrganismi, non sul terreno di cultura.
Prima di passar oltre possiamo ricavare tre importanti conchiu- sioni: V che sugli innesti di microrganismi posti nelle condizioni di- scorse la luce ha un'azione assai più efficace, se i suoi raggi cadono in direzione quasi perpendicolare alla superficie su cui furono fatti gli innesti, e che in questo caso, dopo un certo numero di ore essa uc- cide i microrganismi: se invece i suoi raggi cadono sotto un angolo molto ottuso, la sua azione non si manifesta che come ritardante lo sviluppo; 2- che l'efficacia dell'azione della luce varia secondo il terreno di cultura : gli innesti di B. anthracis esposti in posizione orizzontale sono sterilizzati più rapidamente se su patate che se so- pra agar; gì' innesti di B. 2)yocyaneuSj, di Siapliylococcus albus più rapidamente su agar. Del pari il ritardo di sviluppo è più notevole sugli innesti in patate per il B. procUgiosus, il B. riolaceus, il B. anthraci^'- •>" i materiali di cultura esposti alla luce non lianno però perduto il loro potare di nutrizione pei microrganismi.
II. Altro modo di esperimeutare l'azione della luce sui micror- ganismi è quello di esporre al sole culture belle e sviluppate , ma non vecchie, di quahumo dei citati microrganismi in tubi A e tubi B , e dopo 1 , 2 , ;H , 4 etc : ore di esposizione togliere una piccola ([uautità tanto dalla cultura A quanto dalla cultura B con l'ansa di pla- tino sterilizzata, e lare dell' una e dell'altra innesto in tubi di gelatina fusa a 35" e questa ridurre in piastre, sulle quali si conta il numero e si osserva il tempo dello sviluppo delle colonie. Quanto al numero delle colonie se l'innesto con l'ansa di platino era preso dopo due , tre ore e più di esposizione alla luce, si aveva ordinariamente sulle piastre A (chiamo piastre A e piastre B quelle ottenute da innesti tolti alle culture A e alle culture B) un numero di colonie minore che sulle piastre B: non riporto alcun saggio di queste osservazioni perchè molte cifre sono contradittorie, per una ragione facile a in- tendersi: che cioè coll'ansa di platino (e lo stesso accadrel)be coll'ago 0 colla spatula di platino) si può togliere involontariamente dalla cultura su agar o patata esposta alla luce una gi-ossa masi^a, ed una
— :>() —
piccola massa della cultura all'oscuro ovvero il contrario: iuoltrc, per quanto io ho potuto constatare, l'azione steiùli/zante della luco sullo culture in agar o patate a supei'licic a becco di flauto è più pronta verso la punta del becco di (lauto, ove lo strato di cultura è più sottile e il sosti-ato nuti-itivo lìiù rapidaineuto si dissecca, che in basso, ove lo condizioni sono opposte: sicché per controllare esat- tamente tra le piastre A e quelle li bisoguerebbe aver preso non solamente masse approssimativamente ugnali di innesti, nui ancora alla stessa altezza nelle culture A e 1>: condizioni non facili ad ot- tenersi. E però vero che se si soddisfa approssimativamente alle condizioni in discorso, e l'esposizione al sole è durata uno, due gioi'ui, costantemente il numero delle colonie delle piastre A è minore che che sulle |iiastre B. Ma anche che l'esposizione fosse durata 1-2 ore e si tengono le piastre, se di està, in camera di ghiaccio ( con elicsi impedisce che lo sviluppo delle colonie sia più rapido) si avvera co- stantemente, (l'esperimento è stato fatto sul B. prodigìosus, sul B. pyocyaneus, snl B. cfjiUn-acis) che lo sviluppo delle colonie sulle pia- stre A è più tardo di 12-24 ore in paragone alle piastre B.
E fuori dubbio adunque 1 ' a z i o n e r i t a r d a n t e d e 1 1 a lu e e s u 1 1 o sviluppo dei microrganismi. Di vero gli antecedenti esperi- menti con cui si dimostraA-a ritardo di sviluppo tra gli innesti espo- sti alla luce relativamente a quelli all'oscuro potevano pure inten- dersi come dipendenti dal fatto che una parte dei microrganismi dis- seminati fosse uccisa dall'azione della luce, e che essendone soprav- vissuta un' altra parte, questa era relativamente minore che per gli innesti B, doA'e i microrganismi erano incolumi. Sicché detto ritardo di sviluppo negli innesti esposti alla luce si deve spiegare dipendere e dall'azione ritardante e dell'azione sterilizzante della luce solare. Xon mi é mai riuscito di poter ottenere di alcuna cultura bella e sviluppata su agar o su patata di alcuno dei bacilli studiati la ste- rilizzazione nel termine di dodici ore (dalle 7 a. m. alle 7 p. m. in està); la ragione suppongo che sia, che, pure lùinanendo uccisi i mi- crorganismi posti alla superficie, gli altri degli strati inferiori re- stano protetti e difesi : bisogna perciò esporre per parecchi giorni di seguito per ottenere TcfMto. Culture di B. pvocligiosus su patate le ho trovato sterili in està dopo tre giorni, tenendole esposte dalle 8 a. m. alle 7 p. m. a temp. 10" 27". cioè dopo una durata totale di 33 ore (che la cultura fosse divenuta sterile si dimostrava col fatto che da essa facendo innesti p. es. su tubi di gelatina, questi restavano sterili): mentre nelle stesse condizioni la cultura su agar era ancora attiva dopo 8 giorni. In inverno (marzo, temp. 20" 12°) la cultura in patate diveniva inattiva dopo (> giorni, tenendola espo-
— co- sta dalle 9 a. in. alle 4 p. ni. ossia dopo 42 ore. Delle culture belle e sviluppate di IJ. violaceus (marzo, temp. 20° 12°) esposte alle 9 a. m. e ritirate alle 5 p. m. divennero sterili, quelle su patate dopo 4 giorni (32 ore), quelle su a.!j,-ar dopo 8 giorni ((34 ore).
Il B. j)ijocyaneas esposto in està (agosto) dalle 8 a. m. alle 7. o ni. non era ancora sterile su agar dopo 10 giorni di esposizione (dopo 110 ore)
Non ho più lungamente insistita ad cspcrimentare su culture belle e sviluppate, perchè come si vede dai pochi esperimenti ese- guiti, è necessario molto tempo per ottenere la sterilizzazione ; ed ancora perchè è ben raro che accada in natura il presentarsi di cosi grandi masse di mici-organismi quali quelle che noi raccogliamo nei nostri tubi di cultura.
III. Perciò son ricorso ad un altro modo di sperimentare : Da una cultura in brodo o da una cultura in gelatina di un microrga- nismo fondente si t 'glie con 1' ansa di platino già sterilizzata alla lampada un certo numero <li gocce , delle quali si fanno altrettanti preparati a gocce pendenti che si chiudono con vasellina: tutti i pre- parati si portano al sole sotto una campana di vetro trasparente, ed uno si porta al sole sotto una campana di vetro annerito nello stesso modo che ho già detto dei tubi: i preparati sotto la campana A si ritirano di tempo in tempo dcterminat;), e contcmpoi'aneamente al- l'ultimo di tali preparati si ritira il preparato B, che serve di con- trollo: di questa e di quelli si fa innesti in tubi di gelatina, che si riducono in piastre. Per non perdere nulla della goccia di cultura impiegata si solleva il coproggetti dal preparato a goccia pendente, con carta sugante si taglie quél pò di vasellina che è al contorno, e la parte residua di vasellina si asporta percorrendo il contorno del vetrino coproggetti con un pezzetto di carta bibula bagnata di xilolo, e lo xilolo si toglie passando ancora sul contorno del vetrino un pezzetto di carta bibula asciutta ; la vasellina viene cosi tolta del tutto, e lo xilolo è parte evaporato, il resto tolto dalla carta bibula. Se il coproggetti è grande da non entrare nella bocca dei nostri ordinari tubi di gelatina lo si tiene per uno dei suoi angoli con una pinzetta sterilizzata alla lìamma, e con forbici ben taglienti pure sterilizzato si t.iglia il vetrino verso uno dei suoi lati in modo che la goccia resta intatta: queste piccole pratiche che ponno sem- brare alquanta difficoltose . se eseguite con un pò di diligenza rie- scono sicuramente, tranne (lualche rara eccezione. 11 ^ch'ina colla goccia si fa cadere in tubo di gelatina fusa a ;>5'\ e di (|uesta si fa la piastra di g(datina sec-oudo le note regole.
Sulle j)iastre cosi ottenute si calcola il numero didle colonie del
— (U —
7iiicr()rganisino che si studia: ([ualclic colonia csti'anoa è Cacile a tro- varsi, per germi trasportativi colla faccia lil)cra del vetrino , o per Sjermc caduto dell'aria durante la manipolazione descritta: ma cono- scendo i caratteri diagnostici delle colonie si evita facilnicnte 1' er- rore di calcolare qualche colonia estranea.
Questa serie di esperimenti sono stati eseguiti sul li. riolaceus, sul B. anihi-acìs, sul B. nmi-lsepUcu^.
B. violaceus.
a) i^ Marzo: esposto alle 11 a. m. sei pi'eparati A a gocce pendenti ot- tenuti da una piovane cultura pura in brodo di B. violaceus , e un preparato B : ritirati prepa- rati di 1][4 in 1^4 di ora: di tutti fatti innesti in gelatina , e ottenute piastre. — Tempo buono : temp: 250-23o. 6 Marzo : Piastra B . N. di colonie 8920
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Piastra A 1^4 di ora |
334 |
|
'.) )) ì\2 '.) 1) |
95 |
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1) « 3-[4 « » . . . . . |
0 |
|
-,) )■> 1 » « |
0 |
|
',) ;) 1 l-[4ì) « |
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|
» /) 1 l{2i) )) ..... |
0 |
Bacilli morti. tra '/^ *^ % f^i ovu.
b) 22 Marzo: alle H a. m. esposti sei preparati A, ed uno B: ritirati di 1^4 in li;4 di ora: cielo sereno, temp: 2ó''-20°:
|
29 Marzo: Piastra B |
|
|
piastra j) |
A 1^4 di ora » li2 1) » 3i4 1) » 1 » |
|
3 :) |
)) 1 1^4 )) )) 1 1^2 » |
N. di colonie 530 U 15 0 0 0 0
Bacilli morti tra '/, ora e % di ora.
cj 29 Marzo: esposto alle 11 a. m. sei preparati A e uno B: ritirati di ll4 in i\i di ora; cielo sereno: temp: 2ó°-23.
4 Aprile;
|
Piastra B |
N. di colonie 72.> |
|
Piastra A 1^4 di ora |
9 |
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,) )) li2 )) |
0 |
|
,) •-) 3-[4 ;) |
0 |
|
;) )) 1 )) |
(» |
|
',) ;) ì i\i ,) |
0 |
|
■y ■>) 1 li2 )) |
0 |
Bacilli morti tra \.\ e y, ora di esposizione.
02
l)a tutti e tre gli esperimenti si rileva che una goccia di cul- tura in brodo di B. violaceus a tenip. 25°-20° diventa sterile tra '/^ e y^ di ora.
