C 3 7Z& DIZIONARIO DI ERUDIZIONE STORICO-ECCLESIASTICA DA S. PIETRO SINO AI NOSTRI GIORNI SPECIALMENTE INTORNO AI PRINCIPALI SANTI, BEATI, MARTIRI, PADRI, AI SOMMI PONTEFICI, CARDINALI E PIÙ CELEBRI SCRITTORI ECCLESIASTICI, AI VARH GRADI DELLA GERARCHIA DELLA CHIESA CATTOLICA, ALLE CITTA* PATRIARCALI, ARCIVESCOVILI E VESCOVILI, AGLI SCISMI, ALLE ERESIE, AI CONCILII, ALLE FESTE PIÙ SOLENNI, AI RITI, ALLE CERIMONIE SACRE, ALLE CAPPELLE PAPALI, CARDINALIZIE E PRELATIZIE, AGLI ORDINI RELIGIOSI, MILITARI, EQUESTRI ED OSPITALIERI, NON CHE ALLA CORTE E CURIA ROMANA ED ALLA FAMIGLIA PONTIFICIA, EC. EC. EC. COMPILAZIONE DEL CAVALIERE GAETANO MORONI ROMANO SECONDO AIUTANTE DI CAMERA DI SUA SANTITÀ PIO IX. VOL. LXXXVIII. IN VENEZIA DALLA TIPOGRAFIA EMILIANA MDCCCLVI11. La presente edizione è posta sotto la salvaguardia delle leggi vigenti, per quanto riguarda la proprietà letteraria, di cui l'Autore intende godere il diritto, giusta le Convenzioni relative. DIZIONARIO i DI ERUDIZIONE STORICO-ECCLESI ASTICA VAL VAL V ALENZA o VALENCE (Valeri- tinen). Città con residenza vescovile e antica di Francia nel Delfinato, capoluo- go del dipartimento della Dtóme, di cir- condario e di cantone,a io leghe da Vien- na, più di 27 da Lione, e 127 da Parigi, già appartenente al parlamento di Greno- ble. E' piacevolmente situata giù per la china d' un colle, e in bella e fertile pia- nura, bagnata da diversi ruscelli, sopra la sponda sinistra del Rodano, che quivi si varca sopra un ponte di ferro sospeso. L'ultima proposizione concistoriale la di- ce^ptimo politur coclo fontinclque duo- decini circiter incoiai um milita. Sede di tribunale di r.a istanza, di direzione de' demani, e delle contribuzioni dirette e indirette, conservazione dell'ipoteche ed altre autorità dipartimentali. E circon- data da un muro in cattivo stalo, fian- cheggiato da torri, che la separa dal sob- borgo di Saunière, che traversa la strada tra Lione e Marsiglia, ed ha nella sua parte settentrionale, in faccia ad una bel- la piazza d' armi piantata d' alberi, una cittadella triangolare con facciata gotica di poca importanza, resa celebre dal sog- giorno e gloriosa morte del Sommo Pon- tefice Pio VIÌ trascinatovi dal furore della repubblica francese rivoluzionaria, e vi die splendidi e edificanti esempi di virtuo- sa paziente rassegnazioue. L'interno della città è male distribuito e non regolar- mente fabbricato, il più bello edilìzio es- sendo il palazzo della prefettura. La cat- tedrale alquanto ampia e bella, costruita con architettura romana (secondo la ri- cordata proposizione, nell'antecedente dicendosi gotichae structurae j ma re- staurata lo sarà stata con architettura romana), è dedicata a Dio sotto l'invo- cazione di s. Apollinare (F.) martire (titolo che leggo nella detta e nella pre- cedente proposizione concistoriale, non peiò nel Martirologio romano), e ve- scovo della città. Ha il s. fonte e la cura d'anime affidata all'arciprete a nomina del capitolo. Piacchiude un pregevole quadro dipinto dal Caiacci, e nel coro è un monumento marmoreo con figure in bassorilievo,eretto alla memoria veneran- da e gloriosa del suddetto Pontefice dal 4 VAL governo francese, e scolpito da Laboreur> con iscrizione in marmo nero, contenente i Precordi di Pio VI, alla cui biografia lo descrissi, avendo scolpito il suo busto il celeberrimo Canova (secondo le comuni assertive, ma osserva mg.r Baldassariche non è registrato nel catalogo delle opere di quell'insigne scultore, pubblicalo dal Missirini e dal Cicognara, acciò non ve- nisse attribuito il merito ad opere non sue), autore pure della sua statua colos- sale ebe sovrasta il suo sepolcro innanzi la Confessione della basilica Va'icana , colla quale questa cattedrale ba il vanto di dividere gli avanzi mortali di quelPapa immortale. 11 capitolo si compone di 9 canonici titolari, e di diversi canonici o- norari, non ebe di altri preti e chierici, i quali copucri de cìioro laudes persol- vuntdivinas. L'antico capitolo si com- poneva delle dignità deldecano,del pre- posto, dell'abbate di s. Felice, dell'arci- diacono, de) teologo e di 9 canonici. Pros- simo alla cattedrale è l'episcopio, palaz- zo suflìcien temente grande e decente. Vi sono inoltre alti e due chiese parrocchiali munite del battisterio , diverse case re- ligiose d'ambo i sessi, alcuni sodalizi, l'o- spitale, due seminari l'uno grande e l'al- tro piccolo cogli alunni. Da ultimo con- sistevano gli stabilimenti religiosi degli uomini, in uno de'missionari per la dio- cesi, e in altro de' monaci della frappa; ad 8 ascendevano le congregazioni delle suore iu parecchi stabilimenti, contenen- do 5yo religiose. Prima delle ultime vi- cende 4 erano le parrocchie, s. Pietro in Borgo era collegiata, e vi fiorirono nella città ne' propri conventi i religiosi do- menicani, francescani, conventuali, mi- nimi, cappuccini, recolletli ; e ne' mo- nasteri le monache della Visitazione, di s. Orsola : altri religiosi erano nella dio- cesi. Fu celebre la suburbana splendi- da ed elegantissima abbazia di s. Rufo, dagli eretici col ferro e fuoco adequata al suolo. Trasferita d' Avignone (F.) a Valenza, fu la principale abbazia e ca- V A L pò della congregazione de' Canonici re- golari di s. Rufo (/ '".). Si controverte se il Papa Anastasio IV del 1 i53, fosse sta- to prima abbate di s. Rufo nella diocesi di Felletri(F.)t ovvero in quella di Va- lenza. Egli soltanto fu canonico regolare e priore di s. Anastasio di Velletri. Tut- to prova ad evidenza il Borgia nell' 1- storia della chiesa e città di Felletri, p. 228 e seg. Vi è un tempio luterano, il collegio comunale, la scuola di dise- gno, la biblioteca pubblica con circa i5,ooo volumi, due ospizi, uno de' quali pe'trovatelli, il teatro e la sala pegli spet- tacoli , caserme militari , scuola d' arti- glieria con poligono, arsenale di costru- zione. Eravi altresì una università degli studi composta di 4 facoltà , che fu da principio fondala a Grenoble nel 1 339 dal delfino Umberto II, poscia trasferita a Valenza neh 4^2 da Luigi XI in allo- ra Delfino , nel quale articolo parlai della provincia e principato del Delfinato, ap- pannaggio de'primogenili de're di Fran- cia, onde i francesi chiamarono questa città Falence en Dauphiné. Valenza ha pure belli passeggi piantati d'alberi, fab- briche di panni, tele indinne, di lavori di seta, di veli, di guanti, berrette, coltelli ; vi sono filatoi di cotone, tintorie, birrerie, concie di pelli, corderie, seghe di marmi, fabbriche di tegole, di terraglie, fornaci da calce, fabbrica di bianco di cerussa, ed assai gran numero d'oflicine per la costruzione di vetture. Il commercio prin- cipale si fa co' panni e stoffe, i vini gene- rosi, i liquori, la carta, gli oli, gli aromati, i grani, il coltellame. E' qui il deposito de'viui, delle setedel paese,ede'frutti del mezzogiorno. Vi si tengono 6 fiere all'an- no. Fu patria d'alcuni illustri, ed il Va- lentino Pluvinel pel i.°aprìin Francia scuole di cavallerizza, e fra gli ecclesiastici ricorderò solamente il cardinale Alfonso Uberto Latier de Bayanne(F.). La po- polazione si fa ascendere a i5,ooo abi- tanti circa. 1 dintorni sono deliziosi, ma prima della costruzione della riviera, il VAL Rodano colle sue inondazioni vi cagiona- va gran guasti. Valenza, Valentìa, Ju- lia Fa lentia e Sagalaunoruni Urbs, città antichissima, fu la capitale de' Sega- Ianni > e divenne colonia romana sotto Vespasiano imperatore col nome di Co- lonia Julia Valentia) celebrata da più scrittori, come da Plinio, Tolomeo, dal codice Teodosiano, e da Prospero Tuoni in Chronico presso Goltzio e 1' Ortelio. Tutlavolta non presenta questa città al- cun avanzo di antichità romane. Valenza colla istituzione delle nuove provincie fat- ta sotto l'imperatore d'occidente Ono- rio, si trovò compresa nella i." Vienne- se, e dopo essere stata occupata da' bor- gognoni, venne conquistata col reame lo- ro da' figli di Clodoveo I rede'franchi, ed inutilmente fu assediata nel 578 da Za- bnno bravo capitano de'longobardi. Mor- to nell'877 il re e imperatore Carlo 1 il Calvo, Valenza fu concentrata nel nuovo regno d'Arles, i cui possessori lasciarono a' conti di Provenza una vasta carriera di dilatarsi col riconoscere la loro sovra- nità. Difatti, questi conti si resero padro- ni non solo del piccolo paese chiamato Valentinois o Valentinese, di cui Valenza era la capitale, ma di tutti i paesi che so- no al mezzodì dell'Iserosino al Mediter- raneo. Essendo poscia la Provenza stata divisa iu contea e in marchesato, la 2." quota che comprendeva quanto giace tra l'Isero e la Duranza, sortì a' conti di Tolosa (^.), sotto i quali v'ebbe in ogni città de'conti particolari che dipendeva- no da essi quali loro vassalli. Ili ."conte di Valentinois che si conosca è Gontardo che vivea verso la metà del secolo X, la cui sposa gli partorì Lambert che gli suc- cesse.Da Gontardo Valenza divenne la se- de de'conti delValentinois.Lambert colla moglie Falectrude e il loro figlio Aimar o Ademar nel 985 iu suffragio delle lo- ro anime stabilirono, medianici fondi che eederono, la ricostruzione della chiesa di s. Marcello per couvertirla iu monastero benedettino, soggetto soltaolo alla s. Se- V A L 5 de, coll'annuo censo di 5 soldi. A Lam- bert conte del Valentinois,euon aLnm- bert conte di Chalons , deve attribuirsi il seguente fatto. Gli anvergnati aven- do fatto invasione in Borgogna al tempo di Ugo il Grande, cioè nel 936 al più tardi, vennero incontrati da Lambert con- te degli allobrogi, accompagnato da Ber- nardo suo congiunto e da altri signori nel Borbonese, e mentre retrocedevano, si gettò sopra di essi tagliandoli in pez- zi. Ne si può dubitare che il Valentiuois non appartenesse anticamente al paese degli allobrogi, senza che mai vi sia stato compreso il Ghalonese. Al presente di- videsi in alto e basso Valentinois, ili.° dall'Isero alla Dróme lunghesso il Roda- no; il 2.0 dalla Dròme sino al Venaissi- no. San Marcellino, Montelimar e Ro- maus sono, dopo Valenza, le città princi- pali dell'antica contea. Il Diese, la cui ca- pitale è s. Diez posta sulla Dròme, 'era una delle i4 città che componevano la provincia Viennese. Dopo aver apparte- nuto successivamente a' romani, a' re di Borgogna, a' re di Francia e agi' impe- ratori, cadde sotto la potenza de' conti di Provenza, e prese allora il titolo di contea. Pretendesi che Guglielmo fi- glio di Bosone conte di Provenza, sia sta- to il 1 ." conte del Diese. verso la metà del secolo X, ed Isaru fu 1' ultimo con- te particolare di s. Diez. Nel 1096 co- mandava l'ii.a divisione dell'armata de'crociati, dopoché Papa Urbano II nel 1 095 promulgò nel concilio di Clermont la i.a crociata, avendo nel recarvisi ono- rato di sua presenzaValenza,edaquivi in- timato quel gran concilio. Morto Isaru nel 1 1 16 senza figli, fu da'couti diTolosa, da cui dipendeva allora il paese tra rise- ro e la Duranza, riunito in qualità di marchesato di Provenza, il Diese all'an- tico loro dominio, ed alcuni aggiungono e riunito alla contea di Valentinois. Non conoscendosi la continuazioue de' conti del Valentinou della 1/ stirpe, passo a dire della seconda. Essa comincia con 6 VAL Aimar T cognominato di Poitiers, figlio naturale ili Guglielmo IX contedi Poi- tiers, nato verso il i i i5. In compagnia di molte genti si recò a Montelimar, e fu dalla contessa di Marsanne, luogo posto nel Valentinois, impegnatodi soccorrer- la contro i vescovi di Valenza e di s. Diez, chele facevano forte guerra. Gli fu di molto aiuto, e conquistò parecchie ca- stella e città nel Valentinois e nel Diese; e la contessa per rimunerarlo de'servigi resi gli offrì la metà di tutta la sua ter- ra, con facoltà di prendersela tutta inte- ra, se sposasse l'unica sua figlia Filippa, come fece, e così divenne signore di tutta quella terra. Nacque da questo matrimo- nio Guglielmo I, e morendo del i i 35 gli successe nella contea di Valentinois. E- gli servì per qualche tempo il conte di Tolosa, il quale Io riconobbe a cugino e patente, e lo colmò di onori e di aiuti. Al suo tempo la contea del Valeutinese fu di mollo ristretta dall'imperatore Fede- rico I, il quale sollecito per quanto po- teva in minorare l'autorità laicale, tro- vandosi a Besancon accordò con diplo- ma del 24 novembre 11 5? la signoria di Valenza, insieme a'diritti legali di cir- ca i3 castelli ne' suoi dintorni, ad Od- done o Eude vescovo di Valenza. Dopo tal concessione Oddone e i suoi successo- ri si qualificarono per vescovi e conti di Valentinois. Nel 1 1 78 con diploma del 29 luglio gratificò circa nella stessa guisa Roberto vescovo dis. Diez, avendogli do- nato quella cittàe alcuni castelli nel Diese in assoluta giurisdizione in un co'dirilti regali anche sopra tultociò che aveva il conte Guglielmo I di Poitiers nell'esten- sione di quel vescovato, ad eccezione del castello di Quint. Ma il giorno dopo ac- cordò una specie di compenso al conte Guglielmo 1, cedendogli il pedaggio da Valenza sino a Montelimar divisibile col Delfino. Conviene rammentarsi, che es- sendo nella giurisdizione dell'impero l'an- tico regno di Borgogna e di Arles,ed ap- partenendo a tal regno le contee Valeu- V A L linese e Diese, per questo Federico I si credette padrone di fare le narrate do- nazioni, Guglielmo I nel 1 1 83 prese sotto la sua protezione I' abbazia cislerciense di Leon cel, francandola nel tempo stesso d'ogni pedaggio, e con successiva dispo- sizione ingiunse a*. suoi castellani e baili di prender la difesa di quel castello, con- tro alcuni faziosi, fra'quuli ve n'erano pu- re di sua terra; gente perniciosa che non aveano alcun riguardo di oltraggiare i monaci di Leoncel, di prendere e di por- tar via i loro beni. Neil 187 Guglielmo I e suo figlio Aimar II, con atto seguilo a Valenza nella badia di s. Rufo, diede- ro alla certosa di Selva Benedetta una rendita di biade fondata sulla loro terra d'Etoile. Morendo Guglielmo I nel 1 189, gli successe Aimar II di Poitiers conle di Valentinois e di s. Diez, nato dalla sua moglie Beatrice figlia di Guigge* IV delfino del Viennese. Questi si riebbe in parte delle perdite fatte dal padre, mercè la donazione che gli fece Rai* mondo V conte di Tolosa nel giugno di detto 1 189, di ogni azione e dominio che possedeva tanto da se quanto per parte de'suoi vassalli nella contea Diese. Aimar II poscia in riconoscenza verso la casa di Tolosa si dichiarò pel conte Raimondo VI nelle guerre degli eretici Albigesi (F.). Egli fortificò i suoi castelli e li pose in istato di difesa; ma nel 121 3 vedendo che si avvicinava da Valenza Simone di Monfort, capo della spedizione crociata contro quegli eretici, in uno al duca di Borgogna, si recò da loro e colle sue som- missioni prevenne le stragi che lo minac- ciavano. A garanzia delle promesse da lui fatte, consegnò a Monfort alcuni de* suoi castelli, de' quali venne da questo generale affidata la custodia al duca di Borgogna ; però 2 anni dopo, l'occasio- ne che se gli presentò d' ingrandirsi lo staccò interamente dagl'interessi del con- te di Tolosa. Privato questo principe dal concilio di LaterauolV neh 2 i5 de'suoi domiuii conquistali da'crociati, Aimai II VAL si giovò tli tale decisione pei* estendere la sua dominazione sul Vi va rese, compreso negli slati del conte di Tolosa , benché non formasse parte del conquisto de'cro- ciati. A malgrado di questa usurpazione e degl'impegni presi da Aimar li verso Blonfort, rientrò senza spogliarsene nel partito di Raimondo VI.Monfort veden- doli riuniti , passò il Rodano a Viviers nel 1217, ed unitosi con un corpo rag- guardevole di crociati capitanato dal ve- scovo di Nivers, strinse d'assedio Crest, castello fortissimo e munitissimo nel Va- lentinois, del quale il prode cav. Arnal- do cl'Aydu era governatore per Aimar li cui apparteneva. Molli vescovi del pae- se e circa 100 cavalieri francesi lo assiste- rono uella spedizione. Si negoziò peral- tro la pace tra quel generale e il conte di Valejilinois, e si convenne finalmente in un trattalo. Promise Monfort di dar sua figlia al conte, che dal cauto suo pro- testò di vivere seco lui in buona amici- zia, e in pegno di sua parola gli die in cu- stodia parecchi de' suoi castelli. Nel tem- po stesso Aimar li concluse la pace con Umberto di Mira bel vescovo di Valenza, col quale avea forti brighe. Del pedaggio accordalo sul Rodano a suo padre da Fe- derico I, Aimar II domaudò e ottenne la conferma dal uipote Federico II impera- tore nel 1219. A'26 luglio di tale anno, mercè convenzione seguita tra il vescovo e il capitolo di Valenza, il conte riconob- be tener da quella chiesa in franco feudo la signoria diChàteau-Double. Frattanto pel trattato di Parigi, Raimondo VII con- te di Tolosa dovette cedere alla Chiesa romana e al Patrimonio di s. Pietro, ol- tre il contado Venaissino e parte della città d1 Avignone, al modo narrato in tali articoli, le contee Valentinese e Diese; ed il Papa Gregorio IX nel 1228 divenuto signore di detti domimi ceduti dal conte di Tolosa supremo signore de'medesimi, accordò il Valeulinese e il Diese in feu- do alcoute Aimar II diPoitierscon molti pesi, uaode'quali era, che le seconde ap- VAL 7 pellazioni giudiziarie di delle terre si de- vol vesserò al preside o rettore pontificio del Venaissino, che la s. Sede cominciò nel temporale agovernarenel i220yecon« tinuò sino alla rivoluzione di Francia, che glielo tolse con Avignone nel ponti- ficato di Pio VI. Di più si obbligò il conte in alcune occorrenze di somministrare al Papa 100 cavalli e 4oo fanti nel conta- do Venaissino e nella città d'Avignone. Tuttociò, con quant'altro dovrò dire sulla sovranità della s. Sede di queste contee, tacendosi da molti scrittori , forse poco di voli alla s. Sede stessa e non veramente storici, come pure da\V Arte di verifica- re le date, rende quest'articolo alquan- to prolisso, per dichiararlo a gloria del vero e della Sede apostolica. Aimar II quindi nel febbraio i23o acquistò da Ai- mar e da Pietro di Poussin la terra di quel nome, e poco dopo mori. Filippi- na di Fai, sua 2/ moglie, che vivea an- cora neli25i, gli portò in dote la terra di Fai con molte alhe terre nel Vivarese. Divenuto perciò vassallo del re di Fran- cia, ebbe ordine di rivocare il bando e avambando nelle sue terre (pubblico co- mando sovrano indirizzalo a'vassalli di trovarsi in armi ad un dato convegno per servire nell'esercito, o in persona o con un certo numero di soldati a piedi o a cavallo), e di partire per raggiungere la regia armata. I figli avuti dah.° ma- trimonio furono Josserande moglie di Bermoud signore d'Andusia,e Gugliel- mo a lui premorto nel 1 226 lasciando tli Flotta di Rozannit, Aimar 111 di Poiliers. Questi fanciullo successe all'avo sotto la tutela della madre, la quale alla morte del marito avea conteso tal carico al suo- cero, e coll'opera del vescovo di Valen- za se lo era appropriato colla forza. Rai- mondo VII conte diToIosa e cugino d'Ai- mar III, essendosi avvicinato al Rodano nel febbraio 1 2 3t), fu visitato dal conte tli Valentinoi«, e con atto seguito a l'Ile del Venaissino a' q del seguente aprile, iili dichiarò che il castello di Bois colle 8 VAL sue dipendenze apparteneva al suo allo- dio al pari d' altri 16 castelli , tra' quali Privas, Tournon , s. Alban, tutti posti nel Vivarese, e che niuno ne teneva in feudo o altrimenti da qualunque signo- re temporale ci fosse. Aimarlll ricevette poscia que'dominii in feudo franco dal conte di Tolosa, dopo avergliene dato il dominio principale e diretto, riser- bandosi soltanto il dominio utile e il na- turale possesso ; indi gliene rese omag- gio a mani giunte, alla presenza di due vescovi e molli signori. Essa non era che una restituzione de' diritti da Ai. nat- ii usurpali, come dissi più sopra, al conte Raimondo VI dopo la decisione del concilio di Lalerano IV che lo dichia- rava decaduto da'dominii toltigli da'cro- ciati; della qual decisione si era Rai- mondo VII suo figlio fatto assolvere nel 1229, fermo restando le cessioni de' paesi dati alla s. Seiìe e al re di Fran- cia s. Luigi IX. Nel 1 s56 Ai ruar IH, con lettere scritte a Guido Fulcodi, riconob- be l'omaggio fatto a Raimoudo VII del Dieseje il fece, come dice, per timore, attesoché Raimondo VII gli avea minac- ciato guerra in caso di rifiuto ; confessan- do però che il suo avo avea ricevuta da lui la contea del Diese a titolo feudale , e tacendo l' infeudazione ricevuta pure dal Papa. Volendo s. Luigi IX assicu- rarsi del castello di Bidage appartenen- te al conte di Valentjuois, promise nel 1257 Aimar III, sulla domanda elicglie- ne fece il re, di rimetterglielo sinchèegli o i figli tanto del fu Baraldo di Bidage, quanto Guglielmo di Solignac suo vas- sallo, lo possederanno. Morto nel 1265 Guizzardo V sire del Beaujolais seuza posterità, Ai mar III contrastò la succes- sione alla di lui zia Isabella sorella di Guizzardo, e fu rivendicala colla decisio- ne della corle del re nel 1269. Nel pre- cedente vacata la sede vescovile di Va- lenza, attesa la dimissione datane da Fi- lippo di Savoia, per succedere all'omo- nima sua contea, dopo averla ainuiiui- V A L strata senz'essere negli ordini sagri; al- lora Aimar HI scrisse a Papa Clemente IV pregandolo procurare un degno pa- store alla chiesa di Valenza , e il Papa colla sua risposta fece sapere al conte , che per corrispondere al suo lodevole de - siderio avea eletto a quella cattedra per- sonaggio savio e discreto, e inoltre suo parente, senza però nominarlo. Questi e- ra Bertrando di Poitiers vescovo d'Avi- gnone, che nella sua elezione avea avuto a competitore Guido di Montlaur. Ai- mar III però ebbe in seguilo delle con- troversie con quel prelato, questi moren- do nel 1274 dopo essersi pacificato col conte. Il Papa b. Gregorio X, reduce dal concilio di Lione II, nel 1275 si trasferì a Belcaire e indi a Valeuza, ove senten- do che Alfonso X re di Castiglia pretende- va all'impero e s'intitolava Imperatore, a'i3 settembre scrisse all'arcivescovo di Siviglia, che obbligasse il re ad astener- sene come avea promesso, per non pre- giudicare l'eletto Rodolfo I d' Absburg, ed occorrendo facesse uso degl'interdetti e delle scomuniche. In Valeuza il Papa fece quelle altre cose che riferisce a p. 22 1 il p. Bonucci, ne\V Istoria del b. Grego- rio Xy il quale da Valenza passò a Vien- na, hi questa città unì il vescovato di s. Diez a quello di Valenza, tie.T intendi - mentOjCome pretendono alcuni, di render con ciò più temuto al contedi Valenli- nois il vescovo di Valenza. In conseguen- za di tal unione il vescovo Amedeo de Roussilon succeduto al vescovato di Va- lenza, si pose in possesso di quello di s. Diez. Fu suai.a cura di formare un ca- pitolo composto di ecclesiastici delle due diocesi per mantenere tra essi un perpe- tuo legame; ma Amedeo poco dopo di- chiarò guerra ad Aimar HI egli tolse parecchie piazze, le quali ostilità non ces- sarono seuza gli accordi in cui li poterò comuni amici. Morì Aimar III neli277 poco dopo il 6 maggio, giorno in cui fe- ce donazione al suo primogenito di di- versi castelli posti nelle diocesi unite di VAL Valenza e di s. Diez, celi Viviers, venen- do sepolto nella badia cistercicnse di Beaujcu, come avea ordinato nel testa- mento. Questo conte avea sposato prima Floria dell'illustre e antica casa di Beau- jeu, clama di Belleroclie figlia di Umber- to V sire di Beaujeu capitale del Beau- jolais, prima che lo fosse Villafranca ; 2.°neli 268 Alixenteo Alice diMercoeur figlia di Beraldo sire di Mercoeur, e ve- dova di Ponzio di Montlaur. Ebbe dalla prima il figlio successore, e due figlie, Fi- lippina maritata a Bertrand signore di Baux e conte di Avellino nel regno di Napoli, e Margherita moglie di Ruggero di Clerieu ; dalla 2." nacque Guglielmo conte di Chaneac. Il sigillo di Aimar 111 l'esprime a cavallo con uno scudo sul petto, e 6 besanti sormontati dalla fron- te delloscudo, che sono l'armi di Poiliers. Leggesi nell'intorno: Sigillimi Ay mari de Pie lavi a comi ti s F alentinensis et Diensis. Nel controsigillo si vede una stella a 12 raggi colle sole parole: Co- mitis Valentinensìs. Aimar IV di Poi- tiers suo primogenito e successore, ma- ritato sino dal 1270 con Ippolita o Po- lia figlia d' Ugo conte di Borgogna e di Alice di Merauia, successe al padre nel- la contea di Valentinois. Questo matri- monio gli fruttò la terra di Saiut-Val- lier nel Graisivaud. Piimasto vedovo si rimaritò nel 1286 con Margherita figlia di Rodolfo conte di Ginevra. Nel 1291 sentendo che giungeva nella Svizzera l'imperatore Rodolfo I, si recò presso di lui a Muret con molli signori e prelati del regno di Borgogna per fargli omag- gio, come a suo signore feudale. Fdippo di Beruisson, governatore del contado Venaissino per Papa Nicolò IV, voleva obbligare neh 291 Ugonetto Ademar si- gnore di Monlelimar a far omaggio al- la s. Sede de'castelli de la Gai de, di Rac, e di una porzione di quelli di Savace e di Chàteau-Neuf di Mazene ; ma vi si oppose il conte di Valentinois, sostenen- do che tulle quelle terre, meno Guide, VAL 9 dipendevano da lui, e dopo alcuni dilxit- timenti si convenne che Ugouetto rico- noscerebbe il conte di Valentinois a si- gnore immediato di quelle terre, e le tor- rebbe in sub-feudo dalla Chiesa roma- na. Aimar IV. come buon economo, au- mentò considcrabilmenle i suoi (locatati con vari acquisti. Comprò nel 1 288 il ca- stello di Sure, nel 1293 la terra e signo- ria di Faulignan, nel 1296 la terra di Barre nel Vi Varese, e nel 1299 il castel- lo di Mondar nella diocesi di s. Diez. A suo tempo eletto Papa il francese Cle- mente V nel i3o5, con istrana risolu- zione preferì alle famigerate ri ve del Te- vere (V.) quelle del Rodano, stabilen- do la residenza iri Avignone e intitolan- dosi nelle monete che coniò anche conte del Fenaissino. Aimar IV nel 1 3 1 7 a- vendo venduto il castello di Belleroche, acquistò invece i castelli di Mirebeau e di Pisancon neh 323. Vivea neh 329, e morì d'oltre 80 anni. Dalla sua 1/ mo- glie ebbe 7 figli, il successore Aimar V, Umberto ed Ottone morti celibi, Gu- glielmo signore di Saint-Vallier. Luigi vescovo di Langres nel i3i8, Alice mo- glie di Artaud signore di Rossiglione, e Costanza maritala ad Ugo Ademar di Monleil. Dalla 2.a moglie gli nacquero : Amato che successe nelle terre di Cle- rieu e Chanlemerle, a Guglielmo suo fra- tello consanguineo, morto senza posteri- rità verso il i 343 ; Amedeo successore di Guglielmo nella terra di Saint-Vallier; Caterina moglie d' Aimeri VII o Vili visconte di Narbonajed Anna 3.a moglie di Enrico contedi Rodez, rimaritata po- scia a Giovanni delfino di Auvergne. Ai- mar V di Poitiers detto Amairetlo, e- sercilava la dignità comiziale nel Valeri- linese e nel Diese con Aimar IV suo pa- dre sino dal 1307. A' i3 giugno 1 3 1 G egli rimise nelle mani di Luigi X re di Francia lesuecontee, che ripigliò poi per averle da lui in fede e omaggio, sottraen- dosi così dalla suprema signoria della s. Sede, essendo i Papi allora influenzati io VAL dalla Francia, che avea perciò voluto il loro stabilimento in Provenza, median- te le mene del prepotente Filippo 1 V, con deplorabili conseguenze. Anche il delfi- no Umberto II pretendeva gli dovesse omaggio ligio per le sue contee; laddo- ve sosteneva Aimar V non dovergli che il semplice, e per guarentirsi dalle per- secuzioni del delfino si appellò alla cor- te pontificia di Avignone. Disgustato il Papa Giovanni XXII pel suo operato col re di Francia, ricusò prender cognizione della controversia. Finalmente dopo pa- recchie tergiversazioni, Aimar V a' 20 aprile i 338 fece l'omaggio quale lo pre- tendeva il delfino. Nel seguente anno Ai- mar V a' 12 agosto fece il testamento e poco dopo mori. Sibilla di Baux sua spo- sa, figlia del conte d'Avellino Raimon- do, gli die Aimar morto senza figli nel 1 324>Luigi LGuizzardo morto nel 1 3^9, Ottone vescovo di Verdun, Aimar si- gnore di Veyne, Guglielmo vescovo di Langres, Enrico nominato vescovo di Gap nel 1 349, Carlo ceppo de'signori di Saint-Vallier; e 5 figlie, la cui primoge- nita Ippolita sposò in prime nozze Rinal- do IV conte di Dammartin, ed in se- conde Armami VI visconte di Poiignac; Giovauna, l'ultima, visse nel celibato e morì in odore di santità. Luigi I di Poi- liers successe al padre Aimar V, e fu crea- to luogotenente generale in Linguado- ca nel i34o, dal re Filippo VI, indi nel 1 344 servi nell'esercito di Giovanni du- ca di Normandia all'assedio di Aubero- che nel Tolosano, che si dovette levare la notte della festa di s. Lorenzo : il con- te Luigi in quell'incontro fu fatto prigio- ne, ma era in libertà nel seguente no- vembre. Nel i345 guerreggiava ancora nella Saintonge pel re, e fu l'ultimo an- no di sua vita. Da Margherita d' Enrico li di Vergi, signore di Fouvent, nacque- ro Aimar VI di Poiliers detto il Grosso, e Margherita moglie di Guizzardo di Beau- jeiijSignoredi Perreux. Intanto perdispo- siziouedeldelfiuo di Vienna Umberto II, VAL il Delfiuato nel 1 343 fu ceduto alla Fran- cia,al modo che dirò a Vienna e accennai a Delfino ; solo qui avvertirò, che i nuovi delfini figli de' re di Francia resero o- maggio feudale ai Papi pel Valentinese e pel Diese. Aimar VI neh 347 entrato in guerra col visconte di Valenza pe' reci- proci loro diritti, volle Papa Clemente VI in Avignone farsi arbitro della loro lite, ed inviò un legato per negoziare una tregua. Aimar VI si rese bene accetto all'imperatore Carlo IV, che gli confer- mò con diploma de' 16 marzo 1 349 tut- te le signorie, vietando al vescovo di Va- lenza di qualificarsene conte, ed inoltre lo nominò vicario generale dell'impero nel regno di Arles. Non sembra però a- ver egli usato di questo titolo. Giovan- ni Il redi Francia accrebbe l'autorità di Aimar VI nel paese, creandolo con regie lettere de' 7 agosto 1 353 luogotenente di Monsieur il Delfino del Viennese. Nel quale officio avendo Aimar VI com- messo un fallo con dare in cauzione al conte di Savoia Amedeo VI alcuni ca- stelli, fu denunzialo al parlamento sotto il regno di Carlo V, e condannato con decreto a restituire quelle piazze, ed a pagare 1000 marchi d'oro al re, il qua- le ['assolse con soli i5,ooo fiorini d'oro, come si scorge dalle sue lettere d'aboli- zione dell'agosto 1 368. Vedendosi senza discendenza, alienò in quel mezzo parec- chie sue terre, e nel 1373 con testamen- to fatto in Avignone a'9 febbraio istituì suo erede universale, per ciò che gli ri- maneva, Luigi il di Poitiers suo cugino- germano, sostituendogli Edoardo di Beau- jeu figlio di sua sorella o i figli di lui. Morto l'anno stesso fu sepolto presso i francescani di Crest, ch'era la sepoltura de'suoi antenati. Egli aveva sposalo per contralto dei5 dicembre 1 344 Elipl o Alice figlia di Guglielmo Roggero I ba- rone di Beaumont, nipote di Papa Cle- mente VI, e sorella del cardinal Roger poi Gregorio XI, che nel 1377 restituì a Roma la papale residenza. Ella rima- VAL se vedova di Guglielmo II signore de la Tour d'Auvergne, e visse sino al i4oG circa. Luigi li di Poi liei s, figlio d'Aimar di Poitiers signore di Chalencon e di Gujotte d' Uzes, nato nel 1 354, succe- dette al conte Aimar VI suo cugino nel Valentinesee nel Diese. Nel 1 3y4- si ac- cordò con Carlo di Poitiers signore di Saint- Vallier intorno la successione di loro famiglie, e gli cedette le tene di Pi- sancon e di Mareuil in uno «'castelli di s. Nazario e di Flandene. Nel i4°4 con allo dell'i r agosto rinunciò a Carlo VI re di Francia le sue contee, che com- prendevano 27 ciltà o castelli, 1 1 fortez- ze, e 200 feudi o sub-feudi, ri serbando- sene il godimento a vita e colla condi- zione : i.°JSTon potessero mai esse con- tee uscire dalle mani dei re o di suo fi- glio maggiore il delfino. 2." Gli desse il re nel successivo mese di novembre 100,000 scudi d'oro. 3. 'Nel caso lasciasse alla sua morte figli legittimi, allora non avendone alcuno, avessero eglino la li- bertà di rientrare in quelle contee resti- tuendo al re la somma da lui avuta. Il quale trattato alcuni lo dicono sorpresa fatta al conte Luigi li, altri essere stato divisato in un abboccamento avutoa'3o novembre i3gi col signore della Piviè- re deputato a ciò dal re Carlo VI. An- tonio di Grolée, ed i signori d' Entre- monts e di Mirabel, istigati da Amedeo Vili conte e poi i.° duca di Savoia, di- chiararono nel 1407 guerra al conteLui- gi II, ed ignorasi il motivo o pretesto.Era in quel modo un dichiararla al re stesso di Francia signore feudale o cessionario di Luigi II. In forza de' quali due titoli, il conte di Valentinois non omrcise di ri- Togliersi con istanza de'6 luglio al parla- mento di Grenoble per chiedere soccor- si; e quella corte pronunziò un decreto che proibiva a' viennesi di lasciar passare truppe né per terra, né per acqua, che provenissero dagli stali di Savoia. Carlo di Poitiers signore di Saint-Vallier aveva acconsentito cou atto de' 1 9 giugno 1 4o4 VAL 11 alla donazione fatta dal conte Luigi II de'suoi stati al redi Francia. Ma avventi- la la sua morte nel i4'o circa, non cre- dette suo figlio Luigi di Saint- Valliei do- vere osservare la convenzione, e perciò entralo armata mano con Giovanni suo fratello vescovo di Valenza nel castello di Grame, ove risiedeva il conte Luigi U di lui cugino, s'impossessò di sua persona e lo costrinse ad un nuovo trattato a'i3a- gosto i4'6>alla presenza di parecchi ca- valieri e dottori di legge. In quest'atto si con venne,che nel caso il conte Luigi II ve- nisse a mancare senza figli maschi legit- timi, le contee del Valentinois e del Die- se apparterrebbero al signore di Saint- Vallier, ecceltuato il Chàteau-Neuf di Damasan che resterebbe a Lancillotto fi- glio naturale del conte. Egli era allora rimasto vedovo di Cecilia figlia di Rog- gero IUcontediCeaufortin Vallèe, mor- ta nel i4'o} da cui non avea avuto che femmine. Ma tornò ad ammogliarsi nel i4'7 con Guglielmina di Grueres figlia di Uaule conte di Grueres in Savoia, col- la speranza di avere posterità maschile, e deludere con ciò l'espettazione del si- gnore di Saint-Vallier. Avvenne però di- versamente,essendo stato sterile quel ma- ritaggio. Determinato sempre di vendi- carsi della violenza fattagli dal signore di Saint-Vallier, formò a' 22 giugno i4'9 in Baix il suo testamento, con cui, dero- gando all' ultimo trattato, istituiva suo erede universale il delfino Carlo, figlio del re Carlo VI, col peso di pagare a'suoi esecutori testamentari 5o,ooo scudi, per soddisfare a' suoi debiti ed eseguire i suoi legali ; sostituendogli in caso di ri- fiuto Amedeo Vili duca di Savoia. Mo- rì il conte Luigi II a'4 del seguente lu- glio nel castello di Baix, e fu sepolto a* francescani di Crest, lasciandodel suoi.0 matrimonio due figlie, Luigia maritata nel 1389 con Uberto Vili sire di Thoire- Villai s, ed N. moglie d'Auberto di Tras- si. Quantunque Luigi II sentisse ogni giorno messa, dicesse le sue orazioni, si 12 VAL confessasse ciascun anno, tuttavia era as- sai ambizioso, e caricava i suoi luciditi di gravezze. Questi lo temevano assai per- chè era rigoroso, e parecchie volle avea tolto a'gitidici e uflìziali la cognizione delle cause criminali presso es»i penden- ti per ritrarre grosso profitto dalla com- posizione delle parti o altrimenti. Tosto ch'egli ebbe chiuso gli occhi, Luigi di Saint-Vallier prese il titolo di conte del Valentinois e del Diese in forza della do- nazione che gliene avea fatta, e senza ri- guardo al testamento annullato. Ma En- rico di Sassenage, governatore del Del- finato, e il consiglio delfinale reclama- rono que' domimi a nome del delfino Carlo, sostenendo la validità dell'atto con cui era stato dal conte Luigi II istituito suo erede universale, per cui Luigi di Saiot-Vallier,assistito dal vescovo di Va« lenza Giovanni di Poitiers e da alcuni cavalieri, offrì di rimettersi alla decisio- ne >l P- Fantoni riportando il breve di protesta del Papa, diretto al duca di Borbone, Hortamur nobilitatem titani. Dissi pure, che Innocenzo Vili, eletto in sua vece, ripetè da Carlo Vili i coutadi del Valentinois e del Diese; ed il re rispose, che si sarebbe accomoda fa VAL i3 la controversia amichevolmente per mez- zo di arbitri, onde il Papa l'esortò a no- minare persone idonee per la cognizione della causa. Se non che, protratto l'acco- modamento fino ad Alessandro VI Bor- gia, il quale bramoso dell'ingrandimen- to temporale de'suoi figli, conciliossi l'a- micizia di Luigi XII, alienò dalla s. Se- de tali contadi, e dal re li fece erigere in ducato col nome di Valentinois con let- tere patenti dell'agosto 1498, e ne fece investile il famoso Cesare Borgia (F.) suo figlio, che rinunziato il cardinalato, l'arcivescovato di Valenza (V .) e altre chiese, dopo aver ucciso il suo emulo e maggior fratello Pier Luigi (siccome il Novaes nella Storia d' Alessandro FI3 scrisse Giovanni per Pier Luigi, ch'era- no fratelli, e poi si corresse, qui ne fac- cio avvertenza, se in qualche luogo non avessi tenuto presente tafìe emendamen- to), per occuparne le dignità di genera- le e gonfaloniere di santa Chiesa, era- si dato interamente alla milizia, ed eb- be il governo generale dell'armi pontifi- cie, e prese il nome di duca Valentino , o almeno fu così comunemente chiamato. Luigi XII per eseguire i suoi progetti sull'Italia, con istupore di tutti ricolmò di favori un Cesare Borgia, che pose in trambusto l'Italia, e nel 1499 '' re 8U &" ce sposare la sua parente Carlotta , so- rella di Giovanni d'AIbret re di Navarra e del cardinal Amaneo d' Albret. Così l'investitura del Valeutinois e del Diese, conferita dal re a Cesare sotto il diretto dominio di Francia, fece per sempre per- dere quelle terre alla s. Sede; di più. il Papa donando a Luigi XII lo Stocco e berrettone ducali benedetti. Osserva il p. Fantoni, in tal modo Alessandro VI perde pure il dominio utile e diretto delle terre del Valentinese e del Die- se, che in uno al sovrano dominio go- deva la santa Sede, per le cessioni del conte di Tolosa e dell'ultimo conte del Valentinese e del Diese. Inoltre il re con privilegio inaudito adottò il nuovo du- i4 VAL ca nel 1 4f)9 n^ nome ed armi di Francia, con facoltà ili usarne in tutti i suoi atti. Alessandro VI a Luigi XII e per mezzo di Cesare rimise le bolle di dispensa pel suo divorzio con Giovanna di Valois,e per sposare Anna vedova di Carlo Vili. Inol- tre Cesare portò in Francia il cappello cardinalizio'al principe Giorgio d' A mboi- se, creato cardinale a'n settembre 1498, ed il cardinal della Rovere, poi Giulio II, che trovavasi alla corte di Parigi, fece la ceremonia d'imporglielo sul capo. Il Pa- pa fece accompagnare jn Francia il du- ca Cesare dall'inviato francese Lodovico diVilleneuve,daGio.GiordanoOrsinieda nitri nobili romani; e lo munì della lettera credenziale al re, scritta interamente di sua mano dal Vaticano a'28 di detto me- se,edirecenteriporlatadalcb.lieaumont, Della Diplomazia Italiana^ p. 160. In essa si legge» Volendo soddisfare intera- mente al desiderio tuo e nostro, mandia- mo alla Maestà Tua il nostro cuore, cioè il ddelto figlio duca di Valenza, di cui più caro non abbiamo, acciocché sia una testimonianza certissima e carissima del- l' affetto nostro verso l'Altezza Tua, alla quale non lo raccomatuliamo di più, pre- gandoti solamente di trattare quello, che così viene commesso alla tua regia fede, in modo che, anche per nostra consolazione, Apparisca a tutti die la Maestà Tua lo ha accettato per suo". Il medesimo illustre scrittore a p.82 riferendo parte della rela- zione che fece alla repubblica di Venezia il Cappello ambasciatore in Roma di Papa Alessandro VI, dice fra l'altre cose. » 11 Papa ama ed ha gran paura del figliuo- lo duca di Valenza; il quale è d'anni 27, bellissimo di corpo, e grande e ben fatto. 11 duca, in un luogo a s. Pietro, serrato intorno di tavole, amuiaz7Ò 6 tori selva- tici, combattendo a cavallo alla giannet- ta ; e ad uno tagliò la testa alla i." bot- ta : cosa ebe a tutta Roma parve gran- de. E' realissimo, anzi prodigo; e questo ni Papa dispiace. E altra volta ammazzò di sua Diano, sotto il manto del Papa, VAL messer Pierotto; sì che il sangue saltò al- la faccia del Papa, del quale messer Pie- rotto era favorito... Ogni giorno per Ro- ma si trovano la notte quattro o cinque ammazzali, fra'quali vescovi e prelatijsic- chèintuttaRomatremanodiessoducacbe non li faccia ammazzare". Se Valenza era la capitale del contado e poi ducato di Valentinois, non che residenza de' suoi conti e duchi, sembra che ancor essa ap- partenesse a tale stalo; ed Alessandro VI chiamò il figlio duca di Valenza. Ma Ce- sare Borgia si rese infelicemente sempre più famoso per le sue vaste e prepotenti conquiste, per le sue crudeltà e per la sua insaziabile ambizione. Morto il padre nel i5o3, fu arrestato il corso delle sue ti- rannie, perdette in breve tutte le sue u- surpazioni, e fuggito presso il cognato re di Navarra, combattendo per lui restò uc- ciso nel 1 5o7, nella guerra contro il con- testabile di Castiglia. La duchessa Car- lotta sua moglie, illustre pel suo spirilo, senno e pietà, prese parte nell'avventure del marito, senza partecipare a' suoi di- sordini, e terminò di vivere I' 1 1 marzo i5i4- La loro unica figlia Luigia, qua- lificata duchessa di Valentinois, si mari- tò a'7 apiilei5i 7 con Luigi II sire della Tremolile, quindi in seconde nozze sposò a'3 febbraio i53o Filippo di Borbone- Busset. Si può vedere Duchesne, Histoi- rc dea Comtes de Valentinois. Nel 1 548 il re Enrico II fece donazione a Diana di Poitierssua amante dell'usufrutto del du- cato di Valentinois col titolo di duchessa. Questa per lai/ si vide incedere in Parigi in Carrozza, ove a poco a poco fu intro- dotto tal comodo; però si tenga presente il ricordato articolo e il riferito altrove. Diana nata nel 1 499 da Giovanni di Poi- tiers signore di Saint-Vallier , era stata collocata mollo giovane presso la conles- sa d'Angouléme madre di Francesco I, ed in seguito era entrata al servizio del- la regina Claudia in qualità di damigella d'onore. Il suo credito e la sua bellezza salvarono la vita a suo padre, di cui ella VAL elidine In grazia al momento che aiuta- va ad essere decapitalo per aver seguilo il partito del contestabile di Borbone; ma non potè guarirlo dalle triste impressio- ni che l'orror della morte gli avea cau- sato altaiche intese la sua sentenza. Esse furono tali che in una notte gli s'imbian- carono i capelli , e fu colto di febbre sì "violenta che non lo lasciò per tutto il re- sto de' suoi giorni. Da ciò venne il pro- verbio della febbre di Saint-Fallier.k' 29 luglio 1 53 1 Diana rimase vedova di Luigi di Brez conte di Maulevrier , che avea sposalo nel i5i4- Cinque anni do- po, Enrico,allora delfino, in eia di 1 8 an- ni, divenne perduta meli le innamoralo di Diana, che ne avea 37, e che alle grazie e freschezza della gioventù, conservale fi- no ad un' età molto avanzata, univa doli di spirito corrispondenti a quelle della sua figura. Ella amò e protesse i lettera- ti. Gli ugonotti furono i soli ch'ebbero a lagnarsi di lei; per conseguenza non la ri- spettarono ne'loro scritti. Dopo l'infau- sta morte di Enrico li, accaduta a' 1 o lu- glio i55g, ella si ritirò nella terra d'A net, dove morì a'2.6 aprile 1 566, lasciando del suo matrimonio con Luigi di Brez due figlie, di cui la primogenita Francesca sposò Roberto della Marca duca di Bu- glione, e l'altra Luigia si maritò a Clau- dio di Lorena duca d'Aumale. Il ducalo di Valentinois, dopo la morte di Diana, fu di nuovo riunito al dominio della co- rona di Francia. Nel precedente articolo non solamente, come già arcivescovo di Valenza, ragionai di Cesare, ma ricordai i principali de'molti luoghi in cui parlai del medesimo, avendo ragionato ezian- dio di sua famosa Spada (^.), che pos- siede il duca di Sermoneta, come nar- rai descrivendo le notizie di quella cit- tà nelP articolo Velletri. Per la sua morte il ducato del Valentinese tornò al- la Francia, ed il re Francesco I vi fece fabbricare la cittadella. Quindi Valenza molto soiliì durante le guerre di religio- ne,da'sanguiua.ri e fanatici eretici ugonot- VAL 1" li. Quanto al Valentinese , divenne un piccolo paese formante uno de' più ric- chi appannaggi d'-alcou duca -e pari del regno. Luigi XI li dopo il 1641 1° ('0,ì° al principe di Monaco (/".)» sovrano dei- l'omonimo principato d'Italia, di cui ri- parlai nel voi. LX1, p. i43, cioè ad O- norato II Grimaldi, per essersi posto sot- to la prolezione della Francia per sot- trarsi dalle vessazioni degli spagnuoli. Lo ricevette dal re in piena proprietà per lui e suoi discendenti. Inoltre il ducato di Valentinois fu eretto in pariato diFran- cia con lettere patenti del maggio 1 64^, poscia dichiarato femminile con lettere de'26 gennaio i643. Questa donazione fu fatta perchè il re di Spagna Filippo IV confiscava o confiscar dovea ad Onorato li alcune sue terre nel regno di Napoli e nel ducato di Milano, allora domimi del- la monarchia spagnuola. A questo dono Luigi XIII aggiunse la baronia di Baux che eresse in marchesato, e queir altre signorie che registrai nel citalo articolo. Ivi pure dissi, che avendo Luigia Ippoli- ta Grimaldi, figlia maggiore di Antonio principe di Monaco, nipote d'Onorato II, preso nel 1 7 1 5 in isposo Goyon di Marti - gnon, che altri chiamanoFrancesco Leo- nor, gli portò in dote il ducato pari di Valentinois, e nel dicembre con lettere patenti fu ammesso per pari di Francia nel parlamento di Parigi, ove prestò giu- ramento neli7i6. Entrato dunque il du- cato di Valentinois nella casa del princi- pe di Monaco, il figlio primogenito tut- tora porta il titolo di duca di Valenti- nois, ed al presente lo è il principe eredi- tario di Monaco Carlo OnorioGrimaldi, grande di Spagna di i.a classe, nel 1846 maritato alla principessa Antonietta Ghi- slaine de' conti de Merode, da' quali nel 1848 nacque il principe Alberto Onorio Carlo. Accaduta la tenibile rivoluzione di Francia nelfiniredel secolo XVII ^deca- pitalo il virtuoso reLuigi XVI, proclama- ta la repubblica e abolito ogni culto dire- 16 VAL ligione, possenti armate francesi invasero l'Italia, e dopo i più enormi sagrifizi im- posti al Papa Pio VI, coll'armistizio ili Bologna e il trattato di Tolentino (V.), pe'quali dovette rinunziare anche all'oc- cupato stalo d' Avignone e del Venaissi- no, invasero quindi interamente lo Sta- to Pontifìcio e Roma, che democratizza- rono. I medesimi repubblicani francesi, dopo averlo spogliato di tutto e detroniz- zalo, duramente a' 20 febbraio 1798 Io condussero prigioniero in Toscana,c\oè prima in Siena, e poi nella Certosa di Firenze, óa dove affranto dal male, dal- l'età eda un complesso di tanle strazian- ti disgrazie, a' 17 marzo 1799 senza ri- guardo alcuno, d'ordine dell'irreligioso e iniquo direttorio di Parigi , fu stabilito che si strascinasse nel cuore della Fran- cia, per essere più sicuri di sua innocua e virtuosissima persona, contentandosi poi che rimanesse in Valenza nel Delfi- nato, ove santamente terminò i suoi gior- ni. Nella sua biografia, nell'articoloFRAN- ciA,ne'molleplici che vi hanno relazione, tutto quanto narrai , e altamente cele- brandolo, vale a dire quanto precedette, accompagnò e seguì il suo eroico sagrifi- cio, precipuamente col veridico e couteua- poraneo JXovaes, Storia di Pio FI; e con mg/Pietro Baldassari segretario del mae- stro di camera del Papa, che accompa- gnandolo a Valenza si trovò eziandio al- la sua edificante morte col suo padrone, e quindi pubblicò la pregievolissima ed e- sattissima Relazione delle avversità e pa- timenti del glorioso Papa Pio VI negli ultimi tre anni del suo pontificalo^ edi- zione seconda corretta e aumentata ,Mo- dena 1840. Nondimeno per questo arti- colo serbai quelle particolarità eh' era indispensabile qui narrare, massime del soggiorno fatto in Valenza, come promi- si , il che eseguirò principalmente cogli encomiati benemeriti storici, nel più in- teressante; dappoiché i particolari detta- gli, (pianto sono importanti nella Rela- zione, in questi miei cenni riuscirebbe- V AL ro prolissi. Il tirannico direttorio di Pari* gì, temendo gli eventi della guerra e la vicinanza al teatro di essa del Papa, sta bili di farlo tradurre nella badia di Molk presso Vienna d' Austria; ma rotta nuo- vamenteguerraa'tedeschi, divisò di man- dorlo in Sardegna, ed ivi farlo stabilire, colla mira d' ingrandire collo stalo della s. Sede quello del duca di Parma infan- te di Spagna, per piacere a quest'ultima potenza. Pensò pure d'inviarlo in Corsi- ca, perchè vi rimanesse obliato; finché a maggior sicurezza, e ad ulteriore strazio del venerando prigioniero, ottuagenario e infermo, ordinò che si trasportasse nel- l'interno della Francia, non curando le proleste de' medici che correva pericolo di perire nel viaggio. Varcate le orribili balze del Moncenis , tra gli eccessivi ri- gori della perpetua ueve,giuuse sulla fron- tiera di Francia, e Briancon fu lai.' cit- tà che l'accolse a'3o aprile 1799, ed ivi crudelmente gli furono strappati dal fian- co i prelati Spina arcivescovo di Corin- to e Maggiordomo, Caracciolo Maestro di camera, ambedue poi cardinali , Ma- rotti segretario e altri della Famiglia pontificia, cioè il cappellano Gio. Pio da Piacenza minore riformato e il Baipas- sai i. Quindi il direttorio vilmente risecò le spese del viaggio, lo stabilì a 1800 li- re,*da somrainislrarsi da'dipartiinenti pe' (piali doveva passare; ma il Papa vi sup- plì da per se, non permettendo loro tale aggravio. Per s. Crespi no, Ambrum, Savi- nes, Gap, Corps, La M tire, Vizille, giunse a Grenoble, ove Pio VI provò l'allettilo* so conforto d'essergli restituiti i nomina- li prelati e domestici; oltre di trovarvi il cav. Labrador deputato da Carlo IV re di Spagna di restare presso di lui , onde diminuire le pene di sua schiavitù , ed infalli cominciò il suo incarico con otte- nere la restituzione de' famigliari al Pa- pa, i quali però dovevano precederlo a Valenza. Piipreso il viaggio, perTullins, s. Marcellino e Romans arrivò a Valenza sul Rodano a'i4 luglio, ciltà che Dio a- VAL vea destinato per termine di sue sciagu- re, mirabilmente sostenute con longani- me e inalterabile pazienza, con tanta glo- ria sua e del pontificato. Allora il diret- torio decretò essere Pio VI prigioniero di stato, per fargli sempre più perdere la speranza di riacquistare colla libertà la sua sede e il suo trono. Nella cittadella di Valenza era un palazzo con giardino annesso, il quale avanti la rivoluzione a» veva servito per abitazione al regio gover- natore,, e questo fu scelto per albergarvi Pio VI. Mg.1 Spina andò a vederlo, e tro- vò che per ampiezza era bastante a tut- to il seguito del Papa, ma allatto manca- va di suppellettili. Saputosi ciò in Valen- za, alcune famiglie dell'antica nobiltà francese, e segnatamente la marchesa di VinSjSÌ esibirono d'im prestare de'loro mo- bili e masserizie; ed in sulle prime il ma- gistrato dell' amministrazione centrale della Dróme si oppose come offerte di aristocratici, finché stretto dalla necessi- tà lo permise a tutti. I buoni signori di Valenza fecero tosto a gara in mandare l'occorrente, ed in 48 ore furono del tut- to forniti gli appartamenti del Papa e suoi prelati, e le camere pel rimanente dell'as- sai numerosa comitiva , e con tanta ab- bondanza che si restituì il superfluo. La marchesa di Vins con gran diligenza vol- le interamente guarnire e adornare ie stanze del Papa, tranne un Crocefisso di legno bene scolpilo, ed un quadro di buon pennello, esprimente Y Ecce Homo. Il r.° lo die Cornier commissario del di- partimento, uomo retto e cortese, rispet- toso e religiosissimo,offrendosi ad ogni oc- casione per mitigare le sventure e le pene del Santo Padre, ma glielo impedì il ma- gistrato repubblicano del dipartimento, benché il direttorio di Parigi al Cornier avesse affidato la speciale cura di badare alle cose del Papa. La pittura, che fu col- locata nella stanza da letto, fu sommini- strata dalla madre di Championnet ge- neralissimo nell' occupazione di Napoli. Raccontai neluoghi ricordati, con quan- VAL 17 ta commovente divozione da per tutto fu venerato e onorato Pio VI dalle popola- zioni francesi, nelle città e luoghi di pas- saggio e di fermata, le festive e affettuo- se dimostrazioni, quasi universalmente acclamato nel chiedergli con fervore I' a- postolica benedizione, e gli ubertosi frut- ti che se ne ricavarono per le di verse con- versioni: fu un viaggio trionfale. Arriva- to Pio VI in Valenza, direttamente fu condotto nel palazzo della cittadella , e subito ne fu chiusa fa porta , acciocché niuno entrasse, ed a* cittadini ch'erano usciti ad incontrarlo, e l'ebbero poi nel- la loro città per un mese e mezzo, solo ne' momenti dell' arrivo fu dato di poter- lo sfuggevolmente vedere. Il magistrato dipartimentale con suo decreto dichiarò essere il già Papa prigioniere e in istato di arresto, perciò non potere uscir mai dal suo albergo, e che niuno senza sua li- cenza in iscritto potesse entrare nella cit- tadella e molto meno nel palazzo. Alla sua porta pose un corpo di guardie e più innanzi una sentinella. Anche nel giardi- no erano alquanti soldati, per impedire che il popolo si adunasse presso il muro della cittadella, e che i preti francesi, im- prigionati nel vicino carcere e antico con- vento di s. Francesco in odio alla fede , e per non aver voluto prestare ilgiuramen- to civico, salutassero o facessero gesti a' famigliari delPapa, a'quali mediante car- ta di sicurezza fri permesso uscire e ritor- nare nella cittadella a piacere: mg/Carac- ciolo per amore al Papa non sortì mai dal palazzo. La cappella di questo servì per celebrare alcune messe, ma conveni- va poi dare la chiave al severo e vessa- torio magistrato, che il buon Cornier de- luse con consigliare che si lasciasse aper- ta, senza chiuderne la serratura, ed id quanto potè fu sempre amorevole; tale pure si mostrò Boveron uno de'5 del ma- gistrato. Il Cornier provvide una como- da sèdia a bracci uòli con piccole ruote, sulla quale Pio VI respirava l'aria aper- ta nel giardino, non senza amarezza pef VOI,. LXZXVfri. i8 VAL l'inurbanità e irreligione di diversi sol- dati, che talvolta bai baiamente lo deri- devano e schernivano. Ed egli soliti va l'ingiurie con perfetta pazienza, e veniva rattemprata la pena di sidalti affronti, pel rispello col quale l'onoravano altri soldati. 11 comandante di piazza in di* verse ore del giorno aggiratasi pel pa- lazzo , per indagare se era osservato il prescritto dal magistrato. Questi ed i po- steriori rigori e la vigilanza colla quale fu guardato Pio VI, si vollero scusare pel mantenimento della pubblica tranquilli- tà, e per evitare turbolenze che suscitar poteva la vicinanza d'Avignone e del contado Venaissino, negli anni preceden- ti tolti dal dominio temporale di Pio VI e della s. Sede, e dove le genti di campa- gna sentendo vicino l'antico loro pater- no principe l'acclamavano e Io compian- gevano , scagliando improperi*! contro i suoi feroci persecutori. Il Novaes descri- ve quanto accuratamente si vegliava dal militare nella fortezza e suoi dintorni. Il Papa, poiché in Valenza si fu riposato un due giorni, slava mediocremente bene. Nella mattina avea mente svegliata e se- rena, diceva le sue ore canoniche, ascol- tava per l'ordinario due messe, e face- va lunghe e fervosc preghiere alla ss. Trinità; alla B. Vergiue, a s. Pietro, e avendone l' immagini dentro il bre- viario, le baciava con gran tenerezza. A- Tanti il desinare, di tanto in tanto si fa- ceva condurre nel giardino. Questo era come un terrazzo che dominava parte della città e il magnifico bacino del Ro- dano. Onde si dice che il Papa, la i .' vol- ta che fuvvi menalo, esclamasse: Oh che bella vista 1 1 suoi sonni consueti , dopo desinato , di giorno in giorno con pena si videro prolungare ; e svegliatosi, ordi- nariamente passava il rimanente del dì in silenzio, e non gradiva che gli si par- lasse di qualsiasi cosa. Nondimeno vo- leva nella sera alzarsi di letto, e co'suoi recitare il rosario. Gli abitanti di Valen- za eoo pi'qfcrle di soccorsi d' ogni sorla VAL moslrnrongli generosa sollecitudine d'ad- dolcire l'asprezza delle sue sventure. Pa- recchi ecclesiastici , non ostante la seve- rità de'custodi dell' augusto prigioniero, travestendosi bene, andarono sino a lui. Tuttaquanla la città era addolorata dal- le tribolazioni del Santo Padre, e vi si ve- deva regnare la taciturnità e la tristez- za. Poco dopo l'arrivo di Pio VI a Va- lenza, dal cav. Labrador e da mg.r Spi- na , al quale il Baldassari serviva come segretario , si cominciò con vicendevoli noie diplomatiche a trattare degl'indulti desiderati dal gabinetto di Madrid, di- retto dal marchese d'Urqijo gran neon- co del clero. Alcune domande, attesa la condizione de' tempi, erano ragionevoli, e si concessero. Altre poco discrete , si modificarono. Altre ledendo di troppo i sagri canoni e la disciplina della Chiesa, furono negate. 11 Labrador che avea li- cenza amplissima di visitare il Papa, vol- le tentare di parlargliene, ma n' ebbe in risposta: Tutti i monarchi del mou- do non valere a farlo operare contro la coscienza; per piacer agli uomini non voler offendere il Signore, a cui fra po- chi giorni dovea rendere rigorosissimo conio del suo operato. Perciò temendo rog.r Spina che il Labrador se ne partis- se, e così restare il Papa e i suoi nell'in- digenza, manifestò le sue apprensioni al Papa, il quale anziché turbarsene , co- raggiosamente rispose: *» Niuno s'inganni credendo, che noi vogliamo vender l'ani- ma nostra , per prolungarci d' alquanti giorni la vita. La provvidenza di Dio non mancherà mai di soccorrere chi in lei confida. Sopporteremo l'inopia, accette- remo la morte, ma non fi a mai che con- sentiamo a servirci indes trite tionem del- la podestà che Dio ci diede in aedi fica- tionem". Quest' esempio di fermezza a- postolica fu l'ultimo atto del lungo e glo- rioso pontificato di Pio VI , poiché indi a poco, cioè Dell'entrar d'agosto, gli ven- ne languore grandissimo e sonnolenza quasi continua, e nausea d'ogni cibo, sic- VAL che non poteva più ponderare né deci- dere affari. Con tultociò Labrador con- tinuò a dimorare in Valenza, e sommi- nistrò denari anche dopo la morte del Papa a 'suoi famigliari tanto nel tempo che restarono in Francia , che nel ritor- no loro in Italia. Dimorando il Papa in Toscana era stato largamente soccorso da alcuni personaggi ecclesiastici e seco- lari di Germania e de' Paesi Bassi, ma egli se ne servi pel mantenimento de* nunzi. Inoltre somministrarono grosse somme l'arcivescovo di Siviglia Despuig e 1' arcivescovo di Valenza Ximenez, ed il governo spagnuolo a mezzo del cardi- nal Lorenzana regolò tali somministra- zioni con inviare 2000 scudi il mese, ol- tre il provvedere di tutto che faceva il cardinale la persona del Papa, e dava somme a mg.r Caracciolo per le spese straordinarie, ed ancora ne mandava a' cardinali. Vi fu persona che die 6000 scudi per 6 camicie pel Papa. Narra No- vaes, che Pio VI rispondeva al cav. La- brador ed a mg.r jVIarotti, che nelle sue tribolazioni procuravano consolarlo, fa- cendogli riflettere, che il suo esilio, le sue sofferenze e la sua rassegnazione, forma- vano l'epoca più. gloriosa del suo pontifi- cato, e confondeva i suoi nemici. «Tutto- ciò sarà vero : ma quello che mi affligge all'estremo, si è il vedere qua e là disper- si e perseguitati i cardinali, i ministri del- l'altare ... Cosa sarà mai della mia pove- ra Roma, che ho tanto amata; cosa sarà del mio caro popolo; cosa sarà mai del- la Chiesa di Dio, la Chiesa che debbo la- sciare cosi sconvolta e agitata? '' In tut- te le provincie d'Europa non si parlava che di Pio VI e de'suoi oppressori, i qua- li non avevano altro in mira che d'avvi- lire il culto cattolico nella persona del suo capo, e degradarlo colle loro incessanti persecuzioni. Giammai però il Vicario di Cristo comparve sì grande sul trono me- desimo del Valicano, circondato da tut- to il suo maggior splendore; onde a ra- gione si confessava, che isuoi nemici non VAL 19 l'aveano fatto trasportare in Francia, che per incoraggiare e animare colla di lui presenza i sentimenti di religione , che sembrava andassero a illanguidire nel cuore di molti. La comparsa del roma- no Pontefice in Francia fu una successio- ne di trionfi, tanto pel suo augusto ca- rattere e sublime dignità, benché dalla forza tirannica oppressa, quanto ancora per la religione medesima, e nel tempo stesso un attestalo perpetuo della vergo- gna e dell'impoteuza della filosofia irre- ligiosa e tiranna. Intanto a' 22 luglio il direttorio di Parigi inviò al commissario Cornier l'ordine, che il già Papa come un ostaggio si trasfeiisse a Dijon, senza fermarsi a Lione, come rea di troppo at- taccamento all'altare e al trono, e che il viaggio fosse a di lui proprie spesel Giun- to il decreto a Cornier intorno al finir di luglio , ne avvertì i famigliari del Pa- pa, ma al magistrato lo tacque per al- quanti giorni. Pio VI avea peggiorato nella sua infermità', e l'accreditato me- dico di Valenza Bartolomeo Blein, che lo cura va, prognosticava assai sinistramente, per cui si conobbe anche dal magistrato dover protrarre la partenza, finché l'in- fermo migliorasse. Questo avvenne du- rante la novena per l'Assunzione, e nel dì della festa il Papa ascoltò due messe e ricevè la comunione da mg/ Spina. In- di questo prelato gli manifestò il decreta- to dal direttorio, e Pio VI virtuosamente rispose : » Sarà quello che Dio vorrà. Ve- ramente speravamo che ci concedereb- bero di starci qui quietamente a morire. Ma sia pur falla ancora in questo la vo- lontà di Dio". Leggo nel Novaes, che i custodi del Papa,vedendolo alquanto sol- levato, a' i3 agosto lo pregarono a farsi vedere alla gran quantità del popolo, che adunatosi intorno alla cittadella prorom- peva in minacce contro i suoi oppressori, se continuassero a privarlo dell'amala vi- sta del Vicario di Cristo. Onde Pio VI si fece portare a braccia sino al balcone di sua abitazione, e vestito colle divise di 20 VAL sua dignità, die non lascio mai , se non negli ultimi istanti di stia vita, affaccian- dosi rivolto al popolo Valentino, con vo- ce sonora esclamò : Ecce Homo , e gli compartì la sua apostolica benedizione. Mentre conveniva disporsi alla partenza, a* 16 agosto il Papa fu trovato langui- dissimo, ottenebrato nella mente e nau- sea ti ssimo con a^t,e notizie. A' 3o gennaio 1800 il corpo di Pio VI dalla cittadella fu portato al cimile rio comune, e quivi sotterrato. Neppure vi fu posto segno al- cuno sul sepolcro , per cui natavi sopra dipoi dell' erba , non più si distingueva il sito preciso ove giaceva. Ed allora mg.r Spina si recò dal sagro collegio in Ita- lia: la sua biografia va tenuta presente, poiché si rannoda con quanto vado in breve narrando; ma pochi argenti polè condurre seco, impadronendosene la re- pubblica francese, quali proprietà del pa- pato 1 Elello Pio VII, raccontai nella bio- grafia del predecessore, che a mezzo di mg.r Spina inviato a Parigi per trattare il celebre Concordato, il quale fu concluso VAL nel 1 80 t , in nome del Papa domandò a Napoleone il corpo e i precordi di Pio VI, e l'ottenne. Di conseguenza, nella not- te de'^3 al 24 dicembre fu disotlerrala la cassa morluaria e il vaso de'precordi, e consegnali al prelato (ch'ebbe nel viag- gio a compagno il p. Carlo Caselli ser- vita e poi cardinale, secondo Cancellieri, anch' egli essendo stalo inviato a Parigi pel concordato) a' io gennaio 1802, il qua- le su carro funebre li condusse seco, tra la generale divozione de' popoli. Narrai pure il solennissimo ingresso in Roma degli avanzi mortali di Pio VI, i magni- fici funerali celebrati in s. Pietro da Pio VII, praesenti cadavere, con Orazione funebre j la tumulazione in quel sontuoso tempio , di che anco nel voi. LX1 V > p. Ii4, dopo la ricognizione del cadavere. Questo fu trovato intero, ma contraffatto nel volto. Agli obiti onde il cadavere era stato vestito in Valenza, furono sovrap- posti gl'indumenti pontificali.E mg.rLan- te tesoriere generale mise nella cassa una borsa , che conteneva le monete coniate nel pontificato del defunto. Indi chiusa nuovamente la cassa co' soliti sigilli , vi si aggiunse sopra una piastra di piombo con questa iscrizione. Pius VI, P. M. - A Valentia a pud Rhodanum - Adbasi* licarn s. Petri- Solemniler trans latus - Die xvii februari mdcccii. A suo tem- po la cassa fu posta presso il sepolcro di s. Pietro, innanzi alla cui confessione e- levasi il già ricordato monumento; e sic- come l'iscrizione l'avea indicata lo stesso Papa,ecolNovaes' la ri portai nel voi. XII, p. 3o 1 , qui riproduco la scolpita. Pius VI Braschius Caesenas Orate prò eo. Tut- tavolta apprendo da Cancellieri, che l'i- scrizione fatta da Pio VI fu posta sul luo- go ove giace la cassa morluaria; mentre quella qui riferita è scolpita nel zoccolo che serve di base alla di lui statua colos- sale summentovata. Dice lo stesso Cancel- lieri che il vaso de'precordi dovevasi por- tare con quelli degli altri Papi nella chiesa de'ss. Vincenzo e Anastasio, ora de'A//«/- VAL stri ifrgV Infermi (F.). Tale vaso ilei suo cuore e delle sue viscere instantemente lo domandò a Pio VII il governo francese, per la cillàdi Valenza, e con sommo impe- gno il vescovo Recherei, e l'ottennero; per cui nella biografia di Pio VI narrai pure ia pompa colla quale i precordi, per cu- ra dello Spina divenuto cardinale , si ri- portarono a Valenza, accogliendoli i Va- lentin» con divoto giubilo a* 29 marzo i8o3, e collocandoli nella suddetta cat- tedrale. A compimento della narrativa, compendierò la relazione pubblicata dal Biddrtssari. Tale arrivo fu annunziato col snono d'un'ota delle carapaue. 11 vescovo Recherei fece incontrare il convoglio fu- nebre da 3 deputati a Monteliiuar, ed i comandanti militari colle autorità civili l'acculsero all' estremità del borgo Saul- nières.La carrozza che portava il prezio- so deposito era coperta di velluto cher- misino, V accompagnavano i commissari di Roma e Tolone, e fu tenerissimo spet- tacolo la calca del popolo ivi concorso. JNel suo ingresso in Valenza suonarono tutte le campane delle chiese,al rimbom- bo del cannone. La pompasi componeva, degli uiìi/.iali di tutte l'amministrazioni, di 3oo damigelle vestite di bianco con cintura nera , di molle dame e cittadini in abito nero, delle autorità giudiziarie e civili, degli avoués, degl'ingegneri, del magistrato comunale, della prefettura e degli udì zi ah militari. Questa comitiva venne dalla strada maestra sino alla por- ta s. Felice, poi per la via medesima sino alla piazza dell'Erbe, iudi per la piazza della Libertà pervenne alla cattedrale per la porta maggiore, ov'era il vescovo in abiti pontificali e 49 ecclesiastici con paramenti neri e paonazzi. L' urna con- tenente i precordi di Pio VI, posta sopra una barella parata di nero, venne porta* ta nel vestibolo in cui stavano i detti ec- clesiastici. 11 vescovo ne fece la ricognizio- ne con alto notarile, indi alla presenza de' commissari di Roma e Tolone, delle au- torità e della moltitudine, disse lesegueu- V AL 23 ti parole, n Ragguardevoli deputati. I francesi, ma specialmente i valentiui, vi- dero mal volontieri la traslazione della spoglia mortale di Pio VI , della quale voi adesso ci riportate una porzione. E- gliuo si consolauo per questo ritorno, del quale debbono essere grati alla bontà del Santo Padre, alle cure del cardinal Spi- na, ed al favore speciale del governo fran- cese, che ne fece domanda mediante il suo ministro residente in Roma. Se voi tornate alla metropoli del mondo cristia- no, direte al Sommo Pontelìce,che la re- ligione cattolica e apostolica romana ri- nasce in Francia sotto felicissimi auspicii. Questo concorso di fedeli che voi vedete, annunzia in modo autentico ii loro affet- to alla religioue de' uoslri padri e alla memoria di Pio VI ". 11 cittadino Rubi- na u, uno de' commissari di Tolone, im- provvisò una risposta, in cui fra le altre cose dichiarò. >* Onorati essendo di sì im- portante commissione, ci reputiamo feli- ci che intatto vi consegniamo il deposito a noi aflidato. Siamo stupiti di sì grati concorso di fedeli, il quale certamente de- ri va dal rispetto ch'essi portano all'obbiet- to che ci ha adunati, dalle vostre virtù, o mg.r vescovo, e dal buon esempio del vo- stro clero". Indi i canti lugubri, prescritti dal rito della diocesi, annunziarono l' in- gresso del cuore e viscere di Pio VI nella chiesa cattedrale. La maestà dell' edili- zio, il modo ond'era apparato, 3oo e più ceri accesi, la moltitudine de' fedeli che da 3 ore e più vi stavano congregati, ra- pivano T anima in modi tali , che si può sentirli, ma uon mai spiegarli. Giunta ia cassa nel coro, si posò sopra un mauso- leo costruito in buonissimo stile. Otto ur- ne funebri, fiammeggianti e frammesse a molti ceri accesi, insieme con questi face- vano risaltare l'eleganza del cenotafio. Le dame e damigelle di Valenza, con som- ma cura e divozione attesero ad orna- re tal monumento. Collocate a' loro po- sti l'autorità costituite, si cantò il vespero de' morti, e poi si fecero le 5 assoluzioni, 24 VAL ed in ultimo si commise di custodire il deposito a due ecclesiastici in cotta ed a due laici, i quali passarono la notte in preghiere. Nel dì seguente all'ore 9, mg.r vescovo si condusse col clero in coro a cantare 1' uffizio de' morti, e alle ore 1 o coll'intervento dell'autorità costituite in abito formale, e di grandissimo concorso de'fedeli, si celebrò la messa solenne. Do- po il Vangelo il prete francese Dufau For- tis deputato e commissario, chein Civita- vecchia da'prelati Vaticani ricevè in con- segna i precordi, stando a pie dell'altare recitò una parlata e la concluse con dire. «Fedeli di Valenza, il Santo Padre esau- dì i vostri voti. In tutti i luoghi pe' quali passammo, la vostra sorte era lodevol- mente invidiata. Questo sagro pegno del- l'amore che a voi porta il Sommo Ponte- fice, oh confermi ed assodi la vostra u- pione colla s. Sede, e conservi la pietà che voi mostrate oggi in modi così segnala» ti". Poi comparve in sulla cattedra di ve- rità il celebre oratore Mila vaux confiden- tissimo del vescovo, e recitò l'orazione fu- nebre di Pio VI, colla cui eloquenza ecci- tò in ogni cuore dolcissima commozione. Stabilì per principio , che qualsiasi uomo non è grande veramente, se non in quan- to è grande dinanzi a Dio. Poscia percor- rendo la vita del medesimo Pontefice, fe- ce bellissima e verissima applicazione del- l'accennato principio. Finita la messa so- lenne, e fatte di nuovo le 5 assoluzioni, il prezioso deposito fu trasferito processio- talmente nella cappella destinata per cu- stodia temporanea, ed ove fu posta una lampada ardente dì e notte,tìnchè il mau- soleo che do vea racchiuderlo fosse compi- to per collocarlo stabilmente nella stessa cattedrale, il governo francese avendolo commesso inRoma allo scultore Laboreur (onde onorai e questa vittima augusta del- la persecuzione religiosa, ed a servire di ri- parazione alle crudeltà esercitate contro il comune Padre de' fedeli, come osserva il J aulir et nelle sue Mcmoires). La cas*a fu coperta cou drappo di velluto violaceo, VAL avente nella parte superiore ricamata in oro la Croce, e nella parte anteriore il tri- regno. Ad onta della lunghezza della fun- zione e il gran concorso de'fedeli, perfet- ta fu la quiete. In questa occasione le da- me e damigelle ragguardevoli , a favore de'poveri fecero una questua, e versaro- no nella cassa di beneficenza la ricavata considerabile somma. 11 prefetto e le au- torità civili e militari gareggiarono uel- l'onorare i deputati e in ogni occorren- za. Quindi il Baldassari riproduce la re- lazione, come il cuore e le viscere di Pio VI furono riconosciute, e poi collocate con solenne funerale nel monumento che le racchiude, ed eccone il sunto. A' 19 ot- tobre 181 1 mg.' Recherei convocò nella cattedrale i canonici e que'della fabbrica di essa, significando loro di voler fare in- nalzare il monumento di marmo desti- nato dal governo imperiale a racchiude- re i precordi di Pio VI, e perciò doversi prima visitare la cassa che li conteneva e farne la ricognizione. Entrati nella cap- pella ove erano stali collocali, si trovaro- no intatti lai/ cassa; i due sigilli vescovili ei due della municipalità di Valenza; la 2." cassa di noce; la coperta della 3.a cas- sa co' sigilli del cardinal York arciprete Vaticano e due del capitolo Vaticano. Aperta la 4-* cassa, meglio vaso o urna di piombo, contenente il cuore e le visce- re di Pio VI, si trovò intatto il sigillo di mg/ Caracciolo suo maestro di camera. Indili vaso di piombo fu chiuso e risal- dato. Osservò P architetto Ricaud che lo spazio preparato nel monumento per ri- porvi il vaso di piombo non era suffi- ciente, perciò propose di collocarlo sotto del medesimo, e ci convennero il vescovo co' canonici ed i fabbriceri. Quindi a' 1 1 ottobre dello slesso 181 1 rag/ Becherel, invitali il capitolo e i fabbriceri Della cat- tedrale, sigillò col proprio sigillo in 5 di- versi luoghi il vaso de'pontilìcii precordi, ed alla loro presenza fu riposto nel luo- go determinato, faceudosi le consuete sa- gre ccremonie. Finalmente a'25 ottobre VAL si celebrò nella cattedrale di Valenia so- lenne funerale, per la dedicazione del monumento consagralo alla gloriosa me- moria del Sommo Pontefice Pio VI, ed a tale effetto nel coro si eresse decoroso catafalco ornato dell'insegne pontificali. Alle ore io tutte l'autorità citili, milita- ri e giudiziarie recaronsi nella cattedra- le, e siccome era stato invitato a presie- dere alla ceremonia il cardinal Spina, il vescovo accompagnalo dal capitolo e dal clero della città e contorni , ricevè alla porta della chiesa il cardinale, il quale assistito dallo stesso vescovo e da quello d' Avignone, celebrò pontificalmente la messa. 11 canonico Bisson segretario del vescovato di Valenza, recitò un discorso proprio della funzione. Immenso fu il concorso de' fedeli, tutti mostrandosi in- teneriti sommamente, per la commoven- te e patetica narrazione che delle virtù di Pio VI fece il facondo oratore. Il fu- nerale terminò colie 5 solenni assoluzio- ni prescritte dal pontificale, e suonarono tutte le campane delle chiese della città. Mg/ Becherel sul monumento fece scol- pire la seguente iscrizione. Sanata Pii VI redeunt Praecordia Gallisi Roma tenet Corpus j Nomenubique sonai. Va- Icnliae obiit, 29 Aug. art. 1 799. Le sup- pellettili ch'erano servite a Pio VI nel suo soggiorno nella cittadella, ed altri og- getti di suo uso furono riguardati e tenu- ti come memorie illustri e divole. Notai nel voi. LUI, p. 108, che mg/ Chatrous- se vescovo di Valenza, possedendo la pic- cola pisside che il Papa soleva portare colla ss. Eucaristia sospesa sul petto nel doloroso viaggio , la donò al Papa Pio IX (V.)t il quale ne fece lo slesso uso io quello memorabile di Gaeta, con parten- za segreta dalla sua sede, per non essere esposto a nuovi oltraggi de'decnagoghi e de'faziosi riuuilisi in Uoma. Il Giornale di Roma del 1 85 1 a p. 730, riporta la seguente notizia.» In un piccolo castello a mezz'ora di distanza da Valenza, tro- vasi attualmente un mobile di assai pie- V AL a5 Iosa memoria. E la sedia di appoggio, nella quale il 29 agosto 1799 spirò Pio VI d'immortale memoria (l'accurato e testimonio oculare mg/ Baldassari, co- me anche il Novaes, all'erma che morì sul letto, narrando. Dopo averci benedetti, distese e abbandono le braccia sul leu- to, e gli uscì dalla mano il Croce/isso j ed inginocchiati intorno al letto, dopo 5 minuti spirò. Bensì sulla sedia prese la comunione a'27,e volle sedervi la mat- tina del 28 , per cambiargli il letto in al- tro polito, ma non trovandosi pronto, a mezzodì convenne ricoricarlo nel suo let- to. La buona signora Bollami gli portò il suo, ma i medici nou vollero che si rimovesse il venerando infermo). Qual- che mese indietro fu venduto con lutto il castello del sig/ De Maccarlhy: iu esso trova vasi l'oggetto di cui abbiamo parlato. 11 sig/ ab. De Barjac canonico onorario della cattedrale di Valeuza vol- le ad ogni costo comprarlo, e l'ha collo- calo in una camera del suo castello di Monllosier. Si sa che il Sommo Ponte- fice prigioniero del direttorio nel palazzo detto del Governo, non trovò iu questq suo carcere alcun mobile. Le pietose da- me di Valenza riunironsi insieme, e ven- nero modestamente guarnite le camere e l'appartamento dell'illustre Poutefice. Al- la morte di Pio VI le autorità resero al- le dame di Sacy i mobili (la sedia a brac- cioli colle ruote, di cui parlai più sopra, la somministrò il Cornier; può darsi che l'avesse da tali dame), che avevan dato, fra' quali eravi la sopraddetta sedia, in cui Pio VI aveva passato gli ultimi gior- ni (questa proposizione è esatta). La fa- miglia del sig/ Maccarlhy l'ebbe in ere- dità dalle signore di Sacy, da cui I' ha il soprannominato ecclesiastico acquista- ta. Questo fatto mi ricorda una visita che feci negli appartamenti e nelle camere ove morì l'illustre Pontefice Pio VI. Dopo a- ver letto 1'importanli Memorie del car- dinal Pacca (questo insigne porporato dice in esse, che neh8i4 stando per tur- 26 VAL imre in Italia, aveva divisato di passare per Valenza, e visitai^ come santuario la camera in cui era morto Pio VI,ela chiesa in cui fu prima sepolto j ma come dissi, non fu sepolto in chiesa. Non che raccogliere notizie sugli ultimi avveni- menti di quel S. Pontefice; ma gli con- venne deporre questo suo desiderio affi- ne di raggiungere prestamente Pio VII), desiderava di vedere la città di Valenza e di visitare il palazzo ov'era stato prigio- ne il Vicario di Gesù Cristo. Un rispet- tabile vecchio, con cui avevo fatto cono- scenza dopo esser giuuto in quella città, appagò il mio desiderio,accompagnando- mi egli stesso, e mostrandomi la desiata cameruccia. La mia guida era in relazio- ne col medico del sig.r Labrador amba- sciatore di Spagna. Il sig.r Labrador ave-t va accompagnalo l'augusto prigioniero a Valenza, ed il suo medico curando pure il Papa, die agio al mio amico di pro- strarsi più volte a'piedi del Pontefice. A- •veva dunque io in conseguenza un eccel- lente Cicerone, e ben si comprende qua- li sentimenti dovessi provare. La mia sor- presa però fu grande, allorché invece di trovare una cappella, non vidi neppure un inginocchiatoio! " Mi giova sperare, che l'illustre Valenza, che ben a ragione vanta il soggiorno fattovi da Pio VI, e di possederne il cuore e le viscere, vi ripa- rerà; e sarà segno della gratitudine de' buoni cattolici, e degli ammiratori prin- cipalmente, presenti e futuri, di quel ma- gnanimo supremo Gerarca. Le quali mie sperauze le credo fondale e convalidale dal progrediente spirilo religioso che e- ininentemetile grandeggia in tutta la flo- ridissima Francia, e quale con affettuosa espansione d'animo riverente vado cele- brando all'opportunità; massimamente per l'operato del venerando Episcopato e del rispettabile clero francese, che ri- spleudouo iu gareggiare nella pietà, nel- la dotti ina e nel zelo mirabile; non che per tenersi strettamente uniti alla catte- dra di s. Pietro, e persiuo col ripristina- VAL re l'adozione della sua Liturgia^ del suo Uffizio divinof /^.J.Nuova invasione dello slato pontifìcio e nuovo imprigionamento del suo sovrano, dovevano fare rivedere a Valenza lo spettacolo d'un altro Papa deportato, Pio FU. Lo narrai alla sua biografia, rilevando che tra'suoi famiglia- ri enumera vasi per singoiar coincidenza quel Morelli i.° aiutante di camera, che ivi con tale uffizio era slato col predeces- sore. A' 6 luglio 1809 Pio VII fu arre- stato nel suo palazzo Quirinale, e da- gl' imperiali francesi condotto in Fran- cia. Racconta il suo benemerito storico Artaud , t. 2 , cap. 59 , che quanto più avvicinavasi alla Francia, tanto più l'en- tusiasmo aumentava. Lo dimostrò pre- cipuamente Grenoble nel finire di detto mese. Improvvisamente arrivò l'ordine di partire per Valenza. Ma il Papa giun- to in questa città , non ebbe la permis- sione di visitarvi il monumento innalza- to a Pio VI, per averle benignamente concesso i di lui precordi. Dovevasi di- rettamente da Valenza passare ad Avi- gnone, e convenne ubbidire; indi pel con- tado fienaissimo, per Aix. e Nizza fu con- dono a Savona (F.) , stabilita per luo- go di sua prigionia. La luce del Vangelo fu portata in Va- lenza da' ss. Felice prete, Fortunato ed achilleo diaconi (^.), per ordine di s. Ireueo vescovo di Lione e discepolo di s. Policarpo vescovo di Smirne, come si ha dagli A età Vitae et Martyrii ss. Fcli- cisf Fortunati et Achillei auctore coevoy in Vitis ss. 2 3 aprilis, presso i Collaudi- si. Eadem ex Mss. Trevi rensis s. Ma- ximinì, cimi Comment. praevio, et notis Godofredo Henschenio. Predicarono la fede cristiana in Valenza, ed ivi co' loro fervorosi discorsi avvalorati dalla costan- za de'molteplici miracoli, convertirono a Gesù Cristo gran numero ili idolatri. Es- sendo Cornelio giudice o magistrato di Valenza, per la persecuzione de' cristiani ordinata dall'imperatore Settimio Seve- ro, li fece imprigionare e quiudi marti- VAL rizzare nel 2 1 I ,che altri ritardano al 2 1 2. Leggo nel Cecconi, Dissertazione sulCo rìgine dell' Alleluja, che i ss. Felice, For- tunato ed Achilleo s' invigorirono a su- perare! tanti atroci supplizi del loro mar- tirio , col ripetere spesso il cantico del- Y Alleluja. Nel luogo ove furono sepolti veune eretta una cappella o chiesa. Di- poi le loro reliquie furono trasferite nel- la cattedrale di Valenza, la quale in se- guito ne die notabile porzione ad un si- gnore della casa diBoucicaut, che le de- pose nella chiesa de' religiosi della ss. Tri- nità. Ma quanto rimaneva in Valenza di questo prezioso deposito, fu abbrucialo e disperso dalla rabbia de'calvinisti ugo- notti sul declinar del XVI secolo. In que- sto che corre, poterono i valentini avere una piccola porzione delle reliquie collo- cate in Ailes, e le venerano con gran- dissima divozione nella cappella dell' o- spedale, e celebrano la festa di questi lo- ro santi tutelari a'23 aprile. Riferiscono Movaci e Cancellieri, che il cadavere di Pio VI fu deposta sotto la cappella del- la cittadella di Valenza, dov' erano stati già sepolti i ss. martiri Felice, Fortuuato ed Achilleo. La sede vescovile vi fu eretta nel IV secolo, e sino dal suo principio fu illustre, poiché nel medesimo nella città si cominciò a celebrarvi importantissimi concili!. Appartenne alla i .a provincia ec- clesiastica Vienna, e sino dal detto secolo fusuffraganea della metropoli di Vienna. Nel 1275 recandosi il b. Gregorio X in tale città, si ha dal summentovato p. Iionucci, che a'25 settembre col parere e consiglio de'cardinali, unì i due vicini vescovati di Valenza e di s. Diez (V.) nella Gallia Nar- bonese, stante il miserabile stato della 1 .*, e la vacanza d'ambedue le sedi avvenu- ta in tali giorni , siccome erasi proposto nel concilio generale di Lione li da lui celebrato, senza confusione de'loro dirit- ti. Ciò esegui colla bolla V alentinensem et Diensem Eeclesiasì che si legge nel- la Gallia Christiana. Dipoi i due ve- scovati furono nuovamente separali, uou VAL 27 da Sisto V, come scrivono alcuni, ma o da Innocenzo XI nel 1G87 come vuole Commaoville, o da Innocenzo XII nel 1692 secondochè alferuia Novaes, che aggiunge essere ambedue i vescovi con- ti delle loro città, ed avere di rendita, il vescovo di Valenza 16,000 lire, e 1 5,ooo quello di s. Diez. Veramente il vescovo di Valenza anticamente assu- meva il titolo di conte di Valenza e ne esercitava i diritti, tnn negli ultimi lem- pi non godeva più che il dominio utile. Si legge nella Gallia Christiana , t. 4>p- 1108: Valentinenses Episcopi et Corni- tcs. Dominatur autem Episcopio titillo Comitis Castronovo ad Isaram, Ale- xiano} Monti Generis t Auriolo3 M'ir- mandae, Bellimonti, et Subdioni irnpe- rahat nomine Principatus 3 sed distra- età est haec toparchia per Monliiciuni Episcopwn cimi facultate Sumnii Pon- tificis, ut con/lare tur pecunia RegiaCle- ro persolvenda. I vescovati di Valenza e di s. Diez restarono suffragatici di Vien- na sino al concordato del 1 80 1 , pel qua- le Pio VII avendo soppresso la dignità metropolitica di Vienna, dichiarò il ve- scovo di Valenza suffrasatieo dell'arci*©1 scovo di Lione; quindi col breve Novani de Galliarum dioecesibus , de' 24 set- tembre 182 1, Bull. Roni. cont.t. i5, p. 45 1, sottrasse la sede di Valenza dalla metropolitana di Lione , e I' assegnò a quella d'Avignone. Inoltre col breve No- strisApostolicis, dello stesso giorno e an- no, Bull, cit., p. 4^6: Extinctio juris me- tropolitici archicpiscopiLitgdunensiP- iqo,all'anno358$i chiamaEuiilia- no col nome di santo, e si dice che con s. Eusebio consagrò Marcellino. Si vuole che Emiliano fòsse presente al i.° conci- lio tenuto in Valenza nel 3y4- 1 Sani- martani pare che anticipino il suo ve- scovato. Indi trovasi s. Sisto martire. Era vescovo di Valenza nel 4°o Massimo !, contro il quale Papa s. Bonifacio I del 4iH, ad istanza del clero Valentino ema- nò sentenza di condanna, dopo aver da- to ad esaminare le accuse formate con- tro di lui a 7 vescovi della provincia. Fu trovato reo di parecchi delitti, e involuto nell'eresia de'mauichei. Circa 6o anni do- po fu commesso il governo della chie- sa di Valenza a s. Apollinare monaco di Lei ins, e ne fu consagrato vescovo circa il 460 o 4°*0' Subito impiegò le sue ze- lanti cure a riformare gli abusi che la vita sregolata dell'antecessore vi avea in- trodotti; male sue fatiche apostoliche fu- rono interrotte da di verse malattie, e quel- la che l'assalì verso il 5io fu lunga e pe- ricolosa. 11 pio suo ardore gli fruttò de' nemici e l'esilio, disgrazia ch'egli conver- tì nella maggior sua santificazione. Nel 5 1 7 interveuneal concilio d'Epaona, pre- sieduto da suo fratello s. Avito di Vienna, dopo essere tornato nella sua diocesi , e favorito da Dio del dono de' miracoli. A- veudo stretto amicizia con molti illustri vescovi delle Gallie, e massime con s. Ce- sano d'Ailes, vi fece un viaggio andando a Marsiglia. Si vuole morto verso il 52 5, e tumulato nella chiesa de'ss. Pietro ePao* lo posta ne'sobborghi di Valenza. Tra- sferito poi il corpo nella cattedrale, fu em- piamente bruciato dagli eretici ugonotti nel fìuir del secolo XVI. Gallo nel 549 fu al concilio d' Orleans. Il vescovo Mas- sino 11 nel 56j mandò al coucilio di Lio- VAL ne il suo diacono Astemio. Raguoaldo in- tervenne al concilio di Ma^on nel 58 1 , a quelli di Lione nel 583, di Valenza nel 584 e di Macon nel 585. Dopo Elefa I, fu vescovo Agilulfo o Aigulfodel 648; In- gildo si trovò al concilio di Chalons; Lu- picino sottoscrisse un documeuto di Car- lo Magno per le reliquie de'santi da quel- T imperatore date ad Aquisgrana. Suc- cessivamente governarono questa chiesa Salvio I, Antonio I, Elefa II, Valdo, Sai- vio II, Lamberto o Damberto, Ramber- to fratello di Bosone re d'Ailes, che in va- ri concilii sotto«crisse,neir859 a quello di Toul, nell'860 di Toussi, uell' 876 di Pontyon, nell* 879 di Mantala in cui fa dato il titolo di re a Bosone, e nell* 855 avea assistito a quello di sua sede Valen- za. In seguito si registrano i vescovi Dun- tra 11 no, Eilardo, Isacco I, Emetico, Ado, Brocardo, Arcimberto o Arcinibaldo, A- gildo o Aino, Roberto. Isacco li nell'887 fu al concilio di Chalons e nell'892 a quello di Vienna. Remegario I ricevè in dono dall'imperatore Lodovico IV Sa- xiacum, Adgentiolum , et Saonem vii- las comitatus Diensis, con diploma pres- so iSammartani. Dopo il 991 Umberto de'conti d'Albon. Nel io 1 1 fu eletto Re- megario Il , che nobilitò la cattedrale. Guigo o Wigo del ioi5 intervenne al sinodo di Anse nel io25o io32. Ponzio de'conti del Valentinois sedeva nel 1 037, indi nel 1 o4o intervenne a' 1 5 ottobre al- la solenne consagiazioue della clvesa di nuovo riedificata dis. Vittore di Marsi- glia, onorata dalia presenza del Papa Be- nedetto IX, recatosi io Provenza forse per le fazioni che desolavano Roma, e da qua- si tutti i prelati circonvicini; quindi nel 1047 sottoscrisse il testamento d' Ugone arcivescovo di Besancon. Gontardo del 1082 ricevè e ospitò il Papa Urbano II. Neil 1 1 1 era vescovo Eustachio e viveva nel 1 1 34, che in un documento di con- cessione è chiamato Episcopus et Comes Valenlinensis. Nel 1 146 s. Giovanni ci- stercense, discepolo di s. Bernardo e i .° VAL abbate di Bona Valle, chiaro per virtù:, santa vita e miracoli, onorato a' 5 otto- bre. Orilberto del i 148 permise a Gibor- no de Auriolo viro ìnclyto , aedificare castrimi in Episcopatu talentino. Ber- nardo del 11 54 intervenne a una dona- zione deil'abbadessadi s. Andrea di Vien- na. Oddo o Eude già decano della chiesa di Valenza, di nobile stirpe , virtuoso e lodato pastore, nel 1 i5? ricevè dall'im- peratore Federico I un diploma di dona- zioni con giurisdizione, cioè la signoria della città di Valenza in uno a'dii itti re- gali de' j 3 castelli de' diutorni. Nel 1 1 58 vendè per 200 marche d'argento l'isola Esparveria nel Rodano presso Valenza, all' abbate di s. Rufo d'Avignone, dalla quale città vi trasferì la canonica madre di sua congregazione , con approvazione d' Adriano IV già abbate generale della medesima. Dedit Bellumcastrum Epi- scopatui Valentino 11 78, et 11 85 ac- cìpit Monlemvcneris ac Bellimontemab Umberto de Montemvencris. Pr aeterea munificus f uh erga abbatiam Lioncellit quam redditibus ac praediis e gremio non tantum e athedr ali s Falcntinae,sed et ecclesiarum Burgi ac s. Felicis. Gli successe Falco o Falcone nel 1 1 89, nel qual anno ricev eìieCastr umbucum,B a l- franiy et omnia quae Noso et Eccone modici» amnibus continentur; morì nel 1 199. In questo gli fu sostituito il b. Um- berto de Mirabel priore certosino di Sel- va Benedetta. A suo tempo avvennero molti tumulti e guerre de'feudatari ri- belli; sed vir mirae probitatis, qui in so- litudine cartusiana m ilitaverat sub Chri- stij'ugOf prò sedis dominatione et j uri- bus propugnandis rebelles ad clienlclae obsequium strenue revocavit.Anno \ 2 o5 accipit a Philippo principe tabulasela- bus dal castra Episcopo, Urram videli- cel j Pelafollum, Copium, Augustidi- mini, mediani par lem Lpiani. Anno 1 209 eidem pr aesuli concedi tur carte- ris prohibilis probare aurum et argon- tutu Valenliae, In cartis Lioncelli re- VAL 29 censetur in pactis convenclioncm cura Falcntinis prò vectigali : et 1217 dal Drunstallium paglini Guigoni Turno- niodinastae potentissimo, et Charmium Basteto. Guntardum Cabeolensem api- bus et genere pollentem praelio supera- vi^ et ad obedientiam clicntclae compii- Ut. Morì il b. Umberto a'29 aprile 1220, com'è registralo nel Necrologio di s. Ru- fo. Nello stesso anno gli successe Geron- do o Giraldo primo abbate Molismense poi cliiniacense. Indi Guglielmo di Savoia primogenito del conte Tommaso 1 e per- ciò nipote del b. Umberto HI bealiiìca- to da Gregorio XVI , già monaco, che coll'armi dovette sostenere la sua auto- rità e dominio temporale. Nel 12 26 emit Episcopatui Augustam, Deuaiuarn, et partem Cristac a Silvione de Cris fa de- cano Valentino. Nel. 1229 parcit Fa- lentinìs rebellibus, quorum domus Con- frate ri ae eversa estjpsiquc prohibiti con- ventu omni ciani episcopo , ex sentenlia comitis Gcncvensis eie. Nel i23o mar- cas argentis quibus Valentiniab arbi- trariis judicibus damnati fuerant, mu- tantlibris Fiennensibus. Is vero propter fortitudìnem qu'am exhibuit ad defen- sionem jurium Ecclesiae, vocalus par- vus Alexander; nominatur electus Fa* lentinus , come si ha da una carta nel 1234- A ce e pit quoque rcvocationem fa- cilita ti s imponendi per dioecesim vedi- gal. an.\iZc)fi7ctae Guigoni Delfino, et Guillelmo Pictaviensi. Innocenzo III le- ce Guglielmo patriarca di Gerusalemme, amministratore del Patrimonio, e morto in Asisi nel 1236 fu trasferito il corpo in Altacomba nella Savoia. Gli fu surroga- to nel 124© il fratello b. Bonifacio di Sa- voia già certosino e superiore del mona- stero di Nantua, poscia vescovo di Bel- ley, indi consagrato in Lione da Innocen- zo IV in arcivescovo di Cantorbery nel 1 244? morto nel castello di s. Elena nel- la Savoia a'i 8 luglio 1270: per le sue vir- tù e santità di vita, Gregorio XVI ne confermò il cullo immemorabile e Io bea- 3o VAL tifico con altri reali di Savoia x\e\i 838, come narrai in tale articolo. Quali fos- sero le sue virtù e quale la sua dottrina, specialmente lo dimostra il modo con coi egli amministrò le sue cinese, degno suc- cessore nella Cantauriense a s. Edmondo. Libéralissimo verso i poveri, solertissimo nelT estirpazione degli errori , difensore gagliardo delle prerogative e libertà del- la Chiesa, si mostrò indefesso nel solleva- re i caduti, Dell'antivenire i misfatti, uni- camente intento alla difesa della fede di Cristo, alla cura del suo gregge, all' in- cremento della religione. Nel \il\5 gli successe il fratello Filippo di Savoia , e fatto arcivescovo di Lione ritenne l'am- ministrazione di Valenza, di più Innocen- zo IV lo dichiarò rettore di Romagna; intervenne nel 1248 al sinodo di Valen- za, ma per morte di Pietro suo fratello conte di Savoia nel 1 267 o nel 1 268, non essendo iniziato negli ordini sagri, rinun- ziò le dignità ecclesiastiche e col nome di Filippo I passò a regnare nella Savoia. Ne' comizi capitolari per l'elezione del nuovo pastore, furono nominali Bertran- do della casa di Poitiers vescovo d'Avi- gnone, e Guido de Montlor o Montelau- 10 canonico di Puy; ma Clemeute I V sen- tenziò a favore del i.° e lo traslocò aila sede Valentina, e morì nel 1274* Allora Guido ottenne il vescovato e fu confer- mato dal b. Gregorio X, ma nell'istesso anno morì in Tarascona. A' 22 gennaio 1275 morì anche il vescovo di s. Diez, Amedeo I de' couti di Ginevra. Essendo dunque vacanti le sedi, il b. Gregorio X le unì insieme, come già notai, ordinan- do che dovessero concorrere nell' elezio- ne del vescovo i suffragi de' due capito- li, e che s'intitolasse vescovo di Valenza e di s. Diez, per cui i Sammartani ne ri- portano la serie colle notizie in quella de* vescovi di Valenza, e soltanto i nomi in continuazione dell'altra, Dìensem Epi- scopi et Oomites, t. 2, p. 553. Il i.° ve- scovo di Valenza e s. Diez, il b. Grego- rio X lo creò in Vienna uel medesimo VAL 1275, nella persona di Amedeo de Rous* ki Ioli nobile del Delfina to, già abbate mo- naco saviniacense,per modestia ripugnan- te con lagrime. Chiaro per lodevoli ge- sta, morì in s. Diez a' 17 settembre 1282. Gli successe il suo consanguineo Giovan- ni 11 de'couti di Ginevra neli283, e ri- ceve l'omaggio de'feudatari delle due dio- cesi, morendo nel 1 297. Ne occupò la se- de il cugino Guglielmo de Roussilon, che molte belle cose operò nella pace e nella guerra , a vantaggio delle sue sedi , nel 1298 dividendo il collegio de'canonici di Valenza e di s. Diez, riuniti dallo zio Ame- deo; così concluse vantaggiose convenzio- ni per le sue chiese co'ceusuari delle me- desime, benemerito terminando di vive- re nel 1 33 1 . Ademaro de la Voute no- bilissimo di Anduse, canonico Valentino e diese, molte cose operò quanto a' be- ni delle due mense co' dipendenti. Nel 1 336 da Viviers vi fu traslato Enrico I de'signori di Villars, e pervenuto il Delfi- nato al figlio del re di Francia, per esso ricevè il giuramento da diversi feudatari. Nel 1 343 Pietrode Castroluce abbate clii- niacense, indi sepolto in Clùny. Nel 1 35?. Giovanni Jofeury o Jausceut o Gauscens; nel 1 354 Lodovico de Villars fratello del vescovo Enrico I; nel 1379 Guglielmo de la Voute nobile di Anduse, che fu tur- bato dV Ministri del delfiuo. Intanto in- sorto il grande scisma d'occidente, soste- nulo dall'antipapa Clemente VII de'cou- ti di Ginevra in Avignone, ne seguì l'ub- bidienza la Francia , ed in conseguenza Valenza e s. Diez. Fra gli anticardinali che il pseudo Clemente VII creò nel 1 383, vi comprese il nipote o cugino Amedeo de'marchesi di Saluzzó (V ,\ vescovo di Valenza e s. Diez, nello stesso anno, già canonico arciprete della chiesa metropo- litana di s. Giovanni di Lione , indi de- cano ei.a dignità di s. Maria di Bayeux, e per le ragioni di Beatrice de'couti di Ginevra sua madre era signore di Aulon iti Francia. Nel 1394 successo nell'anti- papalo Beuedctlo XIII, compì Amedeo VAL per lui un' onorifica legazione n Ferdi- nando I re d'Aragona, p meglio al prede- cessore Mai lino. Abbandonato poi il par- tito avignonese e Io scisma, si accostò al- l'ubbidienza romana, quindi si trovò nel famoso sinodo di Pisa nel 5409, dove fu riconosciuto per vero cardinale da Ales- sandro V. Neli4io divenne decano del- la cattedrale di Puy, e adunatosi il con- cilio di Costanza v'intervenne e molto in esso operò per V unione e la pace della Chiesa. La saviezza e la prudenza gli con- ciliarono la stima di tutti que' padri , a segno che iielf elezione del nuovo Papa ebbe 12 voli per la suprema dignità; ma prevalse l'esaltazione di Martino V, che inviò il cardinale in Francia, travagliata dalle civili discordie e dalie guerre stra- niere, per tentare di ristabilirvi la pace. Ma mentre tornava in Italia mori a' 28 giugno 1 4 *9- Fu dotto e amante delle lettere, e mentre stava in Costanza, si oc- cupò con altri prelati della lettura di di Dante, e volendolo far conoscere a due vescovi inglesi, fece calde istanze al rimi- nese fr. Giovanni da Serravalle vescovo di Fermo, perchè voltasse in prosa latina e quindi commentasse la Divina Com- media. A tale faticoso lavoro si accinse que! prelato, principiandolo il 1 ."febbraio 1 4 1 6 e compiendolo a* 1 6 febbraio 1 4 1 7 nella stessa Costanza, con lettera dedica- toria al cardinale ed a'due vescovi ingle- si, nella quale si scusa, attesa la brevità del tempo, d'essere stato costretto a far la traduzione meno elegaulemente, e si conserva mss. nella biblioteca Capponia- te, ora Vaticana. Avendo il cardinal di Saluzzo rinunziato le due sedi , fin dal 1 388 gli successe ne'vescovati Enrico li, il quale donò in parte Montilisio a Fran- cesco de Cossenatico, per 200 fiorini d'o- ro annui e la protezione di sua chiesa, come con altri e con altri luoghi avevano pie aticato i suoi predecessori, che si pon- uo leggere nella Gallia Christiana. Nel i3go Giovanni di Poitiers de signori di s. Valerio 0 di Saiut-Vallier, caro al i.° VAL 3i delfino di Francia Carlo, rettore del con- tado Venaissino per la Chiesa romana, al - la cui ubbidienza era tornata Valenza e la Francia ; e morto dopo lunghissimo vescovato neh 45 1, fu sepolto nella cat- tedrale. Essendosi già dimesso neh 44^» in questo gli successe Lodovico di Poitiers nipote suo, abbalcdi s. Rufo e RomaneU- se, preposto della cattedrale Valentina. Ebbe questioni co'rninistri del Delfinato, per avere alterato la moneta, e dalla cau- sa che fece fu deciso dal deputato del re l'arcivescovo di Reims: Nidlam jurisdi- clionem in ch'itale Valenti nensi compe- tere Regi. Nel 1 45o ricevè l'omaggio del delfino Lodovico e di altri feudatari, di- cit in comitatibus Valentiae et Ditte; idem r eri pi t ab e odem Ludovico i456, Pisancianum prò homagio, et consor- tium Comitatuum.quod .sex ante annis ei concesserat. Nel 1 468 Gerardo de'si- gnori di Crussol, sui judicibus consti tu- tiones in foro servandas ordinavi t. Nel 1472 Giacomo de' signori di Ratarnay, decano di Grenoble, caro a LodovicoXI, governò sino a' 12 aprile 1 47^- ^e' se~ guente anno Antonio de Balsac priore di s. Cassiano de'canonici di s. Rufo, ricevè nella clientela di sua chiesa diversi signo- ri. Neh 491 Giovanni de'signori d'Espi- nay, canonico tesoriere di Rennes, ab- bate d'Acquaviva, consigliere regioe pro- fessore di leggi , fu promulgalo nel col- legio de'canonici dal canonico decano di s. Diez: procedette contro gli eretici val- desi neh494> ed ammise all'omaggio al- cuni feudatari. Nel 1 5o3Gaspare deTour- non arcidiacono Valentino, restò eletto da' canonici in concorrenza d'Urbano de' si- gnori di Miolans, la controversia venen- do decisa dal primate di Vienna; non o- stanle Urbano si usurpò il titolo di vesco- vo, di che fu privato nel concilio di La- terano V nel i5i 5. Neh 52i fu latto am- ministratore di Valenza e di s. Diez il cardinal Giovanni di Lorena (F.) deca- no del sagro collegio* Neh 524 il cardi- nal Francesco Clermont(V.) legato d'A- 32 VAL vignone, e poi anch' esso decano del sa- grò collegio. Pei* sua cessione, nel 1 53 1 fu fatto vescovo Antonio de Vesc abbate di s. Afrodisio. Nel i53j Giacomo de Tournon fratello del vescovo Gaspare, traslato da Castres. Nel i553 Giovanni de'signori di Monluc, d'ingegno e facon- , presso la qual città morì a Du Mesnil nel «654, lodato e ze- lantissimo pastore. Eidcni consacrai Hi- storiam de rebus gestis Valcntinorwii ac Diensium Praesulum Joanneni Co- lumbus anno i652. Nel i654 fu eletto Daniele de'signori di Cosnao Episcopus Comes Valenti nus et Diac, regio consi- gliere e priore cluniaceuse , consagrato dall'arcivescovo di Bourges, indi delega- to coli' arcivescovo di Vienna a' comizi generali del clero in Parigi. Di lui e de' successori tratta la nuova edizione del- la Gallia Christiana. Separate le chiese di Valenza e di s. Diez, nel 1700 fu fat- to vescovo di Valenza Giovanni de Ca- lellandi Tolosa, d'una famiglia ragguar- devole nella toga, la quale die alla chiesa di Rieux un vescovo, e pubblicò; And- quités de l'Eglise de Valence, avec des reflexionsy sur ce qu ily a de plus re- marquable dans ecs antieprités, Valence 1724. L' egregio vescovo scrittore parla di sua illustre chiesa , come un tenero padre parlerebbe de' suoi figli. Da per tutto manifesta il più gran zelo per la con- servazione del deposito della fede; ila per tutto si mostra penetrato da quello spi- rito di pietà ch'era suo proprio. Morì ge- neralmente compianto dalla sua gregeia, al principio deli 725. Le Notizie di Ro- ma riportano i seguenti suoi successori. Nel 1726 a' 3i marzo Alessandro Milon di Parigi. Nel 1772 Fiacrio Francano de Grave, di Blaye diocesi di Bordeaux. Nel 1788 Gabriele Melchiorre de Mes- sey,di Binile diocesi di Langres. Neh 802 Francesco Recherei, della diocesi di Cou- tances. NeliSrg Maria Giuseppe Anto- nio Lorenzo Larivoire de la Tou rette,- VAL di Tours: nel suo vescovato Pio Vili col breve ExponiNobis ,de' 'i5 maggio 1 83o, Bull.Rom. cont. t.18, p. 106: Concessio indulgentiarum assequendarum ab eìst qui visitaverint ccclesiam monìalium Nativi talis Domini Nostri Jesn divisti ordìnis s, Augusiini dioecesis Valenti- nensis. Per sua morte, G regorio XVI nel concistoro de' 1 3 luglio 1840 preconizzò a vescovo successore Pietro Chatrousse, di Voiron diocesi di Grenoble, già par- roco di diverse chiese, vicario generale del proprio vescovo di Grenoble, pio, dot- to, probo e di tutta esperienza. Asuo tem- po, come riferisce il Giornale di Roma deli 852 a p. 522, a' 25 maggio in Va- lenza (ovvero nella vicina diocesi di Gre- noble) ebbe luogo la sagra ceremouia del gettito deliaci .a pietra nella chiesa della Salelte. La funzione riuscì magnifica, ad onta del cattivo tempo. Nel giorno in- nanzi una quantità di pellegrini erasi portata sulla piazza in cui avea avuto luo- go l'apparizione; ad un'ora del mattino vi avevano già avuto luogo 2000 comu- nioni, e i sacerdoti non bastavano all'af- fluenza de'fedeli; ma nel giorno lo spet- tacolo divenne ancor più imponente. Da ogni banda saliv ano lunghe file di pel- legrini che pareva uscissero dal fianco stes- so della montagna. Nulla di più grandio- so, religioso e pittorico delle processioni che si fecero, le quali precedute da' loro stendardi giungevano precorse dalla me- lodia de'divoti loro cantici. Si fece a scen- dere a più di 1 5,ooo il numero de' fore- stieri accorsi a quella sagra funzione. Il più vivo entusiasmo poi si manifestò nel- la moltitudine quando vide giungere mg.1 Filiberto de Bruillard vescovo di Greno- ble, che malgrado l'età non avea temu- to d'intraprendere il viaggio per assister- vi. Mg.r Chatrousse vescovo di Valenza celebrò la messa all'aria aperta sotto una tenda, e quindi fece l'inaugurazione del- la i.a pietra. Tutto fu fatto coll'ordine il pi ù perfetto, e la memoria di sì augusta ceremonia non uscirà mai di mente a voi. L1XXVIII. VAL 33 quanti vi assisterono. L'accennata appa- rizione è quella della ss. Vergine, avve- nuta nel 1846 sulla montagna della Sa- lette, della quale non poco si scrisse, on- de ricorderò i seguenti opuscoli. La ve- rilé sur Vévéncment de la Salette du ig septembre 1 846, 011 Rapport a mg.T VE- veque de Grenoble sur l'apparition de la Sainle Vierge ci deux petits bergers sur la montagne de la S 'alette , cantori de Corps (Tsere), par Vabbé Rousselot, chanoine, professeur au seminaire dio- césain de Grenoble , vicair general ho- noraire du diocese. Avec Vapprobatìon de mg.r VEvéque de Grenoble, Greno* ble 1848. La verità dell' avvenimento di La Salette del 19 settembre 1846. Rapporto a mg* Vescovo di Grenoble de* commissari incaricati di raccoglie- re e verificare i fatti comprovanti V ap- parizione della B. Vergine a due pa- storelli sulla montagna di La Salette. Pubblicata per cura delcav.AntOfiioRe, Milano 1 852 con figure.Lo stesso GYorrcrt- le di Roma del 1 853, a p. 794 e 8 1 8, ri- porta. A'6 di agosto il vescovo di Valen- za mg.r Chatrousse indirizzò a'fedeli della città e diocesi una lettera circolare per an- nunziare loro la solenne traslazione del corpo di s. Aria Eutichiana, che fino dal 1847 vi avea portato da Roma. Questa santa giovinetta romana , martirizzata per la fede di Gesù Cristo, fu trovata in Pvoma nel cimiterio di s. Priscilla presso la viaSalaria,a'28 aprile 1846. Il marmo che copriva il suo sepolcro, era stato po- sto dallo sposo ElioCrispino, e perciò col- la seguente iscrizione. Ariae Eutichiane- ti con- jugiBenemerentì feci t-Aelius Cri- spinus. La traslazione ebbe luogo a Va- lenza con grande pompa , secondo la se- guente narrazione del Courrier de la Dróme de' 3i agosto. Principiò la cere- monia colla messa solenne pontificata da mg/ Paolo Naudo arcivescovo d'Avigno- ne. I vescovi di Viviers, di Nimesedi Va- lenza vi assisterono col numeroso clero della città e de'din torni. La bella basilica 3 14 VAL romana di s. Apollinare in tale occasio- ne era stata ornata con ricchezza e gu- sto. Dopo la messa la processione per- corse la via dalla parte della chiesa di s. Giovanni, ove dal giorno precedente sul- l'altare maggiore stavano alla venerazio- ne de' fedeli esposte le preziose reliquie della s. Martire , in mezzo un numero straordinario di ceri e di vasi di fiori. In quel frattempo il prefetto di Valenza, il general Lafontde Villiers comandante la suddivisione militare, il [.'aiutante Va- cher funzionante pel maire, seguiti da' principali funzionari della città , tutti in grande costume, si recarono egualmente a questa chiesa, onde colla loro presenza concorrere allo splendore della di vota ce- i emonia. Alle ore io circa i primi sten- dardi entrarono nella chiesa di i. Gio- vanni, onde uscirne dalla porta laterale. Il tempio era pieno di popolo quanto mai, e la processione non fece che traversarlo. ]\Ig.r arcivescovo d'Avignone con mitra e pastorale, e gli altri 3 vescovi nomina- ti, soltanto in cappa, si collocarono nel co- ro, e dopo le consuete preghiere e alcu- ne parole fervorose sulla circostanza, det- te dal curato della parrocchia, la proces- sione s'avviò per la cattedrale a deposi- tarvi il s. Corpo. Dopo 3 mesi di penosa malattia , sopportala con grande rasse- gnazione, a' 16 maggio 1857 mg.r Cha- trousse vescovo di Valenza passò a vita migliore. Indi nel concistoro di Bologna de'3 agosto, il regnante Pio IX dichiarò suo successore l'odierno mg.'Gio. Ballista Paolo M.a Lyonnet , di s. Etienne arci- diocesi di Lione, trasferendolo dalla se- de di s. Flour, già rettore del piccolo se- minario di Lione, canonico e vicario ge- nerale di quella metropolitana earcidio- cesi, grave, dotto, prudente, d'ottimi co- stumi e pieno d'esperienza nelle cose ec- clesiastiche. Ogni' nuovo vescovo è tassa- lo ne' libri della camera apostolica in fio- rini 370. La diocesi si estende per circa 20 leghe di lunghezza e 20 di larghez- za, contenendo più luoghi. VAL Concilìì di Valenza. Il i.