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BODDETTINO

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SOCIETÀ DI NATURALISTI

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BODDETTINO

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SOCIETÀ DI NATURALISTI

BOLLETTINO

DELLA

ETÀ DI NATUKALIST

iiv ivA.i*orvi

VOLUME XXIII (SERIE II, VOL. Ili) 1909

Oort 3 ia.-^ole

(Pubblicato il 30 maggio 1910)

NAPOLI

R. STABILIMENTO TIPOGRAFICO FRANCESCO GIANNINI & FIGLI

Strada Cisterna dell' Olio 1910

Relazione tra i caratteri chimici e fisici e la costituzione di isomeri ammidati dell'acido canforico

del socio GriNo Abati e di Fkaxoksco dk Notaris

(ToruatM del 4 Aprile 190i>)

L'acido canforico ordinario , o d-canforico malenoide , per sostituzione in uno dei due carbossili del radicale dell'ammoniaca o di un'aramina primaria, può dar origine a due serie di acidi animici isomeri , gli a-derivati (I) se vien sostituito il carbossile vicino all' idrogeno, e i ^-derivati (IT) se la sostituzione ha luogo nel carbossile prossimo al metile.

H

CO . NHH

CH'' COOH

H

COOH

CH-' C(J(JXHH

H CO . NHK

IH.

COOH CH^

lY.

H COOH

RHN . CO CH '

Parimenti l'acido tumaroide corrispondente, o acido isocan- forico, può dare origine a due serie corrispondenti di a ini) e di fj (IVì derivati. Negli a-deiùvati la prossimità al carbossile del inetile determina, dato il carattere positivo di (piesto gruppo, una depressione dell'elettro-affinità dell'acido, come fu osservato

*) Lavoro eseguito nell' Istituto chimico-farmaceutico dell' Università di Napoli.

2

(lii van der MeiiJen ^) inudiuniu misuro compnrativu Hi coiifln- cibilità elettrica su due derivati ammidati rispondenti alle for- inole .1.; e IL. La, stessa influeuza del metile si esercita sul carbo- nile [6 dell'anidride r-anforica (V) e delle inimidi siminetriolie (Y\).

V\

H

l CO (ai

yO .

-CO (p,

CH-^

VI.

H

^, J__^CO (a)

-■ \ CO (pi

CH-^

H

.•■...: ..VII.

1 C:NR

- -.-^1 -CO . .

CH'^ .

Vili.

H

CO

~" C:NE CH-^

Cosi, riguardo nll'anidride, la tendenza a combinarsi con ra- dicali basici essendo maggiore pel carì)onile a, nel caso di rea- zione con iiinmiiK' si formano gli a-acidi della formola l ; pari- menti neir immide iVI) per azione di idrati alcalini reagisce il carbonile a e si formano, allo stato di sale alcalino, gli acidi [i. Assai caratteristico è il comportamento cliimico delle immidi asimmetriche a fVII i e [i (Vili), che si ottengono per azione del cloruro d'acetile o dell'ossicloruro di fosforo ^) sugli acidi ammici I e II corrispondenti. JMentre le immidi simmetriche sono sostanze molto stabili b di carattere nentro o indifferente, le asimmetriche o isoimmidi sono generalmente poco stabili (tanto che quelle de- rivanti dall'ammoniaca non si possono ottenere allo stato liberoì ed hanno un carattere 1)asico, formando facilmente cloridrati ])er azione dell'acido cloridrico gassoso sulla loro soluzione eterea. Per il loro carattere poco stabile invece passano facilmente nei con'ispondenti acidi ammici, se si trattano con acido cloridrico acquoso, ant.he diluito.

In (pieste due serie di isoimmidi la menzionata influenza del nif^tile dovrebbe esaltare la basicità della serie p rispetto a c[uella' dt^ll' a, ma sinora non vi sono in proposito osservazioni, d'in-

') Zur Kenntuis eiiuyer Derivate der Cam])]ier - nnd Heiuipinsiiuro. J)i.>^- scit.ition. L'Aja, 1898.

-2) Htìog-ewBrlì' f, vaiiDorp, llocueil dés tnivaux chiiiiic^uos des Psvvs-B.as, Xll, 12 (1893). '.".rv-:

3

ilolc ([nanlitali\'a di qualitativa; noi aliliiamo voluto prepararti colla p.-toluiflina i quattro acidi amniici e le tre immidi rispon- denti alle forniole sopra citate, per approfondire lo studio dei caratteri chimici e fisici di (juesti isomeri in relazione alla loro costituzione, non trovandosi nella letteratura cìie scarsi dati in proposito e non essendo stato sinora preparato alcun acido am- midato rispondente alla forniola IV. Ma più che da questo lato di carattere puramente speculativo , tale studio ci interessava come fonte di criteri d'analogia, per decidere sulla simmetria o asimmetria di struttura di certi acidi hicarbossilici e delle loro anidridi.

I caratteri fisici dei composti da noi preparati sono riassunti nella seguente Tabella:

i

o o

)^A ti

•ir <0

r^

&^

Q

"^

iO

ii

■— '

^H

■y2

nd

43

''^

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04

<^-l

o

1— 1

p:

H

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-^

g

lO

^

o

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o

1— (

<y>

-f

co

-t

^

-f

co

-^

TI

1-1

r-

+

1

1

1

1

+

+

5

Le rifrazioni molecolari M-/ sono calcolate in base alla for- mola di Glaristone, gli indici, per l'agioni di solubilità, determinati per l'acido a cis in soluzione di etere acetico, per le due immidi in soluzione l>euzenica. Si dovette rinunciare a determinare la l'i trazione dell'acido p cis per la sua scarsa solubilità, a tenipe- riitura ordinaria, nei comuni solventi. E notevole la diUerenza luil potere rifrangente e dispersivo tra l'immide simmetrica e la isoimmide. nella prima anzi la rifrazione molecolare è inferiore

17 23 2

;i, (| nella calcolata per C H 0,, Fa cioè per l'aggregato mole- colare meno l'azoto, dal che si mostra come l'aggruppamento

C ^CO

C >N C-CO

esercita una abnorme depressione del valore ottico del composto. L;i differenza era di tale entità che dubitando fosse incorso (pialclie errore, si ripetè la determinazione con nuova sostanza, ma si ebbero risultati pressoché eguali a quelli della prima de- terminazione. Per (pianto riguarda i caratteri chimici di questi composti, è degna di rimarco })er gli acidi la difficoltà di ottenere il ji trans. Si ha un rendimento scarsissimo, non si rit'sce a. privarlo interamente della presenza dell'acido stereoisomero. si può spingere la purificazione coi solventi, perchè l'acido p trans tende continuamente ad alterarsi, dando prodotti d' aspetto resinoso senza punto di fusione netto, che rattrappiscono e finiscono poi per decomporsi verso 230". L'intlucnza del metile si fa sentire non meno fortemente nelle immidi asimmetriche. Mentre l' isoim- mide a n(jn presenta difficoltà di preparazione di purificazione essendo abbastanza stabile, 1" isoimmide ,^ è assai difficile ad ottenersi; vari tentativi di preparai'la, sia mediante il cloruro di acetile che l'ossicloruro di fosforo, non detten» risultati soddi- sfacenti; si riebbe sempre in maggiore o minor quantità l'acido p cis inalterato accanto a sostanze resinose, sia per mancata trasforniiizioue dell'acido, o perchè l'isfummide, ottenuta allo stato di cljridrato, nelle operazioni fatte per isolarla ritornava allo stato di acido. Soltanto in due di questi tentativi si ottennero ])Ochi cristallini diversi da quelli dell'acido, che si poterono separare Duediante il liquido di Toulet •' che non possono c(jrrispondere ad altro che all' isoimmide p. Purtroppo la quantità era così scarsa da non poter sej-vii'e a cej-te ricerche, che si aveva \\\W\v/À<nw

■di eseguiresti tale composto, specialmcìiito b^ quella della rifrazione che, data la grande differenza osservata tra l'inimide simmetrica e l'cc-isoimmide, sarebbe stata per la ^ assai interessante. L'im- mide simmetrica è assai stabile e non viene punto saponificata dal- l'acqua dopo prolungato riscaldamento a circa 112" in autoclave. Nelle stesse condizioni l'isoimmide a vien lentamente trasformata nell'acido ammico corrispondente.

Gli acidi da noi ottenuti presentano una perfetta analogia con quelli già noti preparati con 1' anilina, sia nel comportamento chimico che nel punto di fusione :

Acidi fenil canforaniiuici a cis 203-2040

a trans 183-183,5

p cis 196

Acidi p. tolilcautorammici

201-209

intorno a 183

190-196

Invece 1' immide p. tolilica simmetrica ha un punto di fu- sione assai più elevato (189-190) di quella corrispondente fenilica (117-118). A proposito delle isoimmidi p. toliliche è da notarsi che esse hanno un punto di fusione inferiore alla simmetrica, mentre nelle poche isoimmidi canforiche sinora conosciute si osserva pre- cisamente il contrario. In questi composti, e specialmente per gli acidi, è difficile determinare la temperatura di fusione, non aven- dosi un passaggio netto dalla forma solida alla liquida; la stessa cosa del resto è stata osservata da altri sperimentatori per varii derivati canforici.

Acidi p-tolilcanforammici (C^^ H-'^ 0=^ N ; P. M. 289,19). Acido a cis.

Fu ottenuto per azione reciproca dell' anidride canforica e p-toluidina in proporzioni equimolecolari, mescolando una solu- zione di 14 g. di anidride in 100 g. di toluolo con 8 g. di p-tolu- idina sciolta nella stessa quantità di solvente , e l'iscaldando il li(|uido a, ricadere per circa due ore.

L' acido ammico si è cominciato a separare già durante le- l)ollizioiie, la- inaggior parte dopo rafFnKkhimento. e per parziale list illazione d(^l solvente. Se ne ottennei'o 20 g., con un rendi- mento di circa il HO",,, liaccolto alla, pompa, asciugato e puri- ficato dall'alcool, si pi'esenta in ci'islalli incolori, Im-ii rorniati. (ilie l'aggiungono una, discreta gra.iulezza, e fondono da 201 a, 209", l/a<'id<» r insolul)il(^ in a-c((ua, abbasiaii/a soliiKile in alcool,

di più in- .-fiìte-re acetico, pochissimo solubile , anche a caldo, in benzolo o toluolo.

Deternmiazioìif aridi Hidr'wa. g. 0,2878 di sostanza sciolta in alcool furono neutralizzali . in presenza di fenolftaleina, da cni^ y,o5 di. idrato, sodico N/kj. ..- ...

Equivalente di neutralizzazione calcolato per

Qitì H^2 ON COOH = 28<J,2 •» » trovato = 307.8

Densilà. Fu determinata sui cristalli più piccoli, ben formati e più posanti, col metodo di sospensione nel liquido di Toulet a 20", ricavando la densità di questo con picnometro Minozzi, della capacità di circa 25 cm''.

21)

d =1,1704

Fotere rotatorio specifico. Fu detenni naix» in soluzione di al- a 99 gradi.

u = g. 0,0289 in 1 cnr^ a 16" 1 = 2 dcm

oool a 99 gradi

aj3 = + 2o 62' [a]J^' = + 49^5

Mifruzione e dispersione. L'acido fu esjiniinato in soluzione di etere acetico dove è facilmente solul»ile, col met(.)do della de- viazione minima, usando uno spettrometro che può dare 1' ap- prossimazione di 1'' ^j Per il calcolo ha servito la tormula eli GJadstone. .-.

.:Solvente: . : .

.n =1,87281 n,, = 1.57466 n, =^ 1,37920 n --1,38308 d^^'^= 0,9009 R =0,41384 li = 0,42524 R R =^0.0114

Soluzione :

j^-= 9,147,, n =1,38711 n^= 1,38912 m = 1,39432 n =1,39873

M Sento il dovere di ringraziare il Prof. M. Cantone, direttore di questo Istituto Fisico, per aver messo liberalmente a rniii disposizione detto spettro- in etro ((t. Abati ì,

-- 8 -- d^^'^ = 0,9221 R = 0,41980 E = 0,43241

Sostanza : R,= 0,471*1 R„^O,603H M^^xm^> B,, _ E, „o,024ò

Acido a trans.

Si è operato in modo analogo a quello nsato da Aiiwers h Schleicher ^) per preparare l'acido a trans lenii uanforamniico, fa- èendo reagire in autoclave a 126<' per 10 ore g. 20 dell'acido dianzi descritto con 100 cm^ di soluzione acquosa di idrato potassico al 'ó'à "/il. In un'altra preparazione invece che in autoclave, si è riscaldato, pure per 10 ore, in palloncino a ricadere, evitando i sussulti con pezzetti di maiolica porosa.

11 prodotto di reazione rimane facilmente liquido anche dopo rart'reddamento, oppure si rapprende in massa pastosa uniforme, che però con poca acqua e assai debole riscaldamento si liquefa. Trattando il sale potassico con la quantità calcolata di acido clo- ridrico concentrato si libera l'acido ammico, che raccolto allapompa e seccato in stufa ad acqua vieu purificato coll'alcool. Dalla so- luzione alcolica si ha un primo separato con punto di fusione a. 182-196". 11 nitrato versato nel doppio volume d'acqua luogo ad un precipitato lioccoso, che raccolto e seccato fonde a 18B^\ Dal primo separato fu allontanato l'acido cis rimasto inalterato approfittando della diversa solubilità nell'alcool, dove l'acido fu- maroide è assai più solubile. Cosi da 20 g. di acido cis si sono ottenuti in tutto 6 g. di acido trans fusibile a 188". Questa so- stanza si presenta in polvere amorfa, che osservata al microscopio mostra un aspetto sferoidale e non si ottiene mai perfettamente bianca come è invece l'acido malenoide.

JJensità.Fu determinata collo stesso metodo usato peri acidi» cis.

d'^ -= 1,1872

Potere rotatorio f^jKuifìco. Fu deteiniinato iji suluziojie di al- cool di 99 gradi.

e -- g. 0,0289 in 1 cnr' a 15^' 1=2 dcni

^D - 0" 12',r) |a]]J -. H-^

•) AiiiKilrii. ;;():). 812 (1899).

Acido \i (ié-.

Si è seguito in linea generale il metodo usato da Haller ^) por ottenere dalla fenildiammide l'acido fi cis fenilcanforammico, operando però sull' immide p-tolilcanforica (più oltre descritta) anziché sulla diammide.

Gr. 20 di immide sono stati trattati con poco pili di un equi- valente di idrato potassico fg. 10) sciolto in alcool; mescolando in un crogiolo di nickel la soluzione alcalina all' immide, questa vi si scioglie mano a mano che si scalda. Si svapora quindi len- tamente a 1). m. la maggior parte del solvente sino a consistenza sciropposa, e, posto il crogiolo in un bagno d'aria a temperatura regolabile, si è continuato ad elevare lentamente la temperatura senza cessare d'agitar con una spatola la massa; la sostanza da prima schiumeggia, poi si liquefa tranquillamente; si porta infine la temperatura a 200° e vi si mantiene il crogiolo per altri 10 minuti. Per raiìreddamento la massa diventa dura e friabile, si presenta un po' imbrunita e vien ripresa con piccole quantità d'acqua bollente sino a completa dissoluzione; il liquido dopo raffreddamento si precipita frazionatamente con piccole quantità di acido cloridrico, ed i vari precipitati vengon raccolti a parte. L'ultimo, che è perfettamente bianco, fonde a ITT».

Scartati i primi precipitati d'aspetto resinoso, si seccano gii altri su acido solforico nel vuoto, indi si sciolgono in alcool a ricadere, e si ottiene così una prima separazione di cristallini ben formati, col punto di fusione da 190 a lyH*^, che lavati con un pò" d'alcool e seccati ammontano a g. 1, 3. Sono molto meno so- lubili nell'alcool dell' acido a cis, sono pure assai poco solubili nell'etere acetico e nel benzolo, per cui si rinunciò a determi- narne il potere rifrangente.

Solubilità ìtelValvool. Una soluzione fatta i\ caldo dei cristalli in alcool di 93-94: gradi fu lasciata a, lungo in termostato regolato a lò*^ in presenza, di cristalli in eccesso. 10 cm'' del liquido filtrato sono stati saturati da cnf^ 5, 4 di idrato di bario N/io in presenza di fenolftaleina. ItK) cnr^ di soluzione satura a 15° contengono perciò g. 1,562 di acido.

Densità. Determinata col metodo di s<jspensione risulta:

,20

d = 1.2(i.-J7 i

ij Coinptes Reiidus CXVI. 121 (KSit;)).

-_1D_

Potere rotatorio specifico. Fu (kiterminato in soluzione di alcool di Do-yJ: gradi.

-c^^g. 0,01662 in 1 cm=^ a 15« 1 = 2 dcm

«D = 2^^ 0' \7.f^ = 64^0

Dopo aver separato i cristalli fondenti a lyO-lOG*^, il liquido alcoolico diede per lenta evaporazioue altri prodotti di caratteri diversi dalla prima separazione; la seconda frazione è quasi bianca. ma amorfa, non fonde, ma solo verso 270*^ si decompone; la terza frazione invece fonde da 182 a 188*^. Sospettandosi che questa sostanza pel metodo di preparazione , cioè fusione con idrato potassico, fosse costituita più che altro da acido [3 trans, formatosi accanto all'acido malenoide, fu esaminata al polarimetro in so- luzione d'alcool a 93-94 gradi.

e = g. 0,012 in 1 cm-' ii 20<' 1 = 2 dcm

't* Ho J.^ ' \r,

20

'^D= 42 ' laU - 29",2

Per l'acido [j cis, il potere rotatorio specifico è (34'^, la determinazione polarimetrica dell'acido [i trans, descritto più oltre,

ha dato: [a]-p^ = 13", 7. quindi la frazione fondente a 182-188"

è un miscuglio dei du<' acidi stereoisoiaeri con prcvaleiiz;! della f o rm ; t fu m ai •< > i r le .

Acido [j trans.

La preparazione è analoga a quella dell'acido a trans, g. 21 di acido p cis grezzo (ottenuto direttamente per precipitazione coll'acido cloridrico senza purificazione mediante l'alcool) si son fatti reagire per 10 ore con 40 cm^ di soluzione di idrato po- tassico al 33 "^/o, operando in autoclave a 125". Dopo raffredda- mento il prodotto della redazione era costituito da due strati, l'inferiore liquido, limpido e mobile, il supeiiore invece A'ischioso e un po' colorato; divisi mediante se])aratore a laig'o collo, il liquido iiifci'ioic per jicidilìcaziouc con acido cloi'itlrico non dette un prccipil.ito a.j)[)r(v./a.l)ile , lo strato \iscliio.so invece, diluito con un |)(»" (r;i,c([u;i e t iji.t la-t(» fraziona.t aiueute i^in due volteì con acido clofidi'icnj (lentie un alibondantc [)re(!Ìpil,ato bianco, voiu- uiinosn, Le line frazioni l'accolte ed ascingate, vengono l'ipi'ose

ir

separatamente con alcool per purilicarle; rlalla prima però non Sii ha alcun risultato soddiisfacente. dalla .seconda s'ottiene, per lenta evaporazione alla temperatura ambiente, una sostanza d'aspetto microcristallino, con punto di fusione intorno a 189*^.

La sostanza lia reazione acida, si scioglie, a differenza del- l'acido stereoisomero, molto facilmente in alcool, e non è perfet- tamente bianca come quello, ma un po' colorata.

Potere rotatorio specifico. Fu determinato in soluzione di alcool di 93-94 gradi.

e = g. 0,0168 in 1 cm'^ a Ib^' ] = 2 dcm

*D = Oo 26' \4^ = - 13^7

Questa sostanza, per analogia alle forme trans dell' acido p-tolil- e feuilcanforammico e per i suoi caratteri, non può cor- rispondere che alla forma fumaroide dell'acido p-tolil- p-canfo- rammico. Essa però è più alterabile della forma fumaroide del- l'acido a corrispondente ; infatti ogni qualvolta si tentava di purificarla dall'alcool, gran parte di essa resinificava.

Immidl p-tolilcanforiche (C" H^^ 0^ N ; P. M. 271,18) Immide simmetrica

Le immidi simmetriche degli acidi bicarbossilici si otten- gono generalmente per riscaldamento o distillazione degli acidi ammici, o per disidratazione di questi in soluzione ; per certi acidi è sufficiente il riscaldamento con alcool. Questi metodi però non ebbero successo nel caso dell' immide p-tolilcanforica, che fu invece ottenuta in luogo della diammide, mentre si intendeva di partire da questa per avere, secondo il ]jrooesso usato da Mai- ler (l. e.) r acido § cis già descritto.

Il processo fu condotto secondo quello usate) da 0. Aschan ^) nella preparazione della fenikliammide canforica, facendo agire il cloruro di canforile con la p-toluidiua in soluzione eterea. Il cloruro di canforile necessario si ebbe seguendo le indicazioni di A. Moitessier -) per azione del pentacloruro di fosforo sull'acido canforico. lu qualche preparazione si provò di sostituire quest'ul- timo coll'anitlride c;inforica aggiungendo uu po' di os;si,clpruro di Ipsforo [)er iniziare la reazione, ])erò è i-isultato più conveniiMitc

\) Berichte, XXVIII, 5H0 it.S<»:,i. -'j Aiin.'Uen, 120, 252 (Js(;i).

partire dall' acido. La reazione da principio vivace deve esser poi continuata per riscaldamento e prolungata alquanto, usando un eccesso di pentacloruro sulla quantità calcolata , altrimenti per raffreddamento si separano sempre dei cristalli di anidride can- forica. Dal liquido si scaccia poi la massima parto dell' ossiclo- ruro di fosforo in bagno d' olio di vascllina senza superare la temperatura di 150^', per evitare imbrunimento e alterazione del cloruro di canforile. Questo però per azione sulla p-toluidina. pur usando due equivalenti molecolari di questa, dette un risul- tato diverso da quello avuto da Asclian por 1' anilina; infatti, accanto a del cloridrato di toluidina, si ottenne una sostanza in bei cristalli che, purificata dall' alcool, fondeva a 189-190", ed all' esame risultò corrispondere non alla diammide ma all'immide. Ddcriiì/nac/oue del peòv )nolecolare. Fu eseguita col metodo crioscopico, usaiido l'acido acetico (costante usata nel calcolo: 39).

Concentrazione Abbassam. term. Coeft'. d'abbass. 1*. M. trovato

0,869 0" 12 0,1381 282,5

ì\ M. calcolato per l" imuiide C^' H-i 0- N -= 271,18

> la diammide 0-"^ H"'^' 0- N-= 378,26

lh'ti'rtnu(n.ì'ioìi<' d'a.ioto. g. 0.2280 di sostanza col metodo Kiol- dalil diedero tanta ammoniaca da saturare cuf' 7,68 di acido solforiiMi N 10.

Trovato " ly (Calcolato 1' innnide <Jalcoliito per la diainniiile

N = J:,78 5,16 7,41

In ulteriori operazioni si trovò più conveniente di sostituire nella reazione tra cloruro di canforile e p-toluidina all'etere il benzolo o meglio il toluolo, e adoperare un grande eccesso di p-toluidina, circa tre equivalenti molecolari per uno di cloruro. Anche in questi casi si è sempre ottenuta l'immidi- e mai sostanze elle potessero coi'rispondere alla diammide. La sostituzioni- del benzolo o t,oluolo all'etere usato da Asehau lia il vantaggio non solo di potere elevare la temperatura, giacché la reazione . elle iij |")i-in(ipio è vivace, in seguito pei- conipiersi necessita un ri- scaldamento del miscuglio, ma atielie perchè riesce piti facile soparai'e in modo eomplelo T immide dal cloridrato dell'ammina: In ])rima •'• facilmente solubile noix^ì idrocarburi aromatici, mentre vi è in.<<(»luli!|c il cldi'idialo : decantato poi il liiiiiido è facile

IP,

togliere all.^ ma.--;,>fl cIpÌ rloriclrato quel po' H'immirip rlie vi linwiip. trattandolo ,i calfif) t'Oii acqua dove esso è molto solubile, iiKmtre r immide l'imano indisciolta.

L'inimide grezza fu pniilicata dallalcool; le prime separazioni sou costituite da bei cristalli incolori di reazione neutra fondenti a 189-190". Essa (-' molto solubile a caldo nell'alcool , ma assai ])OCO a temperatura oi'diuaria: 10(ì cm"^ di soluzione akoolica aliDol di 93-94 gradi) satura alla temperatura di 15" contengono appena g. 0,681 di sostanza. È invece molto solubile in benzolo al contrario degli acidi di (picsta serie; nell'etere acetico è molto solubile a caldo, pochissimo alla temperatura ordinaria. Riscaldata con acqna in autoclave a circa 112*^ per due ore e mezza, non mostra alcun segno di trasformazione in acido.

Densità. Determinata col metodo di sospensione:

20

d = l,29i>5

4

Potere rotato/io spn-ifico. Venne dcteriniTiato in soluzione d'al- roof (li 9.'>-94 gradi.

e =- 0,00681 in 1 cm^' a, 15" 1 = 2 dcm

Vi

xj^ = 20' [a]j^ = 24-,5

Bifrazioìie e. dispersione. Per le l'agioni acceimate in principio di ([uesta nota, furono eseguite due determinazioni, amliedue in soluzione benzolica.

Benzolo usato:

n = 1.4986H n^= 1.50828 n„ --- 1,51540 n =^1.52580

d^^'^ = 0,8835 R == 0,56439 R == 0,59515 R R = 0.03076

I. Determinazione.

Soluzione: p = 10,39 "/o

n^ = 1,50353 n^^ -=. 1,50811 n^ = 1,52008 n^, - 1,53036 d'''''= 0.9097 R =0,55353 R =0,58302 R R =0,02949

14

Sostanza:

R --= 0,4598 R = 0,4783 M = 124,7 K R -= 0,0185

IL Determinazione. Sohizione: ^> = 8,627 >

n = 1,50276 n^ = 1,50730 n„ = 1.51940 n = 1,52962

15 1

ri ' = 0,9056 R = 0,55516 R = 0,58482 R R =0,02966

Sostanza :

R = 0,4574 R -= 0,4754 M =^ 124,0 R R = 0,0180

Isoimmide a.

Si è ottenuta dall'acido a cis, tanto mediante l'ossicloruro di fosforo che col cloruro d'acetile (il processo è eguale nei due casi) secondo le indicazioni di HoogewerfF e van Dorp ^1. e).

g. 5, 5 di acido a cis si son fatti reagire col doppio di os- sicloruro, nel caso invece del clorui'O d'acetile si è usato di questo 3 parti per 1 di acido ammico. In ambi i casi si è riscaldato de- bolmente a ricadere; l'acido ammico passa subito in soluzione, e dopo circa due ore, essendo finito lo sviluppo di acido cloridrico, si è cessato il riscaldamento. Raffreddato il liquido, si aggiunge solfuro di carbonio per asportare l'eccesso dei solventi, ma non si osserva nessuna separazione di liquidi ; per evitare quindi il riscaldamento, invece di distillare, si fa passare una rapida cor- rente d'aria secca, finché scompare completamente l'odore di sol- furo di "carbonio. Sul tubo d'ingresso dell'aria, pescante nel li- quido, si deposita già un po' di sostanza fusibile a 131°. 11 re- siduo rimasto è un liquido denso, rossastro; mantenendolo raf- freddato con acqua corrente, lo si diluisce con circa 30 cm^ d'acqua, s'aggiungono circa 50 cm^ di etere e, continuando ad agitare, a poco a poco una soluzione di potassa caustica concentrata. Lo strato etereo si va colorando in rossastro, e, separato dal liquido acquoso, va deponendo per lenta evaporazione dei bei cristalli, ben fonnati, fondenti a 131»; il liquido decantato, dopo parziale distillazione dell'etere, ha lasciato pure cristalli col punto di fa-

15 ^-

sioac "a- ISI*"." Gali ri ire opura,zioni, una fatta coll^o^siulaniif* t'o- stbro, l'altra col cloruro d'acetile, si sono ottetuiti da 1 1. y'. «li acido a cis g. 8, 5 di isoimmide cristallizzata e fondente a 131", con un reddito dell' 82 "/o.

Riscaldando g. 0,766 d'isoimmide con acqua in autoclave a circa 112», dopo un'ora si ebbe una trasformazione in acido am- mico corrispondente a cm'' 0,4 di barite N/m, dopo due ore e mezza corrispondente a cm^ 0,9.

Densità. I cristalli ottenuti sia dall'alcool come dall'etere hanno lo stesso punto di fusione ma densità diversa, dall'etere hanno la densità:

d^ = i,2ioa,

4

i cristalli flelFalcool : d -= 1,2128

4

Potere rotatorio sprc/fìco. Di^tei'mihato in alcool di 98-94 gl'adi:

e = g. 0,(1 Ì'3() in 1 cm-^ a 20^\ "1 = 2 dcm

a^ == + 0" 26' [a/^ = + 16^,7

Bìfrazionp e (lispersione. La determinazione fu eseguita in so- luzione benzolicn collo stesso solvente usato per l'immide sim- metrica.

Soluzione: p = 10.81 " n

n ^I.ÒOHHO )K -~ l..-^0782 ii --1.51988 n =-1.53017

7. 1 ) 3 •'

.l'^''' = 0,9052 R.- 0,55602 R -=0.58571 R R -0.02969

Sostanza :

R ^0.4869 R --(1.5077 M =132,0 R R =0,0208

a Y « Y *

Isoimmide '(>.