B. Anthracis.
a) 14 Maggio: esposto alle 12 m. 12 preparati a gocce pendenti A e uno B di B. anlhracis ricavati da giovane cultura in gela- tina: ritirati i preparati di lo' in 10': temp. 40°-32.°
16 Maggio 89: Piastra B
17
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Piastre A |
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Piastra B |
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Piastra A |
10' |
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)) |
)) |
20' |
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» |
)) |
30' |
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1) |
« |
40' |
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)) |
)> |
50' |
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)) |
)) |
60' |
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)ì |
1) |
ì" 10' |
|
)) |
» |
1° 20' |
|
1) |
)) |
r 30' |
|
1) |
« |
r 40' |
|
)) |
)) |
r 50' |
|
« |
)) |
2" |
N. di colonie 2520 0 fusa 36U 130 4 3 4 5 0 0 0 0 0 0
Bacilli del carljonchio morti tra 1 ora e 1 ora e 10 minuti: anche qui si nota che lo sviluppo delle colonie nella piastra 13 ha preceduto di 1 giorno quello ilella piastra A: fatto verificatosi anche negli altri esperimenti.
b) 12 Maggio: alle 9 1x2 a. m. esposto otto preparati A ed uno B: riti- rati di 1^2 in 1^2 ora: tempo bellissimo: temp: 29"-25."
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14 |
)) |
Piastra |
B |
N. di colonie 3500 |
||
|
Piastre |
A |
0 |
||||
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16 |
» |
Piastra B |
, |
. fusa |
||
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A 1^2 « 1 « 1 1^2 |
oi-a . |
3 1 2 |
||||
|
)) |
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1) |
o |
|||
|
)) |
» 2 li2 |
.. 0 |
||||
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)) |
« 3 |
» |
0 |
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1) |
» 3 li2 |
0 |
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0 |
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|
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B |
|
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|
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« 2 1^2 |
|
» |
« 3 |
|
» |
» 3 li2 |
|
» |
)) 'i |
e) lo Maggio: alle il a. m. esposti otto preparati A e uno B ila cul- tura in brodo: ritirati di 1^2 in 1^2 ora: toinpo buono: temp. 34o-2G.'>
17 « Piastra B X. di coionio iOJ
U
fusa
ora 45
« 2
I
» 0
0
» 0
0
« 0
Bacilli del carbonchio morti tra 1 Va e 2 ore di esposizione.
Dai tre esperimenti si rileva che il B. del carbonchio in gocce di brodo 0 di gelatina a temp: 40''-25" muore tra 1 e 2 V, ore di esposizione alla luce del sole.
B. riiwisepiicus. — Le gocce di cultura iu brodo in agosto, (temp: 38°-30'') diventano sterili tra lei '/, ora.
E degno di nota il fatto che una goccia pendente di Carbon- chio viene sterilizzata tra 1 e 2 V2 ore; mentre un innesto di Car- bonchio su patate è sterilizzato in 4-5 ore, su Agar in G-7 ore. Ora la quantità di bacilli che viene raccolta da un'ansa di platino è sem- pre maggiore di quella che può essere attaccata al filo platino: col primo modo di esposizione (goccia pendente) viene sterilizzata una maggiore quantità di microrganismi, che non col secondo (facendo innesti coll'ago di platino su patate 0 su agar).
^ III.
Azione della luce sulla sporificazione dei bacilli
Provato che i bacilli del Carbonchio in preparati a gocce pen- denti muoiono tra 1 e 2 '/, ore di esposizione alla luce del sole, ho tenuto esposto al sole per \\, Y^, •%, 2 ore dei prejìarati A e dei preparati E, a gocce pendenti in brodo, di Carbonchio tolto da una cultura in gelatina in cui mi sono assicurato clie non fosse ancora incominciato il processo di sporificazione: e dopo ho portato i pre- parati A e E in stufa di incubazione. Mentre nei prepai-ati E dopo 48 ore di dimora in stufa a 37" si riscontravano quasi esclusivamente spore, nei preparati A la sporilicazione è appena incominciata dopo
— GÌ —
48 ore e ancora lino al quarto giorno si mantiene scarsa ed incom- pleta. Ninna d inerenza mi è riuscito di osservare in queste spore sia per dimensioni, sia per ril'rangibilità, sia per colorabilità verso il li(inido di Ziehl.
S IV.
Azione della luce solare sulle spore
Le spore sono state esposte in gocce pendenti, su vetrini coprog- getti a secco, su fili di seta.
Per ottenere spore esclusive di Carbonchio si tiene una cultura in brodo di Carbonchio in avanzata sporificazione alla temperatura di 80'" per la durata di 20 minuti: dalla cultura così trattata ho fatto i preparati a gocce pendenti, ovvero con gocce della stessa ho spal- mato la superficie di vetrini coproggetti, od in essa immersi e iwi asciugati i fili di seta.
1." Spore di Carbonchio in gocce di brodo.
a) 22 Marzo: esposti alle ore 11 a. m. 6 preparati A a gocce pendenti
di spoi'e esclusive, ed un preparato B: ritirati di \\1
ora in 1^2 ora; tempo buono: terap. 220-25.*' Dei pre- parati ho fatto piastre in gelatina.
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Piastra B |
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N. |
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le 405 43 0 0 0 0 0 |
Spore morto tra '/j ^^i"^ ^ 1 ora.
h) 25 Giugno: esposti alle 11 a. m. come sopra, 6 pi'eparati A e uno B: ritirati di li2 in 1^2 ora: tempo buono: temperatura 350-37.0
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Piastra B |
N. di colonie 65 |
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Spore nu)rte tra '/, e 1 ora.
(K)
cj 14 Agosto: alle ore 12 m, esposto, come sopra, sei preparati A e uno B: ritirati di lf2 ora in 1^2 ora: tempo buono: tempe- ratura SSC-SG.f»
17
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Piastra R |
fusa dal IC Agosto |
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Spore morte tra 1 '/g ^ ^ ^^^'*^-
2." Spore disseccate su vetrini coprotrgetti.
a) 16 Agosto: alle 9 p. m. esposto 16 vetrini A, e uno B: ritirati di
19
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temp. 40.0-34.0
fusa
350
70
180
15
40
Spore a secco morte tra 6 e 0 % ore.
bj 17 Agosto: alle 9 a. m. esposto come sopra diciotto vetrini A e uno
B: ritirati di 1^2 in 1^2 ora. 20 » Piastra B fusa nel giorno 19.
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Spoi'c a secco morte tra (5 '/, e 7 ore.
e) 21 Agosto : esposto alle ore 8 1|2 a. m. 18 vetrini A e 1 B come sopra; ritirati di 1^2 in 1]2 ora: temp: 4()''-32''.
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Piastra |
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Spore a secco morte tra 7 '/g ^ '"^ "i"*-'-
3" I lili di seta impregnati di spore erano ancora attivi dopo 12 giorni di esposizione, tenendoli al sole dalle i) a. m. alle 0 p. m.
Quest'ultimo fatto non è in contraddizione con gli altri, anzi ne è piuttosto conferma: sul filo di seta potranno essere sterilizzate le spore, che si trovano alla superfìcie, non quelle penetrate neirinterno. Il che dimostra che la luce per esercitare la sua influenza deve agire sopra di nn mezzo trasparente.
Come si è veduto, spore in brodo muoiono alla luce del sole Ira V, e 2 ore: mentre i bacilli muoiono nelle stesse condizioni tra 1 e 2 '/z oi'G-
Io non ho trovato grande differenza di resistenza all'azione della luce solare tra bacilli e spore. — Grande differenza esiste tra la re- sistenza delle spore in brodo e quelle a secco, le quali ultime muo- iono tra sei ed otto ore di esposizione: con che si compruova il fatto notato da Strauss , che le spore prive di materiale nutritivo ( in acqua distillata ) resistono all' azione della luce più lungamente di quelle immerse in materiale nutritivo.
Col nostro modo di sperimentare si elimina il duiil)io posto da
— 07 ~
Roux, che la poca resistenza delle spore l'osse un latto apparente, dipendente dacché esse non germogliavano per essere il materiale nutritivo in cui si trovano (brodo) divenuto inadatto sotto V azione della luce al germogliamento delle spore. Le; spore nel nostro caso erano portate a germogliare dopo 1' esposizione, dal brodo , se mai ancor vive, nella gelatina: ma con tutto ciò non diedero sulle piastre alcuna colonia di carbonchio se esposte al sole oltre % — 2 ore.
Ho già detto avanti che Nocard pensava che l'azione della luce sulla spora si esercitasse non sulla spora propriamente, ma sul ba- cillo nell'atto che spunta dalla spora, e che con ([uesto modo di ve- dere cercò il Ducleaux di spiegare il latto, che le spore in brodo resistevano all'azione della luce meno lungamente che nell'acqua di- stillata, dove per mancanza di materiale nutritivo è impossibile la trasformazione di spore in bacilli: e che Arloing invece ottenne la morte delle spore del carbonchio , illuminandole con un fascio di luce elettrica, mentre esse poggiavano su cristalli di ghiaccio, ossia si trovavano sotto un tale grado di temperatura, che non permette trasformazione della spora in bacillo: con che venne indirettamente a dimostrare che la spora viene uccisa dalla luce come spora, non come bacillo nascente. Ho voluto assicurarmi della verità di questo fatto in un altro modo: si faccia su patate un innesto di Carbonchio, e si tenga per sei o sette giorni in stufa a 37": i bacilli sono quasi tutti sporificati, sicché se ne incontrano scarsi in mezzo a gran nu- mero di spore libere: i bacilli residui si fanno morire, tenendo per 20 minuti la patata a 80", e questa si riporta in stufa, e vi si lascia ancora per 48_ore: i bacilli morti si disfanno, e si hanno solamente spore.
Da queste si fanno preparati a gocce pendenti in brodo sterile, che si espongono per due ore alla luce. Osservati questi preparati diligentemente con lente ad immersione, le spore si conservano nelL't loro forma, senza accenno di formazione di bacilli.
L'azione adunque della luce tanto sulle spore contenute in un adatto materiale nutritivo, ({uanto su spore a secco é sempre sulla spora come tale, non sul bacillo nascente. Pure, se alla spora rispetto al bacillo dobbiamo dare uguale significazione che ai semi rispetto alle piante, e se le spore, tranne nel momento del germoglio, sono, come i semi, in istato di vita latente, noi non concepiamo alcun mo- vimento nutritivo in esse, se non diretto verso la produzione dei bacilli. Bisogna supporre adunque che la spora prima che si accenni la prima produzione del bacillo, subisca nel suo interno un muta- mento fisico-chimico, che è di preparazione al prossimo germoglio del bacillo, e che in quésta fase di preparazione essa venga colpita
— 68 —
dall' azione della luce. Questa preparazione interna può aver luogo
senza 1' assoluto bisogno di materiale esterno nutritivo , ma essa si
svolge più rapidamente nel caso che esiste materiale di nutrizione; meno rapidamente, se questo manca.
§ V.
Azione della luce del sole sul pigmento dei batteri cromogeni
In generale la luce è avversa alla produzione dei pigmenti , o meglio ne altera la produzione.