° fu tenuto a' 12 luglio 374, per far cessare alcune discordie insorte in Va- lenza. Vi assisterono circa 3o vescovi, di 22 de'quali compreso il diocesano ne ab- biamo i nomi: credesi che fossero la mag- gior parte della Gallia Narbonese, e che fosse questo come un concilio di tutte le Gallie. Vi fu proposto di rimediale a cer- ti disordini, i quali eransi introdotti nel- la Chiesa. Uno di questi abusi riguarda- va coloro, ch'erano stati bigami o ammo- gliali due volle, o che avendo sposato del- le vedove, erano sollevati allo stato ec- clesiastico. Il concilio dichiarò, che que- sto non è mai permesso, neppur (piando tali matrimoni fossero stati fatti avanti il battesimo; ma non depose quelli eh' era- no stali eletti in questa guisa, purché non avessero commesso qualche fallo, che li rendesse indegni del ministero. Il 2.0 ca- none non vuole che si accordi facilmente penitenza allegiovanijche dopo essersi con volo consagrate a Dio, erano passate vo- lontariamente allo stato del matrimonio. 11 3.° fondasi sul concilio Niceno, che ac- corda a quelli ch'erano caduti dopo il bat- tesimo nell' idolatria, e che si erano fatti ribattezzare, incesta lavalìone, la grazia di poter soddisfare alla Chiesa colla pe- nitenza canonica, ed estende la peniten- za degli apostati sino all'ultimo giorno della vita, laddove il concilio Niceno ac- corda loro la comunione dopo 12 anni di penitenza. Il 4-° canone è rimarcabile. Siccome tulli quelli, che hanno ricono- sciuto gli obblighi dello stato ecclesiasti- co, hanno sempre moltissimo appreso d' incaricarsi d' un fardello si pesante e sì pericoloso, così trovavansi allora delie personeche per evitarlo dichiaravansi fal- samente rei di qualche peccalo mortale, che gli escludeva secondo i canoni. Ora questo concilio prescrisse,chedebbasi cre- dere alle persone sulla loro parola, e sia- no esclusi dal vescovato, dal sacerdozio e dal diaconato, come rei del delitto onde accusavansi, 0 della bugia o della calun- VAL nia contro se stessi. II 2.0 concilio fu ce- lebrato nel 529 o nel 53o, i di cui «itti si sono perduti; però da un frammento citato nella vita di s. Cesario dal diacono Cipriano , scorgesi che vennero trattate le materie per la verità della grazia e del libero arbitrio, contro i semi-pelagiani, e che s. Cipriano vescovo di Tolone pro- vò coli' appoggio della s. Scrittura e de' Padri, che l'uomo non può far nulla nel- l'opera della sua salute se non vi è chia- mato da un a grazia di Dio preveniente. Il 3.° concilio fu teuuto nel 584 ° nel 585 nel regno di Goutrano re d'Arles e di Borgogna, e si compose di 17 vescovi, compreso Sapodo o Supando d' Arles che li presiedette. Questo concilio accordò al re e alle sue istanze la conferma delle do- nazioni fatte o da farsi a' luoghi santi e alle chiese, da lui, dalla regina Auslre- childe, e dalle due figlie ch'erano consa- grate a Dio, con proibizione sotto pena di scomunica, a' vescovi di detti luoghi ed a' re, di toccar nulla iti avvenire di sif- fatti beni. Il concilio intende per luoghi, le chiese di s. Marcello di Chalons e di s. Sinfronianod'Autun. 11 4. "concilio nel 589, fu relativamente a'beni della Chie- sa. 11 5.° si adunò l'8 gennaio 855, d'or- dine dell' imperatore Lotario I, coli' in- tervento di 14 vescovi delle 3 proviucie di Lione, Vienna e Arles, e vi si fecero 23 cauoni, de' quali i primi 6 sono dot- trinali. Questo concilio fu tenuto per oc- casione del vescovo di Valenza accusato di diversi delitti. I delti primi canoni con- tengono varie decisioni sulla grazia , sul libero arbitrio e sulla predestinazione; gli altri riguardano diversi punti di di- sciplina ecclesiastica. I vescovi inserirono nel 4-° canone una clausola per rigetta- re come inutili, nocevoli e contrari alla verità, i 4 articoli di Quercy, spiegando- si in una maniera poco favorevole a've- scovi di quel concilio dell' 853, ed i 19 altri con forza di Giovanni Scoto, impe- gnalo da Incmaro, contro la dottrina di Gottescalco, a scrivere su materie ch'e- VAL 35 gli non intendeva e perciò riprensibile. Il 6.° concilio dell'890, per ricevervi Lui- gi, figlio di Bosone, per re d'Arles. Il 7.0 nel 1 1 00 per esaminare le accuse e le do- glianze de'canonici d'Autun, controil lo- ro vescovo Nortgaudo o Nerigodo o Ne- rigaldo , incolpandolo d' esser asceso su quella sede per simonia, coll'aiuto d' U- go o Ugouo abbate di Flavigny, e di scia- lacquarne i beni. 1 cardinali Giovanni e Benedetto legati di Papa Pasquale II ci- tarono quel vescovo al concilio malgrado la protesta de'canonici, che dichiararono, non potersi tradurre fuori della loro pro- vincia, e ad onta dell'opposizione dell'ar- civescovo di Lione, il quale lagnavasi che i legati gli togliessero il giudizio d'un ve- scovo di sua provincia. L'affare siccome gravissimo, da'24 vescovi intervenuti di- scusso e agitato, ne fu rimessa la deci- sione al concilio di Poitiers, il quale e- gualmente venne presieduto da'cardinali Giovanni e Benedetto. Frattanto il vesco- vo fu dichiarato sospeso da tutte le fun- zioni vescovili e sacerdotali ; ma Ugo di Flavigny fu rimandato assolto alla sua badia. Nel concilio di Poiliers, convinto il vescovo d'Autun di simonia, fu depo- sto dal vescovato e dal sacerdozio. L'8.° concilio fu adunalo per la conservazione della fede, la pace e la libertà della Chie- sa, a'5 dicembre 1248, coll'intervento e presidenza del cardinal Pietro di Colle- mezzo e del cardinal Ugo di s. Caro le- gato della s. Sede per Inuocenzo IV, de- gli arcivescovi di Narbona, di Vienna, d'Arles, d'Aix e loro sufFraganei, esseu- do vescovi di Valenza Filippo di Savoia. Vi si pubblicarono 2 3 canoni per fare e- seguire gli antichi , rinnovandosi la sco- munica contro l' imperatore Federico II ed i suoi fautori e aderenti. Vi si dice, che quelli che non eseguiranno le senten- ze degl'inquisitori, saranno trattati come fautori di eretici. » Noi abbiamo inteso, che alcuni scomunicati fanno degli sta- tuti e de'decreti contro quelli che gli sco- municano, e che denunziano queste sco- 36 VAL numidi e. Noi ordiniamo, che quelli i qua- li avranno fatti tali statuti siano scomu- nicati per questo stesso motivo, e che si cessi dalL'uffizio divino dovunque si tro- veranno". Regia, t. 3, i3, 1 i, i(\. Lab- bé, t. 2, 5 , 8, 9, 1 1. Arduino, t. 1, 3, 5, 6, 7. VALENZA, Valentia o Balentia e per corruzione Colonia. Sede vescovile della Frigia Pacaziana, sotto la metro- poli di Laodicea, nella diocesi d'Asia. Eb- be a vescovi : Evagrio, che prese la dife- sa dell'eresiarca Nestorio contro il con- cilio generale d'Efeso del 43 1, e fu uno di quelli che pretendevano che Cirillo d'Alessandria non facesse l'apertura del concilio prima dell' arrivo di Giovanni d' Antiochia. Basilio, che sottoscrisse il concilio in Trullo nel 691. Pantaleone, che nel 786 assistette al VII concilio ge- nerale. Oriens chr. t. 1, p. 817. VALERI ANO (s.), martire. V. Mar- cello (s.), martire. VALERI ANO (s.), martire. V. Tibur- zio, Valeriano e Massimo (ss.). VALERIANOo VALERINO (s.), ve- scovo d' Auxerre. Fu il 3.° vescovo di quella chiesa, verso la metà del IV se- colo. Egli inspirò colle sue istruzioni il disprezzo del mondo a s. Amatro, e lo eccitò allo studio della s. Scrittura. Il suo nome si trova tra* vescovi delle Gallie che intervennero a' concilii di Colonia e di Sardica. Assistette cogli altri vescovi del- la provincia alla consagrazione di s. Eu- verto d' Orleans. Dopo avere retto per 3o anni la chiesa d'Auxerre, passò alla beata eternità, e fu sepolto sul monte A- tre. Il suo corpo fu poscia trasportato nella chiesa che dal VI secolo in poi por- ta il suo nome ; ed havvi pure una chie- sa a lui intitolata a Chàteaudun nella dio- cesi di Chartres, ove da molto tempo si custodisce una parte delle sue reliquie. La sua festa si celebra il 7 di maggio. VALERI CO (s.),abbate.Natonell'Al- vergna circa la metà del VI secolo, pas- sò l'infanzia custodendo le greggie di suo VAL padre. Allorché seppe leggere apprese il Salterio a memoria, e divenne sua più diletta occupazione il cantare in chiesa le lodi del Signore. Avendo deciso di con- sagrarsi al servigio di Dio, si presentò al monastero di Autumon 0 di Autoin pò- sto nel vicinato; ma suo padre impedì che vi fosse ricevuto. Raddoppiate però le sue istanze, ottenne d'esservi ammes- so. Egli mostrò tanto fervore, che veni- va proposto agli altri qual modello di perfezione. Ritirossi poscia nel monaste- ro di s. Germano d' Auxerre, dove se- guivasi una regola molto austera. La ri- putazione di santità che godevano i mo- naci di Luxeul gl'inspirò il desiderio di andare a vivere con essi, sapendo che s. Colombano, il quale li governava, era uno de' più grandi maestri nella vita spi- rituale. Rimase parecchi anni in questa comunità, e quando s. Colombano fu co- stretto allontanarsene per la persecuzio- ne suscitata contro di se, s. Valerico ri- mase nel monastero, e ne prese la difesa per quanto gli fu possibile. Durante il viaggio che s. Eustasio fece in Italia per indurre s. Colombano a ripassare in Francia, fu incaricato s. Valerico del go- verno dell'abbazia. Non guari dopo que- sto santo uscì del monastero con s.Wal- doleno per andare a fare delie missioni in diverse provincie. Quando furono nel- la Neustria chiesero al re Clotario II un luogo in cui potessero ritirarsi ; ed ei do- nò loro la terra di Leuconay, all'imboc- catura della Somma, nel Ponthieu, do- ve Berardo vescovo di Amiens permi- se loro di edificarsi una cappella con due celle. S. Valerico convertì moltissimi in- fedeli colle sue predicazioni e co'suoi e- sempi. Volendo parecchi de' suoi disce- poli vivere sotto la sua direzione, egli do- vette far fabbricare delle nuove celle. Consagrava all' orazione, alla lettura e al lavoro delle mani il tempo che non ispendeva nell'istruire il prossimo, e dava a'poveri ciò che ritraeva dalle sue fati- che. I suoi digiuni erano sì rigorosi che VAL talvolta passava alcuni dì di seguito sen- za prendere cibo alcuno; alcuni rami distesi per terra servivangli di letto. Mo- rì il 12 dicembre del 622, nel qual gior- no è onorato, non meno che al i.°d' a- prile. Nel luogo in cui era il suo romi- torio si edificò un monastero che prese il di lui nome, ed ivi pure formossi una città conosciuta sotto il suo Dome. Le sue reliquie furono successivamente portate in diversi luoghi, ma poscia si riposero nel monastero da lui intitolato, apparte- nente alla congregazione di s. Mauro. VALERIO (s.), 2.0 vescovo di Tre- veri. Mandato da Roma nelle Gallie sul finire del IH secolo, fu successore di s. Eucario sulla sede di Treveri. Mancano sicure notizie della sua vita, poiché gli atti di s. Valerio pubblicati da Erigerò abbate di Lobes nel 980, e da Goldsche- ro monaco di Treveri nel secolo XII, meritano poca fede. E però noto per l'an- tichità del culto che gli rende la Chiesa, ed è onorato in Treveri a' 29 gennaio, nel qual giorno è nominato nel- marti- rologio romano. VALERIO oVALlER Agostino, Car- dinale. Patrizio veneto, nacque a'7 apri- lei53o nella fortezza di Legnago, dove Bertuccio suo padre era magistrato della repubblica, nipote per parte di sorella del cardinal Navagero, di cui scrisse e pubblicò la vita, e potè molto profittare sotto la di lui egregia disciplina. Si gua- dagnò non solo la stima de'suoi condisce- poli, ma ancora quella de'precettori, per l'applicazione assidua allo studio, eccel- lente e straordinaria erudizione, non me- no che per le sue virtù, di zelo e carità pel prossimo, d'innocenza di costumi e fortezza di pudico animo, per cui ne'gio- vauili anni seppe trioufar colla fuga d'u- na rea donna che da'suoi amici era stata appositamente introdotta nella sua came- ra. Dopo aver sino dal i558 letto pub- blicamente in Venezia filosofia morale, fu promosso nel 1 565 da Pio IV alla chie- sa di Verona rinunziata dallo zio, a in- V A L 37 situazione specialmente di s. Carlo Bor- romeo, che ne conosceva il merito e il va- lore, e alle cui istanze più. volte predicò nella sua metropolitana di Milano. Go- dendo l'amicizia e la santa conversazio- ne di quell'arcivescovo, imitatore del suo verace zelo, oltre all'assistere in tempo di peste con indefessa cura e fervore gli ammalati e i moribondi, stabilì di cele- brare ogni anno il sinodo diocesano, am- maestrando in persona i parrochi nelle cose appartenenti alla cura e direzione dell'anime. Fu tanto alieno dall'interes- se, che non conobbe, ne mai maneggiò monete; laonde essendogli riferito che si sospettava della fedeltà del suo maestro di casa nell'azienda domestica, egli do- mandò quanto poteva costui appropriarsi in un anno, ed essendogli risposto un 5oo scudi, disse: E perchè non com- prerò per 5oo scudi la quiete dell'ani- mo? Fondò il seminario, per la quale pia opera poco mancò che non vi perdes- se la vita ; dappoiché vi fu chi non po- tendo soffrire che si erigesse quella nuo- va fabbrica, ebbe la temerità di colloca- re un'arme da fuoco ben carica sotto la sedia del trono episcopale, sul quale do- vea il vescovo ascoltare la predica ; e fu un prodigio 1' essersi scoperta l' iniqua trama dall' odore del miccio che nasco- sto vi ardeva, senza che il prelato mo- strasse risenti mento all'orribile attentato. Fondò spedali e altri luoghi pii, provvi- de all'onestà delle femmine, e ridusse gli ebrei sparsi per Verona in luogo chiuso e appartato. Nella città introdusse i ge- suiti, i minimi e i teatini. Nudrì tene- ra e costante divozione alla B. Vergine, onde nella chiesa di s. Anastasia di Ve- rona de'domenicani, fece a suo onore co- struire una nobile cappella al ss. Rosa- rio. Tale città, per gratitudine de'segna- l.i li benefizi ricevuti da lui,gf innalzò una statua di metallo. Informato Gregorio XIII del suo merito insigne, lo nominò visitatore apostolico di Vicenza, Padova, Venezia, e nelle provincie d'Istria e Dal- 38 VAL mazia per la riforma de'costumi, e per re- stituire all' aulico lustro l'ecclesiastica disciplina assai decaduta in quelle parli. La stessa autorità gli conferì sopra tutte le chiese del dominio veneto, onde in Ve- rona potè comporre le gravi discordie ec- citatesi fra'cittadini e il capitolodella cat- tedrale, pacificando insieme gli animi e- sacerbati. In ricompensa di queste e allre gloriose azioni, Gregorio XIII a'12 de- cembrei583 lo creò cardinale prete di s. Marco, in cui cinse il coro di ben lavo- rali sedili di noce, l'abbellì di pitture, e vi lasciò chiari monumenti di sua pietà ed ecclesiastica munificenza. Sopra la se- de del titolare, situala nel mezzo del co- ro, fece collocare l'immagine della Ma- donna, la quale volle pure che si pones- se dipinta sulla porta dell'abitazione con- tigua del cardinal titolare. Paolo V nel 1606 lo fece vescovo suburbica rio di Pa- lestrina, e chiamato a Roma fu ascritto al- la congregazione del s. offizio,ed a quella dell'indice, e fatto esaminatore de'vesco- vi. Riflettendo che co'gravi carichi ad- dossatigli dal Papa, nou poteva di per- sona prestare alla diocesi di Verona la dovuta assistenza, ottenne che gli fosse dato a coadiutore Alberto Valerio suo nipote, vescovo di Famagosta. Sebbene sgravalo della cura di Verona e inoltra- to negli anni,volle intraprenderne il viag- gio in lempo d'inverno per pacificare i nobili co'ciltadini, fra'quali eransi risve- gliate le sopile discordie. Questo cardi- nale fu assai dotto e perito nelle teologi- che e legali discipline, nelle lingue gre- ca, latina ed ebraica, e nella sagra elo- quenza, come lo dimostrano l'erudite sue opere, delle quali fece il lungo catalogo, olire il Torrigio, De Scriptoribus Car- dinalibus, il cardinal Quirini nella Por- pora e Tiara veneta. Come visse, morì santamente in lloma a*23 maggio 1606 di 77 anni non compiti, pel dolore dia - ver veduto l'interdello che Paolo Va vea fulminalo contro la sua repubblica. Usuo corpo trasferito a Verona fu sepolto nella VAL cattedrale col solo nome inciso sulla la- pide sepolcrale. Intervenne a 6 conclavi e fu assente da quello di Sisto V. Esal- tarono le opere e le virtù, di questo degno porporato, che lauto bene scrisse, Della dignità del Cardinalato , i cardinali Pa- leottoe Daronio, Spondano, Ghilini,San- dero, Vittorelli e altri : ne scrisse la vita Gio. Ventura veronese, presso Calogerà, Opuscoli, l. 25,p. 8 1 , e fu poi ristampata dal Valvasense in Venezia nel 1704. Il cardinal Benlivoglio nelle Memorie ne fece splendido elogio, descrivendolo ve- nerabile per presenza e costumi, candi- do di natura, pio e tutto ecclesiastico, si- mile a'santi vescovi che aveano illustralo l'antica chiesa, purgatissimo scrittore lati- no, e di grande erudizione in tutti i ge- neri, uno de' più celebri personaggi del suo secolo. VALERIO o VAL1ER Pietro, Car- dinale. Nipote del precedente e patrizio veneto, canonico di Padova, dopo esse- restato impiegato nel governo di s. Se- verina, Rifatto vescovo di Famagosta e poi arcivescovo di Candia, e per. riguar- do de'suoi personali meriti e di que'gra li- dissimi che si acquistò colla Chiesa uni- versale il celebre zio, Paolo V agli 1 1 gen- naio 162 1 lo creò cardinale prete di s. Sal- vatore in Lauro, dal qual titolo passò poi a quello di s. Marco,eneh62 3 da Gregorio XV fu fatto vescovo di Ceneda, chiesa che neh 625 cambiò con quella di Padova. Per la singoiar sua divozione verso la B. Ver- gine fondò a suo onore 3 sontuose cap- pelle, una in Verona dove istituì 9 cap- pelianie, altra nella chiesa di s. Maria delle Grazie, dell' isola presso Venezia, e la 3.a in Padova, nella qual città fondò altre cappellanie con reudite e ministri pel servigio e cullo delle medesime. Do- po esser intervenuto a' conclavi di Gre- gorio XV e Urbano Vili, lasciò questa mortai vila in Padova nel 1629, in re- putazione di singoiar probità e integrità di costumi, come rilevasi dall' iscrizione posta sotto il suo ritratto nella casa arci- VAL pretale della terra d'Abano. Fu sepolto in quella cattedrale, il cui capitolo Inscio erede di tutte le sue sostanze. Sotto il poi tico della chiesa di s. Marco, alla quale il cardinale donò la sua sagra suppellet- tile, e un considerabile legato al capitolo, fu posta aita sua memoria da esso una la* pide onorevole. VALESIANI. Eretici discepoli di Va- lesio filosofo d'Arabia, che comparve ver- so l'anuo 230. Era nell'errore di credere che la concupiscenza agiva sull'uomo con tanta violenza, che non poteva resister- le, nemmeno col soccorso della grazia ; e su questo falso principio insegnava che l'uomo non poteva essere salvato, se non era Eunuco (l .). Quindi i valesiani fa- cevano eunuchi, di consenso o per forza, non solamente quelli che abbracciavano la loro setta, ma anche gli stranieri che incontravano o che ricevevano presso di loro; e dopo l'operazione dell' evirazio- ne, consistente nella castrazione o taglio delle parti genitali, permettevano a' loro discepoli di mangiare ogni sorta di vi- vanderò che prima gli proibì vano. Pren- devano il nome di Gnostici o di Saggi e leggenti, a cagione della loro pretesa purezza. Ciò ha dato occasione di con- fonderli co'guostiei Carpocraziani, che avevano preso lo stesso nome, benché le loro massime fossero assai impure. I va- lesiani si sparsero nell'Arabia, e s. Epifa- nio è lo scrittore che li combatte più di tutti. Riferisce tutte le loro ragioni e ri- sponde a ciascuna in particolare. Anche s. Agostino li confutò; e Niceta, Tkes. Orth. Fidci, lib. 4> e. 3o. Osserva Can- cellieri, 77 Mercato, p. 204, che l'eresiar- ca Valesio si eunuco, come Origcne(F.)J e in condannato co' valesiani suoi imi- tatori. Tra le altre analoghe erudizio- ui, ricorda che Origene, pel sommo suo amore alla purità, avendo preso letteral- mente ciò che dice l'Evangelo, degli Eu- nuchi, che tali si sono fatti pel regno de* cieli, giunse all' eccesso di evirarsi, e a mettersi in procinto di recare incenso agii VAL 39 idoli, piuttosto che consentire che un em- pio etiope disfogasse la sua libidine sopra di lui. L' infame e obbrobriosa pedera- stia, Tabbominai e detestai anche neli.° de' ricordati articoli. VALFKÈ Sebastiano (beato). Nacque a'g marzo 1 629 in Verduno, diocesi d'Al- ba nel Piemonte, da'piissimi Gio. Batti- sta d'onorata e antica famiglia, ed Ar- gentina Manzona, che vivevano e sosten- tavano la numerosa prole lavorando la terra e coltivando que' pochi poderi, che avevano, colle lore mani medesime. Nel- 1' età puerile cominciò a dare indizi di quell'eroica virtù, alla quale è arrivato colmo di meriti e di anni. Avea un cuo- re tenerissimo verso i poveri, praticava somma astinenza dalla più tenera età, ed era ubbidiente senza ritardo a' geuitori. Cresciuto in età, fu mandato alla scuoia delle umane lettere in Alba e poi a Bra, dove diede segui di maturo giudizio, e di non ordinario progresso nelle lettere e nelle virtù. Conoscendo la divina voca- zione allo stalo ecclesiastico, vestì l'abito chiei icale, e dopo aver superale moltedif- ficollà,a'2i maggioi644 dal proprio ve- scovo fu promosso a' primi due ordini minori, e nell'anno seguente ricevè gli al- tri due. Obbligato dal nuovo stato a pro- muovere le sue applicazioni allo studio e alla pietà, per rendersi più capace stro- meulo della gloria di Dio e più utile o- peraio nella vigna di Gesù Cristo, si por- tò in Torino allo studio della filosofìa e della teologia. A'26 maggio i65i entrò uella congregazione dell'oratorio di To- rino (nel quale articolo in più luoghi ra- gionai del servo di Dio) recentemente fon- dala nel 1649. La nascente congregazio- ne non avendo fratelli laici, il fervente uovizio ad imitazione de'primi compagni del fondatore di tutta la congregazione s. Filippo Neri (Z7.), si addossò volentieri i ministeri più abbietti servendo alla cuci- na, alla porta, al refettorio, e ad ogni al- tro ullìzio il più basso e gravoso. Intan- to non tralasciando d'attendere agli sludi, 4o VAL dispostosi col maggiore raccoglimento al sacerdozio, lo stesso suo vescovo lo pro- mosse a'24 febbraio 1 652. Indi neliG5(> compì gli studi di teologia con plauso ti- ni versale della città, insignito della laurea dottorale. Il primo ufficio a lui aflìdalo fu quello di prefetto dell' oratorio, e Io so- stenne per 18 anni interrottamente, con ammirazione e frutto in tutti i concor- renti. Fu egli il i.° ad introdurre il siste- ma dell'oratorio stesso, che mise diligen- temente in pratica. Egli sostenne ezian- dio l'uffizio di preposilo della casa di To- rino per 20 anni, non però consecutivi. Le preghiere che faceva, le lagrime che versava al fine del triennio per non es- sere rieletto, riuscivano del tutto inutili, giustamente persuasi i padri, che la sua esemplarità e osservanza avrebbe dato spirito, indirizzo e norma a tutta la con- gregazione di Torino. Era effettivamen- te un perfetto ritratto di s. Filippo, che animava e reggeva i suoi figli. Ma la dol- cezza della carità, con cui regolava , non impediva che fosse a tempo e luogo in- trepido ed inflessibile. Voleva infatti, che le regole e l'osservanze dell'istituto si e- seguissero da' padri e da'fralelli con tut- ta l'integrità ed esattezza. Ne' casi dubbi della regola s'indirizzava n Pioma consul- tando i padri più illuminati e insigni di quella congregazione madre e modello di tutte le altre, e conforme alle risposte di- rigeva se stesso e l'istituto torinese. Quan- tunque fosse fornito di tutte le qualità ne- cessarie per un ottimo confessore, non- dimeno sul principio non ardi d'ingolfar- si in tal ministero, che pareva alla sua grande umiltà troppo arduo e difficile; ma temendo d'errare con pregiudizio del- l'anima propria e dell'altrui, l'esercitò a poco a poco, e si raccomandò all'orazio- ni di molli, e ne chiese consiglio. Persua- so poi ad esporsi a sentire le confessioni d'ogouno con più frequenza, fu così as- siduo, che dall'aurora fino all'ora della mensa rimaneva nel confessionale, impie- gando gl'intervalli liberi nella recito della VAL corona o nella lettura di qualche libro, il che osservandosi da un'apostata fu cagio- ne di sua conversione. Accorreva dovun- que era chiamato, senza far distinzione di persone, poiché abbracciava tulli con viscere di paterno amore, econ ogni soffe- renza dirozzando l'ignoranza, rischiaran- do i dubbi, animando i vergognosi, tran- quillando gli scrupolosi, tirava ogni sorla di peccatori nella via della salute egradata- mente alla virtù, ed alla perfezione. Alieno da umani rispetti, bramava sradicare il peccato e rimuoverne le prossime occasio- ni chiunque ne fosse il colpevole, mostran- do invincibile fermezza in negare la sagra- mentale assoluzione, quando il sagro mi- nistero lo esige. Di ol'avea dotato del dono di conoscere il segreto de'cuori,onde soven- te vedeva quanto i penitenti dimenticava- no 0 volevano tacere. Il duca di Savoia Vit- torio Amedeo 1 1 ,poi re diSardegna,l'elesse per suoconfessore,ma egli atterrito da tale incarico procurò di esimersene, e noti l'ac- cettò finalmente che con ripugnanza e do- po molte preghiere, e col consiglio de'pa- dri deputati. Il rea! principe sotto la sua direzione operò moltissime azioni di pietà e di beneficenza, che lo resero illustre ne' suoi domiuii e presso l'altre nazioni. An- che le reali principesse M.n Adelaide e M.a Luisa sue figlie vollero esserne penitenti, le quali per la direzione di lui divenne- ro specchi di virtù e di cristiana perfe- zione, onde deposto ogni fasto mondando, spesso comparivano nella chiesa della congregazioue e cou edificazione della città si confessavano dal beato nel suo pubblico confessionale. Divulgatisi i do- ni e le virtù di lui nel dirigere l'anime, concorrevano a'suoi piedi da tutte le par- ti persone d'ogni genere, grado e condi- zione. Così per Io spazio di tanti anni gua- dagnò a Dio anime senza numero, ed in mezzo all'apostolico ministero non dimen- ticava i saggi proponimenti, che si avea proposti uell' assumerne l' esercizio. Te- neva per prima di sue massime quella ohe per riuscir beue uell'impresa d'aiu- VAL tare l'anime, bisogna attendere seriamen- te alla propria perfezione, e questo sen- timento insinuava quanto poteva a' sa- cerdoti, che per commissione degli arci- vescovi approvava per le confessioni. At- tese al sagro ministero d'annunziare quo- tidianamente nella propria chiesa la di- vina parola, secondola consuetudine del- l'istituto, con tutte le virtù proprie degli uomini apostolici,non solo in detta chiesa, ma nell'altre ancora, ne'conservatorii, ne- gli" spedali, nelle carceri, negli oratori'), ove dopo aver istruita la gente rozza co' catechismi , d' ordinario faceva qualche discorso morale a lutti i congregati. E seb- bene dalle monache, da' direttori delle confraternite e da' superiori de' regolari fosse invitato a predicare, ed egli facen- dosi tutto a tutti vi andasse, tuttavia non sembrandogli appagato il suo zelo ed il bisogno dell'anime, or sermoneggiava nel- le pubbliche piazze, or andava nel distret- to della parrocchia di s. Eusebio e in al- tre cappelle campestri, e que' contadini l'udivauo quale angelo del paradiso. As- sunse quest' esercizio ne'primi anni, e noi lasciò mai sino alla morte, beuchè ottua- genario, e decorato degli uffizi d'esami- natore sinodale, consultore della s. inqui- sizione e confessore regio. 11 suo ragiona- re era semplice e schietto, appoggiato al- le divine Scritture e alle sentenze de' ss. Padri, adattandosi al bisogno e alla ca- pacità dell'uditorio cou un metodo facile e condotto da un retto raziocinio. La san- tità della vita dava forza e virtù alla sua voce, che riscaldata dal fuoco dell'amor divino ammolliva i cuori più duri e li in- fervorava alla pratica delle virtù ed all'o- dio del peccato con mirabili conversioni. Da certissimi fatti si desùme, che lo spi- rito di Dio realmente lo animava ne'suoi ragionamenti. L'esercizio nelle virtù teo- logali, nelle virtù morali fu tale che tro- vatesi in grado eroico gli meritarono l'o- nore degli altari. Non fu contento d'am- maestrare colla voce, ma aggiuuse altresì lo scritto, e per istruire i poverelli che VAL 4i vanno per la città die alla luce un libret" to di dottrina cristiana intitolato: Breve istruzione alle persone semplici. All'i- struzione de' carcerati prestò lo stesso uf- ficio stampando un volumetto che porta il titolo: Esercizi cristiani proposti a' car- cerali. Finalmente pe'soldati impiegò la stampa d' una profittevole operetta che intitolò: Modo di santificare la guerra. Egli fece pur gran bene nelle valli di Lucerna, molto popolale dagli eretici Valdesi. Essendosi già per opera sua assai ivi aumentalo il numero de'catto- lici, bisognava provvederli di nuovi pa- stori, fabbricare nuove chiese, e ristora- re o ingrandire l'antiche, e l'une e l'al- tre fornire di sagre suppellettili. Ne fu da- ta dal duca la commissione al beato, il quale volentieri l'eseguì con prontezza e diligenza. Si trattenne in quel paese 8 giorni, girando sempre per le valli epe* monti, animando i fedeli, predicando e distribuendo limosine. Ordinate nel tem- po stesso pubbliche preghiere, accrebbe la divozione alla B. Vergine, e lasciò dap- pertutto perenni memorie di sua fede e zelo. Nel suo ritorno die al monarca la notizia di quanto avea osservato , e fu pienamente provveduto a ogni cosa. Si assegnarono i sagri pastori, si ristoraro- no e si fabbricarono le chiese, fu protet- ta la religione cattolica contro 1* eretica pravità de'valdesi,ed in ogni luogo si spar- sero libri di catechismo cattolico, com'egli avea inculcato. Divolissimo di s. Filippo Neri, nell'aspetto (come si può vedere nel- la stia immagine) e nell'azioni appariva a lui del tutto somigliante, oude fu chia- mato il s. Filippo di Torino. Quando quell' apostolo moderno di Roma fu e- letto nel 1695 comprotettore di Torino, il beato si adoperò con sommo zelo per accrescere in tutti la fiducia e la divo- zione verso il santo. Un giorno che Vit- torio Amedeo li voleva in ogni modo no- minarlo all'arcivescovato diTorino,il bea- to gli disse." Pare a Vostra Altezza reale, che un pretazzuolo, i cui parenti zappa- 42 VAL i»o la terra, abbia da esser l'arcivescovo di questa sua metropoli ? " Per esentarsi dalla dignità fece anche venire da Verdu- no un suo fratello vestito come lavorava la campagna, e cosi lo presentò al sovra- no. Ma vedendo, che questi ingegnosi ar- tifizi, suggeritigli dalla sua umiltà, a nulla giovavano, si rivolse con più fervorose preghiere a Dio, e finalmente gli riuscì d'indurre il monarca a nominare un al- tro all'arcivescovato, onde ne rese solenni grazie alla divina bontà. Logorodagli an- ni e stendalo dalle continue fatiche, si ap- prossimò al fine de' suoi giorni e al con- seguimento della gloria del paradiso, a cui furono mai sempre rivolti tutti t suoi alfetti. Egli avendo passalo il tempo del- la sua vita tra gli spaventi de'divini giu- dizi, ei timori di sua eterna salvezza, tra le desolazioni e aridità di spirito, come si apprende da un prezioso niss. di sue memorie, inlento continuamente a pro- muovere la gloria di Dio, indefesso ne- gli esercizi dell'istituto e del santo mini- stero, giunse per mezzo delle sante sue tribolazioni e delle luminose sue virtù ad acquistare un totale distacco dal mondo e un'intima unione della sua metile e del suo cuore con Dio, come scrisse al car- dinal Colloredo filippino suo protettore camico. Avvicinandosi al termine del vi- ver suo si sgravò del carico di regio con- fessore, ma non gli riuscì di lasciar quello di preposilo di sua congregazione. Predis- se in diversi modi e in varie occasioni la sua morte, che fu cagionata da una vio- lenta costipazione, la quale derivò dalla sua carità e dall' esattezza sua singolare alla connine osservanza dell'istituto. 1 me- dici nel principio non crederono perico- loso il male, ma presto disperarono del- la guarigione. Non amando visite per vo- ler conservare l'intima sua unione con Dio, co'suoi più divoti^sbrigavasicon po- che parole, suggerendo loro qualche pio sentimento. Lo visitò Vittorio Amedeo li due volle, ne volle entrare nella sua ca- mera senza prima avere inteso s'era con- V A L lento di riceverlo. Avendo bisogno il beato di espettorare, il duca gli porse la sputacchiera, e gli nettò con un panno- lino le labbra; e siccome volevasi impe- dirglielo, disse il duca : Ancor io so fare qualche, volta V infermiere. Nel volergli sentire il polso , gli baciò la mano, rac- comandandosi con tutta la famiglia alle sue orazioni. Il venerabile vecchio, con- fuso a questi segni d'onore e di riveren- za del suo sovrano, gli disse: Aver sem- pre pregato per lui e reale famiglia, pro- mettendo far lo stesso dopo morto. Pe- rò gli raccomandò di sollevare i sudditi dalle miserie che pativano per le guerre, e a" intendersela sempre di stare unito col Vicario di Gesù Cristo, te vuole che Dio fé liei ti set la sua reale famiglia ed il suo stato. Rispose il duca: Sì, mio Pa- dre,sìj licenziandosi colle lagrime agli oc- chi. Il servo di Dio con tale esortazione, fece allusione alle vertenze che il prin- cipe avea colla s. Sede, che namai, come redi Sardegna^.). Durante la malat- tia volle più volte confessarsi, e la mat- tina de'27 gennaio 17 io si comunicò sa- giamentalujente, con fervorosi affetti di pietà , domandando perdono a Dio de' suoi [leccati, e a' padri della mala edifi- cazione, invitandoli a pregar per lui. Nel- la sera de'28, innanzi di ricever l'olio san- to, volle esser benedetto colla corona di s. Filippo, e premessele litanie della Ma- donna ed altre preci. Ad istanza de'padri e fratelli, li benedisse come preposito tene- ramente, raccomandando loro la pace, la carità, il buon nome della congregazio- ne, di cui era stalo pressoché il fondato- re. Con brevissima agonia, senza turba- mento, la mattina del 3o volò la sua bel- l'anima a ricever la corona dell'esimie sue virtù e il premio di tante apostoli- che fatiche, ili età ti' 8 1 anni meno 3<) giorni. Appena lo seppe il duca di Savoia, esclamò: Io ho perduto un grande ami- co, la congregazione un gran sostegno, e i poveri un gran protei torce padre. E- gualmeule ne fu dolente la corte e la cit- VAL là di Torino. Tutti accorsero in folli a baciar la mano ad un santo , dicendosi eli era morto un s. Filippo. Il suo corpo fu collocato in due casse sigillate iti più parli col sigillo arcivescovile, e tumulalo nel sotterraneo della propria chiesa, l'è' doni e grazie soprannaturali, di cui fu il- lustralo da Dio il b. Sebastiano Vaine in vita e dopo morte, pe' miracoli ope- rati da Dio a sua intercessione, fu intro- dotta la causa per la sua cauonizzazione da Pio VI ueli784; riconosciute le vir- tù in grado eroico e approvati due mi- racoli, Pio Vili neh 83o decretò potersi procedere alla solenne beatificazione, la quale neh 83 i decretò Gregorio XVI, e indi fece celebrare solennemente nella ba- silica Vaticana a' 3t agosto 1 834 » con quella decorosa pompa ecclesiastica de- scritta dal n.° 70 del Diario di Roma e dal supplemento al n.° 74- U p. Seme- ria prele della congregazione dell'orato- rio, nella Storia della chiesa metropoli- tana dì TorinOy a p. 387, descrive la fe- sta della beatificazione del veti. Sebastia- no Valfrè celebrata nella chiesa de'fìlip- pini a'2 giugno, premesso un soleune tri- duo, dopo essere stale riconosciute le os- sa del bealo dall'arcivescovo mg. r Frau- soni e collocate nell'altare. Abbiamo il Compendio della vita del beato Seba- stiano l'alfre della congregazione del- l'Oratorio di Torino^ Roma 1 833. Vita del beato Sebastiano Valfrè della con- gregazione dell' Oratorio di Torino ^de- dicata alla Santità di N. S. Papa Gre- gorio XVI, Roma 1 834. La fesla del b. Valfrè, Gregorio XVI la stabili a' 3o gennaio. VALLACCIIIA. V. Valacchia. VALLADOLID o VAGLIADOLID (Vallisoletan). Città con residenza ar- civescovile di Spagna nel regno di Leon, capoluogo della provincia del suo nome, distante 27 leghe da Burgos, 22 da Sa- lamanca e 37 da Madrid. E' situata in una gran pianura circondala da colline in parte calcaree e in parte gessose, sul VAL 43 finmicello Esgueva o Esqueva, clwe quivi si divide in due rami, i quali si varcano sopra parecchi ponticelli, e sulla sponda sinistra del Pisuerga o Pimerga, che la bagna versa il nord e 1' ovest, e si valica sopra un ponte di pietra ili 10 archi. Le proposizioni concistoriali la chiamano V allisoletum Castellae Veteris c'witas, in quanto che il regno di Leon fu unito a quello di Casliglia Vecchia , ma pro- priamente Valladolid è nel detto regno di Leon; l'ultima poi aggiunge: quatuor mille circiter continet domus, eamque octo familiarum milliafere inhabitant. E pur sede del capitano generale di 2.a classe, d'una grande cancelleria e tribu- nale di giustizia, d'una intendenza e del- l'altre autorità della provincia. E' gran- dissima avuto riguardo alla sua popo- lazione, ed ha una cinta murata aperta da 6 porte, e da due sobborghi, Overue- la e Cisterniga. Diverse sue vie sono di- ritte e larghe, ma in generale male insi- nuiate e poco pulite; la maggior parie delle case sono antiche e poco notabili per 1' architettura, ma ha v vi una quantità di case grandi chiamate palazzi, che an- nunziano l'antico splendore di questa cit- tà e oggi sono in buona parte abbando- nale; i re vi hanno anch'essi un palazzo di bella architettura, che spesso sono ob- bligati restaurare per impedire che toc- chi la sorte di quelli de' grandi di Ca- stiglia. Tranne alquante chiese e conven- ti, ben pochi altri edilìzi si trovano degni d'essere ricordati. Tra le pubbliche piaz- ze osservasi da un capo della città il Cam- po Grande e nel centro la piazza Mayor; quel i.° è regolare e di grande estensio- ne, cogli edilizi che lo circondano senza uniformità e di cattivo gusto; la piazza Mayor, quasi quadrata, è anch'essa gran- dissima ed ornata in tutte le sue faccie di case con 3 ordini di balconi e loggie, sostenuti da portici spaziosissimi portati da colonne e pilastri, e l'interno di que- sta piazza serve di mercato; quivi è si- tuato il palazzo civico, più notabile per 44 VAL la grandezza che non per la bellezza del- l'architettnua, e porta la data della fine del regno di Filippo IV. Vi sono 3 pub- blici passeggi, e quello fuor della città è il più frequentato. Vagliadolid gode d'un clima salubre, ma assai freddo e umido nell'inverno; manca nell'interno dell'ac- qua potabile, non essendovi che 3 fon- tane. L'antica cattedrale, ora maestosa metropolitana, era anticamente un'abba- zia di s. Benedetto, fondata nel i i 1 8; ven- ne secolarizzata nel 1^97 quando vi fu stabilito il vescovato. Questa metropoli- tana è un edilizio solido, ampio , di do- rica architettura, eretto da Filippo II, e sarebbe uno de'più bel li edilìzi della Spa- gna se fosse terminato. Si gloria del ti- tolo della B. Vergine Assunta in cielo, ha il baltislerio e la cura d' anime, e vi si venerano molte reliquie di santi. L'an- tico capitolo si componeva di 6 dignità, lai.1 delle quali era il decano, di 19 ca- nonici comprese le prebende del teologo e del penitenziere, de'quali 5 coll'intera prebenda e gli altri godenti la metà di essa, dimidii porlionariij non che di io cappellani, e di più sacerdoti e chierici addetti al servizio divino. Il presente ca- pi tolo,in conseguenza del concordato con- cluso tra il Papa Pio IX e la Spagna (F.) nel i85i, e della lettera apostolica Ad Vicariami de'9 settembre, si forma del- la 1 ." dignità del decano,delle dignità del- l'arciprete, dell'arcidiacono, del cantore e prefetto di scuola, e del tesoriere; di 4 canonici de officio, cioè magistrale, dot- torale, lettorale e penitenziale; di 24 ca- pitolari o canonici de grada, e di 20 be- neficiati per la divina ufliziatura. II pa- lazzo arcivescovile manca, ma già il go- verno regio ne ha ordinala la costruzione. Vi sono altre 14 chiese parrocchiali e mu- nite del s. fonte, in generale ben ornate ; una casa o convento di regolari, numerosi monasteri di religiose, 4 ospedali, diver- si sodalizi con oralorii, l'orfanotrofio va- stissimoe ottimo, il monte di pietà, e il seminario con alunni. Quanto all' 01 fa- VAL nolrofio ne fu fondatore il prete Alfonso de Guevara e altri chierici , e Clemente VII T col breve Esposcit Pasloralis ofjì- cii, de'i4 agosto 1592, Bull. Rom.X. 5, pai*. i,\).3j5:ScnTinariumPucllarum()r- phanarum Vallisolcti Palcntinae dioc- cesis, illiusque rest et bona quaecum- que jurisdictioni ordinarli, ac regimini adniinislratorum subjiciunliir. Innanzi l'ultime e deplorali politiche vicende, in Valladolid eranvi 41 conventi di religio- si e 2 1 di monache.lra'primi distinguen- dosi quelli de'domenicani, de'fraucescaui e degli agostiniani. Le lettere, le scienze eie arti, da lungo tempo coltivate e con buon successo in questa città , vi tengo- no alcuni belli stabilimenti. L'università, una delle più antiche del regno, vi attrae gran numero di studenti e produsse de' giureconsulti rinomati; l'accademia del- le belle arti è anch'essa molto frequen- tata. Vi si contano 8 collegi : quello di s. CruZjfondato dal cardinal Pietro Gondi- salvo de Mendoza, è uno de'6 principali del regno; magnifica n'è l'architettura, e la biblioteca contiene edizioni antiche e mss. preziosi. Mentre era il cardinale lito- lare della chiesa di s. Croce in Gerusa- lemme di Roma, in essa si trovò una par- te del Titolo della ss. Croce[F.), ivi rin- chiusa 1000 anni prima dall' imperatore Placido Valentiniano II; così in onore della ss. Croce, di cui era profondamente di voto, fondò il detto collegio e un ospe- dale in Toledo, di cui era arcivescovo, a- vendo io rilevalo nella biografia del car- dinale col Cardella,che tanto presso il collegio che presso 1' ospedale nasceva spontaneamente un'erba colla perfettis- sima figura della croce. Affermano con- cordemente gli storici, che essendo il car- dinal Mendoza gravemente infermo, si vi- de sopra la sua camera una splendida Croce, la quale non disparve finché il pio cardinale non rese l'anima a Dio, il che avvenne in Caracca nel i49^« nl Valla- dolid fiorirono 3 collegi per le missioni a - postoliche. 11 i.° si deve allo zelo del p. VAL Michele Vives eremitano ili s. Agostino, che fondò un collegio di missioni , con apostòlica e regia approvazione. I colle- giali erano destinali a predicare il Van- gelo agl'idolatri dell'isole Fdippine.Gl'in- glesi pure vi avevano un collegio sotto il titolo di s. Albano martire, fondalo nel 1 56g da Filippo II, e vi si ricevevano an- co gl'irlandesi. Ne fu data la cura •'gesui- ti, ed era stalo approvato da Clemente Vili col breve Cum nullum firnùusprae- sidiumtòe'3 novembre 1 592, Bull. Rom. t. 5, par. 1, p. 4 02. Avea ricche rendite, manteneva perciò molti alunni, i quali prestando il giuramento non si obbliga- vano a non entrare in qualche ordine re- ligioso. Sul principio della fondazione 20 alunni di questo collegio ritornando in Inghilterra vi subirono il martirio. De* cadde dal suo splendore questo pio sta- bilimento quando fu tolto a'gesuiti, e ne seguì un notabile danno. Dispiaceva che si continuasse a dirigere da' gesuiti , per- che gli alunni più. ingegnosi sapendo be- ne ammirare l'esemplare e benemerita compagnia di Gesù , facilmente doman- davano farvi parte. Il rettore,ollre le mol- te facoltà riguardanti le ordinazioni , a- vea anche quella di assolvere gli alunni dalle irregolarità per essere nati da ge- nitori eretici. A questo collegio essendo stati riuniti quelli di Madrid e di Siviglia nel 1 768 e nel 1770, vi si potevano man- tenere 20 alunni. Il collegio di Madrid per gl'inglesi era sotto l'invocazione di s. Giorgio, ed i suoi beni, consistenti iu ca- se nella città di Madrid, furono cambia- ti in vigne nelle vicinanze di Valladolid. 11 collegio di Siviglia era sotto l' invoca- zione di s. Gregorio I Diagno 3 fondalo nel 1 592 dalla s. Sede per le missioni d'I n- ghilterra e dotato da're cattolici, e dopo chei gesuiti cessarono di governarlo, ven- duti i suoi beui, il ricavato fu rinvestilo in Valladolid. Il 3.° collegio che esisteva in Valladolid era per gli scozzesi. Fu fon- dato da un cavaliere della Scozia, e venne affidalo a'gesuiti, i quali licenziali dalla VAL 4> Spagna nella persecuzione della veneran- da compagnia , i vicari apostolici della Scozia presero le opportune provvidenze perchè le rendite del collegio non fossero ad altro uso distratte, diverso da quello che si era il fondatore proposto. Supera- ti grandi ostacoli, si ottenne l'intento me- diante l'intervento di molti insigni per- sonaggi. In origine il collegio era stato fondato in Madrid, e fu trovala vantag- giosa la traslocazione in parte della casa de'gesuiti di Valladolid, pel suo dolce cli- ma, per la sua abbondanza e per la sua quiete, e come casa propria alla coltura delle lettere e della pietà. Vi erano i5 collegiali, che emettevano il solito giura- mentOjed aveano regole conformi a quel- le de'collegi pontificii di Roma. 11 rettore dovea scrivere lettera annualmente alla s. congregazione di propaganda fide sul- lo stato del collegio. Vi erano due pro- fessori spediti dalla Scozia da' vicari apo- stolici. Inoltre il rettore era munito di ampie facoltà per presentare gli alunni alle congregazioni, e per assolvere anco- ra ne'casi riservati dalla bolla in Coenne Domini, ed altre. Verso il 1390 Giovan- ni I re di Castiglia fondò in Valladolid il celebre monastero di s. Benedetto, det- to perciò il Reale, nel luogo ov'èTa l'an- tica cittadella. Lo spirito dell'istituto da' suoi monaci vi fu esemplarmente man- tenuto costantemente, per cui servì di mo- dello ad altri monasteri di Spagna, i qua- li uniformandosi a'suoi usi e pratiche, co- me a loro capo si assoggettarono, inclu- sivamenle al rinomatissimo monastero e santuario della Madonna di Monserralo, di cui parlai nel vol.LXVHI, p. 43eseg. Questa riunione di monasteri formò la congregazione benedettina diSpagna, det- ta comunemente di Valladolid. Tutti i monasteri erano governati dal priore di quello di Valladolid, come generale del- la congregazione, a cui Alessandro VI die il titolo d'abbate. Questo Papa inol- tre ordinò, che fosse eletto da'religiosidel monastero di Valladolid , e che V eletto 46 VAL fosse capo, visitatore e riformatore ge- nerale ili tutta la congregazione. Dipoi Paolo IV prescrisse i regolamenti per la convocazione de'capitoli generali, a'quali dovevano intervenire tutti i superiori de' monasteri per procedere all'elezione del generale, l'uflizio del quale da a anni fu prolungato a /\. Anticamente vestivano abito color tanè e scapolare nero, ma Paolo HI gli obbligò a conformarsi al- l'abito de' cassinesi. Per le politiche vi- cende, soppressi i monasleri, si sciolse la congregazione benedettina di Vallado- lid. Vi si trovano società economiche e di carità, una caserma di cavalleria e 3 di fanteria, ed il teatro. Valladolid una volta opulenta per la sua industria e pel commercio, è in oggi molto decaduta, né più possiede clie alcune fabbriche di sta- migne, di cappelli, di fettuccie di seta, di tessuti di filo, di lana e di cotone, di stoviglie di terra , di paste d' Italia , di cioccolata, di confetti e profumi, di lavo- ri di filagrana; e ne' dintorni cartiere e concie di pelli. Il commercio consiste qua- si per intero di consumo locale, né può diventare importante se non si rende na- vigabile la Piraerga (ino al suo confluen- te col Duero , che non è lontano più di due leghe. Di poco conto sono l'annue fiere , la più frequentata essendo quella de'29 settembre. Tuttavia il gran nume- ro di alfari contenziosi riservati alla can- celleria di Valladolid, quelli che concer- nono al capitanato generale della Casti- glia Vecchia e all'intendenza dell'eserci- to, Pafllueoza degli studenti, e il passag- gio continuo di viaggiatori e negozianti che recami a Madrid, danno a questa cit- tà un aspetto d'operosità e di movimen- to. E patria di gran numero di perso- naggi celebri. Filippo II dal potentissimo imperatore Carlo V quivi sor fi i natali, e mostrando per Valladolid predilezione, le die il titolo di città, sovente nel palaz- zo regio vi tenne la sua corte, vi adunò le cortes, la beneficò in più modi e vi fe- ce erigere la sede vescovile. Fiorirono in VAL poesia e letteratura Pedro Lopez, G. Lo- mas Cantoral, Antonio Sanchez lineria, Alfonso Lopez, Gabriele del Corrai, F. Grancian-y-Fernando JNugnfZ. |Tra gli storici d. Miguel de Herrera, F. L. de Mi- randa, F. Alfonso Maldonado. Il giuris- perito Vasquez Menchaca. 11 dotto an« liquario Floranes, ed i pittori Antonio Pereda, e Filippo Gilde Mena. Ed in que- sta città, secondo la più comune opinio- ne , finì di vivere il benemerito e cele- berrimo scopritore dell' Americhe, Cri- stoforo Colombo de'conti e signori di Cuc- caro, a'20 maggio i5o6. Il suo corpo fu condotto a Siviglia nella chiesa de'certo- siili, donde venne trasferito nella cappel- la maggiore della cattedrale di s. Domin- go all'isola Spagnuola in dmerica, come in tale articolo e altrove narrai col Can- cellieri. Finalmente, nel 1797 le spoglie di Cristoforo Colombo vennero traspor- tate all'Habana città principale dell'iso- la di Cuba , ossia Avana (ove con altri le dissi trasferite nel 182 1)0 s. Cristofo- ro de Avana (V.) , e depositate vicino alla tribuna della cattedrale. Quello che accadde ad Omero, a Plinio il Vecchio , a Catullo, a Petronio Arbitro, al Papa Urbano V ed a molti illustri antichi e moderni, essersi cioè disputato sul luo- go che li vide nascere, avvenne pur an- co all'intrepido, al costante, al generoso scopritore del nuovo mondo; a quel ge- nio che segnò una novella via alla reli- gione e al commercio. Non si fa più que- stione sul luogo della patria del grand'uo- mo, certo essendo genovese, come della sua nobile stirpe. L' illustre suo discen- dente e ultimo rampollo mg.r Luigi Co- lombo, protonotario apostolico parteci- pante e segretario della s. congregazione dell' Indulgenze e ss. Reliquie , lo provò eruditamente con documenti nella sua bell'opera, che indicai nel voi. LXVIII, p. 1 14, ignorandone l'autore,che per mo- destia nascose il suo nome; come pure provò che la nobile famiglia Colombo si divise iu 3 rami, cioè de'conti di Cucca- VAL ro nel Monferrato, di Coccoleto, ede'due di Piacenza. I due ultimi rami estinti, su- perstite deli.0 è l'encomiato ligure e vir- tuoso prelato, della cui rinomata opera si Inumo già 4 traduzioni in diversi idio- mi. Tuttociò che riguarda gli uomini ce- lebri e che si resero benemeriti dell' u- manità è sempre caro e importante di sapere; specialmente ove si producano «uovi argomenti, e si tratti la questione in guisa da più non lasciar luogo ad op- posizione. Del magnanimo Colombo poi, mai se ne parlerà abbastanza, sia per la grandezza della sua stupenda scoperta, feconda di meravigliose conseguenze, sia e principalmente pel suo vivo ed eroico sentimento crislinno,che mirava colle sco- perte di nuove terre a dilatare le glorie del Redentore. Egli è per tutto questo,cbe mi riesce sempre piacevole, nell' oppor- tunità che presenta la storia, di ritorna- re a dire onorevoli parole, su chi il tempo e la posterità rese doverosa e luminosa giustizia, e la gloria che gli è dovuta. Del- 1 opera in discorso, cioè Patria e biogra- fìa del grande ammiraglio D. Cristofo- ro Colombo scopritore dell' America, diedero contezza e ragione il Giornale ditìoma deh 8 54 a p- 768; e la Civiltà Catlolica3sev\Q 2.% t. 7, p. 4 ^.Quest'ul- tima che ne parla con più estensione, con- clude colle seguenti notabili parole. •'Que- sto italiano non fu grande a caso, ma di meditato consiglio : non produsse beni passeggeri, ma durevoli, e quello che più monta ebbe la religione a movente de' suoi vasti disegni (e lo ripetei anche io in più luoghi), la religione a consigliera ed a conforto nell' attuarli, la religione a consolatrice nelle immeritate sventu- re. Or che di quest'uomo molte città d'I- talia si contrastinola gloria, chi ben con- sideri, lungi dall'essere indizio di gret- tezza municipale, è seguo d'animi capa- ci di stimarne i pregi, e può essere spe- ranza che dove s* ambisce il vanto di a- vetlo a cittadino, colà eziandio si radichi questa verissima senteuza: vera grandez- V A L 47 za non poter essere senza virtù e senza religione ". La stessa Civiltà Cattolica, serie 3.*, t.g, p. 106 e 148, annunziò e poi alquanto ragionò dell' opera: Ciistoforo Colombo. Storia della sua vita e de' suoi viaggi, sull'appoggio di documenti au- tentici raccolti in 1 spagna ed in Italia, del conte Rosei ly de Lorgues, volgariz- zata per cura del conte Tullio Dandolo, Milano 1 857.I dintorni di Valladolid pro- ducono grande abbondanza di grani e vi- ni,sommaco (arboscello di cui si fa la pol- vere per conciar corami) e legumi eccel- lenti. La provincia di Valladolid occupa la parte occidentale della Spagna, ecom- ponesi di varie parti separate, tra cui la principale, quella nella quale trovasi la città omonima, è la più orientale, ed in cui si concentra tutta l'industria. Nella nuova divisione del regno, decretala dal- le Cortes del 1822, la provincia di Va- gliadolid era ripartita tra quelle di Va- gliadolid, Leone, Zamora, Segovia, Pa- iencia e Burgos. Valladolid o Vagliado- lid, Pintia e quindi V alli soletum , rag- guardevole città nel 625 edificata da goti, fece parte del regno di Leone, il qua- le nella prima metà del secolo XI 11 fu riunito al regno di Castiglia Vecchia, la quale verso il fine del XV secolo si trasfuse colla monarchia di Spagna, on- de Valladolid ne seguì i destini e le vi- cende politiche. Un tempo Valladolid ap- partenne a 'conti d' Urgel. Il conte Er- mengaldo Vili morendo nel 1208, con suo testamento legò la metà della città di Valladolid,che gli apparteneva dal lato di sua madre nipote del conte di Bar- cellona, al Papa lunocenzo HI, non che la feudal dipendenza dell'altra metà, a condizione che facesse eseguire il suo te- stamento. Ma l'unica figlia del conte e sua erede Arembiax, maritatasi con d. Pie- tro infante di Portogallo, venuta a mor- te nel i23i, lasciò alio sposo la conle-i d'Urgel colla città di Valladolid e le si- gnorie che le appartenevano. Il celebre Ferdinando li re d'Aragona in Vallado- 48 VAL lid impalmò nel i4^9 'a celebratissima Isabella 1 regina di Castiglia, operando- si così la riunione delle Spagne. Nel 1 856 si stabilì, che i lavori della strada ferra- ta da Valladolid a Burgos sarebbero co- minciali in breve. La sede vescovile, ad istanza di Filip- po II re di Spagna, l'eresse Papa Cle- mente Vili con bolla dell'i r settembre 1.595, formandola diocesi col territorio dismembrato da quella di Palencia, di- chiarandola sulTraganea della metropo- litana di Toledo; indi l'ingrandì con ag- giungervi la città e luoghi di Medina del Campo ( V), col breve Utgratiae aposto- licae, de'28 febbraio 1602, Bull. Rom. t. 5, par. 2, p. 4o6 : Oppidum Medina del Campo, nonnulla gite Loca E» quaead Àbbatem cjusdem Oppidi pertinebant,E- piscopi V allìsolelanì juris die l'ioni sub/e- età declora ntur. Per 1 .° vescovo Clemen- te Vili dichiarò nel 1 597 Bartolomeo de la Placa, canonico di Baca e di Granata, trasferendolo dal vescovato di Tuy, e mo- rì nel 1600. Suoi successori furono: Gio. Battista Arcebedo, dal 1 600 al 1 608; Gio- vanni Quignones, poi trasferito a Sego- via; Francesco Sobrino, morto nel 16 17; Giovanni Fernandez, professore di filoso- fìa nell'università di Vagliadolid stessa, canonico diZamora, eletto nel 1 6 1 7, mor- to due mesi dopo; Enrico Pimentel, in se- guilo trasferito a Cuenca ; Alfonso Lo- pez, morto nel 1 624; Giovanni Torres O- sorio, morto nel iG32; Gregorio di Pe- d rosa, dell'ordine di s. Girolamo, gene- rale del suo ordine e predicatore del re, traslocato dalla sede di Leon, morto nel i633, ec. Le Notizie di Roma nel 174° cominciarono a registrare i vescovi di Valladolid, con d. Giuliano Dominguez di Toledo; indi riportano i seguenti. Nel 1 743 Martino Deìgado, di Belmaseda ar- cidiocesi di Burgos. Nel 1 754 Isidoro Cos- sio-y-Bustamante, di Guardo diocesi di Palencia. Nel 1768 Emanuele Robin de Zelis, di Cabuerniga diocesi di Santan- der. Nel 1773 Antonio Gioacchino Soria, VAL di Salamanca. Nel 1 785 Emanuele Gioac- chino Maron , d' Almazan diocesi di Si- guenza. Nel i8o3 Vincenzo de Soto-y- Yalcarce, di s. Giovanni de Ruitelar dio- cesi di Leon. Dopo alcuni anni di sede vacante, nel 1824 Giovanni Baldassare Toledano, di Villa di Campillo abbazia di Medina diocesi di Valladolid. Per sua morte, Gregorio XVI nel concistoro de' 28 febbraio 1 83 1 dichiarò vescovo Giu- seppe Antonio Piivadeneyra della dioce- si di Lugo nel regno di Galizia, già per più. anni parroco e dottore in sagri cano- ni, da Leone XII fatto uditore di Rota per la Spagna a' io dicembre 1827, en- comiandolo il Papa per gravità di ottimi costumi, prudenza, dottrina, degno del- l'episcopato. Dice la proposizione conci- storiale, ac retentione offìcii Auditora- tus Causarum Palatii apostolici sub ti- tuloLocum-tenentisadSanctitatisSuae, etSedis aposto licae beneplacitum. Morì nel declinar di luglio 1 856. A suo tempo il regnante Pio IX, in conseguenza del ri - cordato concordato e della pur mentova- ta bolla Ad Vicariam , elevò la chiesa vescovile di Valladolid a metropolitana, e le attribuì per suiTraganei i vescovi d'Avita, Astorga, Salamanca, Segovia e Zamorat assegnando per mensa al nuo- vo arcivescovo i3o, 000 monete d'argen- te o reali , confermando la precedente tassa per ogni nuovo arcivescovo, di 2 5oo fiorini, registrati ne'libri della camera a- postolica. La mensa de'vescovi da ultimo ascendeva a circa 8000 ponderimi ino- netae illarum parlium pluribus pensio- nis gravati. Pel 1 .° arcivescovo il medesi- mo Papa preconizzò nel concistoro di Bo- logna de' 3 agosto 1857, l'attuale mg.1 Luigi de La Laslra-y-Cuesta , di Cubas diocesi di Sautander, che nel concistoro de5 18 marzo 1 852 avea dichiarato vesco- vo Orense , dalla qual sede lo traslatu alla nuova metropolitana, e nello stesso concistoro di Bologna gli accordò il pal- lio arcivescovile. Nella proposizione con ciitoriale per la provvisione della chieda VAL d'Orense, il Papa disse dell'illustre prela- to, essere dottore ne'sagri canoni, già ca- nonico dottorale della patria cattedrale, poi della metropolitana di Valenza e vi- cario capitolare, indi vicario generale del- l'arcivescovo della medesima; laonde per la sua dottrina, gravità, prudeuza, pro- bità ed altre estese cognizioni, il reputa- va degno della dignità episcopale. L'ar- cidiocesi è ampia, si estende in lunghez- za ai4 leghe, e 7 in larghezza, contiene 1 3o luoghi, e le parrocchie sono munite del ballislerio. Concilii di Valladolid. Il i.°fu tenuto uel 1 i3y, apud Val- ium Oleti , e ne trattano le collezioni, Regia, t. 28, Labbé, t.io, Arduino, t. 6. Il 2.0 si celebrò nel i 1 55 e fu provincia- le, e ne discorre il Pagi in tale anno. Il 3.° neh 322 dal legato invialo da Avi- gnone dal Papa Giovanni XXII, cardi- nal Guglielmo di Godin vescovo subur- bi cario di Sabina. Riunì questo concilio, che fu nazionale, ed in cui di suo ordine vennero pubblicati coll'approvazionedel concilio 27 canoni, riguardanti i conci- lii provinciali da tenersi ogni due anni, ed i sinodi diocesani tutti gli anni. Per- tanto vi si dichiarò agli arcivescovi, che se non tengono i loro concilii almeno ad ogni due anni, l'ingresso della chiesa sa- rà loro interdetto, finche abbiano soddi- sfatto la prescrizione.»Ogui curato avrà iscritti in latino e in lingua volgare gli ar- ticoli di fede, i precetti del decalogo, i sagrauieuti, e ciò che riguarda i vizi e le virtù. Egli li leggerà nelle 4 leste solen- ni dell'anno al popolo, e le domeniche di quaresima. Quanto a' concubinari e al- l'incontinenza de'chierici, che non cam- beranno condotta, saranno privati delle loro rendite, e del titolo de'loro benefìzi, e quelli cbe non ne avessero, saranno di- chiarati incapaci di possederne". Vi fu inoltre provveduto a'doveri de'parrochi, alla santificazione delle domeniche e del- le feste, a' falsi testimoni che sono sco- municati, a' benefizi e a' limiti delle par- vo!. LXXXVHI. VAL 4$ rocchie, alle decime de'religiosi e loro di- sciplina, al tempo d'amministrare la cre- sima, al digiuno nella quaresima, «'ma- trimoni, alla simonia, alle rendile de'be- nefizi, agli ebrei, a'mori maomettani ec. Furono altresì proibite, sotto pena di sco- munica, le purgazioni canoniche, e le pro- ve dell'acqua e del fuoco. Vennero final- mente scomunicati que' che citano da- vanti a'tribunali secolari gli ecclesiastici. Regia, t. 29, Labbé, t. r 1 , Arduino, t. 7. VALLADOLID DI COMAYAGUA. Città con residenza vescovile nell'Ameri- ca meridionale, conosciuta più comune- mente da 'moderni col nome di Conici^ yagua (/"'.). Alle notizie riferite, in tale articolo aggiungerò, che vi si trasferì la sede vescovile di Truxillo (V.) di Gua- timala. Che vi sono 5 sodalizi, l'ospeda- le, il seminario e altri istruitivi e benefi- ci stabilimenti. Ali. °vescovo successero: Girolamo di Conelia, trasferito nel 1 562 altrove; fr. Alfonso de la Cerda dome- nicano, traslato a Charcas; fr. Gaspare d'Andrala francescano, morto nel 1612; fr. Alfonso Galdo domenicano; fr. Luigi di Cagnizarez de'minimi; Giovanni Mer- lo de la Fuente, nominato nel 1 648, ec. Le Notizie di Roma riportano i seguen- ti. Nel 1743 d. Francesco de Molina ba- siliano, di Sagedona diocesi di Cuenca. Nel 1750 Diego Rodriguez de Rivas-y- Velasco, della diocesi di Quilo. Nel 1764 Isidoro Rodriguez, di Mostolesarcidioce- si di Toledo. Nel 1 j6j Antonio Macar lil- la, diBenabarre diocesi diLerida. Nel 1773 Francesco Giuseppe de Palencia , della citlà di Canarie. Neh 777 fr. Antonio di s. Michele girolamino, di Revilla de Ca- margo diocesi di Santander. Nel 1783 Giuseppe Antonio de Isabela, di Moron diocesi di Siguenza. Nel 1788 fr. Ferdi- nando de Cadinanos minore osservante, di Vittoria diocesi di Calahorra. Nel 1 79^ fr. Vincenzo de Navas domenicano di Merida.Neh8i7 EmanueleGiuliano Ro- driguez, d'Almazan diocesi di Siguenza. Nei 1 844 Francesco di Paola Campoy-y-» 4 5o VAL Perez cìi Cariogeno, già canonico curalo della cattedrale e vicario generale. Mei 4 aprile 1 854 l'odierno mg.' Ippolito Cassia no Flores. VALLADOLID DI MECHOACAN. Città con residenza vescovile nell' Ame- rica settentrionale, conosciuta da'moder- ni più volgarmente col nome di Mccìioa- can (J7.)- Solo aggiungerò a quell'artico- lo, che per mot te del notalo ultimo vesco- vo, il Papa Pio IX nel concistorode'3 ot- tobre i85o preconizzò l'attuale mg. 'Cle- mente Munguìa,di Reyes diocesi di Me- choacan , già canonico della cattedrale, rettore del seminario, vicario generale ed anche capitolare, dotto, grave, prudente, probo e pieno d'esperienza. VALLE RONCEAUX. Canonici re- golari. V. voi. VII, p. 257. VALLE DEGLI SCOLARI. Canoni- ci Regolari. V. voi. VII, p. 275. VALLE VERDE. Canonici regolari. V. il voi. VII, p. 276. VALLE (della) Andrea, Cardina- le. D'antica e illustre famiglia romana, ottenuto un canonicato di s. Pietro, colla carica di reggente della cancelleria, nel 1496 fu promosso da Alessandro VI al vescovato di Crotone, e neli5o8 trasfe- rito a quello di Mileto, al quale compartì non pochi benefìzi. Con questo caratte- re intervenne al concilio di Laterano V nel io 12 sotto Giulio II, che l'annoverò tra'segretari apostolici. Indi Leone X nel- la famosa promozione di 3 1 cardinali, il 1 .° luglio 1 5 1 7 lo creò cardinale prete di s. Agnese al foro agonale, e nell'anno stesso gli die I' amministrazione delle chiese di Caiazzo e Nicaslro, nel 1 5 1 8 quella diGal- lipoli, neh 5i 9 quelle di Sulmona e Val- "va unite, e neli520 la sede d' Umbria - tico. Lo stesso Leone X lo destinò nel i52o arciprete della basilica Lateranen- se,ove nell'anno santo 1 525 apù e chiuse la porta santa, ed abbate commendata- rio delle Tre Fontane. Nel tempo stesso venne nominato alla sede vescovile di Malta, ma prima di prenderne possesso, VAL avendo ottenuto dalla munificenza diCar- lo V come re diSicilial'archimandrilato di Sicilia, rinunziòquel vescovato. Ebbe pure la legazione di Napoli, e la protei- toria dell'ordine de'minori , conferitagli da Clemente VII neh 523, il quale nel i533 dal suo titolo presbiterale lo tra- sferì al vescovato suburbicario di Pale- strina, nel catalogo de'quali vescovi l'U- ghelli si corregge d'avere registralo il car- dinale in quellode' vescovi di Crotone nel 1 533. Uomo com'egli era di gran pru- denza e senno fornito, fu molto caro a' principi, ed a' Papi che se ne prevalsero con gran vantaggio negli affari più ardui e rilevanti del pontificalo, e ne' quali si dice clie co'suoi lunghi viaggi arrivasse fino nella Persia e in altre remote re- gioni, ad oggetto d' apprendere i coslu- mide'popoli e delle nazioni, in tempo che poco comuni erano siffatte intraprese , a motivo della natura delle strade e de' mezzi per percorrerle. In Roma edificò il Palazzo della Falle (V.), che die no- me alla contrada e alla propinqua chie- sa di s. Andrea, non che al vicino tea- tro. Dopo essersi trovato presente a' con- clavi di Adriano VI e Clemente VII, nel i534 di 71 anni fu chiamato in Roma all' immortai vita, e rimase sepolto nella chiesa di s. Maria d'Araceli, nella tomba de'suoi antenati, con breve epitaffio di cui piò non rimane vestigio, ma riportato dal p. Casimiro, uelle Memorie della cldesa d'Araceli. VALLEMANI Giuseppe, Cardinale. Nato nobilmente in Fabriano a' 9 giu- gno 1648 da Rinaldo Francesco e da Maddalena de'conti della Genga, porta- tosi a Roma nel fior degli anni, accop- piò all'esemplarità de* costumi, maniere piacevoli, tratto gentile, e qualche dot- trina, massime nell'indefesso studio della giurisprudenza, e poi fu aggregato a va- rie accademie d'Italia e alla cittadinanza romana. La fortuna gli aprì l'adito nella corte del cardinal Emilio Altieri, già ve- scovo di Camerino, che nel 1670 eletto V A L Papa Io dichiarò di 21 anni suo came- riere segreto e poi eoppiere,canonico Va- licano, e custode dell'archivio di Castel s. Angelo. Introdotto quindi in prelatu- ra, secondo Cardella nelle Memorie sto- riche de Cardinali t da Innocenio XI ot- tenne la carica di segretario della con- gregazionede'riti,e poi di quella dell'im- munità (presso Colucci, Antichità pice- ne, t.17, p. 164, parlando degli Uomini illustri di Fabriano del Lancellotti , si dice che Alessandro Vili gli conferì la 1. "carica, Innocenzo XII la 2.a), nell'eser- cizio della quale, che fu assai lungo a ca- gione delle differenze del ducalo di Par- ma e Piacenza, contrasse il prelato gran- dissimi impegni co'principi. Alla fine Cle- mente XI, prima lo dichiarò segretario della congregazione della disciplina rego- lare, e successivamente Io consagrò arci- vescovo d'Atene, nel 1 706 Io dichiarò suo Maggiordomo (^.); creò e riservò in pet- to cardinale dell'ordine de'preti, pubbli- candolo nel i.° agosto 1707 dopo circa 1 5 mesi. Gli attribuì per titolo la chiesa di s. Maria degli Angeli , e lo ascrisse alle congregazioni del s. oflìzio, de' riti, del- l'immunità, del buon governo, di propa- ganda e di molte altre, e fino da'3i di- cembrei707 prefetto di quella de' riti; aggiungendovi la protettola de' minori conventuali e loro collegio di s. Bonaven- tura, della cappella Sistina del Presepe in s. Maria Maggiore, del collegio Mon- talto di Bologna, come trovo nelle Noti- zie di Roma. Dopo essere intervenuto a' comizi d' Innocenzo XIII e Benedetto XIII , terminò in pace i suoi giorni in Roma a* i5 dicembre 1725 d'anni 78 non compili, e fu sepolto nella basilica deJ ss. XII Apostoli, sotto una lapide ornata del suo stemma gentilizio, ove si legge e- legante iscrizione. VALLENSSertorio, Cardinale. V. Vassalli. VALLETTE Lodovico, Cardinale. V. NOGARET. VALLIS, VALLOS. Sede vescovile VAL jri della Cartaginese Proconsolare nell'Afri- ca occidentale, di cui parla Oliato Mile- vitano, lib. 2, e altri, sotto la metropoli di Cartagine. Ebbe a vescovi: Bonifacio donatista del 33o; Bonifacio cattolico, che nel 4* 1 intervenne alla conferenza di Cartagine; Uestituto sottoscrisse al con- cilio di Cartagine del 52 5. Morcelli, A- frica dir., t.i. Vallis, Fallitene uu ti- tolo vescovile in partibus, del simile ar- civescovato di Cartagine, che conferisce la s. Sede. VALLO (V alien). Città con residen- za vescovile del regno di Napoli nel Prin- cipato Citeriore, capoluogo di distretto e di cantone. Siccome di recente è stata eretta in città vescovile, e sostituita per sede residenziale a Capaccio (F.), il cui vescovo s'intitola di Capaccio e Fallo, conviene che prima riparli di Capaccio e de'suoi vescovi, in aggiunta al suo ar- ticolo. L'ultima proposizione concistoria- le del 1 845, cioè dopo la pubblicazione del mio articolo, rileva cani oh aeris in- salubritatem a paucis colonis intuibile- tur, atque dempta Cathedrali Ecclesia, nonnullisquc aedidus, in reliquis opini- no diruta sit, Episcopo prò tempore in altero magis opportuno , et ab antiquo duobus fere milliariis distante dioece* seos loco, cui nomen Caputaquium No- vum, j'amdiu rcsidere solel: Ine quadrili' gcntae domus , et bis mille ci re iter rc- censcntar incolae. In Capaccio Vecchio era la cattedrale sotto l'invocazione del- la B. Vergine Assunta in cielo denomi- nata di Granata, quacque aliquam ex- poscit rcparalionem. Ibi Episcopus pos- sessione//! ini re, et ad eamdem infra an- num celebraturus accedere solet. 11 ca- pitolo si componeva di 4 dignità e pel i.° l'arcidiacono, e di 16 canonici senza il teologo e il penitenziere; veruni tam dignitates, quani canonici nulla fruun- tur congrua , et ad honorem, atque de- votionem tantummodo inierviunt.hu cu- ra dell'anime tanto della vecchia, quan- to della nuova chiesa , ambo mediocre- 5a V A L mente provviste delle sagre suppellettili» l'esercito un vice parroco, ed avvi il bat- listerio. Episcopale* aedesin ch'ita te Sa- lar, atque in ulroque Caputaquio prae- sto suntj attamen in Novo residcre so- lei Episcopus. In Capaccio Nuovo sol- tanto è un'altra chiesa parrocchiale, ed un convento di religiosi, alcun sodalizio, non pelò l'ospedale, il monte di pietà, né altro; i 3 seminari cogli alunni erano sparsi in diversi luoghi della diocesi , la quale si estendeva a circa i 5o miglia, e contenendo 1 36 luoghi o oppi da. Ne'li- l)ii della camera apostolica ogni nuovo vescovo era tassalo in fiorini 3oo, e la mensa rendeva al vescovo 3ooo ducati napoletani quibusdam oneribus gravali. Colle rovine dell'antica Pesto (V.) si e- dificarono Policastroe Capaccio, nel qua- le articolo Pesto per. fallo tipografico è detto Pessi. Essendo Pesto sede vescovi- le, il vescovo nel secolo IX passò a sta- bilirsi a Capaccio e die origine all'unio- ne del suo vescovato ed al suo ingrandi- mento, per la seguita unione delle due diocesi, onde divenne piuttosto notabil- mente ampia. Imperocché riferisce TU- ghelli, Italia sacra, t. y, p. 4^4: Capii- taquenses Episcopi. Celsus Paestanus episcopo cimi Romualdo archiepiscopo, al quale ambo i vescovi erano suflraganei, inslitutus est testamenti executor a Ro- berlo Castri Trenlenarii Domino anno 1 1 56. Forte post Celsum Pacs tana citta Capulaquensi unita fuitEcclesia. A tem- po dell' Ughelli il vescovo risiedeva nel- l'episcopio di Diano, ed ivi pure era il seminario, e numerose erano le case re- ligiose della diocesi de'due sessi. Noterò che l'antica sede vescovile di Agropoli (F.) erasi riunita a quella di Pesto , perchè abbandonata da perniciosa in- fluenza dell'atmosfèra. L'Ughelli comin- cia la serie de' vescovi di Capaccio con Arnolfo del i 1 26, che nel 1 1 79 interven- ne al concilio generale di Laterano III. Il Coleti ne dubita, essendo allora viven- te Celso vescovo di Pesto. Nou si conosce V A L il tempo in cui fiorì il vescovo Leonardo, N. neh 196 intervenne alla consagrazio- ne che Celestino 111 fece della chiesa di l. Lorenzo in Lucina di Roma, secondo Lucerai, mentre l'Uglielli ritarda il ve- scovato al pontificato di Gregorio IX. A Benevenuto scrisse Innocenzo IV nel ii5i, e sotto di lui Federico li distrus- se Fasanella, l'fjghelli riportandone i do- cumenti. Pietro nel 1275 alla chiesa di s. Maria Maggiore di Diano concesse in- dulgenze. Nel 1287 da Girgenti vi passò Giberto , postulato dal capitolo e da O- norio IV confermato. Giovanni gli suc- cesse nel 1294. Filippo eletto dal capi- tolo, lo confermò nel 1 3 1 2 Clemente V. Filippo de s. Mango del 1 323. Dopo sede vacante notabile, Benedetto XI 1 nel 1 34o riconobbe Tommaso de s. Mango nomi- nato dal capitolo, di cui era arcidiacono, e come il predecessore fu tumulalo nella metropolitana di Salerno. Giacomo crea- to nel i386 da Urbano VI, sotto Boni- facio IX fu reggente della penitenzieria, e mori nel 1399. In questo vi fu traslalo dall'arcivescovato di Durazzo Giovanni Bonifacio de Panella napoletano, e nel i4o5 passò a Muro; ma sembra intruso come partigiano de' due antipapi Cle- mente Vile Benedetto XIII. In detto an- no da Muro vi fu trasferito Guglielmo, indi neli4'0 deposto da Gregorio XII, che gli sostituì Giacomo. Ma Giovanni XXI 1 1 eletto contro l'alt ro Papa, nel «4i 2 gli surrogò Baldassare del Giudice ca- nonico di Rossano. Martino V elesse Gio- vannelio Panella Caracciolo napoletano, nel 14 18 traslalo ad Anglona; ed insita vece nominò l'uditore di Rota Tommaso de Berengari. Fatto neh 4*23 arcivescovo di Cosenza, lo fece iuccedere da Bernar- do o Berardo Caracciolo napoletano. Nel i4^5 da Cosenza venne in questa sede FrancescoTomacelli napolelano.Da quel- la di Cavaillon Eugenio IV neh 439 vi trasferìBartolomeo.Neh44,Mase"°Mir- to abbate di s. Giovanni a Piro. Nel r4t>2 Francesco Conti suddiacono e protonota- VAL rio apostolico, e viveva nel r 4^7 r . Fran- cesco Berlini lucchese, chiaro per sapere e prudenza, fu lega lo al duca di Borgogna e morì nel i47^. In questo fri fatto am- ministratore il cardinal Auxia di Pog- gio (V.). Nel i483 Lodovico Podocutc- ro (P.)t indi cardinale e arcivescovo di Benevento neli5o4< Nello stesso ebbe in commenda il vescovato il cardinal Luigi d'Aragona (V,). Si dimise nel 1 5 1 4 e ne divenne vescovo Vincenzo de Galeotti patrizio napoletano, già vescovo di Squil- late. Rinunziò nel 1 522, e fu fatto ammi- nistratore il cardinal Lorenzo Purcl(P\). Neh 523 con diritto di regresso rassegnò la chiesa commendata a Tommaso vesco- vo di Trivento, il quale ritenne la sua se- de e si ritirò neh 53 I. In questo Clemen- te VII nominò amministratore Enrico LolTredi nobilissimo napoletano, e per- venuto all'età canonica diventò vescovo effettivo; intervenne al concilio di Tren- to, e morì in Napoli nel 1 347. I» tale au- no ne prese l'amministrazione il cardinal Francesco Sfa mirali (A'.), il cui (iglio le- gittimo fu poi Gregorio XI V nonnato. Nel i549 oM successe nell'amministrazione il cardinal Girolamo Perallo(P.)} il qua- le neh 553 la rassegnò al cardinal Paolo Emilio P^erallo (P.). Nel 1074 vescovo Lorenzo Belli romano, sepolto in Roma nella chiesa d'Araceli nel 1 586. In que- sto Sisto V nominò il suo concittadino Lelio Morelli di JMontalto, al quale col breve A timone t nos, de' i 7 luglio, presso l'Ughelli, per l'inclemenza dell'aria di Capaccio e sue rovine, noti che pe'Iadro- ni che l'infestavano, concesse di trasferire la sua residenza in Diano, alla quale ac- cordò le prerogative di città, coojo luogo nobile, salubre, popolato e abbondante di vettovaglie, ove già era istituito il se- minario; di più era vi l'archivio della cu- ria vescovile, diverse case religiose, 5 chie- se parrocchiali e fra le quali l'insigne col- legiata di s. Maria Maggiore, ove in gran- de venerazione il corpo del h. Coni, l'epi- scopio decente e conveniente, sommità* V A L 53 stralodai marchese e popolo di Diano. Senza pregiudizio della cattedrale di Ca- paccio e di sua sede vescovile, trasferì il capitolo nella collegiata di Diano per l'uf- fiziatura, provvedendo al culto divino per quella di Capaccio. Nel 1 609 da Ca- rinola vi fu tramato Giovanni Vitelli na- poletano, morto nel seguente anno e se- polto nella chiesa de' cappuccini di Sala. Nel 1 6 1 1 da Belcastro vi passòPietro Mat- ta de Haro nobile spaguuolo teatino, ze- lantissimo pastore, visitò la diocesi, fu e- sempio di pietà, ed approvò la congrega- zione de'sacerdoti istituita iu Laurino, per cooperare al vescovo nella salute dell'a- nime. Nel 1627 Fraucesco M.a Brancac- ci (/'".), poi cardinale dottissimo. Trasferi- to a Viterbo, nel 1 63 5 gli successe Luigi Pappacoda napoletano , poi vescovo di Lecce nel 1639. In questo da Vulturara vi passò Tommaso Carafa napoletano de* duchi di Telese , lodato per prudenza e altre viriti, in Laurino celebrò il sinodo nel 1 649,e fu sepolto in Salerno. Nel 1 665 Camillo d'Aragona del ramo di Tricarico delto volgarmente di Ragona,traslatoda Acerno, benemerito paslore,morto in Sa- la e deposto nella chiesa di & Pietro, a cui il predecessore avea eretto una mirabile torre campanaria. Nel 1677 Andrea Bo- nito de'duchi dell'Isola principi di Casa- pesella, della congregazione dell'oratorio di Napoli, visitò la diocesi, riparò la catte- drale, elesse per sua residenza Sala, cit- tà coll'insigne collegiata di s. Pietro che abbellì; molli edilizi in vari luoghi della diocesi eresse, restaurò i palazzi vescovili di Capaccio Nuovo e di Sala; mori in Napoli e fu sepolto nella chiesa de' suoi filippini nel 1684. Gio. Battista Pace no- bile napoletano in detto anno gli suc- cesse , canonico della metropolitana di Napoli, fervoroso missionario e facondo predicatore, eruditissimo e virtuosissimo, morì in patria e fu tumulato nella chie- sa del sodalizio della ss. Croce. Nel 1699 Vincenzo Cordoni patrizio napoletano» canonico della metropolitana, zelante e 54 VAL j)jo predicatore nelle missioni, intrapre- se la visita difficile pe'luoghi della dioce- si; e morendo ih Oppido V allis Novi die 8 novembris i yo3 Imma iris rebus ereplus est. Nel i 704 Francesco Paolo Nicolai pa- trizio d' Altamura, ebbe una controver- sia giurisdizionale co'ministri regi, e quin- di fece dare le missioni per la diocesi cbe visitò diligenlemenle. Nel 1708 rifece la cattedrale con molto dispendio , e con grande fatica formò in Sala l'archivio vescovile nell'edilìzio da lui eretto; altra casa costruì in Vallis Novi per uso de* vescovi, ed ampliò quella fabbricata dal cardinal Brancacci in Pialle Diani. Nel 1716 traslato all'arcivescovato di Conza, gli successe nel 1 7 1 7 Carlo FrancescoGio- coli o 0 Iaconi , di s. Arcangelo diocesi di Angiomi, trasferito da s. Severo. Fece predicare la parola di Dio nella diocesi, la cui visita tosto intraprese , adornò la cattedrale, restaurò l'episcopio di Sala e l'ampliò. Introdusse le monacbe di s. Te- resa, sotto gli auspicii di s. Caterina, nel monastero in oppido Corinoiorwn seu Fallis Novi, ed altro eresse in Siciniano, e pieno d'amore per la sua chiesa la go- vernò con zelo. Con questo vescovo 1' /• talia sacra termina la serie de'pastori di Capaccio, e ne cominciano la continua- zione le Notizie di Roma, colle quali la proseguirò e compirò. Nel 1724 d. Ago- slino Odoardi monaeo cassinese napole- tano. Neil 742 Pietro Antonio Raimon- di, di Cutro diocesi di s. Severina. Nel 1768 Angelo M." Zuccari, d'isola dioce- si di Soia. Dopo lunga sede vacaute, nel 1804 Filippo Speranza, di Laurilo dio- cesi di Capaccio, traslato da Guardia Ai- fiera. Nel 1 835 Michele barone di Sa- gnano arcidiocesi di Salerno, per molti anni parroco di Oscali e d'altre cure, ed incaricalo di più affili ecclesiastici. Gre- gorio XVI, che lo avea preconizzato, per sua morte nel concistoro de* icj giugno 1 8j3 promulgò successore Giuseppe d'A- lessandro d" Aj scoli di Puglia, già professo- ic di quel se in mai io , cauomeo teologo VAL della cattedrale, indi arciprete e 3." di- gnità della medesima colla cura delle a- nime, e poi arcidiacono i." dignità, pro- vicario generale rosa, delta allora Acqua Bella, sotto le falde dell'A pennino, lontano da Firenze circa i 8 miglia a levante, luogo montuo- so e rigido, dove il santo giltò la base di sua congregazione, sotto la protezione del- la I). Vergine Assunta in cielo e di s. Mi- chele Arcangelo, che invocò per tutelari della medesima, sotto la regola del pa- triarca s. Benedetto. Innanzi di procede- re coll'operatodal santo, mi piace farceu- no di Vallombrosa col Repelli, Diziona- rio gcografico-Jisico-storico della To- scana , opera veramente classica. Val- lombrosa o Valle Ombrosa, Vallem Uni' brosam, nel Val d'Arno fiorentino, ce- lebre badia sul monte omonimo, già det- to Monte Taborra, in origine eremo sot- to il titolo di s. Maria d'Acqua Bella, nel popolo di s. Andrea a Tosi di Reggello, diocesi di Fiesole, compartimento di Fi- VAL renze, un 4-° «*i miglio a scirocco dell'e- remo divoto delle Celle, noto comune- mente col vocabolo di Paradisino. Non vi è italiano, non viaggiatore d'oltremou- ti, il quale recandosi in Firenze per am- mirarne le sue bellezze trascuri di recar- si nella calda stagione al romantico mon- te e alla badia di Vallombrosa. Il gran- dioso suo fabbricato, che mette in mezzo alla clausura una devola , bella e ricca chiesa , fa contrasto alle cupe foreste ed olle sempre verdi praterie che lo circon- dano. Quantunque la natura selvaggia del luogo, la tinta nerastra delle selve di a- beli che lo fiancheggiano, alle quali an- nosi faggi fanno corona , la caduta del- l'acque spumeggianti del torrente Vica- no di s. Ellero che romoreggia fra rupi immense di cadenti macigni; l'erba ed i fiori montani che cuoprono i tappeti di que* prati, i colpi delle scuri che abbat- tendo le antenne naturali degli abeti, in- terrottamente in quel silenzio rintronano; tuttociòoffrea chi contempla la Vallom- brosa un aspetto di melanconica solitudi- ne tendente al raccoglimento ed alla me- ditazione religiosa, ed assai confacentc per fornire materia di serie riflessioni, sicco- me le offrì nel secolo XV al divino Ario- sto nel suo Orlando Furioso, e più tar- di all'inglese poeta Milton nel suo Pa- radiso perduto. Il i.° de'quali fin d' al- lora qualificava la badia della Vallombro- sa : Ricca e bella , uè nien religiosa - E cortese a chiunque ci venia. Fin dal se- colo X il monastero di s. Ilario o Ellero di benedettine, del castello ora villa d' Al- fiano o s. Ellero o Ilario, col suo patri- monio occupava tutta la selvosa monta- gna della Vallombrosa , donata in parie dall' abbadessa Illa nel 1039 a s. Gio. Gualberto; avendo altresì il monastero giuspadrouato su molte chiese e mona- steri, con più i castelli di s. Ellero e di Remole. Dopo la metà del secolo XIII si trattò della riunione di questo monaste- ro e de' suoi beni alla badia di Vallom- brosa; indi dopo lunga opposizione me- V A L dinnte accordo del i 2 7 "> e del 1 268, alle monache di s. Ellero Cu assegnato il mo- nastero di s. Pancrazio in Fi re tue, loro vita durante, ed ima pensione vitalizia da pagarsi da'vallombrosani; e il monastero ili s. Ellero fu convertito in ospizio e vil- la de'monaci di Vullombros ». Del castel- lo e distretto di Magnale acquistarono il giuspadronato e le possessioni i conti Gui- di (de'quali anche nel voi. LXXVIII, p. 55, descrivendo Modigliana,oggi sede ve- scovile, ove si stabilì ili." loro stipite), e mentre era della stessa consorteria il con- te di Poppi Guido di Teudegrimo, que- sti insieme alla contessa Ermellina sua consorte, con atto pubblico del 1068 do- nò a s. Gio. Gualberto de' terreni posti nel monte Taborra sopra Vallombrosa e ì loro diritti sul medesimo, monte oggi detto di Secchieta, nel cui fianco occiden- tale risiede l'abbazia. Quindi gli abbati di Vallombrosa divennero conti di Ma- gnale, e nominavano in loro rappresen- tante un visconte del castello per gover- natore e giusdicente de' popoli compresi nel comune. In questa contea si compren- deva la giurisdizione delle ville e tenute di Caliliauo, che un buon monaco di Val- lombrosa (nel cercare il paese di Pater- no dove nel gennaio 1002 mori l'impe- ratore Ottone 111, di che parlai in più luoghi, come nel voi. XIII, p. 23g: alcu- ni credono che Cariati sia l'antica Pa- terno, sede vescovile unita a Strongoli ) pretese fabbricato da Catilina in tempo di sua ribellione, e di Paterno di Vallom- brosa in Val d'Arno superiore a Firen- te. Paterno è una villa magnifica e resi- denza dell' amministratore generale del patrimonio di Vallombrosa, eon oratorio di s. Antonio abbate, il palazzo essendo stato rifabbricato da' vallombrosaui nel 1 588 , poi ampliato e grandemente ab- bellito nel 1 840. Paterno nel 1 1 04 fu do- nato con altri terreni, case e chiese a'val- lombrosani dalla coutessa Imiliao Emi- lia, moglie del conte Guido Guerra , col consenso di questi, cou atto rogalo a Stru- V A L 63 mi presso Poppi, coufennatorio di quel- lo del conte Guido di Teudegrimo di lei suocero. Il 1 .° eremo di s. Maria d'Acqua Bella ossia di Vallombrosa, il Llepelli lo dice gii» nel i o43 edificalo di s. Giù, Gual- berto, nel qual anno un pio fiorentino gli clonò alcuni beni. Infatti nel io3g, epoca della suddetta donazione falla al santo dalla badessa di s. Ellero, I' imperatore Corrado il con suo privilegio confermò a'monaci ritirali con s. Gio. Gualberto in Vallombrosa tutti i possessi avoli d < e-^e monache in dono, e fu probabilmente al- lora che il santo fondatore segnò iì luo- go per edificare la 1." badia di s. Maria delta poi di Vallombrosa sul monte del suo nome. Arroge a ciò gli atti pubblici del 1068 e deli 104" già ricordati. Li ce- lebre coutessa Matilde marchesana di To- scana (7.) fu munifica benefattrice di questa badia che arricchì di beni e di pri- vilegi amplissimi, concessi alla congrega- zione mentre era presieduta dal cardi nal s. liei-nardo degli Uberti. Accresciuto col fervore religioso il numero de'monaci, si pensòa edificare nel secolo XV in Vallom- brosa una più vasta clausura con ehiesa più decerle. Questa fu rifalla e abbellita, nel qual tempo fu traslatato in fondo alla chiesa il bellissimo attico di marmo, fat- to sotto il governo del fiorentino p. ab. d. Filippo Francesco Melani. Il suo mona- stero frattanto fu in più tempi e sotto il governo di vari prelati dello stesso ordi- ne monastico accresciuto e abbellito, enei 1640 decorato di magnifica facciala dal p. ab. di Vallombrosa d. Averardo Mic- colini di Firenze, ch'era stato prima ab- bate generale della congregazione. La struttura e la bellezza della chiesa attua- le , la quale trionfa nel mezzo del chio- stro, esattamente venne descritta dall'au- tore del Piaggio pittorico della Tosca- na. (II monastero è veramente magnifi- co, e regolare è il vasto edilizio circonda- to da verdi piali all'intorno, e custodito nella parte destinata alla clausura da so- lidissima muraglia. Splendidissimo e or* C4 VAL nato,non che ridondante di finissimi mar- mi, è il bellissimo tempio). Dopo la mela del secolo XIII fu edificalo sopra il risal- to d'una rupe l'eremo detto delle Celle summeutovalo, e più noto attualmente col vocabolo di Paradisi/io, luogo in o- gni tempo santamente frequentato, e nel principio del secolo XIV dal monaco val- lombrosano b. Giovanni da Catignanodi Gambassi abitalo, sicché dall'eremo pre- detto fu poi appellalo il b. Giovanni dal- le Celle. II quale bealo mostrò ne'suoi ter- si scritti come assai bene si ponno asso- ciare santità di costumi, amore per lo stu- dio e purgatezza di lingua italiana nello seri vere. Inoltre quest'eremo servi di spi- rituale espontaneo ritiro a molti altri di- stinti religiosi della stessa congregazione vallombrosana, i quali alia purezza del vi- vere congiunsero l'amorealle scienze e al- le beile arti, come fu il chiaro botanico d. Buono Faggi, e per ultimo d. Enrico Hugford riprislinatore in Toscana del- l'arie della scagliola, i cui lavori tanto pregio rendono al bel paese. Di recente questo locale per le cure dell' abbate di Vallombrosa p. d. Silvano Gori e del suo camerlengo p. d. Vitaliano Corelli fu tal- mente abbellito e resone più comodo l'ac- cesso, che di eremo angusto e di peni- tenza vedesi ridolto ad un vero Par adi- sino terrestre. Questa insigne abbazia di Vallombrosa si conservò di secolo in se- colo divota, copiosa di monaci esemplari non meno che cortesi e dotti , finché al- l'invasione delle truppe francesi nel 1 808 ogni oidi ne monastico fu rovescialo, e con esso caddero i principali santuari dellaTo- scana. Il monastero della Vallombrosa non solo fu vuotalo de' migliori oggetti di belle arti, ma venne indiscretameute dilapidato; allora la bella chiesa, ricca di ss. Reliquie, di arredi sagri, di vasi d'ar- gentoni tavole di pittori distinti, trovos- si spogliala; allora la doviziosa e celebre biblioteca di questa badia, copiosa di co- dici, di rarissime edizioni di libri e di o* pere pregevoli degli slessi monaci del- VAL la Vallombrosa, fu messa quasi a ruba e in gran parte dispersa (alcuni preten- dono che il meglio de'lesori inestimabili raccolti nell'abbazia in pilline, sculture, incisioni e codici, passò nell'accademie e biblioteche di Firenze). Finalmente al ri- torno del legitlimo sovrano in Toscana, anche la Vallombrosa risorse e si ripo- polò di monaci, in guisa che ritornando all'antico splendore essa continua a fio- rire all'ombra dell' osservanza della pri- stina disciplina e della valida protezione dell'augusta famiglia granducale regnan- te. Chi volesse conoscere l'epoche diverse della ié" fondazione, che alcuni col p. ab. Soldani vallombrosano attribuirono al ioi5 anziché dopo; chi volesse sapere l'e- poca dell'approvazione della nuova con- gregazione nel io55, della soppressione nell'ottobre 18 io, e della ripristinazione di questa badia nel gennaio 18 19, potrà leggere l'apposita iscrizione in marmo esi- stente sotto il portico della chiesa di Val- lombrosa. Ho premesso questi cenni su Vallombrosa , per migliore intelligenza di quanto vado a narrare, principalmen- te col p. Helyot, Storia degli ordini mo- naslici\con le vite de' loro fondatori e ri- formatori, t. 5, cap. 28 : De ir ordine di Fallomorosa, con la vita s. Giovanni Gualberto fondatore del medesimo. 11 luogo ove si fermò s. Gio. Gualber- to reduce da Camaldoli, gli piacque per la solitudine, e tuttora si celebra da'ueo* grafi T amenissima pianura e i delizio- sissimi dintorni, pel complesso di loro na- turali bellezze , oltre 1' ubertosità delle campagne, formate dalla natura e dal- l'industria. Fu detto Valle Ombrosa^tfm ragione d'una piccola valle su cui alcune selve d'abeti, che cuoprono le montagne vicine, stendono la loro ombra (altri di- cono che in origine all'amena valle face- vano iugombro e ombra un grosso nu- mero di pini), benché nominava») Acqua Della all'arrivo del santo , rilinmdovisi verso iho38, secondo il p. Ileiyot. Que- sti aggiunge, che gli storici dell' ordine VAL ne fissano la fondazione ne! i o 1 5, ed an- co nel 1 01 2 al dire d'Ascanio Tamburi- no; e pretendono che il santo fondatore vi giungesse nel 1 008, e che dimorasse in questa solitudine 7 anni prima di getta- re le fondamenta del suo ordine. Ma ii p. Helyot opina, ch'è facile convincerli del- l'errore, contrapponendo loro a loro stes- si; imperocché Andrea da Genova, Tad- deo Ademaro, Eudosio Locatelli e Diego Franchi nella vita del santo dicono av- venuta la di lui morte, secondo l'opinio- ne quasi da tutti abbracciata, nel 1073 in età d'anni 80, dunque nato nel 993 (dissi già col p. Davanzali , che nacque nel 985, e perciò nel morire nel 1073, e- gli scrive, avea 88 anni ; laonde va cor- retto 1' anno 64 riferito nella biografia colButler). Ciò supposto, secondo i me- desimi autori, si ritirò dal mondo e vestì l'abito monastico d'anni 18, ne dimorò 4 nel monastero di s. Miniato prima d'es- ser eletto abbate: la sua elezione pertanto pare che seguisse neh 01 5, dopo di che, senza far menzione del tempo da lui pas- sato a Camaldoli, si rimase 7 anni nella solitudine prima d'intraprendere la fon- dazione dell'ordine vallombrosano, a cui non può aver dato principio al più pre- sto che nel 102 3, secondo ancora il loro calcolo. Dice inoltre il p. Helyot, farci di più manifesto l' errore loro il motivo ch'essi adducono della partenza del san- to dal monastero di s. Miniato, nar- rando che per la sua rinunzia ottenne l'abbazia Uberto per la somma di dena- ro sborsata al vescovo di Firenze Lam- berto o Attone f, mentre niuno de' due fu simoniaco: Lamberto uomo santissi- mo aspirando alla perfezione , nel io32 rinunziò la sede e si ritirò in un chiostro; ed Attone I suo successore fu prelato de- gno di perpetua ricordanza per le sue belle azioni, e per gl'insigni benefizi com- partiti alla sua cattedrale e al monastero di s. Minialo. Laonde all'epoca delio32, aggiunti 7 anni dal santo consumati nel- la solitudine, crede il p. Helyot evidente voi. lxxxviii. VAL 65 che il principio dell'ordine non può sta- bilirsi che circa il 1039. La fama del san- to tosto si sparse , e divenendo ogni dvi maggiore, molti accorsero a lui per esse- re suoi discepoli, chierici non meno che laici, ed eziandio molti religiosi del mo- nastero di s. Miniato. Il suo monastero avea più. sembianza d'eremo, che di ce- nobio, d'onde avvenne che per lungo tem- po fu denominato l'Eremo di Vallombro- sa. 11 santo vi fece fabbricare un ospizio, in cui riceveva in principio coloro che si presentavano a lui per divenirne disce- poli. Ivi egli per qualche tempo li speri- mentava con obbligarli alla custodia de' porci ed a ripulire quotidianamente le loro stalle colle proprie mani senza l'aiu- to d'alcun istromenlo. Se resistevano al- l'abbietto uffizio, gli introduceva nel no- viziato, ove faceva loro osservare esatta- mente la regola di s. Benedetto. Finito l'anno del noviziato, gli ammetteva alla professione, e per imprimer loro piti al- tamente il corrispondente spirito e il di- sprezzo del mondo, gli obbligava a sta- re prostrati boccone a terra per lo spazio di 3 giorni, vestiti della loro cocolla in continuo silenzio, intesi solamente nella meditazione della Passione di Gesù Cri- sto. Itla abbadessa di s. Ilario o Ellero, cui apparteneva il luogo, ove il santo co* suoi discepoli erasi stabilito, mandò loro de' vi veri e de'libri, e poi donò loro il luo- go medesimo d' Acqua Bella , con ampio sito per dilatare la fabbrica del loro mo- nastero, aggiungendovi prati, vigne e bo- schi. In ricognizione però di sue donazio- ni, volle che i religiosi di Vallombrosa dassero ogni anno alla chiesa del suo mo- nastero una libbra di cera ed una d'o- lio, riservandosi come fondatrice del luo- go il diritto di nominare il superiore. Qualche tempo dopo essendo in Firenze l'imperatore Corrado II (il Buller dice Eurico III, che gli successe nel 1039), ed avendo inteso parlare del nuovo mona- stero, mandò Rodolfo vescovo di Pader- bona a consngiarne la chiesa, poiché Fie- 5 m VAL sole, nella cui diocesi anche allora trova- vasi Vallombrosa, era vedova del pastore, il che si ha dall'atto di donazione dell'ab- bndessa del io3c). 11 detto tributo a cui erano tenuti i monaci, fu da loro per lun- go tempo corrisposlo,giacchè se ne fa men- zione in liti privilegio di Papa Gregorio IX del 1228, concesso ad Agnese 11 ab- badessa di s. Ellero; ma neli255 aven- do Papa Alessandro IV trasferite le mo- nache in altro monastero, perchè mena- vano vita poco regolare, concesse quello di s. Ellero a' religiosi di Vallombrosa, con tutte le terre e signorie che ne dipendeva- no. Quanto poi al diritto di nominare il superiore, riservatosi da Itta, ebbe breve vigore, perchè Papa Vittore 11 delio55 (nel quale anno e nel concilio tenuto in Firenze, Venanzio Simi vescovo di Sala- inina vuole che approvasse l'ordine, e lo riferisce nel libro degli Uomini illustri: il Boiler attribuisce l'approvazione dell'or- dine ad Alessandro II nel 1 070), conces- se areligiosi la facoltà d'eleggere il loro abbate. Formatosi in questa guisa il mo« nastero di Vallombrosa, il p. d. Gio. Gualberto ne fu eletto superiore, mal- grado la sua resistenza. Procurò egli che la regola di s. Benedetto fosse con preci- sa esattezza osservata, particolarmente la clausura. Fece vestire i suoi monaci di panno bigio , il che al dire degli storici dell'ordine, fu cagione che ne' primi 4 se- coli dopo la loro fondazione fossero delti ? Monaci bigi; e ciò durò sino al genera- lato del p. ab. d. Biagio di Milano, che lo- ro fece prendere nel i5oo il colore tanè. Qualche tempo dopo la morie del fonda- tore, i monaci portarono sopra i loroabi- ti bigi lo scapolare bianco, ma fu poi lo- ro proibito nel i453 dui generale p. ab. d. Francesco Altoviti, che loro raccoman- dò l'intera osservanza del colore bigio, per essere quello dell'antico abilo dell'ordi- ne. I monaci si radevano la sommità del- la testa, e lasciavano nel basso di essa de' capelli in forma di cerchio, a somiglian- za della corcua de'romaui, per imitare s. VA L Pietro apostolo. Molto conforme era l'a- bito vallombrosa no antico a quello de' frati minori, al riferire de! p. Franchi, il quale narra che essendo s. Francesco d' A - sisi, istitutore di tali frali, venuto verso il 1224 in Vallombrosa in tempo di piog- gia, il p. ab. d. Benigno vedendolo tutto bagnato, gli die la sua propria cocolla per mutarsi, la quale il santo volendo prima di partire restituire , l'abbate non volle riprenderla; onde s. Francesco essendosi cinto colla sua corda, la ritenne e pro- segui a servirsene, non sembrando a lui mollo diversa dal suo ahi lo. Aggiunge ancora il detto biografo, che nel convento di s. Croce in Firenze vedesi in pittura l'abito de'monaci vallombrosani e quel- lo de'frati francescani, e che tra l'uno e l'altro vi è molta somiglianza. Ogni dì più crescendo i beni di Vallombrosa, mer- cè le donazioni che le venivano fatte, s. Gio. Gualberto accettò de'laici e de'frati conversi, i quali avessero cura del tem- porale e de'beni che venivano donati al monastero. Menavanocosloro la stessa vi- ta de'monaci, ne altro li distingueva da essi che l'abito assai più corto, ed una ber- retta di pelle d'agnello con cui copriva- no la testa. Non osservavano essi un si- lenzio così rigoroso come quelli ch'erano destinati al coro , essendo incompatibile coll'esterne fatiche nelle quali erano im- piegati. Questo è il i.° esempio nell'or- dine benedetti no, che si trova de'frati Lai- ci o Conversi (F.) distinti per mezzo del loro stato da'religiosi da coro, i quali per la maggior parte erano fin d'allora chie- rici o prossimi ad esserlo, come nota Fleu- ry, citato dal p. Ilelyot. Molte persone nobili offrirono a Gio. Gualberto de'luo- ghi per fabbricarvi de'nuovi monasteri, e molli lo pregarono ad intraprender* la riforma di altri. Tra* 11 uovi monasteri da lui fondati, il i.°fu quello di s. Salvio, co- sì detto da una cappella dedicata a que- sto santo vescovo d'Amiens, che Incava- si uel luogo a lui dato nel 1 o44- ^e mn" dò egli altri sopra gli Apeunini , uuo a VAL Moschelo, l'altro a Razzuolo, ed il 3.° a Molile Scalari. Que'ch'egli riformò e ne' quali pose i suoi religiosi, furono l'abbazie eli Passignano vicino a Siena, di s. Repa- rata presso Firenze, di s. Fedele di Slru- mi nella diocesi d' Arezzo, e di Fontana Taona nella diocesi di Pistoia; inoltre fu- rono a lui dati i monasteri di s. Maria di Coneo, di s. Pietro di Monte Verde e di s. Salvatore di Vaiano. I monasteri ch'e- gli fondava erano fabbricati secondo le regole della povertà, ne alcuna cosa era- vi di superfluo. Essendo un giorno anda- to a visitare quello di Moscheto , trovò che le sue fabbriche erano troppo ampie e belle, onde chiamato il b. Rodolfo, che n'era abbate, gli disse con volto allegro: Voi avete fabbricato de' palazzi a vostro piacimento, e vi avete impiegato delle somme, che avrebbero servito al sollie- vo d'un gran numero di poveri. Indi ri- volto ad un piccolo ruscello, che ivi ap- presso scorreva, disse : Dio onnipotente, fatte prontamente le mie vendette per mezzo di questo ruscello sopra quest'e- norme edifizio. Indi partì, e tosto comin- ciò il ruscello a gonfiarsi, e precipitando con impeto dalla naontagna.di velse e tras- se seco alberi e pietre sì grosse, che ro- vinarono la fabbrica da'fondamenti. Sbi- gottito l'abbate da un accidente così im- provviso, volendo di bel nuovo fabbrica- re il suo monastero, risolvette di erigerlo in altro sito ; ma il santo ne lo dissuase, assicurandolo anzi che il ruscello non a- vrebbe più. recato al monastero nocumen- to alcuno. Un'altra volta avendo inteso che in uno de'suoi monasteri era stato accet- tato un uomo, il quale a vea donato ad esso in pregiudizio de'suoi eredi tutti i suoi be- ni, visi portò fretloloso,e domandato l'at- to di donazione lo fece in pezzi , quindi pregò Dio e s. Pietro apostolo, che lo vendicassero di questo monastero. Ap- pena partitone vi si appiccò il fuoco, ne bruciò la maggior parte; e il santo acce- so di zelante sdegno, neppure si rivolse a mirare il lagrimevole incendio. Iddio che VAL 67 giammai abbandona i suoi servi, colla mi- rabile sua provvidenza abbondantemen- te fornì i suoi religiosi del bisognevole, e giammai fece loro mancare i viveri. Vii giorno di penuria, il santo fece ammaz- zare un montone per distribuirlo con 3 pani, altri non essendovene, alla comu- nità religiosa. I monaci ricusando di gu- stare la carne, si contentarono tutti d'u- na piccola porzione di pane. Piacque tan- to a Dio questa moderazione, che la pre- miò con mandare al monastero nel ili se- guente de'giumenti carichi di biada e di farina, verificandosi la predizione fatta dal s. abbate. Un'altra volta in somiglian- te occasione fece uccidere un bove , vo- lendo dare a-religiosi piuttosto della car- ne che lasciarli morire di fame; ma essi preferendo il perire al trasgredimento della regola , Iddio con nuovo prodigio provvide al bisogno loro. Un miracolo si- mile a questo avvenne ancora , quando albergò Papa s. Leone IX colla corte pon- tificia nel suo monastero di Passignano; imperocché avendo domandato all'eco- nomo se avea del pesce, e risposto di no, mandò i frati conversi a pescare in un la- go vicino al monastero, e quantunque i religiosi Paveano assicurato di non aver- vi mai veduto pesci, gl'inviati vi trovaro- no due grosse anguille, ch'egli presentò al Papa. L'esempio del santo e le suee- sortazioni convertirono molti chierici, i quali lasciando la loro vita scandalosa co- minciarono ad assembrarsi vicino ad al- cune chiese a vivere in comune ed a me- nare vita assai spirituale. Fec'egli erige- re molti spedali e restaurare molte chie- se. Si dichiarò il santo nemico non solo degli eretici nicolaiti, ma ancora de* si- moniaci. Pietro da Pavia vescovo di Fi- renze, accusato di simonia per avere sbor- sato 6000 lire per ottenere il vescovato, i vallombrosani di sua diocesi ricusarono riconoscerlo per loro vescovo come ere- tico, e sollevarono contro di lui gran par- te del popolo e del clero, anche per mez- zo del rinchiuso nel monastero di s. Ma- 68 VAL ria di Firenze Teuzone. Il vescovo per spaventare gl'insorti, si decise di fare uc- cidere i religiosi autori della sedizione. A tale effetto mandò armati al monaste- ro di s. Salvio, per dar fuoco al mona- stero e uccidere i religiosi, credendo tro- varvi anche Gio. Gualberto, ma n'era partito il giorno avanti. Gli emissari en- trati nella chiesa nel tempo che i religio- si recitavano i notturni, si scagliarono so- pra di essi colla spada alla mano, molti ne ferirono, rovesciarono gli altari , de- predarono quanto vi era e appiccarono il fuoco al monastero. Tale violenza re- se più. odioso il vescovo, e trasse molti al partito de'religiosi, e nel dì seguente mol- ti accorsero al monastero portando cia- scuno a misura delle proprie forze quan- to era necessario a'religiosi, raccogliendo il loro sangue per conservarlo quale re- liquia. Appena seppe V avvenuto s. Gio. Gualberto in Vallombrosa, si partì pel monastero di s. Salvio, sperando di soste- nervi il martirio; si rallegrò coll'abbate e co* religiosi de* mali che avevano sofferti per la giustizia, e indi con alcuni di essi si recò a Roma dal Papa Alessandro II, e nel concilio di Laterano del io63 ac- cusarono il vescovo di Firenze , prote- standosi pronti a provai'Io simoniaco ed e- retico, col Giudizio di Dio entrando nel- le fiamme. Nondimeno il Papa non vol- le deporre il vescovo, né accordare are- ligiosi la prova del fuoco; il maggior nu- mero de* 100 vescovi favorirono il fio- rentino, ma l'arcidiacono Ildebrando, poi s. Gregorio VII, seguì il partito de'reli- giosi. Pietro vedendo di non essere stato condannato da Roma, divenne piti cru- dele e riprese la persecuzione del clero, che unito areligiosi si separarono da lui qual simoniaco. L'arciprete e molti altri non potendo soffrire le sue violenze, u- scirono da Firenze e si rifugiarono nel monastero di Settimo, già de'chmiacensi e allora de'vallombrosani, così dello per essere 7 miglia lungi dalla città, e dona- lo a s. Gio. Gualberto dal conte Gugliel- V AL mo Bulgaro. Il santo, che vi si trovava, gli accolse con grande carità e loro som- ministrò lutti i soccorsi; ma il parlilo del vescovo proletto da Goffredo III il Gob- bo duca di Toscana, che minacciava la morte areligiosi e al clero che gli si era opposto, attirò contro loro fiera persecu- zione. Si portò allora Alessandro II a Fi- renze, ove vide le legna pi eparate pel fuo- co, in cui i religiosi volevano gettarsi per provar la simonia del vescovo. Ma il Pa- pa ricusò di ricevere l' esame della con- troversia, s. Pier Damiani disapprovan- do la separazione dal vescovo prima che fosse sentenziato reo. Le turbolenze au- mentarono, ed il clero e popolo stanchi di soffrire tante calamità, in un' assem- blea richiesero al vescovo che si giustifi- casse dall'accuse. I chierici suoi partigia- ni si offrirono per lui a sostenere il giu- dizio di Dio s'egli era innocente, e che se voleva dar luogo alla prova del fuo- co, alla quale i religiosi volevano sotto- porsi, sarebbero andati a pregarli d'effet- tuarla. Ricusò il vescovo 1' una e l'altra offerta, ed ottenne dal governatore un ordine di condurre in prigione coloro che non lo riconoscessero per vescovo e gli ricusassero ubbidienza; che se alcuno fug- gisse da Firenze gli si confiscarebbero i beni, e che i chierici rifugiatisi nella sub- urbana chiesa di s. Pietro, se non si ri- conciliavano con lui , fossero cacciati di Firenze. In esecuzione di quest' ordine, nel i.