Il processo di preparazione è identico a quello della isoim- mide a, colla differenza che si parte dall' acido ^ cis ; tuttavia si

IG

(lovet+G rad ri oppi aro la cjnaiitit.à di cloruro ri' acetile e prolungare sino a 6 ore il riscaldamento a ricadere, ali rimenti qnest' acido ammioo rimane pressoché inalterato, xlnclie nsand(» 1' ossicloruro di fosforo, pnre in proporzione maggiore di <|nella nsata per l'a- cido a, s' incontrano le stesse difficoltà. Sopra diverse operazioni, da due soltanto si poterono ottenere dall' estratto etereo, assieme alla massima parte di acido ^ cis inalterato, pochi cristalli d' a- spetto diver.so, che si lasciarono separare da quelli dell'acido me- diante il liquido di Toulet. Questa sostanza, che per analogia ai composti ottenuti da Hoogewerlf e van Dorp e da van der Meu- len corrisponde all' isoimmide [5, fonde a 146».

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Densità: d = 1,209

4

Potere rotatorio specipeo. Fu determinato in soluzione d'al- cool assoluto.

e = g. 0,0106 in 1 cnr a 15^- 1 = 1 dcm

aj3= +0o4',5 [oc]|^ = + 7^1

Napoli, Febbraio 1909.

Per una critica dei ppof. Sigismondo Giinttiep V

del socio Leonardo Ricciardi

(Tornata del 4 Aprile 1ÌI09).

Il modo poco cortese con cui il Giinther mi ha trattato nel prendere in esame gli argomenti da me svolti nel mio lavoro, mi fa supporre che il chiaro autore del « Lehrbuch der Geophysik, » sia piuttosto crucciato con me, per non aver trovato alcun cenno sulla teoria da lui enunciata sulla costituzione geofisica del no- stro geoide ^j ; e quindi, anziché fare una critica serena ed obiet- tiva, si è fatto vincere dal puntiglio piuttosto che lasciarsi gui- dare dalla ragione, ed è caduto in molte inesattezze, ch'io son lontano dall'attribuirgli a colpa, poiché credo derivanti da equi- voci pel differente idioma, anziché da ignoranza, alcuni addebiti che mi appioppa.

Pur tutta volta, sia per'la verità che per la storia, fa d'uopo mettere le cose a posto, e lasciare arbitri e liberi i cultori di scienze di accettare quella teoria che risponda al vero, poiché lo stesso valore hanno quelle enunciate in Germania, in Italia o nel- rOceania, purché si fondino su fatti provati e che possano con- correre all'affermazione del vero.

1) Abdruck aus Dr. A. Petermanns Geogr. Mitteilunft-en 1908. Heft. VI. Literaturbericht-Allgemeiues, Nr. 261-266.

2) Il prof. Parona dell'Università di Torino pubblicò nel 1903 un prege- vole trattato di Greologia usando egli pure il vocabolo geoide. A pag. 29 si esprime cosi « Se prescindiamo però da queste deformazioni secondarie, la for- ma che meglio si accosta al geoide è un'elissoide di rivoluzione nel quale lo schiacciamento polare sia determinato da uno stato plastico della materia che lo compone ». Siccome nella mia Genesi del nostro Geoide, ammetto le rocce allo stato plastico sotto la parte emersa nell'aria, che è relativamente rigida, non potevo scegliere altro vocabolo che meglio rispondesse alla mia conce- zione.

Pure il Prof. Alessandro Portis, Presidente della* Società Geologica Ita- liana, nel discorso pronunziato in Roma il 20 settembre 1908, fece uso del vo- cabolo Geoide. (BoUettino, Voi. XXVII (190S). Fase. III).

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Jjopo la puljl)licuziuii(j (IcUu crilicci del Guiiiliur, mi atì'ruUai a spedirgli i miei due ultimi lavori « Risposta ad alcune osser- vazioni sull'evoluzione minerale » e « Su la Genesi e fine del no- stro geoide »; e ci tenevo, specialmente per quest'ultimo, poiché a pag. 54, a proposito della teoria del Giinther sulla costituzione del nostro pianeta, mi espressi come segue:

« Il Giintlier (1897), consentendo ogni possibile temperatura e pressione nell'interno della terra, ne dedusse che in essa si de- vono trovare tutti gli stati di aggregazione, dal rigido al liquido e al gassoso, senza salti , senza lacune. Questa ipotesi condusse l'autore ad enunciare la teoria della Varia Aggregazione^ teoria che ha del verosimile, poiché è logica ; ma io non condivido com- pletamente questa ipotesi, perchè escludo lo stato liquido ^) ossia di fusione della materia nell'interno del nostro pianeta (concetto che ebbero pure gli uomini primitivi , che non astraevano ri- flettevano), stante che il microscopio ha messo nella massima evi- denza che le rocce eruttive per la loro struttura derivano da un magma idrotermale ^), e quindi la terra con tutta probabilità de- v'essere costituita come segue:

I.o da un involucro esterno relativamente rigido;

II.o da un involucro idroplastico;

III.o da un altro involucro costituito da un magma idro- termale;

IV.° da una gran massa gassosa primordiale. Asserisce il Giinther che « la prima parte dell'opera comin- cia con una spiegazione di argomenti cosmici e di geogenia, per arrivare poi all'origine ed al modo col quale si formarono le masse minerali. Il parere di Suess circa il retrocedere dell'acqua viene rigettato ; egli vuole che i monti si sieno formati per solleva- mento ».

Ora sono in attesa di leggere che pensi il mio contradittore (che suppongo debba essere equo nell'emettere il suo giudizio fi- nale) su questa parte della mia produzione scientifica; pertanto, siccome io sono un indomito lottatore per l'afférmazione del vero e pel progrosso sincero della scienza, sono costretto a dover dis- sipare gli equivoci o le inesattezze nelle quali è caduto il prof. Giinther.

^) Platone, nel Fedone, ammetteva l'esistenza del Ptirvplilcfichm. liumc di fuoco sotterraneo.

2) S. Arrhenius. Zur Pliysik der Vulcanismus, Stooklilom, lltOO. Ammette lo stato solido, magmatico, gazoso e gii elementi liberi.

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Mi A opportuna intanto l'occasiono })cr dichiarare clic io non ho mai ptuisato di esumare hi .sepolta teoria di Leopoldo De 13uch ' I sui crateri di sollevamento come venne enunciata. Infatti, occupandomi della genesi del nostro geoide, mi espressi come se- gue: < 1 gas ed i vapori (nel passaggio della terra dalla fase stel- lare alla fase planetaria) rimasti imprigionati, esercitavano un'a- zione dinamica sull'involucro idroplastico, formandosi sulla su- perficie delle ondulature o pieghe, se non proprio rlelle protube- ranze o gibbosità, che furono poi i massicci antichi o le rocce ar- caiche » ^). E nella successiva pagina: ^ ho già detto che le prime cupole costituiscono i massicci antichi ; ma, rimanendo essi sotto l'acqua, se non resistettero alla dinamica interna, diedero luogo alle eruzioni subaquee, eruttando sostanze della stessa composi- zione mineralogica e chimica dell'involucro periferico o roccia fondamentale: si ebbero allora le prime rocce cristalline eruttive o graniti ». Finalmente a pag. 49: « Nulla si crea e nulla si di- strugge: tutto si evolve, e la forza evolutiva, largamente sussi- diata dal dinamismo endogeno o sollevando l'involucro idroplastico o iniettandolo in altre masse, o finalmente rompendo la parte sovraincombente, origine a vere eruzioni, che determinano suc- cessivamente la morfologia del geoide. »

Con quanto dissi nei periodi riportati , intesi di dare una spiegazione logica della formazione delle montagne a forma di cupole o domi che si conservano ancora intatte; e perchè il fatto non possa essere smentito, ne cito alcune: nei profili delle Alpi e del Giura Svizzero del Heim si vedono le cime tondeggianti, se non si fendettero; la Selva Bavarese e la Selva Boema constano di un vasto argine di monti allungati e tondeggianti, i quali si succedono cosi vicini e cosi uniformi che furono paragonati alle onde solidificate di un mare; la cupola granitica nella valle di Tolumne (Sierra Nevada)^ quella trachitica negli Astroni (Campi Flegrei) e le altre che si osservano neW Amiata, in Roccamonfina, nei Colli Euganei^ sul Plateau nella Francia centrale, nel Puys de Dòme, de Sarcou, nel Pelée (Martinica), nell'isola Riunione, San- torino, Islanda, Tonga, non che sulle lave del Vesuvio, dell'Ha wai ecc. Questi esempi debbono evidentemente condurre ad una com- pleta conciliazione tra gli scienziati, che discutono ancora sul-

1) De Buch, Description physique des iles Canaries, Trad. Paris 1836. 2j RicoiARui. Boll. d. Società di Naturali.sti in Napoli Voi. XXI, XXII. 1907. 1908.

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l'oro^unusi, nonché sulla genesi delle rocce granitiche, special- mente se siano o no eruttive, per quanto i geologi di tutte le scuole siano di accordo nell' ammettere soltanto le formazioni granitiche subaquee. Comincio col precisare il mio concetto sulla teoria dei crateri di sollevamento, e perchè non avvengano con- fusioni, prendo io pure le mosse dal gruppo delle isole Canarie del quale fa parte Palma, la cui piattaforma è formata di rocce arcaiche, e su questa formazione geologica si vedono impiantati i crateri di rocce più recenti (l' ultima eruzione su qiiell' isola avvenne nel 1669), formati di accumuhizioue esogena di materiali attorno all'asse eruttivo. Io sono di opinione che le osservazioni di De Buch su quelle isole siano esatte, e le spiego coi seguenti fatti. Dove si rinvengono isole vulcaniche, e ne cito alcune. Capo Vercle^ San Paolo, Chiloe, Hawai., FantcHeria, Eolie, Sanforino, Nuova Zelanda^ Giava, Sumatra ecc. prima non esistevano che ondulature, intumescenze o cupole di rocce arcaiche, e se ne ha una prova inconfutabile nell'Oceano Pacifico, dove i vulcani si rinvengono impiantati su catene ondulate; e per analogia ri- cordo che in alcune formazioni subaeree si sono ripetuti gii stessi fatti, come nei Campi Flegrei, sul Plateau dell'Alvernia, sul Pla- teau trachitico del Colorado (Powel) , e in tutto il sistema di rughe della regione bosniaco-dalmatica, che sono continuazione delle Alpi (p. 58, Genesi).

Le cupole, finché rimasero sotto l'acqua, conservavano tutte le proprietà AqW involucro idrojdastico^ e perciò soggette a subire gli effetti delle spinte orogenetiche, ossia di sollevamento, pel dinamismo endogeno. Ma le cupole granitiche, trachitiche o rio- litiche, ecc. (essendo queste le rocce che costituiscono il primo nucleo di tutte le isole vulcaniche resistenti ai flutti del mare) divenute subaeree , la massa da plastica divenne relativamente rigida, e allora, quando il dinamismo interno, invece di agire sulla massa idroplastica, agi sulla massa divenuta rigida, provocò sprofondamenti o fenditure, formando Caldere o Barranchi, donde furono successivamente eruttati materiali della stessa o differente composizione mineralogica e chimica. Infatti, sul Plateau dell' Al- vernia, il Puy Chopin consta di Granito^ Trachite e Basalto (Scrope). Nella Nuova Zelanda a N. E. di Tarawera, nel 1886 da una cu- pola riolitica, contenente 73,64 di silice per cento, venne eruttata una lava andesitica con 50,90 di silice "/o (Ponde), ecc. ecc. ^).

1) .UicciARDi Rispostii ad alcune osservazioni suirevoliizioiie niinerule, Napoli, 11.108.

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Ora, in ([ikjsIì csuinpi troviaiiio lo provo o i tal-Li indisi.riitti)jili u inconfutabili del dinamismo endogeno, che nel primo tempo formò cupole, mentre nel secondo queste, divenute subaeree, non resi- stettero all'urto, e, rompendosi quelle formazioni granitiche o rio- litiche, non diedero più luogo ad alcun rigonfiamento, in modo da formare una vescica, come scrissero alcuni, esagerando la teoria debuchiana, ma eruttarono rocce contenenti gli stessi minerali e la stessa composizione chimica, oppure differente.

Lo stesso Humboldt, che fu uno dei più strenui sostenitori della teoria dei crateri di sollevamento, ma che ebbe pure il buon senso di non cadere nella esagerazione, come imprudente- mente fecero altri, a proposito del sollevamento del Jorullo, cosi descrive la pianura chiamata Playas de Jorullo: « Lo case della Playas, e parimenti il colle basaltico del Mirador^ giacciono a livello dell'antico terreno non vulcanico o, per esprimermi più cautamente, del terreno che non s' è sollevato ». (Cosmos. voi. IV). Continua l'A.: « Entro la massa basaltica degli Hornitos (piccoli coni d'eruzione) non rinvenni scorie frammenti di più antiche rocce spezzate, quali pur v'hanno nelle lave del gran Jorullo ».

Cita Scrope (Les Volcans, p. 226j: che egli stesso, Geikie ed altri geologi constatarono nella nuova Zelanda, nelle isole Bri- tanniche, in Iscozia, e successivamente Tietze sul vulcano De- mawend in Persia, che gli strati rocciosi furono perforati dalle masse eruttive senza essere dislocati e nemmeno sollevati intorno alla frattura. Cosi Darwin [Viaggio di un naturalista iìitonio al moìido, p. 279) riferisce che nelle Cordigliere delle Ande il gra- nito rosso sembra essere stato iniettato sopra un'antica linea preesistente di granito bianco e di pietra micacea.

Saussure, che studiò dopo l' Humboldt il Jorullo, venne egli pure a conclusioni contrarie al sollevamento, e se taccio i nomi di tutti i sostenitori ed oppositori alla teoria del De Buch, non posso tacere quello di Fouqué, il quale, studiando le isole del- l'arcipelago Santorino, credette di dare l'ultimo colpo alla già demolita teoria dei sollevamenti \), mentre chiamò cono di estru- sione 0 dimoio vulcanico, un domo o cupola formatasi nell' eru- zione del 1866. A Santorino prima il magma si accumulò sul fondo del mare presso l'apertura d'uscita, poi si alzò come una gigantesca intumescenza priva di cratere, spinta in alto dal nuovo magma che continuava a sgorgare.

1) FouQDÉ, Sautoriu et ses éruptions, Pai-i.s 1879.

Si formano dunquu pure ai tempi nostri intumescenze, domi o cupole submarine, e subaeree, come dirò presto ; ma i geologi o vulcanologi che temono di essere confusi con i sostenitori del- l'aborrita teoria di De Buch , ricorrono ad artificii, o nomi nuovi, e cosi chiamano il domo di lava massiccia, non accumulazione nell'atto che cominciò l'eruzione di Santorino e poi di solleva- mento, ma cono di estrusione.

La esagerazione di De Buch, Humboldt, Dufrenoy, Elie de Beaumont ed altri sta nell'aver voluto interpetrare tutte le for- mazioni vulcaniche col criterio dei crateri di sollevamento e con l'ammettere che il magma eruttivo, prima di erompere dalle vi- sceri della terra, sollevasse repentinamente gli strati della crosta terrestre in forma di vescica, generando una montagna od un cono di sollevamento, il quale, rompendosi in alto per l'azione espansiva dello stesso magma, si convertiva in cratere.

L' indirizzo della moderna geologia ha quasi completamente abbandonata questa ipotesi , e vede soltanto in questi grandiosi fenomeni la somma di un grande numero di piccole azioni. Io sono di opinione che se la teoria dei sollevamenti non fosse stata esagerata, da molto tempo la scienza si sarebbe avvicinata alla esatta interpetrazione delle formazioni orogenetiche. Infatti, io credo che non vi sia geologo o vulcanologo che abbia assi- stito ad una eruzione vulcanica o esplorato una regione eminen- temente vulcanica, che non sia convinto che i domi o le cupole possono formarsi per sollevamento e per accumulazione, come pure che i fenomeni eruttivi dei nostri tempi non siano diffe- renti da quelli di epoche remotissime.

L'errore grave, imperdonabile, dei partigiani della teoria dei sollevamenti sta appunto nella esagerazione dei sollevamenti re- pentini degli strati delle formazioni geologiche (che si fanno ascendere ad uno spessore di circa 100 chilometri): tutto questo è contrario ai più elementari principi di meccanica.

Se il Giinther avesse tenuto presente che io, parlando delle intumescenze o gibbosità, mi riferivo a quelle formatesi sullo in- volucro idro-])laMico specialmonte per l'azione del dinamismo en- dogeno, senza attribuire mai la plasticità (h^lle rocce alla pres- sione, come ammisero l'Heim, il Baltzer (m1 ali ri, non mi avniblìc additato certamente come paladino della teoria dei sollevamenti, j)oichè, come è noto dalle esperienze di Battelli (Memorie della Jieale Accademia di Torino ., 1898), l'acqua sottoposta in vasi chiusi , alla temperatura di B64o,3 , sviluppa una pressione di 194 atmosfere, e si trova al cosi detto ininto critico., corri spon-

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(Innte ad uno stato, il ((ualo uoii ussoiidu li({ui(l(j m"", aorifoniiu, partecipa di entrambi. Difatti, le correnti laviche dei vulcani, che constano di magma, appena a contatto dell' aria, si raiìreddano formandosi subito alla superficie scorie, che costituiscono uno strato coibente; e spesso avviene che i gas ed i vapori, non tro- vando un'uscita libera, formino vere cupole, le quali poi, se di- venute relativamente rigide, non resistono alla pressione dei gas e vapori, si rompono alla cima o sui lati, e formano dei coni o conetti eruttivi.

Cosi si assiste al più istruttivo ed al più bel fenomeno erut- tivo, come a me venne dato di studiare sulla lava vesuviana del 1872, che si riversò nell'atrio del cavallo e sulla quale si forma- rono conetti eruttivi, fenomeni osservati precedentemente e suc- cessivamente al 1872, da Bulifon (1694), da Spallanzani (1785), Scrope (1822j, Schmidt (1855), Palmieri (1872), Lawis, Mercalli e da altri, nell'isola di Giava, Riunione, Havvai, ecc. Queste fu- marole eruttive proiettano brandelli di magma, sprigionandosi le materie gassose incluse nel magma stesso con forte sibilo, e riproducono con le loro esplosioni tutti i fenomeni di una eru- zione, e ci consentono di comprendere il meccanismo delle eru- zioni. Infatti il Mercalli, parlando del Vesuvio, che egli visitò nel settembre 1878, riferisce che « la voragine rimasta dopo 1' eru- zione del 1872 era già in gran parte riempita, ma aveva ancora circa 80 metri di profondità. Favorito dal vento, che p)Oi'tava il fumo verso sud-est, potei scendere nell'interno del cratere dalla parte di N. W. Arrivato sul fondo, mi trovai suUa crosta di una lava ancora scottante, sgorgata almeno in parte nella notte pre- cedente. Essa riempiva, come un pantano di fuoco, tutto il vano anulare esistente tra le pareti del cratere e la base di un pic- colo conetto, che sorgeva nella parte sud-orientale ed era in i- schietta attività esclusiva stromboliana. La lava su cui cammi- navo, mostrava al di sotto di una crosta di 3 o -l decimetri di spessore, la massa interna ancor fluida e incandesc'ute, e sulla sua superficie vicino al cono di proiezione, sorgevano alcuni pic- coli conetti di un metro o poco più di altezza, i quali lancia- vano ad intervalli getti di vapori e frammenti di scorie, quasi ripetendo in miniatura i fenomeni del cono maggioro ».

Il Lacroix ^) riferisce che nell' interno del vasto cratere della montagna Pelée, durante l'eruzione del 1902-1903 si formò un domo costituito « par un culot centrai encoro à haute tempera-

1) A. Laoroix La ìnoìitaf/ne Pelèe et >ies erupHonx. Paris, 1904:.

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ture et probablemeiit plus oli moins visqueux, enveloppè par une carapace solide partiellement ou complétement refroidie, en tout cas fissurée de toutes parts, mais dépourvue d'ouverture beante permanente. A de nombreuses reprises, la inatière fondue sous jacente pergait cette carapace pour venir au jour; elle s'écroulait en partie à l'exterieur sous forme de blocs incandescents, mais une autre partie restait iigée sur place, accroissant ainsi la masse du dòme > .

Conclude il Lacroix clie l'aguglia rocciosa, che sormonta il domo, si sarebbe formata « par l'extrusion de materiaux solides poussés de bas en liaut à travers le paroi de la carapace ».

L'obelisco del 4 novembre 1902, fino a tutto dicembre 1908, subì saltuarie variazioni di innalzamento o abbassamento a mi- sura che si verificava una spinta dal basso all'alto del magma, oppure franamento della cima.

Bisogna aggiungere che nelle formazioni eruttive di tutti i tempi, cominciando dalle archeane, se ne rinvengono di tutte le forme. Troviamo, ad esempio, grandi espandimenti piani, come le pianure Sarmatica, Germanica, ecc., e ne troviamo ondulati, quali il sistema delle Alpi e quello del Giura Francese, che senza in- terruzione si estendono dagli Urali al Golfo di Guascogna, con- tinuato ad est dai Carpazi, sistema che deve interpretrarsi come una potente serie di pieghe o di onde, analogo alla massa por- firica di Lugano e degli abissi del Pacifico, ecc., e ci si presentano anche forme di cupole (profili delle Alpi, Puys dell'Alvernia, ecc.), come quella granitica di Tolumne (Sierra Nevada) , che si con- serva intatta; e qua e à incontriamo crateri subaerei, formatisi su piattaforma arcaica, che eruttarono rocce di differente compo- sizione chimica e mineralogica (Puy Chopin, ecc.). Cosi il Monte Rosa, il massiccio del Ticino e quello dell'Adula, costituiscono delle volte gigantesche di grande semplicità; altri al contrario, come il San Gottardo, risultano della sovrapposizione di nume- rose pieghe strette le une contro le altre (Parona, pag. 341). queste formazioni sono esclusive dell'epoca arcaica, poiché si rin- vengono non solo grandiosi espandimenti di trachite e spesso cu- pole trachitiche intatte —Ande, Campi Flegrei (Astroni), Cimbo- razo alta (JBIO metri, Pichindia (4747 m.), Tolima (5600 m.), Puracé (la cima alta 1700 metri aveva forma di domo), Mauna- Loa (Hawai) alta 4194 m., che veduta da lontano sembra una semplice intumescenza; ma anche estese correnti di basalti, sullo (juali si riiivong(ìno cu])ole basaltiche, come nell'isola Riunione

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« mamelon centrai », nelle Hawai, sul Vesuvio (1905j, sul Raoun (Giava).

Così il Panum-orater (California), costituito da una enorme massa di riolite, forma una torre ; il Pichinca (somigliantissimo al Monviso e ad una delle sommità del Sempione e del Ruwen- zori) forma una piramide, come del pari il Quilindana ed altri vulcani delle Ande. Nel vasto cratere della solfatara della Grua- dalupa, alto 1481 m., si è formato un domo irregolare ed è un dicco trachitico, come quello di Pendise (Colli Euganei).

Dallo insieme di questi fatti, sembra almeno che i vulcano- logi siano di accordo nell' ammettere che la causa che produce l'innalzamento (sollevamento) del magma di un domo d'estrusione sia la stessa forza espansiva che lo fa salire nell'interno del con- dotto vulcanico. Per conseguenza pure le cupole, le fumarole o conetti eruttivi che si formano sulle colate laviche o sul fondo dei crateri, il più delle volte, dopo una eruzione, come nel Ve- suvio, nelle Hawai, nell'isola Riunione, Tarawera ecc., derivano dalla stessa causa, quindi la scienza possiede fatti capaci di sve- larci il mistero in cui era avvolto il vulcanismo.

Infatti, dopo le grandi eruzioni del maggio 1902, nella sol- fatara San Vincenzo e nella Montagna Pelée, molti valloni ri- masero per diecine di metri colmati dall'accumulazione di fanghi e di ceneri caldissime. Per parecchi mesi, quando l'acqua piovana penetrava in quei depositi, si formarono in gran numero Fuma- role^ Geysers e vulcanetti di fango. Questi fenomeni esplosivi as- sunsero, in taluni punti, grandi proporzioni, in modo da far cre- dere che si fossero aperte nuove bocche esplodenti eccentriche nei fianchi della montagna ignivoma.

Pertanto, mentre, come ho detto, sembra che si sia stabilito un accordo nella interpetrazione dei fenomeni vulcanici , sussi- stono profonde discrepanze sulle formazioni delle intumescenze laviche, non che sulle estrusioni di magma, poiché mentre consta- tano il fatto, che per me è un vero fenomeno di sollevamento, subito dichiarano che non hanno niente da vedere coi crateri di De Buch , la cui teoria non trova nessun appoggio nei fenomeni vulcanici attuali (Mercalli, p. 50-61).

A proposito dei conetti di sollevamento e dei domi d'intu- mescenza, il Mercalli riferisce ohe, durante la formazione della cupola lavica sul Vesuvio 1895-99, nel punto dove la lava in- terfluente apriva una pseudobocca ]3ei- risorgere^ non si formava nessun rialzo.

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« Questa era la regola generale, però qualche volta (agosto 1899) il magma, nell'atto di aprirsi la via per venire alla luce, ha speizato^ sollevato e sconvolto in mille guise, sopra un pic- colo tratto, le lave precedentemente solidificate, formando un co- netto di pochi metri d'altezza, nel quale si vedevano grossi pezzi della lava vecchia squarciata, portati in qualche punto fino alla posizione verticale e disordinatamente involti come grandi inclusi nel magma nuovo. Il che dimostra che quest'ultimo, perchè più viscoso del solito, si è, al punto d' efflusso, gonfiato e sollevato per alcuni metri prima di scorrere lateralmente ». (Mercalli, p. 50).

Recentemente il dott. B. Friedlànder chiamò Scliollendome talune intumescenze laviche da lui osservate nell'interno del cratere del Kilauea. Sono rialzi tondeggianti e molto regolari aventi 10-20 metri di diametro e pochi metri di altezza. Evi- dentemente sono piccole aree, dove il magma lavico, aumentato sul fondo craterico, si è gonfiato, ed ha sollevato la crosta già solidificata e spezzata in grandi lastroni. Il sollevamento allargò le spaccature, rendendole comuni in basso. Queste intumescenze sono circondate da lava a superficie piana ma pure molto fratturata.

Verbeek e Fennema ^) (p. 343) riferiscono che sul Merapi (Giava) alto 2875 m. sul livello del mare, nel vasto cratere ellittico di 600 m. circa di diametro maggiore e 480 di diametro minore, si formano di tanto in tanto dei coni di blocchi e di scorie non di proiezione, ma, direttamente, per consolidazione in posto della parte superiore della colonna lavica, la quale è molto scoriacea, e si rompe in blocchi che rimangono nel condotto, formando una specie di « tampon ». Spiegano poi la trasformazione del tampon in cono di eruzione: « A la suite d'une reprise et d' une recrudescence de l' activitè du volcan , cette portion superieure solidifiée fut mise en place; les fragmeuts furent soulevés par la lave liquide qui existait au dessous; puis, arrivés dans le cratère, ils se disseminérent dans tous les sens et formérent une sorte de còne ou plutòt un amas de blocs incoherentes ».

Il Tarawera (m. 1100) sorge ad oriente del lago dello stesso nome nel distretto dei « Laghi caldi », appartenente alla zona vulcanica del Taupo (Nuova Zelanda). Questo monte prima del- l'eruzione (1886) non aveva la solita forma conica dei vulcani, ma era un'altura allungata, senza cratere, terminata, alla cima,

') Vkhhk.kk e Fknnkma— Dcscripf/oii (/(■III. ilf hini ci Miuìtira. Amstei'- (ìmii. l'.iOC.

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con un altipiano molto irregolare di 2 miglia, e V2 fli larghezza per 1 miglio di lunghezza. L'altura era quasi interamente for- mata da una roccia massiccia di natura riolitica; era, quindi, una specie di cupola molto irregolare (G. Von Ratli.). Nel 1886 (9 giugno) il Tarawera si divise in due parti in tutta la sua lun- ghezza e la spaccatura si prolungava per parecchi chilometri tanto a N. E. che a S. W. della montagna vulcanica, dimostrando in tal modo, che non questa solamente, ma il terreno su cui essa sorgeva si era profondamente squarciato sopra una lunghezza totale di Km. 14 1/2, lungo la quale si contavano più di 25 cra- teri di esplosione, tutti oblunghi, coll'asse maggiore nella dire- zione della spaccatura. Dapprima tutti i crateri dejettarono un'im- mensa quantità di cenere, lapilli e massi di rioliti e tufi riolitici e altre rocce antiche della regione , poi dal Tarawera vennero proiettate anche scorie e bombe di materiale di recente elabora- zione, formate di andesite augitica (Thomas).

Il vulcano Turrialba (Ecuador) consta della formazione antica di trachite (lo stesso che riolitej, mentre la roccia delle eruzioni moderne è una andesite, come nel Tarawera, ecc.

Ecco alcuni fatti acquisiti nello studio delle fasi e de' feno- meni che presentano i vulcani sotto-marini. Nelle prossimità di Unalaska, del gruppo delle isole Aleutine, nel 1796 si formò una nuova isola « Bogosloff », dove da tempo esisteva uno scoglio isolato. La massa sollevata , appena superò il livello del mare, incominciò ad eruttare rocce nere, e la fase eruttiva con inter- mittenza continuò tino al 1823. Il domo formatosi, molto irrego- lare, era a pareti quasi verticali.

Langsdortf nel 1806 trovò che l'isola Bogosloff era formata da quattro montagne coniche, e quella di mezzo, più alta, era isolata da tutte le parti come un^ immensa colonìia verticale.

Nel 1832, Tabenkoff" visitando 1' isola , ebbe a rilevare che aveva la forma di una piramide alta 450 metri sul livello del mare.

Successivamente nelle prossimità dell' isola Bogosloff avven- nero altre eruzioni sottomarine (1883 e 1890;, formandosi dap- prima un domo sul livello del mare, e. dopo, la cupola divenne cratere subaereo, e compi, come tutte le isole vulcaniche, le con- suete fasi eruttive con emissioni di lave e proiezioni.