Quando si espone alla luce del sole per tre o quattro ore più innesti di B. prodigiosus su patate o su Agar, le culture che si sviluppano non solamente sono culture meno abbondanti rispetto alle culture sviluppate da innesti esposti all'oscuro, ma sono anche più pallide. Se invece si espone al sole a luce diretta in tubi A e B culture belle e sviluppate in agar di B. pì'odigiosus:, dopo 8-10 ore di esposizione la cultura in tubo A è divenuta molto più scolorita; dopo l()-20 ore diventa quasi bianca o resta tale. Se invece si espone culture su patate di B. pi'Odigiosics , dopo 8-10 ore di esposizione il pigmento diventa più losco; dopo 20 ore diventa nerastro, quasi fecale.
Se si espone culture in gelatina, dopo 10 ore diventa perfetta- mente bianca: portate in camera, dopo altrettante ore riprendono il jjigmento.
Il pigmento del B. violaceus su Agar si attenua al([uanto di in- tensità: non si attenua su patate.
Il pigmento B. pyocyaneus su patate e su gelatina non si modi- fica alla luce: su Agar dopo 20-30 ore diventa fosco.
§ VI. Azione della luce sui potere patogeno dei bacilli patogeni
Mi son limitato ad esperimentare solamente sul B. antliracis.
Stabilito che il B. anUn-acis su gocce pendenti in ])ro(lo, espo- sto alla luce diretta solare, muore tra 1 e 2 '/a ore di esposizione,
a) il 0 Agosto alle 10 '/j a. m. ho esposto tre preparati a gocce pendenti in brodo di B. anlliracU, che ho ritirati di Vz hi V2 ora: tcmp: 85°-38% tempo sereno.
Dopo avere spogliato il bordo del vetrino coproggetti Niella va- sellina, ho inoculato tre cavie portando tutto il vetrino coproggctt-^
— m —
colla goccia di cultura ili Carbonchio in uua prolonda tasca fatta nel tessuto sofctjcutanco.
Il 12 Agosto le tre cavie morirono la prima alle 10 a. m., le altre duo tra le 4 e 5 p. m. quasi conteniporancanicnte , di Car- bonchio.
Fino ad 1 V^ ore di esposizione la luce non aveva prodotto nessun mutamento nel potere patogeno.
b) Il VA Agosto alle 11 a. ni. espongo quattro gocce pendenti tutte da cultura in brodo di B. antìn'acia, che ritiro di y^ in '/, ora: temp. 30"-35."
Da ogni preparato a goccia pendente ottengo prima col filo di platino innesti in tubi di gelatina ; indi metto i vetrini , come nel precedente esperimento, in tasche profonde fatte nel tessuto sotto- cutaneo di cavie.
Il 15 nei primi tre tubi si trova sviluppato Carbonchio, il ([uarto restò sterile anche nei giorni consecutivi: segno che i bacilli del Carbonchio nel 4." preparato erano morti dopo 2 ore di esposizione ai raggi del sole.
La cavia inoculata col vetrino esposto per Vj ora mori di Car- bonchio dopo 52 ore dalla inoculazione.
La cavia inoculata col 2." (1 ora di esposizione ) vetrino mori di Carbonchio il 20 Agosto — dopo sette giorni.
La cavia inoculata col 3." vetrino (1 '/j ora di esposizione) il 24 era sanissima, e la ferita fatta sulla cute per l' introduzione del vetrino era coperta da una grossa crosta.
Così pure la 4.^ cavia, della quale si prevedeva che non si sa- rebbe allatto ammalata, essendosi mantenuto sterile il tubo di gela- tina innestato dal 4." preparato.
20 Agosto. La 2.'' cavia morta dopo 7 giorni, aveva avuto dun- que un carbonchio mortale, ma attenuato, perchè le cavie inoculate di Carbonchio ordinario muoiono tra due o tre giorni dall' inocula- zione.
11 giorno 20 inoculo una cavia sotto la cute con una goccia del 2.° tubo di gelatina; questa morì la notte tra 2." e 3." giorno.
Dal sangue del cuore della cavia morta il giorno 20 inoculo un'altra cavia: questa morì al terzo giorno di Carbonchio.
L' attenuazione manifestatasi con un ritardo nella morte dell'a- nimale inoculato col 2." vetrino (1 ora di esposizione), era già scom- parsa nelle successive culture sia in quella della cavia inoculata, sia in quella del tubo di gelatina.
Il 24 Agosto riinoculo con cai'bonchio la 3.' cavia del giorno 13,
— Te- che era rimasta immune di un carbonchio ancora vivo (perchè l'in- nesto fatto nel 3." tubo di gelatina dalla stessa goccia pendente fu attivo) e inoculo un'altra cavia con una goccia tolta dal tubo cor- rispondente.
Il mattino del 27 trovo morta di carbonchio la cavia riinoculata, e nelle ore pomeridiane muore del pari la cavia inoculata con car- bonchio del 3.° tubo.
La terza cavia del giorno 13 era rimasta immune dal Carbonchio alla prima inoculazione (goccia di cultura in brodo diB. anthracis te- nuta esposta al sole 1 1[2): ma non restò vaccinata, tanto che morì per la inoculazione del carbonchio ordinario. La cultura in gelatina ottenuta dal 3." preparato a goccia pendente (carbonchio attenuato) aveva ripreso la virulenza ordinaria.
cj 1<) Agosto: esposto alle 11 % a. m. 1 preparati a gocce pen- denti da cultura recente in bro<ìo di Carbonchio: ritirati di '/j ora in Va ora temp: 38''-3G° — tempo buono — fatti innesti e inoculate quattro cavie come sopra.
19 Agosto trovate morte 1." e 3.* cavia; alle 3 p. m. morta la 2.*
20 Agosto trovata morta la quarta.
Tutti i quattro innesti in gelatina riusciti.
dj 18 Agosto: esposto alle 12 m. quattro preparati come sopra^ ritirati di '/a in '/, ora temp. 38'' 36"; tempo buono.
Da ciascuna goccia fatto innesto in tubo di gelatina : inoculate le cavie con tutti vetrini.
21 agosto.
In tutti i quattro innesti sviluppatosi carbonchio. Trovata morta di carbonchio la V e la 3^" cavia.
22 agosto — trovata morta di carbonchio la 2.*
1 Settembre : La quarta cavia mostrava una grossa crosta san- guigna sul luogo della ferita : fu riinoculata di Carbonchio ordinario e contemporaneamente inoculata una cavia colla cultura del 4" innesto.
4 Settembre: Entrambe morte di Carbonchio la sera del 4 set- tembre.
La 4.* goccia pendente del 18 agosto fu dunque di Carbonchi^ attenuato, che inoculato non uccise l'animale, né lo costituì immu- ne al Carbonchio ordinario.
Il Carbonchio della 4" goccia, innestato in tubo di gelatina , l'i- prese nella nuova cultura l'ordinaria virulenza.
Riassumendo questi ultimi esperimenti abbiamo che:
— 71 —
Le quattro cavie inoculate con «rocce tenute esposte '/j oi-a mo- rirono tutte.
Delle quattro (;avie inoculate con gocce pendenti esposte 1 ora, tre (2* del 9 aj^osto, 2"" del 16 agosto , 2* del 18 agosto morirono presso a poco nei termini di mortalità del Carbonchio per le cavie (due a quattro giorni); T altra, la 2' del giorno 13, è morta dopo 7 giorni, ossia di Carbonchio letale, ma pure attenuato. 11 sangue del cuore di questo animale ridiede Carbonchio dell'onlinaria virulenza; la cultura del 2" innesto del giorno l.S aveva Carbonc^hio dell' ordi- naria virulenza.
Delle quattro cavie inoculate con gocce tenute esposte 1 % *^^*''- morirono la S^ del giorno 9, la H" del giorno 16 e la 3* del giorno 18. La 3^ del giorno 13 e la 4" del giorno 18 erano state inoculate di Carbonchio, 1 cui bacilli erano ancora vivi, perchè negli innesti ottenuti in tubi di gelatina dalle stesse gocce si ebbe Carbonchio : furono dunque inoculate di Carbonchio attenuato. Riinoculate , ma di Carbonchio ordinario, morirono tra 2 e 3 giorni: il Carbonchio attenuato dalla l'' inoculazione non costituì vaccino. Dalle culture del 3** tubo di gelatina del giorno 13 e del 4.° del 18 si riebbe Carbonchio non attenuato , ma dell'ordinaria virulenza. 11 Carbonchio aveva dunque sotto l'azione della luce perduto nelle gocce pendenti il potere mortale, ma lo riacquistò nelle culture immedia- tamente successive.
Delle tre cavie inoculate con gocce tenute esposte due ore alla luce morì la 4" del giorno 16; della 4.''' del giorno 18 abbiamo già parlato; non poteva avere, e non ebbe alcuno effetto dalla inocula- zione la 4^" del 13, perchè nella goccia pendente i bacilli del Carbon- chio erano morti, onde l'innesto in gelatina rimase sterile.
CONCHIUSIONI
1° La luce anclic diffusa ha azione ritardante lo sviluppo dei microrganismi.
2" La luce diretta del sole ha veramente un'azione sterilizzante sui microrganismi; oltre che un'azione ritardante del loro sviluppo.
3° L' azione sterilizzante propriamente si ha quando i raggi del sole cadono in direzione perpendicolare o quasi alla superficie di cultura.
4" L' azione sterilizzante e ritardante della luce si spiega in li- miti di tempo differenti secondo i varii microrganismi.
5° L' efficacia dell' azione della luce varia secondo il terreno di cultura.
6° I materiali di cultura esposti alla luce sono ancora adatti alla crescenza di microrganismi.
T** Le spore in brodo del Carbonchio resistono all' azione della luce quasi quanto i bacilli o forse un po' meno.
8" Le spore a secco resistono più lungamente di quelle in brodo.
9° Le spore vengono uccise dalla luce come spore , non come bacilli nascenti.
10° La luce ritarda, non impedisce il processo di sporificazione.
11" La luce modifica la produzione del pigmento, ordinariamente diminuendone l'intensità, altra volta alterandone la qualità.
12° La luce, certo tempo prima di uccidere i bacilli del Carbon- chio , ne attenua la virulenza; questo carbonchio attenuato , nelle mie esperienze, non costituì vaccino : esso riprese la sua Aàrulenza nelle successive culture.
Contributo alla fisiopatologia del midollo delle ossa. — Ricerche istologiche di Fr. Sanfelice, (Tav. V-VI.)
(Tornata del 2 febbraio 1890)
Per compiere la parte bibliografica intorno alla genesi dei cor- puscoli rossi svolta nella prima parte del lavoro (1), devo far men- zione dapprima di un lavoro dello Ziegler, il quale ha principalmente studiato la origine del sangue dei vertebrati ed è venuto alle mede- sime conclusioni del Lbwit. Siccome questi sostiene che filogenetica- mente i corpuscoli rossi non abbiano origine dai bianchi, ma da spe- ciali clementi denominati eritroblasti, così lo Ziegler ammette che ontogeneticamente i corpuscoli rossi non abbiano origine dai corpu- scoli bianchi, ma direttamente da elementi mesodermali.
A me sembra che tutto si riduca ad una quistione di parole; perchè quelli , che sostengono i corpuscoli rossi non originarsi dai bianchi , restringono il significato di leucociti solamente a quegli elementi che circolano, mentre tutti gli osservatori con a capo Neu- mann , che seguono la teoria della trasformazione dei corpuscoli bianchi in rossi, ritengono per leucociti non solamente quelli circo- lanti, ma anche quelli, che si trovano nelle glandole linfatiche e nel
(1) Intorno alla genesi dei corpuscoli rossi nel midollo delle ossa dei vertebrati. V. questo BqII. Anno III, 1889, pag. 143.