°sa baio dopo le Ceneri deh 067, es- sendosi i chierici adunati nella chiesa di s. Pietro per recitare i divini uffizi, furono espulsi senza riguardoalla santità del luo- go. In gran folla allora accorse il popolo, e principalmente le donne con lamentevoli strida, contro il vescovo invocando s. Pie- tro per difenderle contro il nuovo Simon mago. Gli uomini minacciarono di par- tire dalia città colle famiglie, e quindi in- cenerirla. 1 chierici partigiani del vesco- vo, commossi dall'avvenimento, chiusero le chiese e cessarono la celebrazione de' divini uffizi. Essendosi congregali, invia- 1 VAL rono a pregare i religiosi di far loro co- noscer la verità, promettendo di seguir- la. Prima però lo fecero sapere al vesco- vo , se voleva francamente confessare il reato, senza tentare Iddio e travagliare il clero e il popolo, che s' era innocente si unisse a loro nell'invito de' religiosi: il ve- scovo si ricusò. Accorso il clero e il po- polo al monastero di Settimo in nume- ro di circa 8000 persone, comprese le donne e i fanciulli, domandarono a' re- ligiosi la prova del fuoco per autentica- re quanto aveano asserito contro il ve- scovo. Indi subito il popolo alzò due gran- di cataste di legna lunghe io palmi, lar- ghe 5 e alle 4 e mezzo, lasciando tra di esse un sentiero largo un braccio , semi- nandolo di legna secche facili ad accen- dersi. Al canto de' salmi e delle litanie, l'abbate elesse il monaco Pietro per eu- trare nel fuoco, il quale prima si recò a celebrare la messa con sincera divozione, tra un profluvio di lagrime sparse non meno da'religiosi che da'chierici e laici. All' Agnus Dei, 4 religiosi s'incammina- rono alla volta delle calaste per accender- le: portava uno il Crocefisso, l'altro l'ac- quasanta, il 3.° due ceri accesi e il 4-° il turibolo coll'incenso. Vedendoli il popo- lo alzò le sue voci al cielo. Si cantò il Ky- rie eleisoncon tuono lamentevole, si pre- gò Gesù Cristo a venire a difendere la propria causa, e le donne invocarono la B. Vergine acciò pregasse il divin Figlio a imprender la sua difesa. L'aere risuo- nava del nome di s. Pietro, come quello che già avea condannato il simoniaco Si- mon mago, e quello di s. Gregorio I Pa- pa, acciò si trovasse presente allo spetta- colo^ perchè i suoi decreti si verificassero. Intanto il monacoPietro terminata la mes- sa, deposta la pianeta e ritenendo gli al- tri ornamenti sacerdotale portando una Croce e cantando le litanie cogli abbati e i religiosi, tutto confidenza in Dio si acco- stò all'ardenti calaste. Raddoppiò il po- polo le sue orazioni con un fervore in- credibile. Finalmente fu intimalo u tutti VAL 69 il silenzio per render note le condizioni colle quali si faceva la prova del fuoco. Fu eletto un abbate di voce alta e sono- ra per leggere distintamente al popolo un'orazione, la quale conteneva quanto si domandava a Dio, che fu da tutti ap- provato: dopo un altro abbate, fatto cen- no di bel nuovo che tulli stessero in silen- zio,alzata la sua voce così parlò: Miei fra- telli e sorelle , Iddio ci e testimonio, che noi facciamo ciò per la salute delle vo- stre anime, acciocché ormai schiviate la simonia , da cui aitasi tutto il mondo h infetto, la anale è tanto abbominevole, che tutti gli altri peccati sono un nulla in paragone dì lei. Le due cataste già erano divenute carbone, e la via che le divideva n'era coperta in guisa, che cam- minando sopra di essa vi si sarebbe en- trato sino al tallone, comesi vide poi per esperienza. Allora il religioso Pietro, per ordine dell'abbate, pronunziò ad alta vo- ce quest'orazione, la quale trasse le la- grime di tutti gli astanti. Signor Gesù Cristo, die siete la luce di tutti quelli che credono in voi, io imploro la vo- stra misericordia e,prego la vostra cle- menza, accioccìw se Pietro da Pavia ha usurpata la sede di Firenze, per mez- zo del denaro, nel che consiste V eresia simoniaca, voi mi soccorriate in questo tremendo giudizio, e mi preserviate co/i un miracolo da ogni ingiuria del fuo- co, come già difendeste dalle fiamme i tre fanciulli nella fornace. Risposto ch'ebbero tutti gli astanti Amen, diede egli il bacio di pace a'suoi fratelli. Indi interrogato il popolo quanto tempo vo- leva eh' egli dimorasse nel fuoco: rispo- se, che bastava che passasse nel mezzo. Il religioso Pietro, fatto il segno della cro- ce sopra le fiamme colla Croce che ave- va in mano,sopra cui teneva fisso lo sguar- do senza rivolger gli occhi al fuoco, en- trò nel vasto incendio a passo lento, a piedi scalzi, con volto giulivo. Gli astan- ti lo perderono di vista per tolto il tem- po, che rimase tra le due cataste; ma ben 7o VAL presto videsi comparire dall'altra parte Simo ed illeso senz' aver ricevuto dal fuo- co un benché minimo nocumento. Il ven- to delle fiamme agitò i suoi crini, sollevò il suo camice, e fece sventolar la sua sto- la e il suo manipolo, ma il fuoco non ar- se neppure il pelo de' suoi piedi. Rac- contò egli dipoi , eli' essendo vicino ad uscir dalle fiamme, si accorse eh' eragli caduto il manipolo (da altri si disse faz- zoletto), e ritornò a ripigliarlo tra le me- desime. Quand'egli fu uscito dal fuoco voleva rientrarvi; ma il popolo lo fer- mò baciandogli i piedi, e ciascuno si sti- mò felice se gli riuscì baciar il lembo di sue vesti, e quindi fu denominato s. Pie- tro Igneo. Poco mancò che non rima- nesse oppresso dalla calca del popolo, che se gli affollò intorno, ed i chierici ebbero a faticar non poco per trarlo da essa. Tut- ti cantavano lodi a Dio, piangendo per al- legrezza; esaltavano V apostolo s. Pietro, detestavano Simon mago. 11 popolo e il clero di Firenze scrisse subito a Papa A- lessandro II quant'era avvenuto, suppli- candolo a liberarlo dalla soggezione del vescovo simoniaco. Ascoltò il Papa le lo- ro suppliche , e depose Pietro da Pavia, il quale si sottomise a questo giudizio, e si convertì in guisa, che riconciliatosi co're- ligiosi ne vestì l'abito nello stesso'mona- siero di Settimo, a cui si dice lasciò alcu- ni beni, che furono assegnati dall'abbate Pietro II allo spedale del luogo. Dopo questo strepitoso miracolo, i religiosi di Vallombrosa vennero in grande stima. Jl sunnominato cooteGuglielmo Bulga- ro donò pure a s. Gio. Gualberto l'ab- bazia di s. Salvatore e s. Maria di Fucec- chio fondata da suo padre a'benedetlini (poi pervenuta a'francescani esistenti (in da prima deli 3 io), nella valle dell'Ar- no inferiore, allora diocesi di Lucca , pregandolo a mettervi 1' acclamata sua riforma, e per abbate quel religioso Pie- tro, ch'era passato in mezzo alle fiamme. Questo religioso, che l'ordine di Vallom- brosa annovera tra i suoi santi, e ne ce- VAL lehra la festa 1*8 febbraio, fu creato car- dinale vescovo d'Albano nel 1074? come vuole l'Ughelli, ovvero come già scris- si nella sua biografia nel 1079 secondo altri, da s. Gregorio VII, che inoltre pre- se 1' abbazia sotto la protezione della s. Sede, ed era della famiglia Aldobrandi- no, di cui riparlai in più luoghi. Fatto- si religioso vallombrosano, fu tutto inte- so ad arricchirsi di sode virtù, ma spe- cialmente dell' umiltà praticata da lui in sì alto grado di perfezione, che mal- grado la nobiltà di sua nascita non isde- gnò la custodia de'giumenti e delle vac- che per ubbidire al suo superiore, finché il suo merito non permettendo più tale abbiezione, fu fatto preposto di Passigna- no. Dopo avere s. Gio. Gualberto col suo zelo conquiso la simonia, in que' tempi resa così famigliare, rivolse tutte le sue sollecitudini al governo del suo ordine, e finalmente neli073, essendo passato a Passigoano per far la visita del monaste- ro, si ammalò e morì a' 12 luglio, e gli furono fatti i funerali colle lagrime di tut- ta la Toscana. Poco avanti la sua morte fece congregare i suoi mouaci, e preso per la mano il b. Rodolfo di Moscheto, lo nominò suo successore ; nondimeno da- ta ch'ebbero sepoltura al di lui corpo, i religiosi per osservare le ordinarie for- malità, si radunarono in Vallombrosa, ove aderendo alle intenzioni del fonda- tore, elessero generale il b. Pcodolfo, che ottenne da >s. Gregorio VII la conferma dell'ordine e de'suoi privilegi. Quel Pa- pa fu così devoto del santo, che celebran- do la messa e raccomandandosi a lui si sentiva tutto infervorato. Papa Celesti- no III canonizzò s. Gio. Gualberto a' 6 ottobre 1 193, e Papa Clemente Vili ne permise l'uffizio e messa, come riferisco- no Novaes e l'Oldoino. La sua festa si ce- lebra a' 12 luglio, giorno della beata sua morte, ed inoltre l'ordine a* io ottobre solennizza pure quella della traslazione del suo s. corpo a Vallombrosa. Tra le di- verse sue vite, ricorderò di Diego Franchi, VAL Hi storia del patriarca s. Gio. Gualber- to i Gabbale ed istitutore dell'ordine mo- nastico di frallombrosa, Firenze 1640. Inoltre scrisse la vita del santol' 8.° ge- nerale dell'ordine s. Atto, poi vesco- vo di Pistoia, fiorito verso la metà del XII secolo, dal martirologio vallonibrosa- no onorato a'22 maggio. Adornò il mona- stero di Valloni brasa di non poche esen- zioni, e di molti ampli e bellissimi pri- vilegi, ottenuti dalla s. Sede, per la qua- le sostenne molte difficoltà e tribolazio- ni. Aggiunse all'ordine il monastero di s. Virgilio di Lugano, e persua opera con- seguirono i pistoiesi la testa di s. Giaco- mo apostolo, fratello di s. Giovanni Evan- gelista. Di recente il can. Giovanni Cre- scili pubblicò, intitolata al clero di Pi- stoia, Storia di s. Atto vescovo di Pi- stoia, ivi 1 855. La Civiltà Cattolica, se- rie 3.", t. 3, p. 92, ne dà ragguaglio con magnifici elogi al chiaro autore. Ecco quanto Scrive 1' encomiato Repetti sul- l'abbazia di s. Michele di Passignano in Val di Pesa nella diocesi di Fiesole e compartimento di Firenze, da cui è di- stante 16 miglia. E posta sulle pendici o- rieutali di una collina di due miglia al- la destra del fiume Pesa, nella parroc- chia di s. Biagio del castello di Passigna- no. Il magnifico e grandioso edilìzio di questa celebre e ricca badia, stata capo di uua congregazione di valiombrosani, offre da lungi l'aspetto di un munito ca- stello, perchè con mura merlale, circon- date di fosse e di carbonaie ; e nel suo tempio si conservano le più belle opere del Passignano (Domenico Cresti pittore famoso nativo del castello), del Soni suo genero che vi lasciò molti saggi del suo grazioso pennello, ed altre parimenti di eccellenti pittori. E pure iti questo san- tuario dove si venera il teschio del s. fon- datore dell'ordiue di Vallombrosa, rac- chiuso in argenteo busto lavorato a nielli di squisita finezza (avendo espressamen- te interpellato un monaco vallombrosa- no del monastero di Roma sulle reliquie VAL 71 di s. Gio, Gualberto, mi assicurò vene- rarsi il corpo nella chiesa ili Vallombro- sa, ed un braccio in quella di Passigna- no). Erano raccolte nel suo archivio non meno di 6600 pergamene, riunite dal granduca Leopoldo a quelle i4o,ooo e più che possiede il r. archivio diploma- tico di Firenze. Giovano quelle a far co- noscere i numerosi possessi in vari tem- pi per pia elargita, pervia di compre o di permute acquistati dal monastero iti discorso. L'abbazia ebbe origine iiell'Hqo, e nel 903 l'oratorio di s. Michele era già fornito di una monastica famiglia pre- sieduta dall'abbate e dal preposto. Alla metà del secolo XI vi si recòs. Gio. Gual- berto invitato da Leto, 4«° preposto, che fu nominalo ivii.°abbate della riforma vallombrosana, ed è quello stesso cui è diretta da s. Gregorio VII la bolla del 1073, colla quale ad istanza di Gugliel- mo vescovo di Fiesole ricevè la badia di s. Michele di Passignano sotto la prote- zione della s. Sede. Godeva sin d'allora un esteso patrimonio nei pivieri di Sil- lauo, a cui appartiene, di Campoli,di Cin- tola ec, la giurisdizione di diversi ospe- dali fondati in pian Alberti, sul Cestio, nel Val d'Arno superiore, a Combiate in Val di Marina, e a Siena fuori di por- ta Camullia; oltre il giuspadronato del- le chiese di s. Maria a Vigesimo presso Barberino di Mugello, di s. Bartolomeo a Scampata presso Figline, di s. Miche- le a s. Donato in Poggio dentro Siena, e di non poche altre. Continuarono le of- ferte e le investiture anche al tempo de- gli abbati Rodolfo ed Ugo successori im- mediati di Leto. Furono nel numero dei donatari parecchi signori, ma ben pochi fra questi rinunziarouo all'utile dominio dei terreni, corti e castelli donati ; anzi la loro elargita era mossa non di rado, come altrove, dalla speranza di farla da arbitri assoluti sul pingue patrimonio de' monaci di Passignano, per mezzodì qual- che figlio 0 affine» cui indossavano bene spesso la vallombrosana cocolla. Di lai 72 VAL fatta fu la reggenza di quel R Uggeri de' Buondelmonli, che ancora imberbe, col- l'assistenza de'ghibellini già resi prepo- tenti signori in Toscana, dopo la vitto- ria ottenuta nei campi dell'Arbia, si fe- ce nominare 6.° abbate di Passignano. Dopo aver sul declinare del secolo XIII governato per molti anni questa celebre badia, nel 1298 potè salire sul 1. "gradi- no della gerarchia vallòmbrosana, facen- dosi dichiarare abbate generale di que- sta congregazione, e fu esso medesimo chea' 20 agosto i3o2 ottenne dalla si- gnoria di Firenze una provvisione assai favorevole, quella cioè di poter rendere ragione per mezzo de'suoi visconti o vi- cari ne' castelli e distretti di Magnale e di Ristonehi (nel Val d' Arno sopra Fi- renze, ora villaggio con chiesa parroc- chiale, la cui signoria acquistarono di buon'ora i monaci di Vallombrosa ed i signori di Cuona o CognadiPitiana; avea torre munita a guisa di rocca, e neli24S i guelfi ne fecero un punto di difesa, ed ebbe il castellano); come pure nelle ville di Tosi, di s. Martino a Pagiano e di Ca- gliano o Caticciano sotto Magnale. II quale abbate Iiuggeri, mentre risiedeva nel palazzo turrito del Guarloue sull' Ar- no (colla villa è il più vetusto possesso che tuttora conservano i vallombrosanidi Fi- renze, donato all'istitutore loro insieme e Ha chiesa di s. Salvi uelio48, per dote del nuovo monastero da erigersi ivi, indi ne'primi secoli dell'ordine residenza del- l'abbate generale), dirimpetto alla badia di s. Salvi, a'16 agostoi3i6, giorno pe- nultimo di sua vita, dettò il suo testamen- to, col quale rimordendogli la coscien- za, volle che fossero restituite alle badie di Passignano e della Vallombrosa i mol- ti denari, gli arredi preziosi e i vasi sa- gri d'argento ch'egli durante il suo go- verno si era arbitrariamente appropriali. E se la riedificazione assai più solida e grandiosa del monastero di Passignauo, come apparisce dall'anno 1294 scolpilo nel!' architrave della bella porta della VAL clausura, è frutto del suo luugo governo, ha l'istoria altresì tramandato alla poste- rità gli alti arbitrari ch'esso e i suoi ni- poli operarono a danno di que' claustra- li e de'loro averi. Ne giovarono i frequen- ti reclami de' vassalli presso la corte ro- mana e avanti i reggitori del comune di Firenze, tostochè questi ultimi accorda- rono agli abbati il diritto d'eleggere il po- destà nel vicino castello di Poggio a Ven- to come feudo de'monaci di Passignano. Per le sue vasle possessioni, Lorenzo il Magnìfico fece istanza a Papa Sisto IV, affiuchè conferisse in commenda unita- mente alle badie di Coltibuono e di Va- iano anche questa al di lui figlio Giovan- ni de Medici, poi cardinale e Leone X, il quale la rinunziò prima del papato nel 1499 al generale di Vallombrosa me- diante una pensione di 2000 scudi. La badia di Passignano serve ora di rifugio a'monaci più venerandi dell'istituto vai* lombrosano, ed ha potuto conservare, ad onta delle passate vicende, uu'esteusioue territoriale in un raggio di quasi due mi- glia in tutte le direzioni, a partire dal monastero, nella quale periferia sono compresi 4* poderi con vasti boschi di querce che forniscono oltre 200,000 lib- bre di carbone. La chiesa parrocchiale di s. Biagio, fabbricata sino dal 1 080 a con- tatto della clausura, ha riunito le due par- rocchie di s. Brizio a Materaia e di s. An- drea al Poggio a Vento o a Callebuona, cadute entrambe in rovina col totale de- perimento de* nominali castellucci. All'abbate generale b. Rodolfo, nel 1076 successe il b. Rustico da Firenze, il quale nel 1092 ebbe per successore il b.TErizzo da Firenze. Ambedue questi ge- nerali distesero notabilmente l'ordine, che neli.° secolo di sua istituzione avea già più. di So abbazie. Papa Urbano li colla bolla Cimi universi* s. Ecelesiae, de'G aprile 1090, Bull. Rum. t. 2, p. 69: Jj)f)roùatio Congrcgatiouis mouaclio- rum Vallis Umbrosac o r diiris s. Bene- die li , auae sub prolcclioiie Sedis apo- VAL stolìcae susripitur. E di reità a tutta la congregazione, della quale costituì capo il monastero di Vali ombrosa, e dispose che l'abbate generale fosse eletto col con- senso di tutti gli abbati della medesima. 1 generali furono da principio perpetui, indi triennali, poscia per anni 4> dispo- sizione ancora in vigore. Usano ornamen- ti pontificali, onore chefu conceduto pri- ma che ad ogni altro, al p. d. Nicola da Siena abbate di Passignano neh 352 dal Papa Clemente VI in Avignone, ed ivi ancora neli3y2 da Gregorio XI all'ab- bate di Vallombrosa , che anticamente era ili .° prelato della Toscana, e giudi- ce apostolico nelle diocesi di Fireuze e di Fiesole, sulle tasse che si pagavano al Papa, Quando i generali erano perpetui prendevano il titolo di abbati della Ma- donna e di tutto l'ordine di Vallombro- sa, e di conti diCaneto, di Monte Verde, di Gualdo e di Magnale. Aveano anco- ra luogo nel senato ili Firenze, ed era- no sovente deputati da'Papi per decide- re le controversie, che insorgevano tra gli ecclesiastici di Toscana. Fra' moltis- simi privilegi concessi da' Papi agli ab- bati della Vallombrosa e a tutta la cou- gregazione, colla conferma di sue possi- denze, ricorderò quelli deli 1 88 di Cle- mente 111, deli 198 ei 204 di Innocen- zo III, e del 12 16 d'Onorio III. Alessan- dro V nel i4°9 concesse alla chiesa del monastero di s. Michele de Furcidis> dio- cesi di Pistoia, che i vallombrosani ogni anno per privilegio potessero cantare la messa solennemente nel sabato santo, vi- gilia della Pasqua di Bisurrezione due o tre ore dopo mezzodì, cui magna cau ■ sa devotionis, interesse consuevit populi midlitudo. Tanto si legge nella Descri- zione della settimana santa di Cancel- lieri. Papa Innocenzo Vili colla bolla Alto divinac providentiae , de' 3 1 gen- naio 1 4^4? Bull. Rom. t. 3, par. 3, p. iq5: Unio monastcriorum congrega- tionis monachorum Fallis Umbrosae , sub uno abbati generali , nu/icupaudo VAL 73 Fallis Umbrosae , et pracfinitio non- nullarum ordinalionum prò regimine monachorum d. congrega tionis sub rega- la s. Benedicti, jurisdictioquc ejusdem abbatis. Papa Giulio 11 colla bolla Mi- litanti* Ecclesiae reg/Ww". de'i51uglio 1 507, Bull. c\l.,p. 298: Approbatio gra- tiarum , et privilegio rum Pontificibus , Imperatoribus etaliis concessorum con- gregationi monachorum Fallis Umbro- sae ordinis s. Benedicti: Et communi- catio quarmncumque gratiarum, et in- dultorum quoquomodo congregalioni Cassinensi monachorum ejusdem ordi- nis concessorum^etconcedendorum.Tvii' Papi sono specialmente nominali Urba- no li, Pasquale II, Celestino II , Inno- cenzo II, Urbano III, Gregorio Vili, Ce- lestino III, Innocenzo IH, Bonifacio Vili e Innocenzo VII. Papa Clemente Vili con breve del 1 596,acciocchè le donne sol- tanto in alcuni determinati giorni dell'an- no potessero entrare nella chiesa di Val- lombrosa, assegnò quelli della festa di s. Gio. Gualberto, il giovedì e venerdì san- to, e nel giorno dell'Assunzione della B. Vergine, perchè si distribuivano 4oo li- re in dote alle povere fanciulle. Clemente X colla bolla Decet Romanum Ponti/i- cem> de' 2 ottobre 1671, Bull. cit. t. 7, p.i35: Quod abbas generalis congre* gatioiris Fallis Umbrosae prò tempore existens } mozzettam et mantelletlam , pileum et biretum praelatitios edam in Capellis Pontijiciis de/erre, etgestari possit. Papa Clemente XI colla bolla Injuncto Nobisì de* i5 maggio 1704., Bull. cit. 1. 1 o, p. 67 : CofifirmanturCon- stitutiones monachorum Fallis Umbro- saecum suis correctionibus^additionibus et declaralionibus ad rcgulams. Bene- dicti. Comprende le Costituzioni dell'or- dine spettanti al governo politico e al mo- rale, colle ordinazioni d'Alessandro VII eziandio. Separatamente furono stampa- le le Costituzioni dell' Ordine di F al- lombrosa coli' inserzione della regola di s. Benedetto, Fireuze 1704- luoltre 74 VAL Clemente XI col breve Prospero farli- cimie congregationis, degli 1 1 dicembre 1 7 o4, Bull cit., p. 1 38 : Deputantur ab- bas gencralis, visitatores et definitores cougregationis monachorumV all'i s Uni- brosaet rum Statuto spettante ad Visi- talionem monasterioruni major is obser- vantiae. Col breve poi Apostolatus ofjl- ciuin, t\tiS settembre 1 7 1 3,Bull. ci t., p. 346 : Conceditur congregationi mona- vliorum Vallis Umbrosae conimiinieatio privilcgiorum quorunidam Ordinimi) et Congregationum. Papa Clemente XIII col breve Ecclesiae Catholicae, de 1 1 loglio 1760, Bull. Rom. cont.y t. 2, p.i : Coiifirniatio nonnullorum Statutorum approbatorum ab abbati generali, et difinitorio generali ordinis s. Benedi- rti eongregationis monachorum Vallis Umbrosae super novo methodo studio- rum in ditto ordine. Quantunque il p. Diego Franchi asserisca, che quest'ordi- ne non Fu giammai bisognoso di riforma, dice il p. Helyot, è nondimeno verosimi- le, che se I' osservanza regolare vi fosse stata sempre fedelmente custodita, non si sarebbero talvolta dati a lui per gene- rali de'religiosi di diversi ordini, come il p. Placido Pascanelli religioso di s. Bene- detto di Mantova, che fu il 29. ° generale di Vallombrosa, nominato da Papa Eu- genio IV, e il p. Biagio da Milano 3i.° generale, il quale dopo aver governato quest'ordine per 36 anni, venne deposto da tale dignità e mandato in esilio a Gae- ta nel 1 5 1 5 da Leone X, il quale elesse in suo luogo il p. Gio. Maria da Firenze domenicano, che governò l'ordine di Val- lombrosa per 8 anni, a capo de'quali es- sendo stato fatto vescovod'lppona inpar- tibus e suffraganeo di Pistoia da Adriano V I nel 1 523, il generalato fu restituito al p. Biagio da Milano, che fu l'ultimo ge- nerale perpetuo. L' Itinerario del cele- bre p. Ambrogio camaldolese, ci rende avvisati che questo dotto uomo fu nomi- nato da Eugenio IV visitatore generale dell'ordine di Vallombrosa ; ed il cardi- VAL 11. ti Giustiniani protettore di quest'ordi- ne, volendo riformarlo, nel 1 60 1 nominò persilo commissario visitatore e riforma- tore dell' ordine il ven. p. d. Giovanni Leonardi fondatore de' chierici regolari della Madre di Dio, il quale divelse l'er- be maligne di que'molti abusi che ivi era* no radicati , facendovi rifiorire 1' osser- vanza regolare collo stabilimento di molti regolamenti. Si disse sopra, che i religio- si di Vallombrosa furono i primi dell'or- dine benedettino ad ammettere frati con- versi. Vi erano ancora delle suore con- verse, le quali facevano una tal qual pro- fessione nelle mani dell'abbate, e viveva- no come in società soggette all'ubbidieu- za de' superiori dell'ordine. Portavano una veste collo scapolare bigio, e copri- vano la testa col velo nero. Alcune di es- se erano vedove, altre maritate, le quali abbracciavano questo slato di consenso de'loro mariti, i quali si separavano da loro ritirandosi in qualche chiostro reli- gioso. Dopo offerta la loro eredità al mo- nastero, ne godevano finche vivevano l'u- sufrutto, ed erano affidate alla cura d'un frale converso d'età avanzata e di vita penitente. Erano obbligate a osservare alcuni digiuni, ed a recitare alcune preci; ma queste converse, che non furono in- trodotte se non dopo la morte di s. Gio. Gualberto, non durarono più d'un seco- lo. La dilFerenza che passava tra'conversi e le converse era questa, che i conversi erauo religiosi e le converse no; ma se- condo tutte l'apparenze aouoveravansi tra quelle che dedicavauo se e i loro di- scendenti al servizio del monastero, e per- ciò affatto diverse dalle monache Val- lombrosane(F.) fondate dalla b.Umiltà, bensì somiglianti a quelle di cui dice trat- tare il p. Ilelyot nel cap. 7. Ma egli in questo solamente ragioua : Dell antiche congregazioni di Francia e di Marmou- tier. Avendo cercato ue'di versi capitoli, poiché dev'essere errore di citazione, ho trovato che nel cap. 18, discorrendo del progresso de'cluniacensi , racconta. Circa VAL il 948,in tempo dell'abbate Aimardo, liQ nobiluomo colla sua moglie Doda, d'ac- cordo co'loro figli, rinunziarono al seco- lo, e dedicarono se slessi all'abbazia di Cluny con tutti i. beni che loro appar- tenevano ne'viilaggi di Macere e di No- roud sulla Garonna. Il p. Mabillou è di sentimento, che da questo traessero ori- gine i Donati o Obietti (F.) dell'ordi- ne benedettino. Questi donati o oblati vestivano abito religioso, ma diverso da quello de'mouaci, offrivano co'loro beni se stessi a Dio, ed erano talmente al mo- nastero soggetti, che passavano alla cou- dizione di servi, essi non meno che i fi- gli. Però non mi sembra interamente re« lati va la citazione errala. Come seguiva- no tali donazioni, con singolari e curiose costumanze, il p. Helyot Io riporta a p. 197 e 199. I vallombrosani che neli5oo avevano preso negli abiti il colore tanè, cioè lionato scuro, ch'èil colore mezzano fra il rosso e il nero, come il guscio della castagna, in seguito adottarono il nero sì i monaci e sì i conversi, i quali deposte le loro berrette di pelli d'agnello, in luo- go di esse presero il cappello ecclesiasti- co. Il p. Bouanni nel Catalogo degli or- dini religiosi espressi con immagini e spiegati, nel t.i, p. 1 34, produce quella del monaco vallombrosauo in cocolla e berretta chiericale. Dice che s. Gio. Gual- berto dopo aver appreso il modo di vive- re de'camaldolesi, si recò a Valle Om- brosa e allettato dalla solitudine fabbri- cò un monastero e vi stabilì l'istituto de' cluuiaceosi, i quali poi dal luogo furouo detti vallombrosani. Le vesti di questi monaci sono di colore quasi nero, nella forma non differiscono dalle altre, tran- ne cocolla, la quale non è increspata co- me quella de' benedettini cassiuesi. Gli abbati e i sacerdoti usano la berretta sa- cerdotaleneile funzioni ecclesiastiche. Ag- giunge che la storia dell'ordine la scrisse il p. d. Biagio Melanesi abbate generale del medesimo ; molte cose registrò il summentovato p. d. Veuauzio Situi pro- VAL 7> curatore generale dell'ordine nel Catalo- go de' santi di Vallombrosa, il lìaronio ed altri. Il p. Annibali da Lalera, Coni' pendio della storia degli ordini rego- lari esistenti, t.i, cap. 17 : Dell'ordine, di Vallombrosa, riferisce. A tempo del p. Paolo Morigia gesuita, che pubblicò nel i 569 l' Istorie dell' origine di tutte le Religioni^ vallombrosani già portava- no l'abito morello. Ora però, soggiunge, per ordinazione d' un capitolo generale vestono di uero, ed hanno di questo co- lore la tonaca cinta con una fascia, e lo scapolare sciolto col cappuccio , e nelle funzioni pubbliche la cocolla con mani- che larghe. La congregazione vallombro- sana ha per slemma in campo azzurro uu braccio ch'esce fuori dalla parte sinistra dello scudo, vestito d'una manica di co- colla nera, tenente un bastone pastorale con due teste di leoni, una posla contro l'altra e aggiuntevi dall'abbate generale [>. d. Bernardo Gianfigliazzi. Quindi il p. Helyot passa a parlare delle congre- gazioni di s. Salvio, di s. Arialdo, e di y allombrosella. Alcuni storici dell'or- dine trattano delle medesime derivale dalla congregazione di Vallombrosa. Il p. Franchi pretende che il monastero di s. Salvio non abbia formala congre- gazione diversa da quella di Vallombro- sa, co'mouasteri ch'erano a lui uniti, ma soltanto una provincia particolare. Sia comunque, i monasteri di s. Salvio e quello di Passignano si separarono dal capo dell'ordine coll'autorità di Calisto III Papa del i455> e si unirono con al- cuni altri; ciò durò fino al pontificato d'Innoceuzo Vili, il quale li riunì al lo- ro capo nel 1 434- Quanto poi alla con- gregazione di s. Arialdo, it p. ab. d. A- scauio Tamburino generale dell'ordine e tra'più celebri scrittori del medesimo, fino al p. Helyot era stato il solo che ne avea parlato nel suo libro De j are Au- batumJù\'!>^. 24, citando le vile mss. di s. Gio. Gualberto e del b. Rodolfo, che souo nell'archivio di Vallombrosa, uelle 76 VAL quali se ne fa menzione, per asserzione ilei medesimo p. Tamburino. Ila egli nondimeno ei rato, secondo lo stesso p. Helyot, dicendo che questa congregazio- ne di s. Arialdo fu istituita nel 1080 da tal santo e da'suoi compagni, il che è im- possibile perchè non può dubitarsi che già nel 1 066 avea sofferto il martirio, per aver vigorosamente e con mirabil co- stanza combattuto contro i simoniaci , condannate con cristiana libertà le scel- leraggini de'chierici nicolaiti, che a que' tempi menavano vita licenziosa e impu- dica, e per avere affrontato Guido arci- vescovo di Milano sostenitore degli ere- tici, il quale non potendo soffrire il zelo ch'egli avea per la pura fede e i buoui co- stumi, lo fece morire. Al p. Helyot sem- bra più probabile, che questa congrega- zione non sia giammai sussistita e che il suo stabilimento sia immaginario, e la storia ecclesiastica ci dice che s. Arialdo fu arcidiacono della chiesa Milano, e non vallornbrosano. Tra quelli i quali insie- me con lui perseguitarono isimouiaci, vi fu il conte Erlembaldo uomo d'armi, il quale ancor esso sostenne il martirio per la stessa causa nel 1073. Siro sacerdote della chiesa di Milano, e Andrea da Par- ma, che dopo la morte di s. Arialdo diven- ne discepolo di s.Gio. Gualberto, e fu poi abbate di Strumi, furono i compagni di s. Arialdo; per cui l'Helyotsi conferma che la congregazione di s. Arialdo deve tenersi per invenzione capricciosa. Lo stesso, di- chiara Helyot, potrebbe dirsi di quella di Vallombrosella, la quale gli storici del- l'ordine dicono istituita da s. Laici IX re D di Francia, che per la divozione verso s. Gio. Gualberto fece fabbricare un mona- stero vicino a Parigi, ove collocò la ma- no destra o altra reliquia del santo, ot- tenuta dal p. Benigno 1 5.° abbate gene- rale, e che il re uni a tal monastero mol- l'altre abbazie,le quali formarono la con- gregazione di Vallombrosella, e questa dilatò le sue radici in Francia e preci- puamente nel Delfinato (tali monaci non VAL furono propriamente vallombrosani, né allatto erano congiunti alla congregazio- ne di Vallombrosa: i vallombrosani esi- sterono soltanto in Provenza, e non in al- tre parli della Francia). Altri storici del- l'ordine dicono che s. Luigi IX fece in- nalzare questo monastero in onore di s. Gio. Gualberto a Parigi , senza dire il luogo, che mai si trovò nelle ricerche coi» diligenza fatte. Il p. Helyot non tro- vò che un solo monastero in Francia de* vallombrosani, in Corneillac diocesi di Orleans, del quale ragiona Dusaussoy negli Annali ecclesiastici iV Orleans. Fu esso fondato da un signore, che verso la fine del secolo XI tornando da Gerusa- lemme, essendo passato per Roma otten- ne dal Papa delle reliquie di s. Cornelio e di s. Cipriano, e condusse seco in Fran- cia de'monaci vallombrosaui col priore p. Andrea, a'quali eresse un bel monaste- ro nella diocesi d'Orleans, a cui die il no- me di Corneillac a cagione delle reliquie di detti santi che vi collocò. Finalmente ilp. Helyot rimarca l'errore dello Schoo- nebeck, il quale neWIIistoire de» Or- dres Religieux, parlando del vallosom- brosano, dice che s.Gio. Gualberto andò a Camaldoli nel 1008, e che istituì il suo ordine nelio4o, il che è una manifesta falsità, giacche il santo nell'uscir da Ca- maldoli si ritirò a Vallombrosa, ove po- co dopo gitlò le prime fondamenta del- l'ordiue. Afferma di più, che questo santo patriarca die areligiosi l'abito di color turchino, fatto alla maniera di quello de' camaldolesi, e che al suo tempo vestiva- no di color violetta, ciò che prova la ne- gligenza di detto scrittore, non avendo mai vestito i vallombrosani tali colori, e allora usavano il nero.Mentre si fabbrica- va ilcelebre e maestoso santuario di Gai- loro presso la Riccia (f^-), in ouore del- l'ImmacolatoConcepimento della B. Ver- gine (il che rilevai pure nel voi. LXXIII, p. 47» celebrando la definizione del dog- ma), ne fu affidata la custodia a'vallom- brosani neh 632, i quali tosto v'innalza- VAL rono il contiguo monastero, e vi rimase- ro siuo alle vicende politiche che afflis- sero gl'inizi del secolo corrente. Indi Pio VII ad istanza delle popolazioni circo- stanti di A riccia e Genzano, col breve Ex parte dilectorum /z Zzo rum, de' 2 9 novem- bre 1 8 1 6, Bull. Rom. cont. 1. 1 4, p- 2 55 : Concessio Monasterii, et Ecclesiae o- lim spectantium monachis ordinis s.Be- nedicti congregationis Vallis Umbro- saet seu Seminario Albanensi \favore Socictatis Jesu terrae Cynthiani, et A- riciae cjusdem dioecesis. Nel citato ar- ticolo descrissi ancora il magnifico ponte che unisce Albano alla Riccia, e avvici- na la distanza a Galloro anche dalla vil- leggiatura pontificia di Castel Gandob fo. Quindi del compimento poi e dell'in- augurazione del monumentale ponte, e dell' erezione degli altri ponti tra l' A ric- cia e Galloro, ne ragionai nel voi. LXX, p. 1 47- L' antica, illustre e benemerita monastica congregazione di Vallorobro- sa, uno de' rami del grande e fecondo beneficentissimo albero benedettino , è una delle più esimie glorie della Tosca- na, dopo gli esempi del fondatore s. Gio. Gualberto, che fu uno de' più forti re- pressori degli eretici nicolaili e de'simo- niaci che ammorbavano l'Italia e più particolarmente la Toscana, eseguendo egli l'opera della riparazione de'costumi con non pochi esemplarissimi suoi mona- steri ; questi furono rifugio a'fedeli nella corruzione dell'Italia stessa nel secolo XI, non che a ragguardevoli prelati e a no- bili che vi cambiarono le insegne di loro dignità e grandezze con quelle della u- miltà monastica. Fiori in ogni tempo per uomini di santità sublime, di elevate dignità ecclesiastiche e di scrittori che le sagre discipline e le umane lettere nobi- litarono. Onorata perciò la congregazione da' fedeli, protetta dagli uomini più emi- nenti, accetta a'principi, e potentemente favorita da' romani Pontefici , gode da secoli la speciale protezione d'un cardi- nale; e Gregorio XVI nel 1 843 ne di- V A L 57 chiaro protettore l'attuale amplissimo e virtuoso cardinale Cosimo de Corsi di Firenze, arcivescovo di Pisa, il quale pre- se possesso della protetloria nel mona- stero di s. Prassede di Roma, al mo- do che narrai nel voi. LV, p. 327. La congregazione vallombrosana vanta di averle appartenuto i seguenti. Il magna- nimo Papa s. Gregorio VII, nella cui biografia tenni proposito della questione del suo monacato e parentela, e se con- giunto di sangue a s. Gio. Gualberto, ri- cordando i dotti scritti del p. ab. d. Fede- le Soldani vallorabrosano. Questi sosten- ne vallombrosano quel s. Gregorio VII, che sebbene alcuni pretendono figlio di un artigiano di Soana (V.), rimarcò il Jager nella introduzione alla Storia del medesimo di Voigt, che l'eroe del genio e delle conquiste de'nostri tempi Napo- leone I dissedi lui: Se io non fossi Napo- leone, vorrei esser Gregorio Fili Nel voi. LXXVIII, p. 1 1 3, riparlando della patria e della famiglia di s. Gregorio VII, notai che ora il can. Cerri volle dimostra- re essere Soana del Canavese in Piemon- te. Inoltre i vallombrosani ritengono es- sere stato loro monaco il Papa Pasqua- le II, che nella sua biografia dissi prima canonico regolare e poi abbate cluniacen- se di s. Lorenzo fuori le mura di Roma , a cui il menologio benedettino dà il ti- tolo di beato. Il p. d. Benigno Davanzali di Firenze abbate di Vallombrosa, nel 1 725 stampò in Roma : Notizie al pel- legrino della basilica di s. Prassede. A p. 532 e seg. riporta gravi ed autore- voli testimonianze per provare vallom- brosani s. Gregorio VII e Pasquale II. Dice che s. Gio. Gualberto chiamalo da' monaci cluniacensi del monastero di s. Benedetto di Calvello, vicino a Soana, a riformarli e aggregarli al suo ordine, il santo vi costituì abbate il monaco del me- desimo Ildebrando verso il io4o. Sicco- me anticamente il nome di cluniacensi e vallombrosani erano termini convertibi- li, per essere stalo s. Gio. Gualberto clu- 78 VAL niacense, dalla qnal congregazione derivo la viillombrosana, per cui quando Ilde- brando si recò in Francia col suo antico maestro Papa Gregorio VI,che molli ten- gono calunniato, giunti a Clunjrt Ilde- brando ne fu falto priore, e vi dimorò i 8 mesi. Indi con s. Leone IX ne parli, e con esso si recò a Passigoano. Divenuto Ildebrando Papa ». Gregorio VII, ne de- rivò quindi la questione se cluniacense o vallombrosano. Quanto a Pasquale II, il p. Davanzali, dice che prima fu monaco inCluny, indi ritornato ini talia entrò Ira' vallombrosani , essendo allora essi una cosa medesima co ch.iniacensi, osservanti la medesima regola. Da tutto ciò ne con- segue che i due Papi s. Gregorio VII e Pasquale II si ponno riguardare a un tempo cluniacensi e vallombrosani. Non manca chi asserisce vallombrosano anche Papa Innocenzo II, che comunemente si ritiene canonico regolare. Certamente e senza contrasto furono cardinali vallom- brosani, come li descrissi nelle loro bio- grafie: S.PieU'o Igneo Aldobrandino Bea- to Tesoro Beccaria, abbate generale di Vallombrosa, martire. S. Benedetto li- berti del sangue regio dei longobardi, abbate generale dell'ordine, contribuì al- le donazioni fatte dalla gran contessa Ma- ti/de alla s. Sede: la sua festa si celebra a' 4 dicembre, ed è chiamato magno e glorioso. Anastasio vescovo d'Albano, secondo il p. Tamburino monaco della badia di Monte Piano nella diocesi di Pi- stoia, allora della congregazione e giu- risdizione di Vallombrosa. Lucio Boezio monaco di Vallombrosa. Oderisio abba- te di s. Maria d'Osella presso Città di Ca- stello, secondo il p. Davanzali, fatto car- dinale di s. Marlino da Pasquale li : ma siccome ne' suoi 82 cardinali riportati da Cordella, il migliore biografo de' cardi- nali, non è riferito, sotto tale nome io non ne feci biografia, bensì di Oderisio di San* grò e dc'diversi Oderisio conli de Alarsi. Martino Cibo, IO col Cordella lo dissi ci- slerciense, inculre il p. Davauzati diebia- VAL rnndolo di Vallombrosa econoscendo an- cora che altri scrittori lo dichiarano ci- sterciense, rileva non dovere ciò recare meraviglia, sia perchè delle cose antiche non di tutte si hanno notizie chiare, sia per volere ciascuno per se quelli che al mondo goderono bella fama. Pe' santi e beati dell'ordine si può vedere: ftlarty- rologiu m Sa ne tortini cong tega tionis Fa l- lis Umbrosae ordinis s. Benedirli 'juxla decr. S. R. C 27 rnartii 1773, et 12 sept. i84o,Romaei845. 1 vescovi s. Gua- io di Brescia e s. Lanfranco di Pavia ri- nunziati i loro vescovati si resero mona- ci vallombrosani. Propagatissiraa è la di- vozione pel romito vallombrosano s. To- rello, che il martirologio dell'ordine ono- ra a' 16 marzo. Egli è efficace protettore delle partorienti, degli agonizzanti e con- tro i lupi, dalla fiera voracità de' quali liberò i popoli della provincia del Ca- sentino. Se ne implora il patrocinio col- la Novena in onore di s. Torello romito vallombrosano singoiar protettore delle partorienti e degli agonizzanti suoi di- voti, Fucine 1793. Il p. d. Fedele Sol- doni scrisse il Trattalo apologetico in cui si dimostra s. Torello da Poppi ere- mita essere stalo dell'ordine difr allotti- brosa, Lucca 1 73 1 . Il ricordato p. Situi che pubblicò il suo catalogo degli illustri vallombrosani nel 1693, oltre s. Grego- rio VII e Pasquale 11, registrò 7 cardi- nali e 34 arcivescovi e vescovi; pochi an- ni dopo l'abbate generale d. Colombino Bassi fu consagrato in s. Prassededi Ro- ma vescovo di Pistoia. Abbiamo del dot- to vallombrosano p. d. Fedele Soldani, oltre le Quaestiones Vallombrosanae: Hisloria s. Mìcliaelis de Passiniano, si- ve corpus Historiarum dìplomalicum criliciun, juxla dirottolo gic ani alba tutti Passinian. seriem elabora Inni, in quo Siimmorum Ponti fienili constilutioncst Itnperalorwn lìegumque diplomata et privilegia Iute usa uè inedita s eidem roe- nobio, totique Tr allumbrosano ordini collala rccciisetitur j cui cliani acce- VAL dunty et primo in luce prò deunt mona' stcriorum quamplurimum fundationes, jurci) dotationes, pluraque alia memo- rabdia monumenta ad alia speclanlia} lucubraliones Sanctorum patrum viro- runici uè illustri uni ordinis ejusdem acta quae in archivio Vallumbrosanis ad- servantur, Lucae 1741- I vallombrosa- ni ebbero monasteri in molte parti d" I- talia ed in Provenza. Per le vicende poli- tiche de' tempi ora soltanto esistono in Vallombrosa, in Passignano, nel mona- stero della ss. Trinità in Firenze, in quel- lo del santuario della Madonna di Mon- te Nero di Livorno, in quello di s. Pras- sededi Roma, e negli altri luoghi sum- mentovati. Attualmente sono abbate ge- nerale dell'ordine il Rm.° p. d. Piiccardo AgostinoRicci, residente inFii enze,e pro- curato!* generale il Rm.° p. ab. d. Roma- no Camerucci, residente nel seguente mo- uastero di s. Prassede di Roma. Chiesa di s. Prassede, titolo cardi- nalizioy in cura deì monaci Vallombro- sa ni nel rione Monti (V.). Sorge sul Monte Esquilino, e sulla cima del clivo Suburrano, nell'area delle celebri Ter- mc {V.) JNovaziane e Timoline (delle quali anche nel voi. LXXV, p. 2o5 e 2 io), nell'antico Vico Laterizio, ora via di s. Prassede, già casa della santa, chia- mala anche basilica, e di cui è litolare il cardinal Luigi Vannicelli Casoni arcive- scovo di Ferrata. Comunemente dicesi fabbricata da Papa s. Pio 1 del i58, ma il p. Davanzali l'attribuisce ali. "Ponte- fice s. Pietro principe degli Apostoli, e sic- come abitò la contigua casa, le sue noti- zie si rannodano colla Chiesa di s. Pu- deuziana, col Palazzo apostolico di s. Prassede, e col Palazzo apostolico dis. Pudenziana, per tutto quanto narrai in quegli articoli, siccome luoghi abitati dal santo Apostolo, e da diversi Papi suoi suc- cessori. Il p. Davanzati comincia la se- rie de'cardinali titolari dal 3 18. Ledet- te terme formando 1' area ove sorgono le due nominate chiese, le nozioni prnnili- VAL 79 ve sono loro comuni, e lo rimarcai an- che all'articolo Vaticano, parlando del- la primitiva cattedrale di Roma, che al- tri vogliono la Chiesa di s. Pudenziana. Il monastero contiguo lo fondò Papa Ste- fano IV detto V, e lo die ad una congre- gazione di monaci greci fuggiti dall' o- 1 ienle, acciò nella propinqua chiesa dì e notte vi salmeggiassero col rito loro, il che a (Ferma Novaes, nella Storia di Ste- fano IV. Invece il p. Davanzati sostiene, che dopo l'erezione della chiesa fu gover- nata dal clero secolare sino all'8 17, an- no in cui a Stefano 1 V detto V successe s. Pasquale I, il quale avendola rifabbrica* ta, e postovi il ritrailo di s. Pietro, la concesse a'monaci greci di s. Dasilio.Que- sli la tennero sino al 91 r, in cui loro la tolse Anastasio 111, il quale die il mona- stero e la chiesa a'eanonici regolari di s. Maria del Reno, detti Scopettoni, che vi rimasero sino al 11 9 1 , nel quale anno lo- ro la levò Celestino HI col monastero. Rimase la chiesa di s. Prassede a dispo- sizione del suo titolare cardinal Goffredo 0 Siflredo Gaetani, ma il Cardella lodice titolare di s. Prisca neh 193, con trasla- zione dalla diaconia di s. Maria in Via Lata fatta da Celestino III. Però deve pre- ferirsi l'affermato dal p. Davanzati, poi- ché narra che il cardinale dopo aver fat- ta governare la sua chiesa di s. Prassede per 7 anni dal clero secolare, supplicò iu- slantemente il Papa Innocenzo Illa con- cederla col monastero a'monaci di Val- lombrosa, e I' esaudì col consenso de* cardinali, mediante bolla in favore al p. ab. Martino e suoi monaci di Vallom- brosa. La bolla ha la data de' 2 giugno 1 1 98, e sottoscritta dal Papa e da 1 5 car- dinali, fra' quali Syphredus T. s. Pra- xedis presh. cardinalis, e vi sono espres- si i privilegi e le grazie accordali da In- nocenzo HI a'vallornbrosani,ed i motivi della concessione. Ma allora la chiesa e il monastero non avea fondi che per man- tenere 6 padri. De'loro beni e di quelli spellanti a'inedesimi, del monastero de' 80 VAL ss. Primitivo e Nicolò di Gabìo (V.)% ne riporta 1' interessanti notizie, le contro- versie e i documenti il Galletti, Del Pri- micero della s. Sede. Pio IV nel i56o conferì la basilica per titolo al nipote car- dinal s. Carlo Borromeo arcivescovo di Milano. Questo gran porporato, divotis- si ino della medesima, fabbricò un palaz- zo per suo comodo e per quello dei ti- tolari suoi successori, forse sulle rovine del palazzo già abitato da alcuni Papi, il quale poi fu comprato dal monastero, quando il titolare cardinal Giulio Ga- brielli nel i654 lo volle vendere, per la somma di circa 5ooo scudi. In questo palazzo volle abitare il santo (anco per essere arciprete della vicina patriarcale di s. Maria Maggiore), e per la divozione che avea alla chiesa ed a s. Prassede, con- tinuamente si portava a farvi orazione ed a predicare; andava al mattutino in coro co'monaci, e spesse volle lo recita- va in ginocchioni avanti la s. Colonna (J7.), che quivi si custodisce con somma venerazione qual sagro tesoro, con rima- nervi gran tempo a meditare. Avendo il cardinale, per mancanza di rendite, tro- vato scarso il numero de' monaci, l'au- mentò di 6 religiosi, pe'quali ogni anno somministrava il vitto e il vestito, il che continuò sino alla beata sua morte, av- venuta nel 1 584- Descrivendo la chiesa dissi degli abbellimenti e rista uri opera- tivi da s. Carlo, cominciando dalla stra- da, e di quelli eseguili da altri cardinali e da'Papi, non meno di sue prerogative, il cui titolare anticamente era ih. "ebdo- madario della patriarcale basilica di s. Lorenzo fuori delle mura, nell'ufliziatu- ra, in luogo del Papa celebrando all' al- tare pontificio. Altre notizie si ponno leg- gere nel Da vanzati. Terminerò con enu- merare tulli gli altari, dovendosi tener presente la descrizione che ne feci nel suo articolo, aggiungendo col Titi che fu re- staurata anco da Nicolò V, col disegno di Bernardo llossellini fiorentino. E una di quelle chiese e basiliche antiche, le qua- VAL li hanno insieme col campanile il porti' co avanti, portici che nelle descrizioni an- tiche sono detti Locus Pauperum. No- tò Cancellieri, che il suo Campanile è del genere di quelle torri quadrate altissi- me d'opera laterizia, con più ordini d'ar- chetti semicircolari, sostenuti da colon- n uccie, con cornici a seghe di mattoni e modiglioni di marmo bianco, per indi- car i diversi piani e la trabeazione, e for- marvi gì' intavolamene ; e pel loro or- nato si adoperarono piccoli dischi di mar- mo, di porfido, di serpentino, o piatti concavi di maiolica di diversi colori. In questa torre campanaria, sopra i muri dell'interno, vi sono al 2.0 piano alcune pitture antichissime, rappresentanti i fat- ti dell'istoria di s. Agnese. Cancellieri de- plorò ch'esse trovinsi in gran parie can- cellate, nondimeno quando lo descrisse nel 1806 eranvi ancora molte figure in- tere, e nel fine delle cornici varie lettere che spiegano alcuni falli della sua vita. L'Anastasio dice nella vita di s. Pasqua- le I, che fece un oratorio in questo mo- nastero in onore di s. Agnese vergi ne/fff- rae pulehrìtudinis exornatum. Quindi è da credere, che nel piano di questo cam- panile fosse l'apside quadrilinea dell'ora- torio, la cella del quale sarà stata verosi- milmente una stanza contigua a questo piano. Si entra nella chiesa pel portico ornato di due colonne di granito, prima del quale sono due bianche di scale (in cui non sono de' gradini di rosso antico rari molto per la grossezza del masso, come vuole Nibby, ma come dissi descri- vendo la chiesa formano le due branche dell'interno della medesima per ascendere all'altare maggiore. Noterò, che ora essen- do stata trovata nell'Egitto una cava ab- bondante di rosso antico, con attivar* e vendersi a discreto prezzo, notabilmente diminuì sia la rarità, sia il costo del pree- sistente rosso antico. Tanto mi fu assicu- rato da persona ragguardevole. Certo è, che si legge a p. 1 158 del Giornale di /ionia deh 853. » 0 in tempo del quale non si par- lava più affatto de'vandali. Sotto il nome di vandali i nostri maggiori talvolta per equivoco intesero altre barbare e stranie- re nazioni, come i Goti e i Longobardi, anch'essi eretici ariani, e da'quali l'Italia e il Piceno realmente furono occupati e soggiacquero alla loro dominazione, mas- sime tutto l'interoPicenoe per lungo tem- po, il quale pel riferito non pare fosse in- festato mai da'veri vandali. Forse quegli scrittori col nome di vandali vollero indi- care la ferocia a cui somigliavano gli altri barbari, per l'equivalente da loro opera- to, come si disse e diciamo vandalismo e vandalicamente, per lutto quanto di so- pra accennai, per similitudine e compara- zione. Nel 46o avvertito Genserico d'un grosso armamento che faceva a Cartage- na l'imperatore Maiorano per approdare nell'Africa,lo prevenne, incendiò una par- te de'suoi vascelli nello stesso porlo, e re- cò via il rimanente che servì ad aumen- tare le sue forze marittime. Questo bar- baro morì a'24 gennaio 477 dopo 37 au- ioo VAN ni, 3 mesi e 6 giorni dalla presa di Carta- gine, lasciando almeno 3 figli, Unnerico 0 Unerico o Onorico che gli successe, Gen- lon e Teodorico. Genserico, secondo Jor- oande, era di mezzana statura e zoppo per una caduta da cavallo. Egli avea uua fisonomia pensierosa, parlava poco, di- sprezzava la voluttà, e si occupò sempre di grandi intraprese. Alla ferocia di bar- baro, uni le sottigliezze di teologo , pre- tendendo violentare la fede de' cattolici. 1 mori implacabili nemici di chiunque si piantava sul suolo africano, V assalirono più volte; ma egli dopo averli debellati li costrinse ad annuo tributo. Egli asso- dò un impero de'più grandi che sorges- sero dagli smembramenti del romano, contando 446 vescovati, 80,000 armati di soli vincitori , oltre il mare in cui si- guoreggiò. Procopio dice eh' egli usò del diritto di conquista verso gli africani col maggiore rigore, e che non contento di toglier ad essi le loro terre e i loro schia- vi per darli a' vandali, gli oppresse d'im- posizioni così eccessive che non potevano a malgrado d'ogni industria bastar a sod- disfarle. Con Genserico finì la prosperi- tà del regno vandalo. L'ignobile Unnerico sembrò in princi- pio più moderato di lui rapporto acat- tolici, ma tosto apparve soltanto erede de' vizi paterni. L' imperatore d'orieute Zenone, tremante dinanzi a'bai bari che si contendevano i brani della poteuza roma- na, non osò intraprendere la cacciata de' vandali dall'Africa; mentre Unnerico non avea ereditato alcuna delle grandi qua- lità del padre. Esaltato sopra un trono fondalo dalla vittoria e con una marine- ria formidabile, non erano che deboli ap- poggi cui non sostenevano in pari tempo V amore del popolo e i talenti del capo delio sta lo. Zeuoue eretico eutichia no fau- tore del vescovo di Costantinopoli Aca- cio, autore deli.0 scisma de'greci,a fine di sostenere la seduzione dopo pubblica- to YEnolico (V.)y vestì tutte le apparen- ze dello zelo pe'progressi e per la purez- VAN za della fede. Racconta il Bercastel nella Storia del Cristianesimo % t. y, che Ze- none s'interessò presso d'Unnerico re de' vandali, in favore della chiesa di Cartagi- ne , la quale da 24 anni trovavasi senza vescovo. In conseguenza delle ripetute istanze dell'imperatore, essa ebbe il per- messo di scegliersi un pastore, con dure e gravissime condizioni; il che non impe- dì che il popolo non concepisse un'estre- ma allegrezza, allorché vide ordinato s. Eugenio cittadino di Cartagine venera- tissimo.Eravi una parte de'cittadini,i qua- li non aveano mai veduto alcun vescovo assiso in quella 1 ,* cattedra dell'Africa. Ma tutti si credettero giunti al colmo della felicità, allorché videro splendere le vir- tù del nuovo prelato, la sua umiltà, la sua mansuetudine, la sua affabilità, la sua carità tenera e operosa , le sue pro- digiose limosine , una beneficenza a cui nulla fuggiva e ch'era inesausta, sebbene nulla egli tenesse in serbo per l'indomani. Eransi i vandali impadroniti di tutti i fondi della chiesa, ma il degno uso che il vescovo faceva dell'offerte, impegnava una moltitudine di persone a recargli giornalmente somme considerabili, ch'e- gli distribuiva sempre prima di nette, a meno che le medesime non gli fossero re- cate troppo tardi. Quindi si conciliò in- distintamente l'affezione e il rispetto non solode'cattolici, ma de'vandali medesimi. Eppure fu questa la 1 .a cagione d'una per- secuzione ancor più crudele di quella di Genserico: fu la 2." persecuzione de'van- dali sotto il regno d'Unnerico e durò dal 483 al 484> della Chiesa registrata per la 19/ fra le principali. Tanti omaggi resi alia virtù di s. Eugenio, svegliarono una furiosa gelosia ne' vescovi ariani, e preci- puamente nel cuore di Cirila, il più po- tente di loro. Costoro esagerarono al re i pericoli che correva la sua comunione ariana, e si cominciò dall' impedire che alcuno comparisse nella chiesa cattolica in abito di barbaro. Così i vandali nomi- navano se stessi, per mostrare la loro av- V A N versione e il dispregio della romana mol- lezza. Il re primamente fece sapere a s. Eugenio, che gli vietava d'assidersi sul seggio episcopale, di predicar al popolo e di ammettere nella sua cappella alcun vandalo, poiché eranvi di molti cattolici tra di essi. Al che il santo fece una rispo sta degna del suo carattere, e disse riguar- do alla 3." proibizione, che Dio gli coman- dava di non chiudere la porta della chie- sa a chiunque bramasse di rendere servi- gio a lui. Unnerico sdegnato di tale ri- sposta montò in furia, e cominciò a per- seguitare i cattolici in mille differenti ma- niere, e principalmente i vandali che pro- fessavano la vera fede. Quindi Unnerico fece mettere alla porta della chiesa alcu- ne guardie o piuttosto alcuni carnefici, i quali allorché vedevano un uomo o una donna entrare coli' abito di vandalo, git- tavano loro sul capo alcuni piccoli legni dentati, con cui ne attortigliavano i ca- pelli ; poi ritirandoli con forza, strappa- vano loro lechiome e tutto insieme la pel- le. Alcuni ne morirono, e parecchi per- dettero gli occhi. Varie donne, colla te- sta così scorticata, furono fatte cammi- nare per la città, precedute da un bandi- tore per isvergognarle, e per intimorire la moltitudine. Unnerico vietò che si das- sero pensioni o viveri agli uffiziali della corte che tenessero la dottrina della Chie- sa cattolica; indi proibì rigorosamente che si ammettesse negli uffizi pubblici chiunque non fosse ariano. Era vi alla cor- te d'Unnerico un gran numero di cattoli- ci, i cui rari talenti e sperimentate virtù li aveano fin allora mantenuti in parti- colari cariche di confidenza e di distin- zione. Non solamente furono essi cacciati dal palazzo , ma furono fatti condurre nelle pianure d'Ulica, e malgrado la lo- ro delicata complessione, e la diversità delle loro consuetudini, vennero inuma- namente costretti a mietere il grano sotto i più cocenti ardori del sole. Ma ciò nou fu cheil preludio della persecuzioue d'Un- nerico, mostro di crudeltà che fece perire VAN 101 tutti i suoi parenti, a fine d'assicurare il regno a'suoi figli, e credette di santificare le sue sanguinarie inclinazioni facendole servire contro i nemici de'suoi vizi e de' suoi errori. Molti santi personaggi furo- no istruiti con terribili visioni di ciò che la chiesa d'Africa era vicina a soffrire, e l'effetto non tardò a confermare ciò ch'es- si avevano annunziato. Unnerico rabbio- samente, pieno d'odio contro la cattolica religione, si propose di sterminarla affat- to in Cartagine metropoli dell'Africa, con rendere generale la persecuzione comin- ciata contro i cattolici, facendo succedere una moltitudine di editti uno più crude- le dell' altro. Le prime violenze caddero sulle persone consagrate a Dio. Il re co- mandòche si raccogliessero le vergini cat- toliche , che queste fossero vergognosa- mente visitate dalle matrone, e con tor- menti obbligate a deporre contro gli ec- clesiastici. Furono appese in alto con gros- si pesi a'piedi, vennero loro applicate la- mine di ferro rovente sul seno esu'fian- chi, e in questo stato venivano esortate ad affermare che i preti e i vescovi erano stati i loro corruttori. Parecchie periro- no in questi tormenti, altre in maggior numero rimasero storpiate, ma non se ne trovò pur una che accusasse un chierico. Il tiranno vedendo non potere con que- st'indegno stratagemma disonorare il cle- ro, die ne'maggiori eccessi senza pretesto e senza riguardo. In una sola volta rilegò nel deserto ministri ecclesiastici di tutti gli ordini, con altri fedeli della loro fami- glia e del loro seguito in numero di 497^ persone, fra le quali trovavansi molti in- fermi e vecchi così decrepiti, che molti a- veano perduto la vista. Felice di Arbiri- to, il quale contava 44 anm di vescovato, languiva d'una paralisia, che njon gli la- sciava l'uso neppur della lingua. I fedeli non sapendo come condurlo , fecero pre- gare Unnerico che il lasciasse in qualche luogo presso Cartagine, giacché non po- teva vivere lungamente. Rispose il bar- baro: S'egli non pub stare a cavallo, sia io2 VAN annerato a'bovi} i quali lo strascineran- no ove io gli coniando che vada. Fu di mestieri infatti legarlo a traverso d'un mulo, e trasportarlo come una massa iu- sensibile.l confessori furono radunati nel- la città di Sicca , donde i mori dovevano condurli uel deserto. Vennero chiusi in una prigione ch'erasolfribile, e in cui i fedeli del luogo andarono a consolarli; ma ben presto furono privati di questa con- solazione, perchè sembravano piùcostan- ti che mai. Sino i fanciulli segnalavano la loro costanza, resistendo agli sforzi d'al- cune madri accecate dulia loro tenerezza, v che volevano ribattezzarli per sottrarli dalla persecuzione. Furono dunque ri- stretti i prigioni in un'orrida carcere, e tanto angusta, eh' erano ammucchiati gli uni sopra gli altri,senza neppure aver libe- ro lo spazio necessario per soddisfare a'bi- sogni naturali; il che produsse una conta- giosa infezione, ed una orribile moltitudi- ne di rettili, i quali generati in quella cor- ruzione li divoravano vivi. Lo storico s. Vittore di Vita, che ne parla come testi- monio oculare, dice che avendo trovato maniera d'entrare nella prigione, donan- do qualche denaro a'mori, mentre i van- dali erano addormentati, s'immergeva si- no al ginocchio nel sucidume e ue'vermi. Furono essi finalmente fatti partire sot- to là condotta de'mori. Uscirono da quel- la cloaca, non solo cogli abiti grondanti di sozzure, ma co'capelli, col volto e con tutta la persona in uno stato cui la pen- na non regge a descrivere. Ciò non ostan- te cantavano inni di ringraziamento, e si giudicavano felici di soffrire questi bar- bari trattamenti per la gloria del figlio di Dio. i popoli correvano da ogni parte a vederli, poi tandotorcie accese, doman» dando la loro benedizione per se e pe'lo- io figli che ad essi presentavano, e la- gnandosi con effusione di lagrime di ri- manere senza pastori in preda a'Iupi vo- raci. Ma questi pii fedeli venivano re- spinti con una brutale fierezza , ovvero dopo d' aver lasciato ch'esercitassero la VAN loro liberalità verso i confessori , toglie- vasi a questi ciò che loro era stalo dona- to. 1 confessori si mostravano più sensi- bili a' pericoli de' fedeli, che alle proprie loro disavventure, sebbene si affrettasse inumanamente il loro camminojimperoc- chè quanto maggiori erano le testimo- nianze di venerazione che ricevevano, tanto minore era il riposo che veniva ad esso loro accordato. Allorché i vecchi o i fanciulli non potevano più camminare, venivano punti co'dardi o si scagliavano contro di loro de' sassi per farli avanzare. Quanto a quelli che per 1' eccesso della fatica restavano di tempo in tempo ab- battuti, ordinavasi a'mori d'attaccar loro delle corde a'piedi, e di strascinarli come altrettante bestie morte,dimodoché quel- le strade ardue e tutte pietrose furono ben presto bagnate del loro sangue. Le loro vesti cadevano a pezzi, oppure si ap- piccavano a 'sassi e alle spine. Ebbero an- che il corpo tut to lacero; uno la testa spez- zata, un altro il fianco o il ventre aperto, quasi tutte le membra slogate; e parec- chi fin d'allora consumarono il loro mar- tirio. Coloro che assai robusti poterono giungere al deserto, non vi trovarono per la loro sussistenza altro che orzo, che lo- ro veniva dato a misura, come si fa colle bestie da soma. Anzi ne furono privati ben presto, e si lasciarono morire di fa- me. Le bestie velenose le più malefiche lo furono però assai meno de'vandali ti- ranni, e si osservò, che in una contrada la quale può dirsi quasi un semenzaio di lettili i più pericolosi, niuno de' servi di Dio perì de' loro morsi e a' quali erano del tutto esposti seoz' alcuua difesa. Al- lorché tanti santi e dotti ministri della religione furono così allontanati, non es- sendovi stato ancora compreso nella per- secuzione il venerando pastore di sua ca- pitale, forse per rispetto degli abitanti, fi- nalmente nel maggio 483 Unnerico fece proporre a s. Eugenio vescovo di Carta- gine, per rendere ragione della loro t\n\ct di tenere iti questa città una conferenza V A N nel 4^4 cogli ariani, i quali somigliatili a' Donatisti , scismatici ed eretici, usando ribattezzare qne'clie abbracciavano la lo- ro pei fida setta, furono appellati eziandio con tale nome. Siccome comunemente gli scrittori pai laudo di tate conferenza chia- mano gli ariani proposi tori dell'erronee proposizioni de donatisti, ciò fecero per l'errore ch'era ad essi comune, il quale tut- tora sostenendosi dagli eretiche impugnan- dosi da' cattolici, gli ariani perciò in tale conferenza e ip altre assemblee furono, de- nominati sostenitori pure degli errori de' donatisti. Conviene di passaggio qui pu- re rammentare. Donato vescovo delle Ca- se Nere nella Numidia fu il i.° autore e il caposetta dello scisma de'donatisti, os- sia di quelli che seguirono i suoi errori. Di questi erano i principali, di negare la validità del Battesimo e degli altri Sa- gr a menti dati dagli Eretici, e di rigetta- re r infallibilità della Chiesa cattolica. Donato co'suoi partigiani separandosi dal- la comunione di Ceciliano eletto vescovo di Cartagine, ordinarono vescovo della stessa sede Maiorino eletto da'faziosi. Per- ciò tutta l'Africa si divise in (\ue partiti, e in molte chiese vi furono due vescovi, ordinali gli uni da Ceciliano cattolico, gli altri da Maiorino donatista , o da quelli delle loro diverse comunioni. Sebbene Do- nato e i donatisti furono condannati nel concilio di Latcrano, tenuto nel 3 1 3 da Papa s. Melchiade, e sebbene il concilio dichiaiò innocente Ceciliano accusato fal- samente da'donatisti qual Traditore ,cioè d'aver consegnalo a'pagani le s. Scritture, separandosi da esso che restò in comu- nione colla Chiesa divennero scismatici, e pe'loro errori eretici; tuttavolta all'e- resia i donatisti congiunsero più aperta- mente lo scisma, nel sedicenle coucilio da loro tenuto in Cartagine nel 32 1 , divi- dendo così il popolo cristiano dell'Africa. Quindi i donatisti profanarono la ss. Eu- caristia , ruppero gli altari e i vasi sagri, commisero inuumerabili violenze e sacri- legi, in che furono imitati dagli ariani, il VAN io3 cui nome ed errori talvolta con quelli lo- ro si confuse, come nel discorso caso. A reprimere l'audacia de'donatisti erano sta- li adunati molti concilii, e celebre riuscì la conferenza precedente di Cartagiue,te- nula in questa città nel 4", coli' inter- vento di 56o vescovi , per riunirli alla Chiesa, e per convincerli della necessità ch'era vi di essere uella Chiesa cattolica, nella quale sola si può rendere a Dio il cul- to che gli è dovuto, ed operare la propria salute. Questi eretici erausi tanto molti- plicati nell'Africa, che pareva vi avessero oppresso i cattolici, dacché era loro riusci- to d'ottenete una legge, che dava loro o- giti libertà, ed esercitavano dappertutto violenze proprie de'più crudeli persecu- tori. I vescovi cattolici avendo finalmen- te ottenuto dall'imperatore Onorio di ve- nire a una conferenza pubblica co'dona- listi, il conte Marcellino inviato in Africa d'ordine di quel principe, l'intimò peli.0 giugno. Ordinò che non vi fossero più di 7 vescovi per parte, scelti tra tutti gli al- tri, i quali parlerebbero nella conferenza; che ve ne sarebbero 7 altri da'quali po- trebbero i disputanti prendere opinione, se ne avessero bisogno; che nessun vesco- vo entrerebbe nella conferenza fuori di quelli che fossero stati uominati per di- sputarvi, i quali ascendevano a 36; che tutti i vescovi d'ogni partito promettereb- bero di tenere ciò che avessero deciso gli eletti ; che tuttociòche fosse detto sareb- be scritto da'pubblici notati. Ma i dona- tisti ricusarono d' ubbidire all' edillo di Marcellino, e domandarono d'esser tutti presenti alla conferenza. I cattolici dal can- to loro indirizzarono una lettera a Mar- cellino, nella quale promettevano di ese- guire tutti i suoi ordini. Eglino protesta- rono, che il diseguo, che aveano tenendo questa conferenza , era di mostrare che la Chiesa sparsa sopra tutta la terra noti può perire, per quanti peccati commet- tano coloro che la compongono; che l'af- fare di Ceciliano era terminato , poiché era stato dichiarato innocente, e i suoi ac- io4 VAN cusalori riconosciuti per calunniatori. In questa lettera fecero la dichiara/ione tan- to famosa, e che li coprì di gloria per la generosità veramente cristiana, di cui die- dero prova a'Ioro stessi nemici, vale a di- re, che se i donatisti potevano provare, che la Chiesa è ridotta alla loro comu- nione, eglino si sottometterebbero asso- lutamente ad essi; che abbandonerebbe- ro le proprie sedi,erinunzierebbero a tut- ti i diritti della loro dignità. Che se i cat- tolici mostrassero, pel contrario, che i do- natisti aveano torto, eglino conservereb- bero l'onore del vescovato; che ne'luoghi eziandio^ dove si troverebbe un vescovo cattolico e un donatista, sederebbero al- ternativamente nella cattedra vescovile, l'altro sedendo un poco più basso appres- so di lui, oppure che l'uno avrebbe una chiesa, e l'altro un'altra; e questo finché l'un di loro essendo morto, l'altro reste- rebbe solo vescovo. In appresso nomina- rono i vescovi per la conferenza: cioè Au- relio di Cartagine, Alipio di Tegaste, s. Agostino d' Ippoua, Vincenzo di Capua, Fortunato di Cirta, Fortunato di Sicca e Possidio di Calamo. Ne nominarono pel consiglio 7 altri, e 4 furono destinati per la sicurezza degli atti. I donatisti essendo stati obbligati a nominare deputati, lo fe- cero coli' ordine medesimo de' cattolici. Nella 2." sessione, dopo molle discussio- ni, si accordò una dilazione a'donatisti per aver copia degli atti della i.a conferenza, e si condiscese alla loro domanda. Nella 3.a vollero esanimare la scrittura de'cat- lolici sopra la domanda della conferenza, e Marcellino avendo deciso, che i donati- sti erano poi i veri postulanti, convenne- ro eglino slessi,che non pretendevanod'a- gire contro le Chiese di tutta la terra. Da questa confessione ne seguiva, che Ceci- liano non era restato nella comunione del- la Chiesa , se non perchè era stato rico- nosciuto per iunocente. Frattanto i do- natisti cercavano ogni maniera di prele- sto per evitare che si venisse alla con- clusione dell' aliare, e non volevano che VAN si mettesse in chiaro l'origine dello sci- sma; ma Marcellino fece leggere la rela- zione d'Anulino, colla quale indirizzava a Costantino I i lamenti de'donatisti con- tro Ceciliano. I donatisti vedendosi così stretti, presentarono una memoria, per mostrare colla Scrittura, che i cattivi pa- stori sono macchie e sozzure della Chie- sa, e che non devono esservi malvagi tra' suoi figli, almeno, che siano conosciuti. Letta che fu questa memoria, i cattolici vi risposero colla bocca di s. Agostino. E- gli vi stabili validamente questa verità: Che la Chiesa tollera in questo mondo i malvagi, tanto occulti che manifesti, e che i buoni che sono mischiali con essi, non partecipano de' loro peccati; provò col- l'autorità di s. Cipriano,, che nella Chie- sa il demonio avea seminato la zizzania; il che i donatisti impugnavano; imperoc- ché lo scopo de'cattolici era di mostrare, che i falli, tanto di Ceciliano, come di qua- lunque altro, non potevano recare alcun pregiudizio alla comunione cattolica. Que- sto gran dottore espose, che i passi della Scrittura riferiti da una parte e dall'altra, essendo di eguale autorità, doveano con- ciliarsi con qualche distinzione, poiché la parola di Dio non può contraddire a se stessa. Rappresentò, che bisognava distin- guere i due stati della Chiesa, quello del- la vita presente, dove e' è un raescuglio di buoni e di malvagi, e quello della vita futura, dove sarà ella senza veruna me- scolanza di male. Mostrò poi, come vi era obbligo in questa vita di separarsi da'mal- vagi non comunicando co' loro vizi, ma uon separandosi da essi esternamente. Qualora i donatisti si trovavano troppo angustiati e stretti dagli argomenti del s. Dottore, dicevano senza tergiversazione, che non era loro permesso d' esercitare nessun alto esterno di religione con quel- li, che non fossero giusti e santi; ed ecco perchè riguardavano come nulli tutti i sagra menti, che non erano conferiti da ministri irreprensibili, e voleauo riha llcz- lare i cattolici. S. Agostiuo fece loro ve- V A N clere , che quest' errore tendeva a rove- sciare tutto il culto esteriore della reli- gione, perchè si poli ebbero fare delle dif- ficoltà senza fine intorno alla santità del ministro. Esaminata la questione del di- ritto, vale a dire stabilita che fu la veri- tà cattolica, indipendentemente da qual- sivoglia persona, si discusse la questione di fatto; cioè lai." causa della separazio- ne de'donatisti du'cattolici. I primi pre- tesero d'aver avuto ragione di separarsi da Ceciliano, ordinato vescovo di Carta- gine da certi Traditori: ma le prove che ne davano non erano di nessun peso, e s. Agostino confutò anche quest' errore, e decifrò tutte le cabale, che ammassavano l'una sull'altra. Fece rimarcare, che Men- sm io, predecessore di Ceciliano, accusato d'aver maltrattato le Scritture sante, non era slato condannato da nessun pubblico giudizio; che il concilio di Cartagine con- tro Ceciliano era senza data; che Cecilia- no v'era stato condannato assente, e da vescovi che aveano perdonato l'un l'al- tro a se stessi il delitto, di cui condanna- vano; e per provarlo fece leggere il con- cilio di Cirta del 3o5 (diverso da quello del 4I2j il quale avea scritto una lette- ra per disingannare i donatisti, in ciò che dicevano i loro vescovi calunniosamente, col compendio degli atti della conferen- za di Cartagine). Dopo diversi cavilli de' donatisti sopra questo concilio, si lesse il coucilio romano del 3i3, che avea assol- to Ceciliano, e la lettera di Costantino I a Eumalo sopra il giudizio contradditto- rio radunato da quell'imperatore a favo- re di Ceciliano. In questa occasione par- ve che Dio facesse parlare i donatisti qua- si loro malgrado, poiché gli scritti che produssero ad altro non servirono che a far conoscere sempre più l'innocenza di Ceciliano. Dappoiché, primieramente vo- lendo mostrare , che Costantino I dopo d'aver assoluto Ceciliano, avealo condan- nato in un posteriore giudizio, furonocie- chi a tal grado di produrre uua supplica, indirizzata un tempo da loro stessi a quel V A N io5 principe, dalla quale raccoglierasi, ch'e- rano stati eglino stessi da lui condanna- ti, e ch'egli avea sostenuto l'innocenza di Ceciliano. In i.° luogo produssero una lettera di Costantino I, colla quale egli ri- conosceva,che la causa di Felice di Aplon- ga era stala esaminata e giudicata a suo favore, e nella quale ordinava, che gli si mandasse Ingenzio, che confessa va d'aver mentito una falsità per far comparire reo Felice, aflìn di confondere i nemici di Ce- ciliano. Ora niente poteva essere più van- taggioso alla causa de'cattolici,e nel tem- po stessso più acconcio a confondere i do- natisti, quanto il far vedere, che questo medesimo Felice d'Aptonga, che avea or- dinato Ceciliano, era innocente; imper- ciocché propriamente non d'altro accu- savasi Ceciliano, che d'essere stato ordi- nato da un uomo il quale prelendevasi che avesse maltrattato le Scritture sante. Ma per finire di comprovar l'innocen- za di Felice, i cattolici produssero la re- lazione, che il proconsole Eliano avea spe- dita a Costantino I, e gli atti stessi di quel giudizio, a cui i donatisti non ebbero che opporre. Finalmente i cattolici avendo perfettamente messo in chiaro tuttociò che aveano dovuto sosteoere,il con teMar- cellino pronunziò una sentenza,della qua- le ci restano 28 1 articoli. Elia dice in so- stanza. Che i donatisti erano stati confu- tali da' cattolici con ogni genere di pro- ve; che Ceciliano era stato giustificato, e che quand'anche i delitti, ond'era stato accusato, fosserostati provati, non avreb- bero potuto portare nessun pregiudizio alla Chiesa universale; che quindi tulli i donatisti, che non volessero riunirsi al- la Chiesa, sarebbero soggetti a tutte le pe- ne inflitte dalle lessi. Tutto il mondo si rallegrò, che Dio avesse fallo conoscere la verità, e scoperto l'errore e la men- zogna. Apparisce dagli atti di questa con- ferenza eclatante, che s. Agostino ne fos- se l'anima, e che la sublimità del suo in- gegno vi fece una comparsa luminosissi- ma. Vedeai in tuttociò ch'egli dice, una ioG V A N (orza, una dolcezza, una chiarezza e una sodezza particolare, che gli danno la pre- minenza su tutti i vescovi dell'Africa. È egli sempre che parla, qualora si tratta di qualche punto importante, e di stabilir la fede della Chiesa, massime nelle reliquie che ci restano della 3.a sessione. Indarno i donatisti appellarono dalla sentenza di Marcellino. L'imperatore Onorio auto- rizzò gli atti di questa conferenza di Car- tagine, con una legge de'3o agosto 4 '2 o 4 1 4« Si può anche dire che questa con- ferenza fu il colpo mortale dello scisma de'donatisti, imperocché in proporzione del grandissimo loro ninnerò, d'allora in poi vennero in folla a riunirsi alla Chie- sa co'loro popoli. Nondimeno molti do- natislipertinacemente restarono nello sci- sma e nell'eresia, e continuarono ad esse- re queruli e infesti acattolici, uniti agli ariani, i quali ne adottarono gli errori. Credei opportuna questa digressione, per migliore intelligenza del voluto dal ca- priccioso Unnerico in quest'altra confe- renza diCartagineeda lui intimata. Con- siderando il vescovo di Cartagine,che nel- la conferenza voluta co' vescovi ariani, i nemici della fede sarebbero giudici e par- te, nella causa comune a tutte le chiese, pertanto rispose s. Eugenio al re deman- dali, che siccome tutto il mondo cristia- no era interessato in tali questioni, nelle quali trattavasi de' primi principii della lede, egli ne scriverebbe al Papa s. Fe- lice IH capo di tutte le chiese, e convo- cherebbe da tutti i paesi i vescovi alla conferenza, dovendosi consultare quelli eziandio d' oltremare. Non è già che uou ne rimanesse ancora in Africa uu nu- mero sufficiente, per far trionfare la ve- rità co'loro lumi; ma essendo essi sotto il giogo de' vandali , avevano a temere molto più degli stranieri sì perse stessi, come per le loro greggi. Unnerico , beu lungi dall'aver riguardo alla rimostran- za di s. Eugenio, cercò all'incontro d'al- lontanare quegli africani ch'erano con- siderali siccome dotti. Bandì s. Douatiu- V A N no vescovo di Vibiana, dopo una severa flagellazione di i 5o colpi di bastone; ban- dì parimente Presidio vescovo di Suife- tula, e ne fece tormentare parecchi altri in diversi modi. Uno splendido miraco- lo che fece allora il santo vescovo Euge- nio, non servì che a rendere più furioso il tiranno* Il cieco Felice notissimo, in se- guito d'una visione ricevuta, si recò da s. Eugenio, e ricuperò sul fatto la vista, col solo tocco della cnano del prelato , alla presenza d'uno straordinario concorso di fedeli congregati per la solennità dell'E- pifania , dopo la benedizione del fonte battesimale. Siccome il santo erasi scu- sato di esaudire Felice, come peccatore e incapace d'operare miracoli, nel segna- re di croce gli oc hi suoi gli disse: Ti ho già detto, che io sono un peccatore e il più vile degli uomini , tuttavia prego il Si- gnore di trattarti secondo la tua fede e di renderti la vista. Ad onta che non vi fosse da dubitare sul fatto , il re si fece condurre Felice per udire dalla sua boc- ca la verità, e tutto l'ordine dell' avve- nimento. Provata in tal forma sino alla dimostrazione la meraviglia, niunoebbe più ardire di negarla; ma convenendosi del prodigio, equi valente a un trionfo de I- la fede sull'eresia, da' vescovi ariani si pre- se il partito di dire che Eugenio l'avea operato per via di malefizi, e si seguitò il progetto della conferenza. I vescovi del continente dell'Africa edi tutte l'isolesog- gette a' vandali, si trasferirono a Cartagi- ne pel giorno indicato, ch'era il i.°di feb- braio 4^4- ^e furono prima fatti morire in quel maggior numero che fu possibile sotto diversi pretesti, ma per la sola ragio- ne di togliere alla buona causa i più ze- lanti e illuminali difensori. Ne rimaneva- no però troppi, perchè i vescovi ariani a- vessero coraggio di entrare in lizza . Non* dimeno si die principio alla conferenza fa- mosa di Cartagine, di cui in luoghi in- numerevoli feci menzione, ma eglino mos- sero mille cavillazoni per romperla. A* vendo i cattolici richiesto che fi fossero V A N precenti degli arbitri, o che almeno i piti saggi del popolo vi fossero spettatori, in- vece si ordinò che si dessero i oo colpi di bastone a' laici omousiani die avessero coraggio di trovarvisi, poiché con questo nome da Unuerico chiamavsmsi per di- sprezzo gli ortodossi, appellando i suoi a- riani veraci adoratori della divina natu- ra ! Il ttrm'meO /notisi ano oOmousiasta , dal greco liomu, insieme, e da usiti, so- stanza, fu da' Padri usato anche prima del concilio generale di Nicea 1 del 320, per indicare in Gesù Cristo la stessa na- tura e sostanza del divin Padre. Pel con* tratta gli ariani inventarono il termine (Jmeusio, homeusius, dal greco homoios, simile, e da usia, sostanza ; per deludere le decisioni del concilio d' Antiochia del 363 (contro il conciliabolo del 344>'ncni gli ariani per abolire la parola consustan- ziale, Omousìon^Xa mutilarono dal sim- bolo di Nicea) e negare la divinità di Ge- sù Cristo, denotando con ciò non essere egli della stessa natura del Padre (honnì- siost da homii, insieme), ma di simile na- tura, contro il chiaro senso delle s. Scrit- ture. Però nel concilio iNiceno era stata condannata la loro eresia e proclamala la consustanzialità di Gesù Cristo col di- vin Padre. Nella conferenza di Cartagi- ne, intorno al nome di cattolici che non lasciarono di prendere nella loro confes- sione di fede, si suscitarono grandi que- rele; e qualunque fosse la modestia con cui egliuosi apparecchiassero a soddisfar- le, si gridò al tumulto e alla sedizione , e si corse a dire al re, che gli omousiani per- turbavano tutto a fine d'impedire la con- ferenza, cioè si opposero di conveuire e quindi di sottoscrivere l'erronee proposi- zioni de' donatisti e degli ariani seguaci de' loro errori, i quali aveano proposto alla conferenza stessa, ripugnandovi co- stantemente i vescovi cattolici per soste- nere la purezza della fede de'dogmi cat- tolici. Tali gridi e calunnie degli ariani proponenti le condannate proposizioni de'donatisti, contro la virtù de'cattolici, V A N 107 sembra che fossero conseguenza della tra- ma già combinata fra Unnerico ed i suoi scismatici ed eretici vescovi; imperocché immediatamente eglifece recare nelle pro- vincie un decreto già steso innanzi tempo, in vigor del quale, mentre i vescovi or- todossi trovavansi tuttavia in Cartagine, furono chiuse in un giorno solo tutte le chiese , e dati agli ariani tutti i beni di queste chiese e de'loro pastori", applican- do acattolici le pene emanate contro l'e- resia dalle leggi imperiali. Nello stesso tempo si pubblicò che gli omousiani e- rano quelli i quali, non potendo prova- re colla Scrittura la loro dottrina, aveva- no rotto la conferenza, e l'avevano cam- biata in sedizione col mezzo del popolo che avevano sollevato. A fine di dar pu- re qualche colore a tale imputazione con un'apparenza di moderazione e d' uma- nità, fu loro assegnato un termine per me- ritare il perdono. Al riferito col Bercastel, per l'importanza dell'argomento ricorda- to nelle sedi vescovili d'Africa, notando i vescovi esiliati in conseguenza della confe- renza diCartagine,aggiungerò altre parti- colarità col 13utler,riporta te nella P' ita di s. Eugenio vescovo di Cartagine e i suoi compagni confessori sotto i vandali. Nel- la conferenza i cattolici deputarono 1 o fra loro a parlare in nome degli altri. Girila patriarca degli ariani, si assise sopra un trono. Gli ortodossi ch'erano in piedi, ri- chiesero che vi fossero de' commissari in- caricati di scrivere quello che si direbbe da una parte e dall'altra; ed avendone a- vuto in risposta che Citila eserciterebbe quest'uffizio, essi domandarono di nuovo con quale autorità civile si attribuisse il grado e la giurisdizione di patriarca. Gli ariani non potendo uullaa questo rispon- dere,empirono tutta l'assemblea di schia- mazzi, e ottennero un ordine di poter da- re 1 00 bastonate a tutti i laici cattolici che ivi erano presenti; indi Citila trovò vari pretesti perchè la conferenza non si avesse a continuare. In questo frammezzo i cat- tolici presentarono ima confessione di fé- io8 V A N de in iscritto, nella qiufle si appellano al- la tradizione della Chiesa universale, ed era divisa in due parti; lai.8 delle quali, che provava colla Scrittura la consustan- zialità del Verbo, forma tutto il 3.° libro della storia di Vittore Vitense. Non si ha più la 2.' che conferma la stessa dottri- na cogli scritti de'Padri. Pare che questa confessione fosse stesa da s. Eugenio; al- meno Gennadio attribuisce a lui una con- fessione di fede contro gli ariani, cioè la riferita nella i.a parte dal Vitense nel lib. 3 citato. Quando ne fu fatta la lettura, seppe male agli ariani che gli ortodossi prendessero il nome di cattolici , benché questo loro fosse dato universalmente an- che dagli eretici, come s. Agostino aveva notato molti anni innanzi. Da ultimo i ne- mici della Chiesa la vinsero, e la confe- renza fu tutto ad un tratto rotta. Abbia- mo nel Ruinart il catalogo di tutti i ve- scovi delle ptovincie ecclesiastiche d'Afri- ca, che intervennero a questa conferenza, e che furono mandati in esilio. Della pro- vincia proconsolare o di Cartagine 5/f, di quella tliNumidia 1 25, dellaBizacena 1 07, della Mauritiana Cesarianai20, di quel- la di Sitifi o Silifense 44» c'e"a Tripoli- tana 5; di più io di Sardegna e di altri luoghi. In tutti 460 vescovi, de'quali 88 morirono a Cartagine fra' tormenti , 28 ricuperarono la libertà colla fuga, 46 fu- rono sbanditi nell'sola di Corsica, e 3o3 in altri luoghi. Questo è il computo che ne fa il dotto annotatore del dottissimo Bui ler. A.' 25 febbraio dello stesso 4^4» Unnerico con edillo che già da lungo tem- po andava meditando, ordinò più che mai una persecuzione generale, e per impa- dronirsi delle chiesede'cattolici e di quan- to possedevano ne'loro paesi. Senza indu- gio cacciò da Cartagine i vescovi che si trovavano congregali, dopo di aver loro tolto anche quel poco che aveano seco lo- ro portato, senza lasciar loro né cavallo, né schiavo, e neppur abito da cambiarsi. Nello stesso tempo fu pubblicata una proi- bizione sotto pena del fuoco, sia d'allog- V A N gialli, sia d'amministrar loro de' viveri. Perciò si videro, secondo Bercastel, in nu- mero di 5 in 600, per la maggior parte in un'età avanzata, errare intorno alle mura della città, senz'asilo, senza rico- vero, esposti notte e giorno a tutte l' in- giurie dell'aria, e rnancunti di nutrimen- to. In brevissimo tempo ne morirono 88. Essendo un giorno il re uscito a caso, tutti quelli che potevano strascinarsi, gli si fe- cero intorno per procurare di mansue- farlo. Ma egli senza dare orecchio all'u- mile loro domanda, a cui non rispose che con guardi fulminanti, fece correre sopra di essi alcuni cavalieri della sua guardia, che molli ne calpestarono sotto i piedi de* loro cavalli. Finalmente tutti vennero ri- legati, insieme ad un gran numero di pre- ti, nell'isola di Corsica, come dissi, e con- dannati a tagliare i legni perla costruzio- ne delle na vi. Mentre i vescovi esiliati viag- giavano per la loro rilegazione, si mostra- rono pieni di giubilo per essere stali fatti degni di soggiacere a obbrobri e igno- minie per Gesù Cristo ; furono assalili da una masnada di uomini barbari, inviati da' vescovi ariani a spogliarli di quanto la pietà de'fedeli avea somministrato pel loro mantenimento. Questa inumana vio- lenza non li turbò, anzi ciascuno canta- va. Sono uscito nudo dal ventre di mia madre, e nudo me ne vado in esilio. Al Signore non manca il modo di porgere il cibo a! famelici e di vestire nel deser- to gV ignudi. Di fatto il Signore ispirò a due personaggi vandali cattolici il corag- gio di seguirli nell'esilio, e d' impiegare nel loro sov veni mento le copiose ricchez- ze che possedevano. Il vescovo di Carta- gine s. Eugenio fu mandato nel deserto di Tripoli, e posto sotto la custodia d'An- tonio vescovo ariano furioso, il quale o- gni giorno inventava nuove maniere di tormentarlo. Il santo riguardandosi come una vittima già consacrata per la sua chiesa, aggiungeva a'suoi tormenti le più austere macerazioni. Perii luogo dormi- re sulla nudi lena, coperto solamente V AN d' un sacco, contrasse una paralisia che gli tolse persino l'uso spedito della lingua, li suo persecutore gli fece bere per forza un aceto violento, per cui si credette che il santo vecchio perdesse la vita. Ma egli ne guari, e più. lardi fu richiamato dal- l'esilio dal re Gu ut ha monti. Non avendo il santo potuto dare un addio a'suoi figli, trovò il modo di scrivere al suo gregge, col quale così si espresse. Vi domando colle lagrime, vi esorto e vi scongiuro in nome dello spaventevole giorno del giudizio , e pel formidabile lume della venuta dì Gesk Cristo, che rìmanghiate fermi nella professione della fede catto- lica... Conservate la grazia d' un solo battesimo e dell' unzione del crisma , né sia tra voi chi soffra di essere ribattez- zato. Tanto leggo nel Butler, il quale os- serva, che ciò diceva s. Eugenio, perchè gli ariani, somiglianti in ciò a' donatisti, usavano ribattezzare quelli che abbrac- ciavano l'arianesimo, il che già rilevai. Dopo il vescovo, fu bandito con una pro- porzionata barbarie tutto il clero di Car- tagine, composto pure di più. di 5oo per- sone, il che ci dà un'idea dello splendo- re di questa chiesa primaziale dell'Africa auche ne'giorni di sua fiera persecuzione. Tutti i vescovi ariani sempre più diven- nero crudeli persecutori: percorrevano le città, lasciando dovunque tracce della lo- ro barbarie, ed adoperando la violenza per ribattezzare i cattolici, e facendo lo- ro provare ogni sorta di mali trattamen- ti, senza distinzione né di età ne di sesso. Gli apostati distinguevansi fra loro tutti per la loro inumanità verso gli ortodossi.lt diaconoMuritta,ch'era un venerabile vec- chio, si segnalò con un istraordiuario co- raggio. Avea egli tenuto a battesimo l'a- postata Elpidiforo o Elpidoforo, ch'erasi mostralo il piùardente de'peisecutori, pri- ma della partenza de'cattolici per l'esilio. Allora Munita trasse improvvisamente i paunilini (cioè l'abito bianco detto Chri- smale} usato, uella ceremonia del batte- simo, emblema d' innocenza, per cui si VAN 109 contraeva l'impegno di conservarlo senza macchia), con cui avea coperto Elpidifo- ro all' uscir del fonte battesimale, e che teneva nascosti sotto le sue vesti. Aven- doli spiegali pubblicamente, disse all'a- postata, ch'era seduto come suo giudice: Eccola veste nuziale, che ti accuserà al tribunale del supremo giudice , e che ti farà irrimediabilmente precipitare nel" V infiammato pozzo di abisso, per tutta l'eternità. Ti augurerai, sciagurato, ma non sarà più tempo, ti augurerai questo sagro preservativo di cui ti sei spoglia* to da te stesso per vestire l'abito dell'i- gnominia e della maledizione. Elpidifo- ro impallidì e non ebbe coraggio di ri- spondere. Ma nessuno oggetto di edifica- zione fu più commovente, che 1 2 fanciulli di coro, distinti fra gli altri per la bellezza delle loro voci, e che seguivano i confes- sori nell'esilio. Il loro talento svegliò qual- che dispiacere negli animi degli ariani,che loro corsero dietro a fine di ricondurli. Ma que'generosi fanciulli non vollero ab- bandonare i santi loro maestri; si attacca* vano alle loro vesti, si lasciavano percuo- tere a graudi colpi di bastone; sfidavano le spade ignude da cui erano minacciati da' chierici e da' vescovi ariani, ministri ili sangue e di terrore, e che molto più somigliavano a'soldati o a'caruefici, che a'sacerdoli del Signore. Furono finalmen- te'slacca ti per forza e ricondotti a Car- tagine, ma non si potè sedurne uno solo con tutte le carezze e i cattivi trattamenti che alternativamente furono impiegati. Lungo tempo dopo la persecuzione , essi formavano tuttavia la consolazione e la gloria della chiesa dell' Africa, soggior- nando insieme a Cartagine e cantaudo le Iodi di Dio. Tutta la provincia venerava questi 1 1 confessori, come altrettanti apo- stoli. Fra' vescovi che in questa persecu- zione furono banditi, Vigilio di Tapso si rese celebre co'suoi scritti. II timore d'in- asprire i persecutori, unito alia volontà di dare un maggior corso e credito alle sue opere, gli fece nascondere il suo no- no VAN me, e prender quello de'padri più filino- si, come s. Atanasio e s. Agostino, il che poteva benissimo osare fra bai bari cosi ignoranti com'erano i vandali. Dice Rer- castel, gli viene perciò con ragione attri- buito il Simbolo (/"'.) che porta oggi au- rora comunemente il nome di s. Atana- sio. Sebbene egli stesso avverta in molti luoghi de'suoi scritti, che fa parlare i più grandi personaggi per dare un maggior peso alla verità; tutta volta questa pia fro- de non ha lasciato di produrre dannosi efletti. Oltre la confusione che n'è venu- la sull'opere di molli Padri, sembra che la medesima abbia autorizzalo i novato- ri a spargere le loro invenzioni a favore de'norni più rispettabili. Vigilio recossi di- poi a Costantinopoli, ove trovandosi in li- bertà scrisse, senza tutte queste finzioni, contro l'eresia d'Eutiche, e questa è la so- la opera di tale vescovo africano, la qua- le porta il suo nome. La persecuzione si estese in Africa dalcleroal popolo. Anche prima che i vescovi fossero condotti in esilio, Unnerico ordinò in tutta l'estensio- ne del suo dominio , che non si rispar- miasse alcuno di quelli i quali resistesse- ro a'suoi empi voleri, qualunque fusse la loro età, sesso o condizione. Di questa in- numerabile moltitudine, colla quale non si osservò alcuna forma giudiziaria, al- cuni furono impiccati, altri consegnati al- le flamine, infiniti perirono sotto i colpi di bastone,si spogliarono vergognosamen- te le donne, e per preferenza quelle di no- bile nascita, a fine di tormentarle in quel- la maniera ch'era loro più sensibile. Gii africani di quel tempo non erano più or- mai quelle oscene e licenziose persone, la cui corruttela faceva orrore a'primi van- dali che li soggiogarono ; i castighi ce- lesti ne aveano fatto uomini interamente nuovi, puri e perfetti cristiani. Dionisia, dama di cospicua nobiltà e di rara bel- lezza, a cui la verecondia era molto più cara della vita, disse a'persecutorkFtfte- mi pur soffrire tulli i tormenti che. vor- rtlej la sola grazia che vi domando si V A N è di risparmiarmi la vergogna della mi' dita. Tanto bastò perchè fosse trattata con maggior indegnità dell'altre. L'alzarono Sopra le loro teste, per darla in ispetta- colo ad ogni parte. Ma Dionisia arman- dosi di tutta la risoluzione che può ispi- rar la buona coscienza, disse a'medesimi: Ministri dell'inferno, ciò che fate per mia confusione, tosto che, lo soffro mio mal- grado, non pub volgersi che in mia glo- ria. E senza fare attenzione ne allo sta- lo in cui trovavasi, ne a'ruscelli di sangue che scorrevano da tutte l'ignude sue mem- bra, esortò gli altri martiri a disprezzare i dolori a'qualiessa si mostrava insensibi- le. Al giovinetto figlio Maiorico, il quale sembrò non meno spaventato che intene- rito, gì' ispirò lanto coraggio co' suoi di- scorsi e co* suoi esempi, che fedelmente consumò il suo martirio. Allora la santa di lui madre, a cui i persecutori lasciarono una vita meno desiderabile che la morte, rese grazie a Dio, abbracciando il corpo di suo figlio con maggior affetto che se fosse slato vivo, e il sotterrò in sua casa a fine di orare continuamente sulla sua tomba. Parecchie altre persone, sì della sua famiglia che straniere, soffrirono per le sue esortazioni una morie accompa- gnata da crudeli tormenti: di questo uu- mero furono Dativa sua sorella, e il me- dico Emilio suo parente. Si è conserva- ta la memoria d'un' altra eroina, Dagila moglie d'un coppiere del re, e che avea già più volte confessata la fede sotto il regno precedente. Non era essa meno de- licata di Dionisia, ciò non ostante dopo aver sofferto le flagellazioni e le verghe venne esiliata in un luogo arido e deser- to, in cui non poteva ricevere da alcuno ne soccorso ne consolazione. Ma abban- donando essa per sì bella causa, figli , ma- rito e quanto avea di più caro, fu solle- vata tanto dalla fede al di sopra della sua natura le debolezza,che ricusò persino l'of- ferta d'essere trasferita in luogo meno in- comodo. Vittoriano, governatore di Car- tagine, l'uomo di Africa il più fortunato, VAN e che godeva In più intima confidenza del re, sagrificò alla sua religione tulli questi Vantaggi. Rispose a quelli che l'esorta- vano per parte del principe a farsi ri- battezza re: Nella Cìiìcsa cattolica io so- no stato rigenerato per la vita eterna; ma quando anche non fossi certo d'una così magnifica ricompensa, come quel- la che aspetto dopo questa vita, non vor- rei essere ingrato verso il Creatore , il quale mi ha fatto conoscere luttociò che dello alla sua infinita bontà. Unnerico gli fece soffrii e lunghi e rigorosissimi lor- inentij senza the mai gli potesse strappar la minima parte di sua corona. Secan- te, uomo di nobile condizione, della cit- tà di Subuibio , dopo pesantissimi colpi di bastone , soffrì mille raffinamenti di un'inaudita crudeltà. Veniva egli solle- vato col mezzo d'alcune carrucole, poi ad un tratto era abbandonato per farlo ca- dere con tutto il suo peso sopra il pavi- mento;e perlungo tempo si rinnovò que- st'operazione, ad imitazione di quella del- l'arte. Siccome tuttora egli respirava, fu strascinalo per vie scabre, e straziato fin- thè vi lasciò la vita con pietre taglienti, dimodoché la pelle orribilmente pentle- vagli da'fianchi e dal ventre. A Tambai- de, due fratelli pregarono i carnefici a tormentarli insieme. Furono essi sospesi in alto per tutta una giornata, con gros- se pietre a' piedi. Uno de' due domandò riposo, ma l'ai irò gridò: Begli dunque questo, fra tei mio, il giuramento die me- co hai fatto a Gesù Cristo? Sì, io sarò testimonio contro te. stesso , e fra pochi momenti li denunzierb al formidabile tribunale. Queste parole gli resero il pri- mo coraggio; e i carnefici tornarono con nuova rabbia a tormentarli ambedue.Fu- rono per lungo tempo applicale le lami- ne ardenti, e le loro membra ad uno ad uno lacerarono con unghie di ferro. Ma un momento dopo più non appariva su' loro corpi alcuna traccia delle torture. Fi- nalmente i carnefici stanchi, li cacciaro- no diceudo: A che giova n eglino i «o- V AN ut stri sforzi? Ognuno, ben lungi dal con- vertirsi alla nostra religione, invidia la sordidi coloro che V insulta no. Nella Ma u- ritiana Cesariana lo zelo della vera fese tagliata la lingua e la mano destra. Ma sebbene fosse loro slata troncata la lingua fino alla radice, pur luttavolta continuarono a parlare; e resero alla virtù dell'Altis- simo una testimonianza tanto più glorio- sa , quautochè questa nulla doveva alla natura. Parecchi di questi meravigliosi confessori si ritirarono a Costantinopoli, ove ricevettero l'accoglienza che merita- vano. Gli altri si sparsero in diverse pro- vincie, portando per tulio questa prova permanente dell' onnipotenza divina di Gesù Cristo, dimodoché mai non vi fu prodigio meglio a vverato. Dice va nel tem- po stesso dell'avvenimento lo storico Vit- tore vescovo di Vita: Se alcuno avesse difficoltà di crederlo, vada costui alla nuova Roma , ove udirà Reparalo sud- diacono parlare in una maniera facile e perfettamente articolato , sebbene gli sia slata strappala la lingua. Ed il fi- losofo platonico Enea di Gaza, che vive- va in Costantinopoli, soggiunge: Fa di mestieri piuttosto stupirsi, che Repara- to e molli altri che ho conosciuti, viva- no tuttavia dopo una sì barbara esecu- zione, perche continuano a parlare. Lo storico Procopio e il conte Marcellino at- testano il medesimo fatto, come testimo- ni oculari: il i .° aggiunge, che due di es- si essendo caduti in un peccalo d'impuri- tà, perdettero all'istante T uso della pa- rola, di che aveano fino allora goduto. Giustiniano I, in una costituzione impe- 112 VAN riale, spedila nell'Africa, testifica d'aver -veduto le stesse meraviglie in alcuno di questi confessori, che ancora viveano al suo tempo. Sopra tale miracolo porten- toso fu pubblicato nel 17 66 in Parigi ed a Villafranca di Rovergue il libro: LaRe- ligione cristiana provata da un solfat- to. Sette monaci del territorio di Capso soffrirono in una maniera che non è qua- si meno degna di osservazione. Veniva re- putato come un gran trionfo nella setta ariana il guadagnare ad essa de' monaci; perciò questi furono fatti venire a Carta- gine, e tentati con lusinghe d'ogni manie- ra, fino ad assicurarli deli. "grado di fa- vore presso il monarca. Ma eglino si mo- strarono inflessibili , e tutte le carezze si cambiarono in furore. Dopo d' aver ad essi fatto soffrire lunghe e fin allora inau- dite torture , Unnerico fece riempire di legna secche un vascello, a cui furono at- taccati i martiri con ordine di condurli in ulto mare, e di mettere quindi il fuoco alla nave. Tutto venne esattamente ese- guito; ma il fuoco si estinse subito, e per quanti sforzi si facessero, non potè mai più liaccendersi. Il re confuso, ordinò che fosse loro spezzata la testa a colpi di re- mi, eche i loro corpi venissero gettati nel- l'onde, le quali nel punto stesso, e con- tro l'ordinario corso, li recarono sulla ri- va. 11 popolo li portò rispettosamente al- la città, cantando inni, poi decretò loro onorevole sepoltura. Egli è impossibile il descrivere tulli i generi di tormenti, e il numerare tutti i martiri e i confessori del- la persecuzione vandalica d' Unnerico. Trovavansi vestigia della sua crudeltà an- che lungo tempo dopo tutte l'esecuzioni. In ogni parte incontravansi persone che aveano tagliate le orecchie o il naso, o a cui erano stali strappati gli occhi; altri se ne vedevano senza piedi e senza mani ; e in molto maggior numero erano quelli che aveano tutto il corpo contraffatto, le spalle slogate in una maniera mostruosa, e più alte della testa; il che derivava da un barbaro giuoco, nel quale sembra che VAN abbiano trovato molta compiacenza rjue' nemici insultatori dell' umanità. Sospen- devano essi i confessori a corde attacca- te alla cima delle case, e si divertivano a spingerli in aria, e talvolta ancora contro le muraglie, in cui si spezzavano la testa e le membra. Nessuno era risparmiato, al- lorché professava la vera fede, fosse pure romano, africano o vandalo. Il più lieve pericolo che si corresse era l'esilio, pene pecuniarie eccessive, con incapacità di fa- re o di ricevere alcuna donazione, colla privazione delle cariche anco per gli ufli- ziali della casa del re, e pe'grandi anche più ragguardevoli della nazione. Fu pe- rò veramente cosa mirabile il vedere, che mentre Unnerico f>ceva ogni sforzo per corrompere i cattolici e tirarli alla sua empia setta, molti di quegli stessi vanda- li, abbiurato l'arianesimo, abbracciarono e costantemente professarono la fede cat- tolica, fino a soffrire con generosa intre- pidezza i più crudeli tormenti. Imperoc- ché avendo s. Giovanui Evangelista ve- duto un'immensa turba di confessori e di martiri, composta di tutte le nazioni, che sono sotto il cielo, era ben conve- niente, dice Vittore di Vita, che anco la nazione de'vandali non fosse esclusa dal mietere palme e corone per la confessio- ne della fede. Invano Papa s. Felice III scritte all' imperatore Zenone per inte- ressarlo alla deplorabile sorte degl' infe- lici fedeli dell'Africa, con pregare Unne- rico a non più incrudelire contro la Chie- sa africana. Zenone mosso dalle caldei- stanze dell'afflitto Pontefice, mandò in ambasceria Vrano in Africa al feroce van- dalo, onde tentasse di mitigarne la cru- deltà. Il tiranno per insultare nel tempo stesso 1' impero e la religioue cattolica, fece circondare di carnefici le strade per cui l'ambasciatore doveva passare ; non che lunghesso tali vie fece alzare patibo li, palchi, eculei e con vittime; spettacolo orribile per togliere a Vrano e a chi l in- viava ogni speranza di calmare il suo o- dio terribile ed implacabile. Ma iu man- V A N canza e per l'impotenza de'principi della terra, il cielo vendicò l'ingiurie de' suoi servi. Una lunga e ardente aridità, segui- ta dalla fame, quindi dalla peste, desolò tutte le contrade dell'Africa che ubbidi- vano a Unnerico. Finalmente questo mo- stro che avea perseguitato la Chiesa con tanta crudeltà, l'i i dicembre 4^4 m'se" ramen te mori d'una malattia di corruzio- ne: il suo corpo era pieno di vermi, un bulicame di essi,da'quali essendo vivo di- vorato cadeva a brani, e per gli orribi- li dolori che soffrì , si lacerò la lingua e gli altri membri co'denti. Secondo la cro- naca di s. Isidoro, egli vomitò le sue vi- scere come l'eresiarca Ario. Non ebbe nep- pure la consolazione di lasciare il trono a suo figlio llderico, nato da Eudossia, seb- bene a questo fine avesse sparso tanto sangue illustre.Dappoichè suopadreGen- serico, nella vista di dare al suo popolo i principi i più saggi, avea stabilito che si porrebbe dopo di lui sul trono quello de' suoi discendenti che fosse il più provetto di età, senz' alcun riguardo alla linea di primogenitura, e ciò a perpetuità Con questa falsa politica egli riempì la sua ca- sa d'assassini. Unnerico per far cadere la corona sopra suo figlio lldicat, nato dal- la r .a moglie e sceso innanzi lui nella tom- ba, fece trucidare i suoi fratelli e i loro figli maschie pare che il nipote che gli successe si fosse salvato colla fuga. Ebbe pure due altri figli, Oamero ed Evagele o Evage. Unnerico disprezzato dagli stranieri, dete- stato da'sudditi, lasciò il suo regno in ta- le stato di rifinimento che i suoi succes- sori non poterono rialzarlo. Egli pro- curò di tenersi amico l'imperatore d'o- riente quando eragli utile, e cedette per un canone annuo la Sicilia ad Odoacre re degli Ertili (/^.), il quale alla sua vol- ta eslinse l'impero d' Occidente, ed eres- se l'Italia in regno al momento che cessò di farne parte. Procopio rappresenta i van- dali come un popolo il quale dopo la mor- te di Genserico s'era abbandonato a tut- te le mollezze e le voluttà. Essi perduta voi. Lixivirt. V A N n3 la ferina fortezza, colla quale aveano do- mato l'impero d'occidente, passavano l'in- tere giornate immersi in bagni profumati ovvero al teatro: i loro vestiti Èrano tes- suti d'oro e di seta; alle loro mense spie- gavano il lusso più ricercato; essi avevano in città ed in campagna magnifiche abi- tazioni e deliziosi giardini. Gli spettacoli ed i tornei formavano la loro più seria occupazione, e la caccia l'unico loro tra- vaglio. Essi godevano nella maggior sicu- rezza de'loro conquisti, e trascuravano per conseguenza l'arte militare,ùon giudican- do d'aver nulla in seguito a temere da- gl'imperatori d'oriente, ma s'ingannaro- no. Con valicare nell'Africa, i vandali a- veano a poco a poco perduto quelle pre- rogative che narra Salviano di Marsiglia, solo perseverando nell'ariana empietà. Gunthamond o Gontamondo, figlio di Genthon, come più maturo è perciò più atto a portare il peso della corona, subito successe al malvagio sito zio. Ben- ché ariano, nel 4$5 richiamò i vescovi esiliati, in uno a s. Eugenio in Cartagine, e da lui pregato fece riaprire le chiese de' cattolici ; permise pure a tutti i preti di ritornare dal luogo del loro esilio. Così le desolate chiese d'Africa goderono un poco di pace e di respiro. 11 capo della Chiesa universale s. Felice IH, volendo guarire le piaghe di quella dell'Africa, con salutare rigore modificato dalla dol- cezza, tenne a quest'effetto in Roma uà concilio nel marzo 487, per la riconci- liazione di quelli eh' erano caduti nella breve ma tra le più crudeli persecuzioni. Vi si trovarono /\o vescovi italiani, e 76 preti ammessi per una speciale conces- sione alle funzioni di giudici. Malgrado il grande numero de'cattolici, i quali sof- frirono con tanta splendida edificazione e mirabile costanza, ve n'era tuttavolta parecchi anche fra' preti e vescovi, r qua- li si erano lasciati ribattezzare. Per la ri- parazione de' loro falli, dal concilio veri- nero loro imposte le seguenti regole pe- nitenziali. » 1 vescovi, i preti e i diaconi Iwiemaflfc, rat. ,,4 VAN sa ranno penitenti per tutta la loro vita, e soltanto alla morte riceveranno la co- munione laica. Gli altri fedeli, chierici inferiori, religiosi o secolari, faranno, giu- sta i canoni di Nicea, 12 anni di peniten- za ; ma se prima di questo termine si tro- vano in pericolo di morte, non lasceran- no di ricevere l'assoluzione. GÌ' impuberi saranno per qualche tempo tenuti sotto la imposizione delle mani, vale a dire nell'umiliazione della penitenza: dopo di che verrà loro resa la comunione, per ti* more che la fragile loro età li faccia ca- dere in nuove colpe, nel corso di un trop- po lungo esperimento. Se ricevessero però troppo presto l'assoluzione, nella circo- stanza per esempio d'una pericolosa ma- lattia; se dopo ricupereranno la salute, non comunicheranno co' fedeli che nella preghiera, finche non sia spirato il tempo prescritto in i.° luogo alla loro peniten- za. 1 chierici inferiori o i laici ribattez- zati per la forza de' tormenti, non faran- no che 3 anni di penitenza ; ma nessuno di essi verrà ammesso al ministero eccle- siastico, come nettampoco generalmente quelli che saranno stati battezzali fuori della Chiesa." 