Riferì il Dall, che visitò Bogosloff nel 1872, che T isola era alta 850 ])iedi sul livello del mare, in fui-iii.i di picco, senza cratere.

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Descrisse un'altra isola (Pinnaulu Island) somigliante alla BogoslofF, da cui differisce però per profonde scanalature e spacca- ture, attraverso le quali i navigatori, di notte, videro per parecchi anni l'incandescenza, senza che mai fosse apparso fumo.

Fouqué, durante le eruzioni cominciate nel 1866 nel gruppo dell'arcipelago Santorino, dove l'acqua era poco profonda, ebbe a constatare che, squarciatosi il fondo del mare, cominciò a sgor- gare la lava tranquillamente e silenziosamente. L'azione refrige- rante dell' acqua sopra quel magma acido lo fece accumulare rapidamente presso il punto di efflusso, in forma di domo par- zialmente solidificato alla superficie. In pochi giorni il domo si alzò , com(:! una grande intumescenza spinta in alto dal ìiìiovo magma.

Ma appena questa massa lavica, fluida nell' interno, ma ester- namente ricoperta da uno strato di blocchi sconnessi, superò il livello del mare, si squarciò verso la parte centrale, e cominciarono le esplosioni, le quali continuarono poi per parecchi anni. Dopo pochi giorni , continua Fouqué , un secondo domo cominciò ad apparire in mare, e, superatone il livello, si squarciò e diede esplosioni; successivamente, dopo circa un mese, ne comparve un altro. Dai fianchi squarciati di questi tre domi , sgorgava da molte parti la lava, che, solidificandosi prontamente, estendeva con rapidità la superficie dei tre isolotti , riunendosi prima tra loro e poi con la Neakameni, che venne cosi triplicata di esten- sione.

Da quanto ho riassunto risulta che, in alcune eruzioni sot- tomarine, il domo, la cupola o l'intumescenza, il più delle volte di trachite, riolite o pantellerite, che è lo stesso, rimangono intatte, finché restano subaquee, ma, divenute subaeree, si rompono e co- minciano ad eruttare. Quindi anche ora si formano intumescenze o cupole di sollevamento tanto subaquee quanto subaeree.

Mentessus de Ballore descrisse un'eruzione avvenuta nel 1880 nel lago d'Ilopango (San Salvatore), dove non esistevano tracce di altra. L'A. considera quel lago come un gran maar, ossia un cratere circolare, avente 10 chilometri di diametro massimo. Il domo o cupola che si formò di circa 350 metri, constava di riolite con piccoli cristalli di anfibolu ud aiigite ^) ; divenuto subaereo, dicd(! luogo ad una eruzione, sovrapponendosi il nuovo materiale,

') Pa<;'. 2;)7. Ti-niihl. de Irrrr ci ('riijì/ious riilcdìiiqncs an Codrc-Amcriqnc. Dvon, 188S.

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clic sgorgava dalla bin;c;i «tniitiva, a guisa di mantuUo sulla cupola.

Ad eruzione finita il Monto.ssus trovò duo vulcani : e vulcan de terre » o « vulcan do picri'e ? , uno di Info, l'altro di lai-a rio- litica.

L' isola Giulia o Ferdinandea, foi'niatasi nel 1831, tra la Si- cilia e la Pantelleria, presenta interessanti fenomeni.

Alla profondità di circa 200 metri, s'era spalancata la bocca di un vulcano eruttando magma che, ralfroddandosi a contatto dell'acqua, dopo pochi giorni edificò un' isola che, dopo pochissimi mesi, venne demolita dal mare.

Nel 1891 presso la Pantelleria, come riferi il prof. A. Ricco ^), diverse colonne di vaporo e di fumo, accompagnate da boati, si alzarono sulle acque sopra una linea di circa 1000 metri di lun- ghezza diretta N E - S W; poi i fenomeni si concentrarono in due punti ili questa linea vicini tra loro, e distanti cinque Km circa dalla costa N W di Pantelleria.

Venivano a galla migliaia di blocchi subsferici, aventi nel- r interno una cavità più o meno grande , ripiena di sostanze gassose

I blocchi erano caldi e qualcuno appariva ancora incande- scente nell' interno : essi galleggiavano per i gas che tenevano inclusi, ma appena scoppiati, i loro frammenti cadevano al fondo.

L'eruzione cessò nel giorno 25 ottobre, e per essa non si formò nessun rilievo subaqueo. Infatti, dopo l'eruzione, si trovò una profondità variante da 194 e 394 m. ; mentre la profondità anteriore non è ben nota, ma non pare che fosse maggiore.

A Krakatoa^ nell'eruzione del 1883 (verso le ore 10 del 27 agosto), l'eruzione divenne sottomarina, poiché tutta la parte cen- trale dell' Isola sprofondò. I due coni formatisi scomparvero sotto le onde di un mare profondo in media 200 m. ; e l'area sprofon- data fu, secondo Verbeek , di circa 23 km'^. Il pino vulcanico raggiunse l'enorme altezza di 27 km.

Yerbeek e Fennema opinano che « la più gran parte dei vulcani di Giava sono ruine di montagna ». E soggiungono che similmente in tutte le parti del mondo si trovano antichi vulcani, di cui non resta che un residuo basale, che a guisa di recinto circonda coni più recenti sorti nel loro interno. Quando, dicono

1) Terremoto, sollevamento ed eruzione sottomarina a Pantelleria— Aimusivio del R. Ufficio centrale di meteorologia e Geog". Roma, 1892.

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gli autori, V(jdi;iiiio una montagna vulcanica bassa e con cratere .spropurzionataincntu vasto [caldera di De Buchi, non .sbaglieremo ritenendo che essa deve aver perduto gran parte deUa sua al- tezza per una delle seguenti cause: esplosioni^ sprofondamenii e deìiudazioui. Si vuole che il Monte Somma raggiunse 2100 m. di altezza, come l'Etna (3284 ni.) presenta le vestigia a 2000 m. di un antico cratere ellittico, avente un diametro maggiore di 4150 m. e uno minore di 3000 m. (Waitersliausen).

Gli sprofondamenti sono prodotti o da un rapido elflusso lavico laterale o dallo sventramento del condotto vulcanico per parossismi esplosivi ; poiché in un modo o nell' altro si formano grandi vuoti interni nei quali precipita la parte superiore della montagna.

L'efflusso è talvolta tanto potente da sfondare o sfasciare una parte notevole del fianco della montagna, e allora si forma non una semplice spaccatura più o meno angusta, ma una valle pro- fonda a pareti verticali, ossia un harraiìco. Ne sono esempio il Semeroìi di Giava, alto 3650 m. nel 1885, e il vulcano Papaiiddian che nel 1772 perdette mille metri d'altezza , formando una cal- dera] il Monte Somma perdette circa mille metri e si trasformò in una caldera; il Vesuvio nel 1906 perdette circa 200 metri; sprofondamenti furono le catastrofi dopo le eruzioni del Tamhora (^Sonda) nel 1815, che perdette 1200 metri di altitudine, del Con- seguina (Nicaragua) nel 1835 che perdette 300 o 400 metri, e del Krakatoa, di cui parte sprofondò addirittura nel 1883, ecc.

Si ammette oggidì che la profondità del cratere può dimi- nuire per innalzamento del fondo dovuto alla spinta interna della colonna lavica ascendente , e si cita 1' innalzamento per spinta interna dell'aguglia del Pelèe che, durante l'eruzione del 1902-03, si sollevava di circa 10 metri ogni 24 ore.

Riassumo quel che vide e descrisse Leopoldo De Buch nel- V Isola Palma , una delle Canarie , nella quale credette di aver trovato uno dei più belli esempi di un cratere di sollevamento.

Nell'isola Palma, del gruppo delle Canarie, il monte Caldera è avanzo di un gigantesco cratere; il vertice manca, ed al posto di esso vi è un ampio e profondo bacino, la Caldera. L'orlo mon- tagnoso del bacino, che è chiamato (yìimhra^ forma sul lato set- tentrionale una cima alta 2611 metri e sul lato meridionale giunge all'altezza di 2095 e 2133 m., mentre il fondo della Caldera è elevato appena di 700 m. sul livello del mare, ed è per conse- guenza circondato da pareti alte circa 1400 m.

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Nella giganlosca ea.l(lai;i. conduce una sola, slrclia gola per- corsa da ripidissimi torrenti, detta Baraxco de Las Angìistius o p-ran Baranco. Il recinto della Caldera consta di matericde vul- canico normale; l'orlo ed i fianchi di esso portano crateri parassiti che hanno mandato lave nelle parti più basse dell'isola, fino nel mare. Condizioni affatti speciali si osservano quando per il grande Baranco si entra nell'interno della Caldera. Dappi-ima si incon- trano solo prodotti vulcanici recenti, ma nelle parti più esterne del monte appariscono insieme con essi diabase , ipersteiiite ed altre rocce massicce simili, di tipo antico, in uno stato spaven- tevole di divisione e lacerazione; innumerevoli dicchi traversano la roccia, cosi che questa sparisce spesso quasi interamente fra i dicchi. Le rocce massicce antiche si vedono anche sul fondo della Caldera, mentre le erte pareti circostanti sono nuovamente costituite di materiale vulcanico recente. L'interno della Caldera è percorso da profonde gole, che toccano anche le interno balze della Cumbra. Il Neumayr, continuando il medesimo argomento ^), scrisse: « la origine della vasta caldaia avente un diametro di 1 1/2 miglia geografiche e una profondità di 1600 m. ha dato luogo a mol- tissime discussioni ».

Enormi recinti craterici simili alla Caldera di Palma , e squarciati lateralmente da un barranco si osservano nelle isole di Teneriffa, di Madera., della Riunione^ di Oiava^ al Galaouìig- goung. nelV Etna, nel Papandctian, ecc. A me sembra non vi sia alcuna differenza tra la descrizione di De Buch e quelle di tutti gli altri scienziati, che in questi ultimi tempi hanno avuto oc- casione di assistere e di descrivere le formazioni di crateri sub- marini e subaerei.

Infatti Verbeek e Fennema scrissero che « la più gran parte dei vulcani di Giava sono mine di montagna ».

Molti altri fatti potrei citare, ma quelli indicati credj siano sufficienti per venire ad una conclusione avente per base l'osser- vazione diretta, la quale suppongo ci metta in grado di intenderci sul modo come effettivamente si formino i crateri vulcanici. Al- cuni vulcanologi sono ricorsi ad altri vocaboli, come estrusione o spinta per non dire sollevamento, che, per me, sono sinonimi; e cosi alla vescica dei sostenitori della teoria dei crateri di sol- levamento, hanno sostituito i seguenti nomi: torre, spina, domo, intumescenza, mammellone, aguglia, piramide, cupola, obelisco,

1) pag. 210.

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tampun, ucc. Ora su una di c|U(jstu formazioni subacruu (Pelée) o submarine (Santorino) , si apra all'apice ^), si fenda o venga decapitata da un nuovo sforzo del dinamismo endogeno, ed entri in eruzione , la prima massa formatasi (s' indichi pure con quel nome che si vuole) era o non era una massa sollevata "? Il cratere che si forma, eruttando dal canale centrale la lava, potrà disporsi a guisa di mantello, come su di una cupola riolitica (Silice 73,64 °/o); in Tarowera (Nuova Zelanda) si distribuì una lava andesitica (silice 50,90 ^/o); oppure, se la frattura è laterale, le lave scorre- ranno o si accumuleranno lateralmente, come nel Puy Cliopin, neir Alvernia , dove sul Piatemi granitico si vedono domi di trachite, dai quali furono eruttate altre rocce fino al tipo ba- saltico.

Se un vulcanologo coscienzioso ed acuto, come in questi ul- timi anni si sono addimostrati specialmente il Lacroix pel Pelée, il Fouqué per 1' arcipelago Santorino, il Verbeek pel Merapi (Giava) e il Langsdorff per l'isola Bogosloif (Aleutine), i quali, per scansare il vocabolo sollevamento, ricorsero a quelli di in- tìimescenza, ohelisco^ aguglia, cupola o colonna verticale^ andrà a studiare quelle formazioni e le definirà di sollevamento, io credo fermamente che dirà ciò che realmente è avvenuto, e quindi sarà nel vero. credo sia il caso di cercare se gli strati che si sono successivamente sovrapposti, siano più o meno inclinati, poiché, sull'obelisco del Pelée, sulla colonna di Bogoslofif, come nel Me- rapi, saranno più o meno verticali o inclinati, secondo la quantità di materiale che sarà stato eruttato in una o più eruzioni suc- cessive.

Per queste formazioni mi sembra che, se il futuro osserva- tore sarà nel vero, non debba un altro Gùnther sentirsi au- torizzato a dargli dell'esumatore della vecchia teoria debuchiana nel senso che il De Buch l' intese , a generalizzarla a tutte le formazioni vulcaniche, poiché io pel primo cercherei di pro- vare che s' inganna, e fin da ora espongo i fatti a cui ricorrerei. Non è esatto che il monte Nuovo (Pozzuoli) formatosi nella eru- zione del 1538 sia un cratere di sollevamento, come altri scrisse del lorullo (Messico) che s'era formato in una notte, 28-29 Set- tembre 1758, in mezzo ad una fertile pianura; poiché tanto pel primo come pel secondo, su quest' ultimo specialmente lo stesso

1) FoiTQUÈR Smifnrin et ws ('nipfions. Paris, 187!i. Vocìi il (■ìiìiioln-vìdrano Giorgio I.

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Humboldt, chi! fu uno dei sostHuitori dvMn teoria dei .sidleva- menti, ha dimostrata vana ([uell'affermazioue nel IV volume del Cosmos. Arrogi che Geikie ed altri geologi trovarono nelle isole Britanniche ed in Scozia, Scrope ') nella Nuova Zelanda e Rietze in Persia, che gli strati rocciosi furono perforati dalle masse erut- tive senza essere dislocati o sollevati neanche intorno al cono formatosi.

Così Carlo Darwin osservò nelle Cordigliere delle Ande che sul granito fondamentale bianco era stato iniettato altro granito rosso -); nell'Alvernia, nei Vosgi, nelle Alpi ed in altre contrade si rinvengono graniti differenti per struttura, pel colore e per la composizione mineralogica e chimica.

Furono questi e molti altri fatti dei quali alcuni ho citati ^) in altro mio lavoro presentato a questa Società, che mi indussero ad ammettere, ijome realmente risulta, che vi sono graniti di sol- levamento (cupola di Tolumne) o di prima formazione e graniti eruttivi, come ad esempio quelli di Alzo, di Monte Orfano e di Baveno, non che il gneiss di Antigono (Sohardt); e quindi si pos- sono conciliare Werner ed i nettimisti, coi graniti di solleva- mento, e Hutton ed i plutonisti coi graniti eruttivi. In natura non vi è nulla di assoluto, è questione di saper leggere in que- sto gran libro aperto; e come si possono conciliare le teorie dei nettunisti e dei plutonisti, si devono altresì intendere fra loro i sostenitori dei crateri di sollevamento e di accumulazione; così la spiegazione del fenomeno si potrà concretare soltanto se i so- stenitori dell'uno e dell'altro modo di vedere metteranno da banda le esagerazioni. Infatti, i vocaboli sollevamento e di accumula- zione devono rimanere, perchè realmente così si formarono cra- teri, e se ne formano ancora; però le formazioni delle cupole su- baquee avvengono per sollevamento, non così di frequente nelle formazioni dei crateri subaerei, avvenendo quasi sempre per que- sti ultimi una frattura sulle antiche formazioni geologiche, e for- mandosi poi in uno o più punti i crateri di accumulazione. I fatti precedentemente citati sono più che sufficienti, per ritenere come dimostrata l'osservazione, e mi sembra che ci si possa intendere sul vulcanismo , che tanta parte ha nella modificazione mor- fologica del nostro geoide. Così, mentre la natura procede con

1) Scrofe Les Volcans, p. 22G.

') Darwin Yiagiiio di un naturali sta. p. 27i(.

S) RicciABDi. Boll. d. Soc. di Naturalisti in Napoli, p. 17. 1908.

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una mirabile semplicità in tutte le sue manifestazioni, sia nel mondo biologico sia in quello minerale, dobbiamo riconoscere che è tutta nostra la colpa, se con le fantasticherie cerchiamo di con- fondere, complicare, circondare di mistero la verità, o ricorrere a forze soprannaturali, per rendere inesplicabile ciò che è spie- gabilissimo. Per quanto riguarihi poi i fenomeni di sollevamento in genere, nel Mediterraneo vi sono prove evidenti, inconfutabili, quali le isole Ponza, Baleari, di Lipari, d'Ischia, di Pantelleria; come pure nel Pacifico, le isole Aleutine, e nell'Atlantico, secondo Scrope, « les iles Faròer sont le type par exoellence de volcans soulevés sous marins ».

Molti scrittori ammettono che al sollevamento delle Alpi se- gui la formazione dei vulcani del Vicentino, dell'Alvernia, della Boemia, di Hegeau, dell'Eifel, ecc., e anche che il sollevamento dell'Appennino determinò la comparsa dei vulcani ora spenti della Toscana, dalla Campagna Romana, della Campania e di tutti i vulcani attivi o quiescenti dell' Italia meridionale; in tal modo s'ebbe pure il sollevamento della Svezia , della Norvegia e di tutta la costa Scandinava e nelle maggiori latitudini , tanto nel- l'emisfero boreale quanto nell'australe.

Dana, Darwin, Greikie, Vallace ed altri, non negano che av- vengano continui e lentissimi sollevamenti ed abbassamenti, e si citano tra le altre contrade 1' isola Sombrerò nelle Indie Occi- dentali, e le piccole isole rocciose nel fjord Igalligho (droenlandia) le quali, nell'ultimo secolo, presentarono periodi di movimento intermedio, cioè di sollevamenti e di abbassamento, come lungo il litorale italiano si hanno prove evidentissime di emersioni e sommersioni derivanti da fenomeni bradisismici. Ammessa la co- stituzione geofisica del nostro geoide, come precedentemente ho detto, questi fenomeni sono in relazione con le formazioni idro- plastiche, ossia degli strati di rocce che per Vuniidìtà di roccia, 0 acqua dt cava, sono relativamente plastiche, come si ebbe a con- statare nei trafori del Frejus, del San Gottardo e del Sempione. E che sia cosi, se ne hanno prove evidentissime nelle isole vul- caniche, le quali poggiano su formazioni plastiche, e vanno sog- gette a sollevamenti in massa (isole Baleari, Aleutine, Faròer, Sonda) o parziali (Pantelleria 18HI), secondo l'entità delle manifestazioni dinamiche endogeni eh e.

Concludo, come dissi nel mio precedente lavoro ^): « le rocce « fondamentali, finché sono inzuppate d'acqua, si mantengono

^) EiociAEDi— /Stt la genesi e fine del nostro Geoide— Napoli 190S, p. 69-60.

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« plasticlic3, mmitro, a contai to doiraria, di volitano njlativamente « rigide; così avvenne pure pei graniti e per le altre rocce cri- « sibiline, come ad esempio quelle delle nostre Alpi, dell'Italia « centrale, delle Calabrie e della Sicilia, quando si trovarono a « contatto dell'ai'ia atmosferica: e quindi , quando il dinamismo « interno reagì, non più sopra una massa completamente plastica, « ma relativamente rigida, non potendo questa più cedere alla « spinta della massa sottostante spingente, almeno nella parte « emersa, si fratturarono le cupole, o intumescenze in tutte le « direzioni, e presero la forma accidentata die ordinariamente « hanno tutte le montagne coi loro vertici, crinali, creste o « dicchi ».

Passa poi il Grùnther a prender in esame la mia teoria sulla circolazione dell' acqua nell'interno del nostro pianeta, ed asseri- sce che io faccio rivivere la nota teoria medioevale dello Schwamm del fungo o della spugna. Se il mio critico avesse tenuto pre- sente che in un lavoro sintetico, quale è quello da lui preso in esame, non si può trovare, sia pure sotto forma riassuntiva, la letteratura su tutti gli argomenti di cui feci cenno, ma appena un ricordo su alcune teorie bene accolte, si sarebbe convinto che io non intesi affatto di « intessere numerosi dati letterari » (e per- chè non scientifici ?), per provare che l'acqua del mare prende parte nei fenomeni vulcanici, ma soltanto di confutare e di met- tere in evidenza le contradizioni in cui erano incorsi alcuni au- tori sulle diverse teorie enunciate , mentre io credo di essere stato abbastanza franco ed esplicito nel pubblicare i risultati delle mie ricerche. Quindi la teoria medioevale dello Schwamm del fungo e della spugna non ha niente di comune con l'acqua di idratazione, di cristallizzazione, di costituzione a cui io mi soii riferito; al massimo sarebbe stato da parte della ragione il Grtin- ther, se io avessi attribuito all'acqua di interposizione o dHmhihi- zione tutta quella che contengono le rocce o circola nelle for- mazioni geologiche di tutte le epoche, e che i più reputati autori di trattati di geologia ^) fanno ascendere ad una quantità supe- riore a quella che si rinviene negli oceani e nell'aria, e che se- condo i miei calcoli approssimativamente ascende in volume a chilometri cubi 9, 716, 369, 438, 181.

1) DuROCHEs, Delessse, Bombicci, Stoppani, Neumayr ed altri ammettono che le rocce contengono un volume di acqua più volte superiore a quello di tutti i mari che coprono la superfìcie terrestre.

11 (TTUiitlier ini fa poi diru che « io attribuisco la principale parte nelle eruzioni alla repulsione rielle masse fluide penetrate nello interno del corpo terrestre », mentre altri che meglio ha compreso il mio concetto, a proposito dell' azione che esercita l'acqua di mare nei fenomeni vulcanici, riassunse come segue il lavoro da me pubblicato nel 1887 ^i: « 11 Dana, avendo recen- temente visitati i vulcani delle isole Hawai, notò tra i fatti più importanti questo, che le eruzioni non vi danno indizio alcuno dell'intervento dell'acqua saliiui ■» .

« Da ciò il Ricciardi trae argomento per insistere nelle ipo- tesi, oraìììai generalmeìito accettate, dell'intervento dell'acqua ma- rina nelle eruzioni, che altrimenti non si potrebbe spiegare la enorme quantità d'acqua emessa in più occasioni dai vulcani, l'abbondanza dell'acido cloridrico fra i prodotti vulcanici; e ca- drebbero le conclusioni alle quali l'autore, hasaìidosi su dati di fatto^ pervenne intorno al graduale passaggio delle rocce acido a basiche » ^).

Quindi non repulsione soltanto delle masse fluide, ma a ben altri fatti prendono parte le acque del mare che penetrano e circolano nel nostro geoide. Infatti il (lùnther, prendendo poi in esame la teoria da me enunciata « su la circolazione dell'acqua e correnti marine » ^)^ scrive: « Le grandi profondità del maro contengono crateri spenti attraverso i quali il mare ha praticato o pratica tuttora un passaggio per giungere in siti nell'interno del globo che distano immensamente dalla superficie. Poi deve quest'acqua venir respinta fuori con maggior forza per formarti -cosi le correnti marine calde e fredde ».

Mi sorprende non poco come l'autore di un trattato di Greo- fisica, non voglia ammettere che l'acqua del mare penetri nel nostro geoide da crateri estinti o attivi e da tutta la superficie sottomarina, ignorando che la 23ermeabilità o impermeabilità delle rocce è relativa e che pure di recente, nel 1866, a Santoriiuì le eruzioni cominciarono sottomarine e finirono subaeree, mentre nel 1901 in prossimità di Pantelleria l'eruzione fu sempre submarina, come quella del 28 dicembre U>08 nello stretto di Messina.

ij Ricciardi SulVazUme deW acqua del mare nei vulcani. (Atti Soc. It. Se. Nat. Voi. XXXl, 11. 2.) Milano.

^J Bihliogra/i(t Geologica Ttaliana per Vanno W88 11. Tlftieio Gt^oliiy-icu. Boma 18Hi).

3) Boll, della Soeiefà di Nafiiralisti in Napoli. Voi. XXI. 1907.

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L'Hann riferisce che durante l'eruzione nell'isola Krakatan nel 1888 il veecliio cratere fu lacei'ato e squarciato dalla vio- lenza degli urti, e poi crollò, quando per la enorme quantità dei materiali emessi venne a mancargli il sostegno ; il crollamento si estese fin sotto il livello del mare^ cosi l'acqua del mare entrò subitamente in larga corrtnite nel cratere scoppiato e si preci- pitò sulle masse incandescenti ; ne segui una potente esplosione? la quale lanciò nell'aria le rovine del cratere e l'acqua penetra- tavi e determinò una spaventevole agitazione nel mare circostante, che non ha che vedere col maremoto.

A pag. 19 del mio lavoro si legge: « Le ricerche oceano- gratiche hanno messo in evidenza che i vulcani sottomarini sono distribuiti tanto in mare basso che in mare profondo, tanto sui rilievi di altipiani sottomarini che negli abissi oceanici, in tutte le latitudini o longitudini, onde i sostenitori delle acque di cir- colazione, come generatrici dei fenomeni vulcanici, i quali eselu- dono l'intervento delle acque del mare, sono evidentemente nel falso ».

Accennando poi a tutte le grandi profondità riscontrate fi- nora nell'Atlantico, nel Pacifico e nell'Oceano Indiano, conclusi: « tutte queste grandi profondità (t[ualcuna giunge a circa dieci- mila metri), dunque hanno, come riferisce il De Lapparent, la forma di Omìjelico. Epperò io considero queste fosse come canali di crateri estinti, per mezzo dei ([uali l'acqua del mare penetrò e forse ancora penetra nella Terra ».

10 ero e sono profondamente convinto che le acque che pe- netrano, sia dai crateri sottomai'ini, sia dalle superficie subaquee, vanno a stroro-are ue<>-li oceani stessi . formando dei veri, e alle volte grandi, fiumi di acqua calda o fn^dda e salata, in mezzo alle acque del mare.

11 Griinther nella sua critica non ha tenuto presente che tra la massima altezza sul livello del mare, circa 9000 metri , e la massima profondità riscontrata nell'Oceano Indiano a 10,000 me- tri, vi ha una somma di circa 19,000 metri, e che però come de- v'essere oramai indiscutibile per un geofisico, le acque possono sgorgare da ([ualsivoglia punto della roccia cosi sul)aerea come subaquea.

Certi fisici idraulici hanno creduto tener conto soltanto delle ;icque penetranti dalle superficie emerse, che per la gravità ten- dono al centro e formano man mano le falde o zone a([uifere, e costituiscono veri torrenti o fiumi sotterranei; ma bisogna tener

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conto altresì delle immense fosse abissali, dei crateri sottomarini e della permeabilità delle rocce, e così saranno evidenti sia l;i circolazione interna sia le correnti marine.

Continua il mio critico: « Fino a qual punto i geysers offrano egualmente una conferma di questa ipotesi, specialmente quando essi si trovano nell'interno delle terre, è rimasto al Ricciardi del tutto incomprensibile ».

No, professore Giintlier, non è a me die è rimasto incom- prensibile, bensì a Lei, perchè non ha compreso il mio idioma, dappoiché io fui esplicito e molto chiaro nell'enunciare il fatto, c'iie del resto dev'essere altrimenti inteso e spiegato.

Infatti, il Giinther che tenta di demolire, senza edificare, e che si limita a fare dei commenti sopra un fatto di grande importanza e del quale bisogna dire che egli non ha ancora una precisa no- zione, ha cercato di confutare i risultati della mie ricerche con un'asserzione gratuita, mentre i miei studi han messo in evidenza, ed in modo inconfutabile, che le acque del mare prendono parte alla circolazione delle acque del nostro geoide, e perciò esse si rinvengono non solo in tutte le latitudini e longitudini, ma pure a diverse profondità, dando origine alle falde aquifere, alle zone freatiche, non che alle acque termali, subordinate queste al grado geotermico e alle profondità, come ad esempio i geysers, i quali si trovano, come è noto, in alcune isole Vulcaniche , a Giava, a San Michele (Azzorre), in Islanda e nella Nuova Zelanda, presso Atama (Giappone), in California, in Maddison nell'America set- tentrionale, nel Yallowston ed in altre contrade ^)«

Ma prendiamo le mosse dal distretto dei geysers del Yal- lowston, che, come si sa, trovasi nelle montagne Rocciose a circa 2500 metri sul livello del mare, distretto che vien ritenuto come un antico cratere vulcanico, ed ha una superficie di 9259 chilometri quadrati con circa 10.000 sorgenti termali. Ora, dico io, se tale distretto o bacino sorgentifero, invece di trovarsi a 2500 metri sul livello del mare, si trovasse sotto il livello, quel cra- tere lago del Yallowston, lungo circa 40 chilometri, largo 28, e profondo nel mezzo circa 100 metri, darebbe o no origine ad una corrente marina ? -).