— 73 —
midollo (Ielle ossa. Ora (Questi clementi nou circolanti e che sono simili ai leucociti circolanti rassomigliano molto agli elementi mc- sodermali (IcH'cmbrione.
Sono già del resto a tutti noto le osservazioni dello Stricker, il quale ha osservato la traslbrmazione dei leucociti in corpuscoli conuettivali somigliantissimi agli elementi mesodermali dell' em- brione.
Il significato di leucocito non deve quindi essere ristretto a rap- presentare nn elemento mobile, ma anche un elemento fìsso, capace di subire molteplici trasformazioni e dotato di tutte le caratteristi- che degli elementi mesodermali deirembrioue. Anzi, gli elementi, che neir adulto meglio conservano il carattere embrionale sono appunto i leucociti.
Anche il Dem's nel suo ultimo lavoro intorno alla struttura del midollo delle ossa e la genesi del sangue negli uccelli si dichiara favorevole alla teoria sostenuta dal Lowit che cioè i globuli rossi non abbiano origine dai bianchi, ma da speciali elementi distinti col nome di eritroblasti e- che i leucociti dieno solamente origine a leu- cociti.
Già nel mio primo lavoro ho esposto le ragioni per cui non credo che i leucoblasti non dieno origine agli eritroblasti. Inoltre per le osservazioni fatte sul midollo delle ossa degli animali, a cui ho asportato la milza e che esporrò in seguito, mi sono vieppiù con- vinto che gli eritroblasti hanno origine dai leucoblasti.
Il Denys nel suo lavoro non fa parola dei follicoli linfatici da me osservati per la prima volta nel midollo delle ossa non funzio- nante del pollo.
Il Dcmarbaix, un allievo de* Denys, critica le vedute dell'Arnold e ritiene che i nuclei ricchi in cromatina delle cellule giganti . de- scritti come in fase di divisione per frammentazione indiretta, sieno dovuti ad una alterazione cadaverica e, lungi dal costituire un pro- cesso di divisione, sono il risultato di una degenerazione. Egli am- mette che le cellule giganti del midollo delle ossa si dividono per divisione cinetica multipla e non binaria.
Già nel precedente lavoro ho scritto di non aver mai veduto nei nuclei delle cellule giganti del midollo delle ossa figure cariocineti- che. Solamente qualche volta ho osservato una disposizione della so- stanza cromatica dei nuclei , che un occhio poco esperto avrebbe preso per gomitolo o per astri multipli. Per le osservazioni conti- nuate in questi ultimi tempi mi sono meglio potuto convincere che le cellule giganti sono prodotti d'involuzione.
In questa seconda parte del lavoro ho voluto studiare gli effetti
— 74 —
prodotti nel midollo delle ossa: I. da microrganismi produccnti in- fezioni acute (carbonchio, setticemia dei topi) ed infezioni croniche (tubercolosi); II. gli effetti prodotti dalla essenza di trementina: III. gli effetti prodotti dalla estirpazione della milza.
I.
1." Carììonchio. — Per quanto bene sicno state studiate le alte- razioni del midollo delle ossa nell' anemia perniciosa progressiva e nella leucemia dal Neumann, dall'Oslcr, dal Riess, altrettanto ne è stato trascurato lo studio nelle malattie infettive.
Solamente il Golgi ha ricercato il midollo delle ossa d'individui morti di vainolo ed ha osservato l'aumento del colorito rosso e dei corpuscoli rossi nucleati, diminuzione di cellule midollari e di cellule contenenti corpuscoli rossi, aumento di cellule giganti.
Anche il Grohé ha studiato il midollo delle ossa in alcuni stati patologici e si è convinto che le cellule giganti, le quali contengono corpuscoli rossi (cellule a nucleo intensamente colorato, aventi ori- gine dai corpuscoli rossi giovani nucleati) hanno origine per fusione e devono essere considerate come un mezzo pei' cui vengono rias- sorbiti gli elementi divenuti inservibili.
Lo Stocker nel midollo delle ossa di cavalli morti con malattie febbrili acute infettive ha veduto iperemia, trasformazione del colo- rito giallo in rosso o linfoide ed iperplasia. Non so spiegarmi come Tautorc confonda il midollo di colorito rosso col midollo linfoide.
Ho studiato il midollo delle ossa di conigli, cavie e ricci moi'ti di carbonchio. Il midollo delle ossa lunghe tolto all'animale appena morto nel modo già descritto nel precedente lavoro , è stato fissato con soluzione di sublimato satura a freddo con l'aggiunta di alcune gocce d'acido acetico , che favorisce la penetrazione del sublimato nello interno del tessuto.
Come liquido colorante ho prescelto la soluzione di ematossilina iodata, che ha anche il vantaggio di colorire i bacilli. Qualche volta le sezioni dei pezzi di midollo già colorate in toto con litio-carminio le ho attaccate sul vetrimo porta-oggetti con albumina e poi ho fatto la colorazione dei bacilli secondo il metodo di Gramm.
11 primo fatto, che si nota, nelle sezioni di midollo delle ossa di animali morti per carbonchio, è l'aumento degli elementi, che pre- sentano nucleo di forma irregolare (fig. 2). S' intende da sé che se il midollo è molto ricco di elementi e però funzionante, sono più nu- merosi gli elementi che presentano frammentazione nucleare, mentre se il midollo è ricco di adipe e povero di elementi , le forme nu-
(•Icari con rramiiicntazioiic sono scarse. K questa rrainincntazioiic nucleare non si osserva solamente nei nuclei dei leucociti, ma anche in quelli degli eritroblasti ed in quelli dei corpuscoli rossi triovani.
Alcuni leucociti presentano il nucleo in l'orma di (\ altri in forma di ciambella con accenno di strozzature , altri nello stesso corpo cellulare mostrano due (rammenti nucleai-i, altri ne presentano tre, (ligg. :i, 4, 5, 0, 7, 8) e lìnalmente in alcuni punti , dove più abbondano i bacilli, si vedono frammenti molto piccoli di nuclei, quasi un detritus, in cui più non si distinguono i nuclei ed i corpi cellulari. Spesso ho osservato che in mezzo a grappi di leucociti, die mostrano una frammentazione nucleare non molto avanzata , si ve- dono delle masse protoplasmatiche, nettamente limitate, che conten- gono nel loro interno dei residui nucleari (fìg. 9). Sono niasse ne- crobiotichc provenienti dal disfacimento dei leucociti per frammen- tazione.
E qui cade opportuno di ricordare che la frammentazione più che un processo di divisione nucleare fisiologica , è un processo di moltiplicazione eminentemente patologico, che termina con la distru- zione deirelemento stesso. Anzi si può dire che dal grado di fram- mentazione nucleare, che si osserva in qualunque tessuto sottoposto all'azione di uno stimolo patologico, si può giudicare della maggiore o minore intensità dello stimolo stesso.
Anche i nuclei degli eritroblasti presentano la frammentazione e fanno vedere le medesime forme, che ho innanzi descritte pei nu- clei dei leucociti.
Alquanto diverse dalle forme di frammentazione, che presentano i leucociti e gli eritroblasti , sono quelle dei nuclei dei corpuscoli rossi giovani. Spesso accanto ad un nucleo di corpuscolo rosso gio" vane, che si distingue facilmente dagli altri, perche apparisce omo- geneo ed intensamente colorato, se ne vede un altro molto piccolo, come una piccola gemma. Spesso si vedono due o tre nuclei d" ine- guale grandezza, gli uni accanto agli altri. Evidentemente si tratta di una frammentazione di questi nuclei, frammentazione che ho anche in grado minimo osservato fisiologicamente , ma che si esagera in modo straordinario nel midollo delle ossa di animali morti di car- bonchio {figg. 10, 11, 12, 13, 14, 15).
Il midollo delle ossa, in modo particolare quello funzionante, è fra i tessuti quello , che mostra maggior numero di bacilli di car- bonchio. Per quanto più ricco di elementi è il midollo , per tanto più numerosi sono gli spazii venosi ed i bacilli in questi contenuti. Quello, che tengo a far notare è che non solamente nelle arterie, nelle vene e negli spazi venosi di comunicazione fra ((ueste e quelle
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si osservano molti bacilli , ma anche ugualmente distribuiti fra le maglie del connettivo tra gli elementi propri del midollo , ciò che spiega la riunione dei vasi linfatici con gli spazi esistenti tra le maglie del connettivo , che serve di sostegno agli elementi proprii del midollo.
Mai mi è riuscito di vedere un bacillo del carbonchio compreso nel corpo cellulare di un leucocito e si noti che non ho esaminato solamente il midollo delle ossa di animali molto suscettibili alla in- fezione carbonchiosa, come il coniglio e la cavia , ma anche quello del riccio, che resiste di più e che non muore , se non dopo tre o quattro giorni. Solamente rarissime volte ho osservato che alcuni bacilli, ugualmente bene colorati degli altri, erano compresi nel corpo cellulare di qualche cellula gigante a nucleo chiaro e avente origine dalla fusione di più leucociti (fìg. 1). Si tratta in questo caso vera- mente di una attività propria della cellula gigante d' incorporare i bacilli ovvero l'attività è da attribuirsi ai bacilli, che sono penetrati nel corpo cellulare delle cellule giganti? Volendo ammettere la opi- nione del Lówit, che è la maggiore autorità intorno alla istologia del midollo delle ossa, secondo la quale le cellule giganti non sono formazioni attive, ma di regressione, non si può con il Mctschnikoft' sostenere che le cellule giganti nel midollo delle ossa rappresentino tanti macrofagi. Ed anche prescindendo dalle osservazioni molto ri- gorose del Lowit, confermate anche da me nel precedente lavoro, il solo fatto che il vedere alcuni bacilli nel corpo cellulare di una cel- lula gigante è una cosa rarissima, depone poco a favore del fago- citismo.
Un latto, che costantemente si osserva nelle sezioni del midollo delle ossa degli animali morti di carbonchio è l'aumento dei leuco- citi nei vasi, specialmente nelle vene, e la maggior parte di questi leucociti mostrano nuclei frammentati. Per essere maggiormente si- curo che il numero dei leucociti circolanti è realmente aumentato negli animali morti di carbonchio, ne ho fatto la numerazione ed i risultati hanno confermato ciò, che mi avevano dimostrato le sezioni. Ho fatto la numerazione prima su 10 cavie e 10 conigli normali, e poi Ilo ripetuto tali numerazioni sopra altrettante cavie e conigli ino- culati di carbonchio. Darò qui il risultato avuto prendendo la media. Negli individui carbonchiosi la numerazione è stata fatta dopo 30 ore dalla inoculazione. Mentre nei 10 conigli sani la media dei cor- puscoli bianchi è di 11200 , nei conigli carbonchiosi è di 21000 , e mentre nelle cavie normali è di 7600 , nelle cavie carbonchiose è di 22000.
2.* Setticemia doi /api. — (Maussepticoemic Koch). — Al-
terazioni identiche a quelle innanzi descritte ho osservato nel mi- dollo (lolle ossa dei topi morti di setticemia. Sono molto aumentati i leucociti con nuclei in l'rammentazioue.