11 che però deve intender- si di que'casi, in cui la forza non escluda qualunque grado di volontà, e ne'quali siavi sempre qualche libertà nella colpa. Tali sono i principali regolamenti del si- nodo romano, il quale soggiunse, che pei casi straordinari, non preveduti, si avrà cura di consultare la s. Sede. I mori sotto il regno d'Unnerico s' erano impadroniti di Monte Aurase nella Numidia. Gonta- mondo si accinse a discacciameli, ma con sì poco successo ch'essi si resero padroni di tutta la costa d'Africa da Cadice sino a Cesarea. Qualche persecuzione soffri la Chiesa africana sotto di lui, poiché la trovo registrata nel 4g4 come 'a 2°-' tra 'e per- secuzioni principali. Questo re morì a'2 1 settembre 4<)6- Gli successe il fratello Trasamondo o Trasimondo. Egli faceva sperare un regno dolce e felice : ben fat- to della persona, generoso e di spirito, a- VAN mava le lettere. Da principio per indur- rei cattolici nell'apostasia per abbraccia- re l'arianesimo, non adoperò che la se- duzione delle ricompense, e l'esca degli onori e delle grazie; ma scorgendo il poco successo de' suoi artifizi, divenne furi- bondo e non mise altro in opera che i ri- gori ed i supplizi. Cominciò la 4-* per- secuzione vandalica, 21/ tra le princi- pali, nel 5>o4, e durò quanto la domina- zione di Trasamondo, per lo spazio di circa 27 anni. Avea simulalo con frode sovente moderazione, parve talora pro- teggere la buona causa, ma in altre oc- casioni usò di tutto il suo potere per op- primerla. Questi cambiamenti dieronoa conoscere lui non essere sincero nella sua condottagli che egli non meritossi di giun- gere al conoscimento della verità. Per- seguitò anzi quelli che la difendevano, e fece da' suoi giudici condannare s. Eu- genio, Longino e Vindemiale vescovo di Capsa a perdere la testa. Vindemiale morì sotto la spada ; s. Eugenio fu con- dotto al luogo del supplizio, e sempre protestò che amava meglio perder la vita che abbandonar la fede della Chiesa ; fu poi ricondotto a Cartagine, donde venne mandalo in bando a Liuguadoca,ove do- minavano gli ariani visigoti, ed ivi morì santamente. Trasamondo rilegò in Sar- degna e in altre parti ben 225 vescovi, tra' quali S.Fulgenzio vescovo di Uuspa, celebre per la sua dottrina e pietà ; fece nuovamente chiudere le chiese de' cat- tolici, affinchè non vi celebrassero i di- vini misteri, vessandoli in ogni maniera; e finalmente sparse il sangue di molti sì ecclesiastici e sì laici, sì uomini che don- ne. Si legge nella vita di Papa s. Sim- maco, che ogni anno mandava aJvescovi africani esuli denaro e le necessarie ve- sti, consolandoli con affettuosa lettera. Benché per mancanza di chi registrasse in particolare il loro glorioso nome e ne descrivesse i trionfi, tranne alcuni pochi, sia ignoto il numero, il merito e la qua- lità de' loro patimenti, essi però sono noti VAN o quel Dio che gli ha confortati colla sua grazia e gli ha coronati con una gloria im- mollale nel cielo. Il matrimonio di Tra- samondo con Amalfrida o Amalfredda sorella di Teodorico il Grande, lo rese padrone di Lilibeo nella Sicilia. Egli vis- se in pace coli' impero e morì nel mag- gio 52 3 dal dolore che gli cagionò una grau sconfìtta della sua armata vinta dai mori di Tripoli, e benché questi iu mi- nore numero de' vandali, del cui numero immenso pochi tornarono alle proprie case. Allorché Cabaoue governatore o prefetto di Tripoli seppe che i vandali P andavano ad assalire, come valoroso e sagace, comandò a' mori di astenersi da ogni ingiustizia, da' lauti cibi e da' pia- ceri sensuali. Inoltre ordinò, che se i van- dali avessero profanato le chiese, dopo la loro partenza si onorassero in ogni guisa; imperocché, diss'egli, se sarà il Dio de'cri- stiani,quale si descrive, ogni ragione vuo- le che castighi gP iniqui die l'offendono e aiuti quelli che lo servono. In fatti gli empi ariani contaminarono e oltraggia- rono in varie guise le chiese che i catto- lici avevano nelle ville, e ne maltratta- rono i ministri; indi partiti, que'di Ca- baoue le nettarono dall' immondezze, vi fecero grati profumi, ne venerarono i sacerdoti e dierono limosine a' poveri. Dio li rimunerò: schierato l'esercito con- tro i vandali , Cabaone lo sconfisse con grandissima uccisione. A'24 maS8'° ^23 successe al cugino Trasamondo il re II- derico figlio d' Unnerico e di Eudossia in età avanzata, che dopo la morte del pa- dre erasi rifugiato a Costantinopoli e vi era lunga mei» te rimasto. Prima di mo- rire Trasamondo si fece promettere con giuramento da Uderico, che stando in trono non avrebbe riaperto le chiese dei cattolici, né richiamato i vescovi dall'e- silio, e né restituito loro i privilegi. II- derico per non violare il giuramento e- storto da lui, prima d'assumere l'ammi- nistrazione del regno, onde eluderlo, im- mediatamente fece cessare la persecuzio- VAN n5 ne contro i cattolici e richiamò i loro ve- scovi, per cui tosto i cattolici di Carta- gine elessero a vescovo Bonifacio. Tor- nati dalla Sardegna in Africa i vescovi, furono ricevuti con onorevoli incontri di lumi e rami d'alberi in mano da'popoli giubilanti. Nondimeno la pace non fu per- fettamente resa alla Chiesa africana, che dopo il conquisto di Belisario. Uderico mancava di valore, qualità che brillava fortunatamente in suo fratello Oamero, che rese segnalati i principii di questo re- gno, nel comandare le armate contro i mori, e riportò delle vittorie che gli me- ritarono il titolo di Achille dei Vandali ; ma dopo tali insigni trionfi, restò compi- tamente battuto e quasi tutta la sua ar- mata peri nell'azione.Questa sconfitta ec- citò gravi mormorazioni tra' vandali, fo- mentate dagl'irritati ariani, che spargeva- no essere Uderico ligio alla corte di Co- stantinopoli. In breve, l'apparenze d'una guerra co' goti d' Italia, cui Uderico avea offesi privando della libertà, sotto colore di cospirazione, ed Amalfrida vedova di Trasamondo e sorella del grande Teo- dorico, porsero a Geli mero, figlio di Gè- laride, nipote di Gentone nato da Gen- serico, l'occasione di far palesi gli ambi- ziosi progetti cui covava da lungo tem- po. Giovandosi del malcontento de' van- dali per impadronirsi del trono di cui era erede presuntivo, sedotti mercè false in- sinuazioni i principali tramandali, s'im- padronì della persona d' Uderico, e dei suoi fratelli Oamero ed Evage, e li tenne in prigione ; fatti quindi trucidare gli uf- fiziali più affezionati al loro legittimo principe, allora non trovò più ostacoli al- le sue mire. In questa guisa venne detro- nizzato Uderico nell'agosto 53o, e Geli- mero più prode e risoluto di lui si pose in possesso della monarchia de' vandali nell'Africa, de'quali fu l'ultimo re. L'im- peratore d'oriente Giustiniano I intesa la disgrazia d'Ilderico, di cui era amico, fece la pace co' persiani per rivolgere le sue armi eoo altra guerra punica contro ii6 VAN l'Africa, lo quale da Cartagine in fuori Irò va vasi senza fortezze e mura, per a- verle smantellate i vandali, acciocché gli africani non si ribellassero, e perciò non I io te va nsi a lungo difendere» Prima di lutto, Giustiniano I mandò a Gelimelo dell'ambascerie e lettere perchè liberasse llderico, ma invano. Allora l' imperatore incaricò Belisario delia guerra d'Africa, il quale la trasse a termine in capo a due anni col conquisto di lutto il paese ch'era sotto il dominio de' vandali sì in Africa che in Sicilia^ in Sardegna^ in Corsica e sulle spiagge d' Italia. Gelimelo non seppe valersi della sua flotta, d' assai su- periore alla nemica per numero e capa- cità di manovre, e lasciò che Belisario sbarcasse a' lidi africani senza impedi- mento, forse sprezzando il pericolo, per- chè poteva contare su i5o,ooo armati, sebbene molti parteggiavano per llderico. Avanzatosi Belisario nel paese dell'A- frica, si mostrò tanto giusto, che gli a- fricani trattarono i romani dell'esercito come amici .somministrando loro sponta- neamente le vettovaglie a conveniente prezzo, per riguardarlo come loro libe- ratore, e molto di più il clero cattolico. I suoi capitani vinsero due volte i van- dali, per cui Gelimero fece uccidere il re llderico co' suoi compagni. Arrivata l'ar- mala imperiale alla vista di Cartagine a'i5 settembre 534, vigilia di s. Cipria- no già glorioso vescovo della medesima, piena di fiducia attaccò i vandali, e li cacciò da Decimo, ov'era il tempio dei santo col suo sepolcro, il quale purifica- rono e ornarono, celebrandovi la festa con grandissima quiete e solennità. In tal guisa celebrarono il trionfo avanti la finale vittoria , la quale con manifesto divino aiuto ottennero gl'imperiali co- mandati dal general Pbaras croio d'or- dine di Belisario. Ammatas fratello di Gelimero, recatosi a Decimo, si affrontò eon Giovanni prefetto del pretorio, con- dottiero d' una parte dell'esercito ; restò morto Dei combattimento, e l'esercito VAI* vandalo sconfitto e disperso. Gelimero che si lusingava tenere in pugno la vit- toria, impaurito per la morte del fratel- lo, abbandonò l'impresa di combattere gì' imperiali, ai quali così die tempo di riunire le loro forze e piombare sui van- dali. Gelimero datosi alla fuga, i cartagi- nesi sdegnati della morte d' llderico apri- rono le porle della città a Belisario, ac- cesero per ogni parte lumi e tutta la not- te fuochi di gioia, rifugiandosi i vandali restativi nelle chiese per salvar la vita. Il valoroso e lutulentissimo Belisario non permise che l'esercito vi entrasse quella notte, per non dare occasione a'soldati di saccheggiarla e distruggerla. Indi Geli- mero, insieme col fratello Zanzone che avea richiamato dalla Sardegna, fece ogni preparativo per assediare Cartagine. Ma uscitogli incontro Belisario coll'esercilo, lo guerreggiò e vinse, nella battaglia di Tricameron: Zanzone vi restò morto, e Gelimero fuggì nell'alto e aspro monte di Papua nella Numidia, mentre altri van- dali si rifugiarono nella montagna d'A- brida nella Mauritiana e vi presero stan- za. Assediato Gelimero da Pharas , spe- dito da Belisario, dopo 3 mesi vinto dalla fame e da' disagi si arrese, e fu poi con - dotto a Belisario in Cartagine, il quale lo condusse prigione a Costantinopoli, ter- minando il regno e la dominazione dei vandali nell' Africa. Belisario s'ingegnò di frenare i suoi soldati vincitori, rispar- miò d' inveire sui vinti, protesse i vandali ricovratisi nelle chiese, e poi li sparse ove non potevano far danno. Rice vette la som- missione delle reliquie de' vandali, e dei capi delle provihcie che loro aveano ub- bidito sia in Africa e sia nell'isole del Me- diterraneo. Gli stessi principi mauritaui si recarono a fargli omaggio, e de'loro do- mimi riceverono l' investitura imperia- le a mezzo d'uno scettro, d'una tocca o drappo ornato di lamine d' argento, o di uu mantello bianco o d'una breva tunica di più colori e alcuni nastri a oro. Così nel 533 e nel 534 ebbe fine ia potenza dei VAN vandali in quella regione, che avea dura- to io5anni. Si calcola, che negli ultimi due auui della guerra sieno periti oltre cinque milioni d'uomini ; e dice Proco- pio, che allora l' Africa si fece talmente deserta che potevasi viaggiare per intere giornate senza incontrarvi un solo viven- te. Quel testimonio di veduta stupisca come cinquemila forestieri, quanti erano i soldati a cavallo che seguirono Belisario (altri dicono in tutti i5,ooo uomini, fra* quali eranvi eruli, unni, traci e isauri, ol- tre 20,000 di mare per la flotta), distrug- gessero in sì breve spazio di tempo, e con tanta agevolezza riducessero al niente il regno vandalico di Cartagine, che in ric- chezze e in forze militari grandemente fioriva. Tutto però avvenne per divina disposizione, avendosi Giustiniano I con molte opere pie reso favorevole Iddio. Belisario richiamato a Costantinopoli, la- sciato l'eunuco Salomone duce dell'eser- cito per combatterei mori ribelli; partito dall'Africa e giunto in Costantinopoli, Giustiniano I volle onorare il gran capi- tano con nobilissimo trionfo descritto da Procopio con queste parole. » Belisario andò per mezzo della città trionfante, fa- cendo mostra delle spoglie e de'trofei, e conducendo avanti gli schiavi, ma non a foggia degli antichi ; perocché egli par- titosi di casa sua, andò a piedi all' Ippo- dromo, e quindi al luogo ov'era la sede dell'imperatore. Le spoglie erano tutte le cose che avea no servito per uso del preso re, cioè a dire troni d'oro, lettighe nelle quali soleva andare la moglie del re, adornate di gemme e con vari e bel- lissimi lavori ; le tazze d'oro e l'altre cose che si adoperavano nella real mensa; moltissimi talenti d'argento, e tutta la suppellettile pur reale, ch'era preziosis- sima e mirabile, avendola Genserico già levata dal palazzo di Roma ; nella quale erano molte cose nobili de' giudei, che Tito recò da Gerusalemme (cioè i vasi d'oro e d'argento di quel tempio, sino al- lora con diligenza conservati in Roma) ; VAN 117 le quali Giustiniano 1 fece portare di pre- sente alle chiese di Gerusalemme. Fra gli schiavi del trionfo uno era Gelimelo ve- stito di porpora, e tutti i parenti suoi, e i vandali maggiori di persona e di forma molto ragguardevoli. Il qua! Gelimero vedendo l' imperatore in un aito soglio e ripensando le proprie sciagure non pianse né lamentassi in altra guisa, ma disse sol- tanto quelle parole della Scrittura (già pronunziale da Salomone): Vanità del- le vanità j e tutto è vanità (anzi si nar- ra, che quando fu presentato a Belisario in Cartagine, die in uno scroscio di risa, o fosse dissennato dalle sventure, o me- ditasse la futilità delle grandezze monda- ne); e di subito egli e Belisario, così ordi- nando quelli che sostenevano la porpora imperiale, adorarono umilmente Giusti- niano I: il quale con Teodora sua moglie diede molte facoltà a' figli ed a tutti i ni- poti d'I Merico, siccome a coloro ch'erano discendenti dell' imperatore Valentinia- no 111. A Gelimero poi e a' parenti di lui assegnò il principe alcuni luoghi della Ga lazia, per abitazione loro, ma non fu le- cito farlo patrizio, non avendo egli volu- to lasciare la setta ariana." Giustiniano I rese a Dio per tanto benefìcio particolari e pubbliche solenni azioni di grazie, e ne lasciò perpetua memoria nel preambolo delle Pandette, il più ricco tesoro della romana giurisprudenza, facendo la co- stituzione del prefetto pretoriale dell'A- frica, che procurò di tornare nel pristino stato politico, e pel buon governo di essa nominò Archelao, il quale avea militato nella guerra vandalica; nella quale costi- tuzione dichiara l' imperatore ricono- scere tutto dalla liberal mano di Dio per l'intercessione della ss. Vergine, in onore della quale eresse alcune chiese a guisa d' archi trionfali. Quindi Giustiniano I ordinò che in Africa si ristabilisse la giu- risdizione della Chiesa cattolica, si resti- tuisse a ciascuno il suo avere, proscriven- do ariani e donatisti. A Tripoli, a Leptis, a Girla o Costanti uà, a Giulia Cesarea n8 VAN poi Algeri, ed in Sardegna collocò altret- tanti ciuchi con guarnigioni bastanti alla difesa. Al prefello del pretorio d'Africa sottomise le sue 7 provincie; rinnovò la pratica del diritto romano , e concesse fino al 3.° grado di ripetere i beni tolti da'vandali alle famiglie. Di più Giusti- niano I riparò diverse città, e fece fab- bricare varie chiese; 5 ne fece costruire nella sola città di Leptis, una in Septa, oggi Ceuta, una in Cartagine e detta dal suo nome Giustinianea, con monastero, nel quale si tenne il concilio pel ristabi- limento della disciplina indebolita da 1 00 anni d' interrotta persecuzione, e nel qua- le alcuni pretendono che intervenissero 1 1 7 vescovi. Certo è che Reparato, suc- cessore di Bonifacio vescovo di Cartagine, in questa città con 60 vescovi celebrò nel 535 (e non nel 5i6 come dissi a Car- tagine, riportandone i concilii, seguendo altri) un concilio, per ringraziare Dio della pace resa alla Chiesa d' Africa, e di vedere F illustre sede di Cartagine oc- cupata dopo sì lunga vacanza j e vi si les- se il simbolo Niceno. Nel concilio poi del 54o si ordinò, che tutti i vescovi veglie- rebbero per iscuoprire i donatisti, sotto pena di perdere le rendite e la dignità. ] più valorosi vandali distribuiti in 5 corpi di cavalleria, sostennero nelle suc- cessive guerre, per l'impero d'oriente, la fama del nazionale valore; il resto si confusero colle popolazioni africane, e quella nazione tanto formidabile nel se- colo precedente , restò cancellata dalla storia. Mentre il vincitore dell' Africa Belisario era in Cartagine, ingelositosi Giustiniano I che aspirasse al trono dei caudali, col suo pronto ritorno a Costan- tinopoli dissipò ogni apprensione. Ma tale pronto richiamo impedì a Belisario di rassodare il potere imperiale nella nuo- va provincia africana. I Mori della Li- bia, nell' indebolirsi de' vandali, erano sbucati ardimentosi da' loro deserti per stabilirsi nella Numidia e fino sulle co- ste. Belisario gli avea tenuti in soggezio- VAN ne, inducendo i capi a dargli i figli in o- staggio; ma appena navigava per ritor- nare a Costantinopoli, vide gì incendii da loro destati nella provincia. Salomone da lui lasciato, li vinse, gì' inseguì ne' più inaccessibili loro ricoveri, e per molti an- ni seppe frenarli. Rinaldi dice che i mori soggettali all' impero, furono indotti a lasciar il paganesimo e rendersi cristia- ni. Ma quell'orde che, allora come oggi non vogliono sentire il prezioso vantag- gio della civiltà, tranne poche eccezioni, presto distrussero ogni introdotta coltu- ra, ogni abitazione stabile, per cui ter- minando il regno di Giustiniano 1 , la dominazione della provincia erasi ridot- ta appena a un 3.° di quella d' Italia. Progrediente flagello furono le incessan- ti rivolte de'donalisli e degli ariani; indi le depredazioni del fìsco cagionarono sollevazioni, castighi e assassinii, che ter- minarono col far sparire la civiltà nel- F africane contrade ove due volte era prosperata. Il possesso della Sicilia, tolto a'vandali, die motivo alla guerra gotica, che in tanti luoghi narrai, insiemea'nuo- vi allori e alla nuova ingratitudine, che acquistò ed a cui soggiacque il magna- nimo Belisario. Dice il Bazzarini, nel Dizionario enciclopedico , che quanto a'vandali rimasti nel loro paese origina- rio, furono questi vinti da Carlo Magno nell' Vili secolo e nel X da Enrico I l' Uc- cellatore, e da Ottone I il Grande j la loro nazione si confuse a poco a poco col- le numerose colonie di sassoni e di fran- chi state mandate al nord della Germa- nia. Pribelaw fu 1' ultimo loro re, che ri- siedeva a Brandeburgo, e morì nel 1 1 52, Rimangono delle tribù di vandali nella Lutazia: chiamossi Vandali a o ducato di Wenden una contrada della Pome- rania Ulteriore. Il Rinaldi all'anno 966, n.° 8 parla d'un'altra Vandalia. » D'un* altra legazione mandata pur da Papa Giovanni XIII nella Vandalia, a' prie- ghi di Meiscono monarca, il quale pur pigliò col suo popolo la s. fede, ne traila VAN Stanislao Oriconio. Il quale dice avervi Giovanni XIII mandalo Vilibaldo, Pro- cono, Giordano, Goffredo, Lucido, An- gelotto, Ottaviano e Giuliano italiani, uomini di somma dottrina e santità, li quali fecero in quelle parti colla predi- cazione grandissimo frutto. Era la Vari' dalia parte della Schiavonia, divisa in molte e amplissime proviucie, le quali tutte si rivolsero al cristianesimo ". La Chiesa onora a' 7 giugno s. Godescalco principe de' vandali occidentali, e i suoi compagni martiri. Leggo nel Butler, che regnando l'imperatore Enrico III \\Sa- iii A ug us tam nica i.a, con Pelusio per metropoli ; di Augustamni- ca 2.a, con Leontopoli : ambedue pari- mente corrispondono al Basso Egitto. Di Arcadia, con Oxirinco per metropoli: corrisponde al Medio Egitto. Di Tebai- de i.a, con Antinoe per metropoli; di Tebaide 2.", con Tolemaide: ambedue corrispondenti all'Alto Egitto. Di Libia Alarmarica, con Dardanide o Darnis per metropoli, corrispondente alla Libia. Di Libia Pentapoli, con Cirene per me- tropoli, pure corrispondente alla Libia. Di Libia Tripolitana 3 con 3 sedi vesco- vili, e corrispondente a parte della reg- genza di Tripoli. Quaulo fiorirono le arti e le scienze in Egitto, prima ancora degli altri popoli, replicatamele il celebrai a' luogln loro. Qel taglio dell'Istmo di Suez, V AN come del passaggio pelCapodiBuonatye- ranza, riparlai nel voi. LXXXI V, p. 22 e seg., e nel voi. LXXXVII, p. 188 e 192, ed altrove. L'Africa ha prodotto un gran numero di uomini illustri e celebri, di Sante, di Santi e di Padri della Chiesa, molti distinti scrittori, di cui o feci le bio- grafico ragionai a* luoghi loro, come del- le dottissime opere loro. Le più splendi- de glorie dell'Africa cristiana, sono i Dot- tori della Chiesa s. Atanasio patriarca d'Alessandria, e s. Agostino vescovo d'Ip- pona, le cui reliquie per condiscendenza di Gregorio XVI (istitutore del vescova- to d'Algeri e di diversi vicariati aposto- lici) venera la sua Ippona ( F'.), portatevi da diversi vescovi francesi. 11 dotlUsimo s. Agostino muri quando la contrada era già stata invasa da' vandali ; gli ultimi suoi sguardi videro pur troppo la deso- lazione di sua patria : lui vivente, Gen- serico rispettò Ippona sua sede vescovile e soggiorno. Fu nella sua patria di na- scita Tagaste (^.), ch'ebbe culla il be- nemerentissimo e propagassimo ordine Agostiniano: la Civiltà Cattolica^ 3." se- rie, t. 8, p. 358, ragiona delle scoperte ora fatte della postura di Tagaste, e di Mudar a o Madauro (V.)> ove il gran dottore ebbe i primi avviamenti alla let- teratura. E nell'Egitto s. Paolo i.° Ere- mita e s. Antonio abbate dierono prin- cipio a* loro ordini omonimi, anch'essi gloriosi nella Chiesa di Dio. Deplorai ab- bastanza, nelle proporzioni di questa rqia opera, le persecuzioni vandaliche. 11 ve- scovo Vittore di Vita storico delle mede- sime, rifugiatosi a Costantinopoli ne ter- mina la storia con questa commovente preghiera. » Soccorreteci Angeli di Diol Mirate tutta 1* Africa, la quale da tanto tempo fioriva, una volta cinta da'baluar- di e colonne di tante Chiese, ed ora da tutti deserta, vedova giace umiliata e de- solata ! Intercedete per noi ss. Patriarchi! Pregate per noi divini Profeti ! Voi Apo- stoli siale ad essa pi oteggitori ! E tu prin- cipalmeute, 0 Beato Pietro, e perchè te ne VAN 121 stai silenzioso alla misera condizione del- le tue pecorelle? E voi,dottore delle genti, magnanimo Paolo, mirate come la trat- tano i vandali ariani ; e i figli suoi gè- mono e piangoli cattivi l " Questa bella preghiera del santo vescovo di Vita ven- ne esaudita 00 anni dopo, quando il pio* de Belisario mise fine al regno de' van- dali, e nel 534 conquistò l'Africa. La spedizione di lui, per la rapidità colla quale venne eseguita, ha qualche rasso- miglianza con quella che nel i83o illu- strò i vessilli di Francia colla conquista dell'Algeria, in processo di tempo gran- demente ampliata con brillanti successi, Belisario sbarcato nel settembre a 5 le- ghe da Cartagine, direttamente ad essa si volse e se ne impossessò, con tutti i te- sori de' vandali, frutto di piti di 100 anni di saccheggi e di devastazioni : in 3 mesi compì il conquisto dell' Africa. Ma la contrada doveva soffrire nuove sventure e nuovo giogo, la religione ouove perse- cuzioni, il suo deplorabile annientamen- to. Queste provincie ricaddero nelle te- nebre delia barbarie e dell'infedeltà, dopa la conquista che ne fecero i feroci e fa- natici Saraceni (V.) di Siria e dell'Ara- bia nel 668, dopo averle già rese tribu- tarie nel 63g, e v'introdussero il Mao- metti sino (V.), sostituendo all'Evangelo V Alcorano j e quantunque i nativi del paese, stanchi della loro barbara domina- zione, gli avessero cacciati ne'deserti,pure ritennero cogli errori anche la loro falsa credenza. Già nel 635 Omar califfo e 2.0 successore di Maometto istitutore del maomettismo, erasi impadronito dell'E- gitto. L'imperatore Giustiniano II spedi nell' Africa Giovanni patrizio, il quale riprese Cartagine nel 695. I saraceni uel- l'anno stesso o nel seguente, sotto l'impe- ratore Leonzio, vi ritornarono, espugna- rono Cartagine, la saccheggiarono e la ridussero al nulla, la raserò al suolo bar- baramente, dalle cui rovine non più si rialzò la gran città. L' impero greco d'o- riente per sempre perdette V Africa. La 122 VAN storia dopo quell' infelice epoca non no- mina più, che alcuni vescovi a lunghi in- tervalli, e la religione cattolica insensi- ljilinenle si estinse sotto la dura legge di un popolo barbaro e intollerante. In al- cuni regni, come neW Abissini a e nell'£- tiopia. il cristianesimo vi rimase detur- pato dallo scisma e dall'eresia. Lo zelo de' Papi e delle Missioni apostoliche, incessantemente in più tempi procura- rono la conversione degli africani, ido- latri, infedeli, scismatici ed eretici; zelo che tuttora si esercita ne' ricordati vica- riati apostolici, ove ne tratto, anche pel mantenimento della fede in que' che la professano. Dopo il caliifo Omar, i califli di Babilonia o di Bagdad furono signori dell'Egitto e di altre regioni. Con tutte le li voluzioni succedute nell'Africa, il maomettismo e l'idolatria vi si sono sem- pre mantenuti, in uno all'eresia e allo scisma in minori parti. I maomettani di Egitto scossero il giogo de' cali/li di Bag- dad e posero i loro califfi al Cairo nel» 1*870. I mori dell' Afiica furono loro soggetti fino al tempo in che la Turchia (A7.) si rese padrona dell'Egitto. In quel- l'articolo nuovamente ragionai dell' A- frica, appartenente all'impero ottomano. Al presente l'Africa conta 5 sorta di abi- tanti, e tutti di culto diverso. I maomet- tani, che ne posseggono la massima par- te, sono divisi in differenti sette. I cafri non hanno alcuna legge o religione. Gli idolatri in gran numero nel paese de'ne- gii e nell'Etiopia, sonoquelli che vivono nel deserto. Molti ebrei trovatisi dispersi nelle varie parti, più possenti essendo quelli dell' Egitto e dell' Abissiuia. I cri- stiani d' Africa finalmente, sono per la maggior parte stranieri, come i mercan- ti o trafficanti, gli schiavi e i dipendenti da'sovrani europei quali loro rappresen- tanti. Ciò non pertanto si può dire, che la religione maomettana effettivamente è la prevalente che combatte nell'Africa l' idolatria del feticismo, per l'immenso numero di que'che la seguono. Coli' in- VAN vasione saracena dunque, l'Africa ricad- de nello slato in cui uo giorno a vea strap- pato le lagrime di Vittore di Vita,pei deri- do insieme co' lumi della religione quelli della civiltà; il culto divino fu abolito in quelle città ch'erano una volta ornate di tante chiese. I missionari e i consoli e- steri a stento ottennero d' erigere ospi- zi e cappelle, ed i primi l'assistenza e il riscatto degli Schiavi(V ,)t in che si distin- sero i Trinitari e i Mercedari, impiegan- dosi anche altri religiosi nell' assistenza de'cattolici e per la conversione degli al- tri. Le nuove conquiste, i vicariati apo- stolici, i notabili incivilimenti introdotti nell'Algeria, nell'Egitto, nella reggenza di Tunisi ec, fanno sperare alla misera contrada giorni più felici; e la preghiera del vescovo di Vita sarà nuovamente e- saudita dagli Angeli tutelari e da'Sanli protettori dell'Africa, movendo a favore di essa colla loro intercessione la miseri- cordia di Dio, sui discendenti di coloro che glorificarono il suo nome per tanti secoli. Procopio storico greco di Cesarea di Palestina, in qualità di segretario di Belisario lo seguì nella guerra d' Africa e nell'altre, e le descrisse nelle sue opere: in due libri narra le spedizioni de' van- dali e de'mori in Africa dal 3()? al 54-5. Ugo Grozio pubblicando nel 1 655 la sua Storia de Goti, de' Mandali e de' Lon- gobardi, vi comprese una nuova tradu- zione in latino di 6 libri di Procopio. I moderni agitarono due questioni, se Pro- copio fosse cristiano e se praticasse la me- dicina; il complesso delle sue opere la- scia l'idea di scrittore che professava il cristianesimo, non alterato dall'eresie del suo tempo, dotto nella medicina ancora non è positivo che l'esercitasse. Il vesco- vo s. Vittore di Vita scrisse : Historia persecutionis vandalicae sive africanae sub Genserico et Hunnerico vandalo- rum regibus, Coloniae i5j5. L'edizione più stimata e più compiuta è quella del dotto p. Teodorico Buinart benedettino, il quale vi aggiunse un commento ina- V A N portante, pubblicata in Parigi nel i6g3, e poi nel 1699, sopra la quale edizione fu felicemente tradotta dal Ialino in fran- cese. Pertanto abbiamo del p. Ruinart: Hislorìae persecutionis vandalicac, Pa- risiis 1693, 1699, Venetiis 1732. Non si avea una storia completa de'vandali, poiché gli storici non ne avevano trattato espressamente, e vi supplì : R. Mannert, Stórta de' Fondali, Lipsia 1785. Non si può parlare dell' Africa cristiana senza ricordare il dottissimo gesuita p. Stefano Antonio Morcelli, e la sua classica opera, Jfrica cristiana 3 Brixiae 181 6. Nel i.° voi. tratta delle provincie e de'vescovati dell'Africa, colle notizie de' vescovi cono- sciuti. Nel 2.0 degli Annali della Chiesa africana e de* vescovi di Cartagine, col martirologio della medesima Chiesa. Nel 3.° continua gli Annali e la serie de' ve- scovi cartaginesi sino al 670, di conse- guenza con quanto riguarda i vandali. VANDOME Lodovico, Cardinale. De'duchi del suo nome e perciò nobilis- simo francese, nipote del re Enrico IV, perduta la sua legittima moglie Vittoria Mancini , nipote per sorella del celebre cardinal Mazzariui, determinò d'abbrac- ciare lo stato ecclesiastico. Indi ad istanza del suo parente Luigi XI V, a' 1 4 gennaio 1667, Alessandro VII lo creò cardinale diacono, lo pubblicò agli 8 marzo e gli conferì per diaconia la chiesa di s. Maria in Portico. Intervenne al conclave di Cle- mente IX, ed in suo nome col carattere di legato levò al sagro fonte il delfino di Francia, battezzato dal cardinal An- tonio Barberini arcivescovo di Reims. Se non che nel fiorire delle più belle speran- ze, che attese le di lui virtù prometteva- no fruiti copiosi a vantaggio della cristia- na repubblica, un'immatura morte lo ra- pì in Parigi, non senza sospetto di vele- no, neli669j in età ancora vigorosa, do- po 24 mesi di cardinalato. VANDONE (s.), abbate di Fouleuel- le. V. Vandregesilo (s.). VANDREGESILO o Vandhillo(s.), VAN 123 abbate di Fontenelle. D'illustre famiglia del regno di Austrasia, e stretto parente di Pipino di Laiideu e di Erchinoldo, mae- stri del palazzo, l'uno nell'Austrasia, l'al- tro nella Neustria, fu nella sua giovinez- za alla corte di Dagoberto I, il quale fa- cendone grande stima gli conferì cospi* cue cariche, e lo fece conte di palazzo. II giovine Vandregesilo, nel sommo de- gli onori e in mezzo ai piaceri, seppe me- ravigliosamente preservarsi dall'orgoglio e menare vita mortificata. Presa moglie per condiscendere al desiderio di sua fa- miglia , nel giorno stesso degli sponsa- li deliberarono entrambi di vivere nella continenza, e fecero a Dio il sagrifizio della loro virginità. Scioltosi quindi Van- dregesilo da ogni impegno, abbandonò la corte, e ri ti rossi alla badia di Mont- faucon in Sciampagna, fondata recente- mente da s. Baudrino, e vi prese l'abito nel 629. Il re Dagoberto I l'obbligò a ritornare alla corte; ma poi vinto dalle vive rimostranze che gli fece sui motivi della sua condotta, gli permise ritornare a Montfaucon. Poco dopo il servo di Dio fabbricò un monastero nella sua terra di Elisang. Si portò a Bobio e a Roma per perfezionarsi negli esercizi della vita mo- nastica colla conoscenza delle regole più, approvate che si teneano in Italia. Re- duce in Francia, passò io anni nella ba- dia di Romans su 11' Isero; poscia colla permissione del suo abbate si recò da s. Audoeno arcivescovo di Rouen, che gli conferì gli ordini sagri. Nel 648 fondò nel paese di Caux in Normandia il famo- so monastero di Fontenelle. dove in poco tempo si raccolsero 3oo religiosi sotto la sua direzione. La di lui vita era somma- mente austera : dormiva poco, portava in dosso panni dozzinali, e precedeva i fra- telli nelle diverse osservanze della comu- nità. Fece fabbricare parecchi monaste- ri, e prese cura che i religiosi vi osser- vassero fedelmente la regola. La solleci- tudine con cui occupossi alla santificazio- ne di tante persone, non gì' impedì d'i' 124 VA» 6lruire il popolo, e di diffondere la reli- gione di Cristo nel paese di Caux, ove lece fiorire la pietà. La beata sua morte accadde nel 666, a'22 luglio, eli e il gior- no in cui si onora la sua memoria. Sep- pellito nella chiesa di s. Paolo, che più non esiste, fu poscia trasferito in quella di s.Pietro; indi portato a Gand nel g44> sonosi poi perdute le sue reliquie nella persecuzione de' calvinisti nel 1578, ad eccezione delle due braccia, l'uno de'qua- li era stato prima donato alla badia di Fontenelle, l'altro a quella di Brotie. Dal- la badia di Fontenelle o di s. Vandrege- silo uscì un gran numero di santi. Oltre a' ss. Desiderato, Einardo, Sindardo e Trasario (J7.), de* quali riportai al pro- prio luogo le brevi biografie, qui seguen- do il dotto Butler riunirò le notizie di altri, di cui non ho parlato, e che furo- no tratte dalle memorie della badia di s. Yandregesilo. S. Agatone, monaco di Fontenelle, discepolo e stretto parente di s. Vandre- gesilo, il quale vedendolo spirare, rese un pubblico omaggio alla sua santità. E o- norato agli 8 di luglio. S. Gaone, religioso di Fontenelle, e nipote di s. Yandregesilo, che lo spedi a prendere delle reliquie a Roma per le chiese che facea fabbricare. Al suo ritor- no ritirossi in un luogo detto Ange, che crederi nella diocesi di Troyes, vi fondò un monastero del quale fu abbate, ed ivi morì. È onorato a' 24 di luglio, S. Genezio, priore di Fontenelle, poi arcivescovo di Lione. Pel suo grande a- inorea' poveri, Clodoveo 11 lo diede per tesoriere delle sue elemosine alla regina s. Callide. Egli indusse il re Clotario III e s. Matilde a ristaurare parecchi mona- steri, fra' quali quelli di Gorbia e di Fon- tenelle. Morì nel 679 uel monastero di Chelles, ove è onorato a' 3 di novembre. S. Gennadio, fuallevaloalla corte del le Clotario 111, e strinse amicizia con s. Ansberlo, allora cancelliere di Fran- cia. Si fece poi monaco sotto s. Vandre- V A N gesilo, ed assistè a un concilio provincia- le ove s. Ansberto vescovo di Kouen (già ricevuto tra' suoi religiosi da s. Vaudre- gesilo e poi abbate di Fontenelle), de- cretò che tutti gli abbati di Fontenel- le sarebbero tratti dal monastero, e che in nulla si derogherebbe alla regola di s. Benedetto. Seguì s. Ansberto nel suo esilio, e fu eletto abbate di s. Germaro. Dipoi avendo abdicato, tornò a Fonte- nelle, ove morì, e fu sepolto a' piedi di 8. Vandregesilo: colà sono custodite le sue reliquie, delle quali la badia di s.Ger- mnrone ottenne una porzione nel 168 1 . Egli è onorato a'6 d'aprile. S. Ildeberto, 4-° abbate di Fontenel- le, ricevette la rinnovazione de'voli fatta da s. Wulfrano tornando dalle sue mis- sioni nella Frisia. Morì nel 700, com- pianto da tutti i suoi religiosi, e massi- me dai poveri, de' quali fu padre amo- roso. Onorasi a' 18 febbraio, e le sue re- liquie si conservano a s. Vandregesilo. S. Laudane o Laudone, 8.° abbate di Fontenelle, fu fatto vescovo di Reims nel 73i. Morì nella sua badia nel y33, e fu sepolto nella chiesa di s. Pietro. E detto di lui che imitò i santi abbati suoi pre- decessori. E' onorato a'i6gennaio; ma il suo culto ha provalo delle vicende. S. Bagno, inglese di nascita, si fé' re- ligioso a Fontenelle, ove morì uel 720: fu sepolto nella chiesa di s. Paolo, ed è onorato a' 5 di giugno. S. Benigno, 1 1 .° abbate. Seguì il par- tito di Carlo Martello contro Bwgenfrido, allorché accese sul trono Chilperico. Ven- ne quindi esiliato a s. Germaro in Fley presso Beau vais. Fu eletto abbate di quel monastero } ma avendolo Carlo Martel- lo richiamato a Fontenelle, ivi morì nel 723, e fu sepolto nella chiesa di s. Paolo. Le sue reliquie si custodiscono in una cas- sa sull'allar maggiore, ed è onorato a'22 di marzo. S. ErincardOffialo nel paese di Caux, prese l'abito religioso a Fontenelle, e ne fu fatto priore, Malgrado la cattiva con- VAN dotta dell'abbate Teusindo, egli seppe mantenere la regolate disciplina nel mo- nastero. Prese diligente cura de' beni del- la comunità, ch'erano in assai cattivo sta- to, e fece fabbricare la chiesa parrocchia- le, non essendovi stata fino allora che quella de' religiosi. Passò olla beata eter^ nità nel 739, ed è onorato a' 24 di set- tembre. S. Vandone, 11° abbate, fu esiliato a Troyes da Carlo Martello, e richiama- to da Pipino. Morì nel 756, e fu sepolto nella cappella di s. Nicolò nella chiesa di s. Pietro» Se ne celebra la memoria a' 1 7 di aprile. «V» Auslrulfo, 1 3.° abbate. Di nobile famiglia del territorio di Courtrai, fu da suo padre consagrato al servigio di Dio nel monastero di Fonteoelle fino dalla sua infanzia, e ne divenne priore, indi abbate. Si recò a Roma a visitare le sa- gre tombe dei principi degli Apostoli, e nel suo ritorno dall' Italia cessò di vi- vere nel monastero di s. Maurizio pres- so Agauno. Egli è onorato a' 16 di set- tembre. S. Arduino, si fece religioso a Foote- nelle nel 749 j indi colla permissione del suo abbate ritirossi in una grotta vicina, in cui visse santamente sino all' 811. Egli impiegava una gran parte del tempo a copiare de' libri* Fu sepolto nella chiesa di s. Paolo, ed è onorato a'20 d'aprile. S. Giroaldo, 1 5.° abbate. Sortilo d'il- lustre casato, venne da Carlo Magno im- piegato in molte trattative prima del suo ritiro, e dopoché ebbe abbracciato la vita monastica, la regina Bertruda lo tolse a a suo direttore, e lo fece suo 1 Scappella- no. Fu poi nominato vescovo di Evreux, e tornato a Fontenelle nel 787, ne fu e- letto abbate. Egli avea molta abilità, e per favorire l'istruzione de' suoi fratelli istituì una scuola per essi. Il suo amore per la solitudine lo portò a ritirarsi a Pier- re Pont nella Bassa Normandia, ove inori nell' 806. Egli è colà onorato, e celebrasi la sua festa a'18 di giugno. VAN i7.5 S. Idherlo, 1 7.0 abbate. Visse soltan- to nove mesi dopo la sua elezione, che seguì nell' 8 1 6. Non si conosce né la pa- tria, né alcuna circostanza di sua vita. E' onorato a' i4 di marzo. S. Ansegisio, 19.0 abbate. Era di stir- pe reale. Quando prese l'abito monastico, Carlo Magno lo nominò intendente di A- quisgrana, e gli diede a titolo di benefi- zio la badia di s. Gennaro in Fley, ch'egli rifabbricò. Per governare questa abban- donò le badie di s. Sisto presso Reims e di s. Mernio di Chalous. Lodovico il Bo- nario gli conferì quella di Luxeu e di Fon* tenelle. Fu impiegato con successo in mol- te ambasciate, e devesi a lui una compi- lazione dei Capitolari di Carlo Magno e di Lodovico il Bonario, che fu stampata per opera de' Pithou nel i588, i6o3 e 1620. Baluzio ne diede una nuova edi- zione nel 1677. S. Ausegisio fu sepolto nel capitolo della sua badia, ed è onora- to a'20 di luglio. S. Fulco, 21.0 abbate. Governò in pace il monastero di Fontenelle, mentre quelli di Jumièges, di s. Audoeno e di s. Pietro in Isola erano stali incendia- ti dai danesi. Colle sue orazioni allonta- nò i mali che faceva temere un rinne- gato, ch'erasi poslo alla lesta di que'bar- bari. Si onora la sua memoria a' io d'ot- tobre. S. Eremberto , 22.0 abbate^ Con un governo pienoni saviezza e di fermezza salvò il monastero di Fontenelle in mez- zo a' torbidi che affliggevano la Norman- dia. Morì nell'849, ed è onorato agli 1 e di settembre. S. Gìrardo, religioso di Lagni, trovan- dosi in Normandia, fu dal duca Riccardo I! obbligato ad assumere il governo di Fontenelle. Egli vi fu ucciso nel 1 o3 1 da uno de' suoi monaci di guasti costumi e di lesta impazzita. Quando nel 1672 fu rifabbricalo il capitolo ov'era rimasto il suo corpo, vi fu trovato con questa iscri- zione: Hie requie scit abbas Gerardus IF kalendas decembris ab injuslo injw 126 VAN ste inlcrfectus. Egli è onorato a'^8 di no- vembre. S. Gradolfo, 2S.0 abbate. Fu eletto nel io3r, mentre eia occupato a fondare il monastero della ss. Trinila sul monte di s. Caterina presso Roueu. Mangerò arcivescovo di questa città lo chiese per suo coadiutore; ma il santo morì poco dopo. Egli è onorato a' 6 di marzo. Le sue reliquie furono disperse da' calvini- sti nel 1 562, ma si crede che ve ne ab- bia aucora una parte. S. Gilberto, 3o.° abbate. Originario di Alemagna e d'illustre casato, abban- donò il suo paese con Maurilio monaco di Fecam, poi arcivescovo di Rouen. Me- narono entrambi vita romita, e Gilber- to nel io63 fu eletto abbate, adoperan- dosi per tale elezione Guglielmo il Con- quistatore, che avea per esso una stima particolare. S. Gilberto assistette a un concilio provinciale tenuto a Lillebona nel 1080, e vi sostenne i diritti della sua badia oflesa dall'arcivescovo di Rouen. Formò de' discepoli degni di governare parecchi monasteri. Fu sepolto nell'an- tico capitolo, e le sue reliquie sono an- cora nel nuovo. Onorasi la sua memo- ria a' 4 di settembre. S. Contar do, nato a Solte ville presso Rouen,fu monaco, poi soltopriore di Fon- tenelle; indi eletto abbate di Jumièges di consentimento del re Guglielmo li. I ve- scovi della provincia lo deputarono al concilio tenuto a derilioni nel 1095 da Papa Urbano 11. Era a Caen quando il re Guglielmo vi morì, e lo assistette nei suoi ultimi momenti. E onorato a' 26 di novembre. VANENGO(s). Era luogotenente del redolano 1 1 1 e governatore di quella par- te di Neuslria, che oggi si conosce sotto il nome di paese di Caux. Benché fosse appassionalo per la caccia, nudriva nul- lameno sentimenti di pietà e una parti- colare divozione a s. Eulalia di Barcel- lona. Dale le spalle al mondo, fondò nella valle di Fecam una chiesa iu onore della VAN ss. Trinità, con un monastero di religio- se, che alìiilò alla direzione di s. Osano e di s. Vandrillo, e di cui fu i.a badessa s. lldemarca, che avea governato una co- munità religiosa a Bordeaux. Il mona- stero fiorì in modo che sotto di essa con- taronsi fino a 36o monache, le quali di- videvate in diversi cori per continuare giorno e notte 1' uffizio divino senza in- terruzione. S. Vanengo morì verso l'an- no 688. 1 martirologi di Francia e di s. Benedetto l'onorano a' 9 di gennaio; ma a s. Vandrillo e in molti monasteri di Normandia se ne fa ricordanza a'3 1 dello slesso mese. E protettore di molte chiese in Normandia e in Aquitania, e il suo corpo è custodito nella chiesa de'geno- vefini di Unni in Picardia. VANGELO. V. Evangelio o Evan- gelo, Evangelista, Diacono, Missiona- ri, MESSA,GlURAMENTO,ed i vol.XXXVlIF, p. 188, LV, p. i37 e 2o5, LVI, p. 85, LXXI,p. 57 e y^LXXHjp. 2o6,LXXX, p. 11 3, LXXXlV,p. 1 55, ec. VANNES (Veneten). Città con resi- denza vescovile di Francia, nella Bassa Bretagna o minore, capoluogo del di- partimento di M01 bihan, di circondario e di 2 cantoni, 24 leghe distante da Nan- tes e 1 12 da Parigi , presso l'estremità set- tentrionale del piccolo golfodelMorbihan, formato dall'Atlantico, lunghesso le rive del Marie in situazione assai vantaggiosa al commercio. L'ultima proposizione con- cistoriale la dice Civitas Venetensis prò- pe Oceani litusfcre tota in planitie ae- dificata est, et in ejus leucae unius spa- ilo, duo mille domus, et duodccini mil- le circiter christifideles continentur.Ha tribunali di i.a istanza e di commercio, corte d'assise, borsa mercantile, direzio- ni de'demanii, delle contribuzioni dirette ed indirette, conservazione dell'ipoteche, e vi stanziano l'ingegnere d'argini e pon- ti, il commissario e tesoriere della mari- neria, e l'ispettore delle dogane- La città è circondata da due fìumicelli che con- tribuiscono a rendere il suo porto prati- V A N cabile da' pesci fenduti. II suo porto, lon- tano due leghe dal mare, vi comunica me- diante il canale di Morbihan, ed è acces- sibile anche alle grosse navi. Ha due sob- borghi, più considerabili e popolati, l'u- no chiamato sobborgo del Mercato, il quale n'è separato mediante mura guar- nite da torri fortissime e da una fossa; l'altro denominato sobborgo s. Paterno, racchiude un bel maglio e l'ospedale ge- nerale. Possiede Vannes la biblioteca pub- blica, il collegio comunale con gabinetto di fìsica, la scuola di navigazione in cui ognuno viene ammesso senza retribuzio- ne, la sala pegli spettacoli e teatro, la so- cietà d'agricoltura: nel 1826 vi si formò una società politecnica per propagare lo studio delle scienze, delle lettere e delle arti; società che furino un museo princi- palmente destinato alla storia naturale. Non vi sono edifizi rimarchevoli, ad ec- cezione della cattedrale e dell'antico ca- stello. La cattedrale di gotica struttura è alquanto ampia, e sotto l'invocazione di s. Pietro principe degli Apostoli: in orna- tissima e nobile cappella è in gran vene- razione il corpo di s. Vincenzo Ferreri, una delle principali glorie dell'ordine de' predicatori. Ha il battistero con cura d'a- nime, affidata al proprio parroco ed a' suoi vicari. Il capitolo si componedi 8 ca- nonici, senza alcuna dignità e senza le pre- bende teologale e penitenziale; di alcuni canonici onorari, e di altri preti e chieri- ci addetti all' nunziatura divina. Antica- mente avea le dignità dell'arcidiacono, del tesoriere, del cantore, dello scolastico e del penitenziere, 1 4 canonici, 4 arcipre- ti e altri ecclesiastici. Alquanto distante dalla cattedrale è l'episcopio , grande e decente. Vi sono inoltre due altre chiese parrocchiali col s. fonte, alcuni monaste- ri di religiose, 3 ospedali, diversi sodali- zi, il seininario^grande e il seminario pic- colo. Prima eranvi diversi conventi di re- ligiosi, ed i gesuiti vi avevano un colle- gio. Pio II Papa v'istituì un piccolo stu- dio. Sono a Vannes un filatoio di coto- VAN 127 ne, fabbrica di tela di cotone, e fabbri- che di cappelli, di panno grosso,di merlet- ti e di tessuti diversi, di cuoi conciati e cordaggi. Vi si attende alla costruzione delle navi, alla pesca delle sardelle, al- l'esportazione di sali e grani, al commer- cio di canape, miele, cera, burro, sidro, ferri, vini ec. Vi si tengono fiere dove si fanno molti affari in cavalli, bovi e vac- che, esercitando pure notabile traffico in grani e biade. Le due passeggiate del Por- to e del Garenne sono amenissime. Di Vannes sono s. Albino [V.) vescovo di Angers, e s. 3Ielanio(V.) vescovo di Ren- nes. Inoltre fra' suoi illustri ricorderò GiorgioCadoudal. Vannes, T cnetiae,Da.' riorigum, Civitas Venetorum , antica e graziosa città, credesi con fondamento sia stata la capitale de' popoli Veneti, come attestano copiose rovine, uno de' più celebri delle Gallie, bellicosi e navi- gatori. Ottenne la città della celebrità nelle guerre che gli armoricani sostenne- ro al tempo de' romani. Il suo nome di Vannes in basso bretone è Guenet, che significa bella e avvenente. Giulio Cesa- re col paese I' assoggettò a Roma , e fa compresa nella 3." provincia Lionese; ne parla ne' suoi Commentari. Gli abitanti da s. Pietro furono chiamati Cives Ve- ned. Traila De Urbe Venetensi Bertran- do Argentrau neWIIistoriae Britanniae Armoricae, in cui ragiona pure delle il- lustri famiglie della medesima.! Sa m mar- iani, coll'autorità di Plinio e di S tra bo- ne, lasciarono scritto, che la città di Van- nes, fuit genitrix Fenetiarum in Italia florentissimarum.Na dell'origine del vo- cabolo Veneti, e di quello di Venezia, a quest'articolo ne terrò proposito. Qui so- lo mi limiterò a dire, che sembra più ve- ramente il vocabolo derivazione greca, e non provenuto da'veneti gallo-celti. Nel 577 i bretoni la presero a Gontrano re d'Orleans e di Borgogna. Nel 753 Pipi- no re de' fra 11 chi se ne impossessò, ma po- co dopo i bretoni la ripresero. Fece par- te de'dominii de'parlicolari duchi di lire- 1*8 VAN taglia, e fu una delle loro citta pfu con- siderabili, appartenente al parlamento di Rennes. Il suo vescovo anticamente era signore in parte della città. I duchi di Bretagna talvolta vi fecero residenza , massime ne' suoi dintorni ne' castelli in cui si compiacevano molto di dimorare. Giovanni V duca di Bretagna premuro- samente invitò io spagnuolos. Vincenzo Ferrati a recarsi nel suo ducato; ed il san- to portossi a Vannes, ove il duca faceva la sua residenza, e in cui il clero, la no- biltà e il popolo gareggiarono in venera- zione nel riceverlo. Dalla 4-a domenica di quaresima fino alla 3.a festa di Pasqua del 1417 vi predicò, predicendo alla du- chessa che il fanciullo di cui era incinta, sarebbe stato duca di Bretagna, il che a suo tempo si verificò. Esercitò il mira- bile suo zelo apostolico non meno in Van- nes, che in tutto il ducato di Bretagna* e da dove scrisse a' vescovi e principali si- gnori di Castiglia, non che al reggente del reame* esortandoli a riconoscere il concilio di Costanza, ed a rigettare l'an- tipapa Benedetto XIII, che un tempo egli pure erroneamente aveva tenuto per legittimo. Essendosi portato nella Normandia, indebolito quindi nella sa- nità, fu esortato a tornar nella Spagna ; mentre viaggiava aumentatosi il male si fece condurre a Vannes, con inespri- mibile contento degli abitanti, i quali però restarono turbati allorché il santo disse loro, non esservi venuto per conti- nuar le funzioni del suo ministero , ma per cercare la sua tomba. Nel l'avvicinar- si al punto estremo fu visitato dal vesco- vo, e da molte persone del clero e della nobiltà, tutti esortandoli a perseverare nella pratica delle virtù, e promise loro di ricordarsi di essi allorché sarebbe in- nanzi a Dio. I magistrati di Vannes te- mendo che i di lui cui religiosi domenica- ni, i quali nella città non vi possedevano convento, ne portassero via il corpo dive- nuto cadavere , lo fecero interpellare in quale luogo preferisse d'esser sepolto; ma V A R egli umilmente rispose, essere un povero religioso e perciò nulla poter dire sulla sepoltura. Invece domandò loro la gra- zia di conservare dopo la sua morte quella pace che tanto avea ad essi raccomandalo nel corso di sua vitaj e li pregò a permet- tere al priore del convento domenicano più vicino, di prescrivere il luogo del suo sepolcro. Nel mercoledì di Passione a' 5 aprile 1419, lese la sua bell'anima a Dio. Giovanna di Francia figlia del re Carlo VI e duchessa di Bretagna, divotamen- te ne lavò il cadavere, colla cui acqua Dio operò de' miracoli. 11 duca di Bretagna e il vescovo di Vannes decisero che il ser- vo di Dio si dovesse tumulare nella cat- tedrale, con grave dispiacere de'valenti- ni e degli spaglinoli, concittadini e con- nazionali del santo, i quali inutilmente a- vendo insistito per ottenerne il corpo, de- liberarono nel i5go d' involarlo segreta- mente. La città avendone penetrato il di- segno, nascose l'urna che lo racchiudeva* la quale poi ritrovatasi nel i63^ fu ca- gione di sua traslazione solenne a' 6 set- tembre* venendo indi collocata nella cap- pella di recente fabbricata , ove gelosa- mentesi custodisce qual tesoro. Anna du- chessa di Bretagna, poi moglie de' re di Francia Carlo Vili e Luigi XII, nella pe- nisola di Rhuys presso Vannes e a poca distanza dal mare vi eresse il castello di Suscinion. Sopra un'altra punta della pe- nisola vedesi l'antica abbazia di s. Gilda fondata a' benedettini nel VI secolo da Gilda il Saggio, la quale abbandonata per le scorrerie de'normanni nel princi- pio del secolo X circa, fu ristabilita nel 1088 da Goffredo I duca di Bretagna. Ne fu poscia abbate il famoso Pietro A- belardo (V.), e tuttora ivi si conserva la sua cattedra: l'abbazia neh 638 fu unita alla congregazione di s. Mauro. Passata la Bretagna con Vannes per la detta du- chessa Anna alla Francia, furono riunite alla corona nel 1 532 da Francesco I. Van- nes e il dipartimento, durante la gran- de e lunga rivoluzione di Fraucia, fu il VAN teatro di qualche sanguinoso combatti- mento. La sede vescovile, secondo Comman- ville,fu istituita nel 55o,suffraganea del- la metropolitana di Tours e lo è tuttora. La Civiltà Cattolica de' '2 maggio j 857 riferì colle corrispondenze di Francia , desiderarsi da gran tempo la divisione della provincia ecclesiastica di Tours, che abbraccia tutta la Bretagna, l'Àngiò e il Maine; perciò volersi ormai innalzare il vescovato di Rewies a metropoli, con as- segnargli per suffraganee le sedi vescovili di Quimper, s. Brieux e Vannes. Però ancora non se ne conosce l'effettuazione. I Sammartani, Gallia Christiana^. 4, p- 1 1 54 : Fenetcnses Episcopi, registrano per 1 .° vescovo di Vannes s. Paterno (V.) nato nell'Arniorico, ordinato nel conci- lio tenuto nella città da s. Perpetuo me- tropolitano di Tours nel 465, e sotto- scrisse il medesimo concilio, dunque as- sai prima dell'affermato da Commanvil- le. Il santo edificò un monastero vicino a Vannes, per la fondazione dell'episcopio ottenne dal sovrano di Bretagna il ca- stello de la Molhe, come riferisce Chenu, sostenne virtuosamentequalche persecu- zione d'alcuni vescovi comprovinciali, e per evitare ulteriori discordie si ritirò tra' franchi ove santamente morì circa il 555. Siccome il Buller lo dice nato nel 490, questo ritardo del suo vescovato avvici- na l'epoca voluta da Commanville sulla istituzione della sede di Vannes. Trovo poi in qualche collettore de'concilii, che quello di Vannes del 465 fu per l'elezio- ne e ordinazione del suo vescovo Libera- to, e non di s. Paterno. 1 Sammartani do- po di lui registrano i vescovi Clemente, Amanzio, Modesto che sottoscrisse il con- cilio d'Orleans del 5i 1. Macario fratello di Chanuo conte di Bretagna. Lasciò scrit- to s. Gregorio di Tours lib. 4, e. 4-»Cha- nao Brilannorum comes tres fiatres suos interfecit. Volens autem Macliavum in- terficere, comprehensum , atque catenis oneralum in carcere retinebat. Qui per VOL. LXXXVIII. VAN 129 Felicem Namneticum Episcopum a mor- te liberatila est. Post haec iuravit fratrt suo, ut ei fidelis esset ; sed nescio quo casu sacramentum inrumpere voluit. Quod Chanao sentiens, iterum eum per- sequebatur. At ille, cum se evadere non posse videret, post alium comitem regio- nis illius fugit, nomine Chonomorem. Is cum sentiret persequutores eius adpro- pinquare, sub terra eum loculo abscon- dit, componens desuper ex more tumu- luro,parvumqueei spiraculum reservans, undehalitum resumere posset.Advenien- tibus autem persequutoribus eius, dixe- runt : Ecce hicMaclìavusmortuus atque sepultus iacet. Quod ì 1 lì audientes, at- que gaudentes, et super tumulum illum bibentes , renunciaverunt fra tri , eum mortuum esse.Quod illeaudiens,regnum eius integrum accepit. Nam semper bri- tanni sub francorum potestate postobi- lum regis Clodovei fuerunt, et comites, non reges appellati sunt. Macliavus au- tem de sub terra consurgens Veneticam urbem expetiit,ibique tonsuratus, etepi- scopus ordinatusest.Mortuo aulemCha- naone, hic apostatavit, et dimissis capil- lis, uxorem, quam postclericatum reli- querat, cum regno fratris simul accepit. Sed ab episcopis exeomunicatus est." De eius interitus refert ista e. 16, I. 5. Macliavus quondam et Bodicus Brita- norum comitesy sacramentum inter se dederant» ut qui ex eis superviveret , filiospartis alterius lanquam proprios defensaret. Morluus autem Bodicus re- li quitfiliumTheodoricum nomine. Quo, Macliavus oblitus sacramenii,expulso a patria, regnimi patris eius accepit. Hic vero multo tempore prof ugus vagus- que fuit. Qui tandem miserante Deo} colle e ti s secum a Britanniae virisyse su- per Macliavum obiecits eumque cum fi- Ho eius Jacob gladio interemit j par- temque regni ,quam quondam pater eius tenueratyin sua potestate restituit. Par- tem vero alium VuarocusMacliavi filius vindieavit. Si vuole che quindi fosse ve- 9 i3o VAN scovo Eunio o Eonio,il quale pari l'esilio d'ordine di Chilperico I, indi gli fu per- messo di ri tema ce a Vanues. Nel 590 era vescovo Reale, indi s. Guiunino, di cui è memoria nel Proprio Sanctoriim Ve- netensi a' 19 agosto. Suoi successori fu- rono, s. Icnoroco, Rinaldo, Susanno I, Junkehelo, Joiloco o Bodoco, s. Inguete- no,s.Meriadeco o meglio Mereodoco (/'.) che ripugnante accettò il vescovato,eletto dal clero e dal popolo. Nel Proprio San- ctorumVcnetensis si legge che riposò nel Signore a'7 di giugno. Il Buller lo dice o- norato nello stesso giorno, e che l'antico Breviario di Treguier pone la sua morte nel 1 3o2, il che non pare. Quindi s. Mel- deoco, AmoD, Mabon, s. Chomeano, Di- les, Kenoionoco, s. Justoco, Jaguto, Cai- gono, Luetuarto,Bilio I, Cunadano,Blin- liveto, Auriscando I, ISlorvanno I del 689 circa. Ago resse il vescovato di Van- nes a tempo di Carlo Magno, Isacco nel- l'8i4, Kermarico nell'818, Vieloconel- 1*819, Ragenario ne^'^38, Susanno II nell'866, CourantgenOj al cui tempo i normanni presero Vaones. Jerenna o Erenna a tempo di Adriano li Papa dell' 867 qucm invisit, recatosi in Ro- ma quale legato di Salomone re o du- ca di Bretagna. Cenuemoco, a cui scrisse nel!' 882 Papa Giovanni Vili : Miror minus doctam scienti am titani , sacer- dotali pittare post perpetratimi honiici- di uni posse in sacerdotio ministrare : inimo quod est peiustnobis suadere vel- ie, ut ipsi tali praesumptioni praebere- mus assensum. Poscia fu vescovo Dilio II, forse confuso col l'omonimo già ricor- dato, Auriscando 11 del 1002, Judicaeldi Bretagna figlio del duca Conauo e mor- to nel 1 037 a' 1 3 giugno, secondo il Mar- lyrologio Venetensi. Budoco mori nel io65, Mengio de Porhoet de'conti del suo nome nobilissimo bretone, Morvan- no li del 1088, Giacomo I morto nel 1 132, Eveno defunto nel 1 1 43, Ruau- do cistercense morto a'22 ottobre 1 177, ma uel Necrologiit/n Fendente si dice VAN defunto a'27 giugno, e che donò a'cano- nici di sua chiesa la metà di quella di s. Paterno. Neil 182 Guihenoco già arci- diacono di Rennes, ebbe grave contro- versia coll'abbate di s. Salvatore di Re- don, abbazia della diocesi, donò diversi beni a'suoi canonici, e cessò di vivere nel 121 7. Nel seguenteGuglielmoI,oeli225 Roberto 1 intervenne alla dedicazione dell'abbazia di Villanova.Cadioco morto neli2,54 donò al capitolo di Vannes la chiesa di s. Maiolo per celebrare un an- niversario all'anima sua. Nello stesso gli successe Guglielmo li, Guido nel 1263 dedicò la chiesa di s. Francesco in Van- nes, Guidomaro del 1270 costituì ren- dite per anniversari suffragi per la pro- pria anima. Enrico I Bloc, di singolare semplicità, fece una donazione a'canonici e morì nel 1 286. Eurico 11 Tors già teso- riere della cattedrale , riparò il castello vescovile de la Mothe e lo lasciò al suo ca- pitolo: è nominalo nel 1295 e neli3o5. Gaufrido 1 de Roche fu ri del 1 3 1 6. Gio- vanni I Parisi, ebbe a coadiutore Enrico Camo canonico di Vannes , e morendo neh 334 fece una lascita pel suo anniver- sario. Gaufrido 11 del 1 337, Gualtero de Saint Pere deh 347, Guglielmo 111 se- deva ueh35o,Gaufrido 111 deh 362 fon- dò la cappella del ss. Sagramcnto nella cattedrale. Giovanni 11 de' signori di Monstrelaix del 1 368, poi traslato a Nan- tes. Enrico 111 Le Barbo nobile di Qui- tto deh 383, di gran probità ed erudizio- ne, cancelliere del duca di Bretagna. Ugo Sloquer o De Leslrequer domeni- cano già vescovo di Treguier, postulato dal capitolo, morì nel 1408. In questo Amalricodela Mothe,che prestò omaggio neh427 al duca di Bedfort reggente di Francia pel re d'Inghilterra; a suo tempo in Vannes volò al cielo s. Vincenzo Fer- reri, indi fu traslato a s. Malo. Giovali- ni IH Valydire domenicano di Cornovail- les nel 1 433, già vescovo di s. Paul de Leon, restaurò la cattedrale e con muni- ficenza la beueficò, eresse la cappella di VAN s. Leone pel e apitolo, abbellì quella del- la B. Vergine dietro al coro e ivi fu tu- mulato neh 444'n questogli successe Ivo de Pontsal nobile della diocesi di Vannes, domenicano, già tesoriere della cattedra- le ; immisi! i francescani in Diaveto, a Ponti vio e nell'isola di Rhoysj intervenne all'elevazione del corpodi s.VincenzoFer- reri nel i 456 celebrata dal cardinal Geli- vo, e morendo a'7 gennaio i47^ fi* se* pollo in cattedrale nella cappella di s. Vin- cenzo martire. Nella sede vacante consa- grò la cattedrale il vescovo di Sinope I/i pcirtibus. A' 17 maggio il cardinal Pietro de Foix (fT-). Per sua morte il capitolo nominò Roberto 1 le Borgne canonico di Nantes, ma Papa Innocenzo Vili dichia- rò nulla l'elezione. Invece nel 1490 ne di- chiarò amministratore il proprio nipote cardinal Lorenzo Cibo(V.). Neh5o4Gia- como de Beaune de'signoi i di Samblacay, già tesoriere di s. Malo. Nel i5i ! Ro- berto II Guibè vescovo di Treguier, Ren- nes e Nantes, fatto amministratore perpe- tuo in grazia di Anna regina di Francia e duchessa di Bretagna. Nel ! 5 1 4 a istanza di Claudia regina di Francia, Andrea Ha- mou canonico di Rennes e abbate di s. Gilda. Dopo di lui il cardinal Alessandro Farnese diacono di s. Eustachio per am- ministratore per poco tempo, dipoi Papa Paolo III. Nel i5i5 vescovo il cardinal Lorenzo Pucci(V.) fiorentino, che gover- nò per vicari; abdicò in favore del nipote cardinal Antonio Pucci (^r.), cioè nel 1 536 (ma lo zio era morto prima); ed an • che questi nel 1 54i rassegnò il vescovato al proprio nipote Lorenzo Pucci, o meglio Io prese in coadiutore con futura succes- sione, morendo il cardinale nel 1 544* ^el 1 55 1 Carlo de Marillac, poi traslato a Vienna. Nel 1 558 Sebastiano de L'Aube- spine, si dimise nel 1 55c), ed in questo fu vescovoFilippodu Becde'signori deBour- ry; intervenne al concilio di Trento, e poi passò alle sedi di Nantes e di Reims. Nel 1 565 Giovanni le Febure canonico can- tore della cattedrale, per cessione del pre- VAN i3t decessole. Nel 1 574 Giovanni de la Haye benedettino, già vicario generale del pre- cedente. Morto nel i5y5t in questo gli successe il fratello Lodovico, indi fonda- tore del collegio di Vanues,morì neh 588, e come il predecessore fu deposto nella cappella di Nostra Donna dietro il coro. Nel 1 5g?. Giorgio d' A radon de'signori di tale luogo presso Vannes, sepolto nel co- ro della cappella di s. Giovanni. Nel 1 099 Giacomo III Martino di Bordeaux, al cui tempo neli6i5 fu fabbricato il conven- to de' cappuccini. Nel 1622 permutò la sede con l'abbazia di Panisponte , il cui abbate Sebastiano de'conti di Rosmadec divenne vescovo di Vannes, e fu consa- grato dall'arcivescovo di Tours. Nel suo vescovato, in Vannes furono assegnalo rendite agli introdotti cappuccini , nel 1628 a'carmelitani scalzi, al collegio de' gesuiti, al convento de' domenicani; alle religiose orsoli ne, alle ospedaliere, a quel- le della Visitazione. Di più nella diocesi ammise i cappuccini e l'orsoline ad lieo- nebont, gli agostiniani a Malestric, le mo- nache del Calvario nell'abbazia di Redoti, la quale esseudo della congregazione di s. Mauro riformò e restaurò. In Auray po- se i carmelitani, i cappuccini ed i france- scani; in Parigi intervenne all'assemblee del clero, rappresentando quello di Bre- tagna; fece sta mpa re il Proprium Sanalo- rum di sua chiesa, e morendo nel 1646 fu sepolto nella cappella di s. Vincenzo Ferreri della cattedrale. Gli successe nel 1648 il consanguineo Carlo di Rosmadec nobilissimo, abbate di s. Maria de Tron- cheto, nel 1649 deputato agli stati di Bre- tagna, e neh 655 intervenne in Parigi al- l'assemblea del clero. Con esso termina la serie de'vescovi nella Gallia Christia- na dell'antica edizione, he Notizia di /?o- ma riportano i seguenti. Nel 174^ Gio. Giuseppe de Saint-Jean de Jumilach, di Briva diocesi di Limoges. Neh 746 Car- lo Giovanni de Berlin di Perigueux. Nel 1775 Sebastiano Michele Amelotd'An- gers: ricusò di dimettersi neh 801 in con- i32 YAK seguenza del concordato di Pio VII, e fir- mò le proteste de' vescovi non dimissio- nari. Nel 1802 Antonio Saverio Maine- euiì Pancemonl di Gand, già parroco di s. Sulpizio di Parigi. Nel 1 807 Pietro Fran- cesco Gabriele Raimondo Ferdinando di BaussetRoquefortd'Aix,lraslalonel 181 7 all'arcivescovato patrio. Nel 18 19 Enrico M.a Claudio de Bruc della Bassa Loira diocesi di Nantes. Per sua morte Leone XII a'2 ottobre 1826 preconizzò Simone Garnier di s.Vallier diocesi di Langres,già canonico e vicario generale di Treveri, ed allora canonico e vicario generaledi Ren- nes. Morto pochi mesi dopo, lo stesso Pa- pa nel concistoro de' 18 settembre 1827 dichiarò vescovo di Vannes l'attuale mg.r Carlo Giovanni de la Molle de Vauvert, del castello di Saint-Pere di Launay dio- cesi di Rennes, già direttore del piccolo seminario di Rennes e parroco, poi cano- nico della cattedrale, encomiandolo per gravità, prudenza, dottrina, probità e in- tegrità, ed istruitissimo nelle funzioni ec- clesiastiche. Ogni nuovo vescovo è tassa- to ne'libri della camera apostolica in fio- rini 370, ascendendo le rendite a i5,ooo franchi: prima godeva 24,000 lire. La diocesi si estende per circa 3o leghe iti lunghezza e 20 in larghezza, contenendo più città e luoghi, poiché comprende il dipartimento del Morbihan. Concilii di Vannes. 11 i.°fu tenuto e presieduto da s. Per- petuo arcivescovo di Tours nel 465 per l'elezione e ordinazione deli.°vescovo di Vannes che si conosca, cioè secondo alcu- ni di s. Liberato, e al dire d'altri di s. Pa- terno o Paderno, seu Pater vulgo dictus de s. Poix. L'arcivescovo con 5 vescovi, compreso quello di Vannes, vi fecero 16 canoni sulla disciplina ecclesiastica, mol- ti de'quali sono eguali a quelli del conci- lio di Tours del 461. Ui.°ordina di se- parar dalla comunione gli omicidi e i fal- si testimoni, finché abbiano fatta peni- tenza. Il 2.0 separa dalla comunione quel- li che ripudiando le mogli come adultere, va senza provar che lo fossero, ne sposavano dell'altre. 11 3.° non vuole che gli ecclesia- stici, a' quali è interdetlo il matrimonio, si trovino all'altrui nozze, nò in lutti que' luoghi, dove l'orecchie egli occhi loro, de- stinati a'sagri misteri, potessero esser lor- dati dagli spettacoli o da parole inoneste. Il i3 condanna altissimamente l'ubbia- chezza negli ecclesiastici come 1' origine d'ogni sorta d' eccessi, e vuole che si pu- niscano corporalmente. Il 16 condanna una superstizione, che introducevasi tra gli ecclesiastici, i quali facevano professio- ne d'indovinare l'avvenire aprendo qual- che libro della s. Scrittura, ciò ch'eglino chiamavano la Sorte {V .) de'santi, come del tutto opposta alla pietà e alla fede. Vedesi tuttavia che alcuni servi di Dio hanno usato alle volte questa maniera di profezia ; imperocché si può distinguere in questo , ciò che gli uomini dabbene fanno in certe occasioni straordinarie per la sola fiducia nella bontà e nella prov- videnza di Dio, da ciò che altri facevano per mestiere o per spirilo di curiosità, o per guadagnar denaro, mettendovi delle pratiche superstiziose. Il i.° concilio fu celebrato in Vannes neU'8i8 per la fon- dazione dell'abbazia di s. Salvatore di Re- don. Il 3.° si adunò nell'846, da Nomeo- ne principe de'bretoni. 11 4«° fu celebra- to neH'848.11 5.° concilio ebbe luogo nel io4o sopra la disciplina ecclesiastica. Il 6.° concilio di Vannes o di Tours fu te^ nulo nel 1 455 per la traslazione di s. Vin- cenzo Ferreri, in quell'anno solennemen- te canonizzato da Calisto III, a cui avea predetto il pontificato. Regia, l. 21 e 25. Labbé, t. 4> 7 e 9. Arduino, t. 2, 4 e 6- VANNES (s.). Congregazione dell'or- dine di s. Benedetto. Le congrega zioui benedettine esenti di Fiandra e di Fi an- cia, inclusi vamente a quella di s. Vedaslo d'Arras, di cui tratta il p. Helyot, Storia degli ordini monastici, t. 6, cap. 33, es- sendo state formate da alcuni monasteri, piuttosto per sottrarsi dalla giurisdizione de' vescovi, che per riformare i costumi V A N conotti della maggior parte dell'ordine Brucete t ti no tconie osserva lo slesso p. He- lyot, non potevano certamente restituire a quest'ordine il suo antico lustro; poiché non facevano queste tali istituzioni per desiderio di acquistare una maggior per- fezione; ma piuttosto perchè loro non fos- se rotto il corso d'una vita libera, e op- posta allo spirito dei loro stato; e per que- sto il cardinal Carlo di Lorena legato del Papa ne'vescovati di Metz, Toul e Ver- dun,essendosi inutilmente adoperato per riformare i monasteri di questi paesi, giu- dicando il male incapace di rimedio, se- colarizzò I' abbazie di Gorze e di s. Marti- no di Metz, eie priorie della Madonna di Nancy, di Salone, di Varangeville e di s. Nicola, le di cui rendite fece applicare alla chiesa primaziale di Nancy, ed ezian- dio propose a Papa Clemente Vili d'in- teramente sopprimere l'ordine benedetti- no nelle provinciedella sua legazione. Ma quando era pitiche mai disperata la ri- forma, Iddio fece sorgere un uomo san- to, che fu il riformatore della monastica disciplina in Francia e in Lorena , e fece rivivere Io spirito di-s. Benedetto, di cui egli professava la regola. Fu questi d. De- siderio de la Cour, il quale nacque in Mon- zeville, 3 leghe distante da Verdun, nel i 55o , da genitori delle prime famiglie della provincia, ma il patrimonio loro non corrispondeva alla nobiltà di loro stirpe, essendo stati spogliati de'beni di fortuna nella guerra, onde si videro costretti a la- vorare le loro terre per mantenersi. De- siderio di 1 7 anni fu mandato a Verdun, ove per divina disposizione venne allog- giato vicino all'abbazia di s. Vannes. Non si conosce il tempo e gli autori della fon- dazione dell' abbazia benedettina di s. Vannes, S. Vitonus, situata in Verdun nella Lorena: si sa solamente che la chiesa esisteva fiuo dal V secolo fuori del- le mura della città, sotto l' invocazione de'ss. Pietro e Paolo. Prese io seguito per patrono s. V'itone (V.)o Vitono vescovo di Verdun, detto in francese Saint- Van- VAN i33 nei o Vanne, morto nel 52 5. Madalveo vescovo della stessa città nel y53 fu il i.° abbate di s. Vannes, e trovasi che prima di lui Angelberto arcidiacono di Verdun era preposto di s. Vannes nel 701. 1 pri- mi vescovi di Vetduu considerarono il monastero di s. Vannes come un luogo privilegiato, ed ivi scelseroordinariamen- te la loro sepoltura. Vi posero de'chieri- ci, che vivevano secondo la forma aposto- lica prescritta negli Atti Apostolici. Non fu che alla metà del secolo X che v' in- trodussero l'ordine monastico. Berenga- rio vescovo di Verdun, vi collocò de'be- nedettini nel 952. Quest'abbazia situata nella cittadella di Verdun, divenne cele- bre pel merito de'molli suoi abbati che vi fiorirono, e per la riforma di cui va- do a ragionare. Dopo qualche tempo dac- ché Desiderio soggiornava presso l'abba- zia di s Vannes, risolvette di farsi frate converso nella medesima, non avendo al- cuna tintura nelle scienze. Ne parlò egli al suo zio materno Bonecart, luogotenente generale della città, e per suo mezzo ot- tenne dal vescovo, ancor lui suo congiun- to, ed abbate di s. Vannes, per essere sta- la unita la mensa abbaziale al vescovato di Verdun, d'esser ricevuto non solo tra' religiosi dell'abbazia, ma ancora di ve- nire annoverato tra'monaci da coro. La comunità monastica mostrò di tal cosa molto dispiacere, querelandosi del torto che facevasi ad un sì celebre monastero coli' ammettervi un ignorante, allevato continuamente alla campagna; usando nondimeno il vescovo di sua autorità gli convenne dargli l'abito. Subito venne quindi maltrattato aspramente; ma la sua pazienza e mansuetudine gli guadagnaro- no finalmente l'affetto d'alcuni religiosi del monastero, i quali si presero la cura d'in- segnargli i primi elementi della gramma- tica. Vi si applicò egli cou molta assidui- tà, e superate le prime difficoltà, mostrò tal capacità per le lettere, che per dargli maggior comodo d' avanzarsi in questo studio,fu mandalo all'università diPout-à- i34 VAN Mousson, accio potesse meglio istruirsi. Fece quivi il suo corso di filosofia eleo- logia, e passò maestro delle arti. Sul co- minciar dello studio della teologia, che fu nel 1 58 1 , ricevette l'ordine del sacerdo- zio, essendo in età di 3o anni, e compiu- to lo studio di teologia fece alcuni sermo- ni, i quali manifestarono il talento ch'e- gli avea per la predicazione, nella quale sarebbe eglia meraviglia riuscito, se le sue occupazioni gli avessero permesso di ap- plicarvisi. Ritornò al suo monastero ri- solutissimo d'ossei vare esattamente la re- gola, che avea professata; ma se gli para- rono avanti grandi ostacoli per parte de' religiosi, che non potevano soffrire tale distinzione. Non sapeva contenersi dal rappresentare loro l' obbligo che ad essi correva di menar vita più conforme al loro istituto. Simigliami discorsi invece di piegare il loro spirito, gli rendevano i monaci a lui avversi ; quindi per disfarsi di lui , come d' un censore molesto , gli persuasero di ritornare a Pont-à-Mous- son peracquistare maggior perfezione nel- lo studio della teologia, ed impararvi la lingua greca ed ebraica, il che egli di buo- na voglia accettò, come cosa per lui a gran segno vantaggiosa, e favorevole alla gra i passione che avea contralto per le scien- ze. Dopo aver per alcuui anni dimorato in quest'università ritornò a s. Vannes, ma non trovò alcun cambiamento ne'co- stumi de'religiosi,i quali non potendo tol- lerare l'esemplare vita del p. d. Desiderio, e temendo la riforma del loro monaste- ro, avendoli il vescovo abbate sovente avvisati di mutar costume, risolvettero d' allontanare chi poteva contribuire a questa riforma. Finsero quindi di volerla jibbracciare, ed indussero il p. d. Deside- rio a portarsi a R.oma, acciò procurasse la disunione della mènsa abbazialedis, Van- nes da quella del vescovo di Verdun, alla quale era stala unita, facendogli credere, che questa era la maniera di conseguire la riforma. Partì egli dunque da Verdun neli587, ma giunto in Roma non andò VAN guari, che s'accorse della furberia de'suoi corrcligiosi, poiché invece di trovarvi le lettere di cambio, che gli aveano promes- so, si vide da loro iniquamente abbando- nato , laonde fu costretto a ripassare in Lorena. Tornalo che fu alla sua abbazia, ebbe qualche pensiero di mutare ordine, siccome quello di s. Benedetto più non conservasse in Francia il primiero suo spirilo; si consigliò in questo particolare con delle persone pie, le quali gli persua- sero di perseverare nel suo stato, e di vi- vere in esso più regolatamente che pote- va. Abbracciò egli questo consiglio, e per mettere in pace la sua coscienza si portò dal priore, e gittata a' suoi piedi quella poca quantità di denaro che avea, lo pre- gò a disporne, egualmente de'suoi mobili e de'suoi libri, e gli propose di volere ri • tirarsi in un eremo per menar quivi la vita degli antichi solitari. Ne ottenne fa- cilmente la licenza, ed il priore gli asse- gnò per luogo del suo ritiro V eremo di s. Cristoforo, dipendente dal monastero di s. Vannes, e distante 4 leghe da Ver- dun. Dimorò egli io mesi in questa so- litudine, non nutrendosi che di pane e acqua, ed avrebbe perseveralo in quella sorle di vita fino alla morte, se Dio, che l'avea eletto per riformare il suo ordine, non disponeva diversamente. Le guerre accese in Francia dall' eresia degli ugo- notti calvinisti imperversando, I' obbli- garono ad uscire dalla sua solitudine per non divenire il bersaglio degl'insulti de' furiosi soldati. Uscito dal suo eremo en- trò tra'minimi, i quali con sommo giu- bilo lo ricevettero, e lo vestirono dell'a- bito dell' ordine loro. Ma conservando sempre un ardente affetto verso quello di s. Benedetto, dopo qualche tempo uscì dal convento de' minimi, e rientrò in s. Vannes più che mai risoluto di promuo- vere la riforma del suo ordine, della qua- le finalmente, come bramava, venne a ca- po. Il vescovato di Verdun, al quale era sempre unita la mensa abbaziale di s. Vannes, essendo stato conferito al pria- VAN cipe Eriksone o Enrico ili Lorenn, que- sto prelato si trovò sì ben disposto, che il p. il. Desiderio non ebbe molto ad af- faticarsi per farlo risolvere ad intrapren- dere la riforma del suo monastero. Que- ste disposizioni del nuovo vescovo di Ver- dun aprirono le prime vie alla generale riforma, e la volontaria rinunzia del prio- re di s. Vanne», per cui fu nello slesso tempo in sua vece eletto il p. d. Deside- rio de la Cour, finì di facilitare il riusci- mento. Nel i5g6 il nuovo priore prese il governo di questo monastero, e non aven- dolo accettato, che per le replicale istan- ze del vescovo, si credette di potere per giustizia da lui esigere che 1' assistesse nell'esercizio di quel ministero, che per suo ordine si addossava. Risoluto d'intro- durre la regolare osservanza in questo monastero, malgrado le opposizioni de' religiosi, fu il vescovo obbligalo a secon- dare i suoi desiderii; non gli concedette però lutto in una volta quanto egli do- mandava. Il vescovo propose l' all'are al suo consiglio, il quale deliberò soltanto una mitigazione, la quale impedisse so- lamente, che i religiosi non violassero a- pertamente i loro voli, senza proibir lo- ro né giuochi, né divertimenti ordinari. Ben presto però si conobbe la poca sa- viezza di questo consiglio, che ricopriva di confusione coloro che n'erano i prin- cipali autori, poiché non impediva loscau- dalo, che cagionava una libertà sì contra- ria allo stato religioso; il che obbligò fi- nalmente il vescovo ad aderite all'istan- ze del p. d. Desiderio, che proponeva d'in- traprendere il ristabilimento della stret- ta osservanza della regola di s. Benedet- to, vestendo de'giovani di buona indole, quale egli stesso procurerebbe di acco- stumare agli esercizi della riforma, sen- za fare caso alcuno degli antichi religio- si, la maggior parte de'quali era incapa- ce di ridursi ad una vita regolare; ed ac- ciò eglino non s'opponessero a'suoi dise- gni, ottenne un breve da Clemente Vili verso il 1 598, che esegui col consenso VAN i35 del vescovo, mandando 18 di questi anti- chi religiosi a Moyen Moutiers in Vosge, ch'era parimente soggetlo alla giurisdi- zione di questo principe non meno che s. Vannes. L'abbazia di Moyen- Moni iers, Medianum Monasteri 'um , era un'abba- zia benedettina della Lorena, fondata ver- so il 6j 1 da s. Idulfo (V.) abbate e gii» arcivescovo di Tre veri. Ritiratosi dalla stia sede in questo luogo del monte di Vosge, che separa la Lorena dall' Alsa- zia, sebbene allora coperto di boschi e a- bitato da ogni sorte di bestie, credendo di ri veni sconosciuto, la fama di sua pie- tà vi attirò imitatori alle sue viriti , pe* quali egli dovette edificare il monastero, e gli die il detto nome significante che sor- geva in mezzo a 4 altri. Aumentandosi il numero di que'che volevano viveresot- to la sua direzione, s. Idulfo fu costretto fabbricare diverse celle o piccoli mona- steri ne'dintorni. Quel potere ch'egli eb- be su questi, l'esercitarono pure i succes- sori suoi. Dissodate quelle terre e resi a- bitabili que'luoghi deserti, altri vi si sta- bilirono a poco a poco, onde que'piceoli monasteri sottoposti al grande vennero trasmutati in parrocchie,! lorooratorii itt chiese parrocchiali, sotto la piena giuris- dizione dell'abbate di Moyen-Moutiers, sì sul clero e sì sul popolo. S. Idulfo die a'suoi monaci la regola di 9. Benedetto e di s. Colombano > ed in seguito essi ab- bracciarono la sola di s. Benedetto. Però nell'896 Zuenteboldo, figlio del re Ar- noldo, die quest' abbazia in beneficio al conte Ilino, che ne cacciò l'abbate e i mo- naci, e vi pose cle'cauonici. Ilino ebbe mol- ti successori che vennero chiamati abba- ti conti. L' ultimo, nominato Gisilberto, volendo ristabilire 1' ordine monastico a Moyen -Mouliers, verso il 939 vi pose per abbateAdalberto monaco di Gorze,il qua- le molto dopo adoperossi per far fiorire di nuovo la regola benedettina in quella casa, e di veuue rinomatissima e fra le più illustri abbazie dell'ordine di s. Benedet- to, non che unita a quella di s. Vannes. j36 VAN Dopo avervi il p. ti. Desiderio mandato i suddetti monaci, ricevè nello stesso tem- po 4 giovani, i quali finito l'anno del no- viziato, fecero i loro voli nelle sue mani a'3o gennaio 1600, dopo avere rinnova- ta egli stesso la sua professione avanti il vescovo, appositamente intervenuto alla ccrcmouia di questi nuovi professi, I* e- sempio de'quali ne trasse ben presto mol- ti altri , per cui V abbazia di s. Vannes si vide in poco tempo ripiena d'eccellen- ti uomini, tutti da fervoroso e zelante spirito animati. Ciò cagionava in loro una santa emulazione, gli uni procurando di superare gli altri nella pratica delle vir- tù, e particolarmente nell'esercizio della carità. L' astinenza, i digiuni, le vigilie, Ja continua orazione, le sante lezioni, il lavoro manuale ed il silenzio erano sì bene ristabiliti iu s. Vannes, ch'era la me- raviglia di lutti, e ciascuno commendava la pietà e lo zelo del riformatore; il quale non contento d'aver soffocata nel suo monastero la rea semenza degli sregolali costumi degli antichi monaci , credette per seppellirne sotto alta oblivione la me- moria, di dovere eziandio cambiar l'abi- to, facendolo tagliare sul modello veuuto da Monte Cassino (V.)> nel quale crede- va, che più d'ogni altro si conservasse la figura dell'abito di s. Benedetto, oveavea promulgata la regola meditala a Subia- co (V.).% Quindi essendo perfettamente stabilita la regolare osservanza in s. Van- nes, il vescovo di Verdun gli propose la riforma dell'altra sua abbazia di Moyen- Mouliers in Vosge, sotto l'invocazione di s. Idulfo. Vi mandò il p. d. Desiderio nel 1601 molti de'suoi religiosi sotto la con- dotta del p. d. Claudio Fraucesco, che per Y affetto da lui nudrito per la regolare osservanza, come ancora per l'altre bel- le doti di cui andava fornito , fu giudi- cato capacissimo di mandar ad elfetlo una somigliante impresa, come infilili la con- dusse felicementea iìne.L'alleanza, stret- ta poscia tra queste due abbazie, che fu- rono le prime riformale,, diede luogo al VAN l 'erezione della Congregazione di s. Van~ nes e di s. Idulfo, titolari e patroni d'am- bo i monasteri. Fu deputato il p. Rozet per andare a Roma a domandarne la con- ferma a Papa Clemente Vili. Il vescovo di Verdun procurò per mezzo de'suoi a- mici d' ottener le bolle necessarie, ed il Papa a istanza di molti cardinali, princi- palmente del gran cardinal Baronio, eres- se questi due monasteri in congregazio- ni dell'ordine di s. Benedetto, sul model- lo di quella di Monte Cassino e di s. Giu- stina di Padova, e dichiarò partecipi tut- ti i monasteri, che si aggregassero a quel- li di s. Vannes e di s. Idulfo, de'privile- gi, grazie,indulgenze e immunità, libertà, favori e indulti accordati per 1' addietro alla congregazione di Monte Cassino, co- me si legge nella bolla Quantum ex Mo- nasteriis pie institutis^ emauata da Cle- mente Vili a'7 aprile 1 6o4, Bull. Rom. t. 5 , par. 3, p. 4o. Anzi avendone ab- bracciata la riforma diversi monasteri di monache benedettine, lo slesso Clemen- te Vili col breve V estro Nomine Nobis, de'4 febbraio 160 5} Bull, cit., p. 106 : Monasteria omnia Monialium ordirne s. Benedirti in par ti bus Prussiaet Polo» niae et Lituaniae exis lentia , locorum ordinariis subiiciuntur, curii privilegio- rum 3 ac indulgenti arum concessione. Il 1 ,° capitolo generale fu tenuto in s. Van- nes nel luglio 1604, nel quale il p. d. De- siderio de la Cour fu eletto presidente sì dal capitolo, che dal governo, e priore di s. Vannes, il p. Rozet visitatore, e il p. d. Claudio Francesco priore di s. Idulfo. Ma perchè i superiori della congregazione non erano abbati come quelli della con- gregazione di Monte Cassino, il p. Rozet fu per la 2.a volta mandato a Roma sul cominciar del pontificato di Paolo V, per ottenere la conferma di quanto avea il suo predecessore conceduto, e domanda- re al Papa , che i superiori e i visitatori avessero la slessa autorità degli abbati della congregazione di Monte Cassino, la quale avea servito d'esempio a quella di V A N s. Vannes. Paolo V esaudì la domanda con breve de*23 luglio i6o5, il che obbli- gò il p. Rozèt ad andare a Monte Cassino per istruirsi perfettamente nella manie- ra di stabilir la regola , come per infor- marsi ancora de'diritti e de'privilegi go- duti dagli abbati dell' ordine. Mentre il p. Rozet sì utilmente operava in Italia, il suddetto cardinal di Lorena, vedendo che allora poteva più facilmente effettua- re il concepito disegno di ristabilire la re- golare disciplina in tutti i monasteri si- tuati nelle terre di sua legazione, ottenne daPaoloV un breve a'2 7 settembre i6o5, per aver facoltà d'unire tutti i monaste- ri dell'ordine benedettino alla riforma di s. Vannes. Cominciò egli dalla sua abba- zia di s. Michele nella Lorena, della qua- le molti altri monasteri di Lorena e de' contorni seguirono l'esempio; per cui nel breve giro di pochi anni quasi 4o mona- steri s' unirono a questa congregazione, de'quali i principali furono s. Mansueto e s. Aspro di Toul, s. Nicola distante due leghe da Nancy, s. Arnoldo, s. Clemente, s. Sinforiano e s. Vincenzo a Metz, e s. Pietro di Luxeuil. Finalmente dopo che il p. d. Desiderio si fu grandemente af- faticato nel dilatar la riforma, volle Dio coronar le sue fatiche con una morte pre- ziosa, alla quale si preparò egli per un an- no intero con una vita fervorosissima, a capo del quale morì nel monastero di s. Vannes a'i4 novembre 1623 di 72 an- ni. Molte altre case benedettine di Fran- cia,massime de' Cliiniacensi ^J'.), congre- gazione considerata la più antica del rea- me, desideravano anch'esse d'abbraccia- re la riforma; ma gli sconvolgimenti del- le guerre rendendo troppo difficile I' u- nirsi fra loro, si stabilì una riforma sul- lo stesso metodo. Essa cominciò nell'ab- bazia di s. Agostino di Limoges nel 161 3, la quale era stata fondata verso il 042 da s. Ruricio il Giovane vescovo di Li- moges, e vi pose canonici regolari; ma a- vendo i danesi distrutto interamente il mouastero, fu ristabilito nel 934 da Tur- i37 V A N pione, altro vescovo di Limoges, il quale vi posei monaci benedettini. La regolare osservanza vi si mantenne finché l'abba- zia cadendo in con) menda, le sue entrale furono dissipate dalla poca economia de- gli abbati. Vi s'introdusse il rilassamen- to, ed era in deplorabile slato quando Gio- vanni Regnault ultimo abbate commen- datario la soggettò alla congregazione di s. Vannes, seguendo la stretta osservan- za della regola di s. Benedetto. Ad essa si sottoposero molte altre abbazie, e il p. d. Desiderio de la Cour e gli altri supe- riori di s. Vannes vi mandarono de'reli- giosi,a'quali felicemente riuscì di stabilire la riforma. Ma le difficoltà da essi incon- tratene! riunire sotto una medesima con- gregazione quest'abbazie, ed altre più lon- tane, che parimente domandavano la ri- forma, li fece risolvere a formarne due differenti, una delle quali in Francia, cui i monasteri già riformali servirebbero di fondamento. Fu questo progetto appro- vato dal capitolo generale tenuto in s. Mansueto di Toul nel maggioi6i8.Que' di s. Vannes permisero fin d'allora a'mo- naci da loro mandati in Francia, di for- mare un nuovo corpo di congregazione composto da' monasteri ne'quali aveano introdotto la riforma, e da quelli che in prò; l'abbi :bbero: pei tenere in ambedue le congregazioni unio- ne e amicizia inviolabile, stesero un alto con cui gli uni e gli altri promisero la partecipazione nell'orazioni e nell'altre opere buone, come dipoi sempre si pra- ticò. E Papa Gregorio XV la confermò e altrettanto fece Urbano Vili. Questa congregazione fu conosciuta sotto il nome di s. Mauro (V.); ed a 'calcoli che riportai col Novaes in tale articolo, qui aggiungo, altri dicono che comprese 180 tra abba- zie e priorati, venendo governata da un particolare presidente generale residente a s. Germano des Prez o Prati in Parigi, ove peli." si stabilì la riforma e si dila- tò per le provmcie. Fra le principali ab- bazie che seguirono questa riforma, sono i38 VAN b nominarsi, oltre quella di s. Germano, lineile di s. Dionigi, Fecamp, Vendòrne ve. Strettissima fu sempre l'unione Ira la congregazione eli s. Mauro, e quella di s. Vannes e di s. Idulfo, e le loro costitu- zioni, tranne poche cose, erano conformi. La congregazione di s. Mauro riconohbe l'origine e per madre l'altra in discorso; e fra tutte lecongregazioni dell'ordine be- nedettino non ve n'ebbe alcuna più illu- stre, più feconda d'uomini dotti, e che ab- bia prestalo più rilevanti servigi alla Chie- sa di quella di s. Mauro in Francia. Nel- le loro sapientissime scuole si formarono i tanti celebri scrittori che produsse la congregazione, i quali pubblicarono tan- te opere classiche con dottissimi lavori. I monaci di questa congregazione vestirono come i riformati di Clunyo Clugny (f.), ove riparlai della congregazione, tonaca e scapolare nero, oltre la cocolla in coro e incedendo per la città, però meno am- pia di quella de'monaci cassinesi e di s. Vannes. Ammise la congregazione di s. Mauro frati conversi, vestiti della stessa maniera, e frali commessi che ritennero l'abito secolare. Avea per stemma una Co- rona di spine, nel cui mezzo era il mollo Pax , sormontata da un giglio , e sotto con 3 chiodi della Passione di Gesù Cri- sto. Il p. Helyot citato, t. 6, nel cap. 3y tratta : De Benedettini riformati della congregazione di s. Mauro in Francia. Inoltre nel 1621 si operò Uà Cliiniacen- si altra riforma, la quale poi si divise da quella di s. Mauro, ed unì all'altra di s. Vannes e di s. Idulfo, e poscia se ne di- slaccò formandola separata congregazio- ne de' Cliiniacensi della stretta osser- vanza. Nella congregazione di s. Vannes e di s. Idulfo eranvi dell'abbazie, le quali non essendo commende venivano gover- nate da abbati regolari, come quelle di Moyen-Mouliers, s. Michele, di Senone, Munsler,s. Avoldo, Longueville e alcune altre. La chiesa del monastero di s. Cro- ce di Nancy essendo siala fabbricala ver- so il fine del secolo XVII con molta ma* VAN gnificenza, il duca di Lorena Leopoldo I procurò che Papa Clemente XI erigesse il monastero in abbazia solfo il titolo di s. Leopoldo. L'a bbale ch'era regolare, non durava nel suo governo che 5 anni, ma quelli che erano stati abbati succedevano agli abbati perpetui negli altri monasteri, quando morivano. Il capitolo generale della congregazione di s. Vannes e di s. Idulfo adunavasi ogni anno per eleggere il presidente, la cui autorità terminava al finir dell'anno, così i 3 visitatori eletti nel- lo stesso capitolo. Gli abbati e priori ti- tolari aveano il regime della comunità, solamente quando era loro dato dal ca- pitolo generale; ma essi godevano nel luo- go de'loro benefizi de'diritti onorifici; oc- cupavano il primo posto avanti i priori claustrali, ed avevano una casa separata da quella della comunità. I religiosi di que- sta congregazione , oltre alla regola d i s. Benedetto, aveano altresì degli slatu li par- ticola ri; mangiavano sempre di magro, tranne il caso di malattia. Facevano voto di stabilità, non per una casa in partico- lare, ma nella congregazione; quindi pote- vano cambiate di casa a volontà del ca- pitolo generale o de' superiori. Gli studi fiorivano in questa congregazione, e pro- dusse un gran numero di dotti molto il- lustri. Era composta la congregazione di 5o monasteri, situati parte nella Lorena, parte in Francia, in Alsazia e nella Fran- ca Contea; il Novaes vi aggiunge la pro- vincia di Sciampagna. Benché la congre- gazione fosse stata eretta sul modello di quella di Monte Cassino, eravi ciò non o- stante qualche differenza tra l'ima e l'al- tra in (filanto a'benefìzi; in questa, in vir- tù del privilegio accordato dal Papa Eu- genio IV, I' abbazie e priorati erano an- nuali a disposizione del capitolo generale; e nell'altra questi benefizi erano espressa- mente conservati in titolo perpetuo, come prima, e alla disposizione della s. Sede. I religiosi vestivano nella stessa maniera de'cassinesi,ed aveano per arme mia Co- rona di spine, nel mezzo della quale era il V AR motto Pax, sormontata ila 3 Lagrime e da un Cuore nella sua punta ardente. Ma la benemerita congregazione di s. Van- nese di s. Idulfo, come quella di s. Mau- ro e altre, rimase estinta in conseguenza della rivoluzione francese nel declinar del secolo passato. Trattano di essa, il p. He- lyot, cap. 35: De' Benedettini Riformali della congregazione di s. Vannes edis. Idulfo, con la vita del p. d. Desiderio de la Cour loro riformatore. Umberto Belhomme abbate di Moyen-Moutiers , Ilistoria Mediani in monte F esago mo- nasterii ordinis s. Benedicti ex congre- gatone ss. Viton etllidulphi) Argento- iati 1724. VARADATO (s.). V. B ak adato (s.). VARADINO (Faradien). Città con residenza vescovile d'Ungheria, nel comi- tato di Binar, marca del suo nome, a 1 2 leghe e mezza da Debreczin. E altresì chiamata Gross TVardein, ed in italia- no Gran F'aradino(F.), Magno Fara- dinum. Nel citato articolo parlai della cit- tà e due vescovi cattolici che vi fanno re- sidenza, uno di rito latino, l'altro di rito greco unito: aggiungerò alcune altre po- che nozioni, alcune delle quali indispen- sabili. Dicono 1' ultime due proposizioni concistoriali, per la provvisione di delti due vescovi: Magno Faradini civitas ad limi te s Transilvaniae in Hungaria in- feriori sita 3 in plano loca a Crysio in duas partes divisas , in suo uiiius fere milliarii ambila termille circi ter conti- net dornos, atque ab ultra septem mil- libus et (juingentis inhabitatur christifi- delibus. Nelle guerre tra la Turchia e V Ungheria, la città e il territorio ne ri* sentirono i tristi effetti; presa da' turchi neli66o,poi la ricuperarono gl'imperia- li. Riferisce il Giornale di Roma del giu- gno 1857 a P- ^28, avere ordinato nel precedente mese l'imperatore Francesco Giuseppe I, che si abbandonino le citta- delle di Gran Varadino e di Szeghedino, non che il raggio fortificatorio , sul cui fondo era finora proibito erigere edifìzi. VAR i39 Tuttora il vescovo latino è suffraganeo dell'arcivescovo di Colocza. Riguardante i due vescovati latino e greco, Pio VI e- manò la bolla Ingeniosa personarum re- gia potestale, de* io agosto 1780, Bull. Rom. cont. t. 6, p. 23o: Reintegralo E- j)i scopa t us Varadiensisfit applicano bo- norum prò mensa episcopali cum suif prh'ilegiis, et exemptionibus . Quanto al vescovato latino, già fiorentissirno, si di- ce avere P imperatore Leopoldo I resti- tuito i suoi limiti, alterati dalle guerre e dall'eretica pravità; quindi il suo figlio Carlo VI nel 1733 avere reintegrato la mensa vescovile di sue rendite. Pio Vl£ colla bolla Imposi ta humilitati Nostrae% de'3 luglio 1823, Bull, cit., t.i5, p. 61 5: Dismembratio ar ch'idi aconatus Szath- mariensi a dioecesi fllunkacsiensi grae- ci ritus, ejusque unio dioecesi Faradien' si latini ritus. Tra gli antichi vescovi la- tini ricorderò il cardinal Demetrio (F.) per ben 20 anni , insigne per ingegno e dottrina, secondo il Giornale di Roma del i854 a p. 1076; ma il Cardella e il Novaes non dicono di Varadino, ma di Giavarino. Giovanni arcivescovo di Stri- gonia e vescovo di Varadino, perito nel 1 444 «ella funesta battaglia di Vania, combattuta contro Turchia, nella (piale portava il reale stendardo di s. Ladislao \. Neli534 fu vescovo di Varadino il famo- so cardinal Giorgio Martinusio (F.) leg- gente d' Ungheria e di Transilvania. Nel- le Notizie di Roma sono riportati i se- guenti vescovi di Varadino o Gran Va- dino» come sono cumulativamente chia- mati, di rito latino. Nel 1734 Giovanni Okolicsnay di Strigonia. Nel 1737 Ni- colò Czaki di Strigonia. Nel 1747 Paolo Stefano Forgach di Cseitha arcidiocesidi Strigonia. Neh 760 Adamo Patchich di Zajesda diocesi di Varadino. Vacata la se- de nel 1776 fu provveduta nel 1781 con Ladislao di Kollonitz di Vienna, traslato da Transilvania. Nel 1 788 Francesco Sa- verio Kalatajdi Ofalù arcidiocesi di Stri- gonia. Nel 1800 Nicola Condè de Poka i4o V A R Telek di Szesdaheiy arcidiocesi di Stri- gonia, trasferito dalle sedi unite di Bel- grado e Semendria. Noi i8o3 Francesco Miklosi di Csakaur diocesi d' Al barcate, già vescovo di Titopoli inpartibus. Do- po notabile sede vacante nel 1822 Giu- seppe Vurum di Tyrnàw arcidiocesi di Slrigouia. Nel 1827 per sua traslazione a Nitria, Leone XII gli die in successore Francesco Laicsakdi Schernnitz arcidio- cesi di Strigonia, trasferito da Rosnavia. Perdi lui dimissione spontanea, Gregorio XVI nel i843 gli sostituì mg/Ladislao li bero barone di Bemer,diSzabolesarcidio cesi d'Erlau o Agria e canonico di quella metropolitana. A vendo rinunziato la sede, il regnante Pio IX nel concistoro de' 17 febbraio 1 85 1 preconizzò t'attuale vesco- vo nig. 'Francesco Szaniszlò di Sabaria,già professore di teologia nel liceo di Pest e rettore di quel seminario, consigliere re- gio, encomiandolo per pietà , prudenza, dottrina, per morale e qual versato nelle cose ecclesiastiche. Questo prelato a' 19 novembre 18^7, come riporta a p. 1084 il Giornale di Roma ,benedì solennemen- te la locomotiva del treno della ferrovia del Tibisco, la quale fu aperta in detto giorno da Debreczin a Szolnok, avendo onorata la festa di sua presenza l'arcidu- ca Alberto governatore generale dell'Un- gheria, e nel dì seguente fece una gita d'i- spezione sul ramo laterale della ferrovia di Gran Varadino. Quanto al vescovo di Varadino di rito greco, narrai nel voi. LXXIX, p. 109 e seg., che il Papa Pio IX nel 1 853 con istituire la provincia ec- clesiastica di Fogarasdi rito greco-catto- lieo pe'valacchi di Tran sii vania, tra' suf- fragatici di quell'arcivescovo vi comprese il vescovo di Varadino dello stesso rito, sottraendolo dalla soggezione del metro- politano di Strigoniajeche il cardinal Via- le Pietà nella metropolitana di Foga ras consagraudo due de' vescovi della nuova provincia, ebbe per uno degli assistenti mg.' Frdely tuttora vescovo di Varadi- 110 di rito greco. V A R VARALLO. r. Veralli. VARDA o VARDAIO Stefano, Car- dinale. Nato in Ungheria di miserabili genitori, applicatosi con fervore non me- no allo studio delle lettere, che a quello dell'arte militare, vi fece tali avanza- menti che, pieno d'amor patrio e di zelo religioso, imbrandì le armi e con suc- cesso polè col suo valore difendere i con- fini dell'Ungheria dalle scorrerie de' tur- chi. Divenuto quindi dottore in jus cano- nico e preposto della chiesa d' Agria, ot- tenne l'arcivescovato di Colocza, e ad i- stanza di Luigi XI re di Francia, Paolo Il nel 1 4^4 o a' 18 settembre 1 4^*7 '° creo cardinale prete de'ss. Nereo ed Achilleo. L'autore della Porpora Pannonica, a p. 20, scrive che fu promosso al cardinala- to ad istanza di Mattia re d'Ungheria, il qualespedìataleeffettoinRoraasuo am- basciatore Marco vescovo di Tinia, e con- futa l'asserzione in favore del re diFran eia. Finì i suoi giorni in Ungheria nel 1 47 1 , come apparisce da'registri Vatica- ni, o neli473 al riferire di Aubery e di Ciacconio. Lodato per lo zelo col quale governò con gran vantaggio dell'anime la sua arcUioeesi. VARMIA. V. Warmia. VARNA, Varnae. Sede vescovile del- laMesia 2.aoinferiore,situata al confluen- te del fiume Zyra, nel mar Nero, sotto la metropoli di Marcianopoli, innalzata alla dignità metropolitica nel XI V secolo. Si conoscono i 3 seguenti arcivescovi. Me- todio, metropolita Varnae, si sottoscris- se nel 1 347 alla sentenza che depose Gio- vanni Caleca patriarca di Costantinopoli. Acacio,che nell'epistola salutatoria a Teo- dosio Zigomala prolonotario della magna chiesa di Costantinopoli, si sottoscrisse kumilis Vamae metropolita. Callinico, metropolita Farnae^edeva nel 1 72 i . Le Quien, Oriens christiaivis, 1. 1 , p. 1 1^0. 1 geografi molto sono discrepanti se l'o- dierna Varna sia succeduta all' antica. L'attuale Varna, scrivono i moderni geo- grafi, è una città e porto della Turchia V A R europea in Bulgaria, sangiaccato, distante 26 leghe da Silistria e 1 7 da Sciunila, sul mar Nero. Giace al nord della foce del Pravadi, che un po' prima forma il lago paludoso di Devna. La rada in fondo al- la quale siede, aperta a'venti di levante e scirocco , viene considerata incomoda, ma siccome è riparata da quelli di mae- stro, i pericolosissimi del mar Nero , ed il fondo se ne trova ottimo, ha fama di sicura nell'estate. Il porto di Varna quin- di si ritiene il migliore della costa occi- dentale del mar Nero. Cinta la città di cattive mura di pietre, vi sta dinanzi un piccolo fosso secco, guarnito di palizzate. Famosa è Varna per la disastrosa batta- glia combattuta sotto lesue mura nel i444 a* 19 novembre, i più dicono a* 1 o, contro Amui al li sultano de'turchi,da Uiadislao 1 re d'Ungheria, e Uiadislao VI come re di Polonia, volgarmente detto Ladislao, che miseramente vi peri coll'esercito cri- stiano, insieme al rinomato legato pon- tificio cardinal Giuliano Cesarinì senio- re; della quale in tanti luoghi parlai, co- me ne' voi. LXXXI, p. 3o3, LXXXIII, p. 2o3. L' infelice re, degno di miglior sorte, fece prova inutile di contrastare a' progressi formidabili de'turchi nelle con- quiste sul cristianesimo. I russi ne fecero l'assedio nel 1828, e dopo una difesa no- tabile si arrese l'i 1 ottobre di detto an- no. Dicono gli stessi geografi, a torto in- dicarsi questa città come corrispondente alla posizione di Odessusj e che verosi- milmente ella è l'antica Conslantia. Nel finir del secolo passato fu edificata da'rus- si Odessa (7^.), sul mar Nero. L'antichità scoperte sul terreno che l'occupa, fece- ro credere che occupasse il sito dell'anti- co Odessus.E siccome Comman ville chia- ma la sede vescovile di Tiberiopolisulfra- ganea di Nicopoli,«?M Odessus, cioè far- uà, nel citato articolo col p. LeQuicn ne riportai i vescovi conosciuti; non senza av- vertire con Ga udrà iul} che Varna è di ver- sa da Odessus. Egli nel suo Lexicon par- la di Varna della Mesia inferiore, città ve- V A H i4t scovile della metropolitana di Marciano poli, curii por tu in ora Ponti Euxini^ e la dice olirn Dionysiopoli spadelli metropo- li* cumTibcriopoli, licet urbs dislinclac sint. Poi dichiara che altra Varna, urbs eulta curii por tu in ora Ponti Euxini,è quella della famosa battaglia del 1 444- È noto che il mar Nero, posto tra l'Europa e 1' Asia, dicesi pure con vocabolo antico Ponto Eusino. La città vescovile di Ti- beriopoli o Dionisiopoli(P .), parimente della bassa Mesia e sotto la metropoli di Marcianopoliepoi di Nicopoli, la dissi col p. Le Quien (la citazione di lui, deve di- re 1224 e non i424)> con Commanville e altri, che si denominò pure Struminitza, Crunusfidessus et'" arno. Quanto a Con- stantìa si conoscono nell' oriente 3 sedi vescovili, cioè in Tracia^ nell' Osroena e la capitale dell'isola di Cipro. Il Giornale di Roma deli 85 1 ap. 4 16, in data di Var- na a' 3 1 marzo pubblicò questa comuni- cazione di C.T. m 11 dì 1 3-25 del corrente mese nello scavo per le fondamenta di una casa armena, fu rinvenuta una pietra qua- drangolare contenente la qui acclusa i- scrizione in latino e greco, mancante del- l'estremità di tutta l'epigrafe. I caratteri romani e greci sono di un'ordinaria gros- sezza e bene scolpita sopra la pietra ch'e- ra incastrata nel muro della fonte da cui scaturiva l'acqua introdotta nella città per comodo deg'i abitanti. La scoperta di que- sta iscrizione latino-greca, pochi passi lon- tano dalla moderna fonte esistente nel rio- ne abitato dagli armeni, conferma viep- più ed il contenuto dell'iscrizione stessa, e che il nome antico della moderna P ar- na fosse quello di Odessa, non già di Dio- nisìopoli o di Cruniy come vogliono alcu- ni geografi". Riprodurrò soltanto la lati- na, cioè la meglio dichiarata. Imperato- re Caesare Tito Aelio Hadriano Anto- nino - Patre PatriaeCiviias Odessilano- rumAcjuam ìYoì'o Eduxit- Curante Ti- to Vitrasio Pollione Legato. Lo stesso Giornale deli854 a p. 685, in un arti- colo intitolalo; Il mar Nero ed i suoi Por- 142 VAR ti, per l'occasione della guerra d'oriente discorre ancora della ci Uà e del porlo di Vania. Comincia la descrizione per chi dal Bosforo entra nel mar Nero, s'incon- tra nel i.° porlo di Midiali, di poca im- portanza; dopo il golfo di Messuinbrèa, assai favorevole al ricoverar de'bastimen- ti, e poi in un allro piccolo golfo, si ha Vania, città che forma parie della Bulga- ria. Si è lungamente creduto che Varna occupasse l'antica Odessus, colonia degli abitanti di lUileto nella Jonia , alle rive del Ponto Eusino. Varna giace a'piedi del- l'ultima linea de'Balkan; ella è rinomala per molti avvenimenti: fra gli antichi il più grande si è la sanguinosa e fatale bat- taglia, che nel i444 fu combattuta e vinta dall'esercito mussulmano conlroUladislao 1 giovane re d'Ungheria, che vi perdette la Vita e buona parte dell'esercito. Fra'mo- ilerni si è l'assedio, che nel 1828 sostenne contro i russi dal principio di luglio fino a' io ottobre. In questa circostanza il prin- cipe Menlschikofl comandava come al presente la flotta russa, e il granduca Mi- chele e il principe Worontzolf dirigevano l'assedio. Volle esservi anche l'imperato- re Nicolò I, e quantunque a' 1 4 settembre fosse già aperta una breccia e a' 1 8 un'al- tra, i mussulmani continuarono a resiste- re per oltre un mese, finche a' io otto- bre loncof pascià, che comandava la for- tezza, unitamente al capitan pascià, por- tossi al campo nemico e capitolò con Ni- colò 1. Varna, come città militare ha la sua importanza. Dopo il 1828 sono state completate le sue fortificazioni, e muniti di ridotti que'punli che parevano deboli. Tutti i forti erano stati armati da 224 cannoni, la più. parte di grosso calibro, ol- tre 22 mortai, onde ben difesa può resi- stere ad un lungo assedio. Abitala da 18,000 persone, quasi lutti turchi, è su- cida e cadente nell'abitazioni, ne vi è in- dustria ne commercio. Ad utile della me- desima vi sbarcarono i francesi, come a- vevano fatto a Gallipoli, e tosto cambiò di aspetlo. 11 che avvenne nell'ultima guer- VAR ra di Crimea e del mar Nero. Perciò in Varna si stabilì il quartiere generale de' comandanti inglesi e francesi, alleati del- la Turchia (F.)} come stazione princi- pale della guerra stessa. V ARSA V I k( Far savicn). Olili con re- denza arcivescovile, nobile e celebre, ca- pitale della Polonia (V.), nell'impero di Russia (?'.)) capoluogo della vaivodia o palatinalo di Masovia e dell'obvodia del suo nome, giace sopra un rialto in mezzo ad arenosa pianura sulla sinistra della Vi- stola, ch'è in questo luogo assai profon- da, e si passa sopra un ponte di battelli, che comunica col sobborgo o città detto di Praga, secondo il Castellano. Questi la dice divisa in due parti: la i.a comprende la città propria, e la 2." i suoi 7 vasli sob- borghi, circondati da una linea difensiva, che si oltrepassa conio porte. Una lungfi e stretta via, cui mettono capo moltissime altre minori, costituisce la citlà; ma i sob- borghi e specialmente quelli denominati Citlà Nuova, Cracovia, e il Nuovo Mon- do, sono ben fabbricati , e vanno ornati d'un gran numero di palazzi e belli edili- zi. E' distante da Parigi 3oo leghe , da Vienna 125, da Berlino 120, da Danzica 100, da Mosca 260, da Pietroburgo 232. Riferiscono altri geografi, che Varsavia si compone della città, di bellissimi sobbor- ghi e delle 4 piccole cittadelle godenti di- ritti particolari e chiamate Grzybov,Les- zeno, Solec e Praga; stabilendo un pon- te lungo 263 pertiche la comunicazione tra quest'ultima ciltà e Varsavia, che n'è dalla Vistola disgiunta. E Varsavia in parte circondata da mura e da fosse. La ciltà di Praga era una piazza importan- tissima e fu quasi interamente rovinata nel 1794 dall'esercito russo, poi rifabbri- cata su novella pianta e guernita nel 1 806 d'una testa di ponte formidabile; oggi tut- te le sue fortificazioni si dicono spianate. Contatisi a Varsavia 220 vie, la maggior parie larghe e ben insiniciate; principali essendo la Miodova ola via del Miele, un tempo via Napoleone; la Diuga 0 la Lau- V AR ga; il Novoskiel o il Nuovo Mondo; la ria Krakowskie-Przedmieicieola via del Sob- borgo di Cracovia; la Rrolevska o la via Regia, l'Elektoralua o la via dell'Eletto le. Le piazze più belle sono quelle di Sas- sonia,^ Maiiville o Marieville, del Dan- co Nazionale, della Città, delleTre Croci, e la piazza del Re Sigismondo IH, dinan- zi alla porta del borgo di Cracovia , la quale va adorna della statua di quel re in bronzo dorato, erelta da suo figlio La- dislao o Vladislao VII. La statua di Co- pernico adorna la piazza del Sobborgo di Cracovia. Varsavia racchiude circa 120 palazzi: il i.