^) Le L-icerclie sulle acque termali della zona Flegrea e dell'Isola d'Ischia liaii messo in evidenza che esse provengono da profondità, che la portata delle sorgenti è costante, e che sono dotate, la massima parte, di una t'orza saliente"

2) Tra i crateri laghi e Maars ricordo quello di BracT.iaiio di una sup(^r-

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Arrogi che quell'acqua è di color bluastro o verdognolo^ ricca di cloruro di sodio^ ciò che conferma che le acque del mare non sono estranee; e il fatto in verità per me è spiegabilissimo e com- prensibilissimo.— Saprebbe indicarmi il Giinther la profondità da cui partono le acque dei geysers del Yallowston o quelle del Cerro de las aguas Calientes (5380 metri sul livello del mare) per giun- gere a quelle altezze e conservare la temperatura che si appros- sima a quella dell'ebollizione ? Ora, se vi è una sorgente di energie capace di spingersi da una profondità x a quell'altezza, attra- verso le rocce di quelle formazioni geologiche, perchè non si vuole ammettere che da profondità magari maggiori ai 5380 metri dal livello del mare, possano trovarsi bacini sorgentiferi o scaturi- gini di acqua calda ? Ha dati il Giinther per provare che l'acqua del mare non penetra dagli abissi o dai crateri sottomarini ? Op- pm-e mi dica per quale ragione molti fiumi o sorgenti calde sca- turiscano o formino laghi a diverse migliaia di metri sul livello del mare, e come nell'Imalaja a 4850 m., nelle Ande a 4730 m. , nelle Cordigliere a 4000 m. o nel cratere Patouha (Giavaj a 2433 sul mare, che ha a quell'altezze! un lago di acqua bollente, e nel- l'isola San Cristofaro (Atlantico) il cratere si trasformò in lago, e il cratere Unsen (Giappone) a 1285 m, che nell' eruzione del 1792 emise un gran torrente d'acqua bollente, come il Galaoung- gong (Giava) nel 1822 e 1894 eruttò masse enormi di fango e di acqua. All'altezza di 2240 m, esiste un cratere lago che con- tiene un volume d'acqua di circa cento milioni di metri cubi. Nell'atto che il Monte Nuovo (Pozzuoli) e il Jorullo formaronsi. l'eruzione cominciò con l'emissione di acqua fangosa; il Pelée nelle eruzioni del 1851 e 1902 emise torrenti di fango, così il Krakatau nel 1883, il Te Mari nel 1892; il Kolont (Giava) emette di fre- quente torrenti fangosi da un cratere-lago a 1731 m, la solfatara S. Vincent (Piccole Antille) ei'uttò nel 1892 valanghe fangose, come trabocchi di acque fangose avvennero dalla solfatara della Guadalupa nel 1838 e pure il Vesuvio emise « lave d' acqua » nelle eruzioni del 1631, 1794, 1822 ed anche nel 1906, ecc. ^).

Inoltre , molte sorgenti calde si rinvengono in formazioni granitiche, come nell'altipiano del Tibet a 86" C, nel Venezuela

ticie di 57 Km^ a 1906 sul livello del mare, quello di Eolsena di 114 Kui"^, di Laacli, 1) ^2 Kui^i dell'Isola Niuafoou (Tonga) con un diametro di B Km. di Quilotoa a 4100 metri sul mare.

^) In quest'anno una delle isole Aleutine è scomparsa, lasciando al suo posto una sperie di lafto in ebollizione, nel qnale la temperatura supera i 120° (.',

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a 97° C, in quelle di Limotri nell'India a 90° C. Durante la per- forazione del Sempione (189oi nelle prossimità di Brigues com- parve una sorgente d'acqua calda a 53° C. Ora ciò che avviene nelle formazioni geologiche subaeree si ripete nelle stesse forma- zioni geologiche submarine, non v'è nessuna legge che si opponga, poiché son differenti solo i mezzi in cui avvengono , cioè sotto la pressione dell'aria o dell'acqua; ma acque fredde e calde sgor- gano o scaturiscono nelle parti subaeree e formano zampilli, ru- scelli o grandiosi fiumi, come acque fredde o calde scaturiscono dalle diverse profondità del mare e formano esse pure zampilli, ruscelli o grandiosi fiumi. Una è la circolazione, e se l'acqua nella superficie esterna scorre nei letti, nei canali , il Gulf-Stream , il Mozambico, il Kuro-Sivo e gli altri fiumi sottomarini di acque calde (che si collegano intimamente col vulcanismo ed i vulcani sono impiantati su rocce cristalline) scorrono essi pure in specie di guaine formate dalle circostanti acque del mare ^). Le acque dei fiumi terrestri hanno velocità variabili, ed anche il Gulf-Stream ha una velocità variabile da 134 a 220 chilometri al giorno -;• ma questa velocità che è perenne, per quanto variabile, non deve confondersi con quella provocata dai maremoti o esplosioni che imprimono alle acque nnirine un temporaneo moto ondoso e per- corrono in pochissimo tempo gli oceani da un capo all'altro, con irresistibile violenza e una velocità calcolata per ora e /// miglia Hiariìie. Esempio tipico il maremoto di Arica (Perùj del 1868, in cui la velocità delle onde fu di 284 minima, e 442 massima, o l'altra delle acque dm-ante l'eruzione del Krakatau (Sud Africa; nel 1883, che raggiunsero 306 miglia marine all'ora.

Può il Giinther distruggere quanto non solo da me, ma da lanli altri studiosi è stette constatato durante le conflagrazioni vulcaniche sottomarine in questi ultimi anni, nelle eruzioni di

•) 11 16 gennaio 1909 « I^a Petite tlepubliiiue » di Parigi ebbe da New- York il segueute telegramma: « 11 capitano di vma nave di cabotaggio, giunta dai porti del Sud, narra clie a cinque miglia al largo della costa della Vir- ginia, nel Gull'-Stream , navigò iu una corrente di circa tre miglia di lar- ghezza di due colori gialli molto accentuati. 11 capitano fece riempire un barile di quest'acqua per farla analizzare. L'acqua esalava un forte odore di acido .solfidrico ».

Questo esperimento in grande, compiuto dai \ ulrani sottomarini dell'At- lantico, conferma pienamente la .spiegazione da me data delle cori'enti ma- )ine.

-) J, iÌK'iiAKi) Ij'Oct-iiiiixjnipli'ii'. Paris. 1!M),S. \>;vj:. V.^'i.

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Santorino ^), di Pantelleria, del Pelée, ecc. e che può constatarsi sempiX! che si voglia uelh; prossimità dell' isola Piatta (Islanda), nel gruppo delle Eolie e nel mare che circonda Ischia . ove si ..^•invengono sorgenti di acqua calda ?

Se realmente il Giinther vuol concorrere all'affermazione del vero o al trionfo e non alla bancarotta della scienza, nou deve lanciare accuse vaghe, ma deve essere preciso, deve addurre fatti, poiché dalla critica viene la discussione e da questa si giunge alle constatazioni che costituiscono il patrimonio della scienza. Ora il Giinther nulla di serio ha detto per distruggere la mia teoria sulla circolazione dell'acqua e sulle correnti marine, o per dimostrare che l'acqua del mare non penetra dalle superticie su- baquee o dai vulcani sottomarini nel nostro Geoide. Continuando il Giinther asserisce pure che « solo superficialmente sta colla prima parte in relazione la seconda , la quale tratta esclusiva- mente della grande importanza dell'acqua nei fenomeni vulcanici. È chiaro, egli dice, che il Ricciardi a questa un valore più grande di quello elio comunemente le si attribuisce ».

Se altri all'acqua, di qualunque provenienza, minore im- portanza di quella che io pertinacemente le ho dato, e continuo a dargliene, da un trentennio in qua , ciò non mi addolora, mi reca offesa; pertanto si tenga presente che tra me e chi esclude completamente l'intervento dell'acqua nei fenomeni vulcanici, v'è la stessa differenza tra il cieco e chi ci vede. Infatti io che seguo i fenomeni che presentano i nostri vulcani dal 1(S72, posso con sicura coscienza asserire che non ho riferito che su quanto mi è riuscito di constatare con osservazioni dirette o con analisi chi- ìniche, credo si potranno smentire le eruzioni sottomarine delle quali ha fatto una importante statistica il Rudolph ^). Voglio soltanto ricordare che in tutti i mari ed in tutti i tempi è stato spesso osservato che una colonna d'acqua alta alle volte più cen- tinaia di metri si solleva dal mare, rimanendo in tale stato per qualche tempo, e poi ricade. Il Green riferisce che nel gennaio 188-4, a 15 o 20 miglia dal cratere di Kilauea (Hawaij, l'acquit del mare venne lanciata in alto parecchie centinaia di metri,

' I L'ai'cipelugo Sautoriiiu, il cui fondu priuia del 18GG ti\)Vavasi allu stato di solfatara, come lasciavano intendere l'alta temperatura delle acque che a volte a volte si manifestava, la coloraziione delle acque stesse e le emanazioni di acido soltidrico, .speciahuente da una insenatura della Neakameni.

2) E. RuDOLl'U, Ufì)C)- Sìi/niiiiriiic F.rdludpu iiikì Enipf/oiii'ìt . in Beitra<i-e ■/A\v Geonlivsik. —Band. 1.".

luj L I B R A R Y 2

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altre volto in mezzo a graiidu fragore apparve una densa nnbe di fumo, e poi si formò una piccola o grande isola temporanea o permanente, come nelle Azzorre, 1811, 1867, 1872, 1883, 1890; nelle Santorino, 1866. 1870. nel mare di Sicilia, 1831, 1891, nel lago di Ilopango (San Salvador) 1880, nelle Aleutine, nell'oceano Indiano, ecc. ecc. Ora io ammisi, e sostengo, con la più pro- fonda convinzione, che pei canali o fratture dei crateri sottoma- rini (quando il dinamismo end ©genico e le emanazioni gassose non riescono a vincere la colonna d'acqua sovraincombente) penetra l'acqua del mare.

Scrive inoltre il Giinther: « Il vulcanismo, veniamo a sapere, non deve essere riguardato come fattore distruttivo, ma come causa di « ringiovanimento del nostro geoide > sia detto in pa- rentesi, quest'ultimo vocabolo viene generalmente adoperato in un significato che non corrisponde all' uso del linguaggio co- mune ».

Nessuno igucn'a che il nostro geoide , per le cause attuali, subisce continue modificazioni nella parte subaerea e submarina, come, specialmente per quest'ultima, le moderne ed accurate ri- cerche oceanografiche lian messo in evidenza. A me rimane la convinzione di essere stato logico quando asserii che « il vulca- nismo pertanto non dev'essere inteso come fattore distruttivo, ma come causa di ringiovanimento del nostro geoide; e se cosi non fosse, data la diuturna demolizione per mezzo degli agenti atmo- sferici e dell'acqua in particolar modo, coU'andare dei secoli, la parte emersa sarebbe destin«ata a raggiungere per erosione , de- gradazione, ecc. gli abissi del mare, e rimanervi depositata, per formare nuovi continenti ». Con questo fatto che risponde al vero, intesi dire che il vulcanismo modifica con le sue eruzioni l'oro- grafìa di una contrada, la morfologia del geoide, senza scendere in nessun particolare , poiché tutti gli studiosi di vulcanologia sanno che alcuni vulcani (America, India) hanno eruttato tanto materiale da rappresentare in superfìcie quella di due o più na- zioni europee messe insieme. Mi sembra che un fatto del genere sia sufficiente per modificnre la faccia di una contrada, ossia ringiovanirla secondo il mio concetto. Pure il Mercalli scrisse dopo di me: « E cosi la parte esterna della litosfera terrestre si rin- nova, e il suo ringiovanimento è prodotto da una vera circola- zione d(^lle rocce operata dal vulcanismo » ^).

'i G. \Ikh(i\i,i,i / n(l<'<nii (iltirì lìcìUi '/Vr/v/, p. -107. Hm^pli, Mihmo IHOT.

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Dh ciò doduiio che sono stato cinnpn^so in Italia; mi augui'o clic dopo iL;-li schiarimenti dati il prof. Giintlicr non vorrà, in avvenire, farmene colpa, e <2;li altri che fossero caduti nello stesso equivoco , spero che dopo quanto ho esposto sapranno quale significato io diedi al vocabolo « ringiovanimento >■ . Se altri in seguito si servirà dello stesso vocabolo per rendere un altro con- cetto, non sarò io certamente che gliene muoverò addebito. In scienza è questione di intenderci sul significato di un vocabolo, e credo sia necessario di mettere da parte la forma dogmatica e di non avere la smania di dare continuamente nomi nuovi ai fenomeni naturali per non accrescere il confusionismo in cui certi innovatori spesso tentano trascinarci. Queste sono colpe, secondo la mia opinione, attesoché attentano alla semplicità a cui è ricorsa la natura in tutte le sue manifestazioni biologiche e abiologiche. I fenomeni vulcanici sono stati gli stessi in tutti i tempi e in tutte le parti del geoide, le stramperie sono degli uomini appunto perchè in generale le loro tendenze sono per le speculazioni, per la fantasticazione o per crearsi difficoltà pure nello studio dei fenomeni scientifici più semplici, che la natura possa presentare'. Il cosi detto mistero del vulcanismo, ad esem- pio, non può essere spiegato dagli studiosi che intraprendono ricerche con idee preconcette; ma da chi segue da anni tutte le eruzioni e manifestazioni endogeniche di questa parte d'Italia e delle isole, senza prevenzioni aprioristiche. Le ricerche fisico- chimiche che ininterrottamente sono andato eseguendo sul magma lavico, sui prodotti vulcanici in genere, non escluso lo studio sulle sublimazioni e le sostanze gassose , mi han messo in con- dizione di comprendere il meccanismo che consente la emissione del contenuto endogenico del nostro geoide. Così . seguendo il percorso d'una corrente lavica emersa nell'aria, possono accadere fenomeni capaci di farci comprendere il vulcanismo. Infatti, spesso 1 alla superfi('ie del magma lavico e sulle correnti, ad esempio, del ' nostro Vesuvio, si formano vere cupole, ondulizioni e finanche crateri avventizii eruttivi, da cui per lungo tempo si sprigionano, insieme a brandelli di magma, con forte sibilo, le materie gassose occluse nel magma sottoposto; fatto questo importante, perchè prova che il magma per stesso contiene quanto occorre per formare un cratere (:•, compiere una eruzione.

Lo stesso fenomeno avviene pei vulcani sottomarini, come nelle isole Aleutine, nelle Santorino, nelh^ Azzorre, ntjlla Pantelleria. ecc. Su le colate lavichi^ le cupole possono TÌma.ner(' intatte, m i

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possono aprirsi all'apice, e diventano, come ho detto, veri crateri eruttivi, senza avere qualsiasi comunicazione col canale eruttivo del cratere in eruzione; oppure, le cupole emerse dall'acqua pos- sono fendersi, e allora si vede il magma incandescente nelle fratture dell'intumescenza, come per qualche tempo si è avuto occasione di osservare sul nostro Vesuvio, nell' isola Bogosloff, ecc. Ma se la cupola, il domo, ecc. resta intatto, come difatti è ri- masto l'obelisco (Lacroix) sollevatosi sul domo che precedente- mente s'era formato nella montagna del Pelée (Martinicca) nel- l'eruzione 1902-903, e che non può considerarsi altrimenti che di sollevamento, coni' era del resto il domo subaqueo, prima di vincere la pressione dell'acqua marina, divenuto subaereo, forma un'isola, quale l'Isola che Fouquè chiamò Griorgio I (Santorine). Supponiamo che, come realmente si è verificato in altri tempi ed in tutte le contrade , presto o tardi il dinamismo interno spinga altro magma contro l'obelisco del Pelèe e questo s'apra all'apice: il nuovo magma, anziché rimanere sollevato sotto forma di obelisco, comincia a disporsi, come di consueto, a guisa di mantello, più o meno verticalmente, oppure raggiunge la base del cratere e si accumula orizzontalmente. Se il Fouquè sarà inviato a studiare la futura eruzione della Martinica, come fu per le Santorine, osservando quella formazione vulcanica, troverà nel- l'interno del nuovo cratere, oltre il caratteristico imbuto, una massa perpendicolare, e all'esterno gli strati più o meno inclinati.

A questo accurato osservatore, che diede l'ultimo colpo alla teoria del sollevamento del De Buch nello studio interessantis- simo fatto a Santorino, non isfuggirà certamente l' importante fenomeno che presenterà il nuovo cratere eruttivo del Pelèe. Se capitasse a me una talt^ ricerca, io non esiterei a proclamare di possedere la prova inconfutabile di un cratere di sollevamento (Puy de Dome, ecc.) e nello stesso tempo di un cratere di accu- mulazione (Puy Ghopin, Vesuvio, Etna, ecc.) convinto di essere nel vero.

Altre volte sulle (torrenti laviche non solo si formano cu- pole e conetti eruttivi, ma anche conetti che non emettono che vapori, e si dicono ftnnurolc Io (lopo molti auni di osservazioni non sono riuscito a trovare un dato, un fatto che mi consen- tisse di stabilire la ditfiu'tniza tra, una- fumarola ed un cratere in iMUziouc. o [)rojirianien(c d<tV(! e ([uando cominci o finisca il tr- iioiui'iio (li ui;iiiir('slazi<»ni rosi gi'andiosc e cosi difi'eronti. Oi'a .-•(> il \;ii»(iic ,i(i|U(M» coutcnulu nel lu;!.!-!!;! lavico dit oi-iofine (in-

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sieme ai gas acclusi) alle cu[)ol<\ ;ii oouetli eruttivi ed alle fu- marole sulle correnti di magma, vuol dire che deve essere uno dei principali agenti che spinge il magma dallf profondità d(d geoide all'apice del cratere, e (juindi lo fa spiindere sulle pen- dici da per ogni parte. Ma io dico di più : se (juesto vapore acqueo contenuto nel magma, forma una fumarohi, perenne come quella a 3000 metri sull'Etna, pi^rchè Tacqua delli^ correnti ma- rine non deve provenire da un cratere-mare o dall'acqua termo- minerale della circohizione eudogenica? \) Se ha fatti in con- trario, li adduca, li pubblichi il Giinther. ed io li esaminerò, e, se occorra, mi arrenderò; ma siccome non ne può avere, io devo credere che sono nel vero. E allora perchè il mio contradittore nella sua critica ha lasciato la forma simpatica che si suole se- guire in una polemica obiettiva e che non ha altro scopo che la ricerca del vero, per assumere quella biliosa e l'altra non meno antipatica del cattedratico ? In tempi non sospetti, io che ho simpatizzato sempre sinceramente pei dotti della Germania, scrissi come segue: « Quegli scienziati nelle loro osservazioni furono im- personali , ed io, rispondendo nei miei precedenti lavori, sono stato anche impersonale al segno che non li ho nemmeno citati, convinto che quelli a cui credetti di esporre fatti, non ipotesi, in appoggio delle mie ricerche, fossero al corrente della lettera- tura sull'argomento e del vasto dibattito > ^). Ma ora non so proprio a che attribuire la pesante ed antipatica prosopopea as- sunta dal Giinther nella sua critica, mentre io vo2:lio essere ffo- neroso con Ini e con certi colleghi naturalisti nell' omettere le osservazioni e critiche che potrei fare sopra non pochi argomenti svolti nel suo trattato di Geophysik e su certe pubblicazioni.

poi ad intendere il Gùnther che io abbia fatto dire n Stoppani cose che il nostro geologo non ebbe mai in animo di pensare, come le seguenti :

« Infine, secondo Stoppani, che asserisce che nell'interno del globo si trovino cinque immense zone di acque con fiumi laghi e mari », mentre a pag. 52 del mio lavoro « L' unità ddle energie cosmiche » si legge: « Lo Stoppani asseiisce che la copia delle

h Ekholm pensa che la variabilità della temperatura del Gulf-Stream possa paragonarsi « a ceux qui se produiseut dans les taches solaires, ou alterations de l'insolation dans les région equatoriale et tropicale, c'est-a-dire dimiuution de rechaulìement des eaiix et de l'intensitè des alizes. (Richard. L'oceanographie, pag. 202j.

2) Boi. d. Soc. di yatwalisti in Xapoli, Voi. XXII, 1908 p. 37.

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acque interne è forse maggiore di quella delle esterne scorrenti nei fiumi, raccolte nei mari, diifuse nell'atmosfera.

Queste acque interne formano diverse zone acquifere, che, se- guendo la stratigrafia, si alternano con rocce di composizione di- versa, ora permeabili ed ora ùnpermeahili. Così in uno scandaglio fatto a Saint Ouen si attraversarono successivamente cinque zone acquifere suscettive di ascensione, la

a 16 metri di profondità;

2=^ a 45,5 » »

3^ a 51,5 » »

a 59,5 r> >

a 66,5 > »

Vi sono dunque nelV interno del geoide, fiumi , laghi , e mari che si soprappongono a diversi livelli: vi è un sistema di circola- zione in tidti i sensi, le cui acque sono dolci quando provengono dalle meteoriche, conservano la salsedine quando derivano dal mare, diventano salmastre quando si mescolano ».

Giudichi chi legge se il dottor Giinther è stato equanime e spassionato, come dovrebbe essere un critico coscienzioso, con me e con l'autore del trattato di geologia, che io avevo seguito.

Del resto, se io invece di pubblicare , come è mia vecchia consuetudine, un lavoro sintetico, avessi voluto presentare un trattato sulla circolazione dell' acqua , avrei certamente comin- ciato col -ripetere quanto sull'argomento era stato detto prima della teoria del fungo e della spugna, per giungere ai pozzi ar- tesiani, i quali sembrano alimentati da un poderoso ed esteso sistema di acque sotterranee; e quindi avrei ricordato che nel secolo XII nella provincia d'Artois in Francia, furono costruiti la prima volta i pozzi artesiani, mentre è noto ehe erano usati da tempo immemorabile nella Cina e nelle oasi del deserto di Libia. Avrei detto poi che gli antichi Egiziani attingevano nelle citate oasi del deserto di Libia la preziosa linfa..., e avrei finito non con la teoria di Schwamm, ma con quella enunciata da Otto Volger, per quanto in non nuova, che « l'acqua del sottosuolo non proviene dalla pioggia » \). Ma il Neumayr a pag. 276 dico: « Noi possiamo perciò con tutta certezza aifermare che l'acqua

1) Neumayr Storia del In Terra, ]), ;)75. ecc.

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circolante nel sottosuolo proviene dalli; precipitazioni atnKjsfe- riche », e a pag. 277: f . ' n,

« Fin qui abbiamo considerato il caso assai semplice che un solo strato permeabile sia sovrapposto ad uno strato iìupermea- hile », e a pag. 378:

« Se la struttura della conca è tale, che parecchi strati per- meabili siano incuneati fra strati impermeabili, si succederanno parecchi orizzonti d' acqua, diversi per quantità e qualità, e si potrà secondo le circostanze attingere al primo, o al secondo o al terzo orizzonte ».

Sono stato costretto a dover ricordare alcuni fatti a cui ac- cennai nelle mie pubblicazioni, per ciò che riguarda la quantità delle acque, ma per la qualità ricorro -a quanto fu dato osservare nella valle di Hombourg (Asia), dove vennero scavati sette pozzi, e il risultato fu la scoperta di otto sorgenti termo-minerali a varie profondità, possedendo ciascuna proprietà diverse.

Parimenti, in un saggio di idrografia sotterranea, come nei quattro pozzi ordinati come segue, si ebbero risultati interessanti sotto tutti i rapporti:

Pozzo alla profondità di 19 piedi: acqua dolce

» » > » 133 » » salmastra

» » » > 206 » » ferruginosa

» » » y> 304 » » solforosa

« Ora, io scrissi ^j, il volume di acqua che sgorga da queste sorgenti e da altre non corrisponde alla quantità d'acqua che sotto forma di pioggia, di neve, di grandine o di condensazione, cade nelle superficie riceventi, ma in generale esso è assai mag- giore. Ciò prova che le sorgenti non dipendono esclusivamente dalle acque meteoriche, quindi il volume d'acqua deve provenire da una circolazione interna del nostro pianeta . alla quale non sono estranee le acque del mare ».

Epperò non quattro otto le falde d'acqua citate da Stop- pani e da altri autori di argomenti geologici o idrografici , ma ve ne saranno centinaia ^), finché non si giunga nella regione in

L'unità delle energie cosmiche p. 16.

2) Stapff riscontrò Vumidità di roccia, o acqua cava in un ^-neiss gra- nitico a 609 metri dall'inibocco nord della g-alleria del Gottardo ed a 410 metri sotto la superficie esterna.

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cui pel grado geotermico l'acqua ik)11 cambia stato. Infatti in molti punti dei Campi Flegrei, e propriamente nella Solfatara di Pozzuoli, a fior di terra la temperatura giunge a circa 100° C, mentre da una frattura di vapore supera i 164" C. In un pozzo profondo poco più di 10 metri, nel giugno 1908 ho riscontrato elle segnava l'I^ C, l'acqua termo-minerale, mentre la tempe- ratura esterna non oltrepassava i 22° C... Ciò prova in modo in- confutabile che le contrade in cui si rinvengono formazioni vul- caniche attive o estinte, e nelle quali si sono verificate superfi- cialmente dislocazioni stratigrafiche o fratture, quasi sempre sono ricche di sorgenti termali piccole o grandiose; ma l'impressione sempre viva e indimenticabile che di questi fenomeni conservo fin dall'infanzia, pur tutta volta non mi ha mai consentito la con- statazione di un fenomeno, di un fatto, capace di poter stabilire un confine tra una eruzione propriamente detta ed i fenomeni che presenta una fumarola. Infatti, sulla stessa corrente lavica si formano spesso fumarole e conetti eruttivi, le une accanto agli altri, funzionando indipendentemente, emettendo le prime vapore acqueo, gas e vapori di sostanze, che spesso si depositano nell' in- terno o all'esterno del piccolo cratere-fumarola, e i secondi erut- tando magma addirittura.

Cosi in diversi punti della Solfatara di Pozzuoli, che, come è noto, è il fondo di uno de' tanti vulcani dei Campi Flegrei, vi sono molte fumarole, e nelk^ vicinanze della Solfatara propria- mente detta, smovendo la sabbia, si sviluppano gas e vapori, che .spingono i granelliiii di sabbia a più di un metro di altezza, ed il movimento è cosi ritmico che, pure a breve distanza, si con- fonde col gorgoglio dell'acqua che avviene nelle prossime pozze. Questi fatti che io potrei osservare tutti i giorni nelle nostre con- trade, il professore Gùnther potrebbe constatarli lungo il salto che limita ad ovest il bacino di Vienna, che è accmnpagnato da una serie di sorgenti calde presso Baden, a Voslau, sulla linea delle terme viennesi, e in altri luoghi.

Allo stesso modo le famose sorgenti calde della Boemia set- tentrionale sono in relazione colla frattura che limita a sud l'Krz- gebirge, ecc. ecc., senza citare le grandiose soi'genti calde (geysersì dell'Islanda, del Yallowston, della Nuova Zelanda, ecc.

Tutti questi fatti, che concorrono a, pi-ovare limpidamente quanto io ho asserito, sia intorno alla costituzione geofisica del nostro geoide, sia sulla circolazione deira('(pia «^ le correnti ma- rine, non si sarebbero dovuto ig4orare da un geofìsico del valore del Giinther.

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Intìnc, concludo il (xiliillicr, nella sua critica animosa: < Non ostante la sua erudizione, l'autore; pur troppo non ha avuto al- cuna occasioni; per familiarizzarsi con le opinioni moderne circa la conformazione interna del nostro pianeta, per convincersi della stravaganza di molte delle sue esposizioni ». In questo periodo non riconosco più il geofisico G-iinther, ma il geometafisico, giac- ché, soltanto perchè io mi sono allontanato dalla gran via, come disse un professore universitario italiano, ossia che non ho ripe- tuto pappagallescamente ciò che i voluti superuomini hanno detto, mi si battezza uno stravagante.

10 invece opino che, se il Griinther conoscesse le mie modeste pubblicazioni scientifiche ed in particolar modo la teoria sull'e- voluzione nel mondo minerale, fondata sulla discendenza dalla roccia primordiale o granitica, che, unita all'altra dei mondi bio- logici , formano la base incrollabile del monismo sperimentale, avrebbe, forse, dato un giudizio meno temerario. Del resto a me poco cale una critica o un elogio di più o di meno, poiché nes- suno riuscirà a farmi deviare dalla rotta, che impavido batto da molti anni, alla ricerca del vero, per istrappare un segreto alla natura. Se il Giinther crede che io non mi sia familiarizzato cou le opinioni moderne, io sono di avviso che, in quanto a modernità, egli sta a me come i Teutoni ai Romani.

I liarbari s'imponevano con la forza e accoppavano; i civili volevano far valere con la logica i loro diritti; ma lo pai'ole non arrestavano la caduta delle clave, e la forza lirutale distruggeva gl'individui, ma non il diritto Romano.

11 Giinther con le sue confutazioni ha cercato di distruggere le mie teorie ; ma chi ha seguito le mie ricerche e mi ha com- preso, mi enumera tra gli uomini che portano il loro contributo, per quanto modesto, al progresso della scienza, di quella scienza sana, che si poggia su fatti induttivi e non speculativi. Chi si occupa di scienze, non dev'essere assoluto intransigente, ma deve prendere in esame il fenomeno, senzi idee preconcette; e la produzione scientifica degli studiosi, le ipotesi , le teorie o le leggi che vengono enunciate, deve confutarle se crede, ma so- stituendole con altre poggiate esse pure su fatti e non su vaghe espressioni, come ha fatto Giinther, poiché sono i polemisti a corto di idee e di ragioni, che cercano nell'insulto quella forza che la loro mente non sa può trovare altrove.

I fatti sono suscettibili di dimostrazioni, le opinioni sono molto variabili e spesso, anziché agevolare l'affermazione del vero,

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ingarbugliano talmentt; le cose da provocare-, se non un regresso, certamente una stasi; e la storia della scienza ne possiede esempi a dovizia.

A me piace la polemica, ma quella produttiva e non negativa. Devo intanto ringraziare il Giintlier che mi ha, con la sua critica, fatto ritornare su argomenti sui quali avevo creduto di poter sorvolare; così ho potuto manifestare esplicitamente il mio pensiero e sarò pago, se son riuscito a farmi comprendere.

Napoli, Marzo llJOy.