A din'crcnza di i[uello, che ho notato precedentemente, parecchi leucociti mostrano il corpo celhilare ripieno di bacilli ed il nucleo verso la periferia. In una medesima sezione se ne possono vedere parecchi. Riescono molto dimostrativi i preparati colorati prima con litio-carminio e poi con violetto di genziana secondo il metodo di Grani m.
Nei corpi cellulari delle cellule «^'iganti non mi ò riuscito di ve- dere bacilli.
:i.° Tubercolosi. — Ho studiato le lesioni pro(k)tte dal l)acillo della tubercolosi nel midollo delle ossa delle cavie.
Appena morti gli animali prendeva il midollo del lemore o del- l' omero e, dopo averlo lìssato nel modo detto innanzi, alcuni pezzi coloravo ùi iato con ematossilina , altri includevo in paraffina per poi attaccare le sezioni sui vetrini porta-oggetti con albumina e fare la colorazione dei bacilli con la fucsina carbolica di Ziehl e la co- lorazione del tessuto con azzurro di metilene. Per avere la colora- zione in rosso dei bacilli fa d' uopo tenere le sezioni immerse nella soluzione colorante alla temperatura di 37°. Operando in questo mo- do si è sicuri che dopo 24 ore i bacilli sono colorati.
Si fa nel modo solito la decolorazione nella soluzione nitrica e dopo ripetuti passaggi in alcool per togliere ogni traccia di colora- zione rossa, si tengono per pochi minuti nella soluzione acquoso-al- coolica di azzurro di metilene. Si lavano ripetutamente in alcool as-» soluto, poi in creosoto e in benzina per togliere via il creosoto e si chiudono in balsamo.
Ciò, che prima si osserva nelle sezioni del midollo delle ossa di animali morti di tubercolosi è l'aumento straordinario di leucociti e la scomparsa dell' adipe.
Tra le varie forme di leucociti predominano quelli, che hanno il nucleo di forma irregolare. Vi sono alcuni punti, dove si vedono anche forme nucleari in frammentazione, ma, al paragone di quelle osservate nel midollo delle ossa di animali morti di carbonchio, sono scarsissime. Scarsi appariscono gli eritroblasti ed i corpuscoli rossi giovani nucleati.
Tra i leucociti non pochi mostrano figure cariocinetiche.
L' osservare da una parte il grande aumento di leucociti , e dall' altra una straordinaria scarsezza di eritroblasti e di corpuscoli rossi giovani nucleati dimostra chiaramente che la funzione emato- poetica è di molto diminuita, se non del tutto arrestata.
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In secondo luogo si nota una grande diminuzione degli spazi venosi.
Quanto alle cellule giganti proprie del midollo delle ossa, devo notare che sono scarse quelle formate dai leucociti e che invece più abbondanti sono quelle formate dai corpuscoli rossi giovani nucleati. U aspetto dei nuclei di quese ultime cellule non è quello retiforme, sibbene quello di masse più o meno grandi distaccate o riunite da filamenti.
Questo fatto della disposizione a masse piuttosto che a rete dei nuclei delle cellule giganti formate dai corpuscoli rossi giovani nu- cleati sta forse in rapporto con la età giovane della cellula stessa.
Quantunque nella letteratura vi sicno moltissimi lavori intorno alla genesi del tubercolo in vari organi, come quelli di Rindfleisch, Arnold, Orthmann, Baumgarten, Langhans, Weigcrt, etc. pure nulla V stato scritto intorno alla genesi della cellula gigante del tubercolo nel midollo delle ossa degli animali da esperimento.
Non starò qui a ridire tutte le teorie messe avanti per spiegare la genesi della cellula gigante tubercolare, ma solamente mi piace <li riferire alcune opinioni degli autori più recenti.
Il Brodowski sostiene che lo cellule giganti tubercolari stieno in stretto rapporto con le alterazioni, che avvengono nei vasi san- guigni e che prendono origine non dai vasi sanguigni antichi o neo- formati, sibbcne dai germi dei nuovi vasi sanguigni e linfatici.
L' autore è tra i recenti quello che per alcune vedute più sì avvicina agli antichi (Schiippel).
Secondo il Liibimow gli elementi epitelioidi, che costituiscono la cellula gigante del tubercolo, non sono altro che cellule endote- liali proliferate delle vie linfatiche.
A tale conclusione è venuto studiando la tubercolosi del peri- toneo e delle glandole linfatiche. Quindi è fautore della teoria che le cellule giganti abbiano origine da una cellula per accrescimento del protoplasma e per aumento <lei nuclei. Non ha nessun fatto per appoggiare la teoria del Langhans, secondo il quale la cellula gi- gante ha origine per confluenza di più cellule.
Di opinione contraria a quella del Liibimow è il Krauss . il quale ha osservato che nella tubercolosi e nel lupus le cellule gi- ganti hanno origine per la fusione di più cellule,
Yersin, contrariamente alla opinione di Baumgarten, lia veduto i leucociti prendere parte alla formazione del tubercolo e trasformarsi in cellule epitelioidi. Appoggia quindi la opinione di Koch e di Cornil.
11 Metschnikolf ha osservato nella tubercolosi dello Spenno- phUus (jullalus che in alcuni nuclei delle cellule giganti, originate
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tia elciiicuti opitclioidi, lui hioj:,^o una ;i-eiiiinazioiie cariocinctica (?j, in altri frammentazione. Una formazione »li cellule j^iganti per fu- sione di più cellule epitelioidi , 1' autore non 1' ha mai osservata- ('rcde inoltre, sempre in appoggio della sua teoria fagocitarla, che la cellula gigante tubercolare sia vivente e capace di movimenti ameboidi.
Lo Stschastny , che ha studiato la formazione delle cellule gi- ganti nella tubercolosi delle amigdale e della epiglottide è venuto alla conclusione che i leucociti prendono una parte importante alla formazione del tubercolo e che le cellule endoteliali dei capillari e le cellule fisse vi prendono una parte secondaria , aumentando il numero delle cellule epitelioidi del tubercolo. Non divide la opinione del INIetschnikoff nel ritenere che la cellula gigante tubercolare si l'ormi per gemmazione cariocinctica. Ammette la origine della cel- lula gigante per unione di due o più cellule epitelioidi senza can- giamento dei nuclei.
Da quanto ho esposto intorno alla genesi della cellula gigante del tubercolo apparisce chiaro come alcuni osservatori, e sono in maggior numero, ritengono che si origina per la fusione di più ele- menti, mentre altri, in minor numero, la fanno originare per molti- l^Iicazione nucleare.
11 midollo delle ossa è il tessuto, che più si presta per potere seguire tutte le diverse fasi della formazione del tubercolo.
Il primo inizio della lesione è fatto dal mutamento di aspetto dei nuclei dei leucociti e dalla fusione dei loro corpi cellulari. I nuclei colpiti dalla lesione appariscono più pallidi e mostrano un contorno appena colorato e scarsi granuli cromatici nel loro interno. A mano a mano che altri leucociti prendono 1' aspetto di quelli già descritti, si uniscono con quelli già fusi insieme e così danno oi'i- gine alla cellula gigante tubercolare.
Gli elementi situati allo intorno della cellula gigante a misura che i bacilli aumentano di numero, presentano anche essi l' aspetto che dapprima presentano quelli costituenti la cellula gigante, dando origine alla zona cpitelioide, che circonda la cellula gigante. Nella zona epitelioide i bacilli sono più numerosi, mentre raramente ne iui veduti nel corpo cellulare della cellula gigante (fig. 17).
Gli elementi epitelioidi sono circondati da numerosi leucociti, di cui moltissimi con nuclei in frammentazione.
Nel più gran numero delle cellule giganti tubercolari i nuclei sono situati alla periferia della massa protoplasmatica. Alle volte sono distribuiti ([ua e là senza ordine.
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Il corpo ccllularo (lolla cellula gigante non niosti'a prolunga- menti (lìgg. 18-19).
Nella zona formata dagli elementi epitelioidi vi sono molti gra- nuli di sostanza cromatica., più o meno grandi, provenienti dal di- sfacimento nucleare dei corpuscoli rossi giovani nucleati. degli eri- troblasti e dei leucociti.
Spesso al centro del tubercolo vi sono tre o quattro cellule gi- ganti, le une accanto alle altre, circondate da elementi epitelioidi, i ([uali alla loro volta sono circondati dai leucociti proliferati. K que- sto il modo con cui a^"viene l' ingrandimento del tubercolo (tìg. 10).
Diverso alquanto da questo è l'aspetto, che presentano i tuber- coli più antichi. Questi lasciano vedere al centro la sostanza caseosa, cii'condata da una grande zona epitelioide, ricca di bacilli e di cel- lule giganti tubercolari giovani, la quale a sua volta è circondata ila una zona linfoido molto estesa i^fig. "20).
Nella zona epitelioide di questi grandi tuberi'oli spesso ho ve- duto la sezione trasversale o longitudinale di una arteriola, piena di elementi propri del midollo delle ossa — ciò, che si spiega facil- mente con ra-\-venuta distruzione della parete vasale.
li.
Le ricerche fatte dall' UskolT, dall' Orthuumn , dal Comilinann, dal Grawitz e dal De lìary hanno dimostrato che le inoculazioni sottocutanee l'atte con essenza di trementina priva di microrganismi in diverse classi di aniuiali possono produrre suppurazione.
Anche il De Christmas recentemente è ritornato sulla medesima quistione ed è venuto alla conclusione che la suppurazione è dovuta a sostanze chimiche prodotte dai microrganismi. Quindi secondo 1' au- tore, la suppurazione deve essere consiilerata come 1* etì'etto di una reazione del tessuto contro certe sostanze chimiche prodotte da es- seri viventi o di natura puramente chimica.
Partendo da questo concetto ho voluto vedere quale alterazione presentava il midollo delle ossa delle cavie e dei conigli, morti per forti dosi di essenza di trementina inoculata sottocutaneamente.
Tanto alle cavie che ai conigli ho inoculato sottocutaneamente da 4 a 0 ccm. di essenza di trementina e gli animali sono morti nello spazio di 24 a 48 ore.
11 midollo delle ossa è stato preso dagli animali appena morti e dopo essere stato fissato come al solito, l'ho colorato m tato con ematossilina.
I.a lesione, che si nota nel midollo delle ossadeLrli animali morti
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pei' awclcnaiin'uto con rsxiiza «li trcMiciitiiia consiste nella presenza ili jrrupi)i «li clcnicnti ]ii-<»])ji de] nii'lullo. i cui nuclei f>resentan(» ile;^enei'azione cronialolil ica.
Né questi elementi si \eiloiio solamente jiimiti in ^^niiipi. nia anche spai-si qua e là in mezzo ad alti'i normali ancoi-a (fitJ'. 21).
Questa de^rcneraziono colpisce i nuclei di tutti ;_'li elementi pro- |)i'i del midollo cioè leucociti, o'itroblasti e coj'puscoli j'ossi ^'iovani nucleati, ma in modo diverso. .Mentre i nuclei dei leucociti e dcfrli eritroblasti subiscono la l'usione della sostanza cj-omatica in Corina o di filamenti o di masse disposte per lo più alla periferia del nucleo o di granuli, i nuclei dei corpuscoli rossi friovani nucleati mostrano la de^renei'azione sempre in forma di j^ranuli.