° gradoapparliene seuza dub- bio al castello regio, situalo sopra un'al- tura, in riva alla Vistola; stalo foudatoda Sigismondo I, fu ingrandito da Augusto Ile terminato dall' ultimo re Stanislao Ponialowski: codi ponesi di vaste sale del- la più bella ardii lettura, riccamente do- rale ed ornale di superbi quadri di Bac- cia rei li relativi alla storia del paese, d'u- na bella collezione di ritraili de're di Po- lonia, di busti marmorei degli eroi della nazione polacca, e d'una serie di vedute di Varsavia, dipinta da Caletti. Ammiran- si principalmente la sala del trono, quel- la dell'udienze e la sala detta di mai ino; al pianterreno sono gli archivi del regno, che contengono una moltitudine di mss. rari e curiosi. Giardini spaziosi e ottima- mente mantenuti occupano il trailo fra il castello e la Vistola. Un altro castello regio è il palazzo di Sassonia, dove i due re Sigismondo li ossia Augusto 1, ed Au- gusto 11 tennero la loro coi te, e quindi l'a- bitarono i viceré, palazzo posto in mezzo alla città, in un bel giardino, circondalo da cancelli di feiio. Il palazzo del gover- no apparteneva una voila alia famiglia Krasinski, ed è fabbricato in islile italia- no; quello del conte Poi otki contiene col- lezioni preziose in tutti i generi. Il palaz- zo Azzurro fu fabbricato dal re Augusto 11, per la sua diletta Orselska. Marmile o Marieville è come il palazzo reale o ba- zar elegante di Varsavia, costruito sul di- V A R i43 segno del palazzo regio di Parigi; e con- tiene la dogana e parecchie centinaia di bolteghe.La cattedrale metropolilana pri- meggia fra le 36 chiese della ciltà, antico edilizio, reccnler et ex integro instaura- ta gothicam praefert structuram, come leggo nell' ultima proposizione concisto- riale, ed è sotto l' invocazione di s. Gio. Battista. Tra le ss. reliquie si venerano quelle della ss. Croce e di una ss. Spina della corona di Gesù Cristo , e di parte del corpo del s. Precursore patrono della stessa. Ha il ballisterioe la cura d'anime, che sotlo la direzione del capitolo si am- ministra da' vicari facenti parte del me- desimo. II capitolo si compone di 4 di- gnità, lai." delle qualiè il decano,di8ca- nonici, senza le prebende teologale e pe- nitenziale, di 6 vicari, di 5 mansionari, e di altri preti e cinetici inservienti alla divina ufliziatura. Nella bolla che eresse la collegiata in cattedrale , si dice che il capitolo formavasi di 7 dignità col seguen- te ordine: il decano principale, l'arcidia- cono, il preposto, il custode, lo scolastico, il cancelliere, il primicero;dii2 canonici, oltre 9 vicari, i mansionari e i cappellani. Non molto distante dalla metropolitana è il palazzo arcivescovile, conveniente e sufficientemente comodo. Vi sono inoltre 5 allre chiese parrocchiali nella città, e 2 nel subui bio, tutte munite del s. fonte.Fra le chiese, è la più bella quella di s. Cro- ce, ma i cattolici ne piangono la perdi- la, perchè convertila in metropolilana russa, di rito greco non unito : mira- bile è pure il tempio di s. Alessandro, edificalo dall'architetto polacco A igner. I conventi e monasteri de' religiosi so- no 8, i monasteri delle monache 2 ; a più di 20 ascendono i sodalizi, 4 sono gli ospedali, 1 i seminari cogli alunni, ed havvi l'accademia ecclesiastica. L'edilizio della zecca è d'architettura rimarcabile, e vi si ammira una bella macchina a vapo- re ; anche l'ai senale inerita menzione. Da vari anni scomparse una quantità di case di legno, e ne furono sostituite altre lab- 144 V A R bucate di mattoni. Piagli stabilimenti di beneficenza, si fanno principalmente no- tare il grande ospedale della cktà, l'ospe- dale militare, la casa de'trovatelli appel- lata Bambino Gesù. L'università di Var- savia venne stabilita nelT edilizio in cui un tempo abitava il re Stanislao Ponia- towski. Fu l'università fondata neli8i6 dall'imperatoreAlessandroI,con facoltà di medicina e di legge, biblioteca di i 12,000 volumi, osservatorio, gabinetto di mine- ralogia, zoologia e fìsica, non che labo- ratorio fisico. Pio VII col breve Aposto- licae so Ilici ludi ni st de' 3 ottobre 18 18, Bull. Rom. coni. t. 1 5, p. 121: Commu- nicalio privilegiorum aliis universitatis concessoruni prò Univer sitale Varsa- viensi. Questa perciò entrò in possesso de' suoi diritti. Si riporta dal Giornale di Roma del 1 855 a p. 664> in data di Var- savia 27 giugno. « Dall'anno 1 83 1 è sop- pressa l'università di Varsavia (in conse- guenza dell'insurrezione della Polonia), per cui la studiosa gioventù della Polo- nia vedevasi costretta di pollarsi per l'ul- teriore coltura nelle più lontane univer- sità dell'impero, ciò che, com'è ben na- turale, difficoltava assai gli studi, e pone- va vari giovani nell'assoluta impossibili- tà di proseguire la loro carriera. Dicesi ora che l'imperatore Alessandro II sia in- tenzionato di rendere possibile agli abi- tanti della Polonia il compimento de'lo- ro studi nella loro patria. Dicesi che per ora sarà eretta una scuola medica, alla quale seguirebbe dopo breve tempo l'a- pertura d'una scuola di diritto". Nel me- desimo Giornale deh 856 si narra a p. io32, che l'imperatore Alessandro 11 ha assoggettato ad alcuni cambiamenti gli uniformi scolastici. Gli studenti ed allie- vi degli stabilimenti dotti dipendenti dal ministro dall'istruzione pubblica avran- no mostre di panno verde oscuro, men- tre quelli degli stabilimenti dotti supe- riori si serviranno quindi innanzi del- l'attuale cappello a 3 punte soltanto nel- l'occasioni solenni, e porteranno ordina* V A R riamente il berretto. La Civiltà Callo- lica del 1 856, nella serie 3.a, t. 2, p. 1 76, ci diede: Un saggio della presente let- teratura polacca. Eccone un cenno. Seb- bene 1' illustre Polonia da ormai un se- colo in qua non abbia più vita e unità politica, non si è però esimia in lei quel- l'energia intellettuale di cui ne'bei gior- ni della grandezza die prove così splendi- de, primeggiando anche per gloria lette- raria fra'popoli della famiglia slava. La letteratura polacca si può dire come ri- nata a'dì nostri sia per copia ed eccellen- za d'opere e d'autori che sembrano riva- leggiare con quelli dell'aureo secolo de' Sigismondi, sia per quell'impronta di na- zionale originalità, che leda un essere e un sembiante tutto proprio, or più vivo e forse più scolpito che mai non fosse per I' addietro. E il suo rinascere si avvenne in tempi favorevolissimi a darle fama e vo- ga nel mondo letterario, meglio assai che non potesse sperare iu altra età. Impe- rocché, dove prima l'opere polacche, an- che le più illustri, restavano poco meno che sconosciute a 'letterati iìaì rimanente d'Europa, ora mercè degli studi lingui- stici venuti in gran credito, essendo anche le lingue e le letterature slave uscite dal- l'antiche loro tenebre, e già cominciando benché timidamente a mostrarsi e a me- scolarsi nella pubblica luce con quelle del ceppo teutonico e latino, la polacca che tra le slave è la più ricca, meritamente ottiene i primi onori e va acquistando vieppiù lustro nella colta Europa. Il se- colo d'oro della letteratura polacca fu il 5oo e il principio del 600 ossia l'età di Sigismondo I WG rande dal 1 5o6 al 1 548, di Sigismondo li da tal anno ali572, di Sigismondo HI dali 587 al 1 63a. li» mo- do che le belle lettere in Polonia fiori- rono quasi al tempo stesso che elle giun- gevano al massimo splendore in Italia; le due contrade brillavano allora cornei due fuochi della coltura d'Europa, per l'inti- me attenenze che allora le slringevano,co me può ricavarsi nelle memorie lasciate VAR dall' eruditissimo Ciampi professore ili Varsavia. Da esse e da tutti i monumenti storici si fa manifesto come dall'Italia at- tingessero i polacchi, mercè del continuo commercio che con lei avevano, l'amore e il buon gusto delle lettere e delle scien- ze, e ne fecondassero con sì rapida e fe- lice riuscita la loro patria, la quale ebbe il vanto di precorrere in ciò tutti i popoli d'oltr'alpe. E forse a quest'influenza ita- liana devesi in gran parte l'avere in quel- l'età gli studi classici e latini predomina- to in Polonia a'uazionali e slavi; sebbene ancor questi ne traessero poi gran van- taggio convertendo in proprio succo quel- lo squisito nettare d'eleganzo,di cui i clas- sici antichi sono fonti inesauribili. Tra gli autori e letterati polacchi che allora fio- rirono, altri scrissero in latino , aliti in polacco, ed altri in ambo le lingue. So- no nomi europei principalmente Coper- nico, il cardinal Osio , Kochauowski , e Pawenski detto Skarga. La grandezza let- teraria di Polonia andò quasi d' egual passo colla grandezza politica; e dopo Si- gismondo 111, nel cui lungo regno ap- parvero i primi sintomi di civil decaden- za,anche le lettere cominciarono a sfiorire e poco meno che nou imbarbarirono fra il tumulto di guerre infelici e le eterne Agitazioni di procellose diete. Questo lan- guore durò fino verso la Sii" metà del se- colo scorso, nella quale ripresero qualche vita sotto gli auspicii del re Stanislao Po- niatowski, principe debole e sventurato, ma gran cultore e mecenate delle lette- re. Siccome però nel 5oo i polacchi pel frequente lor commercio coli' Italia ve- stirono di forme classiche e latine la lo- ro letteratura , così nel 700 per una si- mile cagione rabbagliarouodi modi fran- cesi, i quali allora avevano gran voga per tutto, e l'ebbero grandissima in Polonia, dove Varsavia pareva divenuta una 2.a Parigi, e le rive della Vistola non echeg- giavan quasi altro chei suoni partiti dal- le sponde della Senna. Il che quanto gio- vasse a coltivare il buon gusto e il religia- VOI. LXXXVIII. VAR i45 so fervore de'polacchi lo può argomen- tare facilmente chiunque conosce la leg- gerezza e l'empietà di quella letteratura volteriana. Ma questo fanatismo france- se non ebbe lunga durata, anzi l'eccesso medesimo di servilità a cui giunse servì forse a provocare con più ardore e pron- tezza i! ritorno alle cose patrie. La lingua eie tradizioni nazionali risalirono in ono- re, e nell'atto stesso che la nazione anda- va perdendo a brani la sua indipenden- za politica, pareva che si sforzasse tanto più di riacquistare e di salvare dal nau- fragio l'autonomia letteraria. A'priucipi Czartoryski ruteni d'origine, ma poi in- corporati nella famiglia sia vo-polacca,de- vesi in gran parte questo riuscimento del- le lettere e memorie patrie, a cui essi nel- la splendida loro corte di Pulawy aper- sero non solo uu asilo, ma quasi un ma- gnifico tempio. A questo periodo, conti- nuatosi fino allo spirare del granducato di Varsavia, e che serbava tuttavia lefor- me dell'arte classica, benché un po' ma- nierate e corrotte dal recente gallicismo, tenne dietro il periodo delle novità ro- mantiche, dal quale nacque il presente. Una letteratura tutta uuova, tutta patria, piena di brio e freschezza giovanile, nu- drita da ingegni fervidi d'entusiasmo e di speranza, che sdegnando freni di rego- le e ceppi d'imitazione non altro seguo- no che gl'impeti del Nume che li ispira, tiene ora quasi sola il campo della Po- lonia, traendo a se l'attenzione e il plau- so dell' Europa. Egli è vero che que' di buon gusto e gli ammiratori di quell'im- mortali norme del bello, di cui gli anti- chi furono maestri e modelli, non faran- no mai plauso alle sfrenate licenze del ro- manticismo moderno; ma fuor di que* ste licenze, che alle muse della Vistola e de'Carpazi forse disdicono meno che alle nostrali, non può negarsi che la lettera- tura e specialmente la poesia moderna della Polonia non sia ricca di vere e di originali bellezze,e piena di forza e di en- tusiasmo. Ella inoltre è fecondissima ve- 10 i46 V A R na, tanto che fa meraviglia il vedere l'at- tività degl'ingegni e degli studi polacchi e la copia dell'opere che van producendo, soprattutto chi miri lo stato politico del- la nazione non guari adatto certamen- te a favorirne la coltura. Quindi la Ci- viltà Cattolica passa in rassegna la quan- tità feconda delie odierne produzioni sto- riche e letterarie e scientifiche, e il me- rito degli scrittoti polacchi. Due amori governano sovranamente l'animo gene- roso e nobile polacco, 1' amor della re- ligione e l'amor della patria, e da questi due amori è ispirata quasi tutta la sua presente letteratura, e precipuamente la poesia, che più d'ogni altr'arte si porge allo sfogo de'grandi affetti. Non manca- no egregie pubblicazioni d'alcuni bene- meriti periodici , come le Memorie reli- gioso-morali di Varsavia. Termina la Ci' viltà Cattolica con rilevare : Che s'egli è vero essere la letteratura lo specchio vivente del secolo e della nazione in cui fiorisce, dal da lei esposto dottamente, in- torno alla presente letteratura polacca, può concludersi ; oggi in Polonia col ri- fiorire delle lettere s'è ravvivato non so- lo l'amore e lo studio delle cose patrie e delle tradizioni nazionali scuotendo il servaggio dell' imitazioni straniere , ma s' è altresì felicemente rinfocolato quel- l'ardore religioso e sinceramente cattoli- co, per cui la nobilissima Polonia, dacché nel secolo X sotto il regno di Micislao I si convertì al cristianesimo, fu sempre in- signe,e per cui, benché stretta da ogni par- te e fieramente dall'eresia e dallo scisma, si mantenne fedele alla cattedra del B.Pie- tro, m 11 cattolicismo è la gloria più pura del nome polacco, e tutte le altre sue glo- rie sono a questa intimamente associate. La fede e il valore de'polacchi salvò più d'una volta I' Europa dall'invasioni de- gl'infedeli Tartari e Turchi ( V); e quan- do sopra il Settentrione s' addensò così folta e così vasta la notte dell'errore, la Polonia serbò viva la tace delle verità cattoliche, quasi faro di salute e di spe- V A R ranza. Egli ha quindi ben ragione quel popolo magnanimo di serbare inviolata e cara l'eredità di queste sue glorie e di stringersi oggidì con amore e con fede sempre più salda al vessillo del cattolici- smo". Inoltre in Varsavia vi è la biblio- teca reale, contenente più di 25,ooo vo- lumi, per la maggior parte moderni. 11 Castellano ricorda la superba biblioteca Tsaluski, ricca d'oltre 200,000 voltimi. 11 collegio de'piaristi, fondato dall'abba- te Konarski, è un bell'edilìzio sulle spon- de della Vistola. Gli alti i stabilimenti d'i- struzione sono: la scuola politecnica, il li- ceo, lascuola militare de'sott'ufficiali con 25o alunni, le scuole di pittura (di cui fe- ci parola nel voi. LXXXIIJ, p. 67), l'i- stituto pedagogico,l'istituto de'sordo-mu- ti, il collegio de'domenicani, le scuole del- le scienze, boschiva e di musica. La socie- tà degli Amici della Letteratura possiede una ricca biblioteca ; quelle delle scienze naturali e de' progressi agricoli resero grandi servigi. Giace il giardino botanico nel viale di Uiazdov, ed è un presente al- la città fatto dall'imperatore Alessandro I. Vi è un museo d'antichità, scuola bo- schiva delle miniere e d'agricoltura. Gli ebrei non hanno inVarsavia più di 3 scuo- le. Vi si veggono parecchie librerie ben fornite, una ventina di stamperie polac- che, due israelitiche e 6 litogi afiche.Pub- blicausi vari giornali politici e fogli uffi- ciali sì in polacco che in tedesco. Il nu- mero delle fabbriche ed officine è dagli ultimi anni considerabilmente cresciuto, stabilite pure essendosi grandi fabbriche per la birra forte o porter. Altre fabbri- che sono quelle di tabacco, di galloni tes- suti in oro, argento e lana, di sapone, cap- pelli, calze, guanti, tappeti, stotfe di coto- ne, strumenti musicali, colori, bronzo, liquorizia, gioie e cuoi. Vi sono più di 1 00 sellai e carrozzieri, i cui prodotti so- no decantati per tutto il Nord. Varsavia è il principale emporio di tutte le mer- canzie per tutta la Polonia; vi si tengono oguiauuo due fiere, una in maggio e l'ai- V AR tra in settembre; fiere alle quali inter- vengono negozianti di tutta l'Europa e ili parecchi paesi dell'Asia, essendo prin- cipalmente importanti pel traffico delle pelli. Tutti i grandi stali europei tengono a Varsavia i loto consoli. Il banco detto di Polonia, stabilito dal 1828, è di gran soccorso per l'imprese commerciali. Var- savia ha una moltitudine di stabilimenti destinati a'passatempi de' suoi abitanti : vi è il teatro polacco, quello francese, ed uno nuovo nazionale che riuscì bello e- difìzio. Dice il Castellano che quello nuo- vamente eretto è architettura dell'italia- no Corazzi, cui pur debbonsi i superbi e- difizi della Borsa, e della mentovata socie- tà degli Amici delle Scienze, ov' è inau- gu rato sul frontone il monumento in bron- zo, dedicato al gran Copernico, opera del cav. Thorwaldsen. Soggiunge, che vi si dovea pure innalzare l'altro monumento simile alla memoria del celebre principe Giuseppe Ponialowski maresciallo di Francia. In Varsavia ha pure un civicjp monumento V altro celebre Rosei usko. Varsavia ha copia grande di caffè e ristora- tori sul gusto di que'di Parigi; come nu- merosi sono i bagni pubblici. I viali d'U- iazdov sono belli quanto quelli delPrater a Vienna : lunghi, larghi, danno all'esta- te freschissimo rezzo; e principalmente le domeniche e le altre feste la calca vi è im- mensa. Il castello di delizia di Bellavista è circondato da un superbo parco ingle- se. Davanti la barriera di Powonsk è un campo nel quale radunasi alle volte l'e- sercito pegli esercizi; questo campo offre amenissimo aspetto, ornato da giardini mantenuti dagli stessi soldati: è un luogo di passeggio ricercatissimo dalla società di Varsavia. Contiene questa città circa i5o,ooo abitanti, senza contare i fora- slieri; vi si trovano molti ebrei. Riferisce la suddetta proposizione concistoriale: Varsaviae civitas metropolis regni Po- loniae t et prima i/iter ejusdem regni ur- bes^adjluvium Vislulam aedificata con- spici tur, quae in suo unius miliari qua- VAR 147 drati ambita ter mille et sexecntas con* tinct donios, atque ab octogintamillibwi dir isti fide libus inhàbitalur incolis. I pro- gressi dell' industria sono in questa città maggiori d'ogni altra parte del regno. Antichissima città Varsavia o Warsa- via , rimase però insignificante sino alla riunione della Lituania (V.) alla Polo- nia; poiché non essendo allora più. Cra- covia capitale antica della Polonia, men- tre della Lituania era Vilna^ abbastan- za centrale per essere la capitale, la dieta fu trasferita a Varsavia nel 1 566. Quindi vi stabilì la reale residenza Sigismondo III del 1587, al di,e deI Castellano. Nella guerra cogli svedesi , a mezzo del secolo XVII, fu questa città occupata da que- gli avventurosi conquistatori neh 655, e ne fecero il deposito del bottino loro. Quando il cavalleresco Carlo XII re di Svezia si avanzò nel luglioi7o3, contro Varsavia, dopo vintala battaglia, si ar- rese senza opposizione. Nel 1745 l'8 gen- naio vi fu concluso il trattato d'alleanza della Polonia con l'Austria, l'Inghilterra, le Provincie Unite e la Sassonia. Il ter- ribile incendio del 1 767 fece in Varsavia immensi guasti, de'quali sarà per lungo tempo difficile a cancellarsi del tutto la spaventevole traccia. Nel seguente anno a'24 febbraio vi fu sottoscritto il tratta- to di pace tra la Polonia e la Russia. Gli odii intestini, le divise fazioni, la gelosia de'potentati, gl'intrighi esteriori furono il segnale deplorabile della decadenza del già floridissimo regno di Polonia. Assa- lito da ogni banda, dovette soggiacere nel 1 772 ad un 1 .° smembramento tra X Au- slria) la Russia e la Prussia; soggiacque la Polonia al 2.0 tra le medesime poten- ze nel 1793, in modo che dell'antico re- gno appena restò poco più del 3.°, e Var- savia resideuza del re e capitale del rea- me divenne città di frontiera. In tale an- no e nel seguente 179^ Varsavia soffrì dalle armate russa e prussiana ripetuti attacchi. A' 1 7 agosto 1 793 i 1 presidio rus- so, che aveva occupato la città, venne da' ,48 VAR polacchi cacciato alla nuova de* successi di Kosciusko presso Cracovia. Questi, co- stretto nel seguente anno a cambiate il teatro della pugna, ritirossi verso Varsa- via, e la difese con valore contro i prus- siani durante l'estate dello stesso r 794- Però ben diversa fu la sorte di Varsavia allorquando vi giunsero i russi comanda- ti da Souwarow; Praga presa d'assalto, e abbandonala ai sacco e al fuoco, la capi- tale dopo sì terribile esempio si sottopo- se senza contrasto a'4 novembre, dopo la sconfìtta di Kosciusko. Allora le potenze d' Austria , Russia e Prussia chiamato a Grodnoil re Stanislao Poniatowski, a'a5 settembre o novembre 1* obbligarono a sottoscrivere il trattato dell' ultimo spar- timento della Polonia, ed a rinunziare al- la sua dignità, che dimise nel i 795, a'3 del quale in Pietroburgo fu effettuato il parteggio; restando così la Polonia cancel- lata dal rango delle nazioni d'Europa. La parte del regno colla contrada che com- prendeva Varsavia, cadde in potere di Fe- derico Guglielmo II re di Prussia , fece parte della Prussia occidentale, e Varsa- via non ebbe che il titolo di capoluogo d'una provincia, bensì fu elevata dal Pa- pa a seggio vescovile. Non mancarono i polacchi di opporre a tanto infortunio la più viva e sanguinosa resistenza; ricorda ancora l'Europa i loro sforzi, le prodez- ze fatte e la loro virtù militare, per amor patrio e nazionale. Frattanto l'imperato- re de'fraucesi Napoleone 1 guerreggian- do la Prussia, in conseguenza della famo- sa battaglia vinta a Jena a' 23 ottobre 1806, a'28 del seguente novembre Var- savia venne occupata da'francesi, e Napo- leone vi fece poi il suo ingresso a'2 gen- naio 1807. Già Napoleone! avea innalza- to alla dignità regia l'elettore di Soste* nia {y.\ che prese il nome di re Fede- rico Augusto I, ed i cui avi erano stali re di Polonia; e per renderlo più forte'eon- tro l'Austria, ne aumentò gli stati. Per- tanto in conseguenza del trattato segnato a Tilsit a'7 e 9 luglio 1807, da Napoleo- V A R ne I,da Alessandro I imperatore di Ras* sia e da Federico Guglielmo IH redi Prus- sia, fu distaccato dalla porzione della Po* Ionia dominata dalla Prussia il granduca- to di Poseno Polonia Prussiana, e con al- cuni brani della Galizia , parimente già provincia polacca , ceduti dall' Austria, l'imperatore de* fra acesi ne formò WGvan- ducato di Far savia ,che conferì al nuo- vo redi Sassonia, Varsavia divenendone la capitale, quale slato indipendente.Que- sto inoltre Napoleone 1 volle aumentare con lutto il territorio di Cracovia, in vir- tù della pace di Vienna de' i4 ottobre 1809. Ma l'esistenza del Ouovo slato fu temporanea, ed i rovesci dell'imperatore de'francesi ne affrettarono la militare oc- cupazione. Vagheggiando^ apoleon e I l'u- niversale monarchia, nel 1812 dichiarata guerra alla Russia, volie di persona inva- derla con immenso esercito. Gii elementi combatterono pe' l'assi; costiettoNapoleo- ue I alla disastrosissima ritirata da Mo- sca, dopo la sua 1 ." breve stazione fatla nel dicembre 1812 in Varsavia, precipitosa- mente ritornò a Parigi. Vinto Napoleo- ne I dalle potenze alleate, abdicò all'im- pero nel 1 8 1 4; e adunatosi il congresso di Vienna per pacificare V Europa e rego- larne i destini, a'7 febbraio 18 i5, dopo aver soppresso il granducato di Varsavia, formata la repubblica di Cracovia, poi ri- ceduta all' Austria (cui apparteneva pri- ma di della pace, al modo narrato nel voi. LIV, p. 4^), la Russia ebbe col pastina- to di Masso via, Varsavia col suo territo- rio, ed unitala cogli altri domimi polac- chi che possedeva , ne formò il regno di Polonia; Alessandro 1 dichiarandone ca- pitale Varsavia, e prendendone il titolo e l'insegne a' io aprile. Indi nel 18 18 a- prì la dieta in Varsavia, e morì nel 1825. In questo gli successe il fratello impera- tore Nicolò I, al quale Papa Leone XII nel 1826 inviò per ambasciatore mg. Ber- netti, poi amplissimo cardinale, per assi- stere alla sua coronazione, seguita a Mo- sca a'3 settembre. Indi Nicolò ia'24 m«§- V AR gioì 829 in Varsavia si fece coronare co- me re di Polonia. Ma i polacchi frementi della perduta libertà, Ieri ibilmente insor- sero in Varsavia a'29 novembre 1829; la rivoluzione rapidamente si diffuse pel re- gno , e Varsavia di venne la sede del go- verno nazionale polacco. Grave e sangui- nosa guerra fu combattuta da' polacchi per sostenere la loro indipendenza contro la Russia. Finalmente riuscendo superio- ri Je armi potenti de' russi, Varsavia fu da loro assediata nel 1 83 1 , e si arrese l'8 settembre, dopo lunga e gagliarda resi- stenza, che costò la vita a gran numero de'suoi abitanti. Al vincitore generale Pa- skewitsch, Nicolò I conferì il titolo di prin- cipe di Varsavia; e collo statuto che l'im- peratore diede al la Polonia ( F.)nel 1 832, la dichiarò parte integrante dell'impero di tutte le Russie. Tra gl'infortunii mo- derni cui soggiacque ripetutamente Var- savia, con deplorabile ricordo non deve tacersi il tremendo flagello del cholera, che più volte 1' afflisse. Quello dell' e- state i852 fu desolantissimo, imperoc- ché ne'soli ospedali morirono più di 5ooo individui ; e il totale delle vittime mietu- te dal morbo si fece ascendere a circa 20.000, tra' quali più di 2000 israeliti. Intanto nel seguente anno, per la famige- rata questione d'oriente, scoppiòla guer- ra tra la Russia e la Turchia, nel quale articolo il colossale e duplice argomento, con quanto lo precedette, accompagnò e seguì, procurai compendiare. Ivi narrai pure, che mentre ardeva la memorabile guerra, morì a'2 marzo 1 855 l'impera- tore Nicolò I, e gli successe il regnaute A- lessandro II suo primogenito. Celebrai la seguita pace, lo spirito e le intenzioni da cui è animato l'imperatore(la cui impera- trice madre ammirò Roma nella primave- ra 1857, al modo narrato dal Giornale di Roman.0 92 eseg.), l'eccellente indole, le speranze liete concepite dalla Chiesa cattolica, e la sua coronazione splendidis- sima avvenuta in Mosca a' 7 settembre i856. Dissi che il Papa Pio IX per tale V A R 149 solenne occasione mandò in Russia per ambasciatore straordinario mg.r Flavio de' principi Chigi arcivescovo di Mira, il che riuscì di grande consolazione b' cat- tolici del vasto impero, i quali fecero voti perchè un rappresentante ecclesiastico della s. Se(\e stabilmente risiedesse fra lo- ro. Fra le dimostrazioni di venerazione e di giubilo de' cattolici, si distinsero i po- lacchi, e principalmente que'di Varsavia. L'illustre prelato vi celebrò ripetutamen- te la s. messa , e visitò tutte le chiese e stabilimenti cattolici. Così Varsavia , che nel tempo de' re polacchi era l'ordinaria re- sidenza della nunziatura apostolica, ebbe la divota soddisfazione di rivedere tra le sue mura il nunzio apostolico. I nunzi pontificii residenti inVarsavia resero sem- pregrandi servigi alla religione cattolica, specialmente nella riunione de' Ruteni. Nei n.° 85 del Giornale dì Roma del 1857, si legge un importante articolo intitola- to: Grande società delle Strade ferrate Russe. Ivi si dice , che la società ha per iscopo la costruzione di una vasta retedi ferrovie, il di cui tracciamento è stato combinato in modo da soddisfare gl'in- teressi più considerevoli e più immediati della Russia. Questa rete si divide io 4 linee. La 1 .* linea da Pietroburgo a Var- savia(uoteròd'aver letto nello stessoG/or- naie del 1 85 1 a p. 892: La strada ferrata da Varsavia a Pietroburgo sarà aperta al pubblico al i.°del prossimo novembre),con diramazione verso Ronisberga chilometri 1 249- 2/Da Mosca aTeodosia chi!. 1 259. 3/ Da Kursk a Orel a Liebau chil. 1 227. 4." Da Mosca a NijniNovogorod chil. 427- Totale 4 162. Queste linee hanno per isco- po di assicurare la ripartizione delle der- rate di prima necessità all' interno, 1' e- sportazione dei prodotti esteri , e nello stesso tempo esse facilitano il movimen- to delle popolazioni nelle parti ove sono più numerose. Dirò solamente della linea da Pietroburgo a Varsavia. Essa ha la sua destinazione speciale come linea interna- zionale, riunendo la capitale colla rete eu- i5o VAR ropea delle ferrovie; tulle le oltre linee sono slate combinate in vista di favorire ni più alto grado il commercio interno ed esterno. Uno degli elementi più decisivi della relè russa si è precisamente il rigo- re del clima. 11 freddo non è mai un osta- colo alla marcia de'convogli; la neve non lia interrotto la circolazioue, in media, che un giorno tutti gli anni sulla ferro- via da Pietroburgo a Mosca. Ma invece le vie navigabili sono gelate durante 6 me- si nel Nord, e durante questo periodo la ferrovia avrà il monopolio di tutti i tra- sporti, facilitati d'altronde dal vettureg- giare sulle slitte per le relazioni laterali. Ad eccezione della linea da Pietroburgo a Varsavia, tutti i lavori sono d'un ese- guimento facilissimo. Fuori la linea da Pietroburgo a Varsavia, non avvi che un piccolo numero di ponti, pochi lavori di terra o d'opera d'arte, e grandissima faci- lità di costruzione sopra una gran parte di tracciati. Nel luglio 1 855 i governi di Russia e di Prussia conclusero una con- venzione per congiungere la strada ferra- ta da Varsavia a Pietroburgo, colla gran via Prussiana dell'Est. Nello stesso Gior- nale di Roma a p.i 1 12 è riferito. La con- cessione delle strade ferrate nel regno di Polonia venne poi accordata con ukase de' io ottobre i85j alla società Epstein per 75 anni. I concessionari formano due società per azioni, l'uua col nome di Stra- da ferrala da Varsavia a Vienna , e l'altra con quello di Società della stra- da ferrata da Varsavia a Bromberg. La linea da Varsavia a Vienna, colle sue pic- cole ramificazioni, vada alcuni anni per conto del governo. La strada ferrata di Vai savia-Bromberg è da edificarsi; anche questa concessione fu fatta per 75 anni; ma conterà solo a partire dal giorno in cui la linea nell' intero suo corso andrà in pieno esercizio. Questa ferrovia da Var- savia a Bromberg avrà 25 leghe di e- sleusione, e congiuugerà il reguo di Po- lonia colle linee ferrale prussiane d' O- 1 lente, raccorderà più che a metà la via VAR di Berlino, lungi finora un 36 ore da Var- savia. Questa linea ha dinanzi a se un im- menso avvenire, per essere questa la via più diretta tra'due mari, e perchè tulli i grani, quali devono fino adesso aspetta- re 9 mesi a discender la Vistola che mali- ca d'acqua la più parte del tempo, arri- veranno in 6 ore. Questa via costerà al più 35,ooo rubli ; quella da Varsavia a Vienna ne costò 25,ooo. Nel seguente anno l' imperatore concesse la ferrovia da Riga a Dunaburg. Questa città per la sua posizione presso la via ferrala da Varsavia aPielroburgo, sarà d'ora iunau- zi il punto centrico per la congiunzione di queste provincie col mar Baltico. Inoltre nel Giornale diRoma di detlo anno 1 857, a p. 8oo, si leggono i seguenti dati statisti- ci sulle linee telegrafiche attivate in Rus- sia da' 18 maggio in poi. Le linee sono iu relazione diretta con l'unione telegrafica austro-germanica, vale a dire. i.° Colla Prussia: a) iu Eidkuhnen colla direzione per Konisberga a Pietroburgo, e b) a Myslorvilz colla direzione per Breslavia e Varsavia. 2.0 Coll'Austria a Sczakova, poi seguono le altre linee: a) da Pietroburgo per Mosca, Kiovia, Nicolaiew a Odessa; b) da Pietroburgo a Helsingfors; e) da Pie- troburgo a Cronstadt; d) da Pietroburgo per Marioupol a Varsavia. La lunghez- za totale delle linee telegrafiche finora attivale è di 668 miglia geografiche, e la lunghezza de' fili è di 5 1 1 3 chilometri. Le stazioni telegrafiche sono 20, però le principalifunziouauo a Pietroburgo, Mo- sca, Kiovia, Odessa, Helsingfors, Cron- stadt,Varsavia eRiga. 1 dispacci dellaGer- mania per la Russia ponno essere scritti in lingua tedesca o francese: i dispacci pri- vati non devono contenere veruna noli- zia politica. A p. 34 del Giornale di Ro- ma deli 858 si parla de'documenti pub- blicati dal Nord, giornale russo, a'21 di- cembre 1857, relativi all'abolizione del- la servitù ne' 3 governi della Lituania. 11 3.° de' quali era una specie d' invilo fatto alla nobiltà di tulli i governi del* V AR l'impero, e lasciava prevedere che so- migliante provvedimento non avrebbe tardato a divenire generale. In falli si pubblicò il rescritto imperiale indirizza- to al governatore generale di Pietrobur- go, per migliorare e assicurare l'esisten- za de'contadini, con definire esaltamen- te i loro obblighi e rapporti verso i pro- prietari delle terre nobiliari, mediante l'elaborazione d'un progetto di regola- mento sulle seguenti basi. Il i.° proprie- tario conserva il suo diritto di proprie- tà sopra tulta la sua terra, ma i conta- dini conservano il chiuso delle loro abi- tazioni, cui essi hanno il diritto d'acqui- stare in tulta proprietà mediante riscat- to pagabile entro un termine stabilito; e»si hanno inoltre il godimento della quantità di terreno necessaria, giusta le condizioni locali, per soddisfare a' loro obblighi verso lo stalo e verso il pro- prietario. In compenso di tale godimen- to i contadini sono tenuti o a pagare un canone al proprietario, o a lavorare per lui. 2.0 I contadini debbono essere ripar- tili in comuni rurali ; la polizia rurale limaue ueil' attribuzioni del proprieta- rio. 3.° I rapporti ulteriori tra contadi- ni e proprietari debbono essere regolati in modo da guarentire il servizio rego- lare delle tasse dovute allo stato e de'ca- nclii e tasse provinciali. Dell'emancipa- zione de' servi o contadini nell* impero russo ne ragiona la Civiltà Cattolica, se- rie 3.a, t. 9, p. 626, dalla quale si rica- va sembrare che una parte delia nobil- tà russa è un po' avversa all'emancipa- zione ; per cui è da temersi ch'essa non aderisca chea malincuore alla nuova leg- ge, o se non altro, faccia di tutto per in- debolirne gli effetti. Sia comunque, P i- dea generale è mollo commendevole; stabilita una volta 1' emancipazione co- me principio e come massima, non può più ritornarsi indietro; i suoi avversari ormai più non s'illudono, che anzi ne so- no costernati. La sede vescovile e ora arcivescovile VAR i5i di Varsavia ebbe origine nello spirare del secolo scorso e ne'priuii anni del cor- rente. Trovavasi il palalinalo di Masovia col suo capoluogo Varsavia, il cui arcidia- conato era compreso nella diocesi di Pos- nania(F^.),un\lì col ducalo omonimo e col palatinato, quando nel 1 7g5esseudo per- venuti nel dominio della Prussia, dipoi il re Federico Guglielmo III fece istanze a Pio VI .perchè smembrasse dal vescova- to di Posnania sulfraganeo del metropo- lita di Gnesua primate di Polonia, l'arci- diaconato di Varsavia, e l'erigesse in ve- scovato sulfraganeo di detto arcivescovo. Sebbene il Papa si trovasse deportato da' francesi in Toscana, soggiornando uella Certosa presso Firenze, 1' esaudì colla bolla Ad universani agri Dominici cu- ram, de' 16 ottobre 1798, Bull. Rom. cont., 1. 1 o, p. 1 67 : Erectio oppido Var- saviensis in Episcopatiun,ejusqiie colle- giatae in Cathedralem. Indi a'29 dello stesso mese, Pio VI dichiarò i.° vescovo di VarsaviaGiuseppe Miaskowski diSmo- gorzewo diocesi di Posnania. La nuova sede vescovile restata vacante verso il i8o5,per le vicende politiche e le guerre, rimase senza il pastore parecchi anni. In- tanto nel 1 8 1 5 il reame di Polonia costi- tuito nel congresso di Vienna, coll'annes- sione del palatinato di Massovia, e la cit- tà e vescovato di Varsavia, assoggettato all'alto dominio della Russia, l'imperato- re Alessandro I gli die insieme al politico Un riordinamento religioso, fondato a un dipresso sugli stessi principii, ch'erano en- trati a comporre l'ordinazione dellaChie- sa cattolica latina nella Russia e nell'an- tiche provincie polacche, con Mohilow (V.) per metropoli. E siccome quivi era Ja chiesa slata sottoposta al governo ci- vile, rendendola dipendente dal senato, così nel nuovo regno polacco, col solo di- vario, che fu data a condurre alla com- missione de'riti religiosi e del pubblico insegnamento. Questa strana costituzio- ne, emanata a'6 ossia a' 1 8 marzo 1 8 1 7 , incontrò forte resistenza presso l'alto eie- i52 V A R io, e pare che solo in parte fosse ricontata. Perla nuova costituzione del regno di Polonia venne messa in ri volgili; ento l'antica gerarchia di quella chiesa. La se- de pi imaziale di Gnesna coi ducato di Posnania fu ceduta alla Prussia. Fu al- lora che il Papa Pio VII tolse a negoziare colla corte di Pietroburgo il riordinamen- to delle diocesi del regno di Polonia. Quindi Pio VII, colla bolla Militanti* Ecclesiae regimi ni t de* 1 2 n^arzo 1 8 1 6, Bull. Rom. cont. 1. 1 4, p. 273 : Erectio Ecclesiae episcopalis Varsaviensis in M etropolitanamj la sottrasse dalla di- pendenza dell'arcivescovo di Gnesna, di- chiarando che poi le avrebbe assegnato ì vescovati suffraganei, i quali riordinati o dipoi nel 1818 eretti colla bolla Ex imposita Nobis , de' 3o giugno 1818, Bull. cit. 1. 1 5, p. 61, sono i seguenti. I riordinati furono: PVladislavia,Plosko, Cracovia (il quale lo stesso Pio VII col breve Quoniam Carissimus, de' 19 a- gosto 1807, Bull. Rom. cont. t. i3, p. 2o3, l'avea sottratto da suffraganeo di Gnesna e reso dipendente dalla metropoli latina di Leopoli),£«&//7zo (il quale pure Pio VII colla bolla Quemadmodum Zìo- manorum Pontifìcum, de' 22 settembre i8o5, Bull. Rom. cont. 1. 12, p. 374, a- vea eretto in vescovato e dichiarato suf- fraganeo dell'arcivescovo latino di Leo- poli); gli eretti nel 1 8 1 8 furono: Podla- cliia, Seyna o Augustow, e Sandomir. Questi 7 vescovati tuttora sono suffraga- nei del metropolitano diVarsavia, iì qua- le ha inoltre due vescovi inpartibus per suffraganei titolari, ed uno di essi risiede in Lowilz oLowiczeck, distante 1 7 leghe all'ovest di Varsavia e nella sua diocesi. £' una piccola città in riva al Bzura nella waivodia diMasovia,ohwodia di Kujavia, con castello validamente munito e insi- gne chiesa collegiata, ed ha pure un isti- tuto normale per la pubblica istruzione. Pio VII peri.0 arcivescovo di Varsavia nel concistoro de'2 ottobre 1 8 1 8 dichia- rò Francesco Skai'bek Maleczewski, di V A R Panienka diocesi di Posnania, trasferen- dolo dalla chiesa di Wladislavia o Kuja- via, il quale co'suoi vescovi sulFraganei ottennero alcune facoltà ad quinquen- niuni dal medesimo Papa. Nel Bulla ritmi Pont, da propaganda fide, Appendix, t. 2,p. 325,èil breve di Pio V\\tCumNo- bisy de'9 ottobre 1 8 1 8: Nonnullasfacul- tates Archiepiscopo Varsavien. par dm ad qui/iquenniuin, partim ad triennium concediti quibus tamquam S. A. Dele- gata* utatur. Questo Papa inoltre col breve Romani Pondfices, de' 6 ottobre 1818, Bull. Rom. cont. 1. 1 5,p. 127: Ani' pliatio privilegiorum font concessorum Andstibus Ecclesiae Farsaviensis. Pri n • cipalmeufe concesse agli arcivescovi prò tempore il titolo di primate del regno di Polonia j e per la magnificenza e splen- dore della chiesa metropolitana pe'polac- chi latini nell'impero russo, ac in s. Se" dis communione permanendbus, ut qui" busvis anni temporibus ubique locorum, et in omnibus et singulis funclìonibus habitutn rubri, seu purpurei coloris ad instar S. R. E. Cardinalium , nempe. collarem, vestem talarem}'cingulum seti fasciam, mantellettamt mozzettam, cali- gas, biretum (excepto tamen pileo seu subbireto rubri, seu purpurei coloris, cu) us usus eidem vcn. fratri Francisco moderno archiepiscopo Varsaviensì, e- jusque successoribus nunquam conces- simi, quin imo expresse et specialiter in- terdictus sit et esse intelligatur, utpole peculiare ejusdem S. R. E. Cardina- lium insigne) deferre, et geslare libere , ac licite possi nt, et valeant, ea fame a lege, ut pr aesenti privilegio habitus ru- bri coloris ubique locorum gestandi di- clus archicpiscopus,ejusquc successores merum dumtaxat majoris onorificcn- tiae signum prò sublimi coruni digni- tatct non autem majorem jurisdictio- nem, nec ulluni majusjus acquirant. et non alias alitcr, nec alio modo apostoli- ca auctoritate tenore praesendum con- ce diuius et i/ululgcmus, ac licentiam et VAR facultalem desuper impertimur. Il i.° suffraganeo dell'arcivescovo di Varsavia per Lowitz, fu Daniele Astrow>ki di Ma- luszyn arcidiocesi di Gnesna, e canonico di quella metropolitana, fallo vescovo di Betsaide in partibus da Pio VII a' i 8 di- cembre 18/ 5, allorché lo die in suffraga- neo all' arcivescovo di Gnesna. Inoltre P>o VII nel concistoro de'i 7 dicembre 1819 nominò i.° arcivescovo di Valsa- la Stefano Hotowczyc, traslato dal ve- scovato di Sandomir (e siccome in quel- l'articolo ne dissi i.° vescovo Burzynski, qui aggiungo che il i.°veramentefu Adal- berto Giorski diMarsovia diocesi di Plosko già di Rielce, vescovato soppresso dallo stesso Papa, ed immediato suo successore fu l'Holowc/yc : ora la sede di Sandomir è vacante). A'3o poi dello stesso mese Pio VII emanò il breve Romani Ponti/i- cesy presso il Bull, cit., p. 162 : Conces- sio insignium indumenlorum prò ar- chiepiscopo Varsaviensi. E' una confer- ma del tenore del precedente breve, in favore dell'arcivescovo Hotowczyc e suoi successori. Qui è opportuno ricordare il breve dello stesso Pio VII, Expositum nobis, de*26 settembre 1820, Bull, cit., p. 338 : Facultas utencli vestibus Epi- scopalibus prò Religiosis regni Polo- nine, qui ad episcopalem dignitatem promovenlur.Lecme XI I a' 1 2 luglio 1824 elesse arcivescovo Adalberto Skarzewski, di Janow diocesi di Leopoli, già 1 .° ve- scovo di Lublino. Lo stesso Papa gli die a suffraganeo a' 9 aprile 1827 France- sco di Paola Pawtowski, di Czersk nella Pomerania, decano della cattedrale di Wladislavia, colla ritenzione di tal digni- tà e il titolo vescovile in partibus dì Dui- ma nella Bosnia. Inoltre Leone XII nel concistoro de'28 gennaio 1828 traslatò dalla sede di Cracovia a quest'arcivesco- vato Gio. Paolo Woronicz, di Bordow diocesi di Luceoria. Per sua morte, Gie- gorioXVI nel concistoro de'21 novembre 1806 preconizzò arcivescovo Stanislao Ivostka Choromanski, eli Nicadzwiedzk VAR i53 diocesi di Seyna, traslato da Ad raso in partibus, titolo avuto nel 1828 quan- do fu falto suffraganeo di Auguslow e Seyna. Quindi a'2 ottobre 1837 die per suffraganeo a mg.r Choromanski, mg.r Tommaso Chmielecwski di Plosko, pre- posilo di quella cattedrale, col titolo ve- scovile in partibus dì Grazia nopoli. L'ar- civescovo Choromanski riordinò l'acca- demia ecclesiastica di Varsavia con suo regolamento, e morendo neh 838 circa, restò lungamente vacante la sede di Var- savia. Nella celebre allocuzione Haeren- lem din animo Nostro s pronunciata da Gregorio XVI nel concistoro de'22 lu- glio 1842, deplorò perchè in conseguen- za degli ukasi imperiali del 1 833 ei834 arami eretti due vescovati del culto greco non imito in Varsavia e in Polosko, e- rasi tolta una magnifica chiesa acattolici nella i .adi quelle due città per cattedrale, riportandosi i due ukasi ne\V allocuzio- ne a p.i 1 e 64; mentre a p. 1 9 e 1 8 1 si leg- gono le rimostranze dello stesso Papa per l'ukase col quale nel 1 842 stesso era stato eletto per rapporto del luogotenente del regno di Polonia, a suffraganeo di Lowitz nell'arcivescovato di Varsavia Antonio Roto wskiDoyen del capitolo metropolita^ no, quasi che la provvista de* vescovati e de'suifraganei non dipenda essenzialmen- te dal capo della Chiesa cattolica, per cui non fu riconosciuto dalla s. Sede. Final- mente potei celebrare nel voi. LXXXI, p. 4^2, che la vedovanza lagrimevole delle chiese cattoliche nella Polonia e nella Russia terminò per 4 eli esse, fra le quali questa di Varsavia , che nominerò in fine, così furono provvedute 4 dell'8 sedi episcopali che conta la Polonia. Im- perocché il Papa Pio IX nel concistoro de' 18 settembre 1 856 promulgò l'attua- le arcivescovo mg/ Antonio Fiiatkowski dell' arcidiocesi di Posnania e Gnesna, Questo prelato nel concistoro de'27 gen- naio 1842 da Gregorio XVI era stato preconizzato vescovo di Ermopoli in par- tibusyt fatto suffraganeo di quello di Pia» i54 VAR sko; già esaminatore diocesano e provve- ditore del seminario di Wladislavia, uffi- ciale generale, superiore dell'ospedale e j.° consultore; nou che uditore dell'ar- ci vescovo di Varsavia,e canonico di Wla- dislavia, lodandone la gravità, la pruden- za,la dottrina, le altre ottime qualità e la capacità nelle funzioni ecclesiastiche. O- gm nuovo arcivescovo è tassato ne'Iibri della camera apostolica in fiorini 800, ascendendo le rendite della mensa ad octogìuta eircit&r mille fio reno s polo iri- cosyseuadocto mille fere sculaia roma' ita. L'arcidiocesi è vasta, e si estende in lunghezza a 3o miglia ed in larghezza a i 5, biscenlum ocloginla paroccias\plu~ raq ite alia sub secomplectitur loca. Tra i progressi che il cattolicismo va facendo in Polonia, si deve annoverare il molti- plicarsi delle associazioni e delle congre- gazioni religiose dedicate al servizio del prossimo. Le suore della Misericordia e la società di s. Vincenzo de Paoli, già si sono diffuse per tutte le provincie, occu- pandone le capitali e tutt'i luoghi alquan- to ragguardevoli. A queste si aggiungo- no le suore del Sagro Cuore di Gesù, le orsoline, e le così dette servule, che tutte sono consagrate all'educazione. Le ser- i'ule specialmente hanno per fine l'istmi- re i fauciulli più. rozzi, e di servire la po- veraglia più misera delle campagne. Elle medesime sono tutte prese dal contado e formano un ordine interamente contadi- no, in cui dopo un annodi noviziato, (alti i voti triennali di povertà, di carità e di sacrifizio per l'amore del prossimo, sono mandate a tre a tre ne' diversi villaggi, dove si occupano di assistere i malati e derelitti, d'istruire i fanciulli, e di lavo- rare pel signore del villaggio quel tratto di campo odi orticello che loro viene as- segnato pel sostentamento; giacche da' fondi dell'ordine non altro ricevono che l'abitazione. Questo bell'istituto è di re- centissima origine, e grazie allo zelo di mg/ Leone di Przystuski arcivescovo di Guesua e Posuauia, e alla generosa pietà VAR de' polacchi, va prosperando nel gran- ducato di Posuania meravigliosamente: cinque di queste piccole case religiose di contado sono già stabilite e parecchie al- tre staouo per aprirsi, mentre con edifi- cazione un gran numero di candidate sol- lecitano la grazia d' essere ammesse tra le suore, a servire per amor di Dio isuoi poverelli. La Civiltà Cattolica, che tutto ciò riporta nel luogo già suratneutovato, nel t. 3, p. 366 riproduce lo Stalo del Cattolicismo in Russia, desunto da una rivista mensile del ministro dell'interno, astenendosi di farvi considerazioni. Sebbe- ne non si può non riconoscervi una qual- che importanza, per avere io sviluppati gli argomenti che gli hanno relazione, ri- ferendo eziandio l'ultimo concordato, do- vrò contentarmi a solo far cenno della parte che riguarda la statistica dellaChie- sa cattolica in Russia. » Il numero de'fe- deli cattolici d'ambo i sessi in tutto l'im- pero ascende a 2,752, 787 (qui soltanto giustamente osserva la Civiltà Cattoli' ca, che secoudo la statistica ufficiale del 1846, novera varisi 7,300,000 cattolici romani, oltre un gran numero di armeni cattolici romani anch'essi, ma indicati in questa statistica colla rubrica di armeni cattolici, e armeni gregoriani 1,000,000. Egli è chiaro che nel numero dato iu que- sto luogo dalla suddetta rivista mensile, non si comprendono i cattolici polacchi e gli armeni, parlandovisi solo de'catto- lici soggetti alle diocesi della Piussia pro- priamente detta. Rammenterò che nel 1 847, in conseguenza dell'ultimo concor- dato fra la Russia e la s. Sede, il Papa Pio IX istituì le sedi vescovili di Cherson e Terraspol 0 Tiraspol, nel quale 2.0 ar- ticolo riparlandone, nota» che ad essa fu riunita la prima, per gli armeni, pel ri- ferito altresì nel voi. LI, p. 3^4» e Per gli altri cattolici loutaui dalla metropoli di Mohilow nella parte meridionale della Russia, e soddisfare eziandio a' bisogni religiosi de' coloni tedeschi stabiliti in quella contrada). Si contano 41 io pur* YAR rocchie,47 monasteri d'uomini che dan- no usilo a 3 1 3 monaci (nel voi. LXV, p. 55, relliiìcai il numero de'molti religiosi domenicani esistenti in Polonia e Rus- sia), e 2D monasteri di donne per 4^° religiose; 79 alti dignitari dei clero seco- lare^ 2226 preti di parrocchie. Sono de- stinate al mantenimento del clero le pro- prietà fondiarie, ed i capitali del clero cattolico romano passati sotto l'acumini- strazioue della corona dopo il 1 84 • • Que- ste spese ascendono annualmente alla somma di 700,000 rubli d'argento, cor- rispondenti a 2,800,000 franchi. I semi- nari istituiti in ciascuna diocesi, e l'acca- demia ecclesiastica di Pietroburgo (V.) come alta scuola di questa confessione, servono all'istruzione del clero cattolico romano. Questi stabilimenti contengono 36o allievi. La loro direzione superiore appartiene a' capi delle diocesi , i quali scelgouo tanto i rettori, quanto gì' ispet- tori, la cui nomina dev'essere comunica- ta al governo. Diritti simili a riguardo dell' accademia sono devoluti al metro- polilano nella sua qualità di arcivescovo di Mohilow. Quanto concerne 1' ammi- nistrazione degli affari della Chiesa cat- tolica è ripartilo in tre istanze. L'ammi- nistrazione diocesana, il collegio ecclesia- stico, e il ministero dell'interno. L'am- ministrazione diocesana è affidata al ca- po della diocesi, assistito dal concistoro del capitolo. Tutto il clero secolare e re- golare è sottoposto alla medesima. Rela- tivamente al vescovo , il concistoro ha voce deliberativa, e si compone di mem- bri ecclesiastici nominati dal capo della diocesi. 11 collegio ecclesiastico è compo- sto sotto la presidenza del metropolita- no, d'assessori scelti in ciascuna diocesi. Esso soprintende in ispecial modo all'an- damento degli affari nelle diocesi, e all'e- secuzione degli ordinamenti prescritti dal governo. Vi è aggiunto un procuratore nominato dal governo. Finalmente l'al- ta vigilauza e l'amministrazione superio- re degli affali del cullo cattolico ruma- VAR \55 no in Russia sono concentrate nello spar- limeulo de' culti stranieri del ministero dell'interno". L'arcivescovo di Varsavia ( P altro nuovo arcivescovo è quello di Mohilow mg.r Veuceslao Zyliusk i) ed i vescovi di Podlaohia, e di Cujavia o Wladislavia preserogià possesso delle lo- ro sedi : i due vescovi furouo già con sa- grati iu Varsavia nel gennaio 1 837. Quel- lo di Podlachia mg.1 Beniamino Szyman- ski di Varsavia, cappuccino, nolo ed a- tnato dall'intera Polonia, ov'è pure as- sai stimato il suo benemerito ordine, en- trò nel possesso in Janow nel giugno cou islraordinaria pompa. Egli successe a mg,r Gutkowski, che ebbe a soifrire, per la giustizia, la carcere e molte altre ves- sazioni, e fu perciò lodato ampiamente da Gregorio XVI nella sullodata allocu- zione. Egli rinunziò la sua sede, e vive in un monastero di Leopoli in Galizia. LaCiviltà CaUolica,$ev\e 3«a,t. 8,p. 5o8, descrive il festeggiamento di Cracovia pel 6.° centenario della morte di s. Gia- ciuto, discepolo di s. Domenico, aposto- lo de'paesi russiani, le cui reliquie ripo- sano nella chiesa de'domenicani di Cra- covia ; e vi si espose lo stendardo coll'ini- magine del santo, donato da Clemente Vili quando lo canonizzò; canonizza- zione ch'ebbe luogo al tempo del sinodo di Brzesc quando i russiani si riconcilia- rono colla Chiesa cattolica. Cracovia è una città che conta ma™ior numero di chiese e di cou venti. Vi sono i domeni- cani, i francescani, i carmelitani, gli ago- stiniani, i cislerciensi, i preinostrateusi, i canonici Lateranensi, i camaldolesi; le benedettine, le francescane, le carmeli- tane, le premostratensi, le suore della Vi- sitazione, le canonichesse di s. Spirilo in Sassia, che non più esistendo in Roma, si sono conservate in Polonia. I gesuiti ebbero collegio e casa professa in Craco- via. Quanto al censimento operato nel- lo stesso 1 857 nella Polouia, ha pre- sentato le seguenti cifre, riferite a p, 1 169 del Giornale di Roma. Per la pò- i56 VAS polasione 4696,918 abitatili, ripartiti sopra un'estensione di 2,32o miglia qua- drale, ossia 131,670 chilometri quadra- ti, il che fa 2024 abitanti per ogni mi- glio quadrato, ossia 36 per ogni chilo- metro quadrato. E poi assai interessante il riportato dal medesimo Giornale del i858 a p. 286 di questo tenore. »» Co- me è noto, in Russia presso i cristiani di confessione greco-orientale è tuttora in attività il così detto Calendario Giulia- no, introdotto da Giulio Cesare, e con- servato dopo la caduta dell' impero ro- mano anche nello stile cristiano di Ro- ma e Costantinopoli. Per l'occidente gli errori astronomici in esso contenuti, fu- rono rettificati nel i582 dal Pontefice Gregorio XIII; ma l'oriente greco-cat- tolico, compresavi la Russia, conservò l'antico suo calendario. Però sembra che i difetti del calendario Giuliano ed i suoi inconvenienti nelle relazioni coli' Euro- pa occidentale vengano di nuovo rico- nosciuti pubblicamente in Russia, giac- che nella Gazzetta russa di Pietroburgo Jeggesi la seguente proposta per l'intro- duzione del nuovo calendario in Russia : Jn vece di seguire l'esempio di tutti gli altri stati Dell'introdurre il nuovo calen- dario ed ommetlere quindi lutto di un trailo i3 giorni, si dovrebbe ommetle- re piuttosto 14 volle i giorni intercalari d'ogni quarto anno, Così l'antico calen- dario si migliorerebbe successivamente ed insensibilmente, e nell'anno 1912 verrebbe messo d'accordo col nuovo ca- lendario così detto Gregoriano. In oggi il nuovo stile è innanzi al vecchio di 12 giorni ; nel T anno 1882 esso gli sarà a- \anti di i3 giorni. L'om missione di i3 giorni sarebbe adunque sufficiente, giac- ché il i4 avrebbe ad essere orn messo appena alla metà del secolo XX- La medesima sarebbe compiuta uell* anno ti Jf)l2 . VASA. V. Wasa. VASAUAoBASADA, ONASADA o SABADA. Sede vescovile della proviti- VAS eia di Licaonia, nell'esarcato d'Asia, sot- to la metropoli d'Iconio ; ebbe i seguenti 7 vescovi. Teodoro, fra i padri del con- cilio di Nicea del 32 5, assistette pure a quello d' Antiochia del 34 1 ; Severo, di cui è fatta menzione nella lettera canoni- ca di s. Basilio ; Olimpo, pel quale One- siforo suo metropolitano sottoscrisse al concilio di Calcedonia nel 4^i; Grego- rio pose la sottoscrizione alla relazione che il concilio di Costantinopoli fece al patriarca Giovanni relativamente a Se- vero d'Antiochia ed a'suoi aderenti ; Co- none sottoscrisse a' canoni in Trullo ; Miceforo e Nicola, uno de'quali fu ordi- nato da s. Ignazio e l'altro da Fozio. O- riens chr. 1. 1, p.1076. VASI SAGRI, Vasa Sacra. Arnesi, ornamenti sagri ed ecclesiastici, Arredi sacri (V.)) Suppellettile sagra (F.)t U- tensili sagri (F.), inservienti alla sagra Liturgia (F.) e altri Uffizi divini (F.). Vaso, Fas, Fasuntf Crater, Urna , no- me generale di tutti gli arnesi fatti a fi- ne di ricevere o di ritenere in se qualche cosa, e più. particolarmente sostanze li- quide.Quindi vasoda Fino(F.),Trullai vaso d Acqua (F .), Hydria, vaso di ter- ra o fittili, Fietilia, e tornai a parlarne nel voi. LXXXIV, p. 228. Fas /usile, Vas productile fu detta la Campana (F.),come rilevaZaccaria neìì'O/iomasli- conRititale.Neì la s. Scrittura il termine di vaso è generalissimo, e significa cose fra loro assai differenti. Parlando del Ta- bernacolo e del Tempio di Salomone (F.)t significa tuttociò che contenevasi e nell'uno e nell'altro, sia per ornamento, sia per arnese in servizio del culto divi- no. Giacobbe volendo dire che i suoi fi- gli Simeone e Levi erano guerrieri fero- ci e ingiusti, li chiama Fasa iniquitalis bellantia.Neì salmo 7 le freccie sono chia- mate vasi di morte , cioè strumenti di morte. Dio diceche s. Paolo è un vaso di scelta, Vas electionist cioè uno stru- mento scelto da lui a portare il suo nome innanzi alle genti, a're, a'figli d'Israele. V A S Lo stesso s. Paolo ch'in mn il nostro cor- po un vaso di creta , e chiama vasi eli misericordia , vasi di gloria , quelli che Dio degnOssi di chiamare alla fede, e va- si d'ira, vìisì d'ignominia, coloro che la- sciò nella infedeltà, negli errori che pro- durranno la loro perdizione. Il Macri nel Hiero le xicon, diceche Vaso, Christi fu- rono di frequente appellate le Religiose (V.) ; e frasa infirmiora furono chia- mate da s. Pacomio nella sua regola le Donne, per la debolezza del sesso. Gli antichi erano persuasi che le corna de- gli animali fossero stati i primi vasi di cui siasi fatto uso per conservare e bere i liquori, e quest'uso ha sussistilo per lo meno per lunghissimo tempo pi esso molti popoli. L'olio sagro del Tabernacolo de- gli ebrei per consagrare i Re (I7.), era conservato entro un corno. Galeno osser- va,che in Roma misura vasi l'olio, il vino, l'aceto, il miele in vasi di corno, di che ne parlano chiaramente Orazio e Cesare. Plinio attribuisce in generale lo stesso uso a tutti i popoli settentrionali. Senofonte fo la stessa osservazione riguardo a molli popoli d'Europa e d' Asia. Gli antichi poeti rappresentavano sempre i primi e- roi che sorbivano i liquori da'eorni ; que- sta sorte di coppe si dicono ancora assai comuni nella Giorgia. Assicura Bartolino che altre volte nella Danimarca non be- vevasi che in corni di bovi, e in una gran parte dell' Africa essi sono il solo vasel- lame che si conosca per conservare i li- quori. JNon si dovettero tuttavia tardare a immaginare i vasi di terra colla, giac- ché di essi usarono alcuni de'più antichi popoli. Nella s. Scrittura parlasi più volte del vasaio o facitore de' vasi di creta. Ge- remia rappresenta il vasaio che lavora alla ruota ; l'autore dell'Ecclesiastico de- scrive il vasaio colla creta nelle roani, nell'atto d'impastarla e metterla in ope- ra, e per usarne a suo arbitrio. Iddio per mostrare la sua suprema possanza sugli uomini si serve talvolta della similitu- dine del vasaio, che fa della creta ciò che VAS i57 vuole. Cnmpodel Vasaio o del Sangue si chiamò quello acquistato da Giuda co' trenta denari, prezzo del tradimento del Salvatore; Si giunse in appresso a prepa- rare le pelli degli animali, e renderle pro- prie alla conservazione de'liquori. L'uso degli olii è antichissimo, riferendo la Ge- nesi che quando Abramo cacciò Agar, le mise sulle spalle un otre pieno di ac- qua. Sembra persino che in quei tempi remoti, gli otri fossero i vasi di cui faceva- si uso più comunemente per conservare i vini e gli altri liquori : Giobbe lo fa co- noscere positivamente. Questi primi vasi dati dalla natura, come pure quelli che furono formati a di lei imitazione,furono in appresso, comechè non si possa deter- minare precisamente l'epoca, surrogati da altri, le cui forme ci sono descritte con grande varietà da Ateneo nel lib. xi. Gli antichi artefici volevano dare a ciascun vaso e a ciascun utensile la forma piìi con- venevole all'uso loro, e nello stesso tem- po la più piacevole allo sguardo. 1 greci e i romani impiegarono grande profusio- ne e molta magnificenza nelle loro diver- se specie di vasi, de'quali gli uni ornava- no i deschi e le credenze de'maggiorenti, e gli altri servivano agli usi domestici. Questi vasi erano di bronzo di Corinto, di Delo o di Egina, oppure d'argento, e sovente arricchiti d'ornamenti in rilievo, che talvolta erano cesellati sul vaso me- desimo; qualche volta quegli ornamen- ti erano lavorali separatamente e fissa- ti poi sui vasi mediante saldature; al- tre volte vasi di bronzo erano coperti da solida piastra d'argento, sulla quale si erano cesellali ornamenti e figure. An- tioco re di Siria, traversando la Sicilia, era provveduto di gran numero di va- si, de' quali la maggior parte erano di argento, altri d' oro arricchiti di pietre preziose ; tra questi eravi un vaso for- mato di una sola gemma co! manico d'o- ro. Quello che si raccoglie dagli antichi scrittori sul numero di questi vasi, cop- pe esimili, ne sembrerebbe incredibile, i58 VAS se essi non aggiungessero che que* vasi erano in massima parte asportati dalie provincie conquistate. I romani non pre- giavano sempre i vasi secondo la qua- lità della materia di cui erano compo- sti, ma miravano soprattutto alla rari- tà loro: sovente preferivano a' vasi d'o- ro e d'argento que'di terra cotta, di qual- che pietra o d' altra materia rara e sin- golare, a seconda della moda che s'intro- duceva nella qualità e forma di quegli utensili. Dopo la vittoria ottenuta da Fla- minio sopra Filippo re di Macedonia, fu- rono portali a Roma gran numero di vasi, di cui una parte erano di bronzo, ornati di sculture in rilievo. A' tempi di Cesa- re si stimavano assai gli antichi vasi di metallo, che si erano trovati ne' sepolcri di Capua, allorché in quesla città fondos- si la nuova colonia romana : si stimava- no del pari assai i vasi di bronzo e di ter- ra colta trovati ne'sepolcri all'epoca del ristoramento di Corinto. Ma sembra che quegli utensili non fossero impiegati a usi domestici, ma che si conservassero soltan- to come monumenti dell'arte. Per gli usi ordinari i ricchi servivansi in quel tempo di vasi d'oro e d'argento riccamente fog- giati. Lucio Scipione ne portò di somi- glievoli dall' Asia, dopo finita la guerra col re Antioco. Vene fondò a Siracusa una officina particolare, nella quale scul- tori e orefici erano impiegali a converti- re in vasi di diverso genere l'oro ch'egli aveva rapito dalla Sicilia. Pompeo con- sagrò al tempio della Fortuna la colle- zione de' vasi di Mitridate. Egli fu, secon- do Plinio, il[.°che fece conoscere a* ro- mani i vasi murrini , che si preferivano allora, a cagione della loro rarità e no- vità, persino a'vasi d'oro. Sotto Vitellio i vasi di terra colta di bel lavoro e di fór- ma elegante furono preferiti a'vasi mur- rini. Questi vasi murrini giunsero in Ro- ma ad altissimo prezzo, e non sarebbero stati se non di terra cotta, se fondata fosse l'asserzione di coloro che gli hauno con- fusi colle porcellane. 1 vasi sagri, di cui VAS fncevasi uso ne' Sacrifizi e nell'altre re- ligiose ceremonie, erano di terra, anche allorquandoil lusso ebbe introdotti quelli d'oro e d' argento nelle case particolari. Però le patere, strumenti de'sagrifizi che servivano a parecchi usi, erano una spe- cie di tazze di bronzo, e nella maggior parte di metallo bianco, lavorate al tor- no con tutta la possibile precisione tanto al di dentro quanto al di fuori, di tutte le forme. Ne' bagni si faceva uso di vasi della medesima forma. Servivano le pa- tere per ricevere il sangue delle vittime che s'immolavano, e per versare il vino fra le corna delle vittime cornute. Ser- vivano altresì per le libazioni d'acqua e di vino, e per versare del miele sia sul- l'ara, sia sulla vittima. Diversi numi fu- rono rappresentati con patere nelle ma- ni, qual simbolo delle offerte che loro fa- cevansi. Presso i romani non eravi una casa che non avesse una patera, o un a- cera, ossia turibolo, forzieretto in forma quadrata, nel quale metlevasi 1' incenso per arderlo a'tiumi , ed anco a' defunti fino dal momento in cui cominciavano i funerali, il che facevano i parenti e ami- ci. Pressogli antichi i vasi servivano qual- che volta di premio ne'giuochi pubblici: egli è per questo che sulle medaglie e sii altri monumenti si vedono spesso vasi, alcuna volta con palme, e de'quali erudi- tamente ragiona Buonarroti ne\\' Osser- vazioni sui medaglioni antichi. Secon- do Aulo Gellio, i samii furono gl'inven- tori delle stoviglie, e quelle dell'isola di Samo erano ricercatissime da' romani. Samia vasa edam mine in esculentis laudantur% dice Plino. Tanta era 1' ab- bondanza e varietà de' vasi in Samo, che si formò l'antico ditterio: Vender vasi a Samo, e portare nottole ad Atene, e coccodrilli in Egitto, esser cosa inutile. Celebri e numerosi souo i vasi fittili di Toscana, Veio (P\) ec, o etruschi, l'in- venuti in gran copia ne sepolcri del genere funerari, ed anche d'ornato, da tavola e da bere. Sono sommamente V A S pregevoli per l'antichità remota e per le loro forme eleganti e gentili. Pare che buona parte de' vasi etruschi trovati nel- le tombe, debbansi considerare piuttosto come vasi sagri, che forse si consegnavano agl'iniziali ne'misteri di Bacco e di Cerere o altra deità, e con essi si seppellivano, a que'misteri oa quelle divinità riferen- dosi notabile parte delle rappresentazio- ni colorate per ornamento de' vasi. Molto si è scritto sul modo in cui si dipingeva- no, ed alcuni ritengono assai probabile che si applicasse sul vaso un ritaglio d'u- na materia pieghevole, come sarebbe la nostra carta, e che si coprisse di vernice il rimanente del vaso. I contorni delle fi- gure rimanevano per tal modo delineati nell'argilla che conservava il suo colore naturale, e il pittore non aveva al più che aggiungere in alcuna parte qualche tocco leggiero per indicare i lineamenti più mi- nuti o qualche ombra nelle piegature. Ne a questa congettura si oppone 1' os- servazione fatta dagl'intelligenti, che in alcuni vasi si vedono i contorni delineati con un istromento tagliente, non esclu- dendo questa pratica , che forse adope- ra vasi solo allorché la creta era molle. Si può vedere Fr. Inghirami, Pittura de vasi etruschi, Firenze 1 8 53 con tavole. Belle collezioni di questi vasi,come di pie- tre superbe e di metalli, adornano molti musei. Molto poi si è disputalo intorno i vasi tericleani o tericleensi, spesso men- zionati ne' classici greci: probabilmente traevano essi il nome dali." loro fabbri- catore, ed erano fatti di terra cotta, in forma di calice ; in appresso se ne forma- rono di metallo, di avorio, di legno , di Vetro (V.). La conservazione de' vasi an- tichi grandemente giovòal miglioramen- to dell' arte de' nostri vasai, che preci- puamente fiorirono in Faenza,\n Urla- nia, in Urbino, a Gubbio ed a Pesaro j ed anche de' fabbricatori di porcellane, da che il raffinamento del buon gusto fe- ce comprendere, che solo coll'imitazione di que'vasi si ponno produrre le forme V A S l5g più belle, più svelte, più eleganti. Abbia- mo di L. Frati, Raccolta di maioliciie dipinte delle fabbriche di Pesaro e della provincia Metaurense, Bologna t844 con figure. Celebri sono le fab- briche di Francia, di Sassonia, d' In- ghilterra, di Prussia ec. Le forme dei vasi della Cina, del Giappone e dell' In- die orientali non mancano alcuna volta d'eleganza: non sempre però sono ra- gionate; ma di questo giova forse cercar- ne la ragione ne' costumi e nell' idee di que' popoli. Iddio manifestò a Mosè come doveva a suo onore costruire il Tabernacolo del- l'Alleanza, i vasi, le Vesti sagre pe' mi- nistri del culto, le oblazioni e le vittime che se gli dovevano offrire, i profumi da presentarsi sull'altare e persino la sua composizione ; non meno della descrizio- ne d'un bacino di rame, nel «piale i sa- cerdoti dovevano lavarsi le mani e i pie- di, e quella altresì della composizione di un olio di Unzione per ungere i sacer- doti e i vasi dello stesso tabernacolo nel giorno di loro consagrazione. 11 sontuo- sissimo e meravigliosissimo Tempio di Salomone, da questore innalzato al vero Dio e con suo disegno, fu splendidamen- te fornito d'un immenso numero di pre- ziosi vasi d'ogni specie, per l'esercizio del culto e per l'uso de'sacerdoti, di che par- lai in tale articolo e meglio si può leggere nel p. Calmet, Storia dell'antico e nuo- vo Testamento, t. r, lib. 4- H famoso ar- tefice Irammo di Tiro fece un grandis- simo vaso di bronzo destinato a conser- var nel tempio l'acqua per l'uso de'sa- cerdoti, che per la vasta sua ampiezza fu denominato Mare: sotto di esso da 4 lati i sacerdoti vi andavano a purificarsi nel sottoposto bacino, uscendo V acqua dal piede del vaso per via di 4 grillet- ti. Salomone fece fare degli altri vasi di bronzo amovibili sopra ruote di bronzo, secondo i bisogni del tempio, 5 altari pei profumi e 5 pe' pani di proposizione, e tutti i vasi che servivano a questi aliali i6o V A S ed i candelieri erano d'oro. La s. Scrit- tura dice eli 'era n vi ioo bacini d'oro, ma lo storico Gioseffo Flavio nell'Antichità Giudaiche, ne riferisce un numero assai maggiore, poiché dice. Vi erano, oltre la gran mensa d'oro sulla quale mette- vansi i pani di proposizione, 10,000 al- tre mense, sopra le quali si collocavano de' piatti e delle patene d'oro in numero di 20,000, e d'argento 4o,ooo. Salomo- ne fece di più 10,000 candelieri d'oro, 80,000 coppe d'oro per fare le libazio- ni del vino, 100,000 bacini d'oro, e 200,000 d'argento, 80,000 piatti d'oro, ne* quali offri vasi sull'altare la farina impastata, e due volte altrettanti piatti d'argento per usi somiglianti: 60,000 piatti d'oro, ne' quali impastavasi il fior di farina coli' olio, e due volte altrettanti piatti d'argento; 20,000 hin o piccole brocche d'oro per contenere i liquori che oflrivansi sull'altare, e 40,000 d'argen- to; 20,000 incensieri d'oro, ne' quali portavasi l'incenso nel tempio, e 5o,ooo altri, ne'quali portavasi del fuoco dal- l'altare degli olocausti persino nell'al- tare d'oro nella Santa. Soggiunge Gio- seffo, che essendovi alcuno di que' vasi guasto o rotto, correva l'obbligo di farlo fondere di nuovo. Queste enumerazioni di Gioseffo, particolari e distinte, la s. Scrittura le rende credibili, dicendo che il numero di que' vasi era infinito, e il peso del metallo che vi fu impiegato su- perava ogni notizia. Le padelle di fuoco, le pentole, le caldaie, le padelle, forchete te e gli altri slromenti che dovevano ser- vire all'altare degli olocausti, ed erano destinati a passare pel fuoco, erano di bronzo come pure l'altare, e il numero di questi stranienti era proporzionato al- la grandezza ed alla magnificenza del ri- manente. Sotto il regno del figlio Ro- boammo, Iddio per punire gl'israeliti per- mise che Sesac re d'Egitto prendesse Ge- rusalemme, e se ne tornò in Egitto, dopo aver rapito i tesori del tempio e quelli del re. Dipoi Josia re di Giuda ordinò per V A S tutto il regno raccolte di denaro per la ri- parazione del tempio, e con quello avan- zato si fecero nuovi vasi pel suo servizio, come incensieri, vasi, trombe, forchette e altri stranienti d'oro e d'argento. Acaz re di Giuda, empiamente abbandonatosi all'idolatria, si rese tributario di Teglat- falasar re d'Assiria, spogliò il tempio, ne tolse i vasi più preziosi, lo fece chiudere, e in tutte le piazze innalzò altari profani. Gl'israeliti nuovamente avendo provo- calo la collera del Signore , per castigo piombò su loro Nabucodònosor re d'As- siria, il quale espugnata Gerusalemme, saccheggiò il tempio, portando seco in Babilonia i vasi più preziosi della casa di Dio, e li pose nel suo palazzo di Babi- lonia, di dove li trasferì nel tempio del suo Dio. Fra' molti ebrei che seco con- dusse cattivi vi fu il profeta Daniele, il quale co'suoi compagni Sidrac, Misac e Abdenago lo fece allevare nel proprio pa- lazzo, e lo colmò di onori dopo l'esplica- zione del sogno sulle monarchie; poscia restituì i vasi tolti dal tempio di Gerusa- lemme, uel quale si offrirono vittime e si pregò per Nabucodònosor e pel suo ni- pote Baldassare considerato figlio come erede presuntivo dell' impero. Ma ribel- latosi Sedecia re di Giuda contro Nabuco- dònosor, questi co'suoi caldei marciò a Gerusalemme e s'impadronì della città e del tempio, dando fine al regno di Giuda. I caldei ridussero in pezzi le due grandi colonne meravigliose di bronzo fatte da Irammo, ch'erano avanti il vestibolo del tempio; spezzarono pure il vaso di bron- zo detto Mare co' 1 2 bovi deilo stesso me- tallo disposti in 4 gr0ppi e formanti le sue basi, ch'era servito pel comodo de'sa- cerdoti e per l'uso del tempio. Ne traspor- tarono il tutto colle caldaie, colle coppe, colle forcine, co'mortai, cogl' incensieri e con tutti gli altri vasi che si trovarono nel tempio, tanto d'oro e d'argento, quan- to di bronzo. Il peso di tutti questi vasi era infinito. L'esercito caldeo, dopo aver bruciato il tempio, la città e il palazzo, VA S demolì le mura di Gerusalemme, e con- dusse il popolo schiavo al di là dall'Eu- frate, tranne il popolo minuto della cam- pagna. Fu allora che il profeta Geremia da'sacerdoli fece nascondere il fuoco sa- gro; e coi medesimi portò nel deserto, in una caverna del monte ov'era morto Mosè, l'Arca dell'Alleanza, il Taberna- colo e l'altare de' profumi, e ne chiuse con ogni diligenza l'ingresso. L'Arca non fu più. ritrovata, ne potè collocarsi nel i.° tempio fabbricato dopo il ritorno dalla cattività. La nuova Alleanza e la legge Evangelica avendo preso il luogo dell'an- tica, la predizione di Geremia restò per- fettamente compita. Baldassare re di Ba- bilonia fece un gran convito a iooo de' suoi primari ufiiziali, e vi si bevette il vino con eccesso, distinguendosi il re nell'in- temperanza e bevendo come i i ooo altri. Essendo il re ubbriaco, comandò che fos- sero portati i vasi d'oro e d'argento che Nabucodònosor avea nuovamente tolti dal tempio, allineile egli, le sue mogli, le sue concubine, ed i grandi di sua corte bevessero in que'vasi tanto degni di ri- verenza. Mentre bevevano, e lodavano i loro Dei d'oro e d'argento, di sasso e di legno, in punizione terribile di tanta sa- crilega profanazione, Dio fece comparire alla vista del re una Mano (^.),che sulle pareti scrisse parole che turbarono alta- mente il re. Chiamato Daniele a spiegar- le e dirne il significalo, disse al re. Sapete come Nabucodònosor fu ridotto allo sta- to delle bestie, perchè erasi alzato contro Dio; e voi non vi siete più umiliato, ben- ché tutto vi fosse noto. Avete profanato i sagri vasi della casa dell' Onnipotente, avete lodato le vostre vane divinità, e vi siete alzato contro Dio. Egli perciò ha mandato quelle dita che hanno scritto sul muro: Iddio ha numerati i giorni del vostro regno, e ne ha stabilito in questo giorno il fine; siete stato pesato sullaxbi- lancia, e siete stato trovato troppo leg- giero; il vostro regno è stato diviso, ed è stato dato a' medi ed a' persiani. Nella VOL. LXXXVIU. VAS 161 stessa notte Baldassare fu ucciso; e gli suc- cesse Dai io il medo suo zio materno, indi Ciro redi Persia mandò in rovina la mo- narchia de'caldei, prese Babilonia, liberò gì' israeliti, permise loro di ristabilire il tempio a proprie spese, e diede nelle mani de'ioro principali i vasi del tempio del Si- gnore che Nabucodònosor avea traspor- tati da Gerusalemme e collocali nel tem- pio del suo Dio. Mitridate ne fece l'enu- merazione e consegna a Sassabasar o Zo- robabeli.0 principe del sangue di Giuda. Erano 3o coppe d'oro, i ooo coppe d'ar- gento, 29 coltelli, 3o tazze d'oro, 4'° tazze d'argento e 1000 altri vasi. Tutti i vasi ascendevano a 54oo. Il tempio fu compitole nefece la dedicazione,e la sua gloria fu maggiore di prima. Ciro vi fece offrire de'sagrifizi per la vita sua e de' figli. Seleuco Filopalore re di Siria, ben- ché avesse fatto altrettanto, venendo a sapere da un maligno che nel tempio si trovavano de'superflui tesori immensi, e dovendo pagare il tributo a' romani, or- dinò ad Eliodoro soprintendente alle sue rendile di recarsi a prenderli. Giunto nel tempio, il sommo sacerdote Onia gli dis- se che realmente era u vi somme conside- rabili, ma depositi d'orfani e di vedove che ivi aveano portato per sicurezza, 4oo talenti d'argento e 200 d'oro. Eliodoro insistendo per eseguir gli ordini, entrò nel tempio e fece aprire il tesoro; Onia, tutti gli altri sagri ministri e il popolo ac- corso inutilmente si opposero, esortan- dolo a rispettare la santità del luogo. Mentre le genti d'Eliodoro si accinsero a forzarne le porte, la virtù del Signore si fece sentire sopra di essi; furono a un tratto presi da spavento che gli atterrì e levò da' sensi. Yidesi comparire un uo- mo a cavallo superbamente vestito, che avventandosi con impeto contro Eliodo- ro, lo percosse aspramente co'piedi e mi- nacciandolo di morte, con armi risplen- denti. In pari tempo si videro due gio- vani forti e bellissimi, risplendenti di gloria e riccamente vestili, che stando a' 1 1 i62 VAS fianchi d'Eliodoro, Io batterono e sferza- rono senza interruzione. Caduto Eliodo- ro a terra, ottenebrato, senza voce e come morto, fu portato fuori del tempio. Onia offrì al Signore per lui un'ostia salutare, onde ottenerne la guarigione; e tosto i due giovani apparvero a Eliodoro e gli dissero, che rendesse grazie al sommo sa- cerdole,alla cui considerazione il Signore gli conservava la vita, e poiché avea prò* \ato la possanza e la giustizia di Dio, an- nunziasse a tutto il mondo la grandezza de' suoi miracoli. Ciò detto sparirono. E- liodoro offrì sagrifizi a Dio in rendimen- to di grazie, e se ne partì. Ad onta di que- sto tremendo esempio, in seguito Antioco Epifane re di Siria, espugnata Gerusa- lemme, profanò iniquamente il tempio, e lo spogliò de' suoi tesori e de' suoi vasi preziosi che gli altri re avevano offerti e consagrati al culto del Signore, il quale non mancò giustamente di fare sentire la sua mano sopra di lui. Quando Pompeo s' impadronì di Gerusalemme e del tem- pio, a questo la sua virtù impedì di pren- derne i vasi ed i tesori. Erode il Grande re della Giudea,considerando che il tem- pio fabbricato dopo la cattività di Babi- lonia era più piccolo di quello di Salo- mone, per eternare la sua memoria, ac- quistarsi la benevolenza del popolo e per l'aumento del culto di Dio, lo riedificò più vasto sulle fondamenta dell'esistente dopo averlo demolilo,e terminato ne fece la solenne dedicazione circa ig anni a- vanti l'era nostra. Nell'impero di Vespa- siano, questi nella guerra Giudaica com- mise al figlio Tito la conquista di Geru- salemme. Nell'anno 70 di nostra era vi pose l'assedio, indi la prese e fece demo- lire, bruciandosi e atterrandosi dalle fon- damenta anche il tempio,che voleva sal- vare e non gli riuscì, verificandosi il pre- detto da Gesù Cristo : Non sarebbe rima- sta pietra sopra pietra del sontuoso edi- ficio. Due sacerdoti lo fecero impadroni- re di due candellieri, delle mense, delle coppe, e degli altri vasi d'oro assai mas- VAS sicct e di gran peso; ed oltre a ciò degli abiti pontificali colle loro gemme, delle tappezzerie preziose, e molti aromi e pro- fumi, oltre molte altre cose destinale al servizio del tempio. Quindi Tito entrò nell' anno 7 i tu Roma con Vespasiano suo padre, con pompa di trionfo. Fra le ricche spoglie che si videro in quella cere- monia, le più ragguardevoli erano quel- le che furono prese nel tempio di Ge- rusalemme: la mensa d'oro che pesava molti talentigli candelliere d'oro in 7 rami superbamente lavorato, molti vasi sagri d'oro e d'argento, la legge degli ebrei in gran volume di pergamena riccamente inviluppato, riguardata la più preziosa e più venerabile delle spoglie. Questo libro fu conservato nel palazzo imperiale, colle tappezzerie di porpora che avevano ser- vito al luogo santo. 1 vasi e gli altri orna- menti del tempio furono posti nel 7em- pWe//rtPtfre(^.),fattofabbricaredaVe- spasiano nel Foro romano, presso l'arco monumentale eretto pel Trionfo di Tito dal senato e popolo romano, ne' cui su- perstiti bassorilievi fra le spoglie si rico- noscono scolpiti gli ornamenti del tem- pio, e specialmente la mensa e i vasi d'oro, le trombe d' argento, e il candelliere o candelabro a 7 branche, perciò l'arco fu detlo Arcus seplem Lucerna rum, come notai nel vol.LVlll,p. 170 e altrove nel descriverlo. Alcuni ripeterono la tradi- zione, che annegandosi Massenzio, scon- fìtto a'28 ottobre del 3 1 1 da Costantino 1, nel Tevere presso Ponte Molle o lìlil- vio (veramente 6 miglia circa al di là del ponte, sebbene la battaglia dicasi del pon- te Milvio e ivi r inimitabile Raffaello la rappresentò, come notai a'suoi luoghi), co'suoi tesori perisse pure il candelabro. 1 vasi d'oro e d'ai genio, ed i simili oroa- menti del tempio di Gerusalemme, con- servandosi con molla cura nel Ito) pio della Face, allorché nel 455 Genserico re de' '/' andati (F.) saccheggiò Roma, li de- predò e portò alla sua reggia di Carta- gine nell'Africa. Quando poi nel 534&e- V AS lisario conquistò il regno di Cartagine e i vandali interamente debellò, ricuperò molte cose preziose de'giudei, da Gense- rico depredate in Roma, cornei vasi d'oro e d'argento del tempio di Gerusalemme, alle chiese della qua! città li mandò in dono l' imperatore Giustiniano I. L' uso de' vasi sagri ed ecclesiastici, degli ornamenti e arnesi sagri, nella Chie- sa ebbe origine colla medesima e furono introdotti in parte ad imitazione, come le Vesti sagre (V.)t di quelli che adope- ravano i sacerdoti e altri sagri ministri della legge vecchia prima nel taberna- colo e poi nel tempio del vero Dio in Ge- rusalemme. Sebbene la materia, la for- ma e gli usi ne sono differenti, uno e co- mune ne fu sempre lo scopo, cioè il Ser- vizio divino, il Cullo e I' onore di Dio. Coll'antico vocabolo Ministerium fu qua- lificato il vaso sagro destinato al s. Sagri- fizio, al servizio dell' Altare e del Tem- pio (V.) del vero Dio. 1 Papi co' decreti rituali, ed i concilii co'canoui di discipli- na ecclesiastica e ceremoniale, li stabili- rono, modificarono e variarono, e di al- cuni ne prescrissero la Benedizione e la Consacrazione . Perciò nel Pontificale Romanum, par. 2, vi sono la Benedictio Vasorum et Ornamento rum Ecclesiae. De Benedictione sacro rum Vasorum et aliorum Ornamcntorum in genere» De Benedictione Tabernaculi sivc Vasculi prò sacrosancta Eucharistia conser- vanda. Questa benedizione è pure nel Rituale lìomanum. Leggo nel Ferrari, Bibliotheca, articolo Vasa Sacra. Han- no la facoltà di benedire i vasi sagri gli abbati che hanno l'usode'pontificali. Non hanno tale facoltà gli altri prelati rego- luri/n quibus intervenit unclio sacri chri- smatis, possimi tamen benedicere alia sacra vasa,el ornamenta, seti par amen- ta prò usu suarum lantummodo Eccle- siarum. Non ponno benedire i sagri pa- ramenti ed i vasi ecclesiastici i prelati in- feriori jure proprio. I protonota ri apo- stolici, senza speciale licenza della s.Sede, VAS i63 non ponno benedire i sagri vasi, i para- menti e ornamenti ecclesiastici. Vedasi la costituzione di Clemente XIII, Inter mulliplices,(\e\Y 1 1 dicembre 1 708, Bull. Rom. cont.y t. 1, p. 72 : Praelati, et Ab- bates regularesy nequeunt si ne speciali indulto benedicere Vasa Sacra, in qui- bus intervenit Sacra Unctio prò usu a- lienarum Ecclesiarum. Vasi sagri prin- cipalmente chiamatisi i vasi che servono a consagrare ed a contenere la ss. Euca- ristia, come sono i Calici, le Patene, i Cibori o Tabernacoli, le Pissidi (V.)ec, ed anche i vasetti per gli Olii santi ( V.) ec. Il Zaccaria citato chiama Vasculum la pisside e la patena o scodella, e Vas do- minicum il calice. I nominati e altri vasi, secondo i diversi riti, non si adoperano pe' loro usi sagri, se non dopo che il ve- scovo gli abbia benedetti e consagrati con orazioni ed unzioni. Questa pratica è antica, essendo prescritta ne* Sagra- mentari de' Papi s. Gelasio I del 4<)2 e s. Gregorio I del 590, né dessi furono gl'inventori delle orazioni edelleceremo- nie che riunirono, anzi il Sagramentario di s. Gregorio I non è che quello di s. Ge- lasio I, e nell'ordinario che fece più ac- curatamente, non v'introdusse cose nuo- \e, come dice chiaramente Giovanni Dia- cono nella vita di s. Gregorio I. Papa s. Celestino I del f±iZ scriveva a'vescovi del- le Gallie che le preci od orazioni sacer- dotali erano di tradizione apostolica, e che esse erano uniformi in tutta la Chie- sa cattolica. I vasi consagrati per servire alla celebrazione de' nostri santi Misteri, non devono più servire ad usi profani : non è più permesso a' laici di toccarli, e neppure a'setnpiici chierici ; se non col consentimento del vescovo, il quale però ne accorda il permesso al sagrestano, ed anche alla sagrestana presso le religiose. Così la Chiesa testifica il suo rispetto per il Corpo ed il Sangue di Gesù Cristo, che essa crede, insieme a tutti i fedeli, realmente presenti sotto i simboli euca- ristici. Quando i nominali e altri vasi ,64 VAS sogli, che hanno ricevuto le sagre un- zioni, si devono nuovamente indorare, conviene quindi riconsagrarli. Come i Pannili ni sagri ed i Paramenti sagri (V.)t quando i vasi sagri perdono la loro forma, ovvero quando non si può più farne uso decente per le funzioni del san- to ministero, perdono la loro benedizione e consagrazione. La materia de' vasi sa- gri fusa o ridotta col fuoco ad altra for- ma, non è più considerata appartenente ad arredi sagri. Su questo punto dirò poi altre parole ; qui solo ricordo che la patena può essere di qualunque metal- lo, bensì sempre dorata, non così la cop- pa del calice che dev'essere d'argento e dorato, ovvero d'oro. Per fare rifondere o nuovamente dorare i vasi consagrati e benedetti, basta il bisogno per far loro perdere la consagrazione e la benedizio- ne, e il darsi da chi gli ha in cura per det- ti effetti all'artefice. Vi sono alcuni, che praticano un atto equivalente a rigetta- re il vaso sagro, con un dito. A.' vasi sa- gri si fa loro l' unzione sagra, come si praticò co* vasi sagri del Tabernacolo e del Tempio del Signore quando si con- sagrarono pel suo servizio, il che ripor- tai di sopra. Altri vasi sagri o ecclesia- stici sono le Ampolle (F.) per l'acqua e pel vino; il Turibolo (V.) colla navetta e cucchiarino; i vasi de Fiori (F.); il boccale e il bacile o bacino per la La' vanda delle mani ( V.) o per la Lavan- da dell' Altare (F.); il vaso dell' Acqua santa (della quale riparlai nell' articolo Venerdì) o benedetta, detto anche sec- chiello, il quale è d'argento o altro me- tallo col simile Aspersorio (F.)', oltre il vaso o Pila dell' acquasanta (V-), posto negl' ingressi de' sagri Templi, di marmo o di sasso duro, per uso de' fe- deli, ne' quali articoli parlai di sua ori- gine. Vaso sagro è pure la scatola che si pone nel ciborio per conservare l'ostia consagrata, per l'esposizione della ss. Eu- caristia, e la lunetta che serve a reggerla nell' Ostensorio. Tutti questi vasi e ar- V AS redi sagri non si consagrano, ne si be- nedicono, e neppure ciò si fa a' vasetti degli olii santi. Quanto all'ampolle, uri tempo erano d'argento e d'oro, ma ora dalla rubrica si prescrivono di vetro o cristallo, onde n on nasca alcun errore per la densità della materia de'vasi. No- tai nel voi. XL1V, p. 275, che la donna non può amministrare le ampolle col vino e l'acqua. L' incenso si pone nella navet- ta e con picc olo cucchiaio si pone a bru- ciare nell1 Incensiere o Turibolo, nel qua- le articolo parlai pure della navetta. Sic- come si fa questione, come debbano an- dare incensando i turiferari nelle proces- sioni del ss. Sagramento, inclusi vamenle a quelle delle ferie V e VI della setti- mana santa; e con qual mano ciascuno debba portare il turibolo ; così inerita leg- gersi il can. Ferrigni Pisone all'articolo Turiferario, del Supplimcnto al Dizio» nario sacro -liturgico" delV ab. Diclich. Trovai esempi, nella primitivaChiesa, che fra la Suppellettile sagra eranvi turi- boli di terra colta. Si ponno adornare gli altari, e tra'candellieri, non solamente con fiori veri secondo la qualità della sta- gione, ma anche con fiori finti e artifi- ciali. Gl'italiani furono i primi ad in- trodurre in Europa l'industria de' fiori artificiali. 11 culto religioso, le feste so- lenni che in Italia si moltiplicarono, die- dero il gusto di adornare in ogni tempo gli altari di fiori, se non naturali, alme- no imitanti la natura. Ciò si afferma in un erudito articolo sui fiori artificiali, riferito a p. 386 del Giornale di Roma del 1857. Dell'uso però de Fiori, in quest' articolo e in altri relativi narrai che eziandio nel Tabernacolo e nel Tem- pio del Signore si usarono, così per or- namento fino dalla primitiva Chiesa, e le testimonianze si hanno da s. Agostino, da s. Girolamo, da s. Gregorio di Tours, da s. Paolino di Nola nel Natale di s. Fe- lice, e da Venanzio Fortunato nel Car- men de Jloribus super altare. 1 fiori sono commendati nella s. Scrittura; ne'primi V A S secoli si portavano anche in mano e in capo nell' incontrare le reliquie de* ss. Martiri, e senza Superstizione i cristiani antichi vi onoravano i defunti. 11 San- gite de' martiri si poneva ne' cimiteri presso i loro corpi ne'vasi di Vetro (V.)t e nell'archeologia sagra sono pregiatis- simi tali vasi cimiteriali. Perciò antichis- simo è pure l'uso dello spargimento de' fiori sull'altare e sul pavimento delle chiese, come Y uso di adornarne le pa- reti con Veli (V.) e drappi, massime nelle Feste (V.). Ben a ragione quin- di Pio VI condannò un decreto del fa- moso sinodo di Pistoia, il quale proi- biva di porre i fiori su IT altare , e lo dichiarò temerario e ingiurioso all'an- tico costume della Chiesa. Le calunnie de'novatori, e gli ultimi sforzi de' gian- senisti, pretesero di togliere da'sagri tem- pli anche le cose più semplici, le quali sono sempre servite a fomentare la pietà nel cuore de' fedeli. Trovo nel Discorso del Vestarario del Galletti; che anti- chissimamente a' Vcstarari (V.) appar- teneva nelle solennità spargere la chiesa di fiori, di froudi e di verni ra. Circa al bacile o bacino, ne'secoli antichi allorché il popolo offriva le Oblazioni del Pane e del Fino pel Sacrifizio incruento, era a'ministri dell'altare necessità di lavarsi le mani dopo avere ricevute quell'offer- te, che in gran quantità venivano presen- tate; ciò che eseguivano in larghi piatti o bacini ora d'argento,ora di terra, cuoio, stagno ec. Dacché il popolo lasciò di offri- re il pane e il vino a quell'oggetto, a mez- zo dell' Oh lazionario (V.) e della Vedo- va (V.) diaconessa, il bacino non fu più oltre necessario a' preti né agli altri mi- nistri dell'altare ; ma volendo conservare tutto l'ordine delle ceremonie della Mes- sa, onde per questo mantenere, si limita- rono a lavare l'estremila delle dita dopo V Offertorio j e d'allora in poi l'ampolla dell'acqua, un piattino e un fazzoletto o pannolino supplirono la brocca d'acqua o boccale, il bacino e la salvietta, restati- VAS i65 do il boccale e il bacile per distinzione ai prelati nella celebrazione delle sagre fun- zioni, tanto prima della loro celebrazio- ne che dopo, ed altresì quanto dopo ese- guito r offertorio. Prima era costume, non del tutto trasandato, che a' nuovi cardinali protettori ed a' nuovi vescovi le mag'istrature municipali e quelle della città residenziale offrissero loro un boc- cale e un bacile d'argento. Pare che anco le Lampade e le Lucerne (V.) si possa- no annoverare tra' vasi ecclesiastici delle chiese, e inservienti al culto divino,e l'uso de Lumi (F.) cominciò da' primi tempi della Chiesa e fin dal suo nascere. E un abbaglio de' protestanti, i quali pensano, che ne' primi secoli si adoprassero i lumi a solo oggetto di diradare le tenebre che coprivano le Catacombe, i Cimiteri e al- tri luoghi nascosti, per la celebrazione della sagra Sinassi nelle persecuzioni del- la Chiesa. L'eretico Yigilanzio fu l'ante- signano nel tacciare come superstizioso l'uso de' lumi ne Divini uffizi. Tratta- rono pe' primi de' vasi sagri, Teodoreto vescovo di Cyrus nella Siria e dottoredel- la Chiesa, nato in Antiochia verso l'an- no 387, e Paolo Orosio storico fiorito in principio del secolo V in Tarragona. Il Marangoui, Delle cose gentilesche e pro- fane trasportale ad uso e ad ornamen- to delle chiese, eruditissimamente svolge l'ampio argomento. Tratta nel cap. 1 : Che il trasferirsi le cose gentilesche al culto del vero Dio, e conforme alla ra- gione ed alla divina Scrittura. Pone per fondamento di tutta l'opera e sta- bilisce per principio universale e infal- libile, traendolo dal cap. 1 de' ss. Libri. Essendo state ordinate da Dio tutte le cose create per la sua gloria, tutte le creò buone e perfette secondo la specie di cia- scuna. Quindi è, che ogni cosa creala, per natura sua possiede un' intrinseca bontà e perfezione, comechè ordinata al- la gloria del suo Creatore, a benedirlo e lodarlo, secondo la propria capacità. Se la malizia dell'uomo, colla libertà del .66 VAS libero arbitrio, se ne serve in offesa cìel suo Creatore, togliendole da quel primo fine a cui erano già ordinate, non mai perdono l'intrinseca bontà e perfezione; laonde se vengono tolte dal mal uso, al quale con violenza furono applicate dal- la malvagità dell' uomo, e restituite al culto divino e alla gloria del supremo Creatore loro, ritornano alla primiera loro bontà e perfezione. Il libro della Sa* pienza detesta l'abuso fatto de' legni per scolpire statue di numi, e Io stesso deve dirsi de' metalli e delle pietre impiegati a fondere e formare fantastiche deità, pel falso culto dell' idolatria. Quando Dio libei ò con istupendi prodigi il suo popolo d'Israele dalla schiavitù dell'Egitto, da povero e meschino lo fece uscire ricchis- simodellespogliedegliegiziani,con Vaso, argentea et aurea, veslem plurimam, le quali poi benché avessero servito alle vanità degli egizi, e anche femminile di ornamenti e Specchii d' acciaio, ed al- tresì al culto degl' idoli, al proprio culto nel deserto volle che fossero consagrate. Quindi Mosè con tali spoglie fabbricò il Tabernacolo santuario di Dio, e per di- vino comando formò i tanti vasi mini- steriali d'oro purissimo, e le Vesti sa- cerdotali di materia singolare, ornate di gemme e di pietre preziose : così fece con- vertire al proprio culto e alla sua gloria tali cose de' gentili, e consagrate a lui tornarono ai fine primiero pel quale l'a- vea creale. Dopo la vittoria riportata dagli ebrei sui madianiti, gli ornamenti d'oro e muliebri della preda, offerti a Dio, furono d'oidi ne suo applicati al san- tuario, purificati dalle profanità dal som- mo sacerdote Eleazaro. II rito di puri- ficare le cose profane che si trasferiscono al culto di Dio, e di santificarle coli' a- spersione dell' acqua lustrale, fu poi a- dottato e quindi sempre praticato dalla Chiesa. Altrettanto praticarono gl'israe- liti nella presa di Gerico, che tutta in- cendiata, solamente furono salvati l'oro e l'argento, ed i vasi di bronzo e ferro, VAS per consagrai li a Dio e ri porli nel tesoro del Signore. Per non dire di altri esem- pi, nel convertirsi le cose gentilische e profane pel culto divino e ornamento della casa di Dio, il bellicoso re David nel preparare tutto quanto il necessario pel Tempio che il pacifico suo figlio Sa- lomone doveva innalzare al Signore, vi comprese le copiose e ricche spoglie ri- portate nelle Vittorie sui re gentili e ido- latri da lui debellali, inclusivamente ai vasi d'oro, d'argento e altro metallo. Nel consegnare David tutto a Salomone, sta- bilì le forme e i pesi d'oro e argento, pe' Candellieri, Lucerne, Mense, Turi' boli e Fasi per servire al divino mini- stero, che minutamente si descrivono dal 2.0 libro de' Paralipomeni. In tal modo Dio volle che tutto il prezioso tol- to da David a' gentili, fosse santificato pel suo culto. Ragiona il Marangoni nel cap. i : // tempio di Gerusalemme, e tutte le sagre suppellettili profanate da ' gè n ti li coli' ido la tria, si restituisco - no di nuovo al culto di Dio. Ella è cosa da considerarsi, che l'Altissimo non isde- gna, che le cose una volta al culto suo consagrate, e poscia da' gentili, o perver- si uomini profanate, si purifichino e nuo- vamente a lui siano dedicate. Indi il Ma- rangoni co' Paralipomeni racconta, come l'empio Acaz re di Giuda, tutto abban- donandosi al culto degl'idoli di Dama- sco, spogliò il tempio di Gerusalemme de'sagri vasi e altri arredi del culto di- vino, profanò quel santuario con molle immondizie, e finalmente chiuse le porte di esso, vietò a tutti l' ingresso, e per tutti gli angoli di Gerusalemme e per tutte le città di Giuda innalzò altari ed are per bruciarvi gl'incensi a onor degl'idoli e offrendo loro de'sagrifizi. Ma sollevato al regno il figlio e santo re Ezechia, ze- lante di ripristinare co' sacerdoti e le- viti il culto di Dio, comandò ad essi di purgare il tempio dall' immondizie e che di nuovo Io consagrassero, e santificas- sero l'altare degli olocausti, tulli i vasi V A S del ininislerio, la mensa de' pani di pro- posizione, e tulli gli altri vasi e Utensili, ch'erano stati lordati e profanali dal suo padre scellerato. Ad eseguir tuttociò i sacerdoti impiegarono 8 giorni, e po- scia ne avvisarono Ezechia. E.ipiave- runt Templum diebus odo. Ingressi quoque suut ad Ezeehiam Rege, et di- xeruntei: Sanctificabimus omnem Do- mimi Domini, et Altare holocaustij nec non Mensam propositionis, cutn omni- busFasissuis, cunctamque Templi Sup- pellectilem, quam polluerat Acaz. To- sto Ezechia, con tutti i principi porta- tosi al tempio, fece offrire a Dio le vit- time e i sagrifizi, e restituì nel pristino Slato il cullo divino in quel tempio, e co'vasi medesimi e suppellettili sagre, le quali dall'empio suo genitore erano sta- le profanate e adoperate al culto idola- trico. Altri esempi di profanazione li die re Manasse, che punito da Dio, poi re integrò il suo culto. Quando Ciro resti- tuì al tempio la moltitudine de' suoi vasi d'oro e d'argento, tolti da Nabucodòno- sor e profanati al culto del suo idolo in Babilonia, dopo essere stali riposti nel tempio, furono subito di nuovo santi- ficati, com'è da credersi. Questi e altri simili esempi della s. Scrittura, ci ma- nifestano che i vasi sagri ed altre cose profanate, devono espiarsi e santificarsi co'sagri riti, ed applicarsi al culto divino nelle nostre chiese. Osserva il Marango- ni, che l'oro, le gemme e i vasi preziosi gentileschi, trasferiti dal profano uso al culto di Dio, e di quelli che prima avea- no servito nel suo tempio e profanati da' gentili, di nuovo purgati e santificati, al primiero loro ufficio furono impiegati, può senza dubbio riferirsi al senso alle- gorico e misterioso di quello che pra- tica Dio colle anime degli uomini, dimo- strando verso di essi ia sua grandezza, pietà e misericordia. Fondata da Gesù Cristo la sua Chiesa, ad essa e dal culto degl'idoli ha trasferito i gentili, e come vasi d'oro e di pietre preziose, gli ha de- V A I 167 pittati al ministero della medesima; e qual ornamento questi vasi d'ira, come dice s. Paolo, cambiati in vasi di miseri- cordia, innumei abili martiri l'illustra- rono col sangue loro. Il p. Oonanni , La Gerarchia ecclesiastica considerata nelle vesti sagre, discorre nel cap. 2 1 : Quando e da chi fosse dato principio dopo Cristo alla co ns agrazio ne del pa- ne e del vino ; nel cap. 23: Con quale forinola, t con quale esterno apparalo fosse celebrata la i.a Messa ; e nel cap. 23 : In qual sorte di vaso s. Pietro con- sagrasse nella 1 .a Messa. Dopo aver mo- strato, che s. Pietro disse la 1." Messa (nel quale articolo rilevai che s. Pietro ne prescrisse l'ordine e s. Giacomo lo di- vulgò in iscritto) servendosi come d' al- tare d'una mensa onestamente ricoperta di candide Tovaglie (uel voi. LXXV, p. 36 e seg., 62 e seg. riparlai dell'al- tare di legno rinchiuso in quello papale dell'arcibasilica Lateranense, nel quale in Roma celebrò s. Pietro), la qual cosa non fu difficile a farsi, mentre si ritro- vava nel Cenacolo stesso, in cui il Salva- tore avea prima cenato cogli Apostoli e istituito il sagramento della ss. Eucari- stia ; può cercarsi se si servisse di quella per posarvi immediatamente il pane, e qual sorte di vaso adoperasse per il vino deputato alla consagrazioue. Alcuni sti- marono, che per la deposizione del pane fossero sufficienti le tovaglie, delle quali era coperta la mensa o dir vogliamo altare deputato al sagrifizio, senz' altra tela che corrispondesse al Corporale, ora usato dalla Chiesa cattolica, uè ciò deve parere incredibile, poiché sappiamo che ne' successivi anni tu offerto in qual- che luogo il sagrifizio della messa, anche senz'altare, avendo il solitario Maris sa- grificato sulle mani de'diaconi, e s. Lu- ciano in carcere sul proprio petto, di- cendo che sarebbe meno profano della tavola di legno, ed a'circostanti che fa- cessero da tempio stando presenti e cir- condandolo, e quindi distribuì loro il 168 VAS pane sagro; pel narrato da Teodoreto, e da me riferito e con altri esempi nel giù ricordato suo articolo. Ma laii casi eccezionali non servono per legge, es- sendo stata somma la necessità di farlo, negli Apostoli si trovarono in siffatte an- gustie. Posto dunque, che nel Cenacolo fosse eretta la mensa o altare per la ce- lebrazione della messa, si può dubitare se il pane consagrato fosse deposto sopra la tovaglia, ovvero in qualche vaso par- ticolare, e in qualche sorte di calice fosse conservato il vino tramutato poi nel san- gue di Gesù Cristo. Ouorio Augustodu- nense, in Gemmae Animat •, o libro circa il rito antico di celebrar la messa, nel cap. 89 affermò: Che gli Apostoli e i loro successori in quotidianis vestibus, et li- gneis Calicibus missas celebraverunt. Ciò si conferma dal racconto di Valfrido Strabone, Dereb. Eccles.y ove dice che s. Bonifacio vescovo e glorioso martire, interrogato se fosse lecito di consagrare in vasi di legno, rispose: Quondam sa- cerdotes aurei ligneis Calicibus uteban- turì nunc conlra lignei sacerdotes aureis Calicibus utuntur. Che fossero di legno ue'primi due secoli della Chiesa, può de- dursi dal decreto di s. Zeferino Papa del 2o3, il quale come si legge in Anasta- sio Bibliotecario^èez* constitutum,utPa- tenas vitreas ante sacerdotes in Eccle- siam ministri portar ent j e più diffusa- mente il Platina nella vita di tal Ponte- fice dice : Ordinò che i vasi dove si con- sagra sull'altare il Sangue, fossero di ve- tro e non di legno come prima si costu- mava. Ma fu poi questa ordinazione mu- tata, poiché si proibì che si consacras- se in legno, per la sua rarità o «pon- gosità, colla quale si assorbe e succhia il Sangue, né in vetro per la sua fragilità, né in metallo pel tristo sapore che ne con- cepiva; ma vollero che si facesse questa consagrazione in vasi solamente d'oro e d'argento o di slagno, come si vede nel concilio di Tribur (dell' 896) e in quello di Reinus (dell' 8 1 3 ). Aggiunge il Bouau- V A S ni a p. 108, parlando dello stato della Chiesa ne' primi 3 secoli in cui era perse- guitata, che i calici nel i.° secolo delle persecuzioni erano di vetro, e l'attesta Tertulliano fiorilo nel seguente, ed il Ba- ronio afferma che durarono sino a Carlo Magno, cioè al principio del IX secolo, poiché nel concilio di Reims fu proibito il calice di vetro pel pericolo di rompersi. Per la miseria dunque in cui nelle perse- cuzioni viveva il popolo cristiano, é pro- babile che i sacerdoti si servissero di ca- lici di vetro e non di metallo prezioso. Indizio di quest' uso è un calice, che il p. Bonanni dice conservarsi nella basilica Costantiniana (intenderà dire la Latera- nense, ma altre basiliche pure ne porta- rono il nome, siccome fondate da Costan- tino 1: nello Stato della medesima del 1723, tra le reliquie leggo registrato, il calice in cui beve senza nocumento il re- lenos. Giovanni Evangelista) dì ottone, e si ha per antica tradizione essere slato adoperato da s. Pietro; come un allro nella chiesa di s. Anastasia di Roma si venera tra le reliquie e fatto in pietra, il quale parimente si dice usato dal mede- simo principe degli Apostoli. Allora i Papi erano tanto angustiati, che appena aveano possibilità colle contribuzioni de' fedeli di sopperire alle cose comuni, per- ciò non potevano provvedersi di vasi pre- ziosi e di vesti ricche, attendendo sola- mente alla deceuza propria della dignità. Tul involta tornando il p. Bonanni al suo argomento dichiara, che se ne' due secoli in cui vissero 16 Papi perseguitati da' ti- ranni, nascosti nelle catacombe, privi di sostenere il decoro delle chiese, fossero adoperati calici di legno e di vetro, non perciò si deve dedurre che l'adoperassero gli Apostoli ne' primi sagrifizi, e princi- palmente s. Pietro; come pure non si prova che il Sai vatore,sebbene amico del- la povertà e che si degnò distribuire il pane alle turbe sedendo sul fieno, isti- tuisse il Sagramento in vaso di legno o di vetro. Poiché, come prudentemente V AS avverti il p. Haatino, contro PEcluen- se, il Salvatore consagrò in un Cenacolo grande e prestato con divina provviden- za, ov'erano tutti gli utensili e vasi con- decenti al luogo e alla persona da cui era posseduto, onde Cristo si servì della sup- pellettile che vi trovò; che perciò doven- do istituire un sagramento si degno, è probabile che scegliesse qualche tazza preziosa, che verosimilmente vi era. E se Dio volle, che la manna si custodisse in arca d'oro, è probabile, come figura e presagio del sagramento dell' altare, fos- se questo istituito in vaso egualmente prezioso. Che perciò notò l'Hauti no esse- re fallace l'argomento di Gabriele Biel, il quale scrivendo sopra il canone della messa disse, che il Salvatore, il quale a- vevji proibito agli Apostoli il possesso dell' oro, per dare esempio non doveva usare calice prezioso d'oro o d'argento, e forse neppure di stagno; poiché quan- tunque il Salvatore fosse amante della povertà nella sua persona, ebbe riguardo alla grandezza di sì venerabile mistero, che perciò si dichiara credere, che il vaso adoperato da Cristo nel Cenacolo pre- stato fosse prezioso. Se dunque il Salva- tore adoperò vaso prezioso in tal funzio- ne, la ragione persuade che s. Pietro non mostrasse minore stima e venerazione nel l'offri re il medesimo sagramento, con adoperare vaso prezioso, il quale costu- me fosse poi mantenuto per qualche tem- po dagli Apostoli e successori nel go- verno della Chiesa, alla quale le contri- buzioni de' fedeli poterono dare il modo e la possibilità per mantenere il dovuto decoro delle sagre funzioni. Conferma il suo parere il p. Hautino dal sapersi, che anco nel principio delie persecuzioni di- versi sagri templi aveano la suppellet- tile preziosa, e ne sono testimonio i te- sori, cioè i vasi sagri, custoditi da s. Lo- renzo e poi dispensati a' poveri onde non li avesse il tiranno, che glieli avea do- mandati, il quale restato deluso lo con- dannò ad essere arrostito, ciò che notò V A S 1 69 pure s. Agostino nelP Epìst. i65. Riflet- te inoltre alle lucerne d'oro che arde- vano nelle chiese in quel tempo, onde argomenta che molto più ciò si deve credere de' vasi, i quali servivano per la consagrazione del sangue del Redentore. Perciò Prudenzio disse nel suo inno nel IV secolo : libare in auro Antistiles, ar- gentei sq uè scyphis fumare sacrimi San- gttinem. Ricavo dal libro del cardinale Wiseman, Fabiola o la Chiesa delle Ca- tacombe, diversa però da Fabiola Fedo- va (V.), che nel pontificato di s. Marcel- lino,che patì fi martirio nel 3o4 nella per- secuzione, il triclinio della casa di s. A- gnese convertito in chiesa avea il portico con tavole cariche di vasellame d'oro e d'argenlo,ed anche gioielli, per essere di- stribuito in parti eguali a' poveri il valo- re loro. Che nella funzione fatta dal Pa- pa s. Marcellino nella Catacomba , della consagrazione in vergine di s. Agnese e al- tre, tutto all'intorno erano disposte lam- pade d'argento e d'oro di gran valore, il cui splendore empieva il santuario d'un nembo luminoso come un'aureola; e che il Papa avea il bastone pastorale in ma- no e la corona sul capo, od infida, eh 'è stata l'origine della Mitra. Parlando poi de'tesori della chiesa, distribuiti a'poveri da s. Lorenzo nel 261, dice ch'erano ric- chi vasi d'argento, lampade e candelabri d'oro, incensieri, calici e patene, senza par- lare d'un'immensa quantità d'argenti fusi in verghe, che furono distribuiti a' cie- chi, a'paralitici, agl'indigenti. Finalmen- te l'eminente scrittore ricorda le scatole d'oro che i primitivi cristiani sospendeva- no sul petto sotto le vesti, ed ove custo- divano il pane di vita, la ss. Eucaristia, celeste alimento delle anime, da una fe- sta all' altra. Quando fa esplorato il ci- mitero Vaticano nel i5ji9 si trovarono nelle tombe due piccole scatole d'oro, di forma quadrata, con un anello sopra al coperchio. Questi antichissimi vasi sagri, il Bottali crede fossero impiegati a porta- re la ss. Eucaristia sospesa al collo, e il 7o V AS Pellìccia conferma questo fatto con diver- si argomenti. I fedeli costumavano por- tare tali scatole pendenti dal collo ne'lun- ghi Viaggi (V.); ed Alessandro VI l'usa- va ordinariamente, come rilevai nel voi. LI, p. 128. Del resto, di qual materia fos- se tanto il vaso adoperato dal Salvatore, quantoquello che usò s. Pietro, è cosa in- certa. Alcuni scrittori spagnuoli riferisco- no che quello di Cristo fosse di gemma; l'Enriquez, e il Vittorelli nell'addizioni ad Emanuele Sa, dissero ch'era d'agata; Die- go Morilla affermò che fosse di calcedo- nia, ed i medesimi asseriscono col Barra- ci a che si conserva in Valenza di Spagna. Il Baronioe Io Scorzia stimarono dover- si credere al ven. Reda, il quale racconta: /// Plateatquae MartyriumyetGolgotha conthiuai,exedra est, in qua Calix Do- mini scrimolo reconditus, per operculi forameli tangisolet, et oscular'^ qui ar- genteus Calix hinc inde duas habet an- sulas, sex tarli gallici mensuram capita In quo est illa spongia Dominici pò tus ministra. E se nel tempio di Salomone si riceveva in vasi d' oro il sangue delle vittime, con quanta maggiore ragione do- veasi ricevere il sangue dell'Agnello divi- no in vaso non meno prezioso? E se per torre le sordidezze da'piedi degli Apostoli non ancor santificati adoperò il Salvato- re una conca o vaso di rame o bronzo, la quale trovò nella suppellettile del Ce- nacolo nobilmente preparato, quale do- veva esser il vaso per depositarvi il suo preziosissimo Sangue? A tuttociò si op- pongono Clemente Alessandrino e s. Gio- vanni Crisostomo, fondandosi sull'umiltà e povertà che volle professare il Reden- tore, col riferito dal p. Menochio, Stuoret centuria 4 a>cap. 1 7: Della materia e for- ma del Calice , del quale si servi Cristo nell'ultima Cena. Tutta volta il p. Bonan- ui cita il p. Menochio, il quale fidato nel racconto di Beda, riporta il suo asserto sul calice d' argento con due manichi vene- rato io Gerusalemme da'pellegriui, ed os- serva ciò non pregiudicare all'amore a- V A S vuto da Cristo per la povertà, perchè l'o- spite che gli prestò il Cenacolo, fornì que- sto con tutti i vasi e utensili occorrenti, onde senza detrimento della povertà po- tè il Salvatore adoperare il vaso prezioso, per mostrare il decoro e la venerazione dovuta al sublime mistero. Si narra final- mente da'ricordati, che delle cose servi- te nel Cenacolo al Redentore, colla con- ca della lavanda si formò un Crocefisso, collocato nella chiesa di s. Gio. Battista di Rodi; che il calino si conserva iu Ge- novai ove meglio ne parlai, dicendolo di tersissimo vetro, già creduto smeraldo (in altri articoli dissi ove si conservano altre reliquie relative, come nel voi. LX1I, p. 62; e nel voi. LXXXV, p. 2 1 9, dissi che il vaso d'alabastro con unguento prezio- so, col quale s. Maria Maddalena unse il Redentore, fu portato in Costantinopoli); la tovaglia della mensa fu portata nella chiesa di s. Rocco di Lisbona, già de'ge- suiti; il coltello venne in potere della chie- sa di s. Massimiano vicinoa Treveri, for- se servito ne! dividere 1' agnello pasqua- le, poiché il pane (di forma rotonda, ed azzirnoossia senza lievito, secondo s. Epi- fanio) fu benedetto e poi spezzato colle mani, come dice il Vangelo. Si appren- de dalla Storia de' Pontefici di Novaes. Papa s. Sisto I dell'annoi 32, secondo il libro Pontificale , determinò che i sagri vasi, cioè calice e patena, non potessero toccarsi, se non da' ministri sagri. Papa s. Solerò del 175 vietò alle sagre vergini di toccare i vasi sagri, e d'incensar nelle chiese, ciò che meglio si attribuisce a Pa- pa s. Gelasio I. Noterò che nella benedi- zione delle Vedove (V.)