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Sulla glandola digitale degli ScyRiiim del golfo di Napoli

NOTA PREUMINARE

dol socio Artueo Morgeua

(Tornata del 13 gingno 1909)

La glandola digitale dei Plagiostomi è stata oggetto di scarse ed incomplete ricerche e perciò, da tem]io, mi sono occu- pato dello studio di quest'organo, onde poterne precisare la mor- fologia, la struttura e la funzione. Dovendo sospendere lo mio osservazioni su tale glandola, pubblico, in questa breve nota, i risultati più importanti che , finora , ho ottenuti dalle mie ri- cerche.

La glandola digitiforme degli Scyllium. è omologa all'appendice vermiforme dell'Uomo e dei Mammi- feri che la posseggono. Quest'omologia risulta evidente dalle identità di sviluppo, d' innervazione e di irrigazione sanguigna. I miei studi confermano l'ipotesi dell' Howes; cercherò di vedere se questa glandola possa essere omologata alla Bursa Fabri- cii degli Uccelli, come hanno opinato il Retzius, 1' Home ed altri.

L' epitelio gland olare dell' appen dice digitiforme presenta un forte potere secretorio. Difatti, le cellule pre- sentano una grande quantità di piccoli granuli di secrezione, disposti in file longitudinali, che danno, a primo aspetto, l' illu- sione di strie.

La secrezione, raccolta mercè triturazione della glandola ed usata sia alla temperatura normale dell'ambiente che a quella di un termostato a .370-38° C, mi ha forniti risultati posi- tivi per il solo emulsio namento dei grassi. L'estratto glandolare si è mostrato, almeno per ora, completamente nega- tivo per la peptonizzazione dell'albumina e la saccarificazione dell'amido sia crudo che cotto.

L'asportazione della glandola o l'allacciamento del suo dotto che sbocca nell'intestino, previa com ] )leta

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asepsi ed antisepsi, non sono ri u sei te nocive agli ani- mali in esperimento; però, essi, anclie dopo la completa guarigione, non hanno emesse più le fecci con la do- vuta regolarità.

Colpito da questo fatto, ho tolti dall'acfpia individui normali e ben nutriti e, dopo che essi erano in preda a prolungata asfissia, ho fatte le due seguenti esperienze: in alcuni ho aperto 1' ultimo tratto dell'intestino e 1' ho bagnato con quattro o cinque gocce di estratto glandolare acquoso (; concentrato, previa lenta evapo- razione in termostato a 38o-40o C ; in altri ho iniettata la stessa quantità di estratto nel lume della medesima porzione finale del- l'intestino. In entrambi i casi ho notato un rapido ac- celeramento della peristalsi intestinale accompa- gnata, negli animali della seconda esperiema^ da accentuata eccoprosi.

In un prossimo lavoro pubblicherò per esteso questi miei studi sugli Scyllium; in seguito studierò anche l'appendice vermiforme dei Mammiferi, segnatamente negli Erbivori e nei Rosicanti, perchè io credo che la glandola digitiforme degli Scyllium e degli altri Elasmobranchi e l'a p p e n d i e e v e r m i f o r m e dei Mammiferi, oltre all'essere omologhe e quasi identiche dal punto di vista della struttura, siano anche analoghe almeno per la funzione eccoprotica. Infatti, mentre l' etiologia dell'appendi- cite ci insegna che questa grave malattia è comune ed eredi- taria negli individui affetti da rallentamento del ricambio, la sintomatologia ci fa notare che l'affezione si manifesta con una coprostasi accompagnata da tutti gli altri sintomi termici e do- lorifici di questo funesto male.

Dalla Stazione Zoologica di Napoli.

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Su alcuni Euploiidae del goìfo di Napoli

Nota del socio U. Pierantoni (con la tavola I.)

(Tornata del io giugno 1909)

Sui protozoi marini che menano vita libera nei golfo di Na- poli si hanno incomplete notizie, ma la ben nota ricchezza di fauna del nostro golfo lascia supporre che anche in questo inte- ressante sottoregno una ricerca accurata potrà mettere in luce una nuova serie di forme oltre a quelle descritte nel 188-4 dal- l' Entz ed a qualche altra illustrata in seguito. L' esame di queste forme ha grande interesse sia per lo studio della organizzazione dei protozoi, che per la conoscenza dei minuscoli esseri che tanta importanza assumono nella economia delle forme più elevate ed utili all' uomo, assicurandone lo sviluppo col fornir loro un ab- bondante nutrimento nel primo periodo della loro vita.

Le specie di cui è parola nella presente nota sono appunto di quelle che, per essere talora rappresentate da un numero stra- grande di esemplari in alcune parti del fondo marino, presentano un particolare interesse, malgrado le piccolissime dimensioni degli individui. Io le trassi tutte da quella fonte inesauribile di inte- ressanti oggetti di studio, che è il fondo di alcune zone di mare lungo il litorale del promontorio di Posillipo, ove vivono gli Am- phioxiis e dove innumerevoli forme animali, avvicendandosi con intimo mutuo rapporto di riproduzione e di distruzione a scopo di nutrimento, costituiscono un insieme di natura costante nelle diverse stagioni, ed un materiale ugualmente interessante pel biologo e per chi studia le vicende delle forme animali allo scopo di favorirne lo sviluppo nel senso economicamente più utile.

Augurandomi di poter estendere in seguito il contributo alla conoscenza dei odiati che menano vita libera nel nostro golfo, in- CDinincio col dar iKjtizia di alcune specie appartenenti alla fa- miglia dogli Kiij)ìot/(lan. Come è noto, questo gi'uppo comprende

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infusorii ipotrichi in cui lu ciglia libere sono quasi del tutto as- senti, possedendo invece lamelle e cirri, posti specialmente ai due estremi del corpo ed alla faccia ventrale.

Dei cinque generi che sono stati raggruppati in (juesta fa- miglia lio trovato finora nel detto ambiente rappresentanti di due: Uionychia e Diophrys ; di nessuno di questi due generi r Entz fa parola nel citato lavoro sui ciliati del golfo di Napoli.

Gen. Uronychia

In varie regioni d' Europa furono di frequente rinvenute forme riferibili a questo genere, ma le incomplete descrizioni che ne diedero gli autori non hanno permesso di stabilire una esatta distinzione fra specie diverse. Per tali ragioni nei lavori mono- grafici si annovera un' unica specie, riunendovi tutte le forme descritte. Cosi il Kent , ascrivendo le differenze fra le forme a pure variazioni locali o individuali, riguardanti specialmente la disposizione dei cirri e la forma della superficie dorsale (carapace), parla di una sola specie (Z7. transfuga) ^ e cosi il Bììtschli. Per tali ragioni ho creduto utile di fermarmi a considerare attenta- mente moltissimi esemplari, e scartando le differenze puramente individuah e tenendo conto dei soli caratteri comuni ad un gran- dissimo numero di individui, ho potuto assodare la esistenza uel- r ambiente sopra descritto di due specie, delle quali ho seguito anche le fasi del processo di divisione. Esse differiscono fra loro grandemente per le dimensioni, che nell' una sono circa un sesto di quelle dell' altra. La più piccola ho creduto di dover ascri- vere alla diffusissima specie U. transfuga^ quantunque varii ca- ratteri, risultanti da numerose ed accurate osservazioni fatte su abbondante materiale, mi siano risultati ahjuanto diiferenti da (j[uelli già da altri ammessi come proprii della specie : a tale criterio mi sono uniformato ritenendo che lievi differenze esistano anche in una medesima specie, quando essa viene tratta da am- l)ienti differenti, siti in regioni fra loro assai lontane e, d'altra palle considerando come possibile qualche inesattezza nelle non concordi osservazioni degli autori, in oggetti minutissimi, di pre- parazione assai difficile e di ancor più difficile studio sul vivo. Credo perciò utile di mettere in rilievo i fatti cIkì possono servire alla identificazione di questa forma di Napoli, che, sebbene non costituisca una spe,cie distinta, per le sue ditferenz(^ potrt^blxi con- siderarsi comò vicariatile; l'ilevei'ò anche i caratteri, clu* j)ur es- sendo (;omuni con (juelli (bilie fonuc dir vivono ;dtr«)v<', possono

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valere ad una più completi! eono.scenza delle specio, non essendo stati messi linoia in rilievo.

La seconda specie del genere, che ho chiamato U. magna^ oltre che per le sue dimensioni del tutto eccezionali, è nettamente di- stinta dalle altre per fatti riguardanti l'aspetto esterno, non meno che la interna orgnanizzazione : ne darò quindi una particola- reggiata descrizione.

Uroìtycìiia transfuga Mììll. Tav. 1, %. 1, 2, 3)

Nella sabbia tratta dai succennati punti del golfo vivono molto abbondanti gii esemplari di questa minutissima forma. Essi non superano di solito i 70 od 80 |j. di lunghezza, per una lar- ghezza di non oltre i due terzi della lunghezza. Hanno movenze velocissime.

Il colorito di questa specie è bianco giallastro per il con- tenuto giallo delle vacuole alimentari.

La forma del corpo è molto appiattita, costituendo Tintera cellula quasi un disco che, visto dal lato dorsale, ha un contorno grossolanamente ellittico, troncato alla parte posteriore verso il lato sinistro (fig. 1), mentre anteriormente si termina in una sorta di prominenza di forma alquanto acuta , in modo da formare quasi il vertice di un angolo. Intorno a questa prominenza tro- vasi dorsalmente una corona di numerosi tentacoli, impiantati su di un rilievo semicircolare lievemente dentellato. Nella parte poste- riore, spostati verso destra ed alquanto più innanzi del margine, notansi, impiantati in due escavazioni poco profonde, due enormi cirri, di lunghezza (quando sono distesi; quasi uguale a quella della intera cellula, ma di solito ripiegati a falce verso l'asse del corpo. Questi cirri presentano ciascuno una incisura mediana lon-. gitudinale, che li fa apparire talora in numero di quattro (fig. 1, 2 ed ).

Osservando l'infusorio dal lato ventrale, si nota che la corona di cirri tentacolari continua sui lati, interrompendosi sul ventre nel punto ove prende inizio una infossatura ventrale (fig. 2), che si estende per due terzi dell' intero corpo cellulare ; i margini laterali dell' infossatura danno impianto a due tenuissime e brevi membranelle che si estendono verso la linea mediana, comba- ciando o accavallandosi lievemente su di essa {laì) ). Nella parte postei-iore dell' (^^oavazioue ventrale si a]jre il cit(ì,stoma, che è, la-

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sciato scoperto dalle membrane [cst)^ ma in cambio è protetto da cinque brevi cirri impiantati sull'orlo posteriore di esso (tb).

Sul margine ventrale posteriore del corpo appiattito si no- tano ancora due profonde escavazioni, nell'una delle quali, la de- stra, s' impiantano cinque grossi cirri, di cui uno, il più esterno, assai maggiore degli altri (fig. i-3 cv^). Dalla escavazione di si- nistra partono invece due cirri, 1' uno più prossimo al ventre, o, come altrimenti può dirsi, più supertìciale, l'altro più profondo, e quindi più prossimo al dorso {cv),

L' anatomia interna di questa specie mostra le vacuolo ali- mentari piccole e numerose, raggruppate verso 1' angolo ante- riore destro del corpo (fig, 1, 2 va).

La vacuola pulsante si trova costantemente nella parte po- steriore destra, presso la maggiore escavazione ventrale (vp).

Il macronucleo (fig. 1-3 Mn) si trova spostato verso sinistra, è di forma allungata ed è disposto in senso longitudinale. Negli esem- plari in istato di riposo si notano delle strozzature che lo rendono mouiliforme, come fatto da una serie di pochi (tre o quattro) el- lissoidi in fila, che non occupano una estensione maggiore di uu terzo dell' intero corpo cellulare. Il micronucleo, piccolo ed unico, si trova presso il macronucleo, ma discosto da esso (mn).

Di questa minuscola specie di Uronychia ho spesso rinvenuto ed ho potuto preparare e colorare esemplari in via di moltipli- carsi per scissione diretta. Il fenomeno si rivela esternamente con una strozzatura equatoriale previa formazione, lungo la zona di divisiono, di nuovi cirri, che saranno i cirri posteriori dell' indi- viduo anteriore, e nuovi filamenti tentacolari (fig. 3 di), che co- stituiranno i cirri anteriori dell' individuo posteriore. Una nuova infossatura boccale, con relative membranelle ondulanti e tenta- coli si produce contemporaneamente al solco di divisione nel- l' individuo figlio. Internamente la vacuola pulsante si scinde, e metà migra verso 1' individuo anteriore e metà verso il poste- riore, disponendosi nella posizione caratteristica per la specie. Le vacuolo alimentari restano nell' individuo anteriore, e nuove se ne formano poi nell' individuo posteriore.

Il macronucleo durante il processo di divisione cessa di essere mouiliforme [M'ii) per divenire un cilindro allungato di spessore uniforme, lievemente depresso e talora ricurvo all'estremo poste- riore, e si divide per una strozzatura mediana. Uguale sorte ha il micronucloo dopo essersi allungato.

Durante il periodo di divisione, (|uan(lo già i due indixidiii si sono delineati, ma sono aneora uniti, la niai-'i'-ioi' parie delle fuu-

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zioni, e specialmente le vegetative, restano accentrate nell'indi- viduo anteriore, fino al distacco dei due individui figli; ciò di- mostra che tale processo nelle linee generali non diiìerisce da quello di gennna^ione posteriore, cIkì si rinviene in altri infusori!.

Uronycliia magna n. sp.

(Tav. 1, fig. 4, 5, 6)

Questa specie di Uromjchia si distingue a prima vista per le eccezionali dimensioni del suo corpo, che raggiunge Y^ mm. circa (450 jj-) di lunghezza, per una larghezza di 250 |j.. Per le sue movenze rapide somiglia alquanto ad U. transfuga, ma in rapporto delle dimensioni del corpo, può dirsi meno veloce di quella nel nuoto.

E di color bianco gialliccio per il contenuto, spesso di color giallo, delle vacuolo alimentari.

La forma del corpo è piuttosto appiattita, ma meno che in TI. transfuga-, a prima vista, dal dorso, sembra a contorno quasi ovale (fig. 5j, ma attentamente osservata si dimostra alquanto ir- regolare per la presenza di caratteristiche prominenze spiniformi, dovute non alle ciglia ma ad estroflessioni della cuticola , di- sposte senza alcuna simmetria. Di queste ho potuto notarne due dorsali alla parte anteriore , e due alla parte posteriore : l' una nel piano sagittale, l'altra spostata verso sinistra (fig. 5, 6 a, ò, e). Fra le due anteriori, anche dorsalmente, vi sono altri tre di questi processi spiniformi, più piccoli e rivolti con le loro punte adunche verso il lato destro. Questi processi spinuliformi anteriori tro- vansi alla base di una corona tentacolare posta intorno ad una specie di lobo apicale, che costituisce l'estremo anteriore del corpo cellulare. Alla parte posteriore la forma ovoide è modificata dalla presenza di due escavazioni ventrali, che mandano delle propag- gini anche verso il dorso, simili a quelle che si rinvengono nel- l'altra specie: anche qui i cirri sono in numero di due dal lato sinistro : cioè uno spostato verso il dorso, partente dalla porzione dorsale della escavazione di sinistra, e l'altro verso il ventre, par- tente ventralmente dalla stessa escavazione (fig. -l-IJ cv). Dalla escavazione di destra partono pure grossi cirri di cui sono chia- ramente visibili, rivtjlti ventralmente, uno più grosso e quattro più piccoli , di dimensioni sempre decrescenti verso il piano sa- gittale [cv^], e dorsalmente due non molto grandi {ed). Ai primi ed ai secondi non di rado si accompagnano cirri più piccoli, di nuuKjro vario, che appaiono come fascetti di ciglia indipendenti

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dai grossi fasci di ciglia agglutinate clic compongono i cirri. I cirri posteriori in questa specie, quantunque nel loro ordinamento poco diiìerenti da quelli di U. transfuga ed TI. setigera Calkins (1901) si distinguono facilmente perchè in rapporto delle dimen- sioni del corpo cellulare costituiscono un complesso assai meno cospicuo, non oltrepassando , i più lunghi, il quarto della lun- ghezza dell'intero infusorio.

La faccia ventrale (fig. 4) alquanto appiattita mostra una infossatura di forma irregolare, che dalla parte anteriore procede verso la posteriore restringendosi, ed occupando circa i due terzi della lunghezza della faccia stessa. In fondo alla parte più ri- stretta di questa infossatura, ove essa assume, spostandosi verso sinistra/ una forma grossolanamente semicircolare, trovasi il ci- tostoma {est) provvisto nel suo margine di due piccole serie di mi- nuscoli tentacoli disposte in senso differente, e cioè alcuni più grandi in numero di cinque, inseriti in avanti e verso sinistra e con restremo libero rivolto in senso opposto {th)^ ed altrettanti assai minuti, inseriti sul margine posteriore, rivolti in avanti e leg- germente inclinati verso il iato destro iti)'). L'intera escavazione ventrale che si termina col citostoma è fiancheggiata da due vi- stose membrane ondulanti striate in senso trasversale sporgenti sul ventre, quando 1' animale è in moto , come grosse ali ; tali membrane sono sostenute ciascuna da un paio di forti ispessi- menti tentacoliformi, che si protraggono lungo i bordi liberi impiantandosi sul corpo (fig. -l-G) ; di questi uno ha inizio nella parte posteriore, alquanto più indietro del citostoma {pmb), e l'altro anteriormente, in continuazione con la corona tentacolare che circonda la prominenza apicale {dm). Tutto l'apparecchio for- mato dai tentacoli boccali e dalle grosse membrane aliformi, costituisce un insieme molto opportuno per la prensione e la immissione degli alimenti nel citostoma , mentre le membrane stesse, insieme coi tentacoli anteriori ed i cirri posteriori, prov- vedono ai rapidi movimenti di traslazione del corpo dell' infu- sorio.

La faccia dorsale convessa è percorsa in senso longitudinale da striature (std) che ho potuto rilevare essere in numero di cinque, di cui le tre mediane si biforcano in dietro, giungendo in prossimità dell'impianto dei tentacoli dorsali.

Servendomi del metodo della osservazione a fresco e di pre- parati in foto debitamente colorati, lio potato ricavare anche al- cuni dati anatomici riguardanti questa sj)ecio, molto utili per una esatta distinzione da og-ni altra forma finora conosciuta.

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Il citophusiiia di Uroìiyclùa magna si prusuiitji inulto ricco di vacuole di varia grandezza fra cui le maggioi-i, in uuracro di duo o tre, sono poste nella parte mediana e si vedono per traspa- renza poco più innanzi della parte occupata dal citostoma {va).

Il contenuto di queste vacuole fatto da corpicciuoli di forma irregolare e di varia grandezza, per lo più colorati in giallo, so- spesi in un liquido incolore , rivela la natura alimentare delle vacuole di tal sorta.

Fra le vacuole minori clie si trovano dietro le alimentari, di solito una più piccola di queste, ma maggiore delle altre , si rivela come vacuola pulsante pel suo movimento che, del resto, non è facile a scorgersi, percliè si ripete lento od a lunghi in- tervalli {vp).

Il macronucleo in tutti gli esemplari che ebbi occasione di osservare mi apparve sempre di uguale forma ed estensione; cioè come una serie moniliforme di corpi ovoidali posti l'uno dietro l'altro, e riuniti l'uno all'altro da brevi tratti peduncolari di so- stanza trasparente, poco colorabile {Mn). Ciascun corpuscolo ovoide si mostra formato da una sostanza omogenea, intensamente co- lorabile, e nel suo interno si trovano di solito uno o due am- massi nucleolari di sostanza ancora più affine coi coloranti nucleari, oh'condati da una sottile areola cljiara. Il macronuoleo è lungo e sottile, esso occupa quasi l'intero margine della cellula appiattita. Partendo infatti dal lato destro percorre tutto il bordo anteriore, ed il laterale sinistro, giungendo indietro lino all'estremo po- steriore, indi risale alquanto lungo il margine destro ; per tal modo dell'intero margine del corpo cellulare appena un quinto, lungo il lato sinistro, è privo di macronucleo.

Mediante apposite colorazioni ho potuto scorgere anche due minuscoli micronuclei sferici , posti nella parte anteriore della cellula, in prossimità del macronucleo, ma non aderenti ad esso (fig. 5 mn).

Cren. Diophrys

Il genere Diophrys Dujard. (Stylojdotes Stein) è quasi co- smopolita, essendone state rivenute forme nel Mar del Nord, nel- l'Atlaniico, nel Mar Mediterraneo, e nel Mar Nero, tanto sulle coste del vecchio, come del nuovo continente. Ma le specie non sono ben determinate, sia perchè le descrizioni non danno garenzia di essere state fondate su osservazioni molto accurate, sia perchè è da. ammettersi qualche differenza nelle caratteristiche degli

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individui delle diverse località, non sufficiente però ad autorizzare una netta distinzione specifica. L'abbondanza degli esemplari che si rinvengono nell'ambiente innanzi descritto mi lia permesso di studiarne attentamente sul vivo ed in preparati l'aspetto esterno e gli organelli, in modo da poter dare una completa descrizione di una forma del genere, che ascrivo al D. appendiculatas. Ehbg.

Dioyhrys appe?idiculatus Ehbg. (Tav. l,fig. 7,8).

Questo infusorio misura mm. 0,1 di lunghezza per 0,05 di larghezza; ha colore gialliccio, e forma di un minuscolo disco, che visto dal dorso ha contorno ovale, salvo la parte destra del bordo anteriore e del posteriore, che sono incisi per breve tratto e dal margine dell' incisura sporgono tentacoli e cirri (fig. 7). Osservando il protozoo dal dorso, si nota lungo l'incisura anteriore una fila di numerosi cirri tentacolari di cui, in esemplari preparati e narcotizzati (poiché il loro continuo e rapidissimo movimento li renderebbe quasi invisibili) , ho potuto contare un numero di circa venti {et). Tale corona tentacolare cingendo il corpo lungo 1' incisura, si continua per breve tratto anche sul lato ventrale (cf). All' incisura posteriore si impiantano tre cirri for- niti di rapido movimento, che allo stato di riposo giacciono in direzione posteriore (fig. 8 ed). Osservando l' infusorio dal lato ven- trale si scorge anteriormente, in corrispondenza dell' incisura una sorta di lamina o cresta semilunare, impiantata parallelamente alla base della corona tentacolare. Questa lamina è alquanto spor- gente, e, quindi, visibile anche dal lato dorsale (fig. 7, 8 dv). A\ di- sotto della lamina, occupante circa i due terzi della intera lunghezza del corpo cellulare, si nota la infossatura, sul fondo della quale, nella parte posteriore, si trova il citostoma. Tale infossatura è protetta verso sinistra da una membrana striata trasversalmente (mh) posta quasi in continuazione della corona tentacolare, ai cui elementi le strie sono parallele, mentre il margine destro della infossatura mostra semplicemente una ciliatura simile a quella che si osserva in tutto il fondo della infossatura stessa, tranne in una porzion(^ mediana alquanto rilevata di esso. L'incavatura citosto- male è esternamente circondata da una serie di nove tentacoli [eoa), di cui otto sono in corrispondenza del margine destro e uno più discosto, spostato verso sinistra. Ventralmente eposteriormente si osservano anche cinque grossi cii"i-i (cirri anali, ev) sporgenti verso la incisni'ii ])()steriore collocati in una oscavaziono, mentre un

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susto cirro, sottile, od allunatilo (cfl) sporguntu olire; l'cstroino po- steriore, vodesi a sinistra fuori della escavazione.

Valendomi di colorazioni in toh), mi è riuscito di mettere in evidenza gli organelli interni, die sul vivo si discernono assai ditHcilmente. Le vacuolo sono di solito in numero scarso, ma è costante la presenza di ({uella pulsante posta all'altezza dell' im- pianto dei cirri posteriori, più prossima al dorso che al ventre {vp). Una o più vacuolo alimentari sono di solito presenti nella parte anteriore, all'altezza del margine su cui sono impiantati i cirri tentacolari (va).

E notevole che in questa specie si rinvengono di solito due macronuclei in forma allungata irregolare, posti l'uno nella metà anteriore e l'altro nella posteriore del corpo cellulare {Mn). Nella massa cromatica di ciascun macronucleo si notano altresì numerosi nucleoli di sostanza colorabilissima, circondati da un' areola più chiara.

I micronuclei, piccoli e discosti dai macronuclei, sono in nu- mero di quattro, posti due a due nelle metà anteriore e poste- riore della cellula, ciascun pajo in prossimità dei rispettivi due macronuclei (fìg. 8 mn).

Fra le varie specie di Diop/irys descritte non è cosa facile, allo stato delle conoscenze, distinguere e stabilire una esatta si- nonimia, tanto per la incompleta descrizione degli autori, quanto perchè, come io stesso ho potuto constatare osservando gran nu- mero di esemplari, sono frequenti le variazioni individuali, spe- cialmente in quel che riguarda il numero dei cirri ventrali, che facilmente si distaccano senza lasciar traccia: per il che nella de- scrizione ho ritenuto come carattere della specie il numero mag- giore di cirri da me riscontrato. Fu forse anche guidato da questi criterii il Calkins che ritenne come appartenente alla specie D. appendictilatus anche la forma da lui rinvenuta nell'America del Nord, quantunque differisca per molti dati da quelle già note: come pel numero dei tentacoli ventrali, che si riscontra in nu- mero di 7 a sinistra e 2 a destra, per l'assenza della cresta se- milunare posta alla base dei tentacoli, e per l'assenza di ciglia marginali.

La stessa specie nella descrizione del Wallengren è anche per alcuni dati alquanto differente dalla forma da me osservata a Napoli, e fra questi dati sono principali quelli riguardanti la disposizione dei cirri ventrali, raccolti nella parte anteriore in un gruppo di cinque, gruppo alquanto distante da altri quattro

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cirri disposti duu a sinistra u due a destra, dei cirri posteriori i^anali).

E notevole ancora che Kaj.kins rileva (conformemente a Fabke DoMEUGUK e Wallengiien) la presenza di ciglia marginali, men- tre nelle forme illustrate da Fìiesenius, Rebs, Stein non so ne scorgono, ed io stesso non potetti trovarne in quelle, che os- servai qui a Napoli: nguahnonte può dirsi per Euplotes e.rca- vatus e Sehizopits nonvegicus di Claparède e Lachmann, le rpiali specie, da considerarsi in sinonimia con D. appendicìddtìis^ ap- paiono nelle figure dei citati autori dei tutto prive di tali ciglia.

D. appendieulatus, salvo lievi differenze locali, può dirsi dif- fuso in gran parte del mondo, infatti fn rinvenuto dall'Atlan- tico (Calkins) ai mari del Nord dell' Europa (Bergen), (Clapa- rède e Lachmann), nel Mediterraneo, nel Mar Nero (Andrussowa). Non dubito che nuove ricerche potranno estenderne ancora di più la distribuzione geografica.

Le caratteristiche che presenta la forma di Napoli, quan- tunque assai distinte, non mi sono sembrate sufficienti per la istituzione di una nuova specie; è per questo che ho ritenuto gli esemplari osservati come rappresentanti di una forma locah^ di D. appmidicuìatus Ehbg.

Napoli, Stazione Zoologica ed Istituti i zoologico della R. Uiiivei-sità. Maggio. 1909.

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SPIEGAZIONE Ì3ELLA TAVOLA I.

Lettere comuni alle figure:

a,h.c processi spinitormi.

ci cirri dorsali.

cfl cirro tlag-elliforme.

est citostoma.

et cirri tentacolari.

cfm cirro tentacolare che fa da sostegno alla menibi-ana oiKlnlantc

co,cv' cirri ventrali posteriori di sinistra e di desti'a.

co,cv' cirri ventrali posteriori di nuova t'orniazione (nel processo riimiduttivo).

era cirri ventrali anteriori.

(Il- cresta semilunare.

wh membrana ondulante.

Uhi macronucleo.

i)>n micronucleo.

pinh pedu^iicolo o costola di sostegno della lucmbiana (Hididaiitc.

■stri strie dorsali.

tb tentacoli boccali di ordine.

tb' tentacoli boccali di ordine.

va vacuola alimentare.

V2) vacuola pulsante.

yjvj vacuola pulsante di nuova formazione (nel processo ri produttivo i.

Tutte le figure sono tratte da preparati in foto lievemente colorati con emallume ed ematossilina Delafield, controllati con la osservazione sul vivo.

Fig. 1. Uronyeìda iransfnga 0. F. Mììller vista dal lato diusalo, n^ lUOO.

» 2. La stessa vista dal lato ventrale. X 1000.

» 3. La stessa in via di riprodursi per divisione. -< 500.

» 4. Uronycliia magna n. sp. vista dal lato ventrale, x 200.

» 5. La stessa vista dal lato dorsale. X 200.

» 6. La stessa vista dal lato destro, x 200.

» 7. Diophrys appendicnhttus Ehrenberg visto dai ventre, x •'^00.

» 8. Lo stesso visto dal dorso. X 800.

IL VULCANISMO NEL TERREMOTO CALABRn-SIfillLII

DEL 28 DICEMBRE 1908

Nota del socio Leonardo Ricciardi

(Tornata del 25 luglio 1909)

Arduo tema, non per stesso, ma perchè si annoda alla genesi della terra, argomento preferito da tutte le teste pensanti, sia di diifereuti religioni, che di rìpposte scuole filosofiche e scien- tifiche.