Anche nei nuclei dei leucociti con forme irregolari ho notato ([uesta de^^enerazione, come pure in alcuni nuclei di cellule ;ri</anti.
I nuclei dei leucociti spesso cominciano dal mostrare una di- sposizione della sostanza cromatica a rete (figg. 23, 24, 27, 30) che un occhio poco esperto potrebbe credere appartenere a nuclei in cariocinesi; altre volte presentano la sostanza cromatica disposta a semilune alla periferia ( figg. 22, 25, 26) ed in tutte queste forme di degenerazione nucleare il fondo del nucleo apparisce sempre chiaro, ciò che fa suppori'c T a\ venuta fusione della sostanza cromatica con r acromatica.
^'rrado più avanzalo di degenerazione è quello in foi'ma di gra- nuli. Da principio ha luogo in ciascun nucleo <figg. 28, 29), ma poi a mano a mano che invade più nuclei avviene fusione dei corpi cel- lulari e cosi hanno origine quelle caratteristiche masse protopla- sinatiche. di forma più o meno irregolare, che contengono nel loro interno granuli di diversa grandezza tfigg. 31, 32, .'i8i.
La stessa degenerazione mostrano i nuclei dei coi-jtuscoli ros<i giovani nucleati (figg. 33, 34, 35, .36, 37;.
Fo notare che queste forme di degenerazione croniatolitica de- scritte già dal Flemming e riscontrate in alcuni tessuti sani , sono state anche vedute nel fegato di animali morti per avvelenamento di arsenico dal Gianturco.
Anche nei tessuti embrionali, nei quali avviene una produzione di elementi superiore a quella necessaria, molti elementi subiscono ij uesta degenerazione.
Per accertarmi che la lesione osservata era veramente do^nita alla essenza di trementina , ho legati gli ureteri ad alcune cavie e ad alcuni conigli e non ho punto osservata la lesione innanzi men- zionata.
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111.
Dalle esperienze latte dal Tizzoni risulta che si può estirpare la milza eon successo tanto agli animali giovani che ai vecchi e che e il midollo delle ossa che serve a l'impiazzare la funzione della milza estirpata. Nel midollo delle ossa degli animali operati di splenecto- nìia il Tizzoni ha veduto una lbi"tc iperemia, che negli animali vec- chi è accompagnata da nn riassoi'bimento dell" adipe e da una tra- sformazione del midollo adiposo in midollo rosso.
Anche il Mosler ha studiato gli effetti della estirpazione della milza ed è vennto alla conclusione che la milza non è un organo necessario alla vita dell'animale e che la sua funzione viene supplita da altri organi linfatici, specialmente dal midollo delle ossa.
A me interessava più che gli effetti generali della estirpazione della milza studiare gli effetti prodotti nei midollo delle ossa prin- ripalmentc e secondariamente quelli prodotti nelle glandolo linfan- ticlie. Ecco perchè ho operato parecchie cavie, conigli e cani ed ho l'icercato il midollo delle ossa e le glandole linfatiche.
Ho tenuto in esperimento gli animali da tre giorni fino a due mesi.
Nel midollo delle ossa degli animali tenuti in esperimento pochi giorni, non si osserva mutamento di colorito , ma in (juelli tenuti in esperimento molti giorni, costantemente il midollo del femore e dell'omero è di nn colorito- rosso intenso ed il midollo delle altre ossa lunghe è rosso solamente nelle epifisi. Da ciò si giudica che la funzione ematopoetica si ristabilisce prima nelle epifisi e poi nelk^ d iati si.
Alcuni conigli , piuttosto vecchi , sono morti dal ventesimo al tj'imtesimo giorno, dalla operazione , ciò che conferma la opinione di Picard e Malassez, i quali affermano che la estirpazione di milza i\una operazione pericolosa per gli animali vecchi. Il midollo delle ossa di questi animali non era di colorito rosso intenso, come quello di animali giovani morti dopo ugual numero di giorni dalla opera- zione.
Negli animali tenuti in esperimento pochi giorni (0 a 15) l'adipe è diminuito di molto nel midollo delle ossa e vi è aumento di leuco- cili, di cui molti con figure cariocinetiche. Nella figura 40 sono di- segnati gli elementi propri del midollo delle ossa in una sezione di nn coniglio tenuto in esperimento 15 giorni. Sono in maggior nu- mero i leucociti , molti dei quali con figure cariocinetiche. Anche ludlc glandole linfatiche degli animali tenuti in esperimento pochi giorni si osserva aumento di fìixure cariocinetiche m-i nuclei dei leu-
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oociti. Si noti clu' ([iiosta osscrvazioiu' Tlio i"ii)<'1iit;i costaiiti-uieiitc in tutti ([iu\u-li animali noi quali la opcivizionc ('r;i proceduta benis- simo e la ferita era guarita di iiriuia intenzione. Al contrario in ,'il- cuni animali in cui all'autopsia ho trovato Ibrmazione di pus in \ ici- nanza della ferita, nelle sezioni del midollo delle oss;i e delle piandole linlaticlie ho osservato una estesissima Irammentazione nucleare.
Xctjli animali tenuti in esperimento [>iiì tempo ((50 e più o;io]'ni) si nota costantemente la scompai'sa didradipe, Taumento considere- vole deo:li spazi venosi e de.udi (dementi [)i'oi)ri del midollo , i)iiì di eritroblasti e corpuscoli r(>ssi iziovani inudeati anzi (die di leucociti- Fra IT) e 60 j^iorni il midollo (hdic ossa da linlbide diventa ipere- mico. Nella (ì^rui'a ;;'.>, che i'ai)presenta ,u-li elementi propri d<'l mi- dollo e veduti nel campo del microscopio in una sezione d(d midollo d(d lemoi'e di un coni.ulio operato di splenectomia e tenuto in espe- rimento 2;> .udorni. i leucociti e ,u-li ei'itroblasti sono scarsi . mentre l)iù abbondanti sono i corpuscoli rossi li'iovani nucleati.
Xellc ^dandole linfatiche deoli animali tenuti in espeidmento molti udorni. ho ossei'vato aumcmto di leucociti e di eidtroblasti, ma non di cori)uscoli l'ossi ^dovani nucleati. Questa ossei-vazione confer- ma le vedute del Flemmino;, secondo il ([uale le f?lamlole linfatiche sono luoodii di formazione dei leucociti, mentre il niii](dl() delle ossa è luog'O di formazione dei corpuscoli rossi.
Da tutto ci(") che ho esposto, risulta clie md midollo delle ossa degdi animali opci-ati di splenectomia ha luoo-o un aumento dcdla fun- zione emopoietica. Che sieno i leucociti (|U(dli . che danno ori^rdne ajrli eritroblasti è dimostrato dal fatto (die nel midollo delle ossa degli animali tenuti po(dii jxioi'ni in esperimento sono in aumento solamente i leucociti. Se fosse vei-a la teoria del Lihvit, rhe cio('^ .trli eritroblosti non hanno origine dai leucociti, non vi sarebbe nessuna ragione per spiegare pidma raumento ihd leuco(dti e })oi (|uell(» de- gli eritroblasti.
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1889, Stschastny. — Ueber Beziehungen der Tuberkeln ba cil- len zu den Zellen, in: Vlrchoio's Archiv. Bd. 115. \
1889. Stschastny. — Sur la formation des ceUules géantes et leur relè phagocy taire dans la tuberculose des amygdales et de l'è |»iglotte, in: Ann. Inst,. Pasteur Voi, 3, pag. 224.
1889, (tIANTURco e Stamp.vccuia. — Ricerche sulle alterazioni del parenchima epatico neU'avvela mento arse- nicale , in: Giorn. Ass. Nat. Med. A ano I,
Spiegazione delle Tav. V e VI. Tavola V.
Ki.u-. 1. Midollo del lenioi'C di conig-lio morto di carbouchio. Cellula gigante , che mostra nel suo corpo cellulare bacilli del
carbonchio. Oc. 3, Oh. — Zeiss.
12
') ì. Idem. Aumento degli elementi [)ropi'i del midollo <'on Iram-
1 meutazione nucleare. Oc. 2, ob. — .
12
^« :{. 1, <), 8. Leucociti con incipiente iram meutazione dei nuclei: midollo del femore di coniglio morto di carbonchio. Oc. ?ì,
Ob. — .
12
» 5, 7. Leucociti con nuclei frammentati. Idem.
» 0. Midollo del femore di coniglio morto di carbonchio : iriassa
proto|)lasmatica con residui nucleari. Oc. .3. Ob- — .
^ 12
Vac.f/f..Ja/.(// Aa/joù . ../nJl' FascJ
Tun. V
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vJV «.'«J.-^ Ser-irvc- yVèt-poii. •
— ST — h'b^. 10-15. Corpuscoli rossi g-iovani nucleari del midollo del re- more di un couiulio luorto di earl)Ouchio. Oc. 3, Ob. — .
' 12
» 1(>. Midollo del femore di una cavia morta di tubercolosi. Oc. li,
Ob. C, Zciss. » 17. Idem: Cellula gigante circondata da elementi epitelioidi.
Ob. :i, Ob. C.
» 18. Idem: Cellula gigante tubercolare, Oc. 3, Ob. 4r- " 10. Idem.
Tavola VI.
" 20. Idem: <iraude tubercolo. Oc. 2, Ob. A. Zeiss.
» 21. Midollo del femore di coniglio morto |)er avvelenamento con essenza di trementina. Gruppo di elementi con degenera- zione cromatolitica. Oc. 3, Ob. DI), Zeiss.
» 22, 23, 24, 25, 20, 27, 28, 29, 30. Idem: Nuclei di leucociti con
degenerazione cromatolitica. Oc. 3, Ob. — .
» ' 12
» 31, 32, 38. Idem: Leucociti con degenerazione granulosa dei nuclei, Oc. 3, Ob. — . 3:K^7. Idem: Corpuscoli rossi giovani nucleati con degenei-a- zione granulosa dei nuclei. Oc. 3, Ob. — .
12
» :''■>. Midollo del femore di coniglio operato di splenectomia e te- nuto in esperimento 23 giorni. Sono stati disegnati gli elementi propri del midollo veduti nel campo del micro- scopio. Oc. 3, Ob. I>I).
" 40.. [dem: Coniglio tenuto in esperimento 15 giorni. Oc. 3, Ob. 1)I>.
ERRATA
CORRIGE
& pag. 5 linea 4, (Tornata del 14 luglio 1887) (Tornata dell 4 luglio 1889;
» )) 'Ib :) 33, monohrafia monografia
i )) U .' 1-, deliminati fra loro delimitati fra loro
t » 59 .) 13, che che sulle che sulle
« i) r>9 » 20, dell'azione dall'azione
Sopra alcuni problemi di massimo e minim o , re- lativi alla Elettrotecnica — Nota di G. Vax.m.