% ammesse nel grado delle Diaconesse (/'.), nella chie- sa greca, secondo il p. Morino, il vescovo usava de'riti simili a quelli dell'ordiua- zione de'diaconi, e oltre la Stola al col- lo, dava loro in mano il calice col San- gue del Signore. De' vasi sagri della chie- sa greca e loro benedizione, può vedersi il Renaudot, Liturgiarum Orientaliwn. Papa s. Urbano I del 226 fece fare di ar- V A S genio i vasi e 25 patene, die dovevano servire pe'sagri ministeri, onde non bene alcuni deducono il principio de* calici di argento. Papa s. Cornelio del 2^4 cele- brò un concilio in Roma, in cui scomuni- cò quelli che insegnavano non poter la Chiesa ammettere e perdonare a' caduti nella persecuvione. Si chiamavano cadu- ti o Lassi (V.) que' che per timore de* tormenti e della morte ritornavanoal pa- ganesimo, ed aveano differenti nomi.Tu- rificati dicevansi que' che aveano offerto incenso agl'idoli; e Traditori (V.) que' che consegnavano a' pagani i vasi sagri, gli arredi sagri ed i libri sagri delle chie- se. Pe'lassi traditori ebbe origine il fune- sto scisma de' Donatisti (V.) e la crude- lissima persecuzione de' Vandali(V.). Pa- pa s. Ponziano del 2 33, al riferire del p. Bonanni, fece i vasi sagri e le patene tut- ti d'argento, i quali vasi si tenevano con molta custodia e di nascosto per cagione delle persecuzioni, onde furono trovati se- polti nella grotta ove si conservavano. La persecuzione era tale nel 286 sotto l'im- peratore Diocleziano, che a niun cristia- no era lecito il vendere o il comprare, se prima non incensava alcuni piccoli idoli posti ne* luoghi pubblici de' Iranici delle cose necessarie al sostentamento. Ad al- trettanto erano obbligati persino quelli che volevano macinare il grano, o pren- der l'acqua per bere. I vasi sagri consi- derati come Benidi Chiesa (^.), decretò il concilio d'Agde del 5o6: 1 vescovi non ponno alienare uè le case, ne gli schiavi della chiesa, ne i vasi sagri. Se però il bi- sogno, ovvero l'utilità della chiesa obbli- ga a venderli o a darli in usufrutto, la cau- sa dev'essere esaminata da due o tre ve- scovi, e l'alienazione autorizzata colla lo- ro soscrizione. Però se la necessità lo ri- chiede è ragionevole cosa l'impiegare le ricchezze della Chiesa nel sovveuire i po- veri, come fece l' arcivescovo s. Ambro- gio, nello spezzare i preziosi vasi sagri di sua chiesa Milano, cosa praticata anche da s. Agostino vescovo d'I ppona, per re- VAS 171 dimere gli Schiavi (V.). 1 Pnpi più vol- te venderono gli ornamenti pontificali ed i vasi sagri, per guerreggiare la Turchia (V.)t a difesa del cristianesimo. Molti ve- scovi e cardinali venderono la loro pre- ziosa suppellettile sagra, per accorrere a- gli urgenti bisogni de'loro diocesani. I va- si sagri come gli altri Utensili sagri (V.) de'eardinali che muoiono in Roma, si de- volvono alla Sagrestia pontificia, se con breve apostolico non furono facoltizzati di testare. La Chiesa più volte vendette i vasi sagri per riscattare gli schiavi cri- stiani, come per liberarci prigionieri pei* debiti o altro. Teodulfo abbate Floria- ceuse, a cui si attribuisce l'inno Gloria, laus et honort divenuto vescovo d' Or- leans, scrisse un'epistola al clero di sua diocesi, al quale tra le altre cose gli dis- se: Niun prete o laico abbia ardire d'a- doperare il calice o la patena, o altro va- so sagro ad altro uso; imperocché qua- lunque persona beverà nel calice con- sagralo , altro che il Sangue di Cristo, e si servirà della patena fuori del mini- siero dell' altare, si deve spaventare con l'esempio di Baldassare, il quale per a- vere adoperato i vasi del Signore in uso comune, perde la vita e il regno. Il con- cilio di Londra del 1170 decretò, che non si consagrerà la ss. Eucaristia, se non in un calice d'oro o d' argento, vietandosi quello di stagno. Il concilio diTrento,sess. 1 3, col canone 7 sentenziò. »Se alcuno di- rà, che non è permesso conservare l'Eu- caristia in un vaso sagro, ma che subito dopo la consagrazione bisogna necessa- mente distribuirla agli astanti, o che non è permesso di portarla con onore e ri- spetto agl'infermi, sia anatema". Ricavo dal Ferrari. Vasa sacra convertens ad proprios usiis, vel alienans, officio pri- vatur, infamis sit} exeornmunicatur, et tenetur ad restitulionem.Couc.To\el. 1 7, cap. 4- Vasa sacra, vel alia ecclesiasti- ca judaeis vendens, est in poeni lentia re" legandus, etjudaei ipsa ementcs conve- nientis sunt a judice} ci ad restitutioneni *7! V A S coriun statini compellendi. Gregorius I, I. 1 , Enìsl. GG apudParavicinum,7Jo/^tftt- llica Sacror. Canonum,verb. Fasa,x\.° 8. 1 1 conci Ho di Bordeaux del 1 583 fece un regolaménto, ordinando che i vasi sagri nuovi non ponno ubarsi nella chiesa , se prima non sono slati consagrati o bene- detti; e Gregorio XII 1 con bolla 1' appro- vò a'3 dicembre. Prescrive la Chiesa, che lesagresnppelletlili, le vesti, glroi namen- ti, i (tanni li ni, e i vasi del ministero sia- no interi, nitidi e mondi. Avverte 1' ab. Diclich, nel Dizionario sagroditurgico, all'articolo Sacramenti.» Questa integri- tà e questa mondezza viene a mancare De' vasi sagii, quando per diminuzione o per decolorazione si deformano; ed allo- ra si dicono profanali e sospesi ipsojure, né il sacerdote li può usare nell'ammini- strazione de' Sagramtnli senza peccato, secondo 1' opinione del Gavanlo e di al- tri autori". Come ne Paramenti sagri, al- la primiera semplicità de' vasi sagri, suc- cesse la loro ricchezza e preziosità per maggior decoro del culto divino, forman- dosi d'oro,d'argento e gioiellali, oltre quel- li indorali o inargentati, e talvolta gli o- reficj e argentieri (de' quali nel volume LXXX1V, p. i7o),coll'eccellenza del la- voro superarono il valore della materia, decorandoli di superbe cesellature con a- naloghi ornati, Simboli (V.) e figure, co- me del Pastore [V.) buono, Gesù Crislo, ne'CW/W.alqual articolo dissi di loro dif- ferenti specie. Appena I' imperatore Co- stantino 1 donò la pace alla Chie>a verso il 3 i 3, con accordare a'crUtiani il libero esercizio della religione, fabbricò magni- ficamente in Roma e in altre parti più basiliche, le dotò di pingui rendite, e le arricchì di sagri donativi , vasi ed ogni specie di suppellettili; dice l'annalista Ri- naldi, che il gran prezzo de' vasi donali da Costantino I alla sola Chiesa romana, superò il valore de'vasi del tempio di Ge- rusalemme. Afferma il medesimo, che an- co in tempo delle persecuzioni e nelle grolle i Papi adoperarono vasi d'argeu- V A S to, ed anche lucerne simili, e si trovaro- no uegli scavi d'alcune catacombe, da' persecutori murate mentre i fedeli vi ce- lebravano 1' ufficiatura divina. Anche il Bonarroti ue\Y Osservazioni de* vasi anti- chi di vetro, asserisce che molte chiese e- rano ricche di sagri vasi preziosi, ne'tem- pi eziandio degl'imperatori gentili, i qua- li poi molti santi vescovi venderono per soslentamento de* poveri. Prudenzio as- serisce che i Papi quindi solevano ollrire l'incruento sagrifizio con vasi d'oro e d'ar- gento. Arricchiti i Papi dalla pietà de'fe- deli, furono generosi di splendidi e pre- ziosi doni di vasi, ornamenti e altre sup- pellettili sagre alle Chiese di Roma (V.) e ad altri Templi cristiani, il che narrai pure in altri luoghi. Osserva Piazza nel- Viride sagra, p. 272, che celebrando il Papa, i sagri vasi erano o tutti d'oro, o tutti indorati ; mentre que' de' cardinali erano intorno listati di qualche indora- tura, e que'de'vescovi di puro e liscio ar- gento. Ora gli utensili sagri che adopera- no i Papi, tranne il calice e qualche al- tro arredo d'oro, sono d'argento dorato; molti cardinali e un numero maggiore di vescovi usano vasi d* argento dorati, e gli altri d'argento. 1 vasi sagri e le altre sup- pellettili sagre, in uno alle sagre vesti, si custodiscono nella Sagrestia (^.), e an- ticamente nel Diaconieo (V.J.N'è custo- de il Sagrestano (F.), ed anticamente 10 era il Vestarario. De' vasi sagri o' è ministro il SiuJdiacono (V.)t perciò por- la il Manipolo {F.), che anticamente era Un panno o fazzoletto per pulirli e net- tai li, e c\\\dma\.o Mappa, Mappula, Man- tile. Ma notai nel citato articolo Sud- diacono, non potere esso toccare i vasi contenenti i divini sagramenli, bensì i vacui. Nella messa solenne tenendosi in- volta dal suddiacono la patena col Pelo Umerale, in tali articoli ne riparlai. 11 manipolo del sacerdote prima nel- la forma era diverso da quello del sud- diacono, e ricorda quel panno col quale si asciugava le lagrime di compunzione V A S o il sudore del volto. Incombe all' Acco- lito (di cui riparlai a Suddiacono), di pre- parare i vasi sagri. L'encomiato ab. Di- clich riferisce all'articolo: Vasi sagri. A chi spetta il toccarli? «A nessuno, Fuori del Sacerdote e del Diacono in ordine, è per- messo senza grave colpa il toccarli, nel mentre che contengono il Corpo e il San* guc di Gesù Cristo: così il Jus (Non opor- tet 26 etc. Non oporlet 3o, dist. 2 1 ), e il Plaudano, il Layman,il Suarez,il Tambu- rino,il Quarti e tanti altri riferiti dal Fer- rari nella sua B ih Ho theca al titolo Vasa sacra, n.° 8, insegnano lo slesso, contro l'opinione dell' Othovagia e del Gobato, che dicono non esser colpa mortale. Que- sti vasi sagri poi, cioè il Calice, la Pate- na, il Ciborio e il Corporale, fuori del sagrifìzio , si ponno toccare da' chierici, ancorché iniziati alla sola 1." tonsura: co- sì ritengono i sopraddetti autori, unita- mente allo Sporer, contro il Figli ucci e altri che ciò negano apertamente. Ponno lecitamente toccare i vasi sagri vuoti, e- ziandio in sagrifìzio, gli accoliti che ammi- nistrano, per concessione di Martino V, in cap. Non HceatpetìLìh. disi. 23. Inol- tre ponno toccare liberamente i vasi sa- gri, e lavare i corporali, tulli i religiosi an- che laici degli ordini mendicanti, e comu- nicanti ne' loro privilegi , specialmente quelli che sono deputati al servigio delle messe e della sagrestia, e ciò per un e- spresso privilegio concesso a' minori os- servanti da Calisto III e da Sisto IV, co- me viene riferito dal Casarub, Privileg. Mendicantium. 1 laici e lefemmine, ezian- dio monache, non ponno senza necessità toccare con nuda mano i vasi sagrile se- condo alcuni, peccano venialmente, sem- pre che però ciò si faccia per disprezzo, perchè, come dicono alcuni altri canoni- sti, i canoni che ciò proibiscono, si deb- bono intendere de Consilio, e per mag- gior decenza, e non sembra che conten- gano precetto alcuno. Se poi vi sia una qualche causa ragionevole, in nessuna for- ma peccano i laici e le donne, come rilen- VAS i73 gono il Quarti, Commentar, in Rubricis M issali s, par. 2, tit.i, dub. 6, vers. Col- ligitur quinto, il Layman, il Sanchez e molli altri. Per il che TEtn.° Card. Ja- copo Monico patriarca di Venezia sag- giamente nella sua costituzione de' 1 6 feb- braio 1828, art. 8, ordina, che: Tutti i laici e i chierici non costituiti in ordine sagro, che avessero avuto la permissio- ne di toccare i vasi e veli sagri, ne re' sleranno privi; e bramando di riaverla, produrranno a questa curia patriarca- le un attestato del proprio parroco che ne provi la convenienza ed il merito del postulante. Le monache poi sagrestane ponno lecitamente toccare! Calici e la- vare i Corporali e i Purificatori, giac- ché vi è in esse la sopra addotta causa ragionevole, mentre per officio debbono apparecchiare, ministrare, mutare questi vasi sagri, il che far non ponno senza toc- carli; così decise il Pasqualigo, De Sacri/, novae Legis, q. 83g, n.° 9, con molti al- tri; oltre di che godono anch'esse de'pri- vilegi propri de'regolari e de'laici regola- ri, come abbiamo veduto di sopra". VA SS A LO, Cardinale. Innocenzo II nel 1 i34o 1 1 35 lo creò cardinale dia- cono di s. Eustachio, diaconia che poi per- mutò con quella di s. Maria in Aquiro. Il Panvinio opina che fu creato cardinale diacono di s. Maria in Cosmedin nel 1 1 3o ovvero nel 1 1 33 ; ma Cardella dubita di tale asserzione, non trovandosi il suo no- me sottoscritto nelle bolle con tale diaco- nia, o almeno se l'ottenne fu per brevissi- mo tempo, seguendo l'affermato da Cre- sci n» beni nella Storia di s. Maria in Co- smedin. Quesli*lo dice creato nel 1 13£ diacono di s. Maria in Cosmedin, dalla quale fece passaggio alla diaconia di s. Maria in Aquiro, e finalmente all'Altra dis. Eustachio. Si crede morto neh 142 circa. VASSALLI0VASELLI0VALLENS, Fortanerio o Fortunio o Sertorio, Car- dinale. Della diocesi di Chaors nell' A- quitania, che FOldoino vuole nato nella i74 VAS Fiandra francese,™! Altri inVallia nell'In* ghilferra, per cui Godwino nel Commen- tario de prelati e cardinali inglesi a p. 701 scrive, di non comprendere il moti- •vo per cui questo cardinale sia stato detto Forlanerio Vaselli o Vassalli, mentre il suo genuino nome è Ser torio Fallens,con)e oriundo di Vallia in Inghilterra, e lo ri- levai nel riportare il novero de'cardinali inglesi, nel voi. XXXI V, p. 3o6; ma ciò \iene assolutamente impugnato dal dotto Baluzio, nelle note alle File de* Papi d'Avignone, 1. 1 , p. g5i , confutando con validi argomenti Godwino, negando il nome di Sertorio e la nascita inglese, laonde errò pure Fabri nelle Memorie di Ravenna, che lo disse guascone o in- glese. Professala la regola de'minori nel convento di Gordon, si avanzò talmente in Parigi ne' sagri studi , che Giovanni XXII neli322 ordinò al cancelliere del- l'università di Sorbona di conferirgli il ti- tolo di dottore, essendo già graduato in teologia,cheavea pubblicamente insegna- ta in Avignone nel convento del suo ordi- ne. Benedetto XII neh 34o, come accen- nai nel voi. XXVI, p. 92, lo fece vicario apostolico del suo ordine, per la promo- zione del generale Oddone al patriarcato d'Antiochia ; quindi nel capitolo generale tenutosi in Marsiglia nel 1 343 ad insi- nuazione di Clemente VI, restò eletto mi- nistro generale, mediante il breve in cui dichiarò che l'avrebbe avuto gradissimo. Nel tempo del suo generalato die l'abito religioso di s. Chiara a d. Saucia regina di Sicilia, Majorca e Gerusalemme, ve- dova di re Roberto, che assuuto il nome di Chiara della s. Croce,visse santamente per 6 mesi nel monastero di s. Croce di Napoli. Dopo aver governalo 5 anni il suo ordine, lo stesso Clemente VI nel 1 347 lo fece arcivescovo di Ravenna, dovecon tutto l'impegno si die a sostenere contro i ghibellini il partito guelfo seguace del Papa, che neh 35 1 lo trasferì al patriar- cato di Grado, secondo Cordella, lascian- dogli l'aiiHuinisUazioue di Ravenna. In VAS ubbidienza a* pontificii ordini, fulminò sentenza d'anatema contro Francesco Or- delalìì tiranno di Forlì, e contro Giovan- ni e Guglielmo Manfredi tiranni di Faen- za, oltre la crociata promulgata per re- primerli. Alcuni ricordati da Cardella , aggiungono che Fortanerio fu pure ve- scovo di Marsiglia, ma altri da esso pur citati lo negano. Innocenzo VI neh 354 lo deputò, insieme a' patriarchi di Co- stantinopoli e d' Aquileia, per coronare nella chiesa del b. Giovanni di Modoe- zia l'imperatore Carlo IV colla corona ferrea, abilitandoli che anco uno di loro potesse eseguire il solenne rito, in caso che si rifiutasse di compierlo Roberto ar- civescovo di Milano. Nel i355 lo inca- ricò della nunziatura al senato veneto per ristabilire la pace tra la repubblica e quella di Genova. La stima e il pregio in che lo teneva il Papa, apparisce dalle lettere scritte allora al doge Andrea Dan- dolo, dicendolo soggetto onorevole nella chiesa di Dio,uomo di gran virtù.eminen- te per iscienza, di specchiata probità di vita, e di pari saviezza ornato, amicodel- la pace e zelatore della concordia. Dipoi tornò nunzio tra le repubbliche nomina- te, per riconciliarle con Pietro IV re d'A- ragona, ed avendo colla sua prudenza e saviezza ottenuto l'intento, in premio pu- re delle altre gravi fatiche sostenute per la s. Sede , singolarmente nelP Emilia , Innocenzo Vi a* 17 settembre i36i in Avignone lo creò cardinale prete, e poco dopo o nel principio deh 362, non nel 1 37 1 come dice Fabri, morì in Padova d'epidemia che menava guasto per tutta Italia, con sommo dispiacere del Papa, che gli avea scritto alcune lettere perchè affrettasse la sua andata in Avignone a fine di ricevere l'insegne cardinalizie, e fu sepolto nella basilica di s. Antonio. Questo cardiuale,uomo dottissimo e d'al- to merito, commentò pressoché tutti i libri della divina Scrittura, ed alcuni di s. Agostino della Città di Dio, non che compose quell'altre opere teologiche che V A S sono riportate nella Biblioteca France- scana del p. Gio. da Salamanca, avendo pure composto I1 ufficio delle Stimmate di s. Francesco. VASSALLO o VASSO, Stipendia- rius, Vectigalis, Clìens, Fidaci arili s} Vassallus. Suddito, soggetto a Repub- blica, o a Principe o a Signore (F.J.Que- sta voce si usò anche in significato di Ser- vo da' nostri antichi scrittori. Dopo l'i- stituzione de' Feudi, si intese per la voce Vassallo, colui che teneva un feudo ri- levante da un altro signore, a titolo e coll'obbligo di omaggio e fedeltà. Perciò ne'libri del diritto feudale comune o lon- gobardico, i feudatari sono egualmente detti fideles e vassallo*, titoli loro pro- pri come provenienti dalla fedeltà che doveano a'padroni. Vassallaggio, Lex Vectigalis, Clientela, è la servitù dovu- ta dal vassallo al signore. Dice Mura- tori nella Dissertazione xi> essere stato ancora in uso, che i vassalli de' re, duchi, marchesi, conti, vescovi, abbati ec, aves- sero de' vassalli minori, che perciò erano appellali Valvassores. \\ Dizionario del- la lingua italiana insegna che Varvas- soro o V alvassoro3 Varvassore o Val- vassore, era quel signore, che ricevea la giurisdizione da'eonti, da'vescovi, e da- gli abbati vassalli d'altro signore. V in- vestivano delle terre con sub-infeudazio- »i. 11 Borgia nelle Memorie dì Beneven- to, e nella Difesa del dominio temporale della Sede apostolica afferma, che si ha da'libri de'feudi che un tempo i più. no- bili tra'vassalli erano i Duchi 3 i Marche- si^ Conti ,i Baroni ,gli Arcivescovi, i Ve- scovi e gli Abbati, i quali direttamente riconoscevano da'/ie e Imperatori, e pe' domimi della Sovranità della s. Sede da' Papi, i loro feudi e le loro dignità tempo- rali. Questi poi solevano concedere in feudo castelli o altri beni a cospicui no- bili privati, per avere alle occorrenze di- fesa e il loro servigio nella guerra, e cor- teggio e omaggio nelle pubbliche e ono- revoli comparse, come ne Possessi di lo- VAS 175 io dignità. A questi nobili si dava il no- me di Valvassori maggiori, e d'i Capi- tando Castellani, cioè quando non go- devano il titolo di duca, ma rchese, conte, barone. Similmente poi questi nobili sub- infeudavano corti e poderi ad altri me- no nobili, per avere anch'eglino de'segua- ci e aderenti nelle loro bisogne. E que- st'ultimi venivano distinti col nome di Valvassori minori, ossia di Valvassini. Pare, secondo il medesimo Borgia, che i Valvassini o Valvassori minimi, pro- priamente fossero quelli che tenevano sub-feudi da'valvassori minori. A'feuda- tari era comune il nome di Milite (F.), perciò gli slessi feudi si appellarono Ali- litiae. I Sovrani (V.) nel Medio evo si feceroun pregio, perdivozione a s. Pietro e per ollenere la protezione efficace de* Papi e della s. Sede, di sottomettersi e chiamarsi loro vassalli, con annuo cen- so, omaggio e giuramento, dichiarando i loro Stati e Regni tributari della s. Se- de (V.). Il medesimo Borgia nella Breve istoria del dominio temporale della s. Sede spiega le parole : Ligiits homo, Li- gium homagium, pervassalloe vassallag- gio. Queste formole sì spesso ripetute ne' diplomi dell'investiture, ne' giuramenti, ec. dimostrano che l'investito era vero vassallo della s. Sede, e che alla medesi- ma prestava vero e proprio vassallaggio j e rinvestiture date dalla s. Sede provano ad evidenza il suo sovrano dominio sulle medesime.E proibito agli ecclesiastici da- re ìnFeudo (V.) i Beni di Chiesa, senza il Beneplacito apostolico (V.). V Inve- stitura o infeudazione, è il concedere do- minio o in feudo a colui che presta giura- mento di fedeltà al signore dominante, di quanto è a lui tenuto. Si conferiva me- diante la tradizione delle cose e di sim- boli, che nel citato e relativi articoli ri- portai. 11 Tributo (V.) è quel censo che si somministra o paga dal vassallo e dal suddito. 1 Difensori (V.) o avvocati o visdomini delle terre delle chiese, per lo più erano vassalli delle medesime. La 176 VAS Regalia (V.) è quel diritlo temporale e- sercitato da'sovrani, di dominio e giuris- dizione temporali, e comprende i feudi e perciò i vassalli. Servo (fr.) è colui che serve : in quell'articolo ragionai pure de' liberti e delle loro varie manumissioni, azione colla quale si rendeva loro la li- bertà, non meno che agli Schiavi (F.). Ke'due articoli parlai delle diverse spe- cie di servitù. Il eh. cav.Betti nell'Album di Roma, t. 21, p. 227, ci die l'erudito articolo: Schiavitù dell'antica Roma. Giustamente rimarca, aver dichiarato il Diot nell'egregia opera: Abolizione del- la scliiavitu i/i occidente, che gli storici, i quali descrivono i primi tempi di Roma, non fanno menzione degli schiavi sotto» re, ne sui primordi della repubblica. Gre- desi dal cav. Betti che sia caduto in fallo; imperocché senza ripetere la tradizione che attribuì a re Numa o a re Tulio O- stilio l'introduzione de' saturnali in Ro- ma, i quali potevano essere una festa di puri servi o famuli, anziché di veri schia- vi ; e neppure riparlare di re Servio Tul- lio, che al dire degli storici fu figlio d'u- na schiava presa a Comico! i nell'espu- gnazione di quella città, perchè Cicero- ne dice semplicemente che Servio nacque ex serva larquiniensi, benché Dionigi affermi fondarsi la sua opinione sulla fe- de d'autori di maggior credito. Certo è però, il Betti soggiunge, che la gente Vilellia, secondo Livio, o Aquilia, secon- do Dionigi, avea schiavile che uno di essi fu quel Vindicio , il quale udendo nella casa o degli Aqnilii o de' Vitellii trattarsi d' una grande congiura contro la nascente repubblica, corse a manife- stare la cosa a'consoli. Schiavo dunque fu Vindicio, a rigor di termine; poiché venue poi con tutte le solennità pubbli- che della legge restituito da Bruto e da' romani alla libertà e posto nel numero de'cittadini. Chiaro è intorno a ciò il te- stimonio di Livio, che riproduce. Termi- na con dire: forse un' altra prova della schiavitù fra'romani ne'priucipii della re- V A S pubblica può trarsi da ciò che dice il grande storico nominato, narrando una scaramuccia fra le genti de' consoli Va- lerio Pubblicala o Poplicola e Lucrezio dall'una parte, e quelle di Porsenna dal- l'altra mosse all'assedio di Roma. Si ap- prende da Giulio Cesare, che la maggior parte de'germani vivevano di latte, di ca- cio e di carne; che presso di essi niuno possedeva terre, né limiti che fossero loro propri, per cui presso que'popoli non po- tevano esservi feudi. Ma, secondo Tacito, ogni principe avea una truppa d'uomini diesi univano a lui e lo seguivano alla guerra; e chiama segno di dignità e di possanza l'essere sempre circondato da una folla di giovani ch'erasi scelto; non che ornamento nella pace , e baluardo nella guerra. Que' giovani, che Tacito chiama comites, s' impegnavano con sa- gra promessa a difendere il loro principe, che in quanto a lui era obbligato a som- ministrar loro il cavallo di battaglia e il terribile dardo. Il pasto poco delicato, ma copioso, era una specie di stipendio, con cui il principe pagava i servigi ch'e- rano a lui resi. Per tal modo presso i ger- mani non eranvi feudi, perchè i principi non aveano terre da distribuire: vi era- no vassalli, perchè trova va osi uomini fe- deli che con santa parola s'impegnavano generosamente nelle guerre, e prestavano a un di presso lostesso servizio, come po- scia si fece dopo l'istituzione del feudali- smo. 11 sistema feudale, ch'ebbe lodato- ri e detrattori egualmente, per le pre- potenze ed enormi abusi ch'esercitò,i qua- li deplorai e riprovai in tanti luoghi, co- me l'obbrobrioso che con pena ricordai nel voi. LXXVII, p.ig3, similmente a molte altre cose più cattive che buone che ci vennero,fu un sistema portatoci inltalia dagli stranieri, i Longobardi (^.). An- che prima della istituzione de'feudi, vien fatta menzione de' vassalli del re e degli altri principi, perchè è certo eh' essi tro- va vansi tra il numero de Famigliari o Domestici dell'imperatore o del re, e che V AS erano quelli stéssi che chiamavano Vassi regale s seu Dominici. Questi vassalli e- rano persone considerabili, e trova vansi immediatamente nominati dopo i conti. Venivano compresi sotto quel nome tutti quelli ch'erano uniti al re colla religione del giuramento. Quando essi erano ac- cusati di qualche delitto, ed obbligati a purgarsi col giuramento, avevano il pri- vilegio di far giurare per se colui che tra di essi godeva della maggior stima e che meritava ampia fede. Qualche volta essi erano mandati nelle provincie per assi- stere i conti nel Tribunale [V.) che al- zavano nell'amministrazione della giu- stizia e de'pubblici affari ; e quando i vas- salli regi recavansi al luogo della com- missione loro, ricevevano contribuzioni e Tributi al pari de'commissari del re, Missi Dominici. Il principe assegnava poi loro delle terre nelle provincie, aftin- ché ne godessero a titolo di Beneficio ci- vile, /ure beneficii, e siffatte concessioni non erano se non in vita, ed anco amovi- bili. Questi benefìzi obbligavano i vas- salli non solamente ad amministrare qua- li Giudici la giustizia , ma anche a ri- scuotere a nome del signore i Dazi che ne dipendevano mediante un annuo Li- vello. Dovevano pure un servigio di Mi' lizia, e appunto per questo nel secolo X ogni possessore di feudo lasciò il titolo di Vassas per assumere quello di Miles. Dissi già , che distinguevansi due specie di vassalli, i maggiori e i minori e deno- minati valvassore^. I principi essendosi creati de'vassalli immediati colla conces- sione di benefìzi civili, si fecero anche de* vassalli mediati, permettendo a'nobili di crearsi anch'essi de'vassalli, dal che de- rivarono le sotto-infeudazioni, i feudi di- pendenti da altro feudo, i vassalli di- pendenti da altro vassallo. Anzi molti F escovi (V.) ed Abbati, che godevano signoria temporale con sovrana giurisdi- zione, sebbene vassalli di re o altri prin- cipi, adessi concessero l'infeudazione del- le tene o castella delle loro chiese e mo- voi. LXXXVIU. VAS 177 nasteri. Perciò ebbero a vassalli re e al- tri potenti principi, ch'erano tenuti neJ loro possessi, massime a'vescovi, a pre- star loro omaggi riverenti e anche singo- lari, ricambiati con donativi, anche rile- vanti, come narrai descrivendo i vesco- vati che riunirono il principato tempo- rale. Quindi moltissimi vescovi signori temporali, tra' loro vassalli più nobili e potenti nominavano il gran coppiere, il gran maresciallo, il gran ciambellano, il gran cacciatore, il gran portiere, ed altri con titoli d'uffizi onorifici; Siffatti vesco- vi con signoria temporale, pontificando u&avanoSperonif V.) ealtre insegne prin- cipesche, ed accanto all'altare pouevano la Spada (V.), il cimiero, la manopola, la miccia accesa ec. I vassi o vassalli mag- giori de're e imperatori, ed i loro feudi erano sottoposti solamente e immediata- mente alla regia e imperiale maestà, né dipendevano dalla città o dal suo gover- no. Alcuni hanno distinto il Fasso dai Vassallo, credendo che vasso fosse quello che godeva qualche podere jure bene/I- ciario, cioè a titolo di feudo ; ma come ben dice il Muratori nella rammentata Dissertazione de' Vassi, Vassalli, Be- nefizi, Feudi, Castellani ec, per esser vasso non esigevasi il godimento di qual- che benefizio. Osservarono il Du Gange, il Boxhornio e l'Eccardo, che Vassos in linguaggio cambrico significò famulus e ministerj quindi parrebbe che il voca- bolo di vasso fosse dato a chiunque ser- viva nelle corti regie anche senza posse- dere benefizi. Forse talvolta si disse vas- sallo colui che serviva un signore infe- riore; però in un capitolare dell'823 sot- to Lodovico I il Pio > sono nominati i Fassi et Vassalli regis, senza alcuna distinzione, il che farebbe credere che vassallo fosse lo stesso che vasso. Ma ge- neralmente parlando portavano per Io più il nome di vassalli que'nobili che ser- vivano a'duchi, marchesi, conti, vescovi ed anche abbati per lustro della loro corte e famiglia. A questi tali perlagione della 12 i78 V A S corica, o pure dopo un lungo servizio in ricompensasi concedeva il godimentodi qualche podere con titolo di benefìzio. Diventava dunque allora vasso o vas- sallo chiunque si metteva, come oggi diciamo, al servizio di qualche re o gran signore, e questo chiama vasi commen- dare se in V assaticum ^ ma senza che per questo si ottenesse immediatamen- te un benefìzio. Quindi molli erano creati vassi, cioè erano ammessi al ser- vigio de* conti o d' altri gran signori , senza avere ancora conseguito alcun be- nefizio. Piicavasi altresì da un preceden- te capitolare di Carlo Magno dell' 812, che Vassi Dominici , cioè regi, avevano Fassallos suos casatosì cioè al loro ser- vizio delle persone civili ed onorate. An- che i vescovi avevano i loro vassi: nel si- nodo celebrato nel 978 da Gauslino ve- scovo di Padova, nel documento pubbli- cato dal Muratori, si trovano sottoscritti alcuni che s'intitolano, Vassi ejusdem DomniGausliniEpiscopi.Dìftevema dun- que vi è fia'vassi o vassalli de'secoli an- tichi eqùe'de'posteriori.Negli ultimi tem- pi e prima dell'abolizione de'feudi, uiuno veniva costituito vassallo, se non a tito- lo e per ragione di qualche feudo a lui conceduto: ma anticamente per esser tale altro non si richiedeva se non l'essere am- messo al servigio del re, duca, conte ec. Quindi appreudesi dui monaco di s. Gal- lo, Z?e Gest. Caroli iKOb.i,cap. 22, che l'essere a que' tempi Vasso o Vassallo altro non significava, che l'essere al ser- vigio di qualche regnante o signor gran- de. Vigeva però la consuetudine di con- ferire a que' cortigiani qualche benefizio da godere, forse solamente durante la lo- ro vita. E per solo Vassalico , ossia ser- vigio, sembra che si giurasse fedeltà al si- gnore. Poiché negli Annali de' Franchi, all'anno 757, Tassilone duca Fidelità- tem promisit Regi Pippinoy sicul Vassus etc. Ed all'anno 787: Contristaius Tas- silo venitper scmelipsumt tradens se ma- nibus Domni liegis Caroli in Fassati- VAS cunij et reddens Ducatum sili commi** sum a Donino Pippino Rcge. Perciò i vas- si erano appellati Fedeli, e nel linguag- gio delle leggi saliche e visigotiche Leu- des, perchè giuravano fedeltà al signore. Nel lib. 4> cap. 5 delle leggi visigotiche sono osservabili queste parole : Quod si inter Leudes quicumque nec Regiis Be- neficiis aliquid consequutus.k. questi vas- si o vassalli furono dati de' poderi in feu- do non solo, ma s'introdusse anche il con- cedere con questo titolo le castella , le marche ed i ducali. Così all'esempio de* re anche i duchi, marchesi, conti, vesco- vi, abbati si procacciavano de' vassalli col dare ad essi in feudo terre e castella. E- rano poi tenuti i vassalli non solo a mi- litare in favore del loro signore, ma an- che ad assistere ad esso per onore in cer- ti tempi, e come suol dirsi far loro la cor- te, il che già notai. Si legge nella vita di Ugo Capeto, capo della 3.a stirpe de're di Francia. Essendo duca di Francia e il più polente signore del regno, gli fu conferita la corona in un'assemblea tenu- ta a Noyon e fu consagrato da Adalberto arcivescovo di Reiois a'3 luglio 987. Ta- le assemblea non dovea essere numerosa : dopo il trionfo della feudalità, non vi po- tevano più essere adunanze della nazione, poiché gli uomini liberi erano a poco a poco caduti in servitù, ed i nobili di- pendevano, pe'loro feudi, da alcuni gran- di proprietari, i quali soli esercitavano il potere politico, e venivano intitolati vas- salli della corona. 11 numero de' grandi vassalli non oltrepassava allora quello di 8, cioè : il duca di Guascogna, il duca d' Aquitania, il conte di Tolosa, il du- ca di Francia, il conte di Fiandra, il du- ca di Borgogna, il conte di Champagne, e il duca di Normandia, dal quale la Bretagna a quell'epoca dipendeva anco- ra. Tali erano i signori che aveano un interesse reale nella scelta del mouarca, perchè soli trattavano direttamente con lui : gli altri francesi non erano più i sud- diti del re, ma gli uomini de'grandi vas- V AS salii e poco pensavano a chi sarebbe of- ferta un* autorità reale che non si esten- deva più (Ino ad essi. I grandi vassalli di Francia, come i principi liberi dell'impe- ro eleggevano P impelatole, sceglievano per re colui, che loro non lasciava te- mere di nessun tentativo contro la lo- ro indipendenza. In molti documenti del- la gran contessa Matilde si trovano sot- toscritti i suoi nobili vassalli da Uibianel- lo, da Daiso, da Palù, da Nonantola, da Tignola, da Sa vignano, reggiani, mode- nesi ec. E quando Enrico V neh i 16 ca- lò in Italia per impadronirsi dell'eredi- tà della gran conlessa, tutti i vassalli cor- sero a fugli corte. Tanto il signore do- minante che possedeva il feudo , quanto il vassallo che lo teneva per investitura, dissi che aveano de' reciproci doveri da compiere P uno verso l'altro; il signore doveva protezione al suo vassallo, e que- sti onore e fedeltà al suo signore. I vas- salli si chiamavano altresì parie compa- gno, perchè erano eguali in ufficio: non potevano esser giudicati se non da' loro eguali, come si osservò in Francia verso i pari fioche durò la paria, in qualità di grandi vassalli della corona. Però non e- rano d' egual rango il principe diretto ed il vassallo , uè potevano perciò muoversi scambievolmente la guerra , e decadere scambievolmente da'rispettivi diritti; poi- che il vassallo in qualunque giuramento che preslava al suo principe, dal quale ri- conosceva un 2.0 feudo, vi dovea mettere la clausola di difenderlo contro chiunque, tranne contro il padrone diretto del i.° feudo. Il vassallo perdeva il suo feudo per diverse cagioni, che si compendiano così: quando egli pel i.° metteva la mano sul suo signore ; quando non lo soccorreva nelle guerre, o quando s' armava contro di lui, accompagnato da altri suoi paren- ti; quando finalmente persisteva in qual- che usurpazione sul suo signore, e negava di riconoscerlo. I doveri del vassallo si ri- ducevano a 4 cose precipuamente: i.° nel prestar fedeltà e omaggio al suo siguore VAS i79 dominante in ogni mutazione del signo- re e del vassallo; 2.0 nel pagare i diritti che si dovevano al signore pe'cambiainen- li di vassallo, come il quinto pe'cambia- menti per vendita o per altro contralto equivalente ec. ; 3.° nel somministrare al signore la ricognizione e numerazione del suo feudo ; 4-° finalmente nel comparire alle udienze del signore innanzi a'suoi uf- ficiali quando fosse citato a quest'efFetto.ll vassallo doveva prestar fedeltà e omaggio in persona, ed in quest'atto doveva met- tere uu ginocchio a terra, colla testa sco- perta, senza spada e senza speroni. Il giu- ramento dell'omaggio ligio importava ne- cessariamente una total dipendenza dal si- gnore direi to,onde non se gli possa muove- re guerra senza incorrere nel reato di fel- lonia e decadere dal feudo. II cane arislo- cralico per eccellenza , da tempo imme- morabile, è senza dubbio il levriero. Sul- le più antiche tombe l'effigie coricata d'un alto e potente siguore, ha quasi sempre il levriero a' piedi siccome emblema della fedeltà de'sUoi vassalli, o di quella che a- ve va égli slesso pel re suo sovrano.1 1 simu- lacro del Leone (F~.) che si vede late- ralmente alla porta principale de' Tem- pli, ricorda pure che tra loro sedeva il si- gnore feudale a rendere giustizia. Quan- to riguarda i vassalli de'Papi e della s. Se- de, ne trattai negli articoli ricordali in principio; alcuni corrispondevano tenui Censi e Tributi (J7,), come fece Martino V nell'inveslire di Bracciano e lago Sa- batino (di cui riparlai nel voi. LV1I1, p. 1 1 8 e 1 2 1 ), e in vicariato, nel \ 4 1 7 gli Orsini per un triennio, col solo censo d'un avolloio. Quaulo alle pontificie provvi- denze repressive de' vassalli feudatari, qui solo ricorderò: Pio li colla bolla Ad reti- nendas, de'28 gennaio 1 461, Bull. Boni. t. 3,part. 3, p. 110: Contra homicidas, vel de homicidio condannatosela diffa- matosi ditioni s. Bomanae Ecclesiae mediate., vel immediate subjeclos. Paolo II colla bolla Viros sanguineo s, de' 22 settembre 1467, loco cit.,p. 120: Con* i8o V A S tra vindtctam transversalem in Urbe ejusqtie districtu sumentcs, aut Caval- cata.*;, seti hominum colicela* facientes, brigososq. et eorum f autor es. Innocenzo Vili colla bolla Licei eai de' 1 3 settem- bre 1 4^8, loco cit., p. 2 1 9 .* Contea exu- les, et bannitos ab Urbe, minai prò habenda pace ab qffensis, vel eorum haeredibus, inferenles, eorumq. min- cium sciente r desuper afferentes. Giu- lio II colla bolla Quia nìhil est, dell' 8 novembre i5o3, loco cit., p. 25g: Coii' tra Barones, et Conimwdtates Status Ecclesiastici, eorum territoria non cu* stodientcs a bannitis,furibus, et aliis de- linquentibus. Il medesimo Papa colla bol- la Cum homines, de*27 novembre 1 5o3, loco cit., p. 269 : Co atra homicidas, et alios capitaliter bannitos, aut sibi jus dicentes,aut Cavalcatala facienles etc, eorumque receptatores, etfautores.heo- ne X colla bolla Romani Pontifici, del i.° settembre i5 18, loco cit., p. 264: Contra Barones, et Communitates non custodientes eorum territoria a banni- tis,furis etc. Quindi emanò la bolla O- mnes quidem, de'2 3 gennaio 1 520, loco cit., p. 472 : Contra homicidas, banni- tos, etc. Communitates, et Dominos eos non capiente?, aut auxiliantes, faveti- tes, et receplantes in Statu Ecclesia- stico. Clemente VII colla bolla In San- età, de' 12 giugno \5i^, Bull. Rom. t. 4i par. 1, p. 44 ; Approbalio, et ex- tensio consti tutionum Pii II, Pauli II, S;xti IV, Julii II, et Leonis X, contra homicidas, bannitos, sumentesque vin- dictam de propinquis offendentis, nec non brigosos, etc. Ac Barones, et Com- munitates eorum territoria a praedi- ctis non custodientes in Statu Ecclesia- stico. Giulio IH colla bolla Cumcivita- tes, de' 22 settembre i5523 loco cit., p, 297 : Contra Franchitias in Urbe re- tinentes, et Curiata in executione ini- pedicntes, cum approbatione Constitu- tionum contra bannitos, etc. editarum. Di più colla bolla Cumsicut, del i554, V AS loco cit., p. 3 1 2 : Contra honiteidas, !>ri^ gosos, ducllantes, et alia gravia erimi- ria palranlcsi, bannitosque, et eorum complice?, receptatores, et fautores. La Congregazione cardinalizia della s. Consulta (V.), ripete la sua primi- tiva origine da Paolo IV 2 come Tribu- nale di Roma (Vt)t era eziandio tribu- nale di ricorso de' vassalli contro i ba- roni de'feudi, dipendenti dal principato temporale della Chiesa romana, e contro i loro ministri, reprimendone gli arbitrii e l'estorsioni. Il successore Pio IV col mo- to-proprio Quìa nonsolum ex debito, de* 1 3 ottobre i56o, Bull. Rom. t. 4> pai- 2, p. 49' Vassallorum obligationes de re- terò fiendae , prò eorum Domimi Sedi Apostolicae subjeclis, nullae erunt. Et Domini eorum Vassallos ab obligatio- nibus jamfictis indemnes r elevar e , ci pecunias solutas infea sex menses re- stituere cogentur. Indi colla bolla In e- riunenti, de'6 gennaio i56i, loco cit., p. 66: Confirmatio Consti tutionum a Pio II, Paulo II, Sixto, IV, Julio II, Leo- ne X, et Clemente VII, editarum con- tra homicidas, et bannitos, eorumque fautores, et complices , ac Dominos, Communitates non custodientes eorum territoria a bannitis,furibus7elc. Et re- vbcatio quarumeumq ne facilitatimi gra- tiandi homicidas, aut cum eis compone ti- di. Col breve Etsi cuncla, de' io aprile i562, loco cit., p. 1 1 1 : De homicidiis, aliisque rei? poenae capitali?, etc. Colla bolla Superna providenlia, de'6 ottobre 1 564, e moto-proprio Continua men- tati, loco cit., p. 181 : Cancellariae eri- mina les Status Ecclesiastici ex causa vera onerosa aliis non concessae, Rev . Cam. Ap. iteratur applicantur. Et sla- ttila prò Cancellariis praefiniuntur. Curii privilegi orum concessione. Ac The- saurarii et A. C. super illis et eorum cau?is3 jurisdictione, et auetoritate. Il successore s. Pio V, colla bolla Ex su- pernae, de' 3 luglio i566, da lui e t\a 2 j cardinali sottoscritta, loco cit., p. 29 > ; V A S Innovalio, et amplialìo Constitutionum a Pont. Praedecessorihus adì lanini con- tro, homicidas,brigosos,vindictatn tran- sversalem, nut hominum collectom fa- cienles,ftcinorososque homines, eor unt- ane complice* , et fautore s ) Communita- tes quoque, et alios eoruni territorio a praedicfis non custodie ntes in Stalli Ec- clesiastico. Gregorio XIII colla Lolla Tonta, tamque hor renda , dell' i i luglio i58o, sottoscritta da lui e da'cardinali, Bull. Boni, t.4, par. 3, p. 45 1 : Innova- lio Consti tulio/inni a Praedecessorihus editoriali contea homicidas, et alios ca- pita liler bonnilos. Et majorem pocna- rum inflictio in corum receptatores, et auxiliontes, Communilatesque eos non persequen tes ,et capiente s. Le disposizioni di Sisto V , le riportai nel suo articolo e in quello di Velletri. Clemente VI IIneh5c)2 istituì ìaCongregazione cardinalizia del Buon Governo (T7.), tra le cui attribu- zioni esercitò quella di vegliare sui com- missari dc'baroui feudali e vassalli della s. Sede, a vantaggio de' sudditi. Lo stes- so Papa nel i 5c)6 istituì la Congregazio- ne cardinalizia sopra i Baroni dello stalo ecclesiastico (/r.) , per ovviare a' danni, che da questi ricevevano i loro vassalli, a' quali con lunghe liti e cavilli non pagavano i debiti che con essi aveva- no. 1 lJapi ebbero diversi sovrani, duchi e principi per loro vassalli, per averli in- ondati per linea mascolina legittima, di parte de'dominii temporali della Sovra- nità della s. Sede (fr.) , nel quale arti- colo dissi ancora della loro cessazione, ed eziandio di quella de'feudi minori, e que- sta interamente compita pochi anni ad- dietro con pubblico vantaggio. Le pre- tensioni di certi baroni nelle chiese, se non godono il padronato, non sono giu- ste, e devouo considerarsi come gli altri fedeli, ne' luoghi cioè ove sono cessati i diritti feudali. Perciò non competono lo- ro nelle chiese quelle distinzioni che al- cuni esigono. Al più per convenienza può loro dai si il geuuilessoiio distinto, ma VAS 181 senza strato, ne cuscini. La congregazio- ne ceremouiale nel 1701 proibì lo strato o tappeto e i cusciui nelle chiese, tranne pe' cardinali, i vescovi ed i sovrani, sotto pena di scomunica ipso facto, e dell' interdet- to alla chiesa e suoi rettori. Il decreto fu approvato da Clemente XI ùi ottobre, e si legge nel Bull, lìlagn., t.8, p. 4^7, e nel Novaes, Storia di Clemente XI, § 4^. La Torre (V.) divenne asilo di prepotenza, di crudeltà e d'insidie, an- che pe'trabocchetti, pe 'feudatari: ne fu- rono trovate eziandio ne' Palazzi di Ro- ma (F.). QuestijCome altri baroni feuda- tari, ebbero contigue torri; e fu distin- tivo del feudalismo I* avere i baroni ne' loro Feudi, nel palazzo baronale, grosse catene per la berlina de' delinquenti, ed in città qual segno di giurisdizione e di Franchigia. Il medio evo e il feudali- smo ammisero il Duello (F.) nella bar- bara loro ignoranza, come conseguenza delle grossolane credenze del tempo. La ragione del più forte e del più destro era la migliore. Il duello, ossia la lotta fra due uomini, viola dapprima la legge di Dio, e poi le leggi sociali. In ogni tempo è stalo condannato della religione, dalla morale e dall' ordine pubblico sì bar- baro avanzo del feudalismo. Il ch.Reu- inont nella recente sua opera, Della di- plomazia italiana dal secolo XIII al XFIt a p. 211, osserva che tutti i prin- cipi minori nel secolo XVI s* affaccenda- rono per ottenere predicati, ossia Titoli d 'onore (V.), e fra questi iRovereschi du- chi CÌTJrbino, i Cibo-Malaspina di Mas- sa e Carrara, ed altri. Laonde verso la metà del secolo XVII, del povero titolo d' Eccellenza (V.) non si contentavano se nou i vassalli de'prineipi maggiori e i principi romani. Lo scialacquo de' titoli fece sì che alcuni di essi perdessero il lo- ro valore e significato primitivo. A. Ge- nova e a Firenze v'hanno de (Marchesi a dismisura (come altro ve, inuumei abili poi sono i titoli di conte che dispensarono,*' i duchi di Ferrara adi Urbino, ed altri ,82 V A S vassalli della s. Sede a'Ioro vassalli minori e con subinfeudazioni); eppure quest'era un titolo che ancora nel secolo XV con- veniva agli Estensi di Ferrara, a'Gonza- ghi di Mantova, e a'grandi vassalli del- la Chiesa romana, che possedettero tem- poraneamente la Marca d'Ancona, sic- come sotto Eugenio IV, Francesco Sfor- za poi duca di Milano. Dice inoltre, di tacere del titolo di conte, che a quel me- desimo tempo spettava a'signori d* Urbi" no e di Monte Feltro (su di che meglio è vedersi tali articoli); ed osserva pure, che colla dignità di Duca e di Principe era prima congiunto il titolo di Eccel- lenza Illustrissima, ma tosto si attribui- rono quello d' Altezza, cogli aggiunti di Serenissima e di Reale, Sui vassalli e sub le servitù, si ponno consultare i seguenti. Novari, De gravaminibus vassallorum, G. Aleandro, Cornine ntarius in legem de Servitutìbus. Bartolomeo Cipolla , De Servitutibus, Lugduni 1 552.TitoPopma, De opcribus servorum, Odici na Planti- niana 1608. A. Loon, De Manumissio- ne servorum apud romanos, Ultrajecli |685. M. Piover, Frammentimi veterum leti dejuris spcciebus , et de Manumis- sionibus, Lugduni Balavoruni 1 789, Gio- vanni de Marinis, De feudis, Neapoli i565. Giuseppe Cumi, De successione ftudaliunij Catinae i563. Martino de Caratis, Lectura in opere feudorum3l$a- .sileae i564- A. Borrini, Cavalcata sive de servitiis vassallorum, Augustae Tau- rinorum i5y5. Amedeo Ponte, Quae- stioncsLaudimiales ex suo tractalu feu- dali desumptat, Augustae Taurinorum 1577. Michele Belli, De feudis, llomae 1 792. Bartolomeo Camerario, Bepetitio legis de prohib. feud. alien, per fede. Romae 1 558. Della proclamata riforma per P abolizione della servitù ed affran- camento de'contadini servi, abitanti nel- le terre de' proprietari nobili, che ora trattasi d'eseguire in Russia, ne feci cen- no a Varsavia. Nientemeno riguarda il rnovvediineulo maguanimodi migliorar V A S la condizione a 25 milioni di persone, e di restituir loroi diritti dell'esistenza ci- vile e la dignità di uomini, di cui erano state private. Ne sarà felice conseguenza 1' ammirazione del mondo, le benedizio- ni celesti e de'beneficati, e la patria pro- sperità, a cui è intento l'animo benigno e generoso dell'iroperatoreAlessandro II. Nel 1 855 fu pubblicata inFirenze: Storia de Municipii Italiani daG regorioV II a Carlo E, di Paolo Emiliano Giudici (il quale nello stesso anno e nella medesima città pubblicò la suo Storia della let- teratura italiana). Ne diede ragguaglia la Cronaca di Milano del 1 855 a p. 1 53. Riporterò un brano relativo al discorso argomento, con alcune dichiarazioni mie fra parentesi. » Fra le lotte del secolo X il popolo acquistò novella esistenza. Fino a quel punto esso era composto Partigia- ni (uniti in Università artistiche} senza nessuna franchigia, di censitali, che la- vorando un fondo rispondevano con un certo qua! censo e con servigi personali al loro padrone, e di co/o/?i ch'erano l'ul- timo grado dell'umana famiglia, condan- nali all'assoluto arbitrio del loro signore, oggetti di commercio, cornei giumenti ed i buoi, nati coloni,obbIigati a non procrear che coloni, (issi al campo che bagnavano del loro sudore, senza nemmeno la povera consolazione di cambiar orizzonte. Ma gl'imperatori, accordando feudi e privi- legi a'monasteri eda'vescovi, benché non badassero più in là chea crearsi ile'fauto- ri (può aggiungersi , come apparisce da' diplomi di donazione, per Suffragio del- l'anime de'loro parenti, per implorare da Dio il perdono de'loro peccati) contro il loro più formidabile nemico, il Papa (per- chè questi difendeva le sante ragioni del- la Chiesa , ne infrenava la prepotenza e l'esorbitanze, e qual padre comune pro- teggeva gli oppressi), involontariamente dilfondevano intanto in Italia una gene- rale riforma. Chi abitava sulle terre ili- pendenti da'vescovi, da chiese, ila bailie, da mouasteri cessava d'esser colouo per V AS ili ventai- censitale; giacche la schiavitù eia incompatibile col Vangelo e colla ino* rale predicata dal monaco e dal sacerdo- te. In riconoscenza questi liberati sorge- vano a sostenere i liberatori, rinforzando di tal modo l'autori là del sacerdozio. I monarchi vedeano di buon occhio que- st'iuualzaineuto della potenza ecclesiasti- ca; onde mano mano che morivano i feu- datari secolari, venivano i loro benefizi trasfusi in autorità ecclesiastiche (per pie e benefiche fondazioni, nella più parte), e ciò per due solenni interessi. III. d'a- ver favorevoli nelle diete i vescovi che vi teueano i primi posti; il 2.0 d'evitar il pe- ricolo che i feudi in mano de'laici diven- tassero inalienabile eredità di famiglia, o si rendessero così sempre più minacciosi a chi già stava in cima del potere, lnfatto il gigantesco colosso della baronia (ogui tribù, presso i germaui chiamava*! Fa- re, e i loro capi Farones, donde Baro- ni) ricintosi di vassalli e castelli , aveva tentato più volte di salire i gradini del tro- no per sbalzarne quelli che già vi stavau seduti. Bisognava dunque rompere la sca- la che dava accesso a quell'altezza. Infat- ti non andò molto che i conti non ebbero più giurisdizioni se non sulle disunite masse della campagua perciò dette con- tadìy e a'soli vescovi restò il dominio sul- le masse compatte delle città. Fermi que- sti vescovi alle loro evangeliche dottrine, fondevano insieme le dilfereuze sociali, finche alla dieta di Pavia proclamarono 1' eguaglianza tra franchi , italiani e lon- gobardi, tutti comparendo sotto il titolo di uomini liberi e possessori. Emancipa- to una voltali popolo cominciò ad apprez- zar meglio se slesso, a immischiarsi nelle questioni, a parteggiar pel Papa, pel so- vrano, pel legittimo vescovo e per l'iu- truso (negli scismi, il più delle volle pro- vocati dalla potenza laicale, 0 almeno vi- rilmente sostenuti, per armeggiar la Chie- sa e tentare d'indebolirne la suprema au- torità), giacché lo scompiglio fra la s. Se- de e l'In) pero iacea spesso che in una uie- VAS i83 desi ma città sedessero allora due o più vescovi lottanti Ira loro. Il popolo piglia- va gran gusto a queste lotte (non tutto, ed i saggi e buoni deploravano le pubbli- che sciagure), e mal sapendo discernere qual fosse l'intruso, quale il legittimo, to- glieva rispello ad entrambi; intanto fra il litigio andava guadagnando sempre più per se stesso forza, privilegi e diritti. Co- sì prepara vansi senza fatica quelle lar- ghezze lauto care all'indole viva degl' i- taliaui e alla loro marittima posizione. La quale favorendo il commercio traeva seco tutte quelle libertà senza cui il traf- fico non ha vita , e venivano così d' uà passo l'arricchimento delle città sull' A- driatico e sul Medi ter raueo, e le istituzio- ni vaste, libere come il commercio e come il mare. Allora Amalfi, Salerno , Pisa, Livorno, Venezia copri vauo di veledaGi- bilterra a' Dardanelli; allora traevano sulle loro navi tutta Europa alla Crocia' to(ue riparlai a Turchia, colle conseguen- ze) in oriente, donde tornavano poi recati- do tesori, e quel che vale ancor più un ampio corredo di cognizioni e una più no- bile slima dell'uomo. Là iti Palestina s'e- rano trovati nelle stesse file, sotto le sles- se tende, alle stesse sperauze , agli stessi dolori il figlio del povero con quello del principe, il proletario col barone, e così, fondendosi l'umane distinzioni, le fortui- te ambizioni di famiglia, i privilegi ere- ditari del sangue cedevano a qualche co- sa di più grande, cedevano alle doti indi- viduali dell'uomo. Quel nobile amore che sforzava i nostri proavi a sagrificar tutto per la patria, a difendersi da' nemici che li circondavano, quelle leggi terrestri e marittime che attestavano una sapienza acquistata fra l'imprese inspirate dalla gloria più che dall'orale tradizione e del- le cattedre, diedero a que'tempi una vita, nu aspetto che rese poi sempre più dolo- rose le successi ve sventure. 1 gentiluomini non poleauo veder seuza gelosia questi plebei, ignoti, avviliti fino a ieri, oggi di- venuti loro pari;puie tornando inutili t ut- i84 VAS te leopposizioni,caddero gli sforzi di colo- ro che chiedevano dover esser considerati come una casta privilegiata. Divisa allora l'Italia iniostati,ciascunoavea proprio la costituzione , e comune il desiderio della preponderanza. Modena eReggio ergevau: si a ducato nel i 1 20 per opera di Folchi- no d'Este. Assoluta indipendenza s'acqui- starono i marchesi delMonferrato.Fin dal io 16 Piemonte e Savoia venivano chia- mali a governo proprio da Bertoldo da Moriana. I normanni, ricevuto da Pupa Leone IX (V.) il possesso della Puglia, del- la Calabria, della Sicilia, davano adesse neli 1 3o titolo e forma di regno. Da Gre- gorio VI1(V.) lo stalo della Chiesa otte- neva quella preponderanza sutultaTlta- Jia, che accrescendo la propria potenza innalzava l'elemento nazionale sulle basi ò'un immenso concetto morale (francati- dolaChiesadalloStaloe rendendola indi- pendente dall' imperatore). La Toscana ■vedeva nelle sue città di Lucca, Firenze e Siena 3 cenili di potenza terrestre in lot- ta continua fra loro, ma tutti cospiranti alla grandezza ci' Italia; intanto che Pisa signoreggiava col suo commercio sul Me- diterraneo e mandava non meno di 120 navi sotto il suo vescovo Daimberto alia crociata. Genova con tutte le città delle Suerivierefalta repubblica popolare, pre- se anch' essa parte alla spedizione in o- riente e tornò ricca di spoglie, che accreb- pe poi colla conquista delle Baleari e del- ia Sardegna. Gran monumento di repub- blica aristocratica Venezia, vantaggiatasi pure delle sue imprese in Terra Santa e delle sue rivalità con Genova e con Pisa, fatta piti superba per la sua singolare po- sizione , sfidava da Rialto tulli i popoli del mondo e tenevasi tributaria l'Africa e l'Asia. La sommissione degl' istrioti, del- la Dalmazia e dell'Illirico finì di rendere strapotente questa regina de'mari. Le 3 repubbliche di Pisa, Genova e Venezia, unite dapprima dal comuue interesse, lì- mi uno col lacerarsi per reciproca gelosia, ciascuna cacando superar Tullia in uu- V AS mero di navi, in estensione di traffico, in acquisto di ricchezze e in magnificenza e splendore di monumenti. Da qui venne- ro le prime fondazioni di quegli edilìzi che segnano il risorgimento dell' arti in Italia, quali sono il s. Marco di Venezia, i palazzi marmorei di Genova, il Campo- santo di Pisa; gran prova che anco dalle più tristi cause ponuo derivare splen- didi effetti*. Per singolare contrasto mer- canti pisani, genovesi, veneziani vivevano in pieno accordo fra loro a Pera o Galata in un medesimo quartiere a Costantino- poli, e senza rivalità solcavano fraterna- mente l'onde del Bosforo, si trovavano sui mercanti dellTAsia, contrattavano co'cri- stiaui della Palestina. A malgrado però dell'autonomia che ciascun municipio a- veva acquistato, l'impero non cessò per qualche tempo d'aver influenza su essi. Però dopo le contese fra gli Enrichi di Germania ed i Papi (precipuamente per propugnare la libertà della Chiesa, e per le da loro condannate Investiture Eccle- siastiche), quest?influeuza audò poi molto minorando. I Missi Dominici, che a?tem • pi de'Carlovingi erano magistrali ambu- lanti con ampio mandato di giudicare (alzar Tribunale ,e ne riparlai nel voi. LXXX, p. 129), sospendere, sentenziare, riprodurre per tutto la podestà imperiale (ma ue'dominii della s. Sede con podestà delegata da'Papi, auzi a loro istanza, co- me ripetutamente feci avvertenza ue'luo- ghi relativi), e d'ogni cosa notevole da- re relazione al capo del potere, auche que- sti messi andarono perdendo vigore ma- no mano che levavausi in autorità loca- le i vescovi, i conti, i marchesi. Infine riu- scirono una vera superfetazioue,a cui nes- suno più badava, tanto maggiormente do- po che parve obbligo di coscieuza stac- carsi interamente da'principi scomunica- ti, come per una certa serie di tempi fu- rono gl'imperatori alemanni. Ma 1 ma- gnali abolendo il potere sovrano insegna- rono ad abolire a poco a poco auche il potere sacerdotale (nel domiuio tempora- V A S le) e a dar invece autorità sempre mag- giore agii scabini o tribuni popolari (poi sostituiti da' Podestà, come dissi in tale articolo, dicendo pure de'capitani del po- polo, nel quale e nel voi. LXXX, p. i i3 e luoghi ivi ricordati, parlai degli scabi- ili, ministri subalterni dati da Cario Ma- gno a' Conti, secondo Palleschi, il quale aggiunge, ch'eran giudici ini.* istanza, al dir d'alcuni, e quali assessori de'couti ne' Placiti solenni, ch'eleggevansi perciò dal popolo ex melioribus ch'ibus, come pre- scrisse Lotario I nella legge 48. Il Mari- ni, Saggio del Monteferclro, a p. 86, di- ce che gli scabini erano congiudici delle città in aiuto de'duehi e confi, e veniva- no eletti dal popolo, e che furono intro- dotti da're franchi: doveano intervenire in numero di 7 a'placiti, ed una legge di Callo Magno ingiunse il numero di 12, sebbene non fu con rigore osservala) , i quali non aveano fin allora che rappre- sentala la plebe ne'consigli del monarca o del conte. Cosi senza l'urto distruttore delle rivoluzioni operavasi quella radica- le riforma che converse il sistema feuda- le in libertà di Munkipiì". VASSO. V. Vassallo. VASTAVILLANI Filippo, Cardino,- fc.Nato nobilmente ioBologua, nipote per canto materno di Gregorio XIII, mentre col grado di gonfaloniere esercitava la magistratura di sua patria, chiamato dal Papa in Roma, a'5 giugno o luglio i5y4 fu crealo cardinale diacono di s. Maria Nuova, e abbate di Nonanlola, e come tale intervenne al concilio provinciale te- nuto in Bologna nel i586 dal cardinal Galeotto arcivescovo ; dappoiché avendo Gregorio XIII sollevato Bologna ad ar- civescovato, tra le sulfraganee gli attri- buì Modena e Reggio, mentre l'abbazia sebbene eseute era nel territorio della 1/ 11 cardinale protestò però di non volere con tale alto pregiudicare all' indipen- denza di sua chiesa, immediatamente sog- getta alla s. Sede. Quindi fu deputato nel 1078 per comporre le controversie iu- V A S i85 sorte tra il duca di Ferrara Alfonso II e i bolognesi intorno a'eonfini, come ese- guì con piena soddisfazione d'entrambe le parti. Neil' islesso anno fu incaricato della proteltoria dell'ordine Gerosolimi- tano e de minori conventuali, e nel 1 58o di quella del santuario di Loreto, in cui favore colla sua sollecitudine industrio-* sa aumentò notabilmente le reudite. Es- sendo governatore di Ravenna, o meglio d'Ancoua, di cui era pure prolettore, per 6 mesi con due altri cardinali si adope- rò a rimettere gli esuli dello stato eccle- siastico. Nel 1 584 collo sborso di 5o,ooo scudi fece acquisto dell' eminente carica di camerlengo di s. Chiesa, la quale fun- se con lode di giustizia e saviezza. Si tro- vò al conclave per Sisto V, e nel colmo di sue fortune un'acerba mortelo trasfe- rì in un momento dal tempo all'eterni- la, in Roma nel 1087, nella robusta età di 47 ani)' »on compiti. Trasferito il ca- davere in Bologna, fu collocato nella chie- sa di s. Francesco avanti i' altare mag- giore, con semplice e breve iscrizione. VASTO, Fastus. Città vescovile del regno di Napoli, nella provincia deli' A- bruzzo Citeriore, ne'limiti dell'antico ter- ritorio Frentano, capoluogo di distretto, 1 1 leghe sud-est distante da Chieti, che altri prolungano 817. E situala sulla si- nistra sponda del Calimela, e giace sopra dolce, salubre e amena collina, la quale alle sue falde sul mare Adriatico è riciu- ta per lunghissima linea dall' oriente in parte, continuando pel settentrione, da maestosa scogliera, che in più punti del giro spezza alquanto lasciando incantevo- li seni su uuda spiaggia, ed uno nel pun- to chiamato Lotta, sito forte di tulli i re- quisiti per valido porto da guerra. Il reale rescritto de' 24 marzo 1 838 dispose la formazione d'un porto militare lungo il litorale delle limitrofe provincie di Te- ramo e di Chieti. Esaminala la costiera nel 1840, fu trovalo il detto seno Lotta, nella contrada Penna, lenimenti di Va- sto, l'unico alto all'uopo. E di figura se- 1 8G V A S mi-elittica, ed ha una corda o asse di pal- mi i 3oo, internandosi per palmi 700 ver- so terra. Lungo tale corda da un lido al- l'altro la profondità minore che lo scan- daglio ha dato in tempo di acqua bassa, fu di piedi parigini 20, e la maggiore di 23, nel mezzo del seno di piedi 1 5, ed al- la distanza di soli palmi i5o dalla spiag- gia in fondo di palmi io. Inoltre 3oo pal- mi al di là della corda la profondità è di piedi 3o. Nel seno scaturiscono sorgive d'acque dolci. L'ingegnere idraulico Lui- gi Dau nello stesso 1 840 ne pubblicò col- le stampe analoga dotta Memoria. Ab- bondante è la pesca che si fa sulle sue coste. Le sue mura sonoaperte da 4 por- te, ed è assai bene fabbricata. Questo suo fabbricato,chesiallargaaldi là dell'antico recinto,è regolare nella maggior parte del- la citlà: fontane interne ed esterne l'arric- chiscono di limpide e leggiere acque ; ha una piazza assai spaziosa ornata di bella fonte. 11 palazzo di sua altezza serenissima marchese d'Avalos d'Aquino d'Aragona è il più grandioso fabbricato, formalo con elegante architettura. L' episcopio gli è secondo, ed in esso trovasi un gabinetto archeologico comunale,conlenente lapidi, monumenti e quanto altro d' antico si è rinvenuto in Vasto e si va scavando, il contenuto del quale è stampato in tavo- le finora di numero xi, con descrizione, oltre alla storia propria, scritte neli838 dal d.r fisico Luigi Marchesana Oltre la cattedrale, di cui poi parlerò, conta 8 chie- se, ed una delle quali si vuole eretta so- pra le rovine d'un antico tempio di Ce- rere; ha pure 5 cappelle urbane pubbli- che, e molte cappelle rurali. Nella mae- stosa chiesa di s. Maria si venerano reli- quie insigni, donatele dal marchese del Vasto d. Ferdinando d'Avalos, che l'eb- be da Papa Pio IV, fra lequaliè una del- le ss. Spine della Corona imposta al Re- dentore nella sua passione, luollre possie- de i corpi de'ss. Cesario e Teodoro mar- tiri, ed in Un'urna quello di s. Fortunato. Questi suoli uou souo di uouie proprio, V AS ma di nomi imposti, che volgarmente di- consi battezzati. Nella stessa chiesa è se- pollo d. Ionico d'Avalos, il cui corpo fu imbalsamato, uno degli antichi marchesi di Vasto. Prima Vasto contava 8 conventi di vari ordini religiosi, ed un monastero di Clarisse. I minori osservanti riformati esistono nel convento loro ben numeroso di religiosi: il convento de'tninimi o pao- lolti si chiuse al finire del passato secolo; e gli altri 6 conventi ai principio del cor- rente furono compresi nella fatale sop- pressione generale. Vi sono 8 confrater- nite, l'ospedale comunale, il monte de'pe- gui e il monte frumeutario, bello e nuo- vo teatro. Oltre le scuole pubbliche pri- marie vi sono le secondarie con 3 catte- dre, e quella d'agronomia teorico-prati- ca l' istallò il vastese d.r fisico Francesco Romani, il cui professore s'istruì nell'uni- versità di Pisa, con 5oo ducati annui di dotazione; né manca Vasto di biblioteca, di bello e capace camposanto, di varie fabbriche di cremor di tartaro, ed una di cera. L' attuale popolazione è di circa 1 i,5oo abitanti; quella dell'intera dioce- si è di quasi 92,000 anime. 1 vastesi han- no svelto l' ingegno , per cui si vantano d'un bel numero d'illustri. Lucio Vale- rio Pudente fiorito nel II secolo di nostra era, di 1 3 anni trovandosi iti Roma, e qui- vi celebrandosi il 6.° lustro del sagro cer- tame di Giove Capitolino, superati i com- petitori,fu coronalo poeta sotto l'impera- tore Traiano. Il municipio d' IsLonia gli destinò una statua, di cui rimane la sola testa, e ne prova il fatlo l'esistente lapi- de. Da Antonino Pio fu quindi crealo cu- ratore della repubblica d'I sernia. Riccio Parma, vastese, nel secolo XVI fu tra' 1 3 valorosi italiani che a Quarata sostenne la gloria italiana contro i francesi nella famosa disfida di Barletta. Si nominano quindi ad ouor patrio, il conte Trivelli, Caprioli, Vili, de Renedictis, Tiberi, Do- menico e Gabriele Rossetti, Nirico, Bet- ti, Romani ed altri non pochi. Il genio per la pittura disliugue i vastesi. Il lenito- V A S rio è fertile, producenle in abbondanza eccellente olio, vino, ed erbaggi princi- palmente. L'agricoltura èbeti intesa, e lo sai a maggiore mediante la nuova catte- dra agronoma. Il suo commercio per ma- re è considerevole; potrebbe esserlo pure quello di terra , mediante strade oppor- tune, essendo il suolo quasi tutto piano. Quanto a granaglie, Vasto è il 3.° scari- catoio del regno nell'Adi iatico, ed ha do- gana d'immissione ossia di i." classe. Tie- ne fiera dal 2 all'8 maggio di ciascun an^ no. L'odierna città di Vasto sorse dalle rovine di quella vescovile d' Is tonia (P.), come sembra apparire da un diploma di Papa S.Gelasio 11 del 492. Per tale e altre sue prerogative, ne ristabilì il vescovato il Papa Pio IX, ad istanza del re Ferdinan- do II, e per le preghiere dell'odierno mar- chese del Vasto sua altezza serenissima d. Alfonso d' Avalos. Pertanto leggo nel decreto concistoriale , Adeo late dioece- sanuih Teatini, de'20 maggioi853,che il Papa Pio IX dismembrò dall' areidio- cesi di Chieti (V,) la città di Vasto, l'e- resse in vescovato, e la cattedrale dichia- rò concatledrale della metropolitana di Chieti. Per la vastità dell'arcidiocesi, che comprendeva circa 90 oppida e 20 fere pagus, e più di 200 incolar uni milita; per l'incomodo della grave distanza della maggior parte delle parrocchie , e della topografia de'luoghi, onde si rendeva fa- ticosa e difficile l' esecuzione della visita pastorale, per eliminare questi e altri ma- li e per promuovere la maggiore utilità, massime a vantaggio de'vastesi situali in un luogo quasi remoto alla sede metro- politana, ad istanza del pio Ferdinando li re del regno delle due Sicilie, volle e- rigere in Vasto una cattedrale con resi- denza d'altro vicario generale, che facol- tizzato dall'arcivescovo di Chieti potesse amministrarne la nuova diocesi, La città di Vasto era idonea e degna d'essere de- corala dell'insigne onore e grado di città vescovile. Avea la collegiata di s. Giu- seppe parrocchiale matrice, l'edilizio es- V A S 187 sendo solido, restaurato e abbellito. Avea il capitolo con prebende provvedute di 200 o 3oo scudi, era fornita degli occor- renti utensili e suppellettili sagre, e pos- sedeva rendite per stabilire la nuova cu- ria e cancelleria, e pel mantenimento del seminario da erigersi secondo il prescritto dal concilio di Trento; avendo pure op- portuni e convenienti edifizi per l'abita- zione del vescovo e sua curia, come pu- re pel seminario. Laomle il Papa formò la diocesi di Vasto, col distretto di Vasto, il quale si compone della città di Vasto, Monte Odorisio, Cupello, s. Salvo, Gissi, Carpineto, Guilini, Scerni, Atessa, Tor- nareccio, Casa Languida, s. Buono, Fre- sagrandinaria, Furci, Dogliola, Lentella, Liscia, Bomba, Colle di Mezzo, Pietrose!'- razzami, Monte ferrante , Archi, Pera no, Montazzoli, Palinoli, Carunchio,Tnfillo, Paglieta, Turino, Cusalbordino, Pollu- tri, Villa Alfonsina, Pioccaspinal veti, Frai- ne. Eresse il Papa la collegiata in catte- drale, sede del vescovo, alla quale con- cesse tutte le prerogative proprie del gra- do; e la nuova diocesi di Vasto dichiarò sulfraganea dell'arcivescovo di Chieti, al cui arcivescovo prò tempore ne assegnò il governo e l'ordinaria giurisdizione spi- rituale, dichiarando la cattedrale di s.Giu- seppe concattedrale della metropolitana di Chieti, onde il metropolitano prendes- se il titolo d' arcivescovo di Chieti e di vescovo di Fasto. Per residenza del ve- scovo, sua curia e cancelleria, e per luo- go del seminario diocesano, assegnò l'am- pio e magnifico edilìzio dell'antico colle- gio de'chierici regolari della Madre ili Dio, perciò soppresso e dal municipio as e ivi s'imparentarono colla r." stirpe de' re d'Inghilterra. La dinastia diretta di Spa- gna si fa cominciare da Igniques I del- 1838, e si dice capitano d'ignico Arista i.° re d'Aragona (comunemente s'inco- mincia la serie de're d'Aragona con Ra- mirol uel 1 o35). Quella d'Inghilterra tra- sferita nella Spagna cominciò con Gu- glielmo d' A valon o Davalon del 9 r 4, che appartenne a Sancio 1 re di Na varrà; l'u- nica sua figlia M.a Caterina fu madre del re Garzia Sanchez. Da Guglielmo si fa purederivareTeodoro Davalondel 108 r, che sposò Isabella Couineno figlia dell'im- peratore greco Alessio I. Dal suddetto I- gniquei I discesero Ignico IIdell'890, ca- pitano di Sancio I re di Navarca e d'Ara- gona; Sancio 1 del 95o; che edificò s. Ma- VAS ria di Piscinacoll'insegne della casa d'In- ghilterra del suo tempo; Ignico III Lo- pez signore di Calahorra e ivi fondatore della chiesa di s. Felice; Nuno d' Avalos Gon/.ales del 1090 fu grande e litojato sotto il re di Castiglia. Da questo Nono si fa discendere ili.° ramo di questa fa- miglia, nella linea retta de'grandi di Spa • gna dir." classe. Ignico IV Lopez signo- re di Calahorra nel 1 i3o, ampliò la pre- benda di s. Felice, fu titolato e gran feu- datario. Discesero da lui Ximeno princi- pale erede della signoria di Calahorra, fondatore di s. Millan de Gogolla, a cui donò i beni a lui spettanti di s. Felice. Pietro Lopez del 1 1 52, governatore e ca- stellano di Quesada, grande di Spagna. Juan M arti net del 1 i54iS«gnore di molte terre e gran barone del vescovato di Ca- lahorra. Alfonso II deli 1 58 capitano dì Sancio III re di Castiglia, perì nella bat- taglia d'Aimone contro i mori di Grana- ta. Sancio II deli 160 signore di terre e gran capitano d'Alfonso II re d'Aragona guerreggiò i mori. Garzia Nunez del 1 1 62 cavaliere di Cala tra va e di s. Giacomo, e grande di Castiglia. Olire Ximeno, ebbe discendenzaDiegoLopez I del r 1 37,castel- lano d'CJbeda e viceré d'Alfonso II red'A- ragona, distinto come Raimondo Beriu* guer; da lui derivarono Igniques V capi- tano di Pietro II re d'Aragona, che guer- reggiò i mori verso il 1200 in aiuto del re di Castiglia; e Diego Lopez capitano di detto re, e grande sotto Giacomo I. Con- tinuarono la discendenza di XimenorSan- cio III Rodrigo del 1200, signore di Ca- lahorra, da cui derivarono Bertrando I, e Ruz Lopez I. Bertrando I fu ammiraglio di s. Ferdinando Mire di Castiglia e ca- valiere di Calatrava; non si conosce la successione. Questa P ebbe Ruz o Ruya Lopez I del 1240 gcaude di s. Ferdinan- do III ecavaliere di Calatrava, ne'seguen* ti. Sancio IV Roderico Lopez seguì Pie- tro III re d'Aragona nella Sicilia, dopo i famosi vesperi siciliani; Fernandci Lopez del i34o fu nelle corti d' Alfonso IV e V A S Pietro IV re d'Aragona. Da lui deriva- rono Sancio V Roderico del i36g, con- testabile di Castiglia e tutore del regno; Beltrando li del i 38o grande di corte del re d'Aragona Ferdinando I; e Mencia M.a maritata a Rnyz de Daeca signore della Guardia e i.° grande del vescovato. La successione di Sancio V si formò de' se- guenti: Ruyz Lopez II gran contestabile di Castiglia, il più gran signore de' suoi tempi e conte di Ribadeo, ebbe 3 mogli e moti in Valenza nel 1 4^8; Ferdinando Martinez neli3qo decano di Segovia, u- ditoredi Giovanni II re di Castiglia e gran cancelliere; e Juan gran capitano contro i siciliani nelle guerre combattute per Al- fonso I il Magnìfico d'Aragona, e gran- de di sua corte. Ruyz Lopez 11 ebbe a mogli: i .a Costanza di Touvar, dalla qua- le derivò il ramo degli Avalos di Napoli marchesi potenti del Vasto, e di Pescara città surta dalle rovine della summeulo- vata città vescovile à' Aternum)\& cui se- de fu traslata ad Airi, lungi 4 leghe da Cbieti, celebie per la sua fortezza e mu- nite fui tificazioni , piazza di 2.a classe e può dirsi chiave del regno da questo la- to, per cui solili diversi assedile anche ne- gli ultimi km pi, cui pose (ine la capito- lazione; ha conventi di religiosi, mona- stero di suore (sui quali e su A le munì può vedersi V Italia .sacra, 1. 1 o, p. 1 8), di ver- se chiese, due ospedali, uno de'quali mili- tare, ed abbondante vi è la pesca. 2/ El- vira de Guevara che formò il ramo di Spagna. 3.aMariaFonseca,dal quale pro- venne il seguente ramo. Da 4 figli Diego 111 ebbe lunga successione, e Pietro Lo- pez maritatosi a Maria Orsini duchessa di Gravina, in seconde nozze , nacquero due figli e una figlia , senza discendenza, uno fu governatore di Toledo, l'altro ca- meriere maggiore dell'infante d. Enrico. Diego HI maritatosi con Eleonora d'Aya- la, figlia di Pietro signore di Fonsalida, ebbe 5 figli e fra'quali Elena maritata con Pietro di Toledo, Pietro cardinale, e Die- go Lopez. Da quest'ultimo nacquero Al- V A S 199 , fonso e Diego Lopez commendatori, il e ." d'Alcantara, il 2.°di Morea,ed Eloisa spo- sala a Franco Ascalona. Con essi si eslin- se il ramo di Ruyz Lopez li e M.a Fon- seca. Quanto a Pietro cardinale non ne feci biografia, perchè affatto non cono- sciuto dagli scrittori de' cardinali. Altri lo chiamano Pietro diToledo, altri Pietro di Castiglia. Nella storia genealogica de- gli Avalos, compilala dal p. Tommaso Zamboini domenicano, rilevasi che Pie- tro fiori intorno al 1460 : fu canonico di Toledo,nunzio d'Inghilterra nel 1470 cir- ca, indi vescovo di Canarie, e per ultimo cardinale. Dal ramo d'Elvira nacquero 2 figlie 3 figlie.Fernandoebbelunga discen- denza, e Beltrando IV ebbe solo Giovan- ni morto celibe : nacquero da Fernando con Maria Castiglione Carillo, il cardinal Gaspare d'Avalos o Avolos(f'.)ì come lo chiama il Cardella nelle Memorie storiche de 'Cardinali ',1.4, p. 2 53, che nel seguir- lo aggiunsi o Avalos, e Rnyz Lopez spo- so di Teresa Guevara nella Spagna, e ne continuò la linea Pietro Velez, estinguen- dosi con Ruyz Lopez. Adunque Ruyz Lo- pez II con Costanza di Touvar, vedova di Pietro Valez ili Guevara, diedero ori- gine al ramo di Napoli, mediante i loro due figli che formarono due linee,lunico [ e Alfonso IV : altri figli furono Roderico marchese I del Vasto e conte di Poma- rico morto celibe, Martino conte di Mon- te Scaglioso, Costanza maritata a Federi- co di Balzo, Beatrice sposa di Gio. Gia- como Trivulzi, ed Ippolita mogliedi Car- lo d'Aragona figlio del re Ferdinando f. Innico 1 sposando Antonella d'Aquino fi- glia ereditaria del marchese del Vasto. Leggo neìÌQJYo tizie della Nobiltà di Cam- panile, che Aquino fu ili.° marchese del regno uel 1412, e gran camerario, il 3.° de' 7 uffìzi primari del reame napoleta- no, le cui grandezze passarono per Anto- nella d'Aquino a' Davali, delti volgar- mente d'Avalos d' Aquino. Alfonso IV sposò Delia Orsini deducili di Gravina, formò l'altro ramo napoletano, ed il lo- 200 V A S io figlio Roderico s'ammogliò con Elvi. ra primogenita del conle Hi Monte Sca- gliose»; da Jacopo altro de'loro figli nac- que Roderico, che da Gregorio XIV con breve del i5()i fu investito della contea di Villafranca. Fro'discendenti, Giovan- ni fu vescovo d'Ischia, 4 donne si fecero monache, altre si accasarono co' Carne* cioli, co'Tomacelli e col conte di Nicole- ra; finì la linea con Giovanni che da Fran- cesca Carafa ebbe Giovanna maritala a Piccolomini. Inoltre Alfonso IV sposò in secondi voti Luisa Orsini figlia ed erede del conle di Mola, per la cui sterilità la dote della città di Nola ricadde al fisco. Cosi si estinse il ramo d'Alfonso IV fra- tello d'Innico I. Quest'ultimo dunquecol suo proseguì la linea napoletana. Da An- tonella d'Aquino nacquero, Alfonso I eln- nico II. Alfonso I marchese 11 di Pescara, sposando Ippolita di Cardona figlia diRai- mondo viceré di Napoli, gli partorì il ce- lebre Ferrante o Ferdinando Francesco d' Avalos marchese III di Pescara. Il re di Napoli Ferdinando II d'Aragona, per consolidarsi l'adesione de'Colonnesi, pro- curò che si stabilisse il matrimonio tra la celebre Vittoria Colonna, figlia del conte- stabile Fabrizio e di Agnesina di Monte Feltro figlia di Federico duca d'Urbino, e Ferrante, ambedue infanti di 3 anni; lo sposalizio seguì poi nel i5og nell'isola d'Ischia con pompa quasi reale. Per la prematura morte violenta d'Alfonso I, il figlio Ferrante era restato in governo di sua zia ocuginaCostanzad'Avalos, moglie di Federico diBalzo e onorata da Carlo V del titolo di principessa. Fu duchessa di Francavilla, d'animo virile e quasi guer- riero, perciò perpetua castellana d'Ischia, ch'era allora tenuta la chiavedel regno: a- mò grandemente le lettere, non meno che la poesia, ed insieme a questa donna illu- stre benemerita di sua casa, che diresse, Vittoria passò gran parte di sua vita. Fer- laute andò per la i.' volta in armi nel i5i2, sotto gli ordini dell'avo Raimon- do di Cordona , il quale per comando di V A S Ferdinando V re di Spagna e III come re di Napoli, si unì alle milizie ili Giulio Il per combattere i francesi; ma restò fe- rito e prigione in Milano per la famosa battaglia di Ravenna (V.). Nella sua pri- gionia, come poeta, compose alcune poe- sie o Dialogo aV Amore, che dedicò alla consorte Vittoria Colonna eccellente poe- tessa. Il marchese di Pescara nel seguente anno fu liberalo; e dipoi comandando la vanguardia dell'avo, provocò a battaglia l'Ai viano e lo sconfisse presso Vicenza a* 7 ottobre i5i5. Ferrante acquistò più. gloria ancora a' 19 novembre i52i, to- gliendo Milano al maresciallo di Lautrec. Tale brillante successo fu dovuto al suo valore e alla sua audacia , poiché il pa- rente Prospero Colonna, sotto gli ordini del quale militava, non avea osato di ten- tar quell'impresa. Prese poi Como, inse- guendo i francesi ,e la fece saccheggiare, ad onta d'aver promesso di lasciarla im- mune. La campagna deli 522 fu assai o- norevole per Ferrante, quantunque non comandasse in capo. Soccorse Pavia da' francesi assediata; si segnalò nella batta- glia della Bicocca, perduta da'francesi ca- pitanati daLautrec;preseLodi ePizzighet- tone; costrinse il maresciallo Lesemi, fra- tello di Lautrec, a capitolare in Cremo- na. In seguito di tale capitolazione, i fran- cesi uscirono dalMilanese;finalmente pre- se Genova e l'abbandonò al sacche"«io. Tali luminose gesta acquistarono al mar- chesedi Pescara riputazione d'uno de'mi- gliori generali del possente imperatore Carlo V e come re di Napoli IV. Ebbe la maggior parte nelle vittorie riportate con- tro l'ammiraglio Bonnivet, e nella famo- sa battaglia di Pavia (l7.) a' 24 febbraio 1 525,in cui restò prigione Francesco I re diFrancia.Quest'eroe non volleconsegnar la sua spada, che al solo marchese di Pe- scara, qual vero gentiluomo; altri dicono al viceré La nnoy,e lo rilevai ne' voi. LX V, p. 232, LXVIII, p. 1 3. Certo é che Fer- rante invece di presentarsi al re suo pri- gioniero ornalo di piume 0 di altri disliu- V A S ti vi, al pari degli altri generali vittoriosi, gli si presentò in abito di saia nera, e con aria mesta piegò avanti diluì il ginocchio; alla quale dimostrazione della più squisi- ta moderazione e nobiltà d' animo , non poteva fare a meno il sovrano prigionie- ro d'avvicinarsi al guerriero vincitore, e dirgli abbracciandolo: «Io non avrei mai pensato, o valoroso Pescara, che potessi con tanto affetto amare e riverire colui che mi ha vinto e reso prigioniero, do- po avermi dato una gran battaglia; e non invidio però l'imperatore Carlo V per la riportata vittoria, perchè in altra circo- stanza potrei anch' io ottenerla , ma lo invidio per aver egli per capo della sua armata un marchese di Pescara". L'im- peratore in memoria della strepitosa bat- tagliala Tiziano fece disegnare 7 carto- ni rappresentanti i principali movimenti ed episodii della medesima, e da Giulio Romano o da Tintoretto fece disegnare le bordure; quindi dalle donne fiammin- ghe li fece tessere in fili di lana colorala, e d'oro e d'argento, in altrettanti stupen- di arazzi, ed in premio del suo valore li donò al vincitore Ferrante. Questi me- ravigliosi arazzi, di cui parlai ne' voi. LII, p. 24 (ove, seguendo altri, li dissi donati al cugino Alfonso II, altro comandante in capo dell'esercito, e non nipote come scris- sero diversi), LXVI1I, p.i3, tuttora ge- losamente si conservano in Napoli nel palazzo del suo discendente e vivente, sua altezza serenissima d. Alfonso d' A- valos principe di Pescara e marchese del Vasto; insieme alla tenda reale di Fran- cesco I; il principe inoltre possiede le due armature che indossavano nella memo- rabile battaglia, Francesco I e il suo an- tenate Ferrante, e per meglio sicuramen- te custodirle, ottenne dal re Ferdinando lidi depositarle nella particolare armeria del real palazzo di Napoli, riunite a quelle d'altri antichi, distinti e rinomati guerrie- ri. Sono questi trofei doni di Carlo V e monumenti gloriosi per l'eccelsa famiglia d'Avrlos. Lannoy condusse nella Spagna VOL. LXXXVIII. V AS ?.OI Francesco I prigione, e Ferrante restò ge- neralissimo dell'armata spagnuola. 1 pria* cipi italiani, gelosi dell'illimitato potere che avea acquistato Carlo V, tentarono di sedurre il marchese di Pescara colle più. magnifiche e seducenti offerte, e gli pio- misero di farlo re di Napoli, se volesse se- condarli nel discacciar i tedeschi e gli spa- gli uoli dall' Italia. II marchese fece sem- bianza di prestare orecchio alle loro pro- posizioni, né veramente si sa se fosse da prima tentato ad accettarle, o se fino dal principio egli altro scopo non avesse che di conoscere i loro segreti; ma dopochèeb- be a lungo trattato con l'eloquente Giro- lamo Morone o Moroni di Cremona, ce- leberrimo uomo di stato, primario consi- gliere e gran cancelliere del duca di Mi- lano Francesco II, istruì l'imperatore del- le fattegli proposizioni, e pentir fece il du- ca d' averlo voluto corrompere; perciò venne in odio de'milanesi. Il cav. Coppi nelle Memorie Colonnesì}\). 3i4» ripor- tai! riferito dal contemporaneo Guicciar- dini, dicendo che il marchese essendo al- quanto malcontento di Carlo V, sembran- dogli non fossero conosciuti abbastanza i meriti suoi (pare perchè Francesco I che doveasi condurre a Napoli, alla sua insa- puta fu portato a Madrid; ri che tenuto- si celato anco al duca o contestabile di Borbone, defezionato da Francia e altro duce della battaglia di Pavia, anch' esso ne restò disgustato; mentre Lannoy niu- na parte avea avuto alla vittoria , tutto il merito appartenendo al valore di Fer- rante), ne profittò il Morone col fargli in nome del suo duca le narrate proposizio- ni, e che, secondo il Muratori, vi si mo- strò disposto se vi concorressero i venezia- ni e Clemente VII; questi non se ne mo- strò alieno e gliene fece promessa a mezzo di Domenico Sauli invialo da Roma, ed i veneti manifestarono propensione ad accudirvi (aderendovi ancora la regina di Francia madre di Francesco 1); per cui non si può decidere, se il marchese nel lungo trattato per l'ardito progetto, ac- 14 202 V A S consentisse o fingesse. Si può vedere il eh. cav. Giordani, Della venuta e, dimora in Bologna diClemente VII e Carlo V, a p. 29 delle Note, nella 1 1 5 ; rilevando che ne fu conseguenza la disgrazia del duca di Milano. Col Varchi poi raccon- ta il Coppi, che Vittoria Colonna, orna- ta di tutte le virtù, appena seppe il ma- neggio,esclamò: Non avergli uomini mag- gior nemico che la troppa prosperità. Poi temendo non lo sposo si rimanesse abba- gliato allo splendore d'un diadema, riso- lutamente e tutta mesta scrisse al mari- to. Che ricordevole di sua gloria, guardas- se molto bene a ciò che faceva, non cu- randosi d'esser moglie di re, sibbene d'uu uomo fedele e leale; non le ricchezze, non i titoli, non i regni finalmente quelle co- se essere, le quali agli spiriti nobili e di eterna fama desiderosi possano la vera gloria, infinita lode e perpetuo onore ar- recare; ma la fede, la sincerità e !' altre virtù dell'animo.Con queste,potere chiun- que vuole, non solo in guerra, ma ancora nella pace eziandio, agli altissimi re so- prastare. Fatto è, che il marchese invita- to il Morone a Novara nella metà d'ot- tobre 1 525, e avendo fatto ascondere An- tonio de Leyva dietro a un arazzo, accioc- ché tutto udisse, parlò molto col Morone di quella pratica, e poi fattolo imprigio- nare il mandò nel castello di Pavia. Ora il eh. Dandolo volle purgare la profonda sagacità e l'alto ingegno del Moroni, dal- l'indegne calunnie di cui fu tanto oltrag- giata la sua memoria. Dipoi si riscattò il Moroni dalla prigionia col contestabile di Borbone , se ne guadagnò la confidenza, ne divenne segretario, e commissario ce- sareo nell'espugnazione di Roma e fatali conseguenze; nelle quali tuttavia potè ren- dere segnalali servigi a Clemente VII, che in premio fece vescovo di Modena il figlio Giovanni Moroni, indi celebre car- dinale decano del sagro collegio, e ve- scovo d'Ostia e Velletri (V.). Tutto narrai nel voi. LXXXV, p. io, 11, 12, i3, 14. Ferrante o Ferdinando d'Ava- VAS los marchese di Pescara, insignito del Toson d' oro come il suo avo, di 36 an- ni morì in Milano a* 25 o 28 novembre 1 525, senza prole, poiché ebbe un figlio morto prematuro, e così cessò la linea d' Alfonso I. Ferrante venne a morte o per l'eccesso delle sostenute fatiche, o per- chè i dubbi del trattato di Napoli forse movevano Carlo V a funesti consigli, co- me allora ne corse la fama. Lasciò in con- dizione onora! issi ma la marchesana con- sorte, e chiamò erede il cugino Alfonso marchese HI del Vasto. Inoltre dispose, che in Napoli s'innalzasse una chiesa in onore di s. Tommaso d! Aquino suo a- scendente, per deporvi il suo corpo. Que- sto da Milano fu trasportato (altri vo- gliono che morisse a Novara o in Raven- na, e che da tali città fu trasferito il ca- davere a Napoli) in tale metropoli. Ma venne tumulato nella sagrestia di s. Do- menico maggiore, per sepolcro tempo- raneo, coli' intendimento di traslatai Io poi nella chiesa nuova di s. Tommaso ; il che non fu eseguito, riposando tutto- ra le sue ceneri in detta sagrestia, ed or- nandone la tomba il celebre epitaffio scritto dall'Ariosto: Quis jacet hoc ge~ lido, etc. Restata vedova Vittoria mar- chesana di Pescara, donna per la bel- tà del corpo e vieppiù per quella dell'a- nimo celebralissima da tutti i poeti e scrittori contemporanei, ritirossi per qualche tempo nel monastero di s. Silve- stro in Capite di Roma, per indulto d'uà breve di Clemente VII. Die allora prin- cipio all'alta poesia, onde rese immorta- le se e lo sposo. Quindi allonlanossi da Roma e vi tornò varie volte secondo le vicende de'Colonnesi sotto Clemente VII e Paolo III. Prima del nefando oltraggio del sacco di Roma, che oscurerà sempre la gloria che sparsero sul regno di Car- lo V la vittoria e la fortuna, la marche- sana Vittoria si recò in Ischia, da dove prese affettuosa premura delle lagriroevo- li condizioni di Roma e di Clemente VII assediato in Castel s. Angelo dogi' irape- V AS riali, seri vendo energicamente al cardinal Pompeo Colonna , al marchese del Va- sto, ed a* condottieri delle furiose armi, offrendo la propria sostanza a beneficio degl'infelici, e pegni del suo stato pel ri- scatto de'prigionieri e per sicurezza de- gli sfatichi dati dal Papa. Passò a Lucca e poi a Ferrara, indi ne' monasteri di s. Paolo d' Orvieto e di s. Caterina di Vi- terbo; in fine si stabili in Roma in quello di s. Anna de'funari, poi detto de'falegna- mi, ora Ospizio di Tata Giovanni (Pr.). Intanto scriveva e pubblicava componi- menti poetici , di una nuova poesia. In- nalzata alla luce dell'amor divino, in es- sa s'innalza e grandeggia quanto il nuo- vo argomento vince e sorpassa 1' antico, nel quale pianse e celebro l'amatissimo marito. I religiosi componimenti supera- rono gli anteriori, e riportarono sui eoe* tanei la palma. Meritò che colla sua ef- figie si coniassero 4 medaglie, in una del- le quali è pure quella del marito. Dap- pertutto ossequiata da' personaggi più. ragguardevoli, fra'quali il cardinal Bem- bOjBuonarroti, AnuibalCaroe Bernardo Tasso, quando Carlo V si recò in Roma neh 536 andò a visitarla in casa Colon- na. Mori nel fine di febbraio 1 547 d'an- ni 57, nelle case de'Cesarini a Torre Ar- gentina , deputando esecutori testamen- tari i cardinali Polo, Sadoleto eMoroni,e lasciando erede il fratello Ascanio; igno- randosi ov'è sepolta, pare probabile che fosse tumulata nella tomba delle benedet- tine del suddetto vicino monastero di s, Anna. De'suoi componimenti se ne fece- ro più edizioni. Il principe d. Alessandro T01 Ionia per celebrare gli sponsali con d. Teresa Colonna, le fece coniare una me- daglia, ecol beneplacito di Gregorio XVI ottenne che il suo busto fosse collocato nella Protomoteca Capitolina , e con i- splendida edizione fece pubblicare: Le Ri- me di fattoria Colonna corrette sui te- sti a penna e pubblicale con la vita della medesima delcav. Pietro Ercole Viscon- ti, Si aggiungono le poesie ommessc nel- VAS 2o3 le precedenti edizioni e V inedite^ Roma 1 840. Di tutto già parlai ne'vol. XIV, p. 287, XLIII, p. 48, XLVII, p. 87. Ter- minata la linea d'Alfonso I, quella del fra- tello Innico II marchese del Vasto II, e di Laura Sa use veri no principessa di Ci- signano riunì il marchesato di Pescara. Da tali coniugi nacquero Alfonso II mar- chese del Vasto III e di Pescara IV, Ro- derigo conte di Monte Scaglioso morto celibe, e Costanza maritata ad AlfonsoPic- colomini duca d'Amalfi e conte di Cela- no. Costanza d' Avalos fu una di quelle illustri dame che nel secolo XVI coltiva- rono col maggior successo la poesia ita- liana, e restò vedova assai per tempo e senza figli. La sua condotta le conciliò la stima generale, e Carlo V in prova del- la sua gli conferì il titolo di principessa. Le sue poesie sono unite in parecchie e- dizioui a quelle di Vittoria Colonna , e molte si rinvengono nella raccolta inti- tolata: Rime diverse di alcune nobilissi- me e virtuosissime donne ^accolte per M. Lodovico Domenichi, Lucca i55g. Qui per chiarire qualche confusione negli sto- ricijtra le due Costanze ed una 3.a, occor- re una breve digressione. Leggo nel Cor- signani, Reggia Marsicanay t. 1, p. 4§2 e seg., e nel Marchesi, Galleria delVo- noret t. 2, p. 4^5. Antonio Piccolomini nipote di Pio lì e fratello di Pio III, spo- sò Maria d'Aragona figlia di Ferdinando I re di Napoli, e per dote ebbe i ducati di Sessa e d'Amalfi, il marchesato di Ca- piscano e la contea di Celano. Da questo matrimonio tra gli altri figli nacque il suddetto Alfonso 2.0 d'Amalfi, il quale sposò la lodata poetessa Costanza d' Ava- los de' marchesi di Pescara e Vasto, e da essi nacque il duca d' Amalfi Innico Pic- colomini virtuoso e pio. Egli si congiun- se in matrimonio con Silvia Piccolomini, e la sola prole fu Costanza ereditiera del- la ducea e delle altre signorie. Maritata ad altro Alfonso Piccolomini di linea tras- versale, con apostolica dispensa, il Cor signani corregge 1' Ughelli per avere >o4 VAS scritto eh* ella era di casa d'Àvalos, co- me discendente nipote dall'ava di tal fa- miglia. Dopo tale matrimonio, Costanza travagliata dal marito, perciò visse sem- pre in Roma separata da lui,abitandonel proprio palazzo Piccolomini (la coudotta d'Alfonso e l'epoca mi fa non senza fon- damento sospettare, che sia il famoso du- ca di Monte Marciano, di cui parlai in più luoghi ed a Velletri. Di carattere violento e impetuoso, si fece capo di li* cenziosi soldati e di ladroni, e commise e- normi assassini*! e depredazioni nello sta- to pontificio e anche in Toscana, ove finì giustiziato). Costanza donò a' Teatini (F.) il suo palazzo di Roma, col quale si formò la loro casa, e ne fu insigne bene- fattrice ; per cui vendè lo stato di Capi- strano, e nel 1 5g i quello di Celano a d. Camilla Peretti sorella di Sisto V; mo- rendo poi senza successione fieli' anno 1610 piamente in Napoli, pare tra le domenicane della Sapienza. Ritornan- do ad Alfonso II nato a Napoli nel i5o2, marchese del Vasto e di Pescara per aver conseguito l'eredità di Ferrante suo cu- gino, continuatore della nobilissima pro- sapia degli Avalos, fu avvenente al som- mo della persona, di destro e sveglia- to ingegno, prontissimo a trascorrere al- l'ira, nell'ira feroce. Vana era riuscita o- gni opera de'maestri che gli avevano po- sto d' attorno; se non solo di quelli che dell'armi, del cavalcare e di altri tali ca- vallereschi esercizi gli erano insegnatoli. Nell'adolescenza sua la cognata Vittoria Colonna intraprese a voler mansuefarne l'animo fin allora indomito ad ogni col- tura, col proprio esempio e coll'alletta- mento della poesia ; e tanto felicemente le riuscì il pensiere suo, che il giovanet- to apparve ben presto tutto da se mede- simo diverso, fatto costumato e gentile; mostrò allora, e conservò mai sempre un amore verso agli studi, per cui divenne autore egli slesso di versi leggiadri, de' quali alcuni sono alle stampe. Un poe- metto d'Alfonso II, dove parla delle sue VAS guerre di mare, è nelle terze rime stam- pate con altre di Luigi Gonzaga innanzi a'versi del Bembo in Verona nel 1 54**. Inoltre si leggono di lui sonetti al Sanaz- zaroe al Muzio, impressi fra le poesie de' medesimi. Laonde (piando a Vittoria ac- cadeva di favellare di sua sterilità, presen- te Alfonso 11, era solita dire, additando il marchese del Vasto: Già sterile io non posso essere chiamata, quando ho del mio ingegno generato costui. Militò lai ." vol- ta sotto gli ordini del cugino Ferrante, e si segnalò nel \5i5 per luminoso vaio» re all'assedio e battaglia di Pavia. Am- bedue primeggiarono fia'più valorosi du- ci del secolo XVI, ed oltre alla perizia e arte più accorta della strategia militare in guerra, al più. invitto coraggio e alle ammirabili qualità personali, furono mai sempre dediti all'incremento del lustro di loro celebre famiglia. E Ferrante innanzi a tale memorabile battaglia disse al cu- gino Alfonso II. Io mi affaticherò con tut- te le mie forze, affinchè si accrescano gli onori della nostra famiglia. Morto in det- to anno Ferrante, gli successe anche nel comando degli eserciti di Carlo V in Ita- lia. In seguito pacificatosi Clemente VII con Carlo V, convennero di abboccarsi in Bologna, e ivi il Papa coronò l'impe- ratore. Vi si recarono verso la fine del i52g, ed Alfonso II vi si portò poco do- po, e venne alloggiato nel palazzo delse- natoreRossi,ove poi fu anche il duca d' Ur- bino.A'3 1 dicembre si trovò presente nel- la basilica di s. Petronio alla lettura de' capitoli per la pace d'Italia fatti pubbli- care da iPapa e dall'imperatore,pa rimen- te presenti. Il marchese era vestito in a- bili sontuosi, come uno de'signorichepiù sfoggiavano in grandezza e magnificenza, e fra'più distinti personaggi si accostò al pulpito per bene udire. Volendosi a lui troppo avvicinare un uomo in abito di- messo, senza domandargli chi fosse, con forza lo respinse indietro. Lo sconosciuto era il contedi Monte Pelgrado fratello di Oldcrico duca di Wurlemberg. Gli ami- V A S ci del marchese subito di ciò lo avvertiro- no, per essere stato troppo precipitoso, poiché se ne fosse pervenuta querela al- l'imperatore, forse potevasene aspettare sdegno e risentimento. Però il marche- se prontamente rispose loro, che non se ne pentiva affatto, e anzi piuttosto l' im- peratore avrebbe dovuto lodarlo dell'at- to, perla ragione, che un principe di na- scita e di rango elevato, in pubbliche fun- zioni è tenuto vestire e serbare il decoro convenevole alla cospicua sua dignità; né mai comparire in abito dimesso e umile, se pretende d* essere considerato eguale agli altri della condizione sua. Non se ne scusò col conte, ne fece altra dimostrazio- ne , quantunque porgesse con ciò argo- mento a vari discorsi. Laonde cla'savi fu applaudita l'azione del marchese, per la quale poteva trarne ammaestramento chiunque non voleva mettersi in simi- gliano circostanze, se intendesse farsi nel grado suo rispettare. Indi Carlo V volle che si dassero singolari assegni e ricogni- zioni al capitano generaleAntonio deLey- va, al marchese del Vasto e Pescara, ed a 'capitani minori, che s'erano portati va- lorosamente nelle guerre di Lombardia. Per la convenuta espugnazione di Firen- ze, fra il Papa e l'imperatore, fu desti- nato anche Alfonso li generale de* fanti alemanni e spaglinoli, per cui Clemente VII a'4 gennaio i53o gli fece scrivere dal suo segretario Sanza premure pel solle- cito e felice esilo dell'impresa, a tale ef- fètto ponendo a sua disposizione i commis- sari pontificii. Neh 532 tornarono in Bo- logna Clemente VII e Carlo V, e vi fu chiamalo il Tiziano a fare il ritratto del- l'imperatore, il quale raccolse il pennello caduto al gran pittore, dicendo nel resti- tuirglielo: Tiziano merita d'essere servito dall'imperatore. In quell'occasione Tizia- no ritrattò pure il marchese del Vasto e di Pescara. Questi nell'istesso anno qual generale d'infanteria passò in Austria, per difenderla contro Solimano II formidabi- le imperatole de' turchi. Accowpaguò V A S aoì l'imperatore in quasi tutte le sue spedi- zioni, a Tunisi e in Provenza: dovunque die provedi gran talento e di somma bra- vura, ma dovunque altresì lasciò appa- rire il suo carattere duro e orgoglioso. Reduce Carlo V dalle conquiste di Tu- nisi, nel 1 536 fece il suo Ingresso solen- ne in Roma (/"".), preceduto da Alfonso II capitano generale alla testa di 35oo fanti colle proprie insegne, e notai nel voi. LI, p. 124, che nel pontificale di Pasqua, da Paolo HI celebrato in s. Pietro alla presenza di Carlo V vestito da impera- tore, a questi levava e metteva il berret- tino sotto la corona il marchese del Va- sto e Pescara. Lo stesso Paolo 1 1 1 nel 1 53g donò lo Stocco e Berrettone ducale be- nedetti (f.), ad Alfonso II come genera- le di Carlo V contro i turchi. Fino dal i536 per morte del navarrese Antonio de Ley va, uno de' più. valenti generali di Carlo V, questi elesse capitano generale del ducato di Milano il marchese Alfonso II, 0 resse e difese quella provincia con molto valore, ma fu incolpato d'aver fat- to perire i negoziatori che Francesco 1 a- vea spediti a Costantinopoli, passando pel Milanese. Governando questo, rilevai nel voi. LUI, p. 78, che scelse a suo confesso- re ed elemosiniere il domenicano p. Ghi- slieri, poi s. Pio V. Nel i5.j3 costrinse il duca d'Enghien e il famoso corsaro Bar- barossa, a levare l'assedio da Nizza; ma aJ 1 4 aprile del 1 544 ^u sconfitto a Ceri- zole dallo stesso duca, in cui perirono 10,000 de'suoi combattenti. Quantun- que ferito, raccozzò le sue genti dinanzi a Milano, e salvò quella capitale, in guisa che i francesi poco vantaggio ritrassero dalla vittoria, sino alla pace di Crepy con- clusa a' 18 settembre. Morì neh 546 a Vi- gevano, mentre era stato accusato a Car- lo V da'm danesi di durezza e di eccessi- ve imposizioni. Alfonso II per Maria d'A- ragona fu padre di numerosa prole : cioè il cardinal Ionico d' ìAvahs(y.) legato di Roma e vice-Papa, nell' assenza ili Cle- mente Vili, quando si recò a Ferrara a ao6 V A S prendere possesso di quello stato; Fernan- do Francesco e Cesare ch'ebbero discen- denza; Cai lo principe di Monte Sarchio, che da Gesualda principessa di Venosa ebbe Maria maritata con Alfonso Gioeni principe di Castiglione e conte di Modica; Giovanni signore di Pomaricoe di Mon- te Scaglioso, maritato a M." Orsini; e le figlie Beatrice sposata ad Alessandro Gue- vara, ed Antonia maritala al marchese Trivulzi e poi al principe di Sulmona. De'due figli che proseguirono la discen- denza, dirò prima di Cesare. Questi gran cancelliere del regno di Napoli sposò Lu- crezia del Tufo, che Io fece padre di Gio- vanni principe di Monte Sarchio, 1 unico che sposò Isabella d'Avalos figlia d' Al- fonso Felice marchese del Vasto V e di Pescara VI, e Maria maritata al princi- pe di Madia: soltanto Giovanni continuò questo ramo, come poi dirò. 11 primoge- nito d'Alfonso li, Fernando Francesco fu marchese del Vasto IV e di Pescara V. Pare che questi sia quello che reca- tosi a Roma, benché fossero soltanto i Co- lonna e gli Orsini Principi assistenti al soglio pontificio,^.), Gregorio XIII gli die il i.° luogo nella cappella pontificia e nel Trono ; il marchese più volte gli so- stenne lo strascico del Manto pontificale, gli somministrò l'acqua per la Lavanda delle mani, e sostenne un'asta del Bal- dacchino sotto il quale incedeva il Papa, come e meglio riportai con un documen- to nel voi. LXV1I, p. io4« Da Fernando Francesco e dalla moglie IsabellaGouzaga nacquero, Tommaso patriarca d'Antio- chia , e il suddetto Alfonso Felice mar- chese del Vasto V e di Pescara VI, deco- ralo del Toson d'oro, e generale della ca- valleria di Fiandra. Questi maritato con Lavinia della Rovere figlia del duca d' Ur- bino, nacquero Maria monaca, Caterina contessa di Novellala , e la primogenita Isabella Felice erede universale de'inar- chesi di Vasto e Pescara. Si maritò con Innico d'A valos, figlio di Cesare e di Lu- crezia del Tufo, giù rammentati. Perciò V AS Innico divenne marchese del Vasto Vie di Pescara VII, e fu decorato dell'ordi- ne del Tosou d' oro. Da loro nacquero Francesco Ferrante marchese di Vasto VII e di Pescara VIII, che non ebbe figli da Girolamo Doria, il domenicano Tom- maso vescovo di Lucerà, l'agostiniano Ce- sare fatto arcivescovo inpartibus da Ur- bano Vili, l'agostiniano Bonaventura nel i643 vescovo di Volturata e nel i654 vescovo di Nocera de'Pagani, Francesca sposala al duca Diomede Cai-afa e poi a Pompeo Colonna, e Diego principe d' I- sernia, marchese del Vaslo Vili e di Pe- scara IX. Quest'ultimo sposato con Fran- cesca Carafa, nacque Cesare Michelange- lo marchese del Vasto IX e di Pescara X, insignito del Toson d'oro, il quale non ebbe prole da Ippolita d'Avalos,come non l'ebbero i fratelli Francesco e Ionico, Gio- vanni essendo vescovo inpartibusj le due sorelle furono monache di s. Gaudioso. Terminato cosi questo ramo, ritornando a Cesare gran cancelliere del regno di Napoli, e al suo figlio Giovanni, che dis- si aver continuato la stirpe degli A valos, egli principe di Monte Sarchio, con An- dreana de Sangro del principe di s. Se- vero, nacquero 8 figli, de'quali 6 femmi- ne e fra queste 2 monache, e 2 figli An- drea principe di Monte Sarchio e deco- ralo del cospicuo ordine del Toson d' o- ro, il quale cou Anna di Guevara di Bo- vino ebbe 3 figlie maritate: Andreana a Giuseppe de Medici principe d'Otlajino, Sveva a Giovanni di Guevara duca di Bo- vio o, Giulia a Giovanni d'A valos princi- pe di Troia, e cosi terminò la sua linea, Altro figlio Giovanni di Cesare fu il con- tinuatore della nobilissima famìglia, cioè Anton Francesco maritato ad Andreana Caracciolo de'marchesi di s. Ermo, il cui unico figlio Giovanni principe di Troia sposò la cugina Giulia d'Avalos: delle lo- ro 4 figlie 3 si fecero monache in s. Gau- dioso, e l'altra mori celibe. Da Giovanni fratello di esse e da Giulia, de' loro figli, Nicola primogenito principe diMonte Sur- V AS chio prosegui la discendenza, Giuseppe e Andrea non l'ebbero, e delle 3 figlie 2 si fecero monache, e Ippolita sposò Cesare d'Avalos. Nicola duuque sposò Giovanna Caracciolo del principe d' Avellino e fu madre di 6 figli, 3 maschi e 3 femmine: de'primi Gaetano fu celibe; Gio. Battista marchese del Vasto X e di Pescara XI, il quale non ebbe figli dalla Spinelli e dalla Sangro; e Diego marchese del Vasto XI e di Pescara XII, dal quale con Eleonora d'Acquavi va figlia del couledi Conversa- no nacquero, Tommaso marchese del Va- sto XII e di Pescara XIII , Diego mar- chese del Vasto XIII e di Pescara XIV maritato ad Eleonora Doria. Finalmen- te da questi ultimi nacquero Ferdinan- do marchese del Vasto XI V e di Pescara XV defunto senza prole, il vivente Sua Altezza Serenissima d. Alfonso, supersti- te e celibe, in cui si eslingue l'eccelsa stir- pe, marchese del Vasto XV e di Pescara XVI; e Giuseppe principe di Monte Sar- chio definito. La serenissima famiglia d'A- valosd'Aquiuod'Aragonagodèfinoda'12 marzo 1 704 in vii tuo" mi iliplonia dell'im- pera toreLeopoIdo I, che elevò a principato il marchesato di Pescara, il titolo di prin- cipe del sagro romano impero, ed in segui- to dell'impero austriaco, col trattamento d'Altezza Serenissima, dilezione, e con- sanguineo carissimo; e l'imperatore Giti* seppe 1 nel 1707, nella guerra della suc- cessione di Spagna, promise alla mede- sima famiglia i ducati di Massa e Carra- ra. Allorquando nel regno delle due Si- cilie esisteva la feudalità, il suo rappre- sentante era fin dal secolo XVI gran ca- merario, e dal 1800 in poi r .