Io, anche due anni addietro, ebbi la malinconia di occuparmi della Genesi del nostro Geoide, ma vi fui trascinato da polo- miche, più che scientifiche e obl)iettive. aspre e personali, quali non si addicono a gente che vuol parere serena, di nuli' altro preoccupata che della virtù delle scienze. Allora pensai: prima che mi travolga l'artificioso finimondo, minacciatomi da brutte e maldicenti lingue e orribili favelle, voglio esporre ai tristi, e ancora ai buoni, la mia opinione intorno alla fine del mondo. Ed ecco ciò che dissi : « L'Herschell vide nelle nebulose il prin- cipio dell'evoluzione siderale. Egli ammetteva tre forme di ne- bulose: nebulose diffuse, stelle nebulose e nebulose planetarie: le prime, nebulose vere e proprie, contradistinte da condensazioni più o meno luminose, che hanno l'apparenza di teste di comete, sono i primi abbozzi di monti siderali; le seconde, cioè quelle circondate da atmosfere fosforescenti, circolari ed estesissime, so- miglianti alla luce zodiacale, costituiscono la transizione della materia cosmica dal suo stato diffuso ed incoerente allo stato di stella formata ; le terze infine, quelle a forma circolare e legger- mente ellittica, come quella dei nostri pianeti, rappresentano il pe- riodo di decrescimento, ossia di estinzione graduale di un mondo, ossia della associazione di più mondi » . Questa teoria fu annun- ciata dopo accurate ricerche su 2451 nebulose, e le leggi mate- matiche stabilite principalmente da Maclaurin, dal Jacobi e dal Poincaré la confermarono. Avevano preceduto Herschell, Cartesio. Leibnitz, Kant e Laplace , i quali vedevano nel nostro pianeta, come in ogni ,dtro corpo celeste, Li. condensaziijne di una nebulosa:

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m

pur clTutto ril t|iic'8(a cniirk-nscizioiiu. la [unte osturiia della Terra si è solidificata, ma è rimasto nell' interno un nucleo, che, tro- vandosi a temperatura altissima, è in istato di fusione ^i e di agi- tazione continua, e origine a fenomeni sismici e vulcanici ; secondo altri, non è un nucleo, ma una gran massa cosmica.

Kircher, persuaso della permanenza nel pianeta del calore interno, mise in evidenza l'aumento della temperatura colla pro- fondità, quale si osserva nelle miniere. L'Huggines nel 18H4, ap- plicando lo spettroscopio allo studio delle nebulose, scoprì in alcune la presenza di cumuli enormi di gas e vapori incande- scenti, e in altre la presenza di corpi solidi e liquidi. Le ricerche degli astronomi successivi confermarono (Questi risultati, che erano stati divinati da Ticone e da Keplero.

« JEsiste dunque, scrissi nel 1907 nella mia pubblicazione « L'unità delle energie cosmiche », negli spazi celesti una materia non ancora condensata in stelle, brillante di luce propria > ^).

V'è un'altra scuola che ammette che la solidificazione della Terra dovette per necessità incominciare dal centro e non già alla sua superficie, per la ragione semplicissima che i gas, ten- denti per la loro natura a dilatarsi, avrebbero dovuto rompere la sottile crosta della Terra, che man mano si andava solidificando e farla precipitare nel centro ; e questo si verificherebbe anche oggi, perchè se si ammette la progressione del calorico dall'esterno all' interno nella supposta corteccia della terra, bisogna necessa- riamente ammettere che per la immensità della massa, e per la compressione, la tensione dovrebbe raggiungere milioni di atmo- sfere, e questo, nello stato attuale, dovrebbe ridurre la crosta terrestre in frantumi , ed i vulcani sarebbero assai insufficienti per servire da sfiatatoi.

I sostenitori di quest' ipotesi caddero in grande errore, perchè non tennero presente che nella nebulosa planetaria che brillava una volta di luce propria e riscaldava il suo satellite, la luna, (come ora il Sole fornisce a noi quella luce e quel calore che una volta il nostro geoide dispensava) e che poi raifreddandosi si circondò di vapori condensati, come ne è circondato, tuttora, il pianeta Griove, la massa cosmica per l'elevatissima temperatuia

^) L' iiig. Cortese [SoUeiHiineiUl di spiaygie e di coste e loro cdìisé) dice: *■ Che il nucleo sia di inateriar fusa, e in uuo stato di altissima teHH)eraiura,. si comincia, non solo a dubitarne, ma a negare assolutamente ». Bollettino della Società Geologica Italiana. Voi. XXVIII. 190J. pag. 116.

2j Roberts pubblicò nel 1893 e 1<S99 una collezione di fotog-ratìe nebulari tra le quali si vedono vere nubi di materia caotica allo stato priuioj-diale.

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aveva raggiunto il massimo della dilatazione; quindi 1* invoUicru esterno che andava formandosi , non poteva essere soggetto a nessuna rottura, poiché circoscriveva la grande massa cosmica e per conseguenza non esercitava nessuna pressione capace di provocare una reazione sulla massa gassosa rimasta imprigionata, come la superficie consolidata delle lave, coibente al massimo grado, non ne esercita sul magma sottostante.

Inoltre, la costituzione geofisica del nostro pianeta è asso- lutamente contraria a questa ipotesi, poiché nessuno ha potuto contestare l'osservazione di Kircher sullo aumento della tempe- ratura a misura che ci approfondiamo nel nostro pianeta o, come col linguaggio moderno dicesi, « progressione geotermica > .

Ora, se questo aumento è progressivo, ad una profondità non molto grande, relativamente al diametro terrestre, il calore deve raggiungere una temperatura non solo tale da oltrepassare no- tevolmente il punto critico, ad esempio, del vapore acqueo, ma da dissociare pure il medesimo nei suoi elementi. Ammessa la progressione geotermica, nel centro della terra non vi può essere che sostanza allo stato gassoso. Infatti, supponiamo che un grave, per esempio, del peso di un chilogramma, riuscisse a cadere dalla superficie al centro della terra, l'energia posseduta da questo grave è superiore ai sei milioni di chilogrammetri. Se il corpo é anelastico, nel momento dell' urto questa energia cinetica si trasforma in energia termica, sviluppando un numero di calorie di gran lunga superiore a 12000.

Come é noto, per fondere un Kg. del corpo più refrattario, non occorre nemmeno il terzo delle dodicimila calorie, o delle calorie sviluppatesi nell'urto; per cui il corpo deve volatilizzarsi 0, se è un composto, dissociarsi, divenendone gassosi i compo- nenti.

Da quanto ho succintamente esposto, risulta che 1' interno del nostro pianeta non può assolutamente essere solido; ma il contenuto deve essere per forza gassoso, e ad una temperatui'a superiore a 20000o. La stessa analisi spettrale, da cui risulta la identità di materia nel sole e nelle stelle, rivela, almeno in parte, il segreto del mondo, che deve avere avuto origine da una ne- bulosa.

D'altra parte, alla forza espansiva di questa massa gassosa fanno equilibrio la forza di gravità, la pressione e le resistenze sovraincombenti ; di conseguenza, lo stesso corpo colla variazione delle grandi profondità varia pure il suo stato e può assumere quello gassoso. A questo punto si avreblie la delimitazione, a cui

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può giungere un corpo reso gassoso ; (|uiufli nel centro rlcl no- stro pianeta, ammessa l'evoluzione della nebulosa terrestre dal sistema solare in quella planetaria, nel centro, e per un raggio non indifferente, non vi può esistere che una enorme massa co- smica composta di una sostanza contenente il principio di tutti gli elementi chimici ad una elevatissima temperatura.

I depositi di minerali metalliferi, che sono in stretta relazione genetica colle rocce eruttive, acide e basiche, confermano incon- futabilmente il principio, che nel nostro pianeta, ad una certa profondità ed in certe condizioni speciali, essendo la forza di at- trazione vinta dalla forza espansiva del gas, avviene il fenomeno della repulsione della materia. Infatti, condensandosi i vapori, ohe esalano le correnti laviche, si formano, oltre le note incro- stazioni sulle bocche delle fumarole vulcaniche, pure tra le su- blimazioni i seguenti minerali: quarzo, feldspato, sodalite, antibolo, granato, melanite, mica, pirossene, augite, nefelina, mellilite, anor- tite, filipsite, oligisto, comptonite, apatite, analcime, anidrite, ecc. che costituiscono le rocce eruttive.

Del pari nelle meteoriti si rinvengono gli stessi elementi chi- mici e mineralogici, che finora sono stati riscontrati nel nostro pianeta. Infatti, le ricerche degli scienziati di tutti i tempi non hanno avuto altro obbiettivo, che quello di raccogliere i fatti ca- duti sotto i loro occhi e descriverli; e noi sfruttiamo questo patri- monio scientifico appartenente a tutte le nazioni civili, patrimo- nio che ci ha messo in grado di poter asserire che le formazioni geologiche, siano esse cristalline, cristalloidi o amorfe, sia che formino giacimenti sabbiosi, masse incassanti o rocce iniettate, non possono assolutamente essere derivate soltanto dal fuoco o dal- l'acqua, poiché i loro cai'atteri, la loro struttura hanno messo in evidenza, che non derivano da deposizione o da fusione; ma dall'azione concomitante del fuoco, dell'acqua e della pressione. Questa concezione idrotermale è stata suffragata dall'esperienza, poiché da alcuni anni nei nostri laboratori ci possiamo facilmente fabbricare tutte le rocce, dai graniti ai basalti, alle lave moder- nissime, o i loro componenti mineralogici, senza aver bisogno del nostro Vesuvio e delle sue eiezioni subaeree o di (pielle eruttate quando era sottomarino.

Ecco intanto la mia concezione sulla genesi del nostro pia- neta :

La materia caotica, contenente il principio di tutti gli ole- menti chimici finora conosciuti e forse di altri non ancora noti, essendo dotata di un movimento di rotazione intorno al proprio

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asse, lascia, gli aggregali più leggeri alla puritcìia. Abbassandosi la temperatura nella periferia; puicliè si ammette che la tempe- ratura siderale scende a 2780 sotto zero, la massa immensa per- deva man mano, tra gli altri, i gas idrogeno, ossigeno, nitrogencj ed altri, che si erano specializzati, ed i primi due, combinandosi, formarono l'accpia che, allo stato di vapore, si dilibndeva nel- l'atmosfera insieme col nitrogeno ed altri elementi. Pertanto, ap- pena la temperatura lo permise, il vapore acqueo, condensan- dosi , reagiva con gli aggregati molecolari o atomici recanti o no carica elettrica, dando luogo ad una serie di fenomeni, il cui risultato ultimo era rappresentato da una miscela di corpi cristallini e di sostanze amorfe. Questa miscela, trovandosi in presenza dell' acqua nelle condizioni più favorevoli di tempera- tura e di pressione, cominciò a formare le prime specie mine- ralogiche che, alla loro volta cementandosi, formarono i primi aggregati del magma idroplastico, che furono poi le rocce cri- stalline o arcaiche, essendo queste le rocce più antiche e tro- vandosi in tutte le latitudini e longitudini del nostro pianeta. L'acqua che si depositava successivamente, continuava ad ossi- dare gli elettroni^); gli ossidi e le anidridi venivano salificati, ed i sali idratandosi, aumentavano sempre in spessore 1' involucro, che si manteneva pastoso e plastico, come si conservano le rocce in genere ed i graniti in ispecie nelle cave. Infatti , il Dottor Heusch, visitando l'isola Bòmmol, ebbe ad esclamare « che quella massa granitica deve essere stata plastica e in movimento ». Cade quindi l' ipotesi della conti-attività. F gas ed i vapori rimasti im- prigionati, a misura che andava ispessendosi l'involucro, eserci- tavano un'azione dinamica sullo stesso, formandosi alla superfi- cie delle ondulature, se non proprio delle protuberanze o gibbo- sità, che furono poi i massicci antichi o le rocce arcaiche, che si rinvengono in tutte le parti del pianeta. Ora le ondulature e le gibbosità aumentavano sempre più, secondo che l'acqua pe- netrava e trasformava , come continua a trasformarsi, la massa cosmica rimasta imprigionata, che aumenta internamente lo spes- sore dell'involucro: quindi una maggiore compressione sulla massa gassosa, che a sua volta reagiva dinamicamente, costituendo ad esempio la catena dell' Himalaia, le Alpi, eco. ecc. Intanto le ac- que esterne, che s'erano depositate sul pianeta, cominciarono il

1) Nei gas occlusi nei granito e per ogni cento parti, l'idrogeno rappre- senta 77,2 "/„ ((rautier), mentre nelle rocce vulcaniclie del Pelée il 22,4 (Moissant ed in quelle di Santorino 16,2%, fFouqné). Quest'idrogeno proviene dalla dissociazione del vapore acqueo.

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loro lavoro di erosione, il cui detrito, se non avesse incontrato le intumescenze, avrebbe seguito ininterrottamente il movimento di esse ; invece i detriti, formatisi attorno o sulle cupole, costi- tuirono poi, quando queste si liberarono dalle acque, i terreni antichissimi privi di rappresentanti della flora e della fauna. Delle antiche formazioni di rocce cristalline alcune sono ancora intatte e costituiscono grandi mammelloni o cupole: altre, quando il di- namismo interno reagi non più sopra una massa completamente plastica, ma relativamente rigida, perchè emersa, non potendo più questa cedere alla spinta della massa sottostante, si frattu- rarono in tutte le direzioni e presero la forma accidentata, che ordinariamente hanno tutte le montagne coi loro vertici, crinali o creste, ed un esempio ce lo presentano i monti Peloritani ed x4spromonte, che si formarono dopo una energica spinta endoge- nica sul massiccio Calabro-Siculo, che diede origine al canale che divide ancora la Sicilia dal continente.

Vennero dipoi le cifre indicanti lo spessore della crosta o pellicola della terra, che si fa ascendere da un minimo di 40 chilometri a più di l'20 chilometri o da 170 a 215 miglia geo- grafiche. Io mi fermai a 100 Km. pei seguenti fatti : la massima altezza sul livello del mare, come nell'Himalaia, ascende a circa 9000 metri, come la massima profondità che si raggiunge nell'O- ceano Indiano è di circa 10,000 metri (9636); abbiamo quindi 19 mila metri circa. Ora se penetriamo nel nostro pianeta dalla mas- sima profondità negli abissi dei mari, dove possiamo ammettere che l'acqua si trovi a 1**; e, per quanto sia variabile il grado geotermico, ammettiamo che ogni 40 metri che ci approfondiamo^ la tempe- ratura aumenti di un grado C, per giungere alla profondità dove trovasi il magma, che viene eruttato dai vulcani ed a più di 1600°. dovremmo approfondarci di circa 80 chilometri; a questi se si uniscono i 19 precedentemente indicati, ci approssimiamo ai 100. Seguirono i sostenitori dell'ipotesi che la terra sia solida in tutte le sue parti, ed essi poggiavano le loro deduzioni su dati astro- nomici o fisici. Lo stesso Thomson ammise la solidità della terra in tutte le sue parti, e che la solidificazione era proceduta dal- l'interno all'esterno. Nel ISSI Vics Wink<'lmam sostenne, che le rocce solidificate, essendo più leggere delle fusi-, l'ipotesi non em sostenibile, come precedentemente ho dimostrato.

La mia concezione si approssima, salvo le modificazioni f;i- cilmente rilevabili, più che ad altre, a. ([ueila di Cartesio; poiché questi credeva, che la terra dovesse disi iuguei-si in tre regioni, di cui la cpiiti-ale ò occupata dal jìriuio elemento, che r ([uollo

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stesso di cui è tbrmak) il Sulu. Così difatli a Ulu srinlir;! (i()l)l)a essere, per quanto precedeutemenie lio esposto.

Quando l'involucro esterno del pianeta non resistette agli urti endogenici, le rocce cristalline, subaquee o subaeree, si fen- dettero più profondamente di quanto avvenne nell'atto che separò la Sicilia dal massiccio d'Aspromonte, ed allora si ebbero i primi fenomeni vulcanici, formandosi sopra graniti e rocce cristalline arcaiche sempre crateri eruttivi, come nelle isole e sui continenti del nostro pianeta, i quali diedero origine nel primo tempo a rocce della stessa composizione mineralogica e chimica, ed in seguito alle altre conosciute coi nomi di gneiss, granuliti, porfidi, dio- riti, eufotidi, basalti, diabasi, serpentine : rocce che si considerano di eruzione subaquea o rimaste nelle formazioni stratigrafiche sovraincombenti alle rocce arcaiche, senza venire a contatto del- l'aria. Quando il vulcanismo cominciò le sue manifestazioni pure nelle formazioni geologiche emerse dalle acque, si formò un'altra serie di rocce, i cui rappresentanti hanno la stessa composizione mineralogica e chimica, se si confrontano cronologicamente coi rappresentanti della prima serie; ed anni addietro per comodità didattica proposi distinguere tutte le rocce eruttive in due pe- riodi, comprendendo nel primo le rocce dal granito alla diabase e nel secondo dalla trachite alle rocce eruttive recenti.

L'analisi chimica ed il quantitativo della silice mi servi di base, poiché oscilla nelle due serie da più 76 ^/q a circa 46 "/o. Pure il peso specifico delle rocce del primo e del secondo periodo è di un minimo di 2, 6 (granito e trachite) rapportato all' ac- qua I a 4'^, e di un massimo di 3, 2 (basalti e rocce moderne). Que- sto fatto, oltre a provare, che nella terra non vi sia il lago me- tallico ^j, specialmente di ferro (De Lapparentj, dimostra pure che chi si approssima di più al vero nell 'assegnare il peso specifico alla terra sia il Carlini, che, nelle ricerche conqjiute nel 1821. ot- tenne 4,39 2).

1) 11 prof. E. Clerici (Boll. Soc. Geol. Ital. voi. XXVHl, i)ag. XXXIV. i'.)09j, iioii pago dei risultati di tanti scienziati, va ìu cerca ancora di « un po' di analisi matematica » per ricredersi del suo feticismo per il contenuto metallico, e poi fa dire a me « libero pensatore » cose di fede che non ho mai pensato. Non raccolgo le altre insinuazioni del prof. Clerici , perchè de- stituite di senso comune.

■^) Si ricorda che la densità della luna è di B,3S.

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Il vulcanismo subaqueo

« Ignem causam motus quidam et quidem non eauidom in-

dicat Videmus aquam spumare, igne subiecto. Quod in liac

aqua facit inclusa et angusta, multo magis illuni facere credamus, quum violentus ac vastus iugentes aquas excitat >■ Seneca, Nat/ir. quaest. lib. VI.

Le ricerclie sull'azione degli esplosivi sull'acqua del mare ci danno un' idea precisa di ciò, che intravide Seneca, poiché met- tono in evidenza come si comportano le masse aquee in presenza di un considerevole sviluppo di gas, nell' atto dello scoppio dei

Fu/. I. Kirctto d(»iri'S|)li.isiuiu' (li tre ì;ìiiii(i1ì.

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ginnoti, dello torpedini ud altro ^) (coiiic! dairaiinus.sa figura), fatti scoppiare a diverse profondità. Qualche cosa di simile avviene quando si fende la roccia negli abissi del mare per l' urto del magma incaudesceute, che tende a farsi strada, e l'acqua del mare venendo a contatto con esso può dar luogo a diversi fenomeni, compreso quello di trasformarsi in vapore ad alta tensione o di dissociarsi, e dare origine, come avvenne il 28 dicembre 1908 nel canale di Messina, a maremoto ed eruzione.

Le statistiche delle eruzioni sottomarine ed i fenomeni descritti da scienziati di tutte le nazioni, che hanno avuto la fortuna di assistere a fenomeni così imponenti e fugaci, ci hanno messo in grado di comprendere i diversi fenomeni che avvengono nell'atto dell'incontro tra le masse incandescenti e la massa acquea: feno- meni differenti a seconda del predominio di una delle masse, poiché, come è noto, possiamo avere fenomeni inversi.

Nulla ci impedisce di supporre che i vulcani siano attivi a 1000, 2000 ed anche a 7000 metri di profondità. Esiste, per esem- pio, nell'Atlantico (0^,20 lat. mer. 22° di long, occ.) una regione vulcanica, certo attivissima, che si rivelò già molte volte per di- versi fenomeni, non però per una vera eruzione. Più volte i ba- stimenti, passando per quella regione, provarono delle scosse. Ciò avvenne per lo meno 12 volte dal 1747 al 1836. Nel 1806 Kru- senstern vide elevarsi colonne di fama dal fondo del mare, e nel 1836 si raccolsero due volte in quei luoghi delle ceneri vulca- niche. Se non vi furono eruzioni, certamente egli è perchè l'ori- fizio di quel vulcano, o di quei vulcani, è molto più profondo di quelli che diedero origine all'isola Sabrina (1811, nello Azzorre) e all'isola Giulia (1831, Sicilia) -;. il fatto che, quando si parla

1) Ricciardi— 77 Maremoto. Nel giornale « Il Giorno » di Napoli, merco- ledi-giovedi 10-11 Febbraio 1909.

2) Il Prof. Giovanni Di Stefano dell' Università di Palermo {Boll. Soc. Geul. Ital. voi. XXVII, pag. XXXIII, 1909) assei-isce che i maremoti non si possono nemmeno attribnire a priori ad eruzioni sotloììiarine. Nella stessa pa- gina continna: « Invece non hanno prodotto marenioti le eruzioni sottomarine di Pantelleria, dell'isola Giulia, dei paraggi delle isole Azzorre, del Pacifico centrale, ecc. Le coste dell'Algeria e della Spagna meridionale sono esposte a maremoti, eppure in quel bacino occidentale del Mediterraneo non si co- noscono eruzioni sottomarine e subaeree ».

Per rispondere alle obiezioni del Di Stefano, potrei cominciare da Ari- stotele e da Strabene e da questi venire ai tempi nostri per provare che nei mari da lui citati non v' è stata eruzione sottomarina senza che non si sia constatato il fenomeno del riscaldamento dell'acqua e del maremoto. Ometto le citazioni dei maremoti del Pacifico, dell'Atlantico, dell'Oceano Indiano e del Mediterraneo, jievcliè in questa publ)licaziiinc avrò occasione di fare delle

Tè- di vere eruzioni sottomarine, si fa pure ricordo di formazione di isole nuove, pare certo argomento per dovere ammettere che una vera eruzione non possa aver luogo se non pei vulcani, i quali sono più prossimi alla superficie del mare ; che cioè una certa profondità sotto il mare possa impedire la maggior parte o anche la totalità dei fenomeni apparenti della eruzione, che infine l'eru- zione coi fenomeni esplosivi; l'eruzione di lapilli, di scorie, di sabbia, di cenere, sia carattere esclusivo dei vulcani subaerei, tranne ecoa/Aom. Riferi il Green, che nel gennaio 1884, a quin- dici o venti miglia dal cratere Kilauea (Hawai), Vacqua del mare veuìie lanciata in alto parecchie centinaia di metri: altre volte in mezzo a grande fragore si videro apparire fiamme e poi una densa nube di fumo, ed in ultimo comparire dal mare un' isola.

Scrisse Aristotile: « Il suolo non cessa di tremare, finché i vapori, causa dello scuotimento del suolo, non trovino uno sfogo a traverso la terra. Questo è ciò che è avvenuto a Hiera, una delle Eolie. In essa una parte del suolo si gonfiò e si sollevò con fracasso, sotto forma di monticello, fino a che il sotfio potente non ebbe trovato uno sfogo; allora esso lanciò all'esterno faville ardenti e ceneri tanto copiose, che ricoprirono la città vicina dei Liparotti e raggiunsero pure parecchie città d' Italia ; ed anche attualmente si vede il luogo donde quel fuoco eruppe ».

Nel 186 avanti Cristo si formò nel mare Egeo l'isola Hicra e nel 183 av. C. sorse all'estremità settentrionale dell'isola Vul- cano (Eolie) il cono detto Vulcanello, che dopo la eruzione sot- tomarina era alto 124 m. Un'altra ernzione eblie luogo nel gruppo

citazioni, che si trovano in tutti i trattati di Geologia; ma non posso lasciar passare inosservato, a lui siciliano, quanto avvenne nel 1831 di contro Sciacca. Durante Teruzione dell'isola Giulia, il capitano Trefiletti che comandava un brigantino, riferi che una colonna (Vacqua aita 60 piedi si tollerava dui ìiiare con forza meravigliosa e vi rimase per alcuni minuti, lanciando spruzzi da ogni parte. Il fenomeno della lanciata d'acjqua si ripeteva con Tintervallo di 15, 20, 30 minuti.

Un altro capitano siciliano narrò di aver veduto sollevarsi dal mare una colonna d'acqua dell'altezza di 80 piedi e del perimetro di 800 braccia »

Mi sembra che questi siano fatti positivi, iuconfutablli. e non asserzioni gratuite, non convinzioni o inesatte interpretazioni, e tali che non [)Otranuo essere disti-utti dall'improntitudine di chicchessia.

Alcuni telegrammi degli scorsi mesi di quest'anno segnalarono terremoti e maremoti nel dipartimento delle Bocche del T\t)daiu). nel Messico, a Tunisi, sulle coste della Spagna e del Portogallo.

« N(^ì 1U05, secondo il proi'. Palazzo, il maremoto che accomjjagnò il terre- moto fu fenomeno principale e v(^ramente straordinario nella storia del mo- vimtMilo (lei mare ».

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delle Eolie nel 120 ;^^^ C coiiloinpovancamcnte ad una ern^siono dell' Etna.

Strabene descrisse il niaravigdioso fenomeno osservato fra Tera e Terasia (Santorinoi, ove pei- 4 giorni consecutivi vide bol- lire e sollevare masse di acqua dal mare. Nel ii) dopo Cristo nelle stesse ac(jue si formò l'isola Thia, die si fnse con Hiera, la (|Liale ingrandì per novelle eruzioni nel 726 e nel 1-427. Il Val- lisneri descrisse una nuova isola vulcanica sottomarina formatasi, nel L707 nelle vicinanze deirarcipelago Santorino, colle seguenti })arole. « Nel tempo che questa isola sorgerà dalle onde, il mare tutto torbido all'intorno concepito aveva un si smoderato calorico ^), che bol-

^ II Prot. Di Stefano, per distruggere uno dei feiiomeai più importanti, quali tu il riscaldamento dell'acqua nel porto di Messina, e Pellaro, ecc.. ha scritto nella sua risposta alla mia comunicazione fatta nella tornata del 21 marzo alla Società Geologica di Roma quanto segue: « Però relativamente ad emissioni di colonne d'acc^ua ecco ciò che mi ha scritto il prof. Ricco da me interrogato appositamente: Non esistono osservazioni positive di emissioni di colonne d'acqua calda dalla terra e calda o fredda dal mare, in occasione del grande terremoto calabro-messinese. Ciò mi fu anche confermato dal prof. Omori ».

Nessuno ignora che il prof Omori giunse in Italia il 18 febbraio lUOH, e che il prof. Ricco il 31 dicembre trovavasi ancora a Catania in cerca del- l'epicentro del terremoto, che poi trovò nel lato orientale dell' Etna. Da ciò sono indotto a ritenere sincere ed inconfutabili le dicliiarazioni da me rac- colte da Ufficiali dell'Esercito e della Marina, nonché dal Barone Avv. Carlo De Biasio e da tanti altri che risiedevano a Messina ed a Reggio , i quali gentiluomini, pur non essendo illustri e famosi scienziati, sono pronti a con- fermare ciò che dissero a me, e credo che qualcinio l'abbia detto pure ai proti. Omori, Ricco ed altri.

in quanto ai bagliori, non ho nulla da aggiungere a ciò che ho esposto. meno il seguente telegramma da Firenze del 31 dicembre: « Padre Melzi, Di- rettore dell'Osservatorio Geodinamico e Presidente della Società Astronomica è d'opinione che lo sfregamente di rocce solfuree abbia prodotto la lumino- sità, divenendo lo zolfo luminoso , sfregandolo. Questa luminosità arguisce possa essere dovuta anche ad un fenomeno di elettricità statica ».

La luce più o meno abbagliante sul mare durante le eruzioni sottoma- rine è vecchia come il salterio, e per me è uno dei fenomeni più ovvii, poi- ché sono i gas occlusi nel magma lavico o quelli che si sviluppano per l'a- zione del magma sui fanghi abissali o per la dissociazione dell'acqua che bru- ciano, quando superano il livello del mare. Questo fatto fu osservato pure dagli abitanti di Pantelleria e dagli ufficiali dell'esercito culà distaccati, du- rante alcune notti, nell'ultima eruzione sott(jmarinu dell'ottobre 18!>1. 11 prof. Ricco nella sua relazione scrisse: « Dal mare ribollente si elevò una densa nube di fumo, che di notte appariva infocata ».

Anche durante l'eruziont» del Peleé del 1902 rac^[iia del mare i-a;^t;iuiisc i -lo" e. (^osl il Tarì>< Jonninl chi»»' il f! liiglin 100*.) il seguente telegramma

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Uva, e il bolìimento si stendeva in giro a qualche distanza^ per cui una grande quantità di pesci moriva ».

Lazzaro Spallanzani riporta : « Leggiamo il medesiniu fatto nei viaggi del marchese di Clioiseul tratto da una storia di quel tempo, nella quale si nota di più, che di alcuni vascelli si lique- faceva la pece ».

L'ultima eruzione nelle Santorine si svolse dal 1866 al 1870 e fu accuratamente studiata da Fouquè, nel cui pregevole lavoro, volendo, possono raccogliere gli studiosi molte interessanti no- tizie storiche e scientifiche. Come, se altri vogliono notizie stati- stiche sulle eruzioni sottomarine, possono consultare la diligente pubblicazione del dottor E. Rudolph.

Nel 1781 si formarono nel mare Islandico due isole, una dello quali venne fuori da un luogo profondo 600 piedi.

Dal 1691 al 1811 nell'arcipelago delle Azzorre (Atlantico; si formarono tre isole (1691-1720-1811], mapresto scomparvero. Presso risola Terceira (Azzorre) nel 1867, dopo forti terremoti e continue agitazioni delle acque del mare, si alzarono alte ed impetuose colonne di acqua e di vapori alternativamente da vari punti, disposti sopra uno spazio ellittico di 5 km. di lunghezza per uno di larghezza. Col fumo venivano lanciati in aria getti di nere scorie; ed il mare era intensamente colorato fino alla distanza di 10 miglia; ma non si formò isola, si constatò nessuna emi- nenza craterica ^).