(Tornata del 11 maggio 1890)
importanti quistioni relative ai massimi e miuimi di lìmzioiii «li variabili reali hanno la loro applicazione in alcuni problemi che si presentano spesso in elettricità pratica. Crediamo di fare cosa uti- le ajjli studiosi risolvendo alcuni di questi problemi , scelti fra quelli più notevoli; e tratteremo la quistione con gli ordinari! pro- cedimenti Jilgebrici, sia per non uscire dai limiti dell'insegnamento elementare, sia per evitare alcune difficoltà le quali sorgono volendo applicare i metodi generali del Calcolo Infinitesimale ; difficoltà do- vute al fatto che le variabili ( o la variabile ) della funzione di cui si cercano i valori massimo o minimo variano, per la natura stessa del problema, in modo discontinuo e per soli valori interi e posi- tivi. Comincerò dal richiamare alcuni principii generali relativi alla potenza ed all'effetto utile degli elettromotori.
E noto che quando un dato elettromotore di forza elettromotrice E e resistenza interna R viene chiuso attraverso un circuito esterno ( il quale può pure contenere delle forze elettromotrici contrarie ) la potenza totale (lavoro in un secondo) fornita dall'elettromotore ed espressa da
\\ =El
si divide in due pai-ti : una parte Pi =PR viene perduta nel riscal- dare r interno dell" elettromotore , ed un'altra parte espressa da Pe = Pt — Pi = ( E — IR ) può venir raccolta ed utilizzata nel cir- cuito esterno.
Si chiama rendimento] elettrico del sistema — efficiency, de- gli Inglesi (ì) — il rapporto Ira il lavoro utile Pe raccolto nel circuita
(1) Vedi AvKTON. Practical Electricity, pag. 451.
— 90 —
esterno ed il lavoro totale speso ; rappresentando con k tale coef- ficiente si ha
Pe E — IR IR
Pt E E
la quale relazione mostra che lo stesso coefficiente è sempre minore dell'unità e che vi si accosta tanto più quanto più piccole sono la corrente I e la resistenza interna R e più grande è la forza elettro, motrice E.
Si noti bene che le relazioni precedenti sono affatto generali e valgono anche nel caso che il circuito esterno contenga delle forze elettromotrici contrarie alla forza elettromotrice principale E.
Ciò posto, si possono proporre varie quistioni che occorre però ben precisare, giacché è facile cadere in errore applicando ad alcuni problemi dei principii dimostrati come veri solamente quando si ve- rificano certe condizioni che occorre tener presenti nelle diverse circostanze.
Avendo un circuito voltaico , si può domandare di determinare la corrente alla quale corrisponde la massima potenza utile esterna; e la quistione si presenta in due modi diversi.
1." Caso. Può aversi un dato elettromotore di forza elettromo- trice determinata E e resistenza interna R ( è il caso di una batteria di pile 0 di accumulatori o di una maccliina magneto-elettrica a co- stante velocità ) e si può domandare quale sia la intensità di cor- rente necessaria per avere la massima potenza utile ; si cerca cioè il valore di I che rende massima la espressione
Pe = I ( E — IR ). Questa può scriversi RP — EI -f Pe = 0
da cui
E± v/e2 — 4RPe
I —
•ìr
e si vede che affinchè I sia reale bisogna che W ^ A RPe ossia
<- E*
Pe ^ — .11 massimo valore della potenza utile P© è dunque = 4R
_ E^ ^' - 4R il quale si ottiene con la corrente
I - ^ ^"-2R
— 01 —
con la muta, cioè, di quella che si otterrebbe chiudendo l'elettro- motore sopra sé stesso, senza resistenza esterna.
E*
Il lavoro totale speso essendo Pt =:: Elm = .— » -^i ha questo im- portante risultato: che quando con un elettromotore dato, si ottiene nel circuito esterno la massima potenza (o il massimo lavoro in un secondo ), si utilizza ajìpcna il 50 y„ del lavoi'o totale speso; l'altra metà viene perduta nel riscaldare 1" interno dell' elet- tromotore. La disposizione" adunque per la quale, con un dato elet- tromotore, si ottiene la massima intensità di corrente o il massimo lavoro utile non è, in ixenerale la più economica, biacche non sola- mente la spesa del materiale, se si tratta di pile o di accumulatori, è la massima possibile, ma, della energia totale, corrispondente a questa spesa, si utilizza la sola metà. Conviene allora mettersi in con- dizioni diverse da quella del massimo lavoro utile, in modo da avere una potenza utile esterna ed una corrente , minore della massima che si potrebbe avere, ma utilizzando una fraziono maggiore di 0,50 della energia spesa. Nel solo caso di elettromotori nei quali sia gra- tuita 0 poco costosa la energia motrice, può essere vantaggioso di porsi nelle condizioni di massima potenza utile.
Le condizioni di massima potenza esterna possono enunciarsi in un modo molto semplice nel caso che il circuito esterno non con- tenga forze elettromotrici. In questo caso , la corrente massima I,n
E essendo sempre Im = -t^< si ha, per la legge di Ohm
im — ^ —
2R R-j-r
vale a dire che per ottenere la massima intensità di corrente con un dato elettromotore, bisogna fare la resistenza del circuito esterno eguale a quella del circuito interno dell' elettromotore. E da quanto è stato detto sin qui , risulta evidente che 1' affermazione fatta da molti scrittori che questa disposizione sia la più vantaggiosa, deve essere sottomessa alle restrizioni sopra indicate.
2.° Caso. Si può presentare invece il caso di avere un circuito esterno di resistenza fissa /- (non contenente forza elettromotrice) e, potendo disporre di un numero dato e costante N di elementi identici aventi ciascuno una forza elettromotrice e ed una resistenza interna p, si cerca il modo ^condo cui bisogna disporre questi cle- menti per ottenere nel circuito esterno la massima intensità di corrente o, ciò che vale lo stesso, la massima potenza.
— 92
In tal caso, chiamando i la intensità della corrente quando si
N sono disposti ,s clementi in sene, e quindi — in derivazione , sarà
s
. es e
pS* Y rtS
11 s n
Y PS
il prodotto — X J— essendo costante,, per valori dati di ir p ed s, ^ n
la somma i- I~L è minima quando — m J_. ossia (luando
s n « n
r =: L_; la i assumerà allora il suo valore massimo espresso da lì
e la massima potenza utile risulta
e*s2 Pe = Pr =
4 V
Quando adunque, in un circuito esterno di resistenza r si vuole con un dato numero ìi di elementi ottenere la massima potenza utile, bisogna disporre la batteria in modo che la sua resistenza esterna
sia eguale alla resistenza r- vale a dire disporre s = 1 / - — ele-
V p
menti in serie q = — - in derivazione. Risolvendo numericamente
il problema, può accadere che la espressione — risulti frazionaria;
P in tal caso si ottiene una soluzione approssimata della quistione sce-. gliendo per s non il numero intero più prossimo , ma quello fra i
due numeri comprendenti i/ — , che , sostituito nella espressio-
^ P ne (1) dà per i il maggiore valore.
11 rendimento del sistema è, nel caso della corrente massima,
IR es
, r= 1 — ed essendo I = R r= r K = es, risulta
E 2r
y.= ì— 0.50 = 0,r)0
9;;
Yale a diro che , auchc in questo caso , appena il 50 "/, della •encrg'ia totale sposa nella pila si utilizza nel circuito esterno: il ri- manente viene perduto nel riscaldare la batteria.
Ma il problema può prescutai'si anche sotto altro aspetto. Nelle quistioui finora risolute abbiamo supposto dato l'elettromotore o il numero di elementi di pila da associare, ed abbiamo determinato il massimo effetto utile esterno e le condizioni necessarie per ottenerlo, le quali possono, come si è veduto, non corrispondere alle condizioni più vantao-u-iose dal punto di vista economico. :\Ia spesso succede il caso che, volendo ottenere un dato effetto (elettrolitico o termico
0 meccanico) in un dato tempo, la corrente risulti determinata e che, potendo disporre di un certo elettromotore, si cerchino le con- dizioni per poter alimentare il massimo numero di apparecchi ri- cettori, oppure, per ottenere la corrente richiesta, si cerchi il mi- nimo numero di elementi necessarii e come sia necessario disporli. Noi risolveremo la quistione in entrambi i casi, scegliendo per fis- sare le idee, due esempii particolari e facendone poi un'applica- zione numerica.
I.) Un elettromotore M (fìg. 1.) avente una forza elet- tromotrice E = 151, volt» 25 ed una resistenza interna p z=z 2oii (compresa quella dei fili ai due nodi A e B da cui si staccano i gruppi di lampade) alimenta un certo numero q di circuiti deri- vati comprendenti ciascuno 6' fig. 1 lampade in serie ognuna delle quali ha una resistenza >•=: \0 ^^ e deve essere percorsa da una corrente i = 2, a™P 5. In ogni circuito derivato la resistenza del filo di comunicazione delle lampade è
1 = 0,oh50.
Si domanda:
i.° Il massimo numero di lampade che si possono alimentare. 2.° Il rendimento elettrico del sistema.
Chiamando I la intensità di corrente necessaria per alimentare il numero q di circuiti derivati, assumendo s per incognita, sarà
E , ... E — i ( 1 4- rx )
P +
1 -t- rx
q
n = q X
da cui si ricava q =
( E — il ) X — irx'
(1)
— 94 —
La qiiistionc è ridotta a trovare il massimo valore di cui è capace n quando varia x e per quali valori di x ha luogo questo massimo. Ora si ha dalla (1)
( E— il ) ± l/( E — il )" — 4i2 prn irx^ — (E— ili) .r -4- \pn = 0 da cui x =
ir
Perchè x sia reale bisogna che ( E — il )2 ^ 4 i2^rn , ossia bi-
sogna che il numero n delle lampade sia "^ ; il valore
" = él^pT
massimo N sarà dunque
(E — il)2 (2)
N =
4 ì^pT
e tale espressione ( supposto che corrisponda ad un numero intero) rappresenterà il massimo numero di lampade che l'elettromotore dato è capace di alimentare; di questo, il numero
_ _ N _ E — il (3)
' q 2 ir
E — il
dovrà essere disposto in serie in ognuna delle q =: ■ dcriva-
2 ip
zioni. Una volta calcolato il massimo numero N di lampade mercè la (2), si può enunciare la disposizione con la quale esse devono es- sere collocate osservando che se nella (3} si sostituisce ad N il va- lore dato dalla (2) si ricava
■e
E — il = 2 ipq ovvero I =: iq =
2^ + — q
E . ,^ rs
e poiché deve sempre essere I = z risulta p =
^ 1 rs ' q
/)-4 H
q q
Adunque :
« Il massimo numero di lampade che il dato elettromotore può
alimentare essendo N == , esse dovranno essere disposte
4 i^^r
in modo che la resistenza combinata delle sole lampade sia eguale alla resistenza interna dell'elettromotore, aumentata della resistenza dei fili di comunicazione fino al gruppo di lampade.
|
— 1)5 — |
||
|
11 rendimento elettrico è poi |
||
|
N ri^- ^ (i x"ri* _ , x ri __ |
1^: - |
-il |
|
'^~ EI ~~ E ui ~ E |
•> |
1^: |
2 E
ed è sempre minore di 0,50 : ma vi si accosta tanto più, per valori dati di E e di i, quanto più piccola è la resistenza / dei fili di co- municazione.