° barone del regno. L'attuale rappresentante dell' en- comiata famiglia è dunque Sua Altezza Serenissima d. Alfonso d'Avalos principe di Pescara e marchese del Vasto, princi- pe di Monte Sarchio, di Troia, di Fran- cavilla e di Vitulano; conte di Monte O- derisio, oltre di altri 24 titoli signorili che per brevità tralascio. E' poi nel detto ré- gno delle due Sicilie capo di coite ouo- V A S 107 rario di S. M. il re, e cere moni ere del- la medesima real corte; ministro segre- tario di stato e ambasciatore per la firma detrattati colla s. Sede; presidente della reale e magistrale deputazione del s. mi- litare ordine Costantiniano, e soprinten- dente generale di molti stabilimenti di be- neficenza. Nella Spagna è tre volte gran- de di Spagna; e nella s. Sede principe as- sistente onorario al soglio ponti ticio , pel riferito ne' voi. LUI, p. 217, LV, p. 243, non che postulatole della causa della ser- va di Dio M.a Cristina di Savoia regina delle due Sicilie, i.a moglie del re che re- gna e madre del principe ereditario, per quanto raccontai nel voi. LXV, p. 307. E altresì insignito di molti distinti ordirne- questri si nazionali e sì esteri, come ca- valiere gran croce dell'ordine di s. Gen- narOj e cavaliere gran croce del detto militare ordine Costantiniano nel re- gno delle due Sicilie, gran bali dell'or- dine Gerosolimitano, gran croce de' 3 ordini cavallereschi della santa Sede, cioè di Cristo, di s. Gregorio I Magno, e Piano; gran croce dell'ordine d'Isabella la Cattolica di Spagna, di s. Giuseppe del granducato di Toscana; dell'imperiai or- dine di s. Anna di Russia dir." classe; del- l'ordine del Merito di s. Lodovico del du- cato di Parma, e gran dignitario dell' or- dine della Rosa dell'impero Brasiliano. Lo stemma d' Avalos fu di 3 specie. Il i.° si formò d'un solo campo diviso in 4 dadi, due gialli e due rossi, che forma- no l' ornamento ritenuto per 1' antico stemma di famiglia intorno la targa at- tuale. 11 2.0 stemma fu la torre di Casti- glia, concessa a Ruiz Lopez da Enrico IH. 11 3.° colle insegne di grandi generali d'armata, coti cimiero, penne, motto ec, siccome adottarono Ferdinando France- sco Ferrante e gli altri successori gene- rali degli eserciti di Carlo V. Finalmen- te il baldacchino imperiale per essere principe del s. Romano Impero, pel det- to diploma dell' imperatore Leopoldo I. Abbiamo di Valles, Historia del mar- 2o8 V A T ques de Pescara y otres siete Capita- nes, con adicion por Diego de Fuentes, Anversa 1570. VATERFORD. V. Waterford. VATICANO, Valicami? , Compen- diutti totius Urbis, Coca plesso di magni- ficenze splendide e soutuose, e delle più venerande memorie sagre dell'unica /fo- 7/u/( F.^cbiamata perantonomasia Urbs (V.), ed in cui nullum sine nomine sa- xum. E situato al suo occidente presso il colle omonimo, uno de'famigerati Monti di Romat ì quali formano corona natu- rale e immortale alla città eterna, vicino alla destra sponda del tanto famoso Te- yere(F.).Uaiil\caX\V Regione di R.oma comprendeva il rione di Trastevere, fa- cendone parte i Monti Gianicolo e Vati- cano: il Trastevere fu anche detto Urbs Ravennantium, perchè principalmente a- lutato da' ravennati, per cui nella basili- ca Vaticana una delle sue porte si deno- minò Raventiiana.S\ comprende in quel- la parte denominata Città Leonina (V.) O regione d» Borgo , Urbs adiecta, il XIV de' Rioni di Roma (V,), il quale eb- be uno de' Tribunali di Roma (V.) pro- prio, col suo Governatore particolare, che un tempo lo fu pure del Conclave (quando celebravasi nel Vaticano, in cui i conclavi furono tenuti dal 1 3o3 al 1 775 inclusive; in tale tempo di conclave, i Ponti di Rotaia che conducevano al Va- ticano, per privilegio erano custoditi dalla famiglia Afattei),e Sisto V gli die parte del suo stemma. Pel i.°ne formò e fortifi- cò il circuito s. Leone IV (V.) coq altre Mura, Torri e Porte di Roma ( V.) per sua difesa, eziandio con ingrandimento di Roma, servendogli di rocca il propin- quo Castel s. 4ngelo (V.), già Sepol- tura d'Adriano. Il Papa fu aiutato prò acdificatione novae Ronme , anche da' soccorsi dell'imperatore Lotario I, e pre- se il detto pontificio suo nome , Civilas Leoniana , Civitas Nova , poiché colla cinta di mura formò una nuova città se- parata in certo modo dal resto 41 Roma, VAT Situata la città Leonina al di là del Te- vere, diesi trapassava anticamente sul Ponte (V.) Trionfale poi di s. Pietro o Vaticano, ed ora sul nobilissimo Poti' te s. Angelo (V,)t questa parte non era stata propriamente abitata dagli antichi romani, come occupata da quegli edilizi che poi dirò, e per essere luogo basso e allora tenuto di aria imperfetta, perchè dominato dallo scirocco, in uno all'adia- cente rione di Trastevere, come osserva Pa nei ioli. Non cosi fecero i cristiani d'o- gni nazione, per essere vicini a'eorpi de' ss, Pietro e Paolo ; laonde vi costruiro- no abitazioni, Scuole e chiese, ed i Pupi successivamente vi fabbricarono nelle a- diacenze diversi Borghi di Roma (V.)t e ne riparlai nel voi, L, p. 2 55, dicendo di sua etimologia. Sembra il più antico quello che contiene il grandioso Ospe- dale di s. Spirito (V.), perciò chiamato Borgp s. Spirito ; altro parimente anti- co è il Borgo s. Michele, denominazione che prese dalla propinqua chiesa, della quale ragionai anche nel voi. LXII, p. 5.{, Indi Vittore III edificò il Borgo che per lui d i cesi Vit torio j poi si fabbricò il Bor- go detto Vecchio. Sisto IV eresse q al- meno fece la strada da lui detta Sistinat de\Borgo s, Ange lo, nome che prese dalla chiesa d' cui riparlai nel voi. LXXXI V, p.i5i. Alessandro VI lastricò la via prin- cipale che dal ponte e dal Castel s. An* gelo conduce al Vaticano, detta per lui Alessandrina , e con invitare il popola a fabbricarvi abitazioni, colla bolla Et- si Universis Romanae Ecclesiac domi- nio, emanata neli5oo, Bull, Rotti, t. 3, par. 3, p. ^44: Privilegia aedi ficanli uni in via A\exandrina nuper in Urbe di- ree ta a Castro s, Angeli ad plaleam s, Petn principis aposlolorum j cioè que' medesimi accordati da Sisto IV in favore di quelli che ampliavano o costruivano nuovi edilizi a comodità degli abitanti, ed orqato e decoro di Roma, colla bolla Elsi de cunctaritm Civi tatuiti, de' 3o .giuguq 1 480, Bull. cit. p. 1 79. Cogli edi- V AT fizi costruiti si formò il Borgo Nuovo, dello poi e s. Pietro per condurre direi- tntnenle dal ponte alla sua basilica. Fi- nalmente Pio IV fabbricò il Borgo Pio, così appellato dal suo nome, ed anche di s.Anna per la chiesa del sodalizio de' Pa- lafrenieri (F.)A\ vicoviìalo Ponte Trion- fale o faticano sorgeva in mezzo al Te- vere, tra la chiesa di s. Giovanni de'fio- rentini e l'ospedale di s. Spirito, vicino e riinpelto ai Vaticano; e vuoisi che la Porta di Roma (F.) Trionfale o Fati- canat sulla ripa del Tevere fosse congiun- ta alla testa del ponte di tal nome, e met- tesse al Campo Vaticano. Per la porta Trionfale, che non va confusa coll'altra o- monima presso l'ospizio di s. Galla, face- vano V Ingresso .solenne in Roma (F.) i romani capitani vittoriosi, cui era stalo decretato l'onore del Trionfo (F.), e la cui pompa ponevano in ordine nel det- to Campo. Il Ponte Faticano o Trion- fale sembra perito nell'inizio del secolo V, ed i suoi avanzi sono visibili nel Te- vere. Perciò divenendo la Porta Fati- carla la più nobile di quelle di Roma, per essa e pel Ponte Faticano non po- tevano transitare i suburbani , ma i soli cittadini, La Porta Aurelia posta all'im- boccatura del Ponte s. Angelo, fu detta Parta s, Petri fin dal secolo V e conser- vò tal nome fino al XII : rimase in piedi fino ad Alessandro VI, che l'abbattè per unire la Città Leonina col resto di Ro- ma. Altra controporta a fronte della Cit- tà Leonina era Poi ta Collina, detta pu- re Porta Aenea, Cornelia, s< Petri: fu demolita sotto Pio IV nel cingere d' al- tre murala Città Leonina e nel fortifica- re Castel s, Angelo. Ragionando delle Porte diRoma, discorsi ancora delle porte Cavalleggicri, Fabbrica, Castello, An- gelica, Pertusa, Firidaria, delle Mura di Roma di recinto alla Città Leonina, e òe\\ePortePoslerula,{\\ s. Spirito e Setti- mianata\ comunicazione col Mante Già- nicolo e colla regione di Trastevere. Di tulio eziandio riparlai uegli articoli relu- V A T 209 tivi, come feci di detta Strada di Roma a questo articolo, in uno alla Fia Papa- le. Delle chiese, conventi o mouasteri de' carmelitani , trinitari scalzi , scolopi, della penitenza e antonianióeì patriar~ cato armeno ; così delle chiese de'sodali- zi, nonché degli ospizi epalazzi esistenti nella città Leonina o Borghi di Roma , tutti descrissi a'iuoghi loro, e riparlai ne' relativi, inclusivamente a\\e fontane, a- vendo avvertito a suo luogo, della de- molita di Paolo F al principio di Bor- go Nuovo, ove poi si eresse un prospet- to con abitazioni, ed altro prospetto fu edificato dall'altro Iato. Inoltre nel voi. LXXXV, p. 200, notai dove venue col- locato lo stabilimento della Civiltà Cat- tolica. Luoghi tutti delle vicinanze del Vaticano, come de'non più esistenti non mancai ragionarne negli articoli che li riguardano. Quanto alle chiese ne fe- ce il novero nel 1600 in numero di 2 j e brevemente descrisse il Panciroli ne' Tesori nascosti dell'alma città di Ro- ma. Anticamente la giurisdizione spiri- tuale de'Borghi o Città Leonina appar- teneva al vescovo suburbicario di Selva Candida, ossia di s. Ruffino-, vescovato poi unito a quello di Porto (F.). Questi Borghi Urbani di Roma moderna non si devono confondere co'Borghi Suburbani di Roma antica, che in tanti luoghi de- scrissi, e ne trattano Degli Effetti, Memo-> rie di s. Nonnosoe de'Borghi diRoma; e Nibby, Analisi de dintorni di Roma, 11 Vaticano è una delle grandi meravi- glie moderne del mondo (come notai nel- P enumerare quelle antiche, nel voi, LX V 1 II , p. 1 26,che pur descrissi a'iuoghi loro), eterno e diletto oggetto della pro- fonda venerazione de' cristiani, dell'am- mirazione di tutti i popoli, e specialmem te degl'intelligenti e sapienti, siccome ag<- gregato di monumenti preziosi e pe'pre- gi infiniti che gli fanno sublime orna- mento; sì per contenere i Limina Apo- stolorum (F.)t la più augusta papale re- sidenza, uq emporio di duUriua e de'ca- 2 i o VAX polavori antichi e moderni, di cui Roma centro del cattolicismo, patria vera della scienza ecclesiastica e delle belle aiti, è la custode più degua e fedele. Il celebra lis- suno vocabolo Faticano dunque com- pendia non solo un cumulo di fasti civili e religiosi, esprime pure un'incompara- bile raccolta di meraviglie sagre e profa- ne, ecclesiastiche e civili, scientifiche e artistiche, antiche e moderne, greche e romane, etrusche ed egizie; ed è eziandio sinonimo avventuroso della santa Sede apostolica (F.)t sia per lo stabilimento che di essa vi fece s. Pietro, nella cui ba* bilica si venera la di lui Cattedra (F.) t sia per la residenza ordinaria e veramen- te degna del Sommo Pontefice Romano (F.). Da lui Successore (F.) di s. Pietro, a cui furono dal Salvatore date le Chia- vi del regno de'cieli, e l' incarico di Pasto- re de'paslori onde proteggere e pascere le pecore e gli agnelli, dall'altare eminen- te del Vaticano si estende il pastorale e linceo suo sguardo fino all'ultime chiese del mondo, ed interamente su tutta la Chiesa universale, e dal Vaticano ne di- rige e governa i destini con incessante sol- lecitudine, siccome sempre intento al- l'incremento di sua gloria, e percui anche alla maggior gloria di Dio. Dal Valicano il supremo Gerarca, avendo per tutti vi- scere di Padre, veglia sui popoli cattoli- ci, eterodossi, pagaui e infedeli, e costan- temente prega per loro: con paterno af- fetto prega pe'cattolici e li benedice, per la loro santificazione; con paterna carità prega per gli eterodossi e infedeli, per la loro conversione alla nostra ss. Religio- ne (F.Jj imperocché fuori dell'unico e "vero ovile di Cristo, ch'è la Chiesa catto- lica apostolica romana, non vi è salvezza dell' eterna salute; veridica e terribile sentenza, che non cessando mai di ripe- tere, rinnovai ancora una volta, e con ul- teriore autorevole testimonianza del Pa- pa che regna, nel voi. LXXIX, p. 73. Cosi il romano Pontefice, investito della più alla e santa dignità che siavi sulla ter- VAT ra,si mostra nell'esercizio della medesima degno Ficariodi Cristo(F.),che sparse il suo Sangue preziosissimo pei* la salvez- za di tutto quanto il genere umano. Il Vaticano come rocca inespugnabile tor- reggia sublime in Roma cristiana, più e- terna, più grandiosa, più potente, più no- bile dell'antica, feconda sorgente della vita ecclesiastica, della vita cattolica , e di molteplici benedizioni. Roma è laChie- sa madre da cui emana ogni sacerdotale autorità ; ivi é l'incrollabile fondamento apostolico, ivi il fondamento della dot- trina. Roma è la madre e la regina di tut- te le Chiese della terra. La Chiesa ro- mana è la colonna e il fondamento del- la verità, la pietra su cui Gesù Cristo ha innalzato la sua Chiesa, onde le porte infernali non prevarranno giammai con- tro di essa. Roma è il sole centrale, da cui tutte le altre chiese ricevono luce e calore, l'arteria principale, che trasmette la vita a tutti i membri del corpo misti- co di Gesù Cristo: onde di là essa ritor- na verso il cuore per esser vi di nuovo scal- data. E la personificazione di questo cen- tro è il Capo di tutte le Chiese, il Padre di tutti i fedeli, che maestosamente ri- siede nel Vaticano, ed a cui sono rivolti gli occhi e i cuori de'popoli cristiani. In esso il Papa dignitosamente riceve a U- dienza(F) e accoglie Sovrani e Fesco- vi, che festevole benignamente stringe al seno quali figli, e abbraccia siccome fratelli ; indi colla sua bocca apostolica, qual Maestro di vino/istruisce, incoraggia, onora, consola, benedice, santifica. Roma cristiana sede del Pontificato, in mezzo gli urti ed i colpi , che le sono lanciati contro dall'ignoranza, dalla malizia, dal- l'empietà, anziché diminuire sue forze, sempre s'ingrandisce e dilata, come po- tenza che vince ogni ostacolo e sempre trionfa. Trionfò pure Roma profana, ma in assai diversa guisa, e la divina Prov- videnza la trasmutò da possente e for- midabile capitale dominante del grande impero rumano, in sede pacifica, e tea- V A T dell' unità cattolica , in testamento lei uuovo patto, in capitale del tempo- rale principato della Sovranità de' Ro- mani Pontefici e della s. Sede(f/.)i di cui il palazzo Valicano è la nubilissima reggia e il Trono, Roma cristiana, con ben più verità di Roma antica, ed in più grande immensa estensione, non ha re- gnato e ancora non regna, che per la pa- ce e felicità de'popoli soggetti al suo soa- ve impero. La sua lingua stessa, diven- tando il mezzo più possente d' autorità e d'unità religiosa, pose un termine alla confusione e all'anarchia di Babele. I po- poli ancorché divisi da Roma , vivouo ancora e s'illuminano della vita e della lu- ce di cui Roma è il centro. Roma è la città della fede, la sede dell' autorità, la fonte degli oracoli. Quindi le pontifìcie disposizioni anche si dicono ; Oracoli del Vaticano; Decreti del Vaticano ; Fol- gori del Vaticano, la Scomunica e V In- terdetto (F.). Ormai V Europa (definita nel discorso receu te a' suoi elettori di 13uckingam, dalla robusta eloquenza del- l'inglese Israeli ; Sebbene non formi che una piccola parte del globo, occupa il primo posto su tutta la sua super(ìcie) cattolica è giunta al punto di riconosce- re che non esiste e non può esistere più per lei altro Primato (F.)t che quel- lo del romano Pontefice. 11 movimen- to attuale delle menti verso Roma e il Vaticano, è il movimento verso il fonte della vita, della dignità, della libertà. Ro- ma cristiana e il Vaticano sono 1' unico rifugio, il solo punto di sostegno della fe- de, della gerarchia della Chiesa, della di- sciplina ecclesiastica, della legittima indi- pendenza dell'Episcopato dell' universo. In questo stesso annoi 858 il benemeri- to direttore della celebre Armonia di To- rino ivi ha pubblicato co'tipi Fory e Dal- mazzo: Roma e Londra, Confronti del sacerdote Giacomo Margotti dottore in teologia, deputato al parlamento Sar- do, ce. Ne dierono lodevole contezza la Ci- viltà Catlolicai serie 3.8, t. 9, p. 58 1 , ed VAT 211 il Giornale di Roma del i858,p. 239. Dirò solamente, che il eh. autore, il qua- le da vari anni consagra il suo ingegno e il suo zelo a difendere i grandi interessi della religione e del suo bel paese, mal comportando che si spargano tante men- zognesuRomaesuLondra,coll'opera sua è disceso in campo per mostrare la veri- tà delle cose: e lasciando le teorie e le a- strazioni, si è appiglialo all'eloquenza de* fatti, esponendo quanto egli stesso ha ve- duto, visitando questedue capitali, e pre- sentando incontrastabili documenti. Sta- bilisce confronti fra Roma e Londra , e considerate queste ciltà appunto come il compendio di due contrari principii, di due grandi idee una diversa dall'altra; consagra il suo libro a mostrare l'influeu- za del cattolicismo e del protestanlismo sulla prosperità materiale e morale delle popolazioni , per concludere poi che la condizione de'cattolici e lo stato di Roma non sono così infelici, come osano asseri- re taluni dalla superba Albione e anche dalla Dora, e che Londra non è un para- diso di delizie e di prosperità, quale si vor- rebbe rappresentare. Esaminati i parago- ni, massime per tutte le appartenenze del- la vita pubblica, non si potrà quindi fa- rei panegirici di Londra e le nenie di Ro- ma; derivandone la conseguenza pure, che quanto a beni morali e materiali il vero popolo, cioè la moltitudine, sta senza con- fronto meglio sul Tevere che sul Tami- gi. Roma, la città di Dio, il santuario del- l'universo, chiama i popoli in nome del cielo al godimento de'beni morali, con- siderando come un semplice accessorio! vantaggi terreni. Londra, la città del mon- do, il paese dell'indipendenza, |" ara del parlamenta ristati, l'emporio del commer- cio universale, invita le genti a godere della terra e sulla terra, a studiare l'au- mento di questi gaudi, ad inebriarsene come sefossero l'ultimo termioedella vita. Sceltosi da Gesù Cristo, Simon Pietro ad esser Pietra fondamentale della suaC hie- sa, per divina disposizione passo dali'O- 212 VAT riente all'Occidente, dall'antica Gerusa- lemme alla nuova Gerusalemme. Pietro, keuchè più specialmente apostolo de'giu- dei, com'era Paolo de'gentili, lascia tut- tavia Gerusalemme e V Oriente, già tea» tio delle più splendide manifestazioni di* vine durante la legge primitiva, la culla del genere umano e del suo Redentore, il quale ivi compì i misteri di sua vita e morte, e per lui la culla di nostra ss. Re- ligione; lascia altresì Antiochia (di cui me- glio a Siria), dove le appellazioni di Cri» stiano e di Cristianesimo erano entrate la i.a volta negli umani linguaggi; passa in Occidente e recasi a Roma capitale del mondo, da Dio preparata pel suo seggio onde dominare sopra lutto il mondo, e secondo le nobili parole di s. Leone 1 Ma- gno, per piantare il trofeo della Croce so- pra le cittadelle romane, giusta le divi- ne preordinazioni, e dove per esse avreb- be trovato la gloria della passione e l'ono- re del Primato ( P.) sopra tutta la Chiesa. Così fu scelto e designato il luogo allo stu- pendo edilìzio, vi fu trasportato dall'an- tica alia novella Gerusalemme il Sacer- dozio, vi fu piantata la Croce: non vi re- stava che gettarvi nel fondamento la i.a pietra. Un giorno Pietro, consigliatosi di abbandonare la grande Babilonia Roma, era già uscito fuori delle porte delia città; ed ecco venirgli incontro d Signore, a cui egli chiede: Domine quo vadis? ed il ce- leste pellegrino a lui rispose. Io vado a Roma per esservi crocefisso un'altra vol- ta (nel luogo fu per memoria eretta la sus- sistente chiesa di s. Maria delle Palme o delle Piante o Domine quo vadis? di cui tornai a parlare nella biografìa del s. A- postolo). Pietro intese l'arcano significa- to dell'alta parola; rientrò nella città per sostenervi la morte medesima del Reden- tore, e pel suo supplizio nel Vaticano (al- tri vogliono nel propinquo Monte Già-' /«/co/OjOv'èla Chiesa di s. Pietro in Mon- torio) si compì più perfettamente il mi- stero della quasi identificazione del disce- polo col suo maestro, della pietra visi» VAT bile colla pietra invisibile ch'è Gesù Cri- sto. Quindi presso Roma si racchiude a fianco del suo Valicano una pietra beu più. salda ed immobile che non era quel- la del suo vecchio Campidoglio , Capi' tolii immobile saxum. Poiché da quan- do Simon Pietro confessò Cristo per la sua morte, come l'avea in vita predicato col- la sua parola, da allora esso restò fermo e incrollabile nel posto apparecchiatogli, diremo quasi fin dall'istante in cui Dio poneva i fondamenti della terra. Così l'u- mile Pescatore di Galilea piantò nelle mu- ra di Roma, in un col vessillo della Re- denzione il seggio Papale, le cui glorie uon finiranno die col finir de'secoli.Così Roma pe'ss. Pietro e Paolo suoi protettori.daU'es- ser cieca discepola d' ogni errore divenne maestra di verità, perchè in Roma stabilì s. Pietro la sua sede, ed in Lio in a vive egli tuttora nel suo successore che la governa. Intorno alla gloriosa spoglia di s. Pietro si estese la costruzione immensa delia Chiesa, e nel benedetto colle Valicano che ne fa il centro, la mano di lui sem- pre viva e vigorosa impugnerà le chiavi del regno celeste. Da quel memorabile i- stantes'iniziò una Roma novella più gran- de, più augusta, anzi sola grande, sola au- gusta al paragone di quella che si sfasciò e si spense tra l'orgie sanguinolenti e im- pure di que'tnoslri coronati ch'essa chia- mò suoi Cesari. Il qual concetto da niu- no fu espresso più nobilmente che dal fa- condo e dotto s. Leone 1 Magno Papa del 44°> m Roma slessa, nel Strm. 83 in Na- tali ss. Apost. Petri et Pauli, n.° i, in queste solenni parole. » O Roma 1 Sono Pietro e Paolo que'due Grandi, pe'quali ti sfolgorò agli sguardi l'Evangelo di Cri- sto, e pe'quali di maestra che eri di er- rore, diventasti discepola di verità. Que- sti sono i veraci tuoi Padri e Pastori che, per metterli sulla via de'regni celesti, ti costruirono con assai migliori auspicii, che non avean fatto que'due altri che a- veano gettato le prime tue fondamenta, e de' quali quegli che dietti il nome da V AT strage fraterna ti lasciò maculata. Furo- no que' due Apostoli che t'innalzarono a questa gloria di essere gente santa, popo- lo eletto, città sacerdotale e regia, la qua- le, per la Sede del B. Pietro , fatta me- tropoli dell'Orbe cristiano, stende il suo pacifico dominio per religione celeste più largo assai che già non facesse per pre- potenza terrena. Perciocché, per quanto siano vaste le terre e i mari a cui per di- ritto di vittoria protendesti il tuo impe- ro; tuttavia quello che le fazioni guerre- sche ti sottomisero è meno assai di quel- lo che la pace cristiana ti ha acquistalo". Le suesposte verità, in parte le attinsi da' tre seguenti stranieri prelati, luminari del- l'odierno Episcopato. Il tedesco cardinal Geissel arcivescovo di Colonia, in Roma ricevè dal Papa Pio IX una pietra estrat- ta dalle catacombe de' ss. Pietro e Mar- cellino, e 6 medaglie coniate per la pro- mulgazione del dogma dell'Immacolata Concezione. La pietra e le medaglie nel 1857 il cardinale solennemente pose nel- le fondamenta d'un grandioso monumen- to commemorativo a tale promulgazione, in una delie principali piazze di Colonia, pronunziando un eloquente discorso, in cui ragionò ancora dell'impressioni che avea fatte a lui il Padre comune de'fedeli e l'eterna Roma, ed il Giornale di Ro- ma a p. 572 ne die contezza. Eguali im- pressioni in ogni tempo sentirono nel cen- tro della cattolica unità accanto le cene- ri de'beati Apostoli Pietro e Paolo, altri sagri pastori. Ciò pure avvenne a mg/ Pie vescovo di Poitiers, che l'espresse in una fnslruction Synodaleì\>o\l\eisi&5'j; ed al cardinal Hauiick arcivescovo di Za- gabria, che le manifestò in una Litterae Pastorales, Za^abv\aeiS5'j. Questi ulti- mi due prelati , francese e croato slavo, informati ambedue dello stesso spirito e tendenti allo stesso scopo, colle loro no- bili penne espressero quasi i giudizi stes- si intorno alla Roma cristiana, toccando anche l'argomento del potere temporale de'Papi. Per la cui importanza, la Civil- VAT ai 3 tà Cattolica, serie 3.a, t. 7, p.s^eGyS, col magnifico articolo: Roma Cristiana, de'due gravissimi scritti, ad onore di Ro- ma e A* Italia, ne pubblicò la maggiore e più conveniente parte. Adunque, e dal ri- ferito dal G ior na le sul discorso del car- dinal Geissel, e dal contenuto della Ci- viltà, io mi giovai nella precedente breve digressione. E quanto al pontificiogover- no (sul quale è da ricordarsi con lode il li- bro di Domenico Avella : Vari errori contro il ch'il Principato deJ Papi, e la sagra inviolabile podestà de'Regitonfu- to//,Napoli 1 84cj)e al soggiorno degli stra- nieri inRoma,ed a qualche altro punto più essenziale al mio scopo, per non allonta- narmi dal mio argomento, mi limiterò a ri- produrre soltanto i seguenti brani. » Con ciò non si vuole già asserire che tutto nel governo temporale di Roma sia perfetto. La perfezione non è cosa che possa tro- varsi in questo mondo; ed ivi medesimo, ove vigoreggiano le più eccellenti istitu- zioni, vi resta sempre una larga porzione alle miserie degli uomini ed alla debolez- za degli strumenti che si adoperano. Ma quello che rende Roma singolare dall'al- tre metropoli è, che dove in essa non si osserva un disordine,che non sia altamen- te condannato da'principii ond'è retta la cosa pubblica, altrove appena vi è errore o delitto che non possa logicamente tro- vare la sua sanzione in qualche principio messo in capo alla stessa legge. In ogni caso quello che mostra ad evidenza Ro- ma non essere una stanza insopportabi- le è lo scorgere i tanti che vi traggono da tutte parti, o venutivi se ne dipartono con rincresci mento, q nasi dal fianco di una madre bene amata. (Si può aggiungere: Roma, che co'grandi e meravigliosi mo- delli, che tiene sparsi nelle sue pinacote- che, nelle sue chiese, ne' suoi musei, ne' suoi palazzi, ed anche nelle sue piazze, è una Scuola di belle arti la più perfetta: ovunque presenta studi di pittura e di scultura. Un numero grandissimo d'ar- tisti provenienti d'ogni parte del mondo 2*4 VAT ella accoglie fra le sue mura, e li fa vaien- ti maestri, perchè ispirati da quel su- blime che si trae dal cielo romano. Veg- gonsi essi occupati ad animar le tele e i marmi,ed i più distinti di quando in quan- do offrono alla pubblica vista opere de- gne del più alto encomio. Ed ogni anno molte di siffatte opere sono trasportate principalmente in ciascuna partedell'Eu- i-opa e dell' America, e così vanno nelle patrie di coloro che l'hanno ordinate, o degli artistiche l'anno eseguite. Dell'an- nua esposizione di opere di belle arti in Roma, riparlai nel voi. LXXXI V, p. 55). Né ciò si osserva solo de' cattolici , con- dottivi da un sentimento di fede pietosa; ma Roma, in certi tempi segnatamente, ribocca di americani, d'inglesi,di prussia- ni, di russi, che vuol dire di protestanti e di scismatici, tratti colà non dalla curio- sità solamente, ma da una soavità di vi- vere riposato e tranquillo che gl'invita e li trattiene. In quella metropoli dell'or- todossia,dove la libertà religiosa non è scritta in alcuna carta costituzionale, do- ve la teorica del diritto di lutti i culti ad un'eguale protezione sana riguardata co- me bestemmia, si pratica una benignità di governo che forse non ha altro riscon- tro, e di cui talora i meno rigidi si que- relano e poco meno che si scandalezza- no: tanta è la tolleranza del Padre couou- ne di tutti i battezzati I ed essa si stende fi- no agl'israeliti, e non esclude gli stessi pa- gani ed infedeli". Se l'Oriente vuol esser giusto, confesserà eh' esso non ha avuto nemico più sfidato e perseverante di se medesimo; e che insieme non ha avuto amico e protettore più affettuoso, più lon- ganime, più infaticabile di quello del Pa- pato latino, persino nella sua Uffìzia tu- ia divina (F.). E se l'Occidente non vuol essere ingrato confesserà e riconoscerà, che il vantaggio d'essere stato scelto ad avere nel suo mezzo il seggio romano, lo ha costituito e lo mantiene alla lesta del- la cristianità e dell'umano incivilimento. Gerusalemme fu capitale d'una razza ri- VAT stretta e privilegiata, che si mostrava a* vara de'suoi favori e sospettosa che altri popoli ne partecipassero. Tutt'altra cosa è del cristianesimo e della sua metropoli costituita nell'Occidente. Essa è aperta a tutti, é generosa, è attraente, è diffusiva di se, e per lei non ci ha ne giudeo, ne gre- co, né gentile.nè barbaro,nè scita, né man- cipio, né uomo libero. Doveil Pontificato dell'antica legge era ristretto ad una tri- bù e ad una famiglia, il Pontificato ro- mano é accessibile a tutti, e Roma ha vi- sto regnare i Papi d'ogni Patria e na- zione ; neppure è impedi mento ad esser- vi sublimato 1' eia, né la bassa origine e l'oscura condizione: tutto provai ne'ricor- dati due articoli. Arrogeche io qui ricor- di,chenel voi. LXXXIIf,p.28o,feci paro- la dell'aureo argomento di recente dotta- mente svolto dal cardinal Baluffi vescovo d Imola: La Chiesa Romana riconosciti' ta alla sua carità verso il prossimo per la vera Chiesa di Gesù Cristo. Roma rappresenta, per dir così, lo Spirilo lati- no, ed il genio occidentale nella sua no- bile personificazione, come in certo qual modo il Vaticano rappresenta e personi- fica la Roma papale, il perché ad esso sì rannoda e compendia quanto vado rife- rendo. Ora il genio latino, accoppiamen- to meraviglioso di grandezza e di sobrie- tà, di coraggio e di lentezza, é per eccel- lenza il genio della conquista e della con- servazione, della sovranità e del governo; e così il suo linguaggio, divenuto il più poderoso strumento di autorità civile e poscia di unità religiosa , pose quasi un termine alla confusione babelica, secondo la bella idea di Giuseppe de Maislre , i confini di quella lingua sono i confini me- desimi dell'incivilimento e della fraterni- tà che vigoreggia tra le nazioni europee. Quanto a' moderni romani , si dice, non vi è certo popolo o individuo che non ab- bia il suo lato debole o difettoso; ed è brut- to vezzo del nostro tempo non guardar ne' cattolici, che i loro difelli; non guardare negli eretici ed anche ne' pagani, che le V A T loro virtù. Tuttavolta avendo Dio desti- nato il popolo romano a sostenere la par- te precipua nel governo universale della Chiesa, conviene pur dire ch'Egli vi ab- bia trovato de'pregi acconci a quel fine, e che eziandio i suoi difetti, per la sovra- na sapienza di che se ne vale, ponno es- sere rivolti all' armonia del suo disegno. 11 genio romano de'tempi cristiani non è diverso da quello che dallo Spirilo Santo fu definito negli antichi, i quali posside- runt omnem locum Consilio etpatìentia. All'uopo non gli manca il coraggio, e ne può dare ampio argomento la feconda sto- ria de'Papi, ricca di tanti fortissimi, che niun'altra dinastia ne potrebbe spiegare una serie somigliante. Predomina nel ro- mano l'indole paziente e perseverante, e ne' romani addetti al governo ecclesiastico vi è un accoppiamento singolare del san- gue generoso degli Scipioni, e della misu- rata lentezza de'Fabii. II far grave e ri- tenuto, che si osserva in Roma nel tratta- re gli affari della Chiesa, fa singoiar con- trasto colla vivacità italiana, quale si os- serva in altre contrade della nobilissima penisola. Roma è la patria della scieuza ecclesiastica, talmente che il B. Pietro stes- so sembra continuare quel suo insegna- mento nella sua città prediletta, giusta le parole di s. Leone I Magno, e quindi spar- gerne pel resto del mondo gli splendori. » I grandi lumi d'ingegno e di dottrina si scontrano certamente a quando a quan- do in ogni regione; ma in parila di altre circostanze in nessun luogo , quanto in Roma, si trova quella sicurezza di tradi- zione che governa V ingegno, che ne fa bene spesso le veci, e che lo preserva ta- lora da'traviaraenti, a cui esso abbando- nato a se medesimo sarebbe esposto. Ag- giungiamo che l'assistenza divina promes- sa al Vicario di Gesù Cristo, si stende in certa guisa sopra tutta la Chiesa partico- lare di Roma, inseparabilmente accoppia- ta alla missioue di quello, e specialmen- te incaricala d'associarsi all'opera di lui; ed è per così dire un profumo di grazia VAT *i5 celeste che dal ca£o di Aronne scende fi- no al lembo estremo del suo vestimento. E così in nessun altro luogo siccome in Roma il semplice fedele sente la parte che il suo carattere di cristiano lo mette io. condizione di prendere all' amministra- zione universale della Chiesa. Che ci ven- gono dunque a dire codesti politici della secolarizzazione del governo romano?Xoa pure nell'ordine civile, ma nel maneggio medesimo delle cose ecclesiastiche sono in gran numero occupati i laici , perchè il laico nella Chiesa di Dio non è un pro- fano e molto meno è un pagano. E per- tanto la scienza sagra vi è profondamen- te studiata, ed alcuni affari della Chiesa vi sono trattati da laici spettabilissimi, le- gali ancor dal vincolo coniugale, senza che si desideri in essi quel zelo e quella solle- citudine che parrebbero più proprie del- la tribù sacerdotale. Da quest'accordo di scienza e di zelo coll'assistenza del divino Spirito procede quella innegabile supe- riorità che si scorge in ogni atto che e- mani dalla Corte Romana (vocabolo di cui riparlai nel voi. LXIH , p. i53), in materia di dottrina e di governo eccle- siastico. Né questo deve ispirare gelosie alle altre nazioni ... La sana teologia non permette il menomo dubbio inlurno al- l'indissolubile unione del Pontificato su- premo al seggio episcopale della città di Roma. Gesù Crislo conferì il Primato u- ni versale a Simon Pietro per lui e pe'suoi Successori. Ora, fosse per volontà libera di Pietro stesso , che non sembra guari probabile, fosse per provvedimento ed e- spresso comando divino, come tutto di- mostra; il fatto è che essendosi Pietro scel- to un seggio particolare, chi gli succede in questo ne raccoglie tutta intera l'ere- dità; e pel fatto solo di succedere a Pie- tro nell'episcopale Sede Romana, il suc- cessore si trova per diritto divino inve- stito del primato sopra tutta la Chiesa u- niversale. Se dunque il primato aposto- lico è inseparabile dalla Chiesa di Roma, uè segue che il Papato deve avere il suo 5u6 VAT seggio in Roma , stante che , secondo le norme ecclesiastiche, In residenza va con- giunta al titolo. Alcune circostanze straor- dinarie ponno giustificare e necessitare e- ziandio un temporaneo cangiamento di residenza, e vie memoria di assenza dal loro seggio (di Roma, nel quale articolo tutte quante l'enumerai) prolungata da' Pontefici per ben 70 anni; ma il cangia- rnentodella residenza non trae seco quel- lo del titolo; ed il Papa Giovanni XXII residente in Avignone e nel contado Ve- naissino (V.) dominio papale, a chi gli proponeva di prendere il (patrio) seggio di Cahors(V.)f rispondeva che in questo ca- so egli saria rimaso semplice vescovo di Cahors; laddove quel qualunque che a- vrebbe assunto il Vescovato di Roma sa- ria stato il vero e legittimo Pontefice su- premo: Velimus, nolimus, rerum Caput Roma erit". In molti articoli deplorai le funeste conseguenze dell'assenza de'Papi da Roma, dal Laterano e dal Vaticano, e quella strana d' Avignone, operata da Clemente Vneli3o5, produsse il luttuo- so, grande e lungo Scisma (V.) d'occi- dente, che divise nell' Ubbidienza (V.) principi e nazioni, con perniciosissimi dan- ni. Per mortedi Giovanni XXII, nel 1 334 in Avignone fu offerto il pontificatoal car- dinal Raimondi diComminges, col patto di non ritornare a risiedere in Roma; ma egli eroicamente ne fece Rinunzia (F.)% perchè simil patto era di gravissimo dan- no alia Chiesa, onde protestò esser con- tento piuttosto di vedersi spogliato del cappello rosso, che aver il pontificato con sì indegna condizione, di prolungare in tal maniera il pericolo, in cui egli crede- va il pontificalo fuori della sua sede na- turale, come racconta Novaes. Urbano V eletto in Avignone nel 1 362, riguardan- do la dignità pontificia come esiliata al di là de'monti, mentre era in Avignone, non volle cavalcare nella solennità della coronazione; indi la restituì al Vaticano, ma poi ritornò in Avignone. Ivi gli suc- cesse Gregorio XI, che tosto nuovamen- V A T te dichiarò l'arcibasilica Lateranense ma- dre e capo di tutte le Chiese, e sede prin- cipale del Papa. Poscia volendo por fine ad una specie di vedovanza, in cui langui- va la Chiesa romana, per la residenza pon- tificia fuor del suo luogo naturale tra- sportata, vinto ancora dalle persuasive di s. Caterina da Siena (che celebrerò nell'articolo Venaissino), nel 1377 si recò al Vaticano e in esso morì. Con- viene che io qui eziandio rammenti, che de* corpi de' ss. Pietro e Paolo (V.) e di loro Traslazioni, riparlai celebrati- dò le loro ss. Teste (nel qual articolo tor- nai a ragionare dell' altare ligneo di l. Pietro, anche col eh. mg.r Bartolini dot- to archeologo. Il cardinal Wiseman nel suo libro, complesso di bellezze, Fabio' la o la Chiesa delle Catacombe, che ce- lebrai in diversi luoghi , crede con altri scrittori e col Butler, che la sua titolare Chiesa di s. Pudenziana sia la più an- tica chiesa del mondo, ed ove s. Pietro stabilì la sua Cattedra, dallo stesso emi- nente scrittore illustrata, e vi eresse l'al- tare ligneo portatile, l'unico de'primitivi tempi cristiani in Roma, ed esistente nel- l'unica e prima chiesa di tal città, da do- ve s. Silvestro I lo trasportò nella basi- lica di Laterano. Però una tavola del me- desimo si conserva nell' altare di s. Pie- tro nella chiesa di s. Pudenziana; raffi oli- tala teste col legno dell'aliare di Latera- no, venne trovato identico nella materia. Chiama dunque la propria titolare la chiesa episcopale, cattedrale, pontificale di Roma per circa tre secoli; che s. Pio I vi aggiunse un oratorio che dichiarò ti- tolo, che restò attaccato alla precedente chiesa; di più nella chiesa eresse fontibat- tesimali permanenti, qual prerogativa di cattedrale, poi trasferita coll'altare al La- terano, e la cattedra al Valicano. Che ivi ancora s. Lorenzo distribuì i ricchi Va- si della chiesa a' poveri : noterò che al- tri vogliono che ciò seguisse nella Chie- sa di s. Maria in Domnica. In conferma che la chiesa di s. Pudenziauu fu 1' umi- V AT le cattedrale di Roma, durante i 3 pria»» secoli, riporta il cardinale la congettura del dotto Bianchini in un modo assai plau- sibile, che la Stazione della domenica di Pasqua non è alla cattedrale di Latera- no, né a s. Pietro, ove il Papa ufficia. Ag- giunge, quantunque si possa uaturalmen- tesupporre che dovesse essereall'una del- le due, la Slazionc è alla basilica o Chie- sa di s. Maria Maggiore, la quale ser- viva per l'ammiuistrazione del battesimo alla chiesa di s. Pudenziana, distante di là un trar di sasso. Imparziale, oserò io alcune osservazioni. Le Terme Novaz.a- ne e limoline, ove fu ospitato s. Pietro, ebbero estesa area, nella quale furono e- rettela Chiesa di s. Pudenziana, \b Chie- sa di s. Prassede, il Palazzo apostoli- co di s. Pudenziana, il Palazzo aposto- lico di s. Prassede, la località del quale in uno alla chiesa è de Vallomhrosani, oltre il rispettivo titolare. Pertanto gli scrittori antichi sono in conflitto nel con- cedere tra le due chiese il primato , ap- punto perchè edificate nella stessa area. Io in più luoghi ne riferii le opinioni.Pro- pugna quelle in favore di s. Prassede il vallombrosano p. ab. Davanzati, Notizie al pellegrino della basilica di s. Pras- sede, Roma 1 725. Novaes nella Storiadi s. Pio I, dice che ad istanza di s. Prasse- de eresse nel palazzo di lei il titolo di Pa- store, oggi s. Pudenziana, ove avea abi- tato s.Pietro. La Chiesa dis. Maria Mag- giore fu edificata e quindi consagrata da Papas.Liberionel353 circa, quando già s. Silvestro I avea dichiarato la basilica Lateranense cattedrale di Ptomae madre di tutte le chiese del mondo. Anticamen- te i Papi dal Laterano nella festa di Pa- squa, con solenne cavalcata vi si recava- no a celebrare pontificalmente la messa; questa pare la ragione che di preferenza in essa vi sia la Stazione di Roma. Si pon- ilo vedere tutti gli articoli ricordati in cor- sivo; e per la figliuolauza della chiesa di s. Pudenziana alla basilica Liberiana, 1 voi. LU, p. 75, LXXV, p. 210 e 219), VOL. LXXXVIU. VAT *i7 e quanto alla Chiesa di s. Paolo fuori le mura (V), altri Limata Apostolorum, compii la descrizione del risorto sontuo- so tempio, con altre notizie relative, ne vol.LXXIU,p.352,LXXV,p.2i4.Le Teste de' ss. Pietro e Paolo furono col- locate nel domestico oratorio e poi nella protobasilica Lateranense, presso la qua- le i Papi ordinariamente abitarono per io secoli nel Palazzo apostolico Latera- nense(F.),ce\ebvaùss\moPatriarchios\l ternando la loro dimora col Vaticano. Il venerabile e famigerato Laterano (T.J fu residenza pontificia cominciando da s.Mel- chiade, per munificenza di Costantino 1 Magno, il quale dopo aver fabbricata la basilica Lateranense e la Vaticana, presso questa formò al Sommo Pontefice due K- piscopih oltre quello nel detto suo impe- riai palazzo, ambedue anzi vi ebbero pu- re il Triclinio {V.); e per disposizione meravigliosa di Dio, e colla memorabile traslazione della sede dell'impero roma- no in Costantinopoli, pose ad effetto 1 di- segni della divina Provvidenza su Roma, acciò restasse libera in potere de'Papi e divenisse metropoli del caltolicismo, pel maggior suo decoro e universale propa- gazione, e per l'indi pendente esercizio del- la loro santissima e suprema autorità. L'invasione de'barbari, lo strepitoso scio- glimento del colossale impero romano, assicurarono la libertà e indipendenza del- l'autorità pontificale. Roma però non e la capitale della Chiesa trionfante o ce- leste bensì è della militante o terrestre ( scrisse Pietro Vecchia, Della Chiesa militante e trionfante, Roma i683); e s Pietro trovavasi cogli altri Apostoli, quando Cristo intimò a tutti che perse- guitati in una città riparassero in un al- tra. Il perchè il successore di s. Pietro non deve stupirsi se talvolta la sua città e in- grata, otalecomparisca pe'faziosi che visi annidano, ed alcuna volta persino i ob- blighi a partire altrove, sapendo egli che la forza delle cose lo ricondurrà trionfan- te ben presto al proprio seggio; e V avve- i5 2.6 VAT ni re per questo capo trova la sicurezza nella storia del passato, con molti estu- pendi esempi. Quando ne'lempi moder- ni alcune potenze occidentali, mostrando- si preoccupate delle condizioni sociali e civili del governo pontifìcio, prodotte dal lamentabile spirito del secolo, gli vollero suggerire consigli d'amicizia e di bene- volenza, forse il Pontefice avrebbe potuto ripetere loro la parola del divinoMaestro: FiliaeJerusalem, nolitejlere super me, sed super vos ipsas fletè, et super filios vestros. (Ma lo stesso incessante sofistica- re contro il principato civile de'Papi. prò* dusse per l'energia robusta d'imparziali penne sfolgorante luce di verità , il do- versi riconoscere: quel Principato essere condizione indispensabile non solo del- l'indipendenza delia Chiesa, ma eziandio d'ogni libertà, di ogni dignità, di ogni iu- civilimento dell' umana famiglia. Impe- rocché i nemici del catolicismo, volendo con ogni arte mostrare ai mondo che Ro- ma sta alla coda d'ogni perfezione uma- na e civile, furono, senza volerlo, occasio- ne che si mostrasse dagli encomiati scrit- tori, essa veramente stare alla testa). >» In conclusione Roma non ha altro verace nemico che il nemico comune di tutte le società e di tutti i governi, e questo stesso essa lo sperimenta per la parte sua pro- pria meo minaccioso che non parecchia altre nazioni. Allorché si vuole attenta- mente considerare quella penisola in al- tri tempi così agitata, si dee confessare che per avventura in nessuna età mai es- sa si é mostrata meno minacciosa che al presente. Dall'altra parte se gli slati pon- tificii non sono scevri del male , essi ac- chiudono all'ora stessa il rimedio, a dif- ferenza di altri paesi, ne'quali le cause più poderose del male vigoreggiano accanto al male medesimo per perpetuarlo. Così nulla apparisce più maestoso che la tran- quilla confidenza del Vicario di Cristo in mezzo a lutti i timori ed a tulle le appren- sioni che noi nutiiamo per lui. Colla so- lenne serenità della sua fronte egli acni- VA T bra dirci: Nessuno di voi s'impensierisca soverchio di queste tribolazioni: il Papa- to ne ha veduto bene altre fino dalla sua gioventudioe; ma esse non prevalsero mai sopra di lui. Saepe eocpugnavcrunt me a juventute mea; etenini non poluerunt mihi", Roma sortì un destino unico ne* fasti dell'umanità, di reggere cioè il mon- do pagano colla forza , e di governare il mondo cristiano colf autorità. Pensiero che potrebbe compiersi col riflettere, che e la forza e l'autorità onde reggere e go- vernare l'uno e l'altro mondo l'ebbe Ro* ma pel seggio cui venne iu quesl' alma citlà a fissarvi il principe degli Apostoli. Il gran poeta Dante celebrando Roma de- finì il luogo de'beati Roma onde Cristo e Romano. Disse inoltre Dante : L' Al- ma Roma e il suo impero- Fur stabiliti per lo loco santo - U' siede il sucre s sor del maggior Piero. Altri versi del som- mo Dante in venerazione del Pastore universale li riportai uel voi. LXXXVI), p. 260, dicendo della difesa di lui falla dall'imputazioni contrarie. Altra già ne avea pubblicala uno de'suoi degni e in- numerabili ammiratori e illustratori, il eh. cav. Filippo Scolari : Difesa di Dan- te Allighicri in punto di religione e co- stume, ossia pel retto studio della Divi- na Commedia e della Monarchia, Bellu- uo 1 836. In questo libro si rende ezian- dio ragione della stupenda medaglia del- l'eccellente incisore Francesco Patinali, che la pubblicò a Milano, consagrata ad onorare la grande opera del dolio camal- dolese d. Mauro Cappellari, poi Papa Gregorio XVI : // trionfo della s. Sede e della Chiesa contro gli assalti deJ nova- tori combattuti e respinti colle stesse lo- ro armi. La quale opera con assoluto por- tento di fatto trionfo nella persona mede- sima dell'autore di tanto libro. L'esimio incisore mirabilmente scolpì nel davanti il busto di Dante col motto: la quale e il quale, a voler dir lo vero; e nel rove- scio il simulacro di Roma sedente, ap- poggiando il braccio siuislio sullo slem- V AT ma del laudato Pontefice, ferma lo sguardo nel frontespizio del memorando volume, nuovo garante a tutto il mon- do cattolico de' suoi eterni e inconcussi destini. Fra quelli che celebrarono il nu- misma, ricordo pure il celeberrimo Mis- sirini, il quale si espresse: Che come il nome di Cicerone presso gli antichi era T unica sommità morale e intellettuale, che eguagliar potesse la maestà dell'im- pero latino : cosi in questa medaglia era stata a buon diritto improntata l'imma- gine dell' Allighieri, sola sommità intel- lettuale, che avesse potuto eguagliare e significare le glorie posteriori al latino impero, e fondamento della civiltà mo- derna,! quali saranno mai sempre Roma e la s. Sede. Che siccome Dante era sta- to un vero cattolico, questa medaglia gli avea reso una gloriosa testimonianza; non senza il più rilevante intendimento di richiamare al dovere le menti degli studiosi, e disingannarli apertamente, sul punto che si possa pretendere di stu- diar Dante, di conoscerlo e di apprezzar- lo, senza rimaner con lui attaccati, pri- ma d'ogni altra cosa, alla cattolica reli- gione, ed alla Cattedra di s. Pietro da cui procede 1' unità e l'integrità della Fede^ ch'è fondamento al poema sagro, cui posero mano il cielo e la terra, per- chè in fatti è stato coordinato alla fe- licità di tutto un popolo, sì nella pre- sente che nell'eterna vita, col mezzo de' più efficaci e intemerati precetti. 11 Vaticano rappresenta insieme il Sommo Pontificato e il Principato Sovrano più antico, dell'augusto coronato del sagro Triregno (^.) , che dignitosamente co- perto del Manto e del paludamento pon- tificale , vi siede nel maggiore e più su- blime de' Troniy stringendo per scettro le simboliche Chiavi pontificie (P.), Pa- dre def principi e de' re, Maestro Univer- sale del mondo cattolico e di tutti quan- ti i fedeli, d'ogni colore e lingua, Vicario in terra dell'onnipotente Signore deno- minanti. La maestà del tempio augusto VAT 219 che fra le sue mura torreggia e lancian- do al cielo l'altiero capocuopre il vene- rando sepolcro di s. Pietro , simbolo di sua grandezza a quanti vengono riveren- ti a visitarlo, sarà mai sempre testimone eloquente della santità e della saldezza del seggio pontificale. I) medesimo tem- pio tutti quanti tacitamente invita e ad accrescer negli uni l'amore verso la tom- ba augusta, ed a spegnere negli altri l'o- dio ingenerato dall'orgoglio, che covano contro il pontificio seggio, per formare un solo ovile sotto il redimento dello stesso pastore in sano pascolo di fede, fra le armoniche delizie della carità e della pace. Alla vista di quella grandiosa mo- le, dinanzi alla magnificenza, con che so- no ornate le tombe de'due magnanimi A- postoli, ognuno sente un'interna inespri- mibile compiacenza, e benedice alla di- vina istituzione del Papato, che ha sapu- to conservare una parte di Roma antica, e sulle rovine della parte distrutta dal martello inesorabile del tempo o de'bar- bari innalzare una Roma moderna. L'avventuroso colle Vaticano è posto ne'confini che separano l'antica Tosca- na dal Lazio , e per essere remoto assai dall'antica Roma, non fu enumerato tra que'monti principali per rispetto de'quali Roma si disse Città Setticolle. E«si e- rano: il Capitolino, il Celio, l'Aventino, l'Esquilino, il Viminale, il Palatino, il Quirinale, sul quale elevasi l'altra pon- tificia reggia estiva del Palazzo aposto- lico Quirinale (V.). Il colle Vaticano , al dire dell'Ugonio, Historia delle Sta- tuiti di Roma, p. 85, prese il nome, la- sciando l'altre etimologie, da'vaticinii o prelesi Oracoli (scrisse C'asen, De O- raculis gentilium, et in specie de Vati- ciniis Sfbillinis, Helmsladii 1673), che par istinto di un certo idolo, chiamato ancor lui Vaticano, quivi credevano far- si. Per la qual causa ancora fu in questo luogo fatto un tempio ad Apollo, riputato da' ciechi gentili dominati dalla Super- stizioney Dio soprastante agi' indovini. 220 VAT Nel dorso di questo monte, e in parte so- pra i fondamenti del tempio d'Apollo, è fondata la sagrosanta basilica del Prin- cipe degli Apostoli ; non oscuro argomen- to in vero della divina Provvidenza, poi- ché dondesi cercavano già le risposte de' mendaci Dei, quivi ora il Vicario di Dio vivente, rende al mondo gli oracoli della verità (della frase usata per le verbali ri- sposte o prescrizioni del Papa: V'wae vo- cis oraculo, feci parola ne' voi. LXXIV, p. 255, LXXXI1, p. 4o). Osserva Pan- ciroli, / Tesori nascosti nell'alma città di Roma, che nel circo di Neroue vi fu pure il tempio di Apollo, tenuto qual Dio degli oracoli, ed i greci sotto tal no- me adorarono il Sole, che sono tutti se- gni nobilissimi deli.0 Vicario di Cristo, il quale lo lasciò in terra per oracolo delle sue divine rispostee luce del mondo: Vos cstis lux mundi. Il Severano, Memorie delle Sette Chiese di Roma, a p. 7, par- lando del Campo e del Colle Vaticano, dice che il silo dov'è la chiesa di s. Pie- tro, e il restante di Trastevere, si chiamò Campo Vaticano; come il colle che gli so- praslava,e lutti gli altri cheda questo luo- go arrivano alla Chiesadis. PictroMonto- rio si chiamavano parimente Vaticani (in tal modo si conciliano le due sentenze che dicono s. Pietro crocefisso e sepolto sul Valicano e sul Gianicolo, ove sorge la chiesa di s. Pietro Moulorio); i quali an- cora con quelli che soprastano al Teve- re a mano destra, cominciando da Ponte Molle sino al medesimo s. Pielro Moli- torio incontro all'Aventino, erano dagli antichi chiamati Gianicoli : sebbene al- tri vogliono che Gianicoli fossero quelli soli che si vedono dalla chiesa di s. O- tiofrio al dello s. Pietro Montorio. Fu- rono poi detti Vaticani da un tempio di un idolo nominato Faticano o Vagit/t- no, il quale era in cima al detto colle che soprastava al sito ov'è la chiesa di S.Pietro; ovvero da' vaticiuii che si rendevano nei tempio di Apollo, il quale era quasi alle radici dello stesso colle, do ve ora è la detta VAT basilica Vaticana. Parepropriamenfeche l'etimologia del colle Valicano, il quale domina la basilica del suo nome, si na- sconda nella lingua etnisca, come pu- re quella del Nume o Genio del luogo. Il celebre cav. Carlo Fontana architetto e ministro deputato della basilica Vati- cana, nella classica opera con tavole in- cise, 77 tempio Vaticano e sua origine, a p. 19, ragiona del Vaticano, sua anti- chità,etimologia e circuito, per dimostra- re quanto veramente sia stato luogo il- lustre e celebre, secondo l'autorità degli scrittoli di cui riporta le testimonianze. Si comprende maggiormente la sua anti- chità dall'etimologia del suo nome, men- tre oltrequello di Gianicolo, impostogli da Giano, secondo la tradizione comune- mente ricevuta, viene chiamato Fatica- no da'vaticinii che ivi negli antichi secoli di Roma pagana ricevevano i popoli da- gli Indovini (V.) chiamali Vati, comesi ha da Festo: Valicanus Collis, appclla- tusest,quod eopotitus sitpopulus roma- nus Vatum responso expulsis Etruscis. Secondo Aulo Gellio il Vaticano fu cosi denominato dal Dio de' vaticinii, per le risposte che in esso dava ;e soggi unge che Vairone ne'libri delle cose divine avea, data un'altra etimologia di questo nome, ed essersi chiamato Vaticano il nume che presiedeva all'aprire a'batnbiui i primi vagiti, il pianto e la voce, il suono della quale esprimesi colla i.3sillaba va, donde pure trasse origine il verbo vagire. Di questa opinione fu s. Agostino dicendo : Aut V aticanum,qui infantimi vagitilms praeest: Tpse in vagita os aperial et vocetur Deus Vaticanus. Crede il Cas- sio, Corso delle acque antiche di Ro- ma, che la denominazione di Faticano provenga dal nume Valicano o Vagita" no, che fu creduto assistere ali. "vagire de'bambini. Il Cancellieri nell'opera clas- sica, De Secretariis veleris Basiìicae Vaticanae, dopo aver notato che il monte Vaticano, come parte del Gianicolo, fu anche dello Aurelius et Aureus pel co- V AT loie delle sue arene, denominandosi Au- relia la propinqua via, dice ffuae voca- turFaticanum,quia Fates,idest Saccr- dotes, cancbal ibi sua officia ante lem- illuni Apolli 'nis, ibique aliud templum, quoti fuit Aerarium Neronis. Nequeve- ro recipienda est Flamini* Faccaecon- jcclura, qui Faticoni nomen or timi di- vinaturex Fatimi etPhilosophorum se> pultura. Ab co enini memorata Poeta- rum ctSophorum capita .ibidem defeda, din post ortum Vaticani nomen sculpta j/mJ.Quindi riporta l'opinione di Gelilo e di VerrioFlacco,cheseguìPanvinioealtri che nomina.Ilbenemeritoed eruditissimo scrittore Erasmo Pistoiesi nell'opera clas- sica d'8 volumi con bellissimi e copiosi di- segni a contorni, intitolata: // Faticano descritto ed illustratocelo a poco con- tiene in tutto il riferito. » 11 colle Vati- cano non lungi dall'antico Aibula (di cui a Tiv oli e Tevere, il qual fiume fu cosi appellalo in origine dal colore bianca- stro tendente al ceruleo che ha presso Uo- ina, quando non è intorbidato dalle piog- gie)e contiguo al Gianicolo,alle cui radici ora innalza la fronte l'eccelsa basilica sa- gra al Principe degli Apostoli, giusta l'o- pinione di Ftsto, trasse il nomeda'Vati, che lusingandosi di penetrare ne'recon- diti abissi dell'avvenire, dopo l'espulsio- ne degli etrusci davan ivi al popolo ro- mano i loro vaticini!. Nella qual senten- za sembra convenire anche Aulo Gellio, che da'vaticinii il nome di Faticano de- duce; aggiungendo inoltre che l'ispira- zione de* vati era l'eltetto del potere edel- l'eccitamento del Dio Vaticano, che in quel suolo qual nume proteggitore ri- siedeva . Ne sarà discaro riflettere con JVI. Terenzio Varrone versatissimo nella storia, ed a buon diritto riputato il più sapiente i'ra'roma ni, die avendo gli anti- chi osservato che ne' primi puerili vagi- ti sogliono esprimere i bambini la vo- ce Fa, la quale forma lai/ sillaba di Faticano, piacque loro fare un Dio di questo nome, ergergli altare, e intitolar- VAT 221 lo il Dio de'vagili,ond'è che con maggior senno da alcuni si crede, che il vescovo d' Ippona anziché Faticano il dicesse Fagitano,c\oèD\oc\\e presiedeva a'pue- riti vagiti, ed era appunto rappresentato sotto l'immagine d'un fanciullo che pian- ge e grida". Mg/ Nicolai, Memorie sulle Campagne di Roma, osserva che il Cam- po Vaticano fu quella prima porzione del- le terre degli etruschi di Fejo(F.) occupa- ta da'romani; e variando gli autori circa l'etimologia del nome, riferisce con Sesto Pompeo e Festo, che venne così denomi- nato, perchè i romani avendo ivi avuti i vaticiuii, fugarono gli etruschi. MaGellio, cui consente s. Agostino, nota che fu di sentimento Vairone, che fosse il campo cosi chiamato dal Dio Vaticano, il quale si credeva presiedere alla i .a sillaba Fa de'bambini, ossia al vagito. Narrare Pli- nio, che nel Vaticano sorgea un'elee più antica della fondazione di Roma, con un titolo inciso con lettere etrusche di bron- zo, indicanti religiosi misteri. Il Nibby, nella Roma antica, ragionando egre- giamente della sua topografia fisica, cre- de che l'etimologia Faticano derivi dall'etrusco, e riproduce le sentenze di Gellio, Varrone,Festoe s. Agosti no.Chia- ma il Vaticano e il Gianicolo frastaglia- ture del gran dorso che domina tuttala sponda destra del Tevere, pel tratto d'ol- tre i5 miglia, e del quale sono parte il Monte Mario, fuori di Roma verso set- teutrione,e il pur suburbanoMonle Ver- de verso mezzodì. Indi dice, che il colle Valicano, come tutu* il rimanente del dorso nominato, è composto di deposi- zioni ammassate dal mare; la roccia do- minante in esso è un sabbione siliceo-cal- cario di colore giallastro, sopra banchi di marna turchiniccia contenente gusci di conchiglie (Antonio Vallisneri trattò,/?*/ corpi marini die sui monti si trovano,Ve- ueziai728),la qualeoggi vieneadoperata in opere figuline; anticamente fu parti- colarmente usata pe' vasellami, a che egli la crede più adatta, che a mattoni e tego- 111 V A T le, come di presente si fa, come pure io rilevai anche nel voi. LXXX, p. 3 1 9. Da ultimo il prof. Francesco Orioli pubbli- cò nel 1. 1 38 del Giornale Arcadico di Rotila il ragionamento letto nel l'accade* mia d'Archeologia intitolalo: L'Agro faticano, nuove investigazioni. Discor- re della parte Irastiberina della terra ro- mana, che, stando a un passo di Plinio il naturalista, avrebbe in un tempo anti- chissimo portato questo nome da Roma, lunghesso la riva dritta del Tevere, sino al -mare. Il Gianicolo v'era dunque com- preso come porzione d'un maggior tratto. Da un altro passo del medesimo Plinio raccolse che v'era fin da'tempi che tutto quel tratto apparteneva all'Etruria, e se* condo che sembra, prima all'agro Cere- tano, e poi Veiente, un'elee ossia in dia- letto arcaico una tifa sagra a Giove Va- ticano, secondo gli etruschi, parte* forse d'un tifatimi, e specie d'arbore sacriva3 dichiarata tale, e decorata d'iscrizione e- t rosea in bronzo affissavi sopra, per a- vere sotto ì suoi rami accolto Giove in- fante ; e non in Creta d'averlo partorito Opi, ma nella reggia stessa di Giano, od iti Saturnia, o poco lungi dal colle Va- ticano, e cercato d'occultare perchè suo padre Saturno non io divorasse. Un pas- so d' un antico inedito scoliaste di Gio- venale, da lui letto nella biblioteca rea- le di Parigi, insegna che quivi era fa- ma essere stato educato e nudrito Gio- ve; ciocché non men si legge nell'inedito Glossario d'Aucileubo, e presso il suo co- piatore Papia. £ ciò è in accordo colla natura del luogo posto tra la reggia di Giano e quella di Saturno, al dire di Gel- ilo, del ricordato scoliaste, di s. Ago- stino, di Papia medesimo ec. Giove era il preside di tutto l'agro ; ma Giove Bam- bino e vagiente, chiamato Vaticano , e che quivi colla virtù della tifa ispirava un lempo un collegio di vati o profeti a pro- ferire vaticinii, quae, vi alque ìnstinctu ejus Dei, in hoc agro fieri solita essent, dice Gcllio. Inoltre il professore pensa VAT che forse da que'vati il luogo era all'e- trusca chiamalo FaticoFatich, nella for- ma d' altre parole etnische di termina- zione analoga; e di qui il Dio Faticanus alla latina, forse Faticna o Fatichila in etrusco. Dice di più, che questi vati abi- tavano nell'adiacente Gianicolo, o meglio presso un tempio posto nel tifato o lec- cetoVaticano,come pure s'impara da uno de'codici editi dal cardinal Mai, pubbli- cato in Roma nei 1 836, quantunque non sia troppo da credere a Gervasio Tilbe- riense, che dice il tempio sagro ad A pollo, e i vali colloca nel luogo della basilica Vaticana. Finalmente trae da Feslo o dal suo abbreviatole Paolo, che siffatti vati furono da ultimo espulsi da'romani, pro- babilmente sotto il re Anco Marzio, do- po aver espugnato il Gianicolo, predi- cendolo, secondochè si sarà spacciato, e- gl tuo stessi. Aggiunse poi altre partico- larità relative al Gianicolo, ch'egli sospet- ta detto dagli etruschi Aneiclu, trasfor- mando Giano in Anio; e parla della via Vitellia, nome preso dalla moglie di Fau- no, ossia l'Italia deificata ; della statua del Ludione, qui sepultus est in Jani- culo; del supposto citato sepolcro di Nu- ma nel Gianicolo; dell'antichissimo mito del re Anio padre di Salia, rapita da Tar- chezio o Cateto, che nell'inseguirli peri nel Teverone a cui comunicò il proprio nome. La Mitologia dice che il Dio Va- ticano presiedeva alla parola, e perciò il i.° vagito mandato dai bambini nascen- do, è la prima sillaba del nome di quel Dio, Fa. Narra il Fontana, ragionando del VaticaiiOjSua antichità e circuito, non essere questo inferiore alla sua vetustà, mentre i suoi sili, conforme dice Plinio, si stendevano 1 3 miglia fuori di Roma, verso i confini de'veienti, crustumini, fi- dettati e latini; indizio manifesto che fos- se a'popoli luogo grato e propizio, popo- lando i suoi confini un numero infinito ti' abitatori. 1 monti Vaticani aveano il suo principio ov'era il convento di s. O- uofrio, accanto al Gianicolo, da dove si V AT stendevano fino a ponte .Molle verso i ve- ienti. Stante l'ampiezza e circuito de'titf Vaticani, avendoli in gran considerazio- ne il 4° te di Roma Anco Marzio, come attesta Livio, volle ampliare il circuito di Roma, includendovi i monti Aventino e Palatino per ricetto di molte migliaia di latini sottomessi. E benché fosse anche aggiunto da lui pure il Gianicolo, non fu già incluso per bisogno di sito , ma per innalzarvi una iucca come il più eminen- te degli altri monti, per difendere la città e impedire che i nemici vi si stabilissero. Il luogo era ragguardevole per la sua an- tichità e nobile per l'esercizio dell'arti e scienze che vi professavano gli abitanti e- t ruschi, innanzi il principio e l'ingrandi- mento di Roma. Laonde il Vaticano, co- me principale luogo degli etruschi, mol- to celebre e cospicuo, era ed è nell'anti- ca Etruria, perchè questa dal Tevere vie- ne divisa dal Lazio. Sebbene non è certo che il sepolcro di Romolo fosse uella via Trionfale o nel Vaticano vicino al Tere- binto (ossia il suddetto albore di elee ove concorrevano i popoli a ricevere gli auspi- ca), come scrisse Manlio, anzi verso dove elevasi la basilica di s. Pietro, perchè la storia non fa menzione di sue spoglie mor- tali; tultavolta asserisce Fontana che vi- cino al Terebinto gli fu eretta una me- moria, o lui vivente o dopo morto, me- diante tempio per venerarlo come un Dio. Forse tale sepolcro o memoria fu di Ro- molo Pollione, celebre nell'antichità, di cui si trovarono alcune iscrizioni nel Va- ticano a tempo di Carlo Magno. Il Fon- tana crede verosimile l'opinione della tomba di Romolo nel Vaticano per la ce- lebrità del luogo, e perchè il suo succes- sore Numa fu deposto sotto il Gianicolo, ciò che ripugna a'eritici. Il tempo che lut- to travolge e cambia nel decorso de' se- coli, trasformò il luogo de'valicinii, nel- l'asilo della più cieca superstizione e del- la più sfienata licenza, ondeTacito qua- lificò i campi Vaticani detestabili. Marzia- le declamò contro il vino che produceva V A T 223 il colle, per la qualità del suo terreno a- renoso e argilloso: Vaticana bibistbibis venenum. Tra'campi Vaticani si compre- sero i prati Quinzi della lunghezza di 4 ingerì, donati dal popolo romano al dit- tatore Lucio Quinzio Cincinnalo, onde ne presero il nome, e Fontana coll'autorità degli antiquari gli assegna fuori di porta Castello fino e incontro al porto di Ripet- ta. 11 Nibby pone i prati di Nerone nel- la pianura che immediatamente sottogia- ce al colle Vaticano, ossia campo Vatica- no, o parte settentrionale del tratto tras- tiberino; e uella meridionale colloca i prati di Muzio Scevola e quelli di Quin- zio nmpetto a Navalìa, come dissi a suo luogo e nel voi. LIV, p. 1 65 ei66. Mol- ti furono i monumenti che adornarono poi il Vaticano e sue aggiacenze, templi, circhi, ponti e giardini o orti. Questi ulti- mi si dissero de' Domizi, perchè Nerone si designava con tal nome, o perchè di di- ritto appartenevano agli antichi Domizi; altri l'attribuisce a Caligola, ed a sua so- rella Agrippina figli di Germanico, la quale sposata prima a Gneo DomizioE- nobarbo, da cui ebbe Nerone , adottato da Claudio imperatore suo padrigno. Ci- cerone chiamò il campo Vaticano, qua* si Martium Campimi , e vi erano come di presente le fornaci, nelle quali cuoce- varisi de' vasi formati coli'argilla del man- te, diesi chiama vano vasi Vaticani, ma era- no fragili. Altri pongono i prati de'Domi- zi al destro lato dell'ippodromo d'Adria- no, e que'di Nerone dinanzi al monumen- to eretto a Romolo, dunque gli uni era- no diversi dagli altri; né manca chi chia- ma i prati Quinzi Neroniani, e lungo sa- rebbe il riferire lediscrepanti opinioni de- gli scrittori. La stessa discrepanza regna tra loro sopra gli edilìzi antichi Vatica- ni che vado accennando , e il solo regi- strarne i nomi riuscirebbe stucchevole. Di essi parlai in diversi articoli , sia de- scrivendo la Chiesa di s. Pietro, sia la sua Sagrestìa; ciò deve tenersi presente, e mi dispensa da indicazioni particola- 224 V A T reggiate, qui bastando una generica mo- nografia. Già feci menzione del ponte, porta e via Trionfale,accennando i luoghi in cui ne parlai. Non lungi dalla porta Trionfale esisteva il sepolcro o la memo- ria sepolcrale di Publio Emiliano Scipio- ne T Africano il giovane (poiché del se- polcro famoso degli Scipioni posto nella via Appia , ragionai nei voi. LXIV , p. 1 38), che consisteva in una piramide, non molto dissimile da quella in forma di pi- ramide di Caio Cestio (che descrissi nel voi. cit., p. 1 4 1 ), ni a più superba e ma- gnifica. Fu creduta anche il ricordato mo- numento sepolcrale di Romolo. Essendo decaduto il monumento, Dono 1 Papa del 676 con parte de' suoi marmi lastricò l'atrio della basilica Vaticana da lui ab- bellito, ed Alessandro VI l'atterrò, per regolarizzare la suddetta via del Borgo nuovo: ne parlai anche altrove. Prossimo all'albore famoso dell'elee chiamato Te- rebinto, a lato della via Trionfale fu in- nalzato il memorato sepolcrale monu- mento a Romolo fondatore di Roma, che si vuole anch'esso servito a Dono I a la- stricare la parte anteriore della vicina ba- silica, ed allora venne demolito. Nell'a- rea Vaticana e alle radici del Monte Au- reo sorgeva il tempio dedicato a Marte, il quale era di sferica figura all'esterno, e ottangolare nell'interno, contenente 8 colonne e 8 nicchie, di cui 6 vennero da' cristiani cambiate in cappelle, ed a somi- glianza degli altri templi lo ricopriva una cupola non tanto depressa. Circa i tempi di Costantino I fu dedicato al vero Dio e poscia consagralo a s. Maria della Feb- bre. Si può vedere Tempio della Feb- bre. Presso il palazzo di Nerone (il Seve- rano diceche secondo alcuni era poco lon- tano dal Circo, il quale si estendeva dal palazzo de'Cesi, e 01 a monastero de'sud- delti armeni anloniani, de'quali riparlai nel voi. LXXXI, p. 383, 387, 3q i , 399, sino a s. Spirito; onde tutto il colle nel- le scritture antiche è chiamato in Pata- vina o in Palatolo, forse perche uiino- V AT re rispetto all'altro palazzo Neroniano e splendidissimo del Palatino, denominato Casa d'oro. Lo storico Bertoldo chiamò Palatiolum il monte jnxta s. Pttrum, narrando che Enrico IV nelio85in es- so si fortificò), sorgeva il tempio d'Apol- lo o del Sole, altri con poca probabilità collocandolo nel suo circo o presso il me- desimo; era di figura sferica all' esterno e ottangolare all'interno, terminando nel- la sommità con una rotonda apertura, per introdurvi la luce fatta a simiglian- za del sole simbolo d'Apollo: avea il por- tico sostenuto di fronte da 6 colonne, e fu convertito in tempio sagro a s. Petro- nilla. Tale portico o vestibolo chiamavasi Faticano, perchè i vati ossia i sacerdoti degl'idoli vi facevano i sagrifizi. Dice il Cancellieri, che quasi tutti gli antiquari crederono che il tempio a" Apollo fosse convertito da Paolo I in onore di s. Pe- tronilla, e che fu poi dis! rutto da Paolo III; e che il tempio di Marte venne ri- dotto a sagrestia, e demolito da Pio VI fu dedicato alla Madonna della Febbre; ma nella sua opera De Sccretariis si stu- diò di provare, che i due templi profani erano affatto diversi da questi due tem- pli rotondi,che stavano vicini all'obelisco, uno de' quali fu eretto in onore di s. An- drea da Papa s. Simmaco , e l'altro da Stefano II a s. Petronilla; e che Costan- tino I avendo distrutto i templi profani, e non questi, unitamente alla Naumachia, sulle rovine del Circo, e co'raateriali del- le dette fabbriche, eresse con 100 colon- ne di marmo il nuovo tempio , che fu consagrato da Papa s. Silvestro I in ono- re di s. Pietro, il quale fino a quel tem- po era stato venerato nell'oratorio, o ci- miterio, o piccola memoria, erettagli sul suo sepolcro da Papa s. Anacleto verso l'annoi 06 e che avea cominciala da sem- plice prete, cioè alle falde del monte \ a- licano, sul Iato settentrionale del Circo di Nerone, ed accanto al tempio d'Apol- lo, nel suolo già inalbato da' primi cri- stiani col glorioso loro sangue; sepolcro V AT venerando die fu compreso nel centro della basilica Costantiniana. Caligola edi- ficò il Circo dello di Nerone, e siccome si nomò anche Caio fu chiamalo il Circo di Caio e di Nerone. Era di forma dìtti- co come tulti gli altri circhi e di assai va- sta mole, e la fronte del maestoso edifi- zio descriveva una linea semicurva, nel cui centro aprivasi la porta d'ingresso; la quale conteneva a'iati 6 portici pegli au- nghi: agli angoli sorgevano duequadran- golari corpi di fabbriche, delti oppidi per avere torri e merli. L'opposta parte del principale ingresso descriveva un semicir- colo, con anfiteatrali gradinate pegli spet- tatori che assistevano a'ginochi e al le cor- se. Quasi all'estremità del Circo esisteva- no due balconi o gallerie coperte e loggia- ti addobbati. Nel mezzo dell'area quadri- lunga, ma 5o palmi più verso il lato si- nistro, eravi un massiccio di fabbrica det- ta Spina, larga più di 12 piedi e alta 6, e sopra di essa innalza vasi il magnifico o- belisco egizio, che ora serve d'ornamento all'incantevole piazza Vaticana. Era altre- sì la Spina adorna di due are o tempietti dedicati a Conso, Dio del consiglio. Abbel- lì vasi di orchestre pe'suonatori, per ani- mare i cavalli alla corsa, e di torri coni- che dette Mete, perchè limitavano lo spa- zio da corrersi da' carri e da' cavalli. La maestosa mole del Circo, quantunque in tal genere meno magnifica dell'altre, per- chè chiusa in orti privati, era all'esterno circondata da un intercolunnio e da por- tici a due ordini, che investivano e fian- cheggiavano come negli anfiteatri le vol- te, che interiormente sostenevano le gra- dinale; ed erano in essa compresi l'offi- cine, i lupanari e altri pubblici edifizi. Il Circo Neroniano occupava quel tratto di sito, che dalla chiesa di s. Marta de Tri- nitari scalzi percorrevasi per giungere ol- tre la Scala dell'antica basilica, e conti- gui a destra ed a'3 ordini laterali de'muri erano gli orti o giardini di Nerone. Que- st'imperatore sedendo sul trono del mon- do, oltraggiando la natura colle più tur- V A T 225 pi dissolutezze, che spesso confondeva nel medesimo odio e disprezzo senato e po- polo, e ch'erasi addomesticato col delit- to, scelse questa terra Vaticana per ser- vire di obbrobrioso spettacolo; e mentre frammischiavasi fra il minuto popolo, ed in abito di cocchiere degradando se stes- so percorreva il Circo, deliziavasi in ve- dere il crudele eccidio delle primizie del- la Chiesa e de'discepoli degli apostoli Pie- tro e Paolo ancora viventi, e per ben 6 giorni e altrettante notti appagò la sua sete crudele nella r.a pagana persecuzio- ne , promulgata con editti proibitivi di professare il cristianesimo sotto pene cru- deli e la morte; ed anche per essere stati accusati i cristiani d'aver cagionato l' in- cendio di Roma, fitta bruciare dallo stes- so empio Nerone, il quale al dire del Ri- naldi, del Circo fece un macello di mar- tiri. Scrive Tacito: I cristiani erano ucci- si, ed alla morte aggiungevasi la derisio- ne e lo scherno; alcuni ricoperti con pelli ferine erano a brani divorati da'cani; al- tri confitti in croce; altri dannati alle fiamme , ed alcuni di questi inviluppati in bituminoso indumento ardendo servi- vano di lume in tempo di nolte. I giar- dini dell' imperatore furono il teatro di quest'orribile scena, la cui area è ora oc- cupata dalla basilica Vaticana, cioè al de- stro lato del Circo Neroniano. La Chie- sa celebra la memoria de'ss. Martiri di Rotna^y.) a'24 giugno, ed il Piazza glo- rifica queste primizie della Chiesa roma- na nel!' Effemeride Vaticana per i pregi d'ogni giorno dell' augustissima basili* e a di s. Pietro in faticano, dedicata a Giacomo II re della Gran Brettagna. Contigua al Circo si pretende esistesse la Naumachia di Nerone, pe'finli combatti- menti navali; tuttavia della Naumachia Vaticana parlasi da s. Damaso I del 367 nella vita di s. Pietro che va sollo il suo nome, per località assegnandosi da alni per tale stagno o lago, presso le memora- te chiese di s. Andrea e di s. Petronilla, il sito detto Nawnachiam ove s. Leoue aa6 V A T IN eresse un ospedale; ovvero oltre il co- sì ili Ito sepolcro di Romolo e precisamen- te nella piccola valle sotto Bel vedere, ov'è la chiesa di s. Pellegrino eretta dallo stes- so Papa, del ciroiterio della guardia sviz- zera. Quelli di contrario parere sosten- gono che erroneamente il Circo fu anche dello Naumachia, o per l'euripio o fosso pieno d'acqua largo io piedi escavato in- nanzi al podio, per impedire che le bel- ve fameliche assalissero gli spettatori nel maggior loro concilamento; ovvero pe' giuochi di naturali navali, che in esso al- cune volle si celebravano. De'Circhi e del- le Naumachie riparlai nel voi. LXXllf, j». 24» e seg. Il Fontana dice che gli scrit- tori della supposta Naumachia Vaticana si fondarono nell'opinione d* A nastasioBi- bliotecario che nelle File de' Pontefici scrisse, che s. Pietro fu martirizzato al- l'obelisco di Nerone accanto alla Nauma- chia, della quale non fu trovato vestigio negli sca\i Vaticani. Aggiunge coll'Eriz- zo e 1* Angeloni, che Nerone si servì del suo Circo per Naumachia e per le feste navali. Non doversi neppur credere che fosse ne'piaui fra levante e tramontana, dov'è ogj*i la Chiesa dì ' s. Maria in Tra- spontina (sulla quale e contenendo no- zioni topografiche, scrisse Andrea Ma- stelloni, Notizie istoriche della chiesa di s. Maria in Traspontina, Napoli 1717), verso il fiume, poiché erano oc- cupati dalla via Trionfale, con diverse al* tre fabbriche sepolcrali. Il sullodato Pi- stoiesi, per conciliare le opposte opinioni, gli sembra credere probabile, che ne'cam- pi Vaticani realmente non esistesse laNau- machia Neroniana, e che la contraria sen- tenza abbia avuto origine dalla prodigio- sa quantità d'acque provenienti dal col- le, le quali producendo nel piano qualche stagno o limaccio, fecero sì che forse il , maggiore di questi prendesse il nome di Naumachia. Per queste acque stagnanti, produceudo infezione nell'aria, anche pe' cadaveri accumulati nelle stragi di Nero- ne, per le sozze dissolutezze che vi coni- V A T mise, per esservi le tombe di diversi ro- mani come luogo suburbano, si chiama- rono iiiì Tacito, infamia Vaticani loca. Dipoi Eliogabalo ripulì il luogo, ne tolse i sepolcri e fece demolire i suoi magni- fici monumenti, per meglio agitare le pompose quadrighe di elefanti. In esse esponevasi quel mostro coronato, vestilo de' suoi abiti pontificali (del pontificalo massimo degl'imperatori e della \ovoSto- lay riparlai nel cit. voi., p. 280), coperto di preziose collane, di ricche armille, e col capo fregiato d'una specie di tiara, in cui brillavano le più preziose gemme; elfern- minato lusso di vituperevole avvilimento, che deploravano i saggi patrizi. Dichiara Fontana, che soltanto Plinio il Giovane parlò della Fossa Traiana nel Vaticano per deviare le crescenze dell' acque del Tevere, la cui gran copia allagava la cit- tà notabilmente e in parte la sommerge- va per essere il suolo tanto più basso del presente. Egli crede che fos>e scavala lun- ghesso lo spazio che corre da ponte Molle ver-o il Vaticano fino al ponte Trionfale, cioè una fossa o regolatore per l'ecceden- ti acque del Tevere, come parte più del- l'altre bassa, scaricandosi perciò l'acque dei fiume in buona porzione ne'campi Va- ticani fra il Gianicolo e il Tevere. 11 Fon- tana riporta le ragioni per le quali trova l'improbabilità che Traiano nel luogo in discorso potesse divertire l'acque fluviali, dicendo che in due soli luoghi si poteva formare tale alveo o nuovo letto, o sot- to il Gianicolo verso la città, o dall'altra parte, verso le campagne, chiamale Val- li dell'Inferno; ma in queste essere il ter- reno elevatissimo, labile e arenoso, per- ciò facile a rilasciarsi. Quindi con alcuni crede, che le bassezze esistenti in detta Valle, furono fatte artificiosamente da detto imperatore e tralasciate imperfette per sua morte, e poi nelP attuale forma ridotte dalla natura; che fu piuttosto un esperimento di semplice fossa infruttuoso pe'continui interramenti, deposti in essa dalle proprie acque, che presto ne fece V AT perdere la forma. Pensa il eli. Pistoiesi, che-Traiano nell'aprile ilsuddetto fossato non intendesse raccogliere la piena orri- bile del Tevere , come avvenne sotto di Ini, ma quell'acque soltanto sovrabbon- danti, che con tardo molo inondavano il basso seno di quella terra, ch'era assai prossima alla città; dal che può dedursi essere stato il fossato una semplice espe- rienza , giacché per le stagnanti acque e continui interramenti resosi intrattabile, neppure si credette da' dotti tenerne ul- teriore proposito. La valle situata tra il JSlotilc Mario (sul quale passava la via Trionfale) e il Valicano, è chiamata vol- garmente la valle dell'Inferno, Vallis In- fernaj mi pare d' avere reso ragione al- trove del vocabolo. L'annalista Rinaldi racconta, che all' epoca del martirio de* ss. Pietro e Paolo, i mendichi e le perso- ne vili, quelle che ricevevano l'elemosi- na, abitavano fuori della porta Trigemi- na o Ostiense, l'abitazione de'quali fu poi trasportata nel Vaticano, al dire d'Am- iriiano. Quiudi può essere, che i cristiani tanto molestati da Nerone fossero costret- ti a vivere fuori di Roma, tra le persone "vili; e come gli ebrei abitavano il Traste- vere, perciò in esso fu portato a morire s. Pietro di loro nazione. Avverte però Ri- ualdi, che molti, sebbene eruditi, erraro- no, credendo doversi dire colle Vaticano quello solamente ov'èora la basilica Va- ticana, e che il Gianicolo si contenga fra quel poco spazio che comincia oltre la via Trionfale e terminarsi in quella pianura ch'è incontro all'Aventino. Imperocché quanto fosse maggiore il Gianicolo pres- so gli antichi lo dichiara Dionigi d' Ali- carnassocou queste parole: Fenicnles per< currerunl populando usque ad Tiberini) et montein Janiculum, ad vige.simumab Urbe stadium et lUterius. Colle quali di- mostra, che fu chiamato Gianicolo lutto il monte che si estende sino al ponte Mil- vio o Molle; sicché tulli i colli vicini del- l'Aventino, fino al ponte Milvio, si chia- marono duali antichi Gianicolo. Marzia- V A T 227 le ed Orazio, oltre altri, dimostrano che si nomò Valicano quella parte ancora del Gianicolo, che distendendosi per lungo verso l'Aventino, avea rimpetto il teatro di Pompeo, ch'era dall'altra parte del fiu- me. Talché la parte del Gianicolo che og- gi diciamo con tal vocabolo, s'appellò an- cora Vaticano. Laonde conclude Rinaldi, non errarono gli scrittori che affermaro- no s. Pietro aver patito il martirio nel Vaticano, com'è pur vero che fu croce- fisso nella parte del Gianicolo, ove vi é la memoria di tal fatto, la qual parte ezian- dio si chiamava Vaticano; e l'istesso luo- go poi, meglio che pel colore dell'arene, pel trionfo di s. Pietro, meritò d'esser de- nominato Mons Aureus e volgarmente Montorio, e fu già uno de'macelli de'cri- stiani. Siccome ancora nella parte del Va- ticano ov'erano il Circo e gli Orti di Ne- rone, furono d'ordine suo fatti crudelis- simamente morire moltissimi martiri , e poi sepolto il corpo di s. Pietro presso la via Trionfale, dicendo il libro Pontifica- le essere distinto il luogo della sua morte da quello della sepoltura, dimostrando co- sì essere stato sepolto vicino al luogo del- la crocefissione, il quale luogo situato nel- la sommità del Gianicolo, potè reputarsi assai dappresso, conciliandosi così le varie sentenze. Egli è per questo, che oltre l'ac- cennato di sopra e il riferito altrove, vol- li produrre ancora le testimouianze ana- loghe del Rinaldi, ch'è quanto dire quel- le del cardinal Baronio, padre della sto- ria ecclesiastica. Patì dunque s. Pietro il suppliziodella croce in quella sommità del monte Gianicolo o Valicano, che soprasta- va alla Naumachia situata a basso pres- so il Tevere , e fu sepolto nell'estrema parte del Valicano, viciuo alla quale e- rano gli orti di Nerone, e il circo con l'o- belisco. Marcello prete dopo averne im- balsamato con varie sorta d'unguenti il sagro corpo, col proprio fratello Apuleio lo seppellì con grandissimo onore alla reale, esecoudoil costume degli ebrei; ac- ciò siccome fu simile a Cristo uella tuoi- 2*8 V A T te io fosse (incora nella sepoltura , come rileva Panciroli. Questi aggiungerne cro- cefisso s. Pietro sul Gianicolo, il corpo fu portato al cimiterio piti vicino del Vati- cano, ove i cristiani aveano deposti i ss. Martiri fatti perire con vari tormenti da Nerone. Vuole Panciroli che nel cimite- rio s. Pietro vi battezzasse i gentili con- vertili, e che sopra al suo corpo s. Cleto Papa nell'anno 80 e suo i.° successore vi fabbricò un piccolo oratorio o cappel- la per celebrarvi la s. Messa e onorar- lo. Ciò attribuendosi da altri a s. Anacle- to, ma conviene ricordarsi delle opinioni die confondono s. Cleto con s. Anacleto e di due Papi ne fanno uno, alterando la Cronologia de Romani Pontefici, ove ri- portai le diverse sentenze. Che s. Pietro fosse sepolto nel Valicano, lo dimostra anchePrudcnziOjdieendo inoltre che quel- la parie del Vaticano era fertile d'ulive, e inartìatada una fontana. Si ha dagli scritto- ri di Roma sotterranea, fra' qualijl Boi- detti, che gli antichi cristiani presso i ci- miteri coli' acque sorgenti formarono i fonti battesimali, come in quelli del Va- ticano^ Poliziano, di Oslrianio, ec. Sì costruirono ancora con acque adunate dagli stillicidi, come si vedono ne'cim iteri di s. Priscilla e di s. Calisto; ovvero con pozzi profondi, come ne'cimileri di Pre- testatogli s. Elena e altri. I luoghi ove fu- rono collocati i sagri corpi de'gloriosi prin- cipi degli 'Apostoli, non rimasero oscuri, ma eziandio fra le furiose persecuzioni, mirabilmente si conservarono chiarissimi senza ricevere nocumento o oltraggio di veruna sorte, tenuti da'eristiani a guisa di nobilissimi trofei di vittoria. Del che ne fa pienissima fede Gaio teologo vissuto a tempo di s. Zeferino Papa del'2o3. Scri- ve Lampridio, che Eliogabalo guidò nel Vaticano4 quadrighe d'elefanti, comegià notai, e perciò abbattè alcuni sepolcri che tlavano impedimento. Ma non per questo fu disfatto il sepolcro di s. Pietro, come pretese alcuno senza autorità o ragione, poiché situato a lato del circo di Nerone, V AT attaccato al monte, non potè tale luogo essere a proposito per corrervi le quadri- ghe di que' smisurati animali. Che poi i cristiani, anche nel tempo della persecu- zione, venissero in Roma, eziandio dalle più rimote parti dell'oriente e dell'occi- dente, a visitare i sepolcri de'ss. Pietro e Paolo, lo dimostrano le storie di moltissi- mi martiri; e così vennero dalla Persia i coniugi ss. Maris o Mario e Marta, co' loro figli ss. Audiface e Abaco nel 270, anno in cui morto Claudio li eragli suc- ceduto nell'impero Aureliano, che riacce- sa la persecuzione, furono tutti martiriz- zali. Oltre a ciò, che il sepolcro di s. Pie- tro fosse molto celebre pe'miracoli da Dio operati , pochi anni dopo il suo glorioso martirio, si apprende dalle parole della nutrice di s.Ermete prefetto diRoma mar- tire neli32: Tu si ad Limina Petridu- xisses eum,et Chrislo crcdidisses,hodie fdium tuum haberes incollimeli. La tom- ba veneranda di s. Pietro tosto divenne il Sepolcro deJ Romani Pontefici^ F.) suoi successori, cominciando dagl'immediati s. Lino e s. Cleto, tumulali presso di lui. In quell'articolo celebrai i Limina Aposto- lorum, vere torri e propugnacoli inespu* gnabili della perpetuità di Roma, la qua- le quando altro pregio non avesse sareb- be egualmente unica, celeberrima, mera- vigliosa. 11 Vaticano di Roma papale contiene la chiesa di s. Pietro in Vaticano, basi- lica patriarcale (V.), il Palazzo apo- stolico Faticano (fr.) reggia de' Papi, e le loro magnifiche e splendide pertinen- ze. Nelle proporzioni di questa mia ope- ra, credo di aver esaurito l'argomento non solamente in quegli articoli, ma ne- gli innumerevoli in cui tornai a ragio- narne. Qui appena ricorderò in corsi- vo alcuno di essi, che la mia mente po- trà rammentare, e ciò servirà ad aver- ne un'idea; a Dio piacendo, meglio poi supplirà Vindice ormai vicino. Dirò pri- ma dell'augusto tempio, poi del sagro pa- lazzo, gli splendidi fasti de'quali registrò VAT la storia con aurei caratteri e che fui fe- lice ri produrre. Descrivendo le princi- pali vicende di Roma e quelle dei po- poli barbari che la invasero e saccheg- giarono, non mancai di deplorare i dan- ni recati all'augusto tempio, non meno le profanazioni : quanto riguarda la re- cente °. deplorabile epoca deli 849 Puo vedersi a p. 291 il Giornale di Roma del i85o, nell'articolo intitolato : Di al- cuni lavori eseguiti nella patriarcale basilica Vaticana, del beneficiato della medesima, mg.r Felice Gianuelli, docu- mento importante per la storia di quel vergognoso periodo di anarchia. L'auto- re del Ragionamento sull'aria del Va- ticano, stampato a Roma nel 1 780, notò a p. in. » Si pretende da molli che il Vati- cano, compreso la sua villa ed il portico, occupi Io stesso spazio, che costituisce la città di Torino (V.). La chiesa di s. Pie- tro in Vaticano è la 2/ delle 5 Basili- che patriarcali di Pioma, delle Sette Chie- se di Roma, e delle Stazioni di Roma, santuario quanto venerando per la co- pia grande delle ss. reliquie che contie- ne, altrettanto ricco de'tesori inestima- bili delle ss. Indulgenze ad esso larga- mente concesse da' Papi. La sua esten- sione è maggiore del Tempio di Salo- mone, della chiesa di s. Sofìa di Costan- tinopoli, della grandiosa chiesa di s. Pao- lo di Londra, e del tanto rinomato duo- mo di Milano. La grandezza religiosa d' animo de'Papi fecero a gara per am- pliare ed abbellire questa meravigliosa basilica. Vi contribuirono la pietà de' fe- deli, e il genio delle belle arti. Così fu innalzato al Dio vivente il più grande e augusto tempio in cui si adora. Metta Piazza di s. Pietro meravigliosa per la sua ampiezza, trionfa nel mezzo il super- bo e intatto Obelisco Vaticano, sovra- stato dallo stendardo del cristianesimo, la Croce, la cui ombra serve alla meri- diana tracciata sul suolo, avente aJ lati le i\ue magnifiche Fontane di s. Pietro in Vaticano. Due Portici semicircolari a V AT 229 4 ordini di grandi colonne di travertino di Tivoli, insigne e maestosa opera del- l'ingegno di Bernini, conducono alle gal- lerie coperte della basilica, e al Portico o atrio nobilissimo della medesima.Del fon- te antico eh' esisteva nel vetusto e ornalo quadriportico, dissi altre parole ne' voi. XXV, p. 1 57,L,p. 288. Che nel portico si stimarono onorati d'essere sepolti gl'im- peratori e i re, lo rimarcai pure nel voi. LXXI, p. 260. Imperocché rilevai in più articoli, ne* primi secoli del cristia- nesimo non essendo permesso tumularsi nelle chiese, per distinzione si seppelli- vano alcuni ne' portici e ne'sottoporlici delle medesime; e nel secolo XII si co- minciò a formarsi i Sepolcri bèlle chie- se, egualmente pe'grandi personaggi, ma per abuso divennero tomba anche di al- tri, massime nelle chiese de' frati mendi- canti, pe' privilegi loro concessi. La fac- ciata esterna della basilica formata co' suddetti travertini giganteggia imponen- te, ed è decorata dalla vasta loggia da cui il Papa comparte solennemeute la Bene- dizione^ un tempo pubblicava la Scomu- nica jin essa gli viene imposto il Triregno. Quanto alle solenni benedizioni compar- tite da' Sommi Pontefici nell' anzidetta loggia, pel suo sublime e imponentissi- mo complesso, non è dato potersi descri- vere. Conviene formarsi un' idea della piazza Vaticana, vastissima e sontuosa per magnificenze di grandiosi edilìzi. In essa accorre la sterminata moltitudi- ne, la gente d'ogni nazione e in ogni co- slume. Vedesi ondeggiare il dovizioso confuso col pellegrino, la dama colle con- tadine de' dintorni di Roma, ed anche regnicole, co' loro costumi pittoreschi. Nel loggiato laterale presso l'orologio palatino, prendono degno luogo i sovra- ni e principi presenti in Roma, il corpo diplomatico, gli altri ragguardevoli stra- nieri e italiani io grandissimo numero, tutti in grandi uniformi. Avanti alla sca- linata della basilica la Truppa pontifìcia a piedi ed a cavallo si forma in ordina- 23o VAT to quadralo, anche coll'artiglieria. Que- sto stupendo spettacolo diviene maggio- re allorché il supremo Gerarca, prece- duto dalia prelatura e da' cardinali, ve- stilo pontificalmente, sulla Sedia Gesta- torìa si presenta maestosamente alla gran loggia. In quel momento cessa il suono armoniosissimo delle campane della ba- silica, nonché il rullo de'tamburi e l'ar- monie de' militari concerti. Istantanea- mente succede un riverente e universale silenzio, e tale che ciascuno può udire chiaramente le belle preci cantate dal ca- po venerando della Chiesa. Quando poi egli alzate dignitosamente le mani e gli occhi verso il cielo, con quella fede di cui è Maestro, invoca su tutti la benedizio- ne dell' onnipotente Dio, ognuno osse- quiosamente col capo nudo si prostra, assorto e compunto di religiose considera- zioni. Ad atto così autorevolee imponen- te, non più si distingue il vero credente dall'acattolico, e quest'ultimo ancora non può a meno di sentirsi colpito da profon- da impressione. Il Pontefice benedetto con autorità apostolica Urbi et Orbi, l'ar- tiglierie di Castel s. Angelo tuonano ri- petutamente con colpi di cannone, qua- si volessero annunciare anche a'iontani l'atto solenne che si compie nella basi- lica Vaticana; ed i divoti romani nelle case genuflessi si seguano di croce, e col- lo spirito e il fervore della pietà ricevo- no la preziosa benedizione. Le bande mu- sicali riprendono le loro melodie, e le campane Vaticane tornano festevolmen- te tutte a suonare, aumentando la gene- rale gioia. Nella sommità della facciata di che ragiono, sono due Orologi, e sotto quello a sinistra le armoniose Campane. Le Scale furono già oggetto di divozio- ne pe'l'edeli : a pie di esse lateralmente si elevano le colossali statue de' ss. Pie- tro e Paolo, che Gregorio XVI fece scoi- pire per la basilica Ostiense, come dis- si nel voi. LXX1II, p. 362, mentre nel \ol. LUI, p. 68, notai che 1' antiche fu- rono collocale ueU'ingresso interno della VAT sagrestia Vaticana. La Chiesa dì s. Pie» trofl i ."tempio del mondo, ha 5 Porte di Chiesa, compresa la Porta Santa. L'in- terno maestosissimo e vastissimo ha 3 grandi navi eia crocerà grandiosa,con due proporzionate tribune; le due navi mino- ri girano intorno la croce latina, ch'è la forma della basilica, con magnifici alta- ri (quelli dell'antica basilica erano più di loo, secondo l'Iconografia del tempio di Cencio Camerario), formando un mu- seo i bellissimi monumenti de' Sepolcri de' Romani Pontefici, di marmi e di bronzo, dell'ultimo de'quali, cioè di Gre- gorio XVI, ne compii la descrizione nel vol.LXXXI, p. 4°i. Ora però si è pub- blicata del eh. cav. Luigi Moreschi la bel- lissima: Relazione sul monumento se- polcrale eretto alla santa memoria di Gregorio XVI Sommo Pontefice nella Basilica Vaticana, Roma 1857. Vi sono pure quelli di 3 illustri sovrane : di Matti» de gran contessa e marchesana di 7b«vz- rt/7,benemerentissima della s. Sede; della celebre Cristina regina di Svezia, e di M.* Clementina regina d' Inghilterra 3 oltre quello di suo marito Giacomo ITI, e de* suoi figli Carlo III e cardinal York. Nella tribuna maggiore, in fondo della nave principale, sorge la sorprendente e grandiosa macchina di bronzo, che in al- to racchiude l'identifica Sedia o Catte- dra di s. Pietro. Nella nave grande, de- corata lateralmente nelle nicchie delle statue dei Santi e delle Sante fondatori e fondatrici degli ordini religiosi ( negli articoli de'quali ne riparlai, facenti bella corona al venerato sepolcro del principe degli Apostoli, quasi tanti duci di distin- te e benemerite milizie, intorno alla re- sidenza del Capo supremo dell'ecclesia- stico esercito), prima di giungere alla Confessione a destra è in somma vene- razione la statua in bronzo di s. Pietro, antichissimo simulacro di cui parlai iti più luoghi, come ne' voi. L1V, p. 220, LV1II, p. 2 5o. Nel centro della crocerà è la parie più santa e magnifica del tcin- V A t pio. Qui sopra 4 immensi piloni (l'area di uno di essi coi risponde a quella della chiesa e convento di s. Carlo di Roma de' Trinitari riformati scalzi del riscat- to. Nel voi. L, p. 191, dicendo che i pa- lafrenieri aveauola cappella di s. Anna e il sodalizio in quesla basilica, ivi essendosi stabilita la pia adunanza nel 1 378, ricordai 1' opinione che negli ottagoni si voleva* no formare oratorii per tale e altri so- dalizi. Ricorderò di più che uno degli ot- tagoni che co'loro semicircoli rinfianca- no i detti piloni, corrisponde alla vasti* tà della bella e grandiosa chiesa della Riccia) si eleva l'ardita e meravigliosa cupola, miracolo dell'arte (della cui sin- golare illuminazione, e di quella della fac- ciata e del porticato, sempre sorprenden- te spettacolo, tornai a parlare nel voi. XXV111, p. 74), maestosa mole che supe- ra le altre cupole del meravigliosissimo Tempio del Pantheon, ossia questo lan- ciato in aria dal genio di Buonarroti, di s. Sofia di Costantinopoli e del duo- mo di Firenze, in altezza e grandez- za. La medesima cupola meravigliosa- mente illuminata da lanternoni e faci, prende l'imponente forma di quasi gigan- tesco triregno d'oro, che torreggia e ri- lucente brilla di vive gemme, quan- ti sono i lumi aulenti, per così coronare stupendamente V avventurosa tomba , ch'è la più nobile, la più celebre, la più santa del mondo, dopo il s. Sepolcro^.) del Redentore del medesimo. Da una log- gia di delti piloni si fa ('ostensione delle reliquie maggiori, cioè del vero legno del- la ss. Croce, del Folto Santo, della ss. Lancia, santuario a cui è vietalo a tutti di recarci, tranne i canonici della basi- lica, onde alcuni pii sovrani per goderne da vicino la religiosa consolazione furo- no dichiarati canonici onorari, e v'ince- derono coli' insegne canonicali ( quanto perciò fece Cosimo III granduca di To- scana, può vedersi nel voi. LXXY1II, p. 175. Per singolare benignità del Papa Gregorio XV 1, due volle ebbi il sommo VAT a3 f pio contento d' essere con lui ammesso nel sagrosanto luogo; venerandole da vi- cino, e fervorosamente baciandole. Fu uno de' più solenni giorni di mia vita; gli altri essendo principalmente stati quel- li in cui baciai le leste de'ss Pielro,Paoloe Andrea Apostoli. Nella loggia del pilone incontro al nominato si espone la Coltre colla quale erano coperti i ss. Marliri,qnan- do si portavano a seppellire nel suddetto cimitero, su cui fu eretta la basilica ; e sic- come i cristiani primitivi si portavano d'ordine di Nerone nel Circo pel marti- rio su carri per la via Trionfale, questa fu anche detta sagra e carraria sancta. Tutto rammentai pure nel voi. XLI1I, p.188. Sotto la cupola è il meraviglioso Baldacchino di bronzo,che cuopre l'Al- tare papale, sotto il quale è la Confes- sione coll'inestimabile e santissimo teso- 10 della tomba, ove riposa la maggior parte dei corpi de'ss. Pietro e Paolo pro- tettori dell'alma Roma, secondo alcuni gravi scrittori. Però ormai tutti i critici ritengono, che l'intero corpo di s. Pietro si veneri nella sua basilica, così quello di s. Paolo nella propria, tranne le ss. Teste venerate nella protobasilica di Laterauo; e che devesi ritenere del tutto apocrifo, sia il narralodis. Silvestro I, che divides- se i loro ss. Corpi e li collocasse nelle ba- siliche Vaticana e Ostiense, cioè metà nell'una e metà nell'altra di ambedue, e come col Novaes, eccellente autore della Storia de' Pontefici, e altri insigni scrit- tori, dissi io pure in più luoghi, come ne' voi. LXIV, p. 97, LXXV, p. 34, in mo- do però dubitativo. Di più ora si conosce, per scoperta del eh. archeologo cav. Gio. Battista De Rossi, che una sola Trasla- zione nelle catacombe devesi riconoscere di detti ss. Corpi, e non due come ancor io narrai altrove, seguendo ragguardevo- li autori. Fra l'altre innumerabili e in- signi ss. Reliquie che si venerano in que- sla basilica, non posso qui non ricordare particolarmente la venerabile testa di s. Audiea apostolo Protocleto (del qual 23a VAT vocabolo feci parola nel voi. LI X,p. 279), fratello di s.Pietro(nel descrivere lo prin- cipale Ira le chiese che in Roma sono sot- to l'invocazione di s. Andrea, nel voi. LXXUI, p. 1 37 e seg., potei dire, che la sua cupola doppia è la più vasta della città, dopo la Vaticana), donata dal prin- cipe Tommaso Paleologo, fratello del de- funto ultimo imperatore de greci, al Pa- pa Pio II che con vive istanze gliel'avea richiesta. Giunta la s.Testa nelle vicinan- ze di Roma, Pio II l'iucontrò con solen- nissima, magnifica e commoventissima Processione. Si prostrò innanzi ad essa e lagrimante, e nell'esultanza del suo ani- mo, con voce tremula per la riverenza, pronunziò un eloquenlissimo discorso. In esso chiamò i romani, nipoti di s. Andrea, per parie del germano che aveali rigene- rati a Cristo ; e dicendo altresì eh' egli- no lo veneravano qual altro padre e pa- trono. Esclamò con fervore : Essersi su quella testa posato lo Spirito Santo nella Pentecoste ; i suoi occhi aver veduto spesso il Signore (anzi pel i.° tra gli A- postoli) in carne umana (anche la B. Ver- gine); la sua bocca aver parlato a Cristo; ed il volto certamente essere slato da Ge- sù più volle bacialo. Terminato il sermo- ne, Pio 1 1 baciò la s. Testa (beato me che vanto egual sorte, e lo dichiarai per di- vozione nel ricordato articolo, come in quello delle ss. Teste de' ss. Pietro e Paolo ìilevai la ventura d'aver anch' es- se baciate). Nel recarla dentro il tempio Valicano, giunto Pio li innanzi alla sta- tua di s. Pietro, pianse al pensiero, che in quel momento raccoglievansi sullo stesso luogo le sagre ossa di due fratelli Apostoli (uno Principe di essi, l'altro i.° chiamato all'apostolato); poscia pose la s.Testa sul- la tomba di s. Pietro. Innanzi alla Confes- sioneè una cassetta co'sagri Paliti (di cui anche nel voi. LXXXl,p. 38),insigui or- namenti pontificali d'onore e d'autorità che il Papa manda a'patriarchi e agli ar- civescovi , e ad alcuni vescovi per privi- legio. Aulicamente si calavano da una VAT Finestrella sulla tomba di s. Pietro de' Veli delti Brandei, che i Papi inviava- no in dono a gran personaggi quali reli- quie del s. Apostolo. Il Papa s. Leone III pose nella basilica due tavole d'argento col Simbolo scolpito in latino e in greco, acciò i Pellegrini facessero la loro Pro- fessione di [fede sulla tomba dei ss. Aposto- li. Sulla medesima i Sovrani deposero le loro insegne e i diplomi di donazioni fatte da essi alla s. Sede e alla basilica, come le offerte del denaro di s. Pietro e de' loro Stati e Regni tributari alla s. Sede, per ollenere il patrocinio di s. Pietro, il cui nome trionfa in tutte le donazioni, e iu una delle pareti della basilica si leggeva il novero di tali stati in 3 tavole di bron- zo scolpiti, anche sulle Porte della chiesa. Delle splendide magnificenze di cui ri- fulge la Chiesa di s. Pietro in Vaticano, di sue segnalate prerogative, in quell'ar- ticolo ne ragionai, però citando quegli articoli che la riguardano; insieme a'suoi molteplici e gloriosi fasti, che lungo sa- rebbe semplicemente ricordare, come al suo cardinale Arciprete (pure nel voi. LXXV,p. 322e25i)edi lui prelato / i- cariOj-nì nobilissimo capitolo, delcui/7/- tarista e Mansionari riparlai in que- st'ultimo articolo, che fra' riti particola- ri ritiene nell' Ufficiatura l'antico Bre- viario. Abbiamo, Breviarium Romanum ad usimi Cleri Basilicae Iraticanacs Ut bini 1 74°' Horae Diurnae cum Pial- lerò Romano ad usum Cleri Basilicae V a ticanae fiornae 1 7 56. Propri um San- ctorum ad usum Cleri Basilicae l'ati- canne, Romaei773. Capilula, Consti- tutionwn ss. Basilicae Principiò' Apo- stolorum, Romae 1820. Questo illustre capitolo nel giovedì santo eseguisce la Lavanda dell'altare, e tra'suoi privile- gi gode quello della Coronazione delle ss. Immagini più celebri e miracolose con eoi una d' oro, di che olire tali ar- ticoli leoni proposilo quasi di tutte le sante Immagini da esso coronate, nei luoghi ove si venerano, e colla storia V AT delle medesime. Qui però debbo nota- re, che siccome in più luoghi parlai del- l'opera : Raccolta dell' Immagini del- la Beata Vergine ornate della corona d'oro dal Rm.° Capìtolo di s. Pietro , con una breve ed esatta notizia di cia- scuna immagine, data in luce da Pie- tro Bombelli incisore, Roma i 792; l'au- tore di delta notizia fu il p. Flaminio Annibali da Latera minore osservante, cioè delle ss. Immagini di Roma. Per quelle coronate dal Rm.° Capitolo fuori di Roma, V. Briccolani, nella Descrizio- ne della sacrosanta Basìlica Vaticana, Roma 18 16, ne pubblicò il novero. Di tulle, come delle posteriori vi sono le notizie e gli alti nel prezioso archivio della basilica. Molto pure vi sarebbe a ricorda- re, quanto al collegio dei Penitenzieri Pra- ticoni, de'quali dissi altre paiole nel voi. LXXX1I, p. 8 e 9; alla rinomata cap- pella dei Cantori di musica , di cui altro- ve riparlai, i quali hanno un prezioso ar- chivio musicale, adornandosi una stanza da una serie di ritratti de'celebri maestri di cappella della basilica. Narra Piazza che propinqui alla basilica erano antica- mente 4 monasteri numerosissimi di mo- naci, i quali ogni giorno e ogni notte col- la Salmodia a vicenda davano perpetue lodi al Signore con somma edificazione de' fedeli di tutto il mondo, i quali du- rarono per 600 anni, ed essi mancati s. Leone IX nelio5o uni i monasleii eie rendite al capitolo Valicano. Di più adia- centi alla basilica erano due monasteri di monache, delle cui chiese esiste quella di s. Stefano ; e le religiose dell'altro a- vevano cura della nettezza dei patullimi sagri della basilica. In questa basilica il Papa celebra le principali Cappelle pon* tificie, riceve dal Sacro collegio la u" pubblica adorazione di Ubbidienza, la Consacrazione 0 Benedizione, il Pallio, la Coronazione; in essa celebra la Ca- nonizzazione e la Beatificazione, pro- mulga i dogmi, come da ultimo esegui il •omino Pontefice Pio IX della defìnizio- vox. LXXXVI1I. V A T 233 ne dell' Immacolata Concezione, di che fu eretta memoria marmorea nella basi- lica, cioè 4 lapidi commemorative, col- locate sotto le statue de' ss. Fondatori Francesco d'Asisi, Domenico, Renedetto ed Elia de' loro ordini religiosi. L'iscri- zione sotto al i.° contiene la memoria della definizione dogmatica, quella sotto il 2.0 i nomi de' cardinali che vi si tro- varono presenti, quella sotlo il 3.