Pure il vulcano sottomarino presso l'isola S. Griorgio (Az- zorre) ha dato spesso manifestazioni della sua attività.

Presso il gran banco di Baharaa, nel 18-37-38, fu in eruzione il vulcano sottomarino; nel 1866 da altro vulcano sottomarin(j presso la costa della Florida ebbe luogo una. eruzione con for- mazione d'una nuova isola.

da Londra: « Notizie dall'Alascka dicono che una deUe isole Aleutine è scom- parsa, lasciando al suo posto una specie di lago in ebollizione, nel quale la temperatura supera i 120" C. ».

Pertanto, il prof. Di Stetano non esclude che « getti di acqua sui lito- rali avranno potuto osservarsene in occasione del terremoto », ma « la loro esistenza non ha che tare con le eruzioni vulcaniche ».

Del resto, io ho esposto fatti, i lettori vaglino le deduzioni mie e quelle del prof. Di Stefano, e poi sappiano dirci se sono inesistenti e punto seria- mente accertati quelli che ho addotti.

In quanto, poi, ai cavi, io non li<i altro jtcccato, se non di aver creduto a ciò che fu riferito dalla Stampa italiana senza alcuna protesta da parie di duo egi-egi ing(\gneri, qnali sono i sigg. Brnnelli e .Tona.

1) FouQUK Renne, des coiir-s s(:/rrtf/ì,/i(/ne>!. Paiis 15 fel)l)rai(i 1H()8-

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NuH'AiImiiIÌco, oltre le is(_)lc vulcaniche cosliiiiciiLi le Piccole Autillo, v'è il gTiippo delle Azzorre, di Madera, delle Canarie, delle Capoverdi , e le isole Ascensione, S. Elena, Tristano da Cunlia, di Diego Alvarez e di Bomet; inoltre negli abissi, in mezzo al detto Oceano, il vulcanismo è in piena attività e frecpientissimi sono i terremoti sottomarini, .spesso violenti, di origine locale.

Nella Polinesia un vulcano sottomarino ad ovest delle isole Samoa, nel settembre 1867, dopo 7 giorni di forti terremoti, cominciò una eruzione sottomarina, che continuò fino alla metà di novembre.

Nell'Arcipelago di Tonga esistono diversi vulcani sottomarini: da uno di questi nell' ottobre 1885 venne fuori una violentissima eruzione, i cui boati si sentirono come cannonate fino a 325 Km. di distanza, e in pochi giorni si formò un' isola di 75 m. di al- tezza e 3700 metri di larghezza. Nel 1870 un vulcano sottomarino presso r isola Raval (Nuova Zelanda) compi una eruzione molto violenta.

Potrei continuare la statistica; ma lo ritengo inutile, poiché i fenomeni concomitanti colle eruzioni sottomarine su per gin si somigliano tutti. Infatti, se si tratta dell'apertura di una nuova bocca eruttiva o squarciatura sul fondo del mare , precedono sempre boati e terremoti con sviluppo di gas, che bruciano al- l'aria, maremoto e sollevamento del suolo abissale. Però in questi ultimi anni, dal 1866 al 1891, nel Mediterraneo e negli oceani si sono verificate eruzioni sottomarine così tipiche e differenti tra loro, così importanti per la morfogenesi del nostro pianeta, e così accuratamente studiate, che assolutamente richiedono al- meno una concisa descrizione, che riassumo dalle relazioni di Schmith, direttore dello Osservatorio Astronomico di Atene , di Fouquè, di Verbeek, di Hann, di Ricco e di altri.

Eruzioni sottomarine con formazioni di nuove isole.

Nel 1866, nel gruppo delle isole Cantorino, dove l'acqua era poco profonda, si squarciò il fondo del mare e cominciò a sgorgare la lava tranquillamente e silenziosamente. Il 4 febbraio appariva sul fondo del mare una gran massa lavica, che l'azione refrige- rante dell'acqua sopra quel magma fece rapidamente ricoprire di uno strato solido, accumulandosi rapidamente presso il punto ef- flusso, in forma di cupola. Questa massa in pochi giorni costituì una grande intumescenza spinta in su dal nuovo magma, finché non superò il livello del mare.

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Giorgio Sellini Ih, elio vi.sitò 1 airjpulago Saulorino j1 12 lebbi'aio, trovò una massa esternamente nera e solidificata, priva affatto di cratere. La sua superficie era tutta screpolata , attra- verso le fessure appariva il suo interno incandescente, ed escivano o;as brucianti con fiamme di vario colore. Il 22 dello stesso mese il mammellone o cupola lavica si squarciò, e dal suo seno comin- ciarono le esplosioni, sprigionandosi un'enorme quantità di vapore, che si sollevò in alto colla forma di bellissimo lyino di circa 7000 piedi di altezza. Cosi l'isola Giorgio I si trasformò in vulcano subaereo e dal suo cratere, prima centrale e poi laterale, cominciò a lanciare in aria scorie e detriti di differenti grandezze. Dopo pochi giorni una seco.nda cupola cominciò ad apparire in mare, e, superatone il livello, si squarciò e diede esplosioni ; successi- vamente, dopo circa un mese, ne comparve un'altra. Le tre nuove isole prima si unirono tra loro e poi con Neakameni, che venne così triplicata di estensione.

Nelle prossimità di Unalaska (Aleutine), nel 1796 si formò una nuova isola, Bogosloff , dove da tempo esisteva uno scoglio isolato. La massa, superato il livello del mare, eruttò con inter- mittenza fino al 1823. Presso l' isola Bogosloff avvennero nel 1883 e 1890 alcune eruzioni sottomarine , formandosi dapprinìa una intumescenza sotto il livello del mare, e, dopo di averlo superato, l'intumescenza divenne cratere subaereo, e compì, come tutte le isole vulcaniche precedentemente formatesi, le consuete fasi erut- tive con emissioni di lave e proiezioni.

Montessus de Balore descrisse un'eruzione avvenuta nel 1880 nel Lago Ilopango (San Salvatore), con la formazione di duo isole dove non esisteva traccia di altra.

Eruzioni sottomarine senza formazioni di isole.

Come è noto, l'isola di Pantelleria è tutta vulcanica, alta 836 metri sul livello del mare e circondata da profondità di circa 1000 metri.

Dal 17 al 25 ottobre 1891, a 5 chilometri a Nord Ovest, vi avvenne una violenta eruzione sottomarina, già preannunziata da terremoti fino allora sconosciuti, e che diedero luogo ad un sensibile sollevamento della costa meridionale, che, cominciato fin dal maggio 1890 con un'altezza di 56 cm., ebbe una nuova spinta durante il periodo di circa 25 cm., e raggiunse in qualche punto ad eruzione finita circa un metro, come appare dall'unito rilievo. (Hubert riferendo sui terremoti della Spagna, all'Accade-

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mìa flulle iSciuiizc di b^raiicia . asserì rliu le isolo Haltsiii (1(i|m) l' epoca quaternaria si sono innalzate di cento metri) determinan- dosi contemporaneamente fenditure lunghe circa 200 metri pa- rallelamente alla costa stessa.

•"•s^M/ens

Fig. ^. Kilievo dell' isola Pantelleria (sollevamento della costa meridionale).

Riferì il Ricco, che dal mare riholìpute si elevò ima densa, tuiljp di fiimo^ che di notte appariva infocata. Il cratere o la frattura però doveva stare a grande profondità, da dove venivano a galla migliaia di l>locchi subsferici, aventi nell' interno una cavità più o meno grande, ripiena di sostanze gassose... \ blocchi erano caldi e qualcuno appariva ancora incandes cente nell' interno: essi galleggiavano per i gas, che tenevano inclusi; ma, appena scoppiati, i loro frammenti cadevano al fondo. Le emissioni erano accom- pagnate da tjoati.

Qualche cosa di simile avvenne in quel di Sicilia (Grirgenti) nella notte dal 4 al 5 ottobre 1846, dove molti videro innalzarsi dal mare un'immensa quantità di fiamme e di fumo, nel cui seno erano contenuti globi incandescenti, che venivano lanciati a grandi distanze con orribili rombi.

Eruzioni sottomarine, in cui 1" acqua viene a contatto col magma incandescente.

A Krakatau nell'eruzione del 1883 i27 agosto), l'eruzione da subaerea divenne sottomarina; poiché tutta la parte centralo dell'isola sprofondò. I due coni formatisi scomparvero sotto le

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onde di un mare protbnd(j in media 200 metri; e l'area spro- fondata fn, secondo Verbeek, di circa 2o cliilometri quadrati. 11 pino vulcanico raggiunse l'enorme altezza di 27 chilometri.

Il Prof. Hann riferi che durante l'eruzione nell' isola Krakatau il vecchio cratere fu lacerato e squarciato dalla violenza degli urti, e poi crollò, quando per la enorme quantità dei materiali emessi venne a mancargli il sostegno. Il crollamento si estese fin sotto il livello del mare; così l'acqua entrò istantaneamente in larga corrente nel cratere scoppiato, e venne a contatto colla massa incandescente. Ne seguì una terribile esplosione, la quale lanciò nell'aria le rovine del cratere, e l' acqua penetratavi de- terminò una spaventevole agitazione nel mare circostante, giun- gendo le onde del maremoto fino in California.

Durante l'eruzione si formò sul mare una massa galleggiante di pomici lunga 30 chilometri, larga un chilometro ed alta da 3 a 4 metri, che in volume fu valutata di 150 milioni di metri cubi, solo la metà di 300 milioni di metri cubi di pietra pomice formatasi durante l'eruzione dello Skaptàr (Islanda) nel 1876.

I naturalisti che ammettono i terremoti tettonici, dicono che i fenomeni sono dipendenti dai processi di assestamento delle masse rocciose spostate, contorte e spezzate dal corrugamento orogenetico. A me sembra, che il corrugamento come viene inteso, attribuendosi cioè al raffreddamento del geoide, non risponda al vero; poiché nessun fatto ci autorizza ad ammettere, che il dia- metro sia stato accorciato; mi pare che possa accorciarsi. In- fatti, se r involucro esterno è andato inspessendosi dall'esterno al- l'interno ed ha raggiunto lo spessore di circa cento chilometri, come può corrugarsi alla superficie? Nei miei precedenti lavori ho dimostrato, che le rocce più profonde costituiscono un involucro omogeneo di granito, sul quale si deposero successivamente le altre formazioni geologiche fino alla neozoica.

Il terremoto del 28 dicembre, essendo stato registrato dagli apparecchi sismici e microsismici di tutto il mondo, prova e con- ferma in modo incontestabile quanto io asserii [Risposta ad al- cune osservazioni sull'evoluzione minerale. Boll, della Società dei Naturalisti di Napoli, anno 22.°, Voi. 22,'', 1908), dimostrando col sincronismo, che l'involucro granitico è uniforme e continuo, come appare dalla quantità di silice per ogni cento parti di graniti o rocce cristalline delle seguenti località :

Aspromonte 73,71 Peloritani 74,09. Lipari 74,10. Vulcano 74,52. Pantelleria 73,10. Santorino 73,2. Ponza 75,09. Elba 75,50. Sardegna 75,90. Caprera 75,45. Monte Amiata 73,67. Monti Be-

si- rici 74,78. Culli EugiiiKji 74,60. Al])i 74,08. Monlu Bianco 75,25. Valorsino 75,00. Predazzo 76,52. Tirolo 78.97. Ungheria 77,03. Carp.izi 7(5, 84. Sudeti 76,07. Boemia 74,01, Sassonia 75,01. Harz 75,83. Scozia 76,26. Norvegia 75,81. Svezia 75,11. Finlandia 74,15. Spitzberg 75,65. Tavoliere Russo 74,15. America Sud 75,23. Ame- rica Centrale 75,26. America Nord 76,80. Austria 75,42. Transil- vania 74,01. Portogallo 74,84. Spagna 74,84. Corsica 76,00. Fran- cia 74,80. Svizzera 76,38. (Germania 75,88. Inghilterra 76,32. Irlanda 76,42. Arran 72,55. Slesia 75,01. Urali 79,51. Gruadalupa 74,11. Islanda 76,67. Isola San Paolo 62,80. Nuova Zelanda 71,00. Griava 70,00. Kamschatha 72,00. Giappone 70,48. Ararat 27,60. Cau- caso 76,66 ecc. ^i.

La roccia abissale nello Stretto di Messina essendo granitica ^j come dal seguente schizzo (fig. 3), ne risulta, che al disotto della.

STRETTO D\ MESSINA

I I 5". li', QJMFRNA.R10 CRIST^LLINO

Fig. o. Stretto di Messina (Proiezione sopra il piano vert.). Scala delle distanze l:r)0300; delle altezze 1:2600 (Ing. Gabelli e Legnazzij. 11 cristallino consta di graniti, gneiss, micascliisti (Seguenze, Stoppani, Cortese, Omboni, ecc.).

formazione arcaica fenomeni tettonici non ne possono accadere; poiché non si conoscono stratificazioni, si può asserire che trattisi di assestamento di masse rocciose, stante che le rocce cri- stalline che all'aria atmosferica son divenute relativamente rigide, ad una certa profondità conservano una plasticità per l'acqua di cava. I trafori del Frejus, del Grottardo e del Sempione han messo in evidenza, che le rocce perforate presentano nell'interno minore resistenza, appunto perchè le rocce contenenti ancora acqua non erano divenute rigide come la parte venuta a contatto dell'aria.

^) Questi fatti acquisiti dalla scienza non potranno essere smentiti o di- strutti dalla esumazione della teoria enunciata da Seneca, che ammise « l'fi- sistema, in più luoghi, di materie incandescenti ».

2) Altri autori hanno indicato la roccia come gneiss e scisto. Nelle mie ricerche su quelle contrade, fatte nel 1882 (Atti dell'Accademia Gioenia di CataTiia S. III. Voi. XVII), ebbi dal Prof. G. Seguenza. tre campioni di rocce con le indicazioni: granito, gneiss, niicascisto.

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Perciò, c[uan(lo il ina.ssiccio Calabro-Siculo (fiy. 4) venne scon- quassato dal dinamismo endogenico, dividendosi nei Peloritani a ridosso di Messina e dell'Aspromonte sopra Reggio, l'acqua del Mediterraneo penetrò nelle insenature e la parte abissale plastica del massiccio non perdette le sue proprietà. Quindi in quella parte del nostro geoide non vi possono essere sprofondamenti nelle formazioni subaeree delle rive Calabro-Sicule , si deve parlare di masse spostate, contorte o spezzate; poiché le spostate andarono in frantumi : contorsioni, se ve ne furono, rimasero a contatto dell'aria insieme a quelle spezzate, e sono rappresentate dai Peloritani e dall'Aspromonte. Infatti, nei due versanti, Siculo e Calabro, verso lo stretto, noi non troviamo che i rappresentanti del cenozoico superiore ed il terreno neozoico. Vuol dire che dai tempi di Pitagora, che sapeva della separazione della Sicilia dal continente, e ne sono passati circa 26 secoli, su quelle pendici

Fifi. 4. Monti granitici dell' isola della Maddalena.

cristalline non vi furono depositati terreni più antichi, come se ne trovano al ridosso di detti monti verso l'Etna e verso la Sila. Vengono in appoggio della mia ipotesi i seguenti fatti. Nel 1835, durante il terremoto di Conception, l' isola di Santa Maria venne sollevata, cosi la Pantelleria nel 1891, e del pari, secondo Hebert, le isole Baleari sono state sollevate di circa cento metri dopo il neozoico. Nel 1885 nella Nuova Zelanda si sollevò il suolo fino all'altezza verticale di metri 2,70 diminuendo gradatamente fino a 0 metri, alla distanza di 53 chilometri dal punto di mas- sima elevazione, fatto che prova in modo inoppugnabile la pla- sticità dello strato profondo, e che il sollevamento fu provocato dall'urto, che ebbe la sua maggiore intensità, ove quello raggiunse i metri 2,70. Così avvenne nel Chili nel 1882 e a Ullabum nel 1819 , ove si constatò sullo coste o per un tratto considerevole

ss

un sollevamento peinianente. Pure nel Chili, nel 1837, il fondo del mare, dopo violentissime scosse di terremoto, si era sollevato permanentemente di metri 2,4.

Darwin osservò che i grandi terremoti che desolarono l'Ame- rica del Sud nel 1838 lasciarono la vasta contrada scompaginata e sollevata. L'isola d'Ischia, il gruppo delle isole Pontine e tante altre negli oceani, presentano tracce di sollevamenti subiti. Am- metto gli sprofondamenti negli strati sedimentari, poggianti sempre sull'involucro granitico, e nei vulcani; poiché nelle prime forma- zioni l'acqua di circolazione ed altri agenti chimici possono for- mare cavità, caverne, gallerie più o meno vaste, come la grotta di Trebich presso Trieste, nel Griura di Neuchàtel, ecc.. ecc. Del pari nelle formazioni vulcaniche, specialmente nelle contrade ove sono avvenute eruzioni, o si trovano crateri che oltrepassano 7000 metri sul livello del mare ed eruttano alle volte per miliardi di metri cubi. In questi casi sappiamo ove si sprofondano le rocce sovraincombenti, e cioè nei baratri formatisi per erosione o per eruzione. Così lo Skaptàr, uno dei crateri dell' Islanda, nell'eru- zione del 1783 emise una quantità di lava calcolata a 600 mi- liardi di me. (Reclus); il vulcano Conseguina dell'America cen- trale eruttò tanta cenere da coprire una superficie di 4 milioni di kmq., e tanti materiali da raggiungere la capacità di 50 mi- lioni di me; e il Tambora, nell'isola Sumatra, lanciò nel 1815 le sue ceneri sopra una superficie di terra e di mare superiore a quella del territorio della Germania ed eruttò materiali per la capacità di 318 kmc; così, ad ovest delle Montagne Rocciose, le lave vulcaniche coprirono un territorio più grande della Fran- cia e della Gran Bretagna riunite. Lo stesso Skaptàr il 29 marzo 1875 eruttò 300 milioni di me. di pietre pomici, ecc.

Secondo alcuni, le eruzioni, diminuendo il volume del con- tenuto dell' interno del geoide, dovrebbero provocare la contra- zione del geoide stesso. Pure questo è erroneo, perchè, se l'eru- zioni esportano dall'interno all'esterno masse enormi di materiali vulcanici, il geoide ne riceve pure sotto forma di argille, che sono depositate negli abissi dell'oceano e vi sono trascinate dalle acque del mare stesso attraverso i crateri o le fratture sottoma- rine : ne avviene che la massa interna, ancora gassosa, cercherà di espandersi e gli effetti si risentiranno alla superficie subaquea o subaerea con scotimenti più o meno disastrosi, come disgra- ziatamente è stato per le belle contrade calabro-sicule quello tlel 28 dicembre, e con eruzioni come realmente sono avvenute nello stretto tra Stromboli e Pollare e forse sotto al braccio di S. Ra-

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uiorì, ki pciii,'>ula vhv i'oniia il pollo di Mrs^iiiii. Kd r appiiiiio in (juesti grandi disqnilibri nella massa, interna, che l'acqna pro- cede nella trionfale conquista, aumentando lo spessore interno della massa idroplastica termale, formando nuovo magma.

Fu Plutarco (50 anni av. Cristo) che ebbe la bizzarra idea di parlare delle grandi catastrofi: anzi egli ammise che ritornino a periodi che oscillano da 120 a 360miLa anni, senza traman- darci da quali precedenti l'avesse dedotto e da ehi l'avesse ap- preso. Vi sono stati i geologi catastrofici; ma tutti vogliono per forza anticipare il non lieto avvenimento, e, come se la umanità non avesse altre preoccupazioni, di tanto in tanto spunta uno, che subito diventa illustre, e fa una tragica profezia

E tosto i superstiziosi e gl'ignoranti, che costituiscono la stragrande maggioranza, non sapendo fare di meglio, ricorrono agli scongiuri e salmodiando invocano la grafia di Dio, sia pure quello che gì' irreverenti cattolici hanno empiamente propalato essere l'autore, pel castigo di pochi, dell'immane disastro del 28 dicembre, che distrusse le belle città civettuole, che si spec- chiavano nelle glauche acque dello stretto, le città della Fata Morgana. L'invenzione delle catastrofi, data la costituzione geo- fisica del nostro geoide, è quanto di più assurdo sia uscito dalla mente umana. E là, dove tanti secoli di civiltà avevano racchiuse e gelosamente conservate tante nobili manifestazioni dell' arte, della letteratura e della scienza, torneranno a rifulgere le due gemme, che l'unità d'Italia volle incastonate nell'antica Corona di Ferro, che oggi cinge il capo di Vittorio Emmanuele III Re d'Italia, degno discendente degli Augusti Sabaudi, il quale in- sieme a sua Maestà la Regina Elena di Montenegro ha mo- strato al mondo civile, che i Sovrani d'Italia sanno fare all'oc- correnza pure gl'infermieri. Chi ha dato prove cosi sincere, cosi affettuose di attaccamento a due popolazioni generose, e non ne ha seppellito vivi circa lOOmila abitanti, sa di avere con non solo il popolo, ma l' umanità, meno quelli, beninteso, che si sen- tono offesi per non poter essere adibiti al loro alto ufficio, che disimpegnarono presso Luigi XVI!!!...

Che nobiltà di animo manifestano i preti ! Ieri il castigo di Dio per Messina e Reggio Calabria; dopo vatìcaiìaronn il capestro! Solo i pr(!ti son capaci di tanto scempio!

Gli sprofondamenti, dicevo, trascinano negli abissi; ma nello stretto di Messina non si è verificato nessuno avvallamento o sprofondamento, come costatò coi sondaggi la R. Nave « Staf- fetta », e come controllò l'ingegnere V. Sabatini. Infatti, se spro-

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fondameuto vi fosse stato, l'acqua del maro, precipitandosi, a- vrebbe dovuto formare tlei vortici ; mentre quanti assistettero al fenomeno, e non furono pochi , riferirono che il mare si gonfiò^ si sollevò come tuta moìitagì/a] quindi il maremoto, e ciò mi sem- bra, che sia sutìticiente: per ora, per incominciare a stare tran- quilli e non pensare nemmeno che il vaticinio dello sprofonda- mento possa lentanamente avverarsi.

Il terremoto e maremoto del 28 dicembre.

L' ingegno umano, che in tante guise si manifesta, ha portato il suo contributo pure nelle spiegazioni dei fenomeni che pre- sentano i vulcani, fenomeni che per molti disgraziatamente, sono ancora oscuri, come scrisse l'Humboldt. I vulcani subaerei non hanno più misteri per i vulcanologi ; ma (pielli sottomarini per moltissimi sono tuttora oscuri; ed io ho cercato di dimostrare che essi differiscono dai subaerei pel mezzo acqua, invece di aria, in cui si manifestano, e per gli animali che vivono nei due mezzi: noi, animali subaerei, possediamo la parola che usiamo spesso per dirci delle insolenze scientificamente confezionate; ma che però restano sempre tali, e alle volte, i più irascibili finiscono per sbudellarsi ; ma pur tra gli animali irragionevoli , come ad esem- pio tra gli uccelli, v" è il pappagallo, che impara quello che un paziente gii vuol far dire, e ripete spiritosaggini , insolenze, invettive ; ma l'animale uomo non se ne offende ; perchè consi- dera l' uccello irresponsabile. Ora , io sono abituato a trattare l'animale uomo, alla quale specie ho l' onore di appartenere, in due modi : con alcuni ragiono e polemizzo, considero gli altri, come pappagalli e |)erciò irresponsabili e rido , come rido per r ostruzionismo, che tentano farmi i gesuiti della terza Roma; perchè sono convinto che il vero rifulgerà.

L' oceanografìa, per quanto sia considerata scienza italiana, trattata la prima volta dal Marsigii, pure in questi ultimi tempi è stata alquanto trascurata , come è trascurato 1' insegnamento della vulcanologia nelle nostre Università: cosa deplorevole, ma che passa pure inosservata a chi avrebbe il dovere di provve- dervi. Ora il mare non è tanto conosciuto, solo perchè i suoi abitanti sono muti e negli abissi , pure ciechi ; altrimenti chi sa quant'altre biblioteche non possederemmo!

Uno solo avrebbe potuto dire la verità in questa disgraziata circostanza del terremoto e maremoto calabro-siculo del 28 di- oembro, il ])ovi>i'<) ■< pesce Niccolò », che fu ucciso da (|uel Re

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barbaro, che non pago della prima coppa d'oro lanciata negli abissi dello Stretto di Messina, e subito ripescata dal buon Nic- colò, ne buttò immediatamente un'altra , ma la seconda volta non tornarono a galla Niccolò, la coppa. Quante cose non osservò il povero uomo-pesce, da alcuni considerate come favole, mentre* v'è del vero, tanto vero che pure oggi con atti inqua- liiicabili vogliono nasconderlo! Se qualcuno vuol conoscere la vita e lo sviluppo dei vegetali e degli animali nel mezzo acqua salata, visiti la Stazione Zoologica (Aquarium) nella Villa Nazio- nale di Napoli e si convincerà, che negli abissi v' é un mondo bellissimo, sconosciuto ai più. Tutto questo preambolo per dire che in Italia non si è potuto sapere niente ancora di ufficiale su quel, che accadde nello stretto di Messina la fatale notte del 28 dicembre; mentre a noi incombe un grande dovere verso i naturalisti, che in tutte le epoche tennero alto il decoro ed il buon nome della Patria, e le cui insigni benemerenze non ven- gono contestate nemmeno dagli studiosi di altre nazioni. Infatti Scrope scrisse nel 1825 che: « sono le osservazioni fatte dallo Spallanzani sullo Stromboli nel 1788, le prime che hanno pre- sentato l'azione vulcanica sotto il suo vero aspetto » ed il Lyell: « io ritorno con piacere ai geologi italiani, che, dopo di aver preceduto i naturalisti degli altri paesi nelle loro investigazioni sulla storia antica della terra, conservarono anche sopra essi, al- l'epoca a cui siamo arrivati, una superiorità incontestabile ».

E per conservare questo primato all' Italia, e per l'afferma- zione del vero, io pubblicamente scrissi il l" gennaio 1909 ^) : « Dai fatti, che ho potuto raccogliere e che mi riserbo riferire all'Accademia o in una conferenza pubblica, risulta che le ca- tastrofi sono state provocate da un' abortita eruzione sottoma- rina: nell'atto che il dinamismo endogenico violentemente tentò manifestarsi allo stretto di Messina, provocò pure il maremoto, che investi più o meno intensamente la parte orientale della bella, quanto sventurata Sicilia e la generosa terra di Calabria ».

« Non si presti orecchio all'assettamento tettonico, tauìpoco agli epi o ipocentri ; poiché se in epoche remote la Sicilia si di- staccò dal continente, fu per la violenza del dinamismo endoge- nico e seguirono le formazioni vulcaniche dello Stromboli e delle isole Eolie ».

1) Mattino, giornale di Napoli. Vedi pure i ii. li, 29, 41, 103 e •20!> del Giorno, giornale di Napoli, a. lOOit.

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I fatti (;hG maggiormtintu ini convinsero poi , non di una manuala, ma compiuta eruzione in diversi punti dello Stretto, li raccolsi alcuni sulle terre del dolore, altri da persone degne di fede o pubblicati sui giornali. Io non ho altro obbiettivo, fuori che di far trionfare il vero, e che altri non venga da fuori e si assida sulla cattedra degli studiosi nostri, che sono stati mae- stri di tutte le generazioni, con la pretesa di rivelarcelo.

Dalle ricerche dei nostri naturalisti, e pure di quelli di altre nazioni, si è potuto stabilire che, quando un bastimento subisce una scossa, è indizio che un vulcano sottomarino è entrato in eruzione ; le scosse spessissimo sono accompagnate da sbuffi di gas infiammabile o non, da rombi o boati assordanti, dalla lan- ciata dell'acqua ad altezze spesso considerevoli , da ceneri, da ma- remoto, da riscaldamento dell'acqua, da fratture delle rocce dei promontorii. se il vulcano è ad una breve distanza dal continente (come quello sottomarino fra Gaeta e le isole Pontine, del quale presto riferirò, e che produsse sulle rocce della costa una strana fenditura nota sotto il nome di « montagna spaccata »); infine da emissione di lava, fenomeni questi dipendenti da eruzioni sot- tomarine. Ecco senz'altro i fatti e le notizie da me raccolte per la massima parte direttamente.

Alle ore 5,20, come si osserva ancora negli orologi di piazza di Messina, di Reggio e delle cittadine sulle rive cosi ridenti ca- labro-sicule ^), gettò la desolazione un terribile terremoto, che in men di un minuto, il 28 dicembre, tutto abbattè, tutto distrusse, trasformando quelle superbe città e quei gai paesi in tanti am- massi di macerie e di carnai umani; una sciagura di tanta en- tità non aveva mai colpita alcuna contrada dell'universo, come universalmente fu intesa la scossa ed il dolore.

Desideroso di fare uno studio obbiettivo sull'immane disastro, cercai di raccogliere tutti i fatti osservati e descritti da persone, che non si occupano di scienza o da scienziati , senza idea pre- concetta, senza prevenzione, animato solo dal desiderio di por- tare il mio modesto contributo nella ricerca della causa, che spesso ha provato e cosi duramente quelle disgraziate contrade.

Lessi nei giornali che l'Avv. Sigillo Puzzole assicurava che qualche settimana prima del terremoto o maremoto del 28 di- cembre, non solo lui, ma altre persone autorevoli, videro, all'al- tezza di Santa Teresa di Riva, paese poco lontano da Messina,

1) Nel diagramuiH del Tromonietrograt'o Omori dell'Osservaturio di Valle di Poni])oi la prima r,oiTi])oiionte d»I 28 dicéinbi'i^ fu N-S alle oi'e 5,21'. 14",

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sollevarsi nel mare l'acqua, formando una specie di pennacchio. Aggiungeva che l'acqua inalzandosi ad altezze piuttosto consi- derevoli, lasciava l'impressione che fosse spinta da gas.