Coi dati numerici, essendo
E = 151, "*^o^^^ 25 / = 2, »'"P 50
>' = 10 oJ^ (a caldo) / - 0. "^^ 50
si ha:
E - il 151,25 - 2,5 X 0.5 _^ .^ ^^^^^^^^^^ .^^ ^^^.^
2 ir 2 X 2,5 X 10
e si ha pure
. _ J2L da cui q = — - = -^^^4^ = ^-^ ^derivazioni ^ q q
11 numero totale massimo delle lampade è quindi
N = q X = 45 11 rendimento elettrico del sistema è infine
il . ^„ 2.5X0,50
■»?
— 0 50 — — 0 50 — r:ii:^:_±l±_ — 0,495
"" ' 2 E — "^'-^ 2X1,151.25
Il caso in cui sia trascurabile la resistenza / del filo di comu- nicazione in ogni gruppo di lampade si deduce facilmente dal pre- cedente: il numero totale massimo è allora
N =
4 1^ or
ed esse dovranno essere disposte in modo che la resistenza combi- nata delle lampade ( che corrisponde a quella complessiva del cir- cuito esterno ) sia eguale alla resistenza interna dell' elettromotore e di quella dei fili di comunicazione fino alle lampade. Il rendimento elettrico in tal caso risulta eguale a 0,50.
II.) In un voltametro ( o in un gruppo di voltametri ) la cui forza elettromotrice di polarizzazione è £ e la resistenza /•, si vuol produrre in un dato tempo un effetto elettrolitico determinato,
— 110 —
pel quale si richiede una corrente I. Potendo disporre di una bat- teria di un certo numero di elementi ciascuno dei quali ha una forza elettromotrice e ed una resistenza interna p e congiunta al volta- metro da nn filo conduttore di resistenza nota /, si domanda
1.° Il minimo numero di elementi necessarii per ottenere il domandato effetto elettrolitico, ossia la corrente I , e come bisogna disporli :
2." Il rendimento elettrico del sistema;
5.° Il consumo orario di Zinco nell'interno della batteria.
Chiamando n il numero degli elementi di eui s = x siano di- sposti in serie e q in. quantità, dovrà essere
e X
V + 1 n
= 1
Questa equazione , per valori dati di I, e, e, >\ p e di /, ammette per X e per n un numero infinito di soluzioni intere e positive; ma la condizione richiesta ;che n sia un minimo, rende determinato il problema giacché si ricava, infatti, i-isolvendo V equazione prece- dente rispetto ad x
ne
± V^n'-e2 — 4Ipn [^ -f- l (r -f- 1 )]
2 I
Affinchè X sia reale bisogna che n-e- ^ 4 I /^n [s-rl U' -\- 1)] ossia
-^ 4 Ip [f-l-Kr + l)] n -^ i- — —
Il valore (^minimo) del numero totale di elementi coi quali è possibile ottenere la corrente I sarà dunque
_ 4 I/) [f + Kr-hlì]
(1)
e-
e di questi il numero ne
2 [f I I (r f- 1] ^Y) dovrà essere di-
•>\p e sposto in serie ed il numero q = -7- =: — ^^^ derivazione.
— or —
La relazione d) si può sci'ivei'O
£—1(1 -pi) —
osservando clic e -| ■ Ir - - Il rappresenta il potenziale ai serratili della batteria ed ^'.S' la t'orza elettromotrice totale della batteria stessa. La
resistenza interna della batteria è espressa da K = -^— ; e poiché
11
si è trovato
■2[s-'r l (r-y\)] 1 I^> [f-:-l(r-T-l)J
s = > n — —^ — '■ ■
e e-
la resistenza medesima risnlta e^rnale
R _ -— ^ — -, 1 -T- 1
ed e (|iuudi sempre mag-g-iore di r-pl cioè della resistenza esterna. La potenza totale sviluppata dalla batteria è
Ptz=esl = 2 I [f-r I U"-f 1)]
D'altra parte la energia assorbita dal voltametro il cui poten- ziale è e=lì\ è espressa da Te = I (f + lrj; sarà dun(|ue il rendi- mento elettrico
Pe 1
Pt
T- II'/
vale a dire sempre minore di 0,50 , corrispondente alla massima potenza utile esterna, ma ne diti'erisce tanto meno quanto più pic- cola è la resistenza / dei fili di comunicazione tra la batteria ed il voltametro.
Il consumo orario totale di zinco iieir interno della pila è
p =: 0,'i^&r3375 X 3600 X Is = l,sr 215 Is
e si vede che, per valori dati di I, quando , cioè , si vuol ottenere un certo efl'etto elettrolitico in un dato tempo, il consumo di zinco dipende dal numero degli elementi in serie. La disposizione, adun- que , per la quale si ottiene la corrente L espressa dalle equa- zioni (3) e (4) è quella, è vero, per la quale il numero totale degli elementi riesce minimo ma non è, come si potrebbe credere , la
— 08 —
più vantaggiosa dal lato economico, ove, come spesso accade, non sia imposto l'intervallo di tempo nel quale si vuol ottenere l'effetto elettrolitico. In tal caso, converrà dare ad s il minimo valore pos- sibile cioè fare 5=1, e scegliere per numero degli elementi un valore n \a\e che la intensità di corrente che ne risulta abbia un valore sufficientemente elevato per produrre 1' effetto elettrolitico richiesto in un tempo non eccessivamente lungo. A questa disposizione cor- risponderà il più piccolo consumo orario di materiali nell' interno della batteria.
Le equazioni (3) e (4) si possono tradurre in parole nel modo seguente :
Quando con elementi <li un dato tipo si vuol ottenere in un vol- tametro a polarizzazione un dato effetto elettrolitico in un intervallo di tempo pure determinato e adoperando il minimo numero di ele- menti, bisogna
1.° « che il potenziale agli estremi del circuito esterno sia la metà della forza elettromotrice totale della batteria ; »
2.° « che la resistenza interna della pila sia eguale a quella l del filo conduttore che la unisce al voltametro più la resistenza ap- parente del voltametro stesso » (vale a dire r -f — ì intendendo
i
per resistenza apparente di un voltametro a polarizzazione quella di un conduttore che può sostituirlo senza alterare la intensità della corrente nel circuito.
La !.■' di queste condizioni determina il numero s da porre in serie, la 2." il numero totale ininimo ìi.
Applicheremo i risultati precedenti ad un esempio numerico, supponendo che in un voltametro ad acqua acidulata di /' =: 0, ^^ 12 f =: 1, voit5Q gi vogliano raccogliere 112, mg 32 di idrogeno in un ora, adoperando elementi Bunsen per ciascuno dei qualir'=:l, 8 ^=0, oh 48; !a resistenza dei fili di comunicazione essendo ^ = 0, «^ 0 2.
Poiché [H]=0,™s0104 la corrente necessaria sarà
112,320
1 =r • = yamp
3000 X 0, 0104
11 numero degli elementi da disporre in serie è espresso
cs , ■ , , ì • 2 [ 1,50 -f- 3 X (0,12 4- 0,02)]
=r f + 1 ( r -f- 1 ) da CUI s := — !^ ■ — — — ! ■ — — = 4
2 1,8
— !)0 — Il numero totale ininiino ili elomcnti si ottiene dalla
_^ = 1- v-r-J- n i
donde
n = — — = 1 2
[0,12 + 0,02 -f -"^J
Il potenziale atrli estremi del voltametro è =£ f-ir=:l ,voi 8(> ed il rendimento
= 0,48
Infine il consumo totale di zinco
P =: 1,S':215 X 1 = 14,si- 580 . — .
Se invece si volesse ottenere il peso di ir2,»"K32 di idrogeno- senza che venisse imposto l' intervallo di tempo, e se si disponessero i 12 elementi in derivazione, si otterrebbe la corrente
1.8 — 1.5 '= . , 0..I8 =''"^''
Con questa corrente il peso cercato di idrogeno si avrebbe in un intervallo di tempo eguale a
112,32
t z± ■ =z 0478" = L'I 48' circa ;
0,0104X1,067
ma col minimo consumo orario di zinco
P'zr: L215 X 1.667 — 2,g'-025
e degli altri materiali della pila
Il consumo di zinco per ogni grammo di idrogeno ottenuto è , nel primo caso
14,580 P= 0,11232 ='^''''"
e nel secondo
6478X0,3375X1.667 3,645 ^ ^^, ^ 0,1297
P' = 7rTT-;:;7, = i^r^. = o,^'-o3245 ==:
0,11232 0,1123 4
— 100 —
Si vede adunque che i pesi di ziuco consumati, per ogni unità di peso H raccolto nel circuito esterno, stanno fra di loro, a parità di altre circostanze , come il numero degli elementi in serie cioè, nel caso nostro, come 4:1; ciò che doveva essere per la legge di Faraday e di Matteucci.
Roma, 26 Aprilo 1890
Sopra una deduzione elementare del concetto del potenziale — Nota di G. Vanni,
( Tornata del 25 maggio 1890 )
Il concetto del potenziale, cosi fecondo di applicazioni nello stu- dio dei fenomeni elettrici ed in quello di equilibrio e di moto delle masse materiali, può dedursi elementarmente nel modo seguente dal concetto di lavoro.
A Consideriamo la massa materiale
^.^ fìssa M (fìg. 1) supposta concentrata in ,,-'' un punto, ed agente secondo la legge
newtoniana sulla massa materiale ,ik pure concentrata in un punto, e collo- cata in A, alla distanza r, dalla prima. E noto che l'azione attrattiva f, della massa M su ìu (eguale e contraria al- fig. 1 l'azione di 'jh su M ) è espressa
Mm
f = iv— V- (i:
ri-
essendo k la costante di attrazione, vale a dire la forza con cui la unità di massa attira una massa eguale, collocata alla unità di di- stanza.
Supponiamo ora che la massa ni passi dalla posizione A, alla posizione Aj situata sul prolungamento della M A,, alla distanza ^*2 y ^'i* Questo potrà supporsi che accada sotto l'azione di una forza esterna eguale e contraria , in ogni istante , alla azione attrattiva della massa fissa M. Tale forza esterna dovrà compiere quindi un lavoro motore eguale e contrario al lavoro resistente compiuto dalla aziope attrattiva della massa M lungo tutto il tragitto A» Aj. E ap-
— 101 —
punto il valore assoluto di ([iicsto lavoro che noi ci proponiamo di valutare.
Se nella relaziono (1) si fa variare arbiti'aria- iiiente la distanza
/' da o a -j- X , la azione atti-attiva f va- rierà in eori'ispondenza (la -|- 00 a 0. Portando questi diversi valori del- la f sopra una retta OR (li^. 2) contandoli a par- tire dairorig-ine O, ed elevando dagli esterni d(ù segmenti cosi otte- nuti, delle pei'pendico- lari le cui lungliezzc sia- no proporzionali ai cor-
|
\ |
A-, e |
sii'- |
|
|
\^l |
|||
|
.i.\K.. |
|||
|
i\J |
A^ |
||
|
1 .1 ,..'.., . |
fig. 2
» B i'i^P<iiidenti valori di / ricavati dalla (I) si ot-
terrà una certa curva xV, a, aj.... Ag la quale rappresenterà grafica- niente come varia la forza attrattila /' di due date masse M ed in quando se ne fa variare la distanza r : in altre parole, essa rappre- senterà la legge di variazione della /'. Al segmento OP,,, eguale, p. es. alla distanza iniziale y\ corrisponde la ordinata