Il Prof. Bevacqua, direttore dell'Osservatorio di Reggio, disse, ohe nei giorni precedenti, fino al 17, gli strumenti regi- strarono quasi ogni giorno delle scosse di lievissima intensità. Poi, fino al momento della catastrofe, vi fu una calma completa negli apparecchi.

L'avv. Pignatelli narrò, che quattro o cinque giorni prima del terremoto di Messina, nel Pantano del Faro l'acqua bolliva; altri asserirono che pure le acque del lago di Ganzirri giunsero all'ebollizione il 28 dicembre.

Moltissimi asseriscono, che accompagnò il forte boato del 28 dicembre una vivissima luce osservata da Patti, da Riposto, da Messina, da Reggio, ecc., da alcuni bastimenti, che in quell'ora transitavano per lo stretto, e, tra gli altri, da un marinaio mes- sinese, che si trovava sopra una barca da pesca fuori del porto di Messina e che fu dal maremoto lanciato oltre la piazza d'armi, dove venne raccolto dai marinai della R. nave « Piemonte » e, perchè ferito, la stessa sera condotto a Milazzo insieme a molti altri feriti.

Gli ufficiali della torpediniera « Saffo » al comando del te- nente di vascello Saccares si espressero come segue: « udimmo un tuouo spaventoso salito dal fondo del mare , e questo im- provvisamente si gonfiò alzandosi in una enorme montagna rug- gente, che si rovesciò nel porto ».

Il maremoto giunse a Termini Imerese da un lato della costa Sicula ed a Siracusa dalla parte opposta, come investi la costa calabra da Nicotera a Gerace e fu avvertito pure a Napoli. Ecco quanto riferi il prof. Palazzo direttore dell'Osservatorio geo- dinamico di Roma: « Anche il terremoto del 1906 fu accompa- gnato da un maremoto registrato dai mareografi di Napoli, d'I- schia, delle Lipari, della Sardegna e di Civitavecchia; inoltre in quella occasione fu fenomeno concomitante, nel caso attuale il maremoto fu un fenomeno principale e veramente straordinario nella storia del movimento del mare ».

Il prof. Palazzo non ricorda infatti, che il mare Tirreno sia slato sconvolto mai chi così spaventoso movimento di terremoto, ed è di opinione che il movimento del mare avvenuto il 28 di- cembre deve essersi propagato sopra un raggio estesissimo e sarà stato certo registrato ria (piasi tutti i mareografi del Moditei-- raiico.

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A Nicotera , il mare si gonfiò improvvisamente inondando la sponda per oltre 10 metri, poi si ritrasse subito, scoprendo i resti di un piroscafo colà naufragato poclii anni addietro. A Messina l'ondata superava i 10 metri e l'acqua entrò nell'abitato con tanta forza, che lanciò sul corso un (jarro di agrumi, che si trovava sul ferry boat.

Il capitano Ettore Ribaudo, comandante del piroscafo > Wa- shington » della N. Gr. I. che trovavasi in viaggio da Palermo a Messina, scrisse nel registro di bordo che « alle ore 5,20 nei pressi del Faro di Messina fu avvertito a bordo uno scroUio di tutto il piroscafo, quasi si fosse perduta l'elica. Qualcuno dubitò, che la nave fosse arenata. Questo movimento terribile impres- sionante, durò circa dieci minuti secondi. Contemporaneamente non si vide più la costa della Calabria; una fitta nebbia avvolse il piroscafo. Assicuratisi che nessuna avaria eravi nella macchina e presagendo un immane disastro per la Sicilia , con la mas- sima precauzione prosegui il viaggio. Alle ore 6,26 si avverti un'altra scossa di 3 secondi. Alle 6,45 una quinta scossa di 2 secondi. Alle 8 si fermò il piroscafo, non potendo proseguire per la troppa nebbia ».

William Capavewn, comandante del vapore carbonile « Afon- weln » che si trovava nello stretto il mattino del giorno funesto, riferi che alle 5,20 il mare c/ie era calmo , diventò improvvisa- mente furioso. Una montagna di acqua e di spuma passò accanto al bordo del piroscafo e andò a rovesciarsi sulla città di Messina. Il mare ribolli per qualche altra ora, poi si rifece relativamente calmo.

Dai comandanti dei piroscafi « Orenoque » della Messagerie Maritimes < Luigi il G-rande », « Therapia » dell' « Avvenire », la R. nave « Piemonte », della nave russa « Makaroff » e molti altri, furono avvertiti più o meno intensamente gli stessi fenomeni.

Al ministero della marina fu telegrafato, che l'onda di mare prodotta, dal maremoto fosse alta ben 10 metri , e che la nave < Piemonte » durante il suo viaggio constatò, che il maremoto aveva altresì distrutto parecchi paesi della costa e scavato in moltissimi punti la spiaggia.

Le gigantesche onde, provocate dal maremoto, investirono pure Reggio, Villa San Giovanni, Bagnara ed altri paesi su quel versante. L'ufficiale Michelotti , superstite di Reggio , raccontò che verso le 5,20 fu svegliato dal rumore assordante prodotto dal terremoto, die fu di una violenza indicidibile, e poco do])o un forte maremoto allagava, Reggi(3. l)alza,nd(ì le navi presso la

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villa. A Lazzaro, il ponte del fiume Valaraidi, clie misura circa 40 metri di lunghezza e che è tutto di lamiera di ferro mas- siccio, fu sbalzato dal maremoto ad enorme distanza dai pilastri di appoggio.

Sul ponte fu trovata una barca, che le onde altissime pre- sero dal mare e lanciarono sulla ferrovia.

Alcuni abitanti di Lazzaro riferirono che « vna spaventevole colonna di acqua bollente, frammista a sabbia e grossi sassi, uc- cise buona parte degli abitanti che cercavano libero scampo fra le macerie. » Le acque del lago di Ganzirri si riscaldarono fino al- l'ebollizione uccidendo le ostriche del vivaio. Un viaggiatore vide dalla strada ferrata di Reggio che « il vicino mare mugghiando, si avanzava come una catena di montagne nere verso la riva, irrompeva in tutta la marina inghiottendo nei suoi abissi case, baracche, uomini , alberi , quanto è caduto sotto la sua furia e la sua rapina ».

Dopo tutte queste descrizioni così sincere, fatte da persone colte e degnissime di tutta la fiducia, v'è stato in Italia chi ha pomposamente annunziato che il maremoto prodotto dalla caduta di una frana provocata da un terremoto tettonico, non sol- levò l'acqua che di pochi metri!

Il Prof. Collotti di Catania il 23 gennaio disse: « poiché questa luce sinistra fu notata da persone degne di fede, poiché la marea fu sulla costa cosi accentuata, specialmente sulla spiaggia fra Griardini e Riposto ; perché dobbiamo scartare l'ipotesi d'un cratere sottomarino, di una spaccatura enorme, che abbia emesso materie e vapori in istato di fusione ignea, che uccise una im- mensa quantità di pesci dall' onda gettati poi sulla spiaggia di Giardini e Riposto ? »

« .... L'Etna ed il Vesuvio in questi ultimi tempi , simulta- neamente oppure alternativamente, hanno mostrato una grande attività. Anche il giorno di Natale un lungo e denso pennacchio di vapori si vedeva sul cratere del nostro Mongibello. Gli ap- parecchi registratori, lo sa bene il prof. Ricco, in questi ultimi tempi non furono mai allo stato di quiete: registravano spesso movimenti minimi; ma persistenti, quasi direi incalzanti. A Ri- posto, a Taormina, molti assicurano, che verso le 5 del 28, sul- l'orizzonte videro una luce come di aurora , quando poco dopo la terra fu squassata cosi lungamente ».

I giornali pubblicarono centinaia di racconti fatti dai su- perstiti ; io erodo flie lo osservazioni riassunte , unite a (juolle

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ch.e seguono, siano più che sufficienti ; perchè un naturalista possa trarne conclusioni d'indole scientifica:

Racconto di un fuochista ferroviario sorpreso dal terremoto sul treno:

« Poco prima del terremoto mi trovavo sulla locomotiva ese- guendo una manovra, quando sull'orizzonte vidi disegnarsi come una luce rossiccia simile ad una trave di fuoco; e subito dopo udii come un assordante fragore. Le acque d'un tratto si solle- varono formando come degli enormi coni ».

« Tutta quella massa gigantesca si spingeva verso la ferrovia. Io credetti, che si trattasse d'un violento temporale e, preso da panico, abbandonai il mio posto e corsi a rifugiarmi in un vi- cino casolare della stazione di Reggio Calabria 2>.

« Ma correndo, mi sembrava che quella massa d' acqua mi inseguisse ».

« Appena entrato in quel casolare, dopo un fragore come di mille tuoni scoppianti insieme, mi sentii gettare a terra mentre una parte del muro mi cadde addosso.

« La scossa fu così violenta e prolungata, che sembrava non dovesse finire più.

« Brancolando riescii ad esser fuori. Rimasi cosi per terra, spossato e ferito, turandomi le orecchie per non sentire le urla disperate della gente che moriva.

« Fui poi soccorso non so da chi, e trasportato altrove. 0- vunque passavo, scorgevo mucchi enormi di rovine ».

Il Prof. Bevacqua, intervistato il 9 gennaio, disse che dal- l'osservatorio di Reggio intese che « il rombo fu spaventoso. Mi è sembrato per un istante, che una immensa voragine si aprisse sotto la città maledetta: un rombo che sembrava partire da lungi, di una intensità terrificante, che atterrò coloro che miracolosa- mente scamparono al disastro ».

U Elettricista (Anno XVIIL S. 11. ^o\. Vili, N. 4, Roma, 15 febbraio 1909, p. 63.) pubblicò quanto segue :

« I guasti prodotti dal terremoto e dal maremoto sui cavi telefonici e telegrafici dello stretto di Messina furono riparati, ed alcuni dovettero essere anche rimessi del tutto nuovi ».

« I cavi tra il continente e l'isola sono sette. Tutti subirono gravi danni e tutti poterono essere riparati, meno uno, quello collocato nella parte più orientale dello stretto, verso capo Gal- lico, che dovette essere abbandonato ».

« Il mare nello sti'otto ha una profondità media di 500 metri. Durante il (\q.taclisma il tondo del maro suln tali variazioni che

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il cavo rimase profondamente coperto sotto le arene; tutte le potenti macchine della nave die procedeva ai lavori di ripara- zione non furono capaci di liberare e tirar fuori il cavo stesso, che fu cosi abbandonato. ».

« Fu notato, che i cavi estratti per le riparazioni e le so- stituzioni, presentavano tracce di bruciacchiature, ciò che farebbe pensare ad esplosioni di vulcani sottomarini ; cosi pure durante la campagna furono raccolte altre interessanti osservazioni di ca- rattere geologico ».

« I lavori erano diretti dall' ing. Brunelli, per lo Stato, e, per la ditta Pirelli, dall' ing. Iona ».

« Il 27 febbraio il Ministro della Marina, comunicò per mezzo dell'Agenzia Stefani i rilievi idrografici compiuti dalla « Staf- fetta », e dal suo comunicato risultava, che dai lavori compiuti « si può ora aifermare, con sicurezza, che nessun mutamento sensibile è avvenuto nei fondali dello stretto di Messina ». Con- tinua il comunicato: « Anche nei porti di Messina e di Reggio i fondali sono immutati, tranne naturalmente in quei punti dove è avvenuto il franamento della banchina ».

« La Rivista Marittima ^) pubblicò l'opuscolo nei primi giorni di maggio ed a pagina 77 parlando del servizio idrografico dice: « Sìib/to dopo la catastrofe del 28 dicembre fu ammessa V ipotesi die essa fosse dovuta a moto tectonico, di assestamento cioè della crosta terrestre; e quindi, naturalmente, nacque il dubbio che anche il fondo dello stretto di Messina non fosse andato esente da movi- menti, che potevano aver alterato notevolmente la sua ronfi gura,no ne >.

« Tale sospetto fu poscia confermato dalla notizia, pervenuta al comando della R. nave Napoli a Reggio, che V Exmouth, co- razzata inglese, avesse riscontrate notevolissime differenze fra alcuni scandagli fatti ed i fondali segnati nei punti corrispondenti nelle carte idrografiche. Il Comando del Napoli per accertare l'esattezza di una simile notizia di grande interesse per la scienza e per la sicurezza della navigazione, incaricò la torpediniera d'alto mare Orfeo, sulla quale fece istallare uno scandaglio Thom- son, di eseguire una sommaria verifica d(^i fondali nei punti segnalati à?i\V Exmouth ».

« Altri scandagli, per ordine del Ministero, furono accura- tamente eseguiti nelle stesse acque da alcuni siluranti , e prin- cipaluuiiitr dal Coatit, sul (juale ultimo venne ist;dla-to un ap-

1) '< liivistii- Marittima lìoma l!J09. L'opera di soccorso prestata dalla Jltiffia Marin;i ihIIh Ueii-ioni devastate dal terremoto del 28 dicembre 1908 >.

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parecchio per scanrlagliare a g-rande profondità. 'L'ili! r (jiirsfr osservazioni, eseguita con scrupolosa cura, dettero risultati ainiloglii. e cioè fìimostraroìio, che nessun sensibile camhiamcnto era arveuuto nelV andamento delle curve IjatimefricJie dello Stretto, ciò die con- trastava pienamente con le notizie sparse su periodici nazionali ed esteri ».

« E per dare esauriente conferma in un argomento di tanto interesse, il Ministero della Marina sollecitò il rimpatrio della R. nave Staffetta, addetta al servizio idrografico, la (|uale trova- vasi in Mar Rosso, di ritorno dalla cam^jagiia idrografica sulle coste del Benadir ».

« La Staffetta giunta a Messina nei primi giorni di febbraio, cominciò subito un accurato e completo rilievo dello Stretto, compiendolo in un tempo relativamente breve, con risidtati per- fettamente analoghi a quelli ottenidi nelle precedenti operazioni di scandaglio eseguite dal Coatit e dalle siluranti ».

« Uguali operazioni furono contemporaneamente fatte dal personale della R.» Marina nei porti di Messina, di Reggio e di Villa S. Giovanni, ove, salvo un lievissimo abbassamento del fondo nelle spiagge sottili, e salvo, naturalmente, l'ingombro dovuto ai franamenti delle banchine, i fondali rimasero immutati ».

Devo ringraziare pubblicamente l'on. Ammiraglio Mirabello, Ministro della nostra generosa marina che , per spirito di abne- gazione e di sentimento umanitario, non è seconda ad altra, per la premura che ebbe, nell' interesse della scienza e per la sicu- rezza della navigazione, di far eseguire con scrupolosa cura gli scandagli nello Stretto e di aver resi subito di pubblica ragione i risultati. Ed io, più di ogni altro, sento questo dovere, perchè, occupandomi del « Maremoto » nel n.o41 del giornale « Il Griorno » di Napoli, il 10 febbraio avevo scritto quanto segue: « Le com- missioni nominate dal Groverno, costituite dagli uomini più chiari nelle discipline scientifiche, che formano l'orgoglio della nazione, presto andranno a constatare i danni del terremoto e maremoto del 28 dicembre 1908; ma io che più volte fin dai primi giorni dell'orrendo disastro accennai alla causa ed ho riferito sui fatti, che mi condussero a quelle conclusioni, escludendo recisamente lo sprofondamento tectonico, rivolgo all'Ammiraglio Ministro Carlo Mirabello una preghiera, ed è la seguente: di pubblicare presto i risultati delle ricerche dei sondaggi che vanno compiendo le due torpediniere sulle coste Calabro-Sicule, e nello stretto, e poi, quando giungerà la « Staffetta », di sondare nello stretto a oriente di Reggio ove la profondità è segnata 1050 con 1' indicazione,

i . I I l a s. ^

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roccia (Hg. 5), di contro (lioia Tauro a 420 metri di profondità con l'indicazione roccia, e pure di contro al Capo Rasocolmo ove la profondità oscilla tra 900, 930, 1010, 1070, 1080 che trovo in- dicato « Vulcano « nella carta dei rilievi eseguiti dal R. Piroscafo « Washington » , per dare agio, a chi se ne occupa, di completare i propri studi liberamente intrapresi e più liberamente resi di ragione pubblica ».

1 risultati comunicati dal Ministero della Marina per mezzo della « Stefani « il 27 febbraio, furono per me una rivelazione; poiché essi confermavano pienamente le osservazioni fatte dal- l'ing. Brunelli e dall' ing. Iona, pubblicate il 15 febbraio, che il Ministero della Marina non ignorava; poiché le operazioni della rimessa dei cavi sottomarini compiute dalla R. nave « Città di Milano », dal 20 gennaio al 3 febbraio, erano state riferite dal- l' ing. Brunelli rappresentante del governo, e suppongo pure dal Comandante la R. Nave.

Fig. 5. Profondità massima dello Stretto di Messina, r roccia.

I fatti riportati e la propalazione di « tracce di bruciacchia- ture » constatate nei cavi, « ciò che farebbe pensare ad esplosioni di vulcani sottomarini » come riferirono i due egregi ingegneri Brunelli e Iona, i quali ^ fecero pure « altre interessanti osserva- zioni di carattere geologico » esposte senza idee preconcette, ispi- randosi solo all' interesse della scienza e per l' affermazione del vero, mi indussero a presentare nella tornata del 21 marzo 1909 della « Società Geologica Italiana » il risultato delle mie ricerche nelle terre della desolazione così duramente colpite dal terremoto e maremoto del 28 dicembre.

Riserbai per gli Atti della nostra Società di Naturalisti una particolareggiata relazione, poiché quella lotta a Roma nella. So- cietà (Teologica mi doveva servire per apprendere a quali argo- menti sarebbero ricorsi i tettonici per combattere le osservazioni

I

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da mu raccolte o t'aito diroitaincnt»;, col precipuo scopo di non nascondere più il vero e la causa, elio ha tormentato sempre W belle contrade della Calabria e della Sicilia. Perciò il ritardo della pubblicazione della presente non deve attribuirsi a pigrizia; ma a prudente difesa, desideroso come sono di conservare a questa città il privilegio di non subire le sopraffazioni dei gesuiti del- l' inquisizione di Roma e degli altri più evoluti della cosi detta Terza Italia.

Infatti, essendo stato messo in dul)bio da alcuni il riscalda- mento delle acque nei dintorni di Messina e di Reggio e del mare stesso nell'ora fatale, alle 5,20 del 28, da me riferito, non solo per relazioni lette nei giornali, ma per averlo inteso raccon- tare dai soldati d'artiglieria, che ne erano stati investiti nelln caserma della cittadella di Messina, iniziai prima un'inchiesta tra i profughi residenti in Napoli, e poi mi recai nuovamente in Ca- labria ed a Messina. L'avv. Carlo di Biasio di Reggio Calabria mi confermò il fatto di un suo castaido, che fu trascinato in mare dal maremoto e miracolosamente salvato, il quale riferi che quando l'onda lo portava in basso, l'acqua era calda; cosi asse- rirono altri di Pellaro.

Identica dichiarazione raccolsi a Messina, presenti il Conte di Brazzà, il Capitano Vercilli ed il Tenente Montuori, dal ser- gente d'artiglieria Pisciotta Pietro e dal soldato Familiari Dome- nico del 22"^ Reggimento Artiglieria. Riproduco qui integral- mente la seguente interessantissima lettera, che devo alla squisita cortesia del sig. Tenente Giovanni lannone:

« Mi fo un dovere trasmetterle alcuni appunti sulle impres- sioni da me avute nel terremoto e maremoto del 28 dicembre 1908 ».

« Abitavo con la famiglia, composta di sette persone, una casetta a pianterreno presso la Controguardia S. Stefano nella Cittadella di Messina, ed il mio soggiorno colà datava da 29 anni ».

« Verso le ore 5,20 del 28 dicembre ci svegliammo tutti per violentissime scosse e rumori assordanti prodotti dal terremoto. Il letto ed i mobili tutti sembrava, che ballassero una ridda in- fernale; molti oggetti si rovesciarono in casa, molti altri si rup- pero, accrescendo cosi il frastuono. In un attimo tutta la famiglia fu in piedi, cercando di coprirsi nel miglior modo possibile e riunendoci in una camera presso la porta di uscita. Siccome le porte delle camere interne difdcilmente si aprivano, ebbi il timore che anche la porta di strada potesse impedire l'uscita; quindi verso di essa mi precipitai cercando di aprirla. Il terremoto con-

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tìnuava ancora con un crescendo di intensità da non potere pre- cisare se ondulatorio, sussultorio o vorticoso ; ma tutti i mobili ed oggetti, che non erano caduti, si muovevano in tutti i sensi; potrei ora precisarne la durata, ma certamente fu lunghissima, calcolando tutte le operazioni da me e dall' intera famiglia com- piute fino a quel momento. Avvicinatomi alla porta di strada, mi arrestai ten-orizzato dal gran fracasso che si sentiva all'esterno; era il mare, che oltrepassate le mura, alte circa 10 o 12 metri, invadeva la Cittadella, rompendo bastioni, muri, asportando com- pletamente un cancello di ferro ed una cucina in muratura con tettoia, ed altri ostacoli che incontrava, e coprendo letteralmente la mia casetta, invadendola in parte. Quando alla scarsa luce di una candela guardai in alto verso il soffitto della camera e mi accorsi che l'acqua già penetrava dal tetto, provai allora la ter- ribile impressione di essere stato ingoiato dal mare e che fosse quindi vana ogni speranza di salvezza per la mia famiglia. Al rumore assordante dell'esterno, paragonabile, in modo però sbia- dito, ad una grande tempesta, dappoiché contro la casa batte- vano pietre, tavole, travi, cancelli, tegole, ecc., subentrò istanta- neamente una grande calma; perchè il mare si ritirò, ed allora soltanto mi decisi a spalancare la porta ».

« L'acqua era sulla strada all'altezza della soglia della porta, sollevata da cinque gradini sul piano stradale, ed una fitta nebbia dovuta al polviscolo di calce proveniente dalla città per la caduta degli edifizii, toglieva il respiro. Intanto grida di aiuto si udivano dalle casette vicine, ove tre famiglie di militari alloggiavano, ed io, facendomi sulla strada in mezzo all'acqua, incoraggiavo quelle persone già fuori di casa e nude a venire da me, facendo nel contempo luce con una candela. Infatti si rifugiarono pel momento in casa mia e coperte alla meglio, pensammo subito di fuggire tutti insieme da quel luogo, distante dal mare circa 40 metri e camminando nell'acqua a stento, pei molti ostacoli che s'incon- travano, ci riparammo in un cortile nell' interno del quartiere ove l'acqua non era giunta, ed ove tutti i soldati d'artiglieria erano riuniti invasi dal terrore. Notisi che la calma era tale, che la candela reggeva la fiamma ritta stando cosi all' aperto , ed inoltre ho osservato con stupore che l'acqua nella quale si camminava era calda da non avvertirne il contatto. Muli e cavalli scorazza- vano liberi pel quartiere, avendo strappato le catene delle cavezze, anch'essi terrorizzati dal fortissimo terremoto e maremoto ».

« Non sto ora certamente a descrivere la vita da m(^ pas- sata in quei giorni, tutto ciò che produsse il disastro; mi

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limilo solo a far note le ossurvazioui da me fatte ed i fenomeni da me constatati subito e nei giorni seguenti al terremoto, dap- poiché io rimasi nella Cittadella di Messina fino al 2 marzo 1909,

« Appena uscito di casa, oltre il fittissimo pulviscolo, che rendeva diflicile la respirazione, si avvertiva un forte odore di acido solfidrico.

« Qualcuno del j)ersonale di bordo del ferry-boat, a quell'ora in partenza per Villa San Giovanni, ha assicurato di aver visto, al momento del terremoto, /(ita grande fiammata^ cosa che ehhe conferma da quanto mi dissero alcuni attendenti di fanteria allog- giati nelle scuderie della Falsahraga San Diego in Cittadella , i quali fuggiti nel piazzale, videro delle fiamme uscire àa alcuni cre- pacci ivi verificatisi nel terreno ».

1 L'inserviente d'ufficio della Direzione d'Artiglieria mi disse quella mattina, che appena fuori di casa, dappoiché abitava nel cortile della Direzione, vide uscire con violenza dell'acqua dai varii crepacci^ che si erano verificati nel cortile. Di persona ho potuto subito constatare., che da detti crepacci era venuta fuori una grande quantità di sabbia e nei crepacci stessi vi rimase per diversi giorni una certa quantità di schiuma gialla come zolfo., e che emanava un odore di acido solfìdrico ».

« Osservando bene la sabbia uscita, ne raccolsi alcuni pezzi., che avevano tidta V apparenza di sabbia fusa., conservando la forma di molti granelli riuniti fortemente fra di loro.

« Tali pezzi, per quanto io avessi cercato di conservarli per ricordo, andarono smarriti, mi riusci più trovarli >.

« Verso le ore 8 del medesimo giorno 28 dicembre, rientrai momentaneamente in casa per provvedere me, la mia famiglia ed altre persone in nostra compagnia (tutti ricoverati in carri per malati presi da me alla Direzione d'artiglieria) di oggetti di ve- stiario, ed attraversando il ponte dei fossati antistanti la casetta, vidi nell'acqua venuta dal mare; perché prima detti fossati erano al secco, molti pesci, fra i quali una grossa cernia, che mezzo stordita, batteva la coda su alcune pietre. Scesi coi piedi nel- l'acqua e raccolsi quel pesce, che ci servi da pranzo il giorno seguente; avendolo pesato, era 16 kg. I soldati ne raccolsero altri ma piccoli , e notai che pur essendo trascorse circa tre ore dal ter- remoto e maremoto, Vacqua era ancora tiepida.

< Altro particolare degno di nota é la scomparsa di buon tratto di spiaggia ad oriente della Cittadella ed in ispecie lungo il ba- stione Don Blasco, ove la spiaggia misurava prima del terremoto una larghezza di circa 80 metri e dopo invece era scomparsa

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non solo, ma il mare batteva contro quelle mura por un'altezza di circa 4 metri, facendone anche demolire buon tratto ».

« Quanto sopra, è ciò che ho potuto osservare di più impor- tante, appunto perchè mi trovavo in una zona scoperta e non ingombra da macerie ».

Cito pure l'altra gentilmente scrittami dal signor Giuseppe Reggio, Tenente del C. R. E. da cui trascrivo « che l'acqua, con la quale venne investito lui e la propria famiglia per effetto del maremoto, era tiepida e che, fatto giorno, ebbe pure a notare che da alcune screpolature formatesi sulla spianata S. Ranieri usciva del vapore ma poco intenso ».

Infine il soldato del Artiglieria, Emanuele Masetti mi rilasciò la seguente dichiarazione: « Cercando di mettermi in salvo nel momento, che franava la mia camerata, caddi in un crepaccio d'onde fui poi estratto dai compagni, ed ivi fui colpito da spruzzi d'acqua sensibilmente calda, di cui anche in quell' istante dovetti notare la temperatura; come pure in seguito osservai parecchi pesci morti venuti a galla ».

Pure sulla spiaggia di Pellaro vennero abbandonati dal ma- remoto molti pesci morti.

Non riproduco altre dichiarazioni, perchè credo le presenti più che sufiacienti per confermare un fatto, quello del riscalda- mento dell'acqua, la cui contestazione non fa onore a chi vi si ostina tanto più non trattandosi di cosa nuova. Infatti, durante l'eruzione sottomarina del 1891 nelle prossimità di Pantelleria de- scritta dal Prof. Ricco, a Miueo la temperatura dell'acqua da 24^ C giunse a 29°; come durante l'eruzione sottomarina del 28 di- cembre 1908, la stessa acqua, secondo un telegramma di quel Di- rettore dell'Osservatorio Meteorologico, scomparve il 28 e riap- parse il 30 calda e torbidissima. Per quanto riguarda il versante Calabrese, oltre l'acqua bollente del maremoto, l'acqua scomparve da alcune sorgenti e in altre divenne calda.

questa è la prima volta, che nelle Calabrie avvenne il riscaldamento delle acque, poiché nel terremoto del 4 ottobre 1870, le acque dei ruscelli, dei pozzi e del fiume Crati crebbero di molto, e mostraronsi calde e fumanti. Alcuni ruscelli perdettero il loro corso, altri lo raddoppiarono. Le fontane sorgive gene- ralmente aumentarono quasi della metà, e rimasero torbide per lungo tempo. Le acque termo-minerali di Guardia Piemontese crebbero, sgorgando a guisa di torrente. Durante lo stesso terre- moto si risentirono pure le salse o vulcani di fango di San Sisto

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a 12 cliilomutri da Cusunza , u di ToiTc dui Puiilu nulla Sila Piccola.

Il 28 dicembre giunse a Lazzaro, presso Reggio, ima spa- ventevole colonna di acqua hollente^ frammista a sabbia e grossi sassi, ed il ferroviere Scalzo Eugenio riferi che « fu vista uscire acqua bollente dalle fessure che numerose si trovano nel terreno, e le fontane disseccarsi ».

Promisi nella tornata del 4 aprile, che sarei stato breve, come suppongo di essere stato, trattandosi di un fatto di tanta entità e di tanta importanza scientifica, e quindi non mi rimane che manifestare la mia imperitura riconoscenza ai colleghi, che in quella seduta mi furono larghi di benevola attenzione, dolente se dovetti esporre fatti, che non collimavano con le ipotesi enun- ciate da illustri e benemeriti colleghi, verso i quali io sono ani- mato da sensi di alta stima e non da spirito di opposizione. Del