° inorai degli arcivescovi e vescovi intervenuti al- la solennità, e quella sotto il 4-° • nomi degli altri vescovi che egualmente assi- sterono alla promulgazione. Della quale solenne promulgazione parlai nel voi. LXXI1I, p. 65 e seg., a p. 67 avendo nar- ralo pure la solenne coronazione eseguita dal Papa dopo il pontificale dell'imma- gine della ss. Concezione esistente nella cappella del coro, ove ora va a collocarsi una lapide per memoria della medesima coronazione. E qui mi piace far menzio- ne della bellissima medaglia coniata da J. Bianchi nel 1 856, esprimente il Papa che nella basilica dal trono pronunzia il me- morabile decreto, con una moltitudine di figure con artificio 1 appresentate,ed in al- to l'Immacolata Deipara tra Io splendore d'una gloria di angeli. In essa il Papa cele- bra i Pontifica li, cotisagva i F escovi. apve e chiude V Anno Santo del Giubileo, e nel giovedì santo fa la Lavanda de' piedi, indi passa a servire al Pranzo di quelli cui ha lavato i piedi, nel portico superio- re, ov'è la loggia della benedizione. Nuo- vamente parlai di tale portico nel voi. LXXXII1, p. 377, ove dissi de'suoi mo- numenti, e che probabilmente si aumen- teranno co' ritratti dipinti a olio della cronologia de'Papi, servita per formare quelli in musaico della basilica di s. Pao- lo, ed acquistati dalla rev. fabbrica di s. Pietro. Per non dir altro della Chiesa di Sk Pietro, nel quale articolo descrissi il suo prezioso sotterraneo o sagre Grotte, nelle quali è vietato l'ingresso alle don- ne, se non nel 2.0 giorno di Pasqua, nel quale è proibito agli uomini, e pari;. mio 16 234 VAT de'suoi monumenti anco altrove; e tulle le antiche funzioni che vi celebravano i Papi, e ùVIoro Funerali detti Novendia- li coti Orazione funebre, e tumulazione nella medesima o nelle sue sagre Grotte; oltre i Funerali Anniversarii celebrati da'cardinali a* Papi che li crearono; uè tacqui, per la sua nitidezza, il divieto di prendervi il Tabacco, poi tolto. Inoltre la basilica ha la propria Arciconfrater- nitadelss. Sagramento, della quale trat- ta anche il Piazza nell' Eusevologio Ro- mano, trat. 6, cap. 20: Dell'arciconfra* terni la del ss. Sagramento a s. Pietro in Vaticano, di cui dice protettore il cardi- nal arciprete prò tempore, e fratelli i ca- nonici edi famigliari pontifìcii, prima a* vendo sontuosa e ricca cappella nella stes- sa basilica. Per cui il Morcelli disse Iali- namente i confratelli, Sodales Petrìani in quorum tutela Altare est in Basilicae T alicanae censii habeantur. E chiama la compagnia degli operai e manuali del- la fabbrica di s. Pietro in Vaticano delti Sampietrini, Ex Collegio fair uni Va- ticanorum. Contigua alla basilica, me- diante la congiunzione di due gallerie, è l'ampia e magnifica Sagrestia, nel qua- le articolo riparlandone, dissi pure delle precedenti e resi ragione dell'encomiata opera di Cancellieri. Tre sono le sagre- stie Vaticane, cioè la comune ch'è la più vasta, ed altre due laterali, una pe' ca- nonici e l'altra pe'beneficiati : nobilissi- ma è la stanza capitolare, decorata dalla statua di s. Pietro, e da pregievolissimi dipinti antichi, de' quali dissi parole al- trove. Dalla sagrestia de' canonici, una delle dette gallerie conduce alla cappella del coro, delia quale tornai a discorrere in più luoghi (e ne' cui magnifici Stalli siedono il Papa e i cardinali); dalla sa- grestia de'beneficiati, l'altra galleria con- duce nella chiesa. Nella medesima sa- grestia, ogni anno si elegge il Camerlen- go del Clero Romano. Nella stessa co- piosamente ricca di preziose e magnifi- che suppellettili e utensili sagri, furono VAT collocati in segno di vittoria contro i Turchi e per omaggio a s. Pietro, la ca- tena che cingeva il porto di Smirne, il catenaccio e la serratura di Tunisi, di che meglio parlai in que'due articoli. Nel- la basilica più volte furono collocati Sten- dardi tolti a' maomettani ; ed i Papi do- narono a'principi lo Stendardo di s. Pie- tro. Annessi alla sagrestia sono: l'impor- tantissimo e copioso archivio del capito- lo e basilica, dovizioso di molti e prezio- si codici antichi sagri e profani, e dove si conservano gli avanzi della copiosa bi- blioteca capitolare, celebrata da tanti au- tori e da me ne'vol. XL1X, p. 1 6j, LI, p. 327. Sulla sua portasi legge l'iscrizione di Pio VI : Archivium Vaticanae Ba- silieae Summorum Ponti fìcum ac viro* rum Principimi diplomatibus celeberri- mum, Bibliothecam veteribus li/ss. in- signem collocavil. Anno 1782. L'am- pia canonica con nobili abitazioni, 3 por- tici e fontane, d' una delle quali l'acrjua dicesi Pia per averla allacciata Pio VI, splendido edificatore di questo sontuoso edifizio, da varie vene che si perdevano inutilmente sotto la strada dietro la tri- buna, a comodo pubblico. Fuori del por- tone della canonica, a linea retta della strada, si vede l'antica fonderia, dove il Bernini fece fondere P impareggiabile macchina di bronzo dorato, rappresen- tante il baldacchino sull'altare di s. Pie- tro, e l'ampio seggio pontificale, soste- nuto da 4 Dottori della Chiesa, per rac- chiudervi la cattedra di s. Pietro. L'odier- na fonderia Vaticana stavasi negletta e quasi obliata, non essendo occorso dopo il getto in essa eseguito dal celebre Righet- ti sul cominciar di questo secolo altra fu- sione, e perciò anche Parte che Pavea re- sa celebre. Dovendosi erigere per cura del ministero de'lavori pubblici, colle o- blazioni de' fedeli di tutto il mondo cat- tolico, innanzi il Collegio Urbano di Propaganda fide la colonna monumen- tale colla statua in bronzo dorato espri- menti l'Immacolata Concezione, model- V AT lata dallo scultore Obici in atto di rin- graziamento e di preghiera verso Iddio, per memoria del decretato e summen- tovato dogma, della di cui benedizione e inaugurazione, a compimento della mia descrizione del monumento, parlai nel voi. LXXXVII,p. 281, ne fu affidata la fusione a Luigi De Rossi scultore in me- talli e fonditore romano. Questi antepo- nendo a'metodi usati modernamente gli antichi, nella fonderia Vaticana conces- sagli all'uopo dal Papa, ivi condusse la forma principale della statua colossale al- ta palmi 1 6, con ampio panneggiamento, non compreso il globo e gli emblemi de- gli Evangelisti su cui poggia e che sono d' altri 3 palmi d'altezza, accumulando nelP antico forno fusorio 20,000 libbre di bronzo, gettò il metallo liquefatto nel- la forma, nel gennaio 1 85^ alla presen- za del cardinal Antonelli segretario di stato. Investigato il getto si trovò essere riuscito a meraviglia per 1 1 palmi, ma cessare al di sopra pel non iscorso me- tallo. Il quale caso valse a mostrare la valentia dell'artista nella prontezza del rimedio ; poiché senza ricorrere a'riporti di parti separate della statua, gli bastò l'animo e il merito di riprendere la for- ma superiormente nella parte mancata ; e come per una continuazione del riget- to ve ne rifuse sopra un altro con sì gran- de facilità e maestria, che scorrendo il nuovo metallo sul già solido vi si con- giunse per guisa da farne un sol corpo con perfetta saldezza, e senza il menomo vestigio o segno di commissura. Il Papa Pio IX visitò la fonderia Vaticana, e mi- rando P opera portata al termine egre- giamente, ne attestò all'artefice la sua so- vrana soddisfazione nel maggio 1857, co- me descrivesi a p. 43g del Giornale di Roma. Ivi è pur notalo, che tale prova cancella il timore e l'idea che in Roma fosse andata smarrita P arte di fondere statue grandi, e per P avvenire anziché ricorrere all'estero, nella fonderia Vati- cana 0 in altra potranno eseguirsi le fu- VAT *35 sioni d' opere grandi in bronzo. Bencbè nel citato voi. LXXIII, p. 42 e seg. con Cenni storici raccolsi una diffusa indi- cazione di quanto mirabilmente prece- dette, accompagnò e seguì la definizione dogmatica del Papa Pio IX sull'Imma- colato Concepimento di Maria Vergine, e facendo per divozione eco a tutto il mondo, che non sa mai saziarsi di cele bratta, non poco all'occasione tornai a ragionarne. E siccome ne' miei Cenni mi proposi di formare un lemnisco alla ghirlanda di gloria formata dalla tenera pietà de' fedeli per coronare la Madre di Dio, in questo santissimo luogo ove l'o- racolo del Vaticano pronunziò l'immor- tale sentenza, spargerò altre fronde e fio- ri olezzanti di celestiale fragranza, da in- trecciarsi a quella, con ricordare altri di que' tanti scrittoli che celebrarono il me- morabile avvenimento. Prima di tutto vanno rammentati, i Pareri dell'Epi- scopato Cattolico sulla definizione dog- matica dell'Immacolato Concepimen- to della B. Vergine /l/tfr/rt,Romai85r, t. io, voi. 7. La Chiesa Cattolica nel fatto dell' Immacolato ss. Concepimen- to della gran Madre di Dio contro tut- te l'eresìe, Napoli i852. Cenni sul! Im- macolato Concepimento della gran Ma- dre di Dio Maria sulla sua dogmati- ca definizione, e sulle feste che si solen- nizzarono in Roma, Napoli, Palermo ed altrove, Napoli 1 854- Cardinale En- gelberto Sterchx arcivescovo di Malines, De modo pingendi ss. Dei Genitriceni Mariani, sine labe originali concepiamo Romae 1 854- V Immacolata Concezio' ne di Maria edi Francescani minori conventuali dal 12 io al i854, Cenni vari per un sacerdote umbro, Roma i854. L'autore è il dotto conventuale p. Filippo M." Rossi. Cardinale Tomma- so Gousset arcivescovo di Reims, La cro~ yance generale et constante de l'Eglise touchant V Immaculée Conception, Pa- ris i855. Questa é la capitale di quella Francia, che a p. 122 del Giornale di 236 V A T Roma del 1 858, viene chiamato per anto- nomasia: La Primogenita Figlia del Vaticano. Tanto è vero, come rilevai in principio, che Vaticano , Roma, Chiesa, Sede apostolica, sono in certo qual modo sinonimi. Delle lodi e del cullo della D. Vergine Maria, Sentenze de* ss. Padri, Milano 1 855. Questa é opera del prete dalmato d. Agostino Antonio Grubissich, e del vicentino cav. Filippo Scolari. La dommatica definizione del- l'Immacolato Concepimento della B. Vergine Maria, Apologetico, per Do* menico Gualco dottore in i. teologia ed in ambe le leggi, Genova i856. // mese dell'Immacolata, del p. Luigi Angelo Porcelli lettore domenicano, Firenze 1857. V Immacolata Concezio- ne della B. Vergine Maria, considera- ta come domma di fede, per mg. T G. B. Malou vescovo di Bruges, versione dal francese di G. A. Pizio teologo coli, prof. emer. di teologia, Torino 1857. B. Beverini, Vita e culto dis. Agnese v. e m., e del memorabile avvenimento 1 2 a- prile i855 presso la basilica di detta santa fuori delle mura di Roma, e de' restauri di essa, Roma 1 856. Gli Atti del martirio della nobilissima vergine romana s. Agnese, illustrati colla sto- ria e co' monumenti da mg.* Domenico Bartolini prelato di giustizia e dome- stico della Santità di N. S. Pio IX, protonotario apostolico ec.,R.oma 1 858. Queste due ultime opere si rannodano coll'argomento che celebro, pel ricorda- to prodigioso avvenimento che narrai con precisione verso il fine de' rammen- tali miei Cenni storici j ed ancora pel ri- ferito nel voi. LXXXI1, p. 238, e altro- ve. Può anche leggersi il n. 82 del Gior- nale di Roma del i858, sulla visita fatta a' 12 aprile dal Papa nella chiesa di S.Agnese, celebrandovi la messa come anniversario del riportato prodigio, e del luogo ove avvenne, cambiato in un monumento destinato a ricordare quel grave avvenimento; chiesa e contigua V AT canonica, dalla munificenza pontificia magnificamente restaurate. I due cimi- teri della basilica Vaticana sono uno incontro l'altro, chiusi da due cancelli di ferro, sotto le due sagrestie de'canonici, e de'beneficiati e chierici beneficiati, a' quali rispettivamente appartengono. In mezzo a ciascuno di essi si vedono le mense degli altari, vestite di vari marmi, benedetti a'22 luglio 1780 da tng/La- scaris patriarca di Gerusalemme e vica- rio della basilica,indi vi furono trasporta- le le casse di tulli quelli eh' erano sepol- ti nella demolita sagrestia, e nel sotter- raneo di quello de' canonici ne fu posta marmorea iscrizione che dice: Ossa Ca- nonicorum, Beneficiatorum, et Clerico- rum Bencficiatorum, aliorumque mul- torum virorum genere doclrinas digni- tà te, pie tate illustri uni j in perve Insto s. Mariae de Febribus tempio, novi Sa- crarti gratia solo acquato variis e sa- cellis suisque loculis eruta huc trans- lata. Annoilo. Questi due cimiteri si rendono degni di osservazione per le la- pidi, che vi sono slate collocate nel pa- vimento e nelle pareti, anche di alcuni cardinali arcipreti. E qui noterò col gran Ca ncelli eri, Sagrestia Vaticana descrit- ta, p.108. n Tosto che è passato all'altra vita qualcuno che sia stato canonico, be- neficiato o chierico beneficiato, e che ab» bia goduto il privilegio della Cappella o Oratorio domestico, purché non sia giunto alla dignità cardinalizia, il reve- rendissimo capitolo Vaticano, usando del suo antico diritto, ne fa interamente lo Spoglio, come ha fai toni li inamente nel- la mancanza de'due illustri prelati mg.r Muti nunzio alla corte di Portogallo, e mg/ Sampieri, commendatore di s. Spi- rito, benché ili.° non l'osse attualmente canonico, come il 2.0 (noterò che i cano- nici divenuti Prelati di fiocchetti, cioè Governatore di Roma o Vice-Camer- lengo, Uditore della camera, Tesorie- re, Maggiordomo, cessano d'essere ca- nonici, benché talvolta per iudulto poo* V AT lificio continuarono, e gli esempi li re- gistrai ne'qui ricordati articoli. Dirò pu- re che i canonici Vaticani sono Proto- notari apostolìciyH seconda del riferito in tale articolo, pel quale va letto altresì il voi. LXXI, p. 8 ; anzi a p. i5 nuova- mente tenni proposito del canonico Va- ticano diacono apostolico e ministro del- la cappella pontificia). Questo continuo rinforzo ed accrescimento fa sì, che la sa- grestia Vaticana vinca qualunque altra di Roma, nella moltiplicità e nel valore de'sagri arredi ". Ed io aggiungerò, ad onta dell'immense perdite fatte nelle po- litiche vicende, la cui lacrimevole iliade cominciò dal pontificato del glorioso Fio VI, il cui magnanimo cuore possiede la cattedrale di Valenza di Francia. Per la cura delle anime della Parrocchia (nel quale articolo ricordai i luoghi ove ra- gionai, se si adempie il precetto pasqua- le ricevendo la ss. Eucaristia nelle basi- liche Lateranense e Vaticana, e del pri- vilegio della basilica Vaticana di battez- zare nel suo s. fonte chiunque con per- messo del proprio parroco, ed io ebbi la ventura di ricervi I' acque rigeneratrici a'i 9 ottobre 1802, benché non fossi della parrocchia Vaticana, perchè i miei reli- giosi genitori, qual primogenito, vollero così pormi sotto la protezione di s. Pietro e di s. Paolo) di s. Pietro, supplisce la vicina chiesa Succursale de' ss. Michele e Magno, della quale ricordai iu princi- pio ove ne riparlo, una delle filiali della basilica, e di queste filiali ne feci il no- vero nel suo articolo e meglio parlai a* propri. La chiesa de' ss. Michele e Ma- gno è esponente e tumulante, anche pei* la parrocchia particolare del palazzo a- postolico Vaticano t il di cui parroco è ing.r Sacrista rappresentato dal p. sotto- sagrista. Nella piazza della sagrestia Va- ticana è l'edilìzio del Seminario Pratica- no con alunni, ed oltre la metà di essa sorge isolato il palazzino del cardinal ar- ciprete, che al presente è il cardinal Ma» ito Mattai sotto-decano del s. collegio.. VAT a37 pio datario del Papa regnante Pio IX, e vescovo suburbicario di Porto e s. IlufTì- na, e con esso compirò la serie degli arci- preti che pubblicai sotto il suo predecesso- re, neir articolo della Chiesa di s. Pie- tro. Nel medesimo edilìzio ha pure l'abi- tazione il prelato canonico Segretario 0 Economo della s. Congregazione cardi- nalizia della rev. Fabbrica di s. Pietro , della quale è sempre prefetto il cardinal arciprete, il palazzino fu ristorato e or- nato di nuovo da Pio VI nel 1782, come si legge nell'iscrizione marmorea : Aedi- bus Archipresbytero domicdium auxit ampliata strataque area Tempio Va- ticano splendorem addidit. La s. con- gregazione ha per giudice un altro pre- lato canonico, esercita come uno de Tri* bunali di Roma la giurisdizione anche criminale per qualunque delitto che si commettesse nella sua basilica e nelle sue pertinenze ; e tiene la segreteria, cancel- leria e computisteria nel Palazzo Astal- li, altra residenza di mg/ economo e se- gretario, cariche ora esercitate da mg/ Domenico Girami. Questo prelato prò tempore è presidente del celebre studio del Musaico esistente nel palazzo Vati- cano, di cui riparlai ne' voi. LUI, p. 233, LXX11I, p. 362, 364, 367, 377, ec. Quanto al citato articolo riguardante la rev. Fabbrica di s. Pietro, è preziosa per essa e per la basilica l'opera intito- lata : Nicolai Mariae de Nicolais, De Vaticana Basilica Divi Petri, ac de ejusdem privilegiis, Roruae 1 8 1 7. L'ar- gomento vasto e dignitoso della Chiesa di s. Pietro in Vaticano, il cui articolo stampai nel voi. XII, desta entusiasmo; equesto mi fa pubblicare un documento, che non sorprenderà se si consideri, che ordinariamente e sino a'nostri giorni, ciò si praticò da tutti e in tutte le opere, e di più revisori, anzi di ciascun volume; men- tre io mi limito a produrre quel solo che riguarda l'augusto luogo ove fui battezza- to, perciò sino dal nascer mio posto sol- io il potente e sperimentato patrocinio 238 V A T de' ss. Pietro e Paolo, i quali colla pre- dicazione e spargimento del glorioso lo- ro sangue non Solamente resero felice re- terna mia nobilissima patria, ina illumi- narono lutto il mondo colla diffusa luce dell' Evangelo. Quel luogo infine, che maestosamente racchiude la spoglia mor- tale del mio venerando Signore e bene- fico, il Sommo Pontefice Gregorio XVI (che ora con indicibile letizia leggo nel Giornale di Roma del 1 858, a p. 355, celebrato dalla robusta e aurea penna del dottissimo cardinal Wiseman arcive- scovo di PVestminstcr, co' suoi applau- diti e ammirali ; Ricordi degli ultimi quattro Papi e di Roma a tempo loro, Londra nel marzo 1 858. Faccio affettuosi voli, perchè dall'inglese si traducano nella nostra favella, per goderli e vagheggiarli), il maggior tempio che occhio umano ab- bia nel mondo veduto. iNel 1840 umiliai al reverendissimo Capitolo Valicano il detto articolo, perchè a decoro suo e del- l'incomparabile tempio si degnasse de- putare un idoneo revisore e correttore. Da par suo, si compiacque di scegliervi il celebre e dottissimo suo canonico e poi anche segretario mg.r]V1ariuo Marini pre- fetto degli Archivi Vaticani della s. Se- de. Questo generoso e benigno prelato, ad incoraggiarmi nel lungo e laborioso cammino studioso, spontaneamente cor- rispose col seguente autografo. » L'arti- colo concernente la Patriarcale Basilica Vaticana, composto dal eh. sig.rcav. Gae- tano Moroni ad inserirsi uel classico suo Dizionario, preseula così vasla e scella erudizione, critica così giusta, e tanta chiarezza di ordine a non potersene desi- derare maggiore, e dalle quali emerge un'esattissima, dotta e completa descri- zione, beu degna del principalissimo tem- pio del mondo cattolico. E sarebbe a de- siderarsi che questo egregio scrittore fos- se imitato da tanti, che in simili produ- zioni sembrano, anziché servire alla ve- rità della storia, singolarmente propor- si di secondare la propria vanità, che uou V A T solo fan ravvisare nella inopportuna e* rudizione, e capricciosa critica, ma nella ampollosità dello stile, che taulo male si confà colla semplicità, che esige la na- tura di un articolo, e che il nostro au- tore ha saputo non dimenticare nel ni- tido, ma facile suo scrivere. Non puossi adunque che sommamente commendare un lavoro, che rende benemerito il sig.r Moroni e della letteratura, e della basi- lica suddetta ; lavoro, che, se con gloria tramanda alla posterità il nome dell'au- tore, provoca medesimamente la ricono- scenza del venerando ed esimio Capitolo Vaticano, la quale eternerà con epigra- fico monumento da collocarsi nel suo ar- chivio. Marino Marini". Se tal nome è un elogio, altro lo è certamente un Sil- vio Pellico, ed ecco com'egli definì la ba- silica di s. Pietro, Allorché questi visitò Roma, innanzi di partire mi fece volon- tario e nobile dono del seguente auto- grafo, per sua memoria e segno di bene- volenza per la mia nullità, e lo pubbli- co quale testimonianza autorevole e ul- teriore pel sublime tempio. Dall'altura del Pincio contemplando Il disceso all'occaso Astro primiero, Ammiravano siccome egli, toccando La divina Basilica di Piero, Arricchisca di luce i suoi tesori E con celeste amor si fermi a cingerla Di rubini, zaffiri e fulgid'ori; Io quindi amm utolìa, Ma inlesi una più fervida, più pia Alma esclamar — » Sou quelle Le due dell' Universo opre più belle Onde materia sublimala adornisi : Dio per l'uom quella lampa iu ciel ponea, Al suo Signor l'uomo quel tempio ergea ". Silvio Pellico. Il Vaticano dunque contiene, oltre il discorso tempio e sue pertinenze, il Pa- lazzo apostolico Vaticano e quanto gli appartiene. Come P antica basilica di s. Pietro non andò disgiunta dal palazzo pontificio, così l'odierna è ad esso conti* gua. Il Panci r oli crede che il sou tuo su e- V A T difizio occupi l'area degli orli di Nerone, anzi si elevi sulle rovine dello stesso pa- lazzo di quell'imperatore, che l'innalzò a* confini medesimi, e donalo al Papa s. Mei* chiude nei 3 12 dall'imperatore Costan- tino I. Vuole iuvece Ciampini , che Co- stantino I. dopo aver fabbricato l'antica basilica Vaticana, facesse altresì costrui- re ad essa laterali due palazzi oepiscopii, per comodo e domicilio de'Papi, uno de' quali fu dipoi convellilo in abitazioneca- nonicale , e più tardi ridotto ad uso del Tribunale del s. Offìzio. Il gesuita p. Bo- nanni, Numìsmata Summorum Ponti/i- cur/i Templi Faticarti fabricam indi- ca/dia, attribuisce i due edilìzi a Papa s. Simmaco del 49&- Ma si ha per tradi- zione sicura, che s. Liberio Papa del 352 ed i successoli avessero dimoia nel palaz- zo congiunto alla*basilica di s. Pietro, an- teriormeute a s. Simmaco. Per cui dichia- ro anche qui, potersi ritenere a vere S.Sim- maco solamente ristorato il palazzo. In processo di tempo la pontificia magione ampiamente si aumentò e abbellì con re- gia magnificenza da moltissimi Papi, fin- ché nella loro incessante munificenza, in- clusivamente al Pontefice che regna , si ridusse a quel complesso stragrande di splendidi edifizi che eoo istupore ammi- riamo; ed ove i medesimi Papi siuo da' remoli secoli diedero nobilissimo ospizio a'più polenti sovrani ed altri personag- gi, li palazzo apostolico Valicano , con- giunto per uo corridoio a Castel s. An- gelo, è la venerabile, maestosa, ordinaria e principale residenza del sommo Ponte- fice, con abitazioni per la Corte e Fami- glia pontificia, òz\ cardinal Segretario di stato, del cardinal Prefetto de9 ss. Palaz» zi apostolici, de' prelati Maggiordomo, Maestro di camera, ec. ec. E insieme la sede del sapere e delle belle arti, che ga- reggiarono in rendere il complesso de' suoi numerosi e vasti edifizi, un emporio di bellezze antiche e moderne, tesori tut- ti formati dall'incessante munificenza de' 10mau1P0ulefIci.pl iucipaluieute couticue V A T 239 decorosi ingressi; «/cortili di s. Damaso, e di Belvedere in cui ebbero luogo de' Tor- neinoli fonti di abbondanti acque; la mae- stosa scala papale e la famosa scala re- gia, i nobilissimi appartamenti pontificii; le pubbliche, celebri e grandiose Cappel- le pontificie, cioè la Sistina (si vuole che il concetto sublime del Giudizio finale, in essa mirabilmente dipinto da Buo- narroti!, glielo fornisse quello espresso pure a fresco nella chiesa di s. Maria di Toscanella), nella quale si teneva il Conclave, e si celebrano dal Pontefice le aunuali e straordinarie sagre funzio- ni; e la Paolina, ove si fa la funzione del s. Sepolcro, e 1' esposizione delle Qua* ranCore. La Sagrestia pontificia, di cui è prefetto il prelato Sagrista, parroco de' Palazzi apostolici. Le Cappelle segrete, compresa la domestica del Papa. Le ma- gnifiche sale regia e ducale; le sale per le Congregazioni cardinalizie e de' Tribu- nali di Roma, co 'loro archivi, inclusiva- mente a quello degli Uditori di Rota. Le famose loggie dipinte da Ralfaello d'Ur- bino, e da altri valentissimi pittori, e con grotteschi che diconsi tratti dalle Terme di Tito. L'orologio pubblico. Le celeber- rime stanze dipinte dall' encomiato Raf- faello (in quella di Costantino di recente fu collocato il musaico , di cui nel voi. LXXIII, p. 102). La Pinacoteca o galle- ria de'quadri. La galleria degli arazzi. Il Museo Faticano (delle statue da ultimo in esso collocate, farò parola in fine del- l'articolo Velletri, come vescovato uni- to a Ostia, perchè trovate negli scavi fe- condi che si vanno operando in quel- 1' ultima città), famosissimo, cioè il Mu- seo Pio dementino, e il Museo Chiara- monti. Il Museo Gregoriano Etrusco. Il Museo Gregoriano Egizio. V Archivio della s. Sede, cogli Archivisti , gli anti- chi essendo gli Scrinìari, capo de'quali era il Protoscriniario o Primìscrinio; e siccome anticamente l'archivio fu anche dello Biblioteca della s. Sede , il Proto- scviniario eia archivista e bibliotecario a4o V A T della medesima; ora avendo i prefetti. La Bìbliotecaaposlolica Vaticana o Libre- ria, con Museo (e perciò anche in que- st'articolo ne parlai) sagro o cristiano e profano. Gabinetto numismalico,e Stam- peria Vaticana, nel quale articolo ripor- tai altre notizie della celebratissima bi • b1ioteca,che ha il cardinal Bibliotecario di s. Chiesa e prolettore della medesima, ed i prelati Prefettio custodi. La Meri- diana Vaticana. Lo studio del Musaico. L'Armeria della Milizia o Truppa pon- tificia. I giardini pontifìcii ampi ed ame- ni, forniti di gran copia d'acque. Il quar- tiere, le abitazioni e la propria chiesa del- la pontificia guardia Svizzera. A Uro quar- tiere permanente è quello de' Pompieri (V.) o vigili pontificii. Di tutto quanto ra- gionai, tutto descris-si nel più volte ricor- dato articolo, e individualmente negli al- tri accennati qui in corsivo , ed in lauti altri pure che in breve non si potrebbero rammentarla vendo notato nel vol.LXX, p. 1 49, che nel i854 'a Sera del i.° gen- naio si cominciò ad illuminare a gaz la via Papale inclusivamente alla piazza di s. Pietro, e che la sera de' 11 ottobre prin- cipiò simile illuminazione nel cortile del- le logge Valicane e dette di Ptaffaello, e nelle scale e altri luoghi del palazzo Va- ticano (A miniano Marcellino ci fa noto, cìie negli ultimi tempi dell'impero le Strade di Roma erano illuminate di not- te in guisa da gareggiare col giorno). Do- po aver neli85i stampato quell'artico- lo e gli altri ricordati, la munificenza del Papa Pio IX splendidamente nobilitò eoo altre magnificenze questa sua pontificia residenza. Ove potei,qua e là m'ingegnai di fai ne cenno d'alcuna, ina talee sì grande è l'importanza loro, che a compimento del- la mia descrizione del Palazzo apostoli- co Vaticano, qui tenterò colla possibile brevità di supplirvi, il che è indispensa- bile pe' mutamenti seguiti, altrimeuti il descritto altrove non corrisponderebbe allo stato presente. In questi ultimi an- ni , molte parli del gran palazzo e buoi V AT diversi celebri edilìzi sono state o ripara- te o restaurate o di nuovo abbellite, col- la direzione e disegni dell'egregio archi- tetto cav. Filippo Marlinucci, sotto-forie- re de'palazzi apostolici. Dirò le cose prin- cipali, cioè della Biblioteca, della Pinaco- teca, delle Logge di Piallaello, e delle sca- le papali che dal cortile di s. Damaso co- municano cogl' ingressi principali degli appartamenti pontificii, mentre dell'ope- rato neila cappella Paoliua ne feci cenno nel voi. LXXX11I, p. 101, per incidenza, potendosi ricavare un maggior dettaglio ne* Giornali che ivi citai. Se non chequi è bene aggiungere sulla cappella Sistina e sulla sagrestia alcune parole. Dal i856 il Papa regnante non più recandosi nel- la notte di Natale pel mattutino e la mes- sa nella basilica Liberiana, da quell'anno tali funzioni toi naiotisra celebrare nella cappellaSistina,ma con illuminarsi splen- didamente con più copia di cera, tanto il cornicione, quanto il quadrato o pre- sbiterio della medesima, e questo massi- me con 4 grandi candelabri dorati. Vi è il progetto di edificare una grande sa- grestia proporzionata e degna della cap- pella Sistina, sostenuta da un portico; rendendosi così con esso magnifico Piu- gresso del palazzo Vaticano dalla parie della Zecca. Utinamì Fiati Comincerò dalla Scala, poi dirò delle Logge,indi della Pinacoteca e per ultimo della Biblioteca. Era decoroso dare un accesso agli appar- tamenti pontificii più splendido di quel- lo che già esisteva; era anche necessario, giacché le volte delle scale stesse in alcu- ni luoghi aveano manifestato screpolatu- re, eciò era avvenuto per essere stale ma- lamente murate con areua e sopraccari- cate ne'vuoti con tanto peso di calcinac- cio, che in questa occasione ne furono fat- te trasportare più di tremila carrette. Convenne perciò in primo luogo rinno- vare le volle che sovrastavano alla 2." e alla 4-a branca , le quali maggiormente aveano sofferto. Ed inoltre, onde provve- dere alla loro futura stabiliti», furouo vuq- YAT tate del suddetto ripieno pesantissimo, e in sua vece si sostituì una banchina lun- go le pareti, e basata sopra le teste ili mu- ro, sulla quale appoggiare e fermare i'e- stremità de'nuovi gradini. Nel fare que- sta operazione, si prese I' opportunità di avvantaggiare il declivio delle bianche stesse dove fu possibile, come nel 2.° ra- mo, e di acquistar miglior luce riapren- do neli.° piano l'antiche finestre, e que- ste come le altre si munirono di vetri co- lorali ritenuti coti telai di ferro. La sca- la papale è composta di 206 gradini ve- nuti sbozzati dalle cave di Carrara, e poi terminati sul luogo. Gli ornamenti che ora la distinguono sono formali di stuc- chi nelle volte, nella scagliola per le pa- reti, di marmi bianchi e colorati ne* pa- vimenti de'ripiaui e negli stipiti delle por- te (e pavimenti marmorei furono pure e- seguili nell'appartamento pontificio). O- gni ripiano è composto di due dischi di granito rosso, intorno a ciascuno de' quali è l'ottagono di marmo e cipollino, e cou triangoli di breccia di Serravezza. I pi- lastri delle pareti segnano la divisione di questi quadrati con fasce similmente di Serravezza accompagnate da liste di ci- pollino. Ogni porta ha nuovi stipiti. Quel- la che apre 1' appartamento di Paolo V ha gli stipiti di marmo; la 2." cioè la por- ta di Clemente "Vili di cipollino ; la 3." poi di bianco di Carrara ; del quale an- cora sono gli stipiti egli architravi delle porle che comunicano alle logge. Le pa- reti sono rivestite di scagliola imitante il giallo antico, con zoccolo di Seltebasi e fascia di bianco perdale con questa mag- giore risalto a'poggiuoli di metallo soste- nuti con bracci a rose di metallo dorato. Sopra le branche delle scale, i soffitti so- no distribuiti a cassette quadrate, ed en- trovi rosoni alternati di varie forme, nel me?.zo essendovi lo stemma del Pontefi- ce Pio IX rilevalo da cornice e adorno. I soililli delle crocere ■'ripiani sono distin- ti con quadra li* nel centro, ed a'Iali stan- no esagoni arricchiti d'ornali similmente VAT *4i di stucco, e sulla lunetta la targa che ri- tiene l'epoca della restaurazione, ed il no* rae del Santo Padre che 1' ha fatta ese- guire. Nou si deve om mettere di far men- zione delle nuove porte degli appartamen- ti pontificii,colle loro cornici di moganoe altre parti eseguite collo stile ornamenta- le. Tutto fu fatto celeremente e non vi s'impiegarono nèanchei20 giorni: inco- minciata l'opera ue'primi di giugno 1 856, fu compita nel susseguente ottobre. E sic- come da questa scala è il principale pas- saggio a ciascuno de' 3 piani del cortile di s. Damaso, così qui farò cenno intor- no a'iestauri delle rinomate logge, in cor- so di operazione. Negli ultimi 3 anni, pre- cedenti al 1857, tutti i 3 piani del loggia- to vennero rinchiusi con cristalli ritenu- ti da enormi telali di ferro, spartiti a lar- ghi quadrati, per la maggior custodia del- le preziose pitture a fresco che in esse si ammirano. La frazione della 2/ loggia che guarda al mezzogiorno, per lai.3 fu com- pita. Non è a dire quanto sia riuscita se- ducente e magica l'armonia che rifulge nell' insieme degli ornamenti di questa galleria, ideali ed eseguiti dagli artisti di scuola romana nel pontificato di Gregorio Xlll, nel restituirli all' antico splendore. Brillanti allresehi nelle crocere e ne' se- micerchi, racchiusi da cornici di stucco bianco e dorato, sano alternali da festoni di frutta e fiori dipinti al vero, e da col- lane di daglioncini con dentro vaghissime figurine. Bene vero che molto si dovette crearedi nuovo,sia perchè perito, sia per- chè tralasciato, lauto riguardo a'membri dell'ornato, come nelle dipinture, seguen- do sempre il concetto de'primi artisti. An- che il suo pavimento è tutta opera nuo- va, costruito co'mattoni dello stabilimen- to del marchese Campana, che simulano i marmi colorati in sostituzione delle ma- ioliche di Luca della Robbia il giovane, che per l'età e pel continuo attrito si erano scrostate e cancellate. Questo pavimento rappresenta un arabesco a nodi di mar- mo giallo, sopra fondo turchino di lapis- 242 V A T lazzoli con dischetti di porfido. Tutte le logge del Palazzo apostolico Vaticano, ed uno de'suoi più belli ornamentilo de- scrissi in tale articolo, inclosivnmente ai braccio della 3/ restaurata nobilmen- te ne'lacunari e pareti da Gregorio XVI, notando che divisava fare altrettanto col- le altre logge, e chiudendolo con fenestro- ni come sopra, con telali di ferro fuso e- seguiti allo stabilimento delle ferriere di Tivoli; e tuttociò eziandio per impedire Tacque che filtrando fatalmente danneg- giavano le sottoposte propriamente dipin- te daRa(laello,le quali chiuse le arcate con fenestroni ne' primi mesi del 1 8 1 4 dal go- verno provvisorio napoletano di Roma, prive d'aria opportuna ad asciugarne Pu- inidilà che ricevevano dalle volte,resla va- no notabilmente pregiudicate, onde Gre- gorio XV I avea fatto egregiamente copia- re 22 fac-simili de' pilastri di detto log- giato di Raffaello, e collocati per memo- ria nella sala propinqua alla gran galleria di Gregorio X 1 1 1, che perciò prese il nome di stanza de' pilastri. De' restauri delle logge eseguili d'ordine del Papa Pio IX, ne ragionarono successi vamenleì' Album di Roma de'24 novembre 1 855,e nel 1 8 16 il Giornale di Roma de'7 aprile, e la Ci- viltà Cattolica de'2 maggio. In tali artico- li intitolali : / Restauri delle Roggie Va- ticane, si celebrano e descrivono quelle del 2.0 braccio del 2.0 piano , secondo le molle descrizioni che ne abbiamo, cioè quelle falle dipingere e riccamente orna- re da Gregorio X III nel 1577, e divise dal braccio dipinto da Raffaello per una por- ta lavorata a tarsia dal valente intaglia- tore Gio. Barile. Si deplora il loro depe- rimento per colpa del tempoe sue intem- perie, di mani vandaliche, e forse anche per non curanza, e giustamente si loda il Papa che regna per averne impedito l'ul- teriore roviua, ed ordinato il restauro, af- fidando opportunamente il difficile inca- rico al distinto pittore Alessandro Man- tovani ferrarese e allo scultore Filippo Galli romano, ciascuno nella parie pi Ilo - V AT rica e per quanto spetta agli itucchi , i quali con grande valentia le ridussero a quella vaghezza e lustro di che ora fanno sì bella pompa; avendo essi dovuto non solo seguire lo stile de' grotteschi, delle decorazioni e ornali di cui ancora vi era traccia, ina per diversi pilastri inventare altresì di nuovo in diversi luoghi quan- to erasi perduto, ponendolo in beli' ar- monia coli' esistente, e così ridonando il lutto alla sua antica bellezza e magnifi- cenza. £ nelle ore pomeridiane del sud- detto giorno 7 aprile, il Papa si recò ad ammirare gli encomiali restauri, elegan- ti e magni liei, restandone soddisfattissimo. Aggiunge P Album , che il cardinal Au- tone!li,qual prefetto de'ss. Palazzi aposto- lici, commise la direzione e sorveglianza degli eseguiti lavori , anche a' professori commendi Filippo Agricola e cav. Tom- maso Minardi; ed artisticamente rileva i pregi, diligenza e valore degli esecutori di opera così splendida, massime nella par- te pittorica, -eli' è la maggiore, da servire di saggio e quasi campione eziandio, agli altri bracci delle logge che rimangono a restaurarsi, a ulteriore splendore del Va- ticano e dell'arti italiane, che in Pioma hanno sempre il principale e magistrale loro seggio. Si legge nel Giornale di Ro- ma de'3o marzo 1 858. Che nel 2.0 brac- cio delle logge dette di Raffaele al i.° pia- no delle medesime, chiamato Gregoria- no da Gregorio XI 11 che le fece dipinge- re, era stato del tutto terminato il discor- so magnifico restauro. Che i pochi stuc- chi che rimanevano a farsi ne' pilastri dell' arcale di angolo e del centro, furo- no eseguiti come gli altri dall' egregio scultore Galli di Roma; e tutti gli orna- ti e le figure a fresco dal valente Manto- vani di Ferrara, coadiuvato nelP esecu- zione da 'suoi bravi giovani Ernesto Spre- ga, Adolfo Reanda, Salvatore Rotani, tutti e tre di Roma, e da Ernesto Fraga- glia di Ferrara. Si loda il Mantovani nel- le decorazioni e nella pittura a grotteschi ; abilità che si mauifeatò pure ueViiUari V A T falli poi, perchè la parte inferiore delle logge era assai più danneggiata e guasta della superiore; onde in molli luoghi e special cnente ne' pilastri dovetle non re- staurare, ma riprodurre. Ciò esegui in modo e così felicemente, che ora la parte restaurala non si distingue dalla riprodot- ta. Nelle decorazioni si vedono figure, fiori, frutta, musicali strumenti e anima- li; lutto disposto con perfetta armonia. IS'olriò io, che ora si restaura il braccio del 3.° piano delle logge, precisamente quello che segue il restaurato da Gre- gorio XVI, già essendo stato fatto d I. lacunare coi l'opera de'valenti pittori Fi- lippo detoni e cav, Filippo Bigioli. Quanto al 3.° braccio di quest'ultimo piano, e che segue il nominato, già fu tutto restaurato con semplici mezze tin- te senza pitture ornamentali. Di più, ora si va studiando il modo per restaurare il braccio delle seconde logge; e forse si- mili abbellimenti si eseguiranno poi an- che ne'tre bracci deh." piano delle me- desime logge. E cosi tulle le famose log- ge, sempre più formerebbero un pre- zioso tesoro artistico Valicano nel ge- nere loro. Inoltre al crescente lustro del Vaticano, il Papa Pio IX dispose la rin- novazione della parte orientale della 3." galleria già edificata nel pontificato diCle- tnente X, ed in seguito perita per difet- to delle materie impiegatevi. I gradini tolti alla rinnovata e suddescritta scala pontificia, furono adoperati per rendere più decente e comoda la scala che dicesi dell'Armeria, perchè anticamente questa era ove oggi è lo studio de'Musaici. Que- sto accesso acquistò maggiore importan- za per essere, oltre alla Biblioteca ed a' Musei, l'unica comunicazione alla nuova Pinacoteca, ch'è stata ristabilita nell'ul- timo piano dell'ala settentrionale deli'e- difizio medesimo. Nel pontificato di Pio VII , il genio del suo segretario di stato cardinal Consalvi, il medesimo luogo a- Tea destinato per Galleria Vaticana, e la descrissi io brevemente nel voi. XL VII, V A T a43 p.io4 e seg., oltre il riferito nelle pagi- ne precedenti, e con altre nozioni nella descrizione del palazzo Vaticano. E in- trinseco che io ricordi, d'avere in tali luo- ghi raccontato pure, che Leone XI! ri- conoscendo l'odierna località della Pina- coteca allora incomoda e pericolosa, sta- bilì trasportarla nella galleria presso quel- la delle carte topografiche, la quale ul- tima di Gregorio XIII parimenti in que- sto pontificato venne decorosamente re- staurata, a tale effetto ampliandola e ri- ducendola all'uopo; lavoro checontinuos- si nel breve pontificato di Pio Vili. Indi Gregorio XVI compì l'occorrente, e po- scia effettuò il determinalo da' predeces- sori, ivi collocando la Pinacoteca; ma a motivo del soverchio calore nell'estate e del freddo nell* inverno molto soffrendo i preziosi dipinti, lo stesso Gregorio XVI fece ridurre ad uso di Pinacoteca quattro ampie stanze già di s. Pio V, presso quel- le dipinte da Raffaello. Dal Papa regnan- te, considerandosi che la Pinacoteca Va- ticana difettava alquanto di luce e di spa- zio , rimossi gl'inconvenienti che fecero determinare la remozione della Pinaco- teca nel locale ove l'avea collocata Pio VII, dopo un anno di lavori grandi ve la restituì, A tale effetto si ampliò il mae- stoso appartamento col comprendere 5 ambienti, alcuni de' quali amplissimi , si abbellì di pitture e si fornì di arredi. Si collocarono di nuovo nella sala delta di Bologna i 3 più classici quadri della Pi- nacoteca Vaticana, cioè la Trasfigurazio- ne di Raffaello, la Comunione di s. Gi- rolamo del Domenichino, il s. Sebastia- no, la B. Vergine e altri santi del Tizia- no, Poscia segue altra sala di forma oblun- ga, copiosa come tutte l'altre di eccellen- te luce, e 3 minori sale completano il lo- cale degno de' capolavori che contiene. Ecco quanto analogamente pubblicò il Giornale di Roma de'22 giugno 1857. La Santità di Nostro Siguore desideran- do dare maggior luce e più ampie salo alla nobilissima collezione de'cani lavori a44 ^ A T di pittura, che fonnano la Pinacoteca Va- ticana, e così offrire agl'intelligenti e ama- tori delle aiti sovrane ogni agio ili studia- re ed ammirare il concetto e l'artifizio delle classiche opere delle principali scuo- le pittoriche d'Italia e straniere, ordinò che fosse trasferita in un locale assai più. conveniente. E il cardinal Anlouelli, co- me prefetto de'ss. Palazzi apostolici , fe- dele interprete della sovrana disposizione, affidò la cura di questa bell'opera al mar- ch. Girolamo Sacchetti foriere maggiore de'ss. Palazzi, e la direzione ni commend. Agricola, ispettore delle gallerie pontifi- cie e delle pitture pubbliche di Roma, e al tolto-furiere architetto cav. Marlinuc- ci, i quali con pieno accordo anche del cav. Ai inardi, col massimo impegno com- pirono il nobile incarico loro affidato, di- sponendo per la Pinacoteca 5 sale, che hanno l'ingresso nel 3.° ordine delle log- ge, in esse sono stati collocati i classici di- pinti, che stavano ai 2.° piano, e tutti di- sposti nel miglior modo possibile al gra- do della luce, e nel punto che si convie- ne. Ogni sala è stala restaurata colla più grande diligenza e in modo da farla lo- devolmente servire allo scopo a cui ve- niva destinata. Questa nuova Pinacote- ca venne inaugurata a'21 giugno 18:37 dal cardinal Anlouelli, e fu scelto a que- st'atto il giorno anniversario della coro- nazione del Papa regnante, che non con- lento delle molte opere fatte al Valicano, ha voluto nella sua munificenza meglio provvedere a'capi lavori de' quadri, che vi si contengono , e arricchire questo sì prezioso tesoro di due insigni dipinti del Muiillo, s. Caterina e il Figliuol prodi- go, d'un s. Girolamo di Leonardo da Vin- ci, d' una ss. Vergine col difin Figlio e s. Girolamo del Francia, e d'un'allra ss. Vergine col Bambino del Sassoferrato.E pereleinare la memoria del munifico fon- datore di questa nuova Pinacoteca all'in- gresso della medesima fu collocata la se gnenlt: epigrafe: Pius IX Pont. Maa.- Kximiis Picturae Operibus - Novara V AT HancPìnacolhecam - Instituit Omavit- Anno mdccclvu. Sacr. Princip. XII. Meglio è leggere 1* opuscolo intitolato: Indicazione della Pinacoteca pontifi- cia nel palazzo apostolico Vaticano, Roma 1857. ^a Civiltà Cattolica de'4 luglio fece eco al Giornale romano. Nel 18 53 fu pubblicato in Roma: I più ce- lebri quadri delle diverse scuole italia- ne riuniti nella Galleria Vaticana, di- segnati ed incisi a contorno da G. Gr a (fonar a in 4-1 tavole. D'ordine del Papa, il cav. Francesco Podesti va a di- pingere a fresco la sala propinqua alle stanze di Raffaele (delle quali nel 1 853 si pubblicò in Roma : Le pitture delle stanze Vaticane di Raffaele Sanzio di Urbino, incise a contorno in tavole 56), cioè lai." di quelle di s. Pio V ov'era la pinacoteca e precisamente ove si ammi- rava la Trasfigurazione di quel genio di Urbino. Per tanto la volta fu appositamen- te alzata, misurando dall'altezza del pavi- mento 53 palmi. Nella parete incontro al- le 4 finestre con figure più grandi del na- turale vi esprimerà la promulgazione nel- la basilica Vaticana del dogma dell'Im- macolato Concepimento; co' ritratti del- lo stesso Papa, de'cardinali e di altri che si trovavano presenti. Nelle due pareti la- terali minori pare che 1' egregio artista col suo valore vi dipingerà altri fatti ana- loghi al sublime argomento ; ina nulla fin qui è deciso. Così quanto dovrà farsi sul- la parete di dette finestre. Il valente pit- tore crede in 5 anni di compiere il suo grandioso lavoro. Forse per pavimento di questa sala vi si collocherà il magni- fico musaico di recente trovato negli sca- vi d' Ostia, di cui parlerò a Vellethi. Le decorazioni della seguente sala, anco- ra non sottostate stabilite. Le due stan- ze minori annesse, già colle dette due sa- le formanti la pinacoteca di Gregorio XVI, si ridussero per trattenimento del- le signore nostrali e forasliere, che recati- si all' udienza del Papa nella vicina stan- aa delta de'pilastri. Della Biblioteca Va- V AT ticana, che per ultimo mi restn a dire, e della quale olire gli orticoli citali di so- pra, anche in altri luoghi per la sua cospi- cuità celeberrima ragionai, per le munifi- cenze dalPapa PiolX elargite sino al i 85 1 ne feci sufficiente cenno nel voi. L, p. 27?., dicendo pure del donato a' musei; e sino ni i854 e al 1 855 quanto alla slessa Bi- blioteca, ne'vol. LXlX,p. 253,LXXIV, p. i65, LXXIX, p. 43, cioè i fatti pavi- menti marmorei, e quello collocatovi di musaico antico, e di due altri musaici ; l'abbellimento elegante degli armadi; i donativi di due colonne d' alabastro per decorazione dell'ingresso, del vaso d'ala- bastro su zoccolo di verde antico, d' una Croce d'argento, del genuflessorio di Tours che descrissi, d'opere magnifiche, della preziosa raccolta di monete ponti- eie formata dall'intelligenti e assidue cu- re del cav. Belli; della sistemazionedel ga- binetto numismatico nelle stanze Borgia; e del collocamento nella stanza del San- sone, dell' antichissime e pregevolissime pitture a fresco trovate sotto terra in via Graziosa, e rappresentanti i viaggi d' U- lisse, staccate abilmente da'mnri antichi, e preziose eziandio pel modo cui sono co- lorite, pe'nomi scritti sulle figure, per la prospettiva e varietà delle composizioni, avendone parlato coll'opera del snodi, il- lustratore Matranga e da lui gentilmente donatami. Il eh. can. Domenico Zanelli direttore del Giornale di Roma, in que- sto e in una serie d'Appendici del i856- 57 pubblicò un dotto suo lavoro, il quale da lui quindi am pliato con importanti ad- dizioni stampò a parte col titolo: La Bi- blioteca Fa ticana dalla sua origine fi- no al presente, storia scritta da Dome- nico Zanelli, Roma 1857. Ne die bella relazione e facendone rilevare i pregi, nel n.° 8 anno 3.° L'Eptacordo di Roma, il eh. direttore di questo Vincenzo Prinzi- VciIIi collaboratore del medesimo Giorna> ledi Roma. Altrettanto egregiamente e- seguì l'Enciclopedia contemporanea di Fano, nel I. 6 ; p. 3 1 3. Nelle p. 59 e 63 V A T 245 dello slesso Giornale di Roma del 1 85y, sono le finali Appendici xv e xvi sulla Biblioteca Faticano, nelle quali il can. Zanelli descrive come il Papa Pio IX ha in modo segalaio conlribuilo colla sua munificenza all'aumento e al decoro «Iel- la medesima. Dopo avere debitamente e- numerato in quanti modi il Pontefice ha accordato la sua benefica prolezione alle lettere, alle scienze e alle arti, il che stori- camente vado anch' io celebrando; dopo aver giustamente osservato, che ne'roma- ni Pontefici non viene mai meno, ad on- ta della tristezza de'lempi, il magnanimo e nobile entusiasmo per le stesse lettere e arti, col suo pregievole racconto prova che il Papa ha volto in modo particolare il pensiero al decoro e incremento della Bi- blioteca Vaticana, e in guisa che tutto il suo benefico operalo degnamente corri- spondesse alla sua acclamala celebrità, il tutto eseguito per cura del cardinal An- tonella per cui all'ingresso della sala di Si- sto V fu collocata questa marmorea iscri- zione. Bibliothecam Hac Faticanam-A Sisto F.P.M.Aedifìcatam Exornatam - AnnoMDLXXXvm- PiusIX.P.M. Omni Culla Instauravit An. mdcccli - Sac. Princ. /'. Compendinola narrazione. A- domò con colonne d'alabastro l'ingresso che dalla sala degli scrittori metleal ma- gnifico e grandioso salone di Sisto V, ed in questo fu fatto il pavimento con mar- mo di Carraia a bardiglio e racchiuso da fasce eguali; e gli armadi ivi destinali a custodire i preziosi codici vennero ridi pio • ti ad arabeschi, indoratele cornici, dal va- lente pittore d'ornato Filippo Ci etoni. La. porla che da detto salone mette all'archi- vioVaticanofu ornala con mostre di mar- mo, e chiusa con imposte di legno di ino- gano e noce, con riquadri di tarsia feli- cemente eseguiti dal bravo intarsiatore Antonio Bonadè. Fu rifatto in battuto al- la veneziana tutto il pavimento delle due lunghissime corsie, destra e sinistraje nel- la 2.a furono gli armadi ridipinti dall'e- gregio Moretti, che vi rappresentò le ve- a|6 V A T dute delle varie opere compiute dai me- desimo Papa. Vennero nuovamente or- nate le due sale della galleria di Benedet- to XIV; in quella del museo cristiano fu ridipinta la volta con dorature, rinnova- ti e guarniti di metalli dorati gli armadi. Quelli della corsia a destra furono intar- siati di tali metalli e risarciti, racchiuden- do i preziosi oggetti del museo profaoo. Nella sala del Sansone furono collocati io mezzo del pavimento rinnovato in mar- mo bianco a bardiglio, di versi antichi mu- saici; e nelle pareti entro cornici dorate, gli affreschi scoperti in via Graziosa. In fondo alla corsia sinistra fu posto il ma- gnifico inginocchiatoio donato al Papa dalla provincia di Tours e da lui alla Bi- blioteca. A questa inoltre donò un grosso masso di malachite (che stava nel mon- te di Pietà di Roma) sostenuto da un gruppo di 3 figure d'atlanti e sedeuti di bronzo dorato con animali, sovrastan- do il rocchio di malachite due putti sor- reggenti I' arma del Pontefice Pio IX, opera del valente artista cav. Pietro Pao- lo Spagna; una Croce di malachite col Crocefisso e i fregi d'argento doralo, sti- mabile lavoro regalato al Pontefice dal principe Demidoff russo; un gran vaso d'alabastro d'Egitto; la gran tazza o bat- tistero di porcellana inviata al Papa da Napoleone III imperatore de'francesi (in conseguenza del battesimo del principe imperiale eseguilo a mezzo del cardinal Patrizi legalo, il qualefu latore di ponti- fìcii doni: lutto narrai nel voi. LXX1X, p. 280 e seg.): lutto questo, col busto in marmo diPio IX scolpito dall'esimio com- mend. Tenera ni, compie la decorazione della magnifica sala di Sisto V, lunga 3 1 7 piedi e larga 76. Diede al museo cri- stiano : un quadro con vetri cimiteriali, rinvenuti nelle catacombe; una Croce di legno di minutissimo intaglio; un discodi legno istorialo con intagli; un cammeo col ritratto di s. Pio V,uiontato in cristallo di monte niellato; una Croce d'argento sto- riata; due quadri diGiolto, rappresentaci- V AT ti uno la Crocefissione, l'altro il Crocefis- so; un quadro dipinto in conchiglia e rap- presentante il Transito di Maria Vergi- ne; una lucerna cristiana in bronzo; tre intagli esprimenti la Passione del Signo- re;una magnificaCroce di cristallo di mon- te, opera del vicentino de Bellis. Diede al museo profano: due ovati in argento a ce- sello; un intaglio in sardonica di Luigi Pichler; un tondo di stucco antico, lavo- ro greco di bellissimo stile; quattro cam- mei del secolo XV; un frammento di te- la d'amianto. Arricchì la collezione del- le stampe colle fotografie di tutti i vesco- vi che neh 856 in Vienna presero parie alle conferenze sul Concordato tra la s. Sede e l' impero d' Austria, e coli' intera raccolta delle stampe della calcografia del Louvre di Parigi. Fu largo pure di co- dici, di manoscritti e di libri; e fra 'codi- ci quelli orientali che possedevano mg/ Andrea Molza e il cardinal Angelo Mai, ili.°dali85i prefetto custode, e il 2.°dal 1 853 bibliotecario della medesima, mor- to ne! i854 con fama di principe de' filo- logi moderni, restando la carica vacante. Di più, un Alcorano magnifico codice in foglio grande di carta bambacina con do- rature; i mss. della libreria del cardinal Biignole;il dizionario stampato in lingua ihaila o siamese, opera del vescovo Palle- goix vicario apostolico di Siam. La libre- ria del cardinal Mai (dispose egli nel te- stamento che si vendesse, e se il gover- no la comprava si desse a metà della stima) composta di 6950 opere, e di 292 codici e mss. ; la quale stimata scudi 19,733 fu comprata dal Papa (con dare mille scudi di più della metà della sti- ma) ecollocata nell'appartamento Borgia (in due stanze, e le sculture che ivi erano, cioè bassorilievijcapitelli ec, furono distri- buiti ne'musei Vaticano e Lateranense), insieme alla ivi già esistente libreria de' libri stampati. Nel 1848 essendo stato il medagliere derubato di molte delle più. rare e preziose medaglie antiche e mo- derne, auche d'oro, il generoso Pupa V AT riparò n sì grave danno coll'ngginnger- vi la preziosa raccolta di monete ponti- ficie d'oro, d'argento e di rame, la qua- le comincia da s. Gregorio 11 morto nel 73 1, e termina con Gregorio XVI, ac- quistata dal cav. Delti nel i85i. Com- prò poscia e donò altresì alla Biblioteca la scelta e copiosa collezione dell'antiche medaglie tornane consolari e di famiglie, formata in 20 anni con infaticabile pa- zienza da Francesco Sibilio : contiene 3238 medaglie d'argento, 976 in bron- zo e le altre in oro. Oltre queste due rac- colte, arricchì il medagliere della Biblio- teca di non poche altre monete e meda- glie antiche e moderne, unitamente alla bella collezione di 160 medaglie d'ar- gento e di rame coniale nel Belgio dal principio del presente regio governo sino ah 855. Fece dono allo stesso medaglie- re anche di 4 voi. di Numismatica fran- cese del medio evo e di uno di sigilli, o- pere pregevoli di Robert, fornite di mol- tissime e belle tavole incise. E perchè il medagliere fosse meglio disposto, lo fe- ce trasportare in una delle stanze Bor- gia, dóve rinnovati gli scaffali, nella par- te superiore fu collocata la biblioteca Ci cognara già acquistata da Leone XII, e nell'inferiore in apposite tavole si dispo- sero le medaglie e le monete di tutte l'e- poche. Finalmente il Papa Pio IX vol- gendo le sue cure anche all' interno re- golamento della Biblioteca, dispose con moto-proprio de'20 ottobre 1 85 1.» Noi ci occupammo a fare ristorare ed abbel- lire la Biblioteca apostolica, situata nel nostro palazzo al Valicano, la quale cou ogni ragione può ben ritenersi la prima delle biblioteche pe'tesori immensi, che ivi i nostri predecessori con sapientissi- mo divisandolo raccolsero d' ogni sorta di manoscritti antichissimi, di medaglie, di monumenti antichi e di altri oggetti, i quali anche da noi accresciuti, servono ad illustrare le scienze e le aiti. Ma af- finchè queste nostre provvidenze siano utili alla conservazione ed alla sicurezza V A T 247 degli oggetti indicali, conoscendo che vi ha bisogno di richiamare alla osservan- za i regolamenti esistenti, e che è neces- sario aggiungerne altri a maggior chia- rezza de'medesimi, ordiniamo la più e- salta osservanza delle lettere apostoliche de'nostri predecessori Clemente XII de* 24 agosto 1739, di Benedetto XIV de* 4 ottobre 1 751, eia cedola del moto-pro- prio di Clemente XIII de'4 agosto 1 761, coli' aggiunta di altre provvidenze, che abbiamo stimato opportuno ordinare. E tali provvidenze riguardano specialmen- te ili. "e il 2.0 custode, per tali nominando mg.r Alessandro Asinari di s. Marzano arcivescovo d' Efeso, e mg.r Pio Marti- nucci, a'quali è affidato l'incarico di cu- stodire la biblioteca, di tenere gli 8 scrit- tori di lingue araba, ebraica, greca e la- tina, sempre occupali a favore della me- desima; di attendere al compimento e al perfezionamento degl'inventari e in- dici, non solo de'codici mss. o libri slam- pati, ma anche di qualunque altra cosa che si conserva nella biblioteca e locali annessi ; d' amministrare e impiegar le rendite della biblioteca. Tali provviden- ze riguardano anco gli scrittori, i quali nelle ore determinate devono impiegar l'opera loro a vantaggio della biblioteca, cioè facendo ciò che loro prescrivono ili.0 e il 2.0 custode, continuando l'in ven- tarlo e l'indice de' codici e altri mss., e de'Jibri a stampa, collazionando e tra- scrivendo e copiando i codici, che per la loro antichità potessero patire detrimeu- to, e traducendo dalle lingue estere iti latino l'opere inedite de'ss. Padri o d'au- tori insigni in qualunque scienza ". VAT1ZA o PALEMON1. F. Pole- MONIO. VATTENBERGHoVITTEMBERGH Francesco Guglielmo, Cardinale. De' duchi di Baviera, preposto di Ratisbo- na e canonico di Frisinga, fino da' verdi anni di sua età si fece ammirare come un perfetto modello di probità e di religio- ne. Dopo essere succeduto io tulli $Ii 243 V A T splendidi carichi del cardinal Zollerai, fu eletto vescovo d'Osnabruch, città die occupata da'danesi la ricuperò con I' a- iuto de' cattolici, e visitata tutta la dio- cesi cacciò i predicanti eretici e vi cele- brò 3 sinodi, per mezzo de' quali v' ili* tradusse il calendario Gregoriano, insie- me col Breviario e Ceremoniale romano, comandando l'osservanza de'decreti del concilio dfTrento già pubblicato da'suoi antecessori. Vi fabbricò una magnifica chiesa in onore di s. Ignazio Loiola, la quale consagrò con gran solennità, assi- stito da 3 vescovi e 12 abbai» mitrali, e vi aggiunse una casa pe'gesuiti. Edificò inoltre ben munita fortezza per abitazio- ne de'vescovr, e cacciati intrepidamente gli eretici, vi richiamò i frati minori os- servanti, vi restituì le antiche parrocchie, le chiese collegiate e i monasteri. Dall'im- peratore Ferdinando II ebbe la commis- sione d'eseguire l'editto imperiale, in cui ordiuavasi la restituzione de beni eccle- siastici, quale egli adempì con rischio del- la pròpria vita, con grave incomodo e dispendio,ricuperando dalle mani de'pro- tcstanti 1 46 chiese tra metropolitane, cattedrali, collegiate e claustrali, oltre le moltissime parrocchie, che furono rimes- se nelle mani de'cattolici. Dopo di' che fu incaricato dall' elettore di Colonia di ri- formare e di restituire all'antico stato il vescovato d'Hildesheim, occupato ingiu- stamente in gran parte già da i3oauni da' duchi di Brunswick. Vi celebrò subi- to il sinodo, vi ristabilì i monasteri e li consegnò agli ordini a cui li aveano tolti i protestanti; ed espulsi i predicanti, esi- gè da quella ribelle città il dovuto omag- gio. Nel tempo stesso ad istanza dell'im- peratore fu da Urbano Vili promosso ai vescovati di Verden e di Minden, di cui ricuperò i beni ingiustamente occupali a quelle chiese dagli eterodossi, e nel 1 .° celebrò due sinodi e vi fondò due semi- nari, uno nella città, l'altro nella diocesi, una casa pe'gesuiti, e un convento pe' minori osservanti, e con grande spesa re- V A T slituì al suo lustro e splendore l'univer- sità diesi vuole ivi fondata da Carlo Ma- gno; le accrebbe le rendite, ne ampliò l'abitazione, onde avere maggiore nume- ro di soggetti per mantenere la missione di Sassonia. Quello che sembra incredi- bile si è, che in Verden non trovò che 3 soli cattolici senza alcun sacerdote, onde dovè chiamarne 12 a sue spese da di- versi luoghi a fine d'ufiìziare la cattedra- le. Nel restituire al rito cattolico la cat- tedrale di Verden, ritrovò in un aulico ciborio o tabernacolo di marmo 8 corpi di santi vescovi suoi antecessori, che fu- rono collocati da lui in decente e onore- vole luogo nella stessa chiesa ; ed un'ostia grande e 3 piccole dentro una pisside di metallo, tulle e 4 candide, intere e ben conservale, quantunque da un secolo a quell' epoca non vi fosse stato in quella chiesa esercizio alcuno della religione cat- tolica. Un prelato così zelante della santa fede, fu dal Papa dichiarato vicario apo- stolico del settentrione, e gli donò 4 m0* nasteri tolti dalle mani degli eretici, de' quali potesse egli prevalersi in opere di pietà a suo arbitrio. Oltre i detti vesco- vati, fu arricchito della preposilura e del- l' arcidiaconato di Bonna. Le immeuse fatiche tollerate dall'invitto prelato, e i disastrosi e frequenti viaggi che dovè in- traprendere a motivo di religione, gli ca- gionarono grave malattia, da cui risanò dopo il voto fatlo di visitare la s. Casa di Loreto, come eseguì, essendosi in quella circostanza portato a Roma alla visita de' sagri limini. Postulato dal capitolo di Ra- tisbona, alla cui dieta spesse volte inter- venne e si trovò presente all'elezione del- l'imperatore Ferdinando III, per coadiu- tore in quel vescovato, seguita appena la morte di quel prelato si trasferì alla nuo- va chiesa, in cui celebrò il si nodo e ricu- però di nuovo il vescovato d'Osnabruch dalle mani degli eretici, convocò in esso 3 sinodi, a'quali invitò i sacerdoti ei par- roci* i esuli, che ristabilì nelle loro chie- se, dalle quali cacciò gli eretici, e dopo VEC aver visitata tutta la diocesi, propago la cattolica religione nella Weslfalia e nella Sassonia, con ridurre al seno della Chie- sa romana molte migliaia d'eretici, a 7000 de' quali amministrò il sagramen- to della confermazione. Finalmente a ri- chiesta dell'imperatore Ferdinando ili, fu da Alessandro VII, col quale a vea con- tralta intima amicizia nel congresso di Munster eammirato per zelantissimo pa- store, a' 5 aprile 1660 creato cardinale prete, dignità che godè per soli 12 mesi, dopo i quali compianto da'poveri che lo ebbero a padre, da'dotti che lo provaro- no mecenate, e dagli ecclesiastici che lo venerarono modello di perfezione, nel 1661 se ne volò al cielo, come giova spe- rare, a ricevere la ricompensa del suo ze- lo e delle sue pastorali fatiche. VECAB1TI. V. Varabiti. VECCHIARELLI Odoardo, Cardi- nale. Patrizio di Rieti, annoverato prima tra'chierici di camera e poi promosso da Inuocenzo X nel i654 a uditore della stessa camera, Alessandro VII a'29 apri- le 1 658 lo creò cardinale diacono de' ss. Cosma e Damiano, e nel 1 660 vescovo di sua patria, che però fu costretto abban- donare, riuscendo la temperatura del cli- ma nocevole alla sua salute, e tale ne ri- sentì grave pregiudizio che sebbene si re- stituì a Roma, ivi di 54 anni la morte lo colse nel 1667, Poco dopo l'elezione di Clemente IX, alla quale contribuì col suo suffragio, a'20 giugno. Fu sepolto nella chiesa di s. Pietro in Vincoli presso la tomba di suo zio mg.r Pietro Piermarino, sotto una lapide splendidamente adorna, sulla quale fu inciso breve elogio, aven- do egli eretto a detto zio un ricco mo- numento con elegante iscrizione. Mentre era chierico di camera fece costruire a sue spese la nobile sagrestia di s. Rocco, della cui chiesa e ospedale ebbe poi la protezione. VECCHIONI e VECCHIONE. V. O- BLAZIONABIO, DIACONESSE e StJDDIACONESSE, VED0VA,VED0VO,PoVER0,eQUARANT'0BE. VOL. LXXXYHI. *49 VED VECEUANI o VECELIM. Settari partigiani degli errori di Wecelen o Ve- cilione o Wezel, chierico fuggiasco d'Hal- berstadt, che simoniaco e falso pastoie intraprese a difendere lo scismatico e per- secutore della Chiesa Enrico IV, contro il Papa s. Gregorio VU(V). Enrico IV, in ricompensa del suo zelo pe'suoi inte- ressi, nel 1084 lo nominò arcivescovo di Ma gonza. Veci lione o Wecelen o Wezel aggiunse V errore ereticale allo scisma : insegnò che quelli eh' erano privati de' beni della fortuna per sentenza giuridi- ca, non erano sottomessi ad alcun giudi- zio ecclesiastico, nemmeno alla scomu- nica. Il concilio di Quedlimburgo (^.), tenutosi neho85, condannò Vecilione o Wezel coni e eretico e scismatico. Ostina- to ne'suoi errori tosto adunò in Magon- za (V.) un conciliabolo, e cogli scismati- ci ed eretici suoi seguaci pretese scomu- nicare s. Gregorio VII e i cattolici fedeli e doverosamente costanti alla sua Ubbi- dienza, riconoscendo l'antipapa Clemen- te 111. Miseramente Vecilione morì do- po due anni nel suo peccato. I tristi se- guaci de'suoi errori per ignominia furo- no chiamati veceliani e vecelini. VEDASTO (s.), vescovo d'Arras. Na- to, a quanto sembra, nella Francia occi- dentale, lasciò la patria, e ritirossi nella diocesi di Tool, ove visse alquanto tem- po nascosto ed unicamente occupato ne- gli esercizi della penitenza. Il vescovo del luogo, venuto a conoscenza di sua virtù, lo fece ufficiare nella sua chiesa e lo or- dinò sacerdote.Dipoi fu deputato a istrui- re nella religione cristiana Clodoveo l,e apparecchiarlo a ricevere il battesimo. Accompagnando il rea Piheims, ove do- vea con gran solennità essere eseguita la ceremonia, rese istantaneamente col segno della croce la vista a un cieco che stava sul poute dell'Aisne, e questo prodigio giovò assaissimo a rassodare il re nella sua de- liberazione, e dispose molti de'cortigiani ad abbracciare la vera fede. S. Remigio, che avea esperimentuto il merito di Ve- 17 25o V E D dasto, il consagrò vescovo di Arras, af- finchè potesse vieppiù adoprarsi a ride- stare la fede in un paese, nel quale era quasi estinta. Nell'anno 499 cullando Vedaslo nella città d' Arras, guarì un altro cieco e uno zoppo: locchè apparec- chiò gli spiriti ed i cuori a ricevere favo- revolmente il Vangelo. Nondimeno egli dovette molto affaticare per ammaestra- re un popolo rozzo ed ostinatamente li- gio alle superstizioni del paganesimo; ma senza disanimarsi giunse colla sua soffe- renza, dolcezza e carità a fargli gustare le massime di Gesù Cristo. S. Remigio accrebbe le apostoliche occupazioni del santo vescovo, affidandogli Tanno 5io altresì il reggimento della vasta diocesi di Cambiai. Non si sa più altro di s. Ve- daslo, se non eh' egli rese la sua chiesa assai fiorente, e soddisfece degnamente a tulli i doveri di buon pastore sino alla morte, che lo rapì il 6 febbraio del 53g. 11 suo corpo, sotterralo uella cattedrale di Arras, ivi rimase sino al 667, in cui il vescovo s. Auberto, lasciandone colà al- cune reliquie, trasportilo solennemente in Una cappella che il santo avea edifi- cata in onore di s. Pietro. Trasmutò poi questa cappella in una chiesa che prese il nome di s. Vedasto, e vi gillò le fon- damenta di un celebre monastero. Il fa- moso Alenino ne scrisse la vita, e com- pose un uiTìcio particolare ed una messa in onor suo. VEDOVA e VEDOVO, Vicina, Vi- dnns, TJxore vidualus. Donna alla qua- le è morto il marito; uomo a cui sia mor- to la moglie. Dicesi Vedovanza, Vedo- vila, Vedovaggio, Vedovatico, Vidnitas, lo stalo vedovile. Inoltre si dice Vedovile e Vedovatico, tutlociòche si dà alla ve- dova per suo mantenimento dall'eredità del marito morto. Se ha portato Dote(V.) e non ha avuto prole, la Donna (V.) la ricupera e di più ha il 4. ° vedovile, cioè la 4-a parte della dote. Su di che variano le disposizioni delle leggi delle nazioni. Co- sì quanto alla qualifica di Tutore ( / .) de' VED propri figli alle vedove, per la cura de' medesimi pupilli. Il Vermigliali nel I. 4 delle Lezioni di diritto canonico tratta nella lez. 20: Della donazione fra ma- rito e moglie , e della restituzione della dote dopo il divorzio, nella quale non si comprendono i donativi dati alla spo- sa dallo sposo, da' parenti e dagli amici. Per le regine e allre principesse tale as- segnamento, stabilito dui marito defunto o dallo stato, dicesi Dovario. Anticamen- te le regine e principesse sovrane ve- dove avevano per loro dovario 0 vedo- vile un principato, una contea, una cit- tà, colle rendite che producevano, ed ol- tre a ciò anche l'assegno di particolari ren- dite. Le buone vedove amanti della pu- dicizia e dell'onestà furono onorate da tolte le nazioni, così dagli ebrei, come da'genlili. I romani uello Sposalizio (V.) non permettevano che alcuna donna ac- compagnasse le spose , se non le vedove d'un sol marito, stimandole incorrotte. Stimandosi le seconde nozze indizio d'in- temperanza, da'genlili romani, fece dire a Porzia figlia e discepola di Catone: La donna pudica non si mai ila più d'uria vol- ta; e Cornelia vedova di Gracco e figlia di Scipione Africano, ricusò le nozze del re Tolomeo. Valeria vedova di Defluirò, rispose a chi la voleva sposare: Suo ma- rito esser morto agli altri , a se vivendo perpetuamente. Nel ticusaie altre nozze, diceva altra dama gentile di Roma; I mici primi amori , mio marito se li portò nel sepolcro, ed ivi se li tiene ; onde non me ne restano per altri.NarraPlutarco,chele ve- dove romane quando erano morte, erano sepolte colla corona della pudicizia inles- sula di fiori; e come trionfanti della con- cupiscenza, erano con grande onore por- tale in pubblico. Afferai a Livio, che seb- bene le facoltà delle vedove romane era- no copiose, essendo soliti i nobili lasciar loro mollo denaro, perchè ad essi cornei vassero l'affetto; per lo stesso motivo, ed acciocché non passassero a seconde nozze, erano mauleuule splendidameute in prò- VED porzione del loro stato dal pubblico era- rio, il quale ereditava le sostanze del ma- rito defunto, e quindi tenute a guisa d'o- racoli delle privale famiglie. Ne'secoli cri- stiani le vedove furono celebrate e onora- te con magnifici epiteti: Ancelle de'Mar- tiri, Discepole decanti, Gloria del sesso, Ornamento della fede, Fregio della no- biltà, Maestre del timor di Dio, Guida delle maritate, Custodi e sentinelle del- l'innocenza delle vergini, Specchio della castità e Trofeo della pudicizia; cioè quel- le quae vere viduae sunt. Il concilio di Toledo del 683 proibì nella Spagnatcon un canone singolare, alle vedove de're di rimaritarsi a qualunque Uomo (F.)t ed egualmente si vietò a qualsiasi uomo di sposarle, ancorché fosse re, restando sco- municali se si maritassero. Nel 3,° conci- lio tenuto a Saragozza nel 6gr, si con- fermò il riferito canone , cioè che le re- gine dopo la morte non potessero piglia- re altro marito, acciò non si dasse moti- vo ad alcuno di farsi tiranno; ma che de- ponendo la veste reale, pigliassero la re- ligiosa e stassero in monastero chiuse fra le monache pel resto della vita. Per le altre nazioni innumerevoli sono gli esem- pi delle vedove sovrane che ripresero ma- rito, e il più delle volte con divenir quel- lo sovrano. Molti popoli inumani e super- stiziosi usarono, e diversi ancora bar- baramente lo costumano, come nell'/rt- die orientali, d'uccidere o bruciare la ve- dova del re defunto e quindi tumularla nella sua Sepoltura (F.)t come in Tra- cia (F.)j anzi presso alcune nazioni toc- cava a morire, se osservanti la Poligamia (F.J, e ad essere uccisa quella tra le ve- dove eh' era stata la più prediletta o la designata dal defunto; ed in altre, tra le vedove stesse vi fu gara per essere prefe- rite nel seguire nella tomba lo sposo. E- gualmente fra'popoli barbari e rozzi, fu ed è ancora uso comune e riprovevole, d'uccidere similmente le mogli divenute vedove. Nella terribile rivoluzione che l'Inghilterra guerreggia dell'indie orien- VED ?.5 1 tali e sta domando, essendo stato impri- gionato il re di Delhi, dal processo con- tro di lui intrapreso risulta. Che il pro- clama indirizzato da Khan Bhahador Khan alla difesa del re, nel numero delle querele contro il governo inglese, conte- nute nel proclamaci sono queste. i.'L'au- torizzazione datadagl'inglesi negli ultimi lem pi, alle vedove di rimaritarsi, ciò che viene condannato dalla religione degl'in- diani. 2.a D' avere i medesimi distrutto il rito antico e sagro di Suttee, vale a dire il sagrifizio della vedova che si fa- ceva bruciar viva sulla tomba del suo sposo. Il Lutto (F.) poi delle vedove e de' vedovi presso le nazioni, come per al- tri, è di remota origine, si pubblico che privato, accompagnato con manifestazio- ne di duolo. Nel citato articolo ragionai di diverse specie, foggie, gradi e durata, sì delle leggi o consuetudini antiche e sì di quelle moderne, colle diverse pratica- te dimostrazioni e privazioni. Siccome lut- ti gli eccessi sono biasimevoli e pregiudi- zievoli alla società , vivamente deplorai l'introdotto abuso che si è fatto nei lutto, con essere stato generalmente convertito in vana ostentazione, e nel sempre rovi- noso e immorale Lusso (F.), con aperta contraddizione allo stato mesto di chi ne fa uso; massime nelle vedove e nelle orfa- ne di padre, la cui condizione socievole e la possibilità dovrebbe forse interdirglie- lo o almeno limitarlo, con saggia pram- matica di provvide leggi, di cui è a la- menlarsene la mancanza. In tutte le cose è lodevole la moderazione; non manca- no però que'che la praticano, come pure vi è chi ci edifica e muove a prendere af- fettuosa parte alle care perdite da loro fat- te. Trovo nel mirabile libro, La Fabiola, del dottissimo cardinal Wiseman. Le an- tiche vedove romane e primitive cristiane, per denotare lo stato di loro vedovanza u- savauo un nastro di Porpora (F.) cucito sulle Festi(F.)}e chiamato dagli antichi Segmentimi. Gli abiti erano semplici, di colore dimesso e di poco pregio, senz'ai- 252 V E D cun ricamo; non usavano nessun gioiello o prezioso ornamento di quelli onde il mondo muliebre romano era sì ghiotto. ]| solo oggetto da taluna usato, e che a- vea qualche sembianza di ornato, era una sottile catenella d'oro, che le circondava il collo, dalla quale pendeva alcuna cosa (forse il ritratto del pianto marito, ma la madre che l'eminente scrittore dà a s.Pan- ciazio, vi teneva racchiuso del sangue di s. Quintino, che dice suo padre) amoro- samente nascosta sotto il lembo superio- re della sua vesta. I capelli intrecciati con argento, erano lasciati scoperti e non di- sciplinati per verini artifizio. Già narrai altrove, che per segno di acerbo e profon- do dolore, massime appena morto il ma- rito, le vedove romane sparsero i Capel- li di Cenere {V.)> costume familiare alla nazione ebrea, passato poi agli egizi e a' greci, e da questi a'romani. Le donne in- cedevano col capo scoperto in tempo di lutto, mentre per legge tutte e sempre do- vevano cuoprirsi il capo col velo, hi tem- po di lutto, si adottò l'opposto del costu- me ordinario. Tuttavolta quanto al velo, dice Vairone, De vii. pop. Roni. lib. i, che le donne, Mulieres, deposte le vesti morbide e pompose, si ricoprivano con quella veste o velo detto Ricinium o Re- cinium, senza dirne il colore. Scrisse Isi- doro, Orig. lib. i, cap. 25: Ricinium Ma- tronarum operimentum quodcooperlo ca- pite, et scapulam a dextro latere in lae- vuin humerwn millilur, cujus dimidia pars retro ejiciiur, quod vulgo Marvor- tem dicunl quasi Martem. Lo stesso Isi- doro, lib. 19, cap. 3i,eServio tfd 1 Aen. n.° 69, chiamano Segmenti que'pezzi di panno o fascie, che prima si cucivano per adornare dal collo le vesti, particolarmen- te delle donne, e poscia s'introdussero que- gli ornamenti non più cuciti e fìssi alla ve- ste, ma staccali e da applicarsi da perse o'eollaii di tal sorta. RilevaBuonarroti nel- l'Ocseriazioni sui vasi antichi di vetro, p. 157, che il nome di Segmento fu pro- prio di quelle slriscie di panno Lauda* VED vo (V.) o Clavo, colle quali adornavano e orlavano le vesti; ed il chiamare gli uni e le altre nell'istessa guisa, sarà facilmen- te venuto dalla somiglianza delle striscie, colle quali guarnivano le Tuniche in ogni luogo, e si comprendevano sotto il nome generico di Segmenti. Nel Hierolexicon del Magri si legge : Segmentati^, dicitur de veste variegata, et de honiine ej usino* di vestimentis indillo. Segmentata ei cir- cumferebantur pulvinaria. Altrettanto leggo nel Du Cange, Glossarium Latini' tatis, con altre testimonianze, che fu in- terpretato il Segmentimi per Fasciolas quae extremis vestium oris assuunlur, in fra ncese//YZtf ges. In tal senso usato fu il vocabolo anco parlandosi delle vesti ec- clesiastiche: Festini fimbriato, clavis se- ricis, phrygiisque aut Segmenlis ornalo (clerici) «e ulantur; sed Segmenta rasi se- rici aut tafetani, quae duoruni aut triuni digilorum latitudinem non excedanl, in exlremitate pallii seu mantelli geslare pò- terunt. Segmentati^ Episcopi cum sui ar* chidiaconis parali s, crucibus et texds E- vangelicis...Synodum celebralurus...pro- gredilur. li, vestibus Pontifloiis(quae Sag- mentatae erant) indutus. Allusitad illud Juvenalis, lib. I, Sai. 1 de Veste Gracchi: Segmenta, et longos habitus, eljlammea sumit. Il Dizionario storico-mitologico al vocabolo Segmentimi lo definisce. Ricamo degli abiti fatto d'altra stoffa, che in Ro- ma serviva per far distinguere i patrizi, e ValerioMassimo l'indica chiaramente con queste parole: Permisit quoque his pur- purea veste, etaureis itti Segmenlis. Ser- vio parla di queste liste poste all'alto del- la tunica intorno al collo e non già d'u- na collana, come l'intesero alcuni filolo- gi, dicendo : Monile ornamentimi gultu- ris, quod et Segmentimi dicunl. Altret- tanto riprodusse il Bazzarini al vocabolo Segmento, del Dizionario Enciclopedico. Per conservare le sostauze uella medesima famiglia, e perpetuare il nome de'defun- ti in Israele , la legge confermò I' uso, ch'eravi già presso gli Ebrei, di sposare VED uno dolina^ il cui marito era morto sen- za figli, dal fratello di esso , ed in di lui mancanza dal suo più prossimo parente ; ciòch'era proibito in qualunque altro ca- so, almeno quanto al cognato. Era la leg- ge degli ebrei chiamata Levirat, che ob- bligava colui il di cui fratello era morto senza figli, a sposar la vedova del fratel- lo per procurai le desigli che facessero ri- vivere il suo nome. Dice il Deuteronomio a5, 5: Quando due fratelli staranno in- sieme, e uno di essi sarà morto senza fi- gli, la moglie del defunto non si mari- terà adun estraneo; ma la prenderà l'al- tro fratello , il aitale darà discendenza al fratello morto. Queste parole sembra che restringano la legge in modo, ch'es- sa non dovesse aver luogo, se non tra fra- telli abitanti nella stessa casa col padre loro: con tuttociò l'uso la estese, mancan- do i fratelli, a tutti i parenti anche remo- ti, purché abitassero nella Giudea ed a- vessero comune l'eredità. Le ragioni di questa legge furono la conservazione del- le famiglie, e la distinzione delle stesse fa- miglie e delle Tribuj ed anche delle pos- sessioni, distinzioni d'importanza presso gli ebrei, ed aggiungasi ancora il sovve- nimento della vedova. Questa legge è una eccezione di quella del Levitico 18, 16. Dopo la cattività di Babilonia , confuse l'eredità, non ebbe più luogo questa leg- ge. Se il maggiore de'fratelli del defunto fosse stato ammogliato, gli ebrei dicono, ch'egli poteva prendere o non prendere la vedova; onde facevasi luogo al fratello o parente che veniva in appresso. Se il fratello ricusava, la vedova cognata lo ci- tava alle porte della città, gli levava la Scarpa(V.) dal piede, gli sputava nel vol- to e gli diceva : Cosi sarà trattato colui che ricusa di edificar la casa di suo fra- tello in Israele. La vedovanza, come la sterilità, era una specie d'obbrobrio in I- sraele: cosi ne parla Isaia. E' però certo che lodavasi una vedova , la quale , per principio di rispetto , alletto ed amicizia pel marito defunto conservava lo slato VED *55 vedovile. Se ne vede un esempio in Giu- ditta. Era un disonore per un uomo il non essere pianto dalla sua vedova, il non ricevere cioè gli onori della sepoltura, di cui i pianti e le lodi della vedova forma- vano la parte principale. Le vedove del re conservavano lo stato vedovile. Adonia fu punito di morte per a ver chiesto in ma- trimonio Abigail di Sunam, ch'era stala sposa di Davide, sebbene quel principe non avesse consumato il suo matrimonio con essa, già moglie del defunto Nabal. Le femmine non ereditavano che in di- fetto de'maschi. Iddio raccomanda soven- temente al suo popolo d'aver gran cura di sollevare le vedove. Gesù Cristo ono- rò lo stalo vedovile, operando cose mera- vigliose in persona d'alcune vedove, da esso consolate e liberate da varie infermi- tà, delle quali nel lib. De viduis con no- bilissima eloquenza parlò s. Ambrogio., dicendo: Agrum lume. Ecclesiae fertile vi cerno, niuic inlegritatisjlore vernati tem-j mine viduitatis gravitate pollentetn, mine etiam conjugii frtictibus redundanlem, nam etsi diversi, uniits tamen agri fru- clus suntj nec tanta hortorum Idia, quati- tae aristae segetum^nirssiutn spicae^com- pluriumque spada catnporum recipieu- dis aptantur seininibus , quatti reddilis novales fructibus feriantur. Bona ergo viduitas, quae tolies apostolico judicio praedicatur. Haec enim Magistrata Fi- dei, magistra est casùtatis. Specchio di virtù alle sante vedove fu s. Anna (V.\ invocata dalle vedove a mediatrice pres- so la sua ss. Figlia Maria consolatrice de- gli afflitti. La parola di s. Paolo, onora- re 3 parlando delle vedove nell' EpisL a Timoteo, significa non solo rispettare,reu- dere onore, ma anche assistere, sovveni- re. II p. Mamachi, De' costumi de' primi- tivi cristiani, t. 3, p. 44» racconta la loro particolare cura versole vedove e come le sovvenivano, essendo pieni di carità ver- so Dio e il prossimo (proximus , che si dice di ciascun uomo relativamente al- l'altro, la carità e amore e misericordia 254 VED, verso il quale, i moderni dichiarano col parolone di filantropia), facilmente ave- vano compassione degli afflitti, e quell'o- pere di pietà per loto esercitavano, on- de potesse comprendersi quanto fosse- io non solamente misericordiosi, ma e- » ziando distaccati dalle cose di questo mondo. Or siccome ordinariamente av- viene, che le vedove e i pupilli abbia- no bisogno d'essere soccorsi, perciò fino dagli stessi principi*! del cristianesimo una delle principali disposizioni, che fu- rono fatte da'nostri maggiori, fu il pren- dersi la cura con grave loro dispendio di provvedere a' bisogni e a'comodi di quel- le persone, che non avendo chi loro som- ministrasse il necessario sostentamento, si ritrovavano in una quasi estrema mi- seria. Per la qual cosa furono destinati da'ss. Apostoli a quest'impiego alcuni, i quali come racconta s. Luca negli Atti Apostolici^ si erano convertiti dal giudai- smo ; e poiché poco dopo gli altri , che provenivano da'proseliti, non ne furono affatto contenti, onde si lamentarono di- cendo, che coloroessendo giudei, non soc- correvano le vedove greche, com'erano soliti d'aiutar le giudee, gli Apostoli aven- do pensato non esser ella convenevole co- sa,che abbandonata la predicazione della divina parola,da perse stessi attendessero col tesoro della Chiesa ossia della Rendi- ta ecclesiastica (V.) proveniente dall' Of- ferte e Oblazioni (V.) de'fedeli, a prov- veder le famiglie, e specialmente i Pove- ri (V-)> e le vedove, le quali aveano bi- sogno di particolare assistenza, scelsero quanto più presto poterono i sette Dia- coni (F.) ripieni dello Spirito Sauto, e ne diedero loro l' incombenza , allineile tolte le parzialità, godessero i fedeli una perfetta pace. Noterò, che le donne poi preposte col nome di diaconesse a fare al- l'altre donne come da madri e da mae- stre, distribuirono pure le vivande alle tavole comuni, che si usarono nella pri- mitiva Chiesa, secondo l'esposizione di quelli, che vogliono che gli ebrei nati iu VED Grecia si querelassero perchè nel ministe- ro quotidiano non si tenesse conto delle vedove loro, Atti 6, i, co quod despice- rentur in ministerio quotidiano viduae eorumj cioè che non fossero adoperate iu questa soprintendenza le loro vedove, com' erano adoperale quelle degli ebrei nati iu Giudea, le quali godevano in que- sto onorevolezza,ed esercitavano quest'uf- fizio colle donne, sebbene l'essere disprez- zate in ministerio, può fare altro senso, come fossero adoperate in più vili e fa- ticosi uilizi, ovvero che fossero più scar- samente provvedute di quello che aveano bisogno. Né solamente in Gerusalemme ne' primi tempi della Chiesa , ma nelle città ancora non molto lontane da quel- la metropoli, dov'era stata predicata la nostra s. Religione , singolari furono gli esempi di carità e di misericordia verso le povere vedove. Imperciocché riferisce negli Atti s. Luca, ch'essendo giunto s. Pietro a Lidda, e avendo ciò inteso i fe- deli, i quali abitavano in Joppe, spediro- no subito due uomini, affinchè lo pregas- sero, che colla maggior celerilà, che aves- se potuto, fosse venuto a ritrovarli, poi- ché era toro necessaria la sua presenza. Non tardò egli punto di secondare le lo- ro brame, onde portossi in compagnia de' due messi a Joppe, e fattosi condurre al cenacolo trovò molte vedove, le quali a- maramenle piangendo intorno al cadave- re la morte d' una donna cristiana chia- mata Dorca, e in altro linguaggio Tabi- ta, la qual donna essendo ricca, era solita di rivestirle e di soccorrerle, pregavano, che ottenesse colle sue orazioni da Dio, ch'ella tornasse a vivere. Fec'egli pertan- to uscir tulli dal cenacolo , e piegate le ginocchia orò, e dipoi rivoltosi al corpo morto di detta benefattrice, disse: Tabi* la levali. A queste voci, aprì ella imman- tinente gli occhi, e avendo veduto il s. A- postolo,si pose subito a sedere, e finalmen- te rizzatasi coll'aiuto di lui, fu restituita viva alle fedeli e grate vedove, che ne a- veauo sospiralo il risorgimento. Per que- V ED slo strepitoso miracolo, molti si converti- rono al cristianesimo. Era frattanto co»ì impressa nelle menti de'primitivi cristia- ni la massima d'essere misericordiosi ver- so le vedove stesse e i pupilli loro figli, che s. Giacomo apostolo nella sua catto- lica epistola scrisse: La pura e immaco- lata Religione appresso Dio e Padre e attesta. Fistiare i pupilli e le vedove nel* le loro tribolazioni, e custodirsi immaco- lato da questo secolo. Il martire s. Igna- zio nella lettera a s. Policarpo osserva, che non debbono esser neglette le vedo- ve, e che dopo Dio il vescovo deve pren- der la cura loro. Essendo adunque sta- ta così patente e manifesta la carità de' nostri maggiori verso le vedove e i pupil- li, nou è da meravigliare se i gentili me- desimi ne rimanevano persuasi, ma poi- ché erano accecati,, il tutto traevano in mala parte, ed empiamente questa virtù calunniavano e deridevano. Per cui Lu- ciano di Samosata nel suo dialogo, Del- la morte del pellegrino 3 attesta che di buon'ora i pupilli, le vecchiarelle e le ve- dove concorrevano alla carcere, affinché venendo i fedeli a visitare l'imprigiona- to Confessore di Gesù Cristo, potessero essere dalla loro carità al solito provve- dute. Ma s. Giustino martire, il quale ben sapeva qual fosse la sorgente della com- passione e della misericordia de' cristiani verso i poveri, e specialmente verso co- loro eh' essendo seguaci del Piedenlore, non aveano chi loro procacciasse il ne- cessario sostentamento, nella sua i." Apo- logia, così scrisse agl'imperatori Antoni- no Pio e Marc' Aurelio. I fedeli i quali abbondano di facoltà, e vogliono, secon- do ciò che loro pare convenevole, danno quel che vogliono al presidente della Chie- sa, e ciò che si raccoglie suol essere speso per le vedove, per gli orfani, per gì' infer- tili, e per gli altri i quali hanno bisogno d'essere sovvenuti, come pe carcerati, pe' pellegrini ec Non altrimenti nello stesso 11 secolo della Chiesa scrive Tertulliano nel suocelebre Apologetico, mentre aper- VED i)j tamente confessa, che da'fedeli era som- ministrato il bisognevole a'fanciulli e al- le fanciulle, delle quali erano morti i ge- nitori, e le sostanze erano molto ristret- te. Né scemo già molto coll'andarde'tern- pi la misericordia de'noslri antichi cristia- ni verso i poveri, e specialmente verso le vedove, i pupilli e i pellegrini, trovando- si nelle lettere di Giuliano l'Apostata, che per atterrare la religione cristiana sti- mava egli esser necessario, che fossero i cristiani in ciò imitati da'geulili, affinchè le nostre operazioni buone non facessero loro ombra, e non si accrescessero il nu- mero de'seguaci del Salvatore. Se gran- di erano gli effetti della carità de'priini- tivi cristiani verso i pupilli e le vedove in generale, non può negarsi, che alquanto maggiori furono verso i figli e le mogli de'ss. Martiri; la qual cosa consta da'loro atti, e dalla storia ecclesiastica, insieme alla diligenza che ponevano in servirli e soccorrerli, trovandosi in carcere per aver confessato Gesù Cristo, molti de'quali pe- rirono nelle medesime prigioni. Raccon- ta iNovaes nella Storia de Pontefici, che in Roma Papa s. Evaristo deli 12 ordi- nò per la Chiesa romana 7 diaconi, e fra gli uffizi che loro assegnò vi fu quello, che con parte delle rendite della Chiesa aiu- tassero i poveri, i pupilli e le vedove. Leg- go nella Fabiola del cardinal Wiseman, che s. Giustino, martirizzato nel 1 67, men- tre dimorava ne Bagni o Terme (F.) di Timoteo e di Novato, ne'quali si eressero le Chiese di s. Prassede e di s. Pudenzia- na, risiedendo presso questa il Papa, ed ora suo titolo cardinalizio, vide il vesco- vo de'romani, ossia il sommo Pontefice, che pigliava cura degli orfanelli e delle vedove, e che soccorreva i malati, gl'in- digenti,i carcerategli stranieri raccoman- dali quali ospiti; provvedeva quanti erano in bisogno. Indi Papa s. Fabiano del 238, divisa Roma in 7 regioni ecclesiastiche, ad ognuna pose un diacono, perciò chia- mati regionari , e per la casa loro asse- gnala ebbero origine le Diaconie cardi- aÓ6 V E D naliiie di Roma (I7*), come per tal divi- sione derivarono pure i Tuo ti Cardina- lizi di Roma (V.) assegnati a'preli. Pre- tto le diaconie divennero Ospizi e Ospe- dali [)t\)ov evi, vedove e pupilli, a' quali ivi ricettati, ali meo tali e curali, non che forniti dell'occorrente vestiario, i diaconi prestavano i loro aiuti e soccorsi, in ciòa- iutati da' Suddiaconi (V.). Nel successi* vo pontificato di s. Cornelio del 254, nai'- ra l'annalista Rinaldi, malgrado le Per- secuzioni della Chiesa, questa abbondan- temente sostentava, oltre il clero, 1 5oo tra vedove,, pupilli, poveri e infermi: tra le ve- dove non poche erano presbiteresse, dia- eonesse e suddiaconesse. Ne' primi secoli della Chiesa numerose erano le vedove, perchè gii antichi cristiani poco amavano contrarre con esse il Matrimonio {V.)> il the si ricava da Tertulliano ne' libri in- dirizzati Alla Moglie sua, ed in quello del- la Monogamia, che contiene in tal ma- teria dell'errore e dell'eccesso; e si dedu- ce parimente da'canoni antichi fatti in di- sfavore, non solo de' Bigami (P.), ma an- cora di coloro , che con vedove aveano contratto il matrimonio, i quali proibi- scono a tali persone, che non sieno pro- mosse agli Ordini ecclesiastici, di che ra- gionerò poi. Solo qui dirò, che i canoni ridussero all'ultimo grado i Chierici, a' quali ne'primi secoli era permesso il ma- trimonio, se sposavano una vedova. Nel concilio tenuto in Roma da Papa s. Sil- vestro I nel 324 presso le Terme di Tra- iano, alla presenza di Costantino I impe- ratore e di sua madre s. Elena, statuì che una quarta parte delle rendite della Chie- sa fosse adoperata a beneficio de' pò veri, \edove , pupilli e infermi. La carità de' Papi fu incessante per le vedove, i pupil- li e altri bisognosi , e negli antichi tempi si distinsero; s.Gregorio 1 del 5qo; s. Pao- lo I del 757, il quale indusse Desiderio re de'longobardi a restituire gli usurpati Pa- trimoni della Chiesa romana (?'•), co' quali si alimentavano le vedove , gli or- fani e altri poveri; Sergio li dell'844 S,aQ VED protettore delle vedove, e consolatore de' bisogno»! j Benedetto 111 dell' 855 fu li- béralissimo colle vedove, co' pupilli, co- gl? infermi e altri poverelli, e di tulli in- signe protettore. In ogni tempo con zelo i Papi e i concilii condannarono gl'ipo- criti eretici corruttori delle vedove. Sino da'primilivi tempi della Chiesa molte pie vedove d' un solo marito e altre donne divote,chiamaleanco vecchie vedove, che per la gravità de'loro costumi si dedica- rono al suo servizio, sollo gli ordini de' vescovi e degli altri superiori ecclesiastici, sì per rapporto alla cura delle donne in- ferme, come l'odierne esemplari Sorelle ospedaliere (F.), sì per l'aiuto dell'amali' nistrazione del Battesimo per immersio- ne delle donne, dopo averle istruite, nel- l'amministrazione d e 1 1 a Co nferm a zio u e, in quella pure dell' Unzione estrema, e divenute cadaveri ne lavavano, ungevano e vestivano il corpo e aveano cura della sepoltura , e sì per altri uffìzi e partico- larmente per istruire le altre vedove al- l'osservanza delle costituzioni apostoliche; facevano da maestre. S. Paolo ueWEpist. a Timoteo indica le qualità che doveano avere tali sorte di vedove, appellale col generico nome di Diaconesse {J' .) e Mi- nistrae, le quali si traevano dal dettoce- lo e di 60 anni per essere meritamente collocate in quel grado. Abbiamo dal con- cilio di Laodicea del IV secolo, le vedove vecchie per rispetto all'età chiamate dia- conesse, senza effettivamente esserlo. Sic- come tra tali vedove eranvi molle esem- plari donne, clie di pieno consenso co'lo- ro marili,eransi separate,essendosi essi de- dicati al chiericato e perciò divenuti ve- scovi, preti, diaconi, suddiaconi, le loro mogli si denominarono Vcscovesse, Pre- sbitere o Presbiteresse, Diaconesse, Sud- diaconesse (F'.). Sotto pena di scomuni- ca, non potevano celebrare altro Sposa- lizio (^.), neppure dopo la morte de' ri- spettivi mariti. Ne' citati articoli narrai tutti gli nfiizi da loro esercitati. Altre di tali donne entravano ne' monasteri e si VED rendevano Religiose (J7.). Le tliuconesse custodivano le Porte di Chiese (F.) per dove entravano le donne, e l'inlroduce- vano nel niatroneo o luogo separato da- gli nomini, anco con cortine, i drappi delle quali si dissero anche J eli (F.)t esse vegliando che vi stassero con divo- zione; la Chiesa di s, Agnese fuori del' le mura di Roma, conserva l'idea dell'in- gresso e della stazione separata delle don- ne dagli uomini nelle tribune; dagli an- tichi steccali di separazione alcuni dedu- cono l'origine delle navi laterali. Inoltre le diaconesse, le presbitere, ec. esercita- vano alcuni uffizi alquanto simili a quelli de'd'uiconi, servendo alle donne in ciò che i diaconi ed anco i preti e i vescovi non potevano fare per decenza e onestà; fa- cendo sempre voto di Celibato (F.) e ca- ntila perpetua, allorché come le preghi- tele erano in un cerio modo quasi ordi- nate e consagrate dal Papa e da'vescovi coli' imposizione delle Mani , e la recita d'alcune preci, a seconda delle prescrizio- ni di s. Bartolomeo apostolo, che narrai ne'luoghi ricordali: era una specie di be- nedizione che ad esse e alle presbitere da- vano nel ricevere la loro professione in quella parte della Chiesa o Tempio det- ta segretario minore , del quale riparlai nel voi. LX, p. i5j , senza che in delle donne restasse impresso carattere alcuno sagro, di cui sono incapaci, perciò nel tem- pio rimanevano nel solito luogo laicale, e fra le persone secolari le annoverò il con- cilio Niceno nel 3i5. Per ammetterle al- la professione occorreva la scelta del ve- scovo e il consenso del clero , dopo una diligente disamina di loro vita e costumi. Nel Pontificale romano aulico, come af- ferma Piazza nel Clurosilogio , si traila della benedizione della vedova professa, nella quale prendeva il Telo; nel qua- le articolo parlai delle varie sorte di ve- li che si dierono e si danno tuttora alle donne dedicate al divino servizio, dicen- dosi anticamente velo di continenza e d* osservanza quello delle vedove e dou- V E D *57 ne separate da' loro mariti, che Facevano professione religiosa. Che nella Spagna ancora fossero vedove consagrate a Dio, senza entrare in monastero, e chiamate Sanclimonìales, lo dissi nel voi. LXXVI, p. 2G9. Il p. Chardon, t. 3, lib. 3, cap. 12, riporta I' orazione che recitava il vesco- vo nell'imposizione delle manie benedi- zione delle diaconesse, durante la mes- sa propria di quesla funzione, dopo il graduale; poneva loro la stola al collo, da- va loro l'anello e un monile in forma di corona sul capo. Nella chiesa greca si po- neva ai collo delle diaconesse la stola, si facevano comunicare all'altare, e si dava loro in mano il calice col Sangue del Si- gnore. Il Renaudot, Liturgiarum Orien- ta lium, tratta nel t. 2, p. 124*. Diaconis- sartitn Offici uni in distri/menda forminis Co'.'imunioue. Quindi la Chiesa affidava a queste vedove, fra le quali eranvi an- che delle Fergini (F.) di senno e alme- no di 4° anni, o de'pietosi ulììzi per sup- plire a'diaconi, o le destinava ad alcuni incarichi iu servizio del sagro tempio, lo. lernpo delle persecuzioni le diaconesse e altre simili donne, per non ingerire so- spetto ne'pagani, eseguivano le commis- sioni de' vescovi e de' curati, colle donne ritirate, animandole alla costanza nella fe- de e sovvenendo le bisognose, massime le vedove, l'orfane e l'inferme; procura- vano eziandio i necessari soccorsi a'confes- sori di Cristo, nascosti o prigioni, recan- do loro i consigli e i conforti de' vescovi. Siffatte donne lesero importanti servigi a'vescovi, a'preti, a'diaconi e a'suddiaco- ni; e per essi dispensavano a quelle del loro sesso le limosino e offerte de'fedeli, precipuamente se vedove e orfane, vigi- lando sui loro costumi con entrare libera- mente nelle loro case e prendere minuta cognizionedel tenoredi loro vila. In questo e altro le somigliano, se zelanti, le nostre deputale della commissione de' Sussidii, le laicali Sorelle della carità e simili. A.* tempi di s. Agostino le diaconesse porta- vano abiti differenti daile douue scuoia- 5^3 VED ri, e però il santo ncil' J-pist. 199 ri- prese Eodicea, che senza licenza del ma- rito avea deposta la veste laica, e andava vestila di nero.Ne'monasteri lediaconesse, le presbilere, ec, portavano abito distinto eaveanopodestà di dar principio alle Ore canoniche. Senza essere propriamente diaconesse, presbilere ec, le pie vedove e vecchie talvolta furono altresì appella- te con tali denominazioni. Le diaconesse durarono più lungamente nella Chiesa greca,che nella Ialina. Notai nel voi. XIX, p. 272 , non più esistere nella chiesa di Milano le diaconesse, come asserì Ma- gri; esservi bensì la scuola di s. Ambro- gio composta di 1 o vecchioni, e di 1 o vec- chione scelte fra le povere e oneste fem- mine celibi attempate, le quali nelle mes- se festive e solenni fanno I* uffizio di O- blazionario (Z7.) nella metropolitana, of- frendo il pane pel sagrifizio, mentre il vi- no si oifre da' vecchioni (il p. Menochio osserva che il rito ambrosiano parteci- pando alquanto del greco, le vecchione figurano l'antiche diaconesse, ed i vec- chioni gli anziani del popolo). DeWUffi* ziatura ambrosiana riparlai in quest'ar- ticolo, in uno a' decumani, preti del cle- ro milanese, appellati ancora frali deca* mano-canonici. Qui aggiungerò che ol- tre al ceto de' decumani , esisteva nella chiesa milanese, verso la fine del secolo X o nel principio dell'XI, un altro ceto, equestodi femmine,lequali sebbene non fossevo clùiMiìùle decumane o decumanes- fé, nondimeno all'istituto e al genere di vita de'decumani non poco accosta vansi. Quelle femmine erano distinte col nome di Scrinane, scriplanes, e probabilmen- te erano le stesse, che in alcune vetuste memorie monache vengono denominale. Esse intervenivano nella basilica di s. Ain« brogio di Milano all'esequie e agli anni- versari de'defuuti, partecipavano d' alcu- ne distribuzioni, e possedevano altresì iu comune alcuni fondi. Queste scrittane e- rauo divise in maggiori e minori; pare che maggiori fossero quelle douue vedo» VED ve, le quali secondo il costume di delti tempi vestivano l'abito religioso; e le mi- nori quelle donne che non eransi mai le- gate in matrimonio, dimorando collo stes- so abito religioso nelle proprie case, co- me le vedove. Quantunque le scrittane soggiornassero privatamente tra le do- mestiche pareli, pure formavano tra lo- ro un ceto assai numeroso. Dall' essere state descritte e registrate in 5 brevi o ca- taloghi, trassero verosimilmente la deno- minazione di scriplanes. Tale ruolo ser- bavasi presso un ecclesiastico, distinto col titolo di maestro , titolo che denota su- periorità sudi esse; ed a lui spellava l'am- ministrazione e la stipulazione decontrat- ti. Oltre la riferita ingerenza delle scrit- tane nella basilica di s. Ambrogio di Mi- lano, non è improbabile il credere che il loro uffizio somigliasse a quello in cui e- rano una volta impiegale le diaconesse, le (piali al dire di Allone vescovo di Ver- celli (sono due di tal nome, uno fiorilo nel 697 e l'altro nel 924), menavano una vita religiosa e casta, impiegate nel pre- parare l'oblazioni da consegnarsi a'sacer- doti, nel custodire le porte delle chiese e nel tenere terso il pavimento. La mona- ca difatti ch'era nel ruolo della nume- rosa famiglia dell'arcivescovo di Milano, nel secolo XIII, dovea scopar la chiesa. Quelle monache nondimeno, le quali in Milano dimoravano presso ilbatlisterodi s. Stefano alle fonti, un altro più nobile impiego aveano , di assistere e di servire per la maggior decenza nell'amministra- zione del battesimo alle femmine, a cui in tale fonte era privativamente conferi- to, come nell'altro di s. Giovanni priva- tivamente a' maschi. Che ne' Battisteri vi fossero Veli per coprire le donne nel- l' immersione, lo notai nell' ullimo ar- ticolo. Anticamente alcune donne chia- male So tC Introdotte (P.)t fra le qua- li eranvi delle vedove, gli ecclesiasti- ci mantenevano nelle loro case, sia per carità e sia per aver cura de'loro dome- stici affari, equivalenti alle odierne go- V ED vernanti. A togliere i sospetti, nel 3x'J le proibì il concilio di Nicea I, tranne le ma- dri, sorelle, zie e oltre parenti. Già le a- veano vietale i concilii di Cartagine e di Elvira, e poscia proibironle parecchi al- tri concilii. Ora passo a pai lare d'alcune sante vedove celebri ne' fasti della Chiesa di Dio. Leggo nel p. Ruinart, dui sinceri de* primi martiri, t. 2, p. 438, di quelli di s. Teonilla (V.)% che in Egea il presi- dente della Cilicia Lisia la fece condurre al suo tribunale come cristiana e l'inter- rogò: Hai tu marito, oppur sei vedova? Teonilla rispose: Sono 23 anni, da che sono vedova, e sono rimasta sino al gior- no d' oggi in questo stato per amor del mio Dio; e da che conobbi il vero Dio, e mi ritirai dall'empio culto degl' idoli, io ho vivuto in continui digiuni, vigilie e orazioni. Lisia soggiunse: Con acuto ra- soio radetele il capo (l'esser calva eia per una donna cosa d'estrema vergogna, e s. Paolo ne tratta nella sua \.3 Epist. a'corin- ti; perciò fu una delle più grandi ingiurie e sensibilissime, che potesse la santa rice- vere), acciocché resti cosi svergognata per sempre, e cingetela con roveri spinosi, e distendetela sopina, e legatela per le ma- ni e pe' piedi a 4 pn li, e con una grossa lista di cuoio flagellatela senza modo e misura, e nelle spalle, e in tutta la perso- na. Mettetele ancora sopra del veutre car- boni accesi, e muoia così. Fatto tutto que- sto, Eulalio uno de' ministri criminali, e Archelao carnefice, ditterei a Lisia: Teo- nilla già è morta. Lisia disse: Mettete en- tro un sacco il corpo di lei, legatelo stret- tamente e gittalelo nel mare. Subito veli- ne eseguilo. Osserva il Luchini tradutto- re e annotatore del Ruinart, che si è sem- pre permesso nella Chiesa il passare alle seconde nozze, ma sempre si sono riguar- date quasi come vergini quelle, che dopo il matrimonio disciolto per la morte del- lo sposo (o per reciproco consenso per vo- cazione ecclesiastica e religiosa) volici o dipoi vivere celibi per onore di Gesù Cri- VED 2% sto; massimamente se erano rimaste ve- dove nella gioventù, come par certo che fosse avvenuto a s. Teonilla, la (piale per quanto può congetturarsi, non era anco- ra vecchia, ed era vedova da 1 3 anni. Quelle vedove però, che erano di som- ma edifica/ione alla Chiesa, e ch'erano o- norate assai, erano quelle che osservava- no la disciplina loro preseti Ita da s. Pao- lo nella ricordata Epist. a Timoteo, cap. 5 a, v. 3. Quivi s. Paolo comanda, che quelle giovani vedove, alle quali non dia l'animo di starsi ritirate in casa, di mor- tificarsi continuamente, di far molta ora- zione, e di attendere indefessamente al governo donnesco della casa, e all'eser- cizio costatile dell'opere della misericor- dia cristiana; e invece piace loro d'anda- re attorno, il ciarlare, il dire e l'ascoltare le novelle del paese, e il vivere in deli- catezze e in comodi eccedenti; lo stesso s. Paolo comanda, che queste vedove passi- no sbrigatamele alle seconde nozze. Po- lo funiores nubere,fìlios procreare \ina- tresfamilias esse, indiani occasionali da- re adversario maledirti «ralla. S. Teonil- la fu una delle rare vedove della prima maniera, e simile a s. Felicita (F.) da- ma romana. Di questa è scritto ne' suoi atti: Die, nocluqiie orationibus vacansy magnani de se aedificationem caslis men- tibns dabat. E s. Teonilla disse di se: In hodiernum diexxnrannos habeo,ex quo sum vidnaj et propler Deuni nieam sic mansijej'unansi et pervigilans in oratio- nibus. Molte furono uè' primi secoli cri- stiani le vedove che anteposero lo stato loro al matrimoniale, e grandemente fu- rono onorate e rispettale. Nella citata E' pist. di s. Paolo a' corinti è fatta menzio- ne de' 3 stali matrimoniale, verginale e vedovile, esenz'alcuna dillìcoltà antepo- ne i due secondi al primo. Rileva Rinal- di, che pegli ammaestramenti di s. Paolo, T impudica Corinto divenne scuola d'o- nestà e di pudicizia; i quali insegnamen- ti si diffusero nell' altre chiese della cri- stianità, cominciando subilo i collegi del- afio VEI) le sanie vergini e vedove, chiamati poi Monasteri. Di queste cose fa piena fede s. Ignazio, il quale reggeva in que' tempi con s. Evodio successore di s. Pietro la cliiesa d'Antiochia, e scrisse a' filippensi: Saluto Collegium virginum, et coetum vi- duarum. Scrivendo indi a que' di Tarso, parlando delle vergini e delle vedove dis- se: Quae in virginilate deglint, in predo habele,velut Christisacerdotes , viduasin pudicilia permanentes, ut altare Dei. Al- lrovescrisses.l"nnzioa"li antiocheni: Sa* luto custode» sacrorum vestibulorum dia- conissas, parlando delle vergini e delle ve- dove, le quali sciolte dal vincolo e dalle obbligazioni matrimoniali, hanno più a- gio e comodità d'attendere all'orazione e agli altri atti di religione, seguendo l'in- segnamento deH'Aposlolo,che consiglia le vedove, ut instenl obsecrationibus^et ora* tionibus nocteac die. Scrisse inoltre s. I- gnazio, che le vedove osservatrici della ca- stità e della continenza si debbono rispet- tare e onorare a guisa dell'aliare di Dio, cioè come cosa dedicata e consagrata a Dio, per ragione del voto di castità che molte di esse facevano , dopo eh' erano sciolte dal legame del matrimonio. In al- cune chiese, massimamente della Sorta e dell'Egitto, il velo verginale pel capo era dato tanto alle vergini quanto alle vedo- ve che si dedicavano a Dio, e le une e le altre si tagliavano i capelli, come riferi- sce s. Girolamo ueWEpist. 48; e non per imitare le Pestali (F.) vergini paga ne de' romani, ma pel mistero che essendo lo- ro dati i capelli in segno di soggezione, le sposate con Cristo, poste in libertà, non sono piti agli uomini obbligale. E qui no- terò, che alle romane sacerdotesse fiatili* ni, mogli di sacerdoti (lumini, era inter- detto il Divorzio (?'.), e divenute vedo- vecessava il loro sacerdozio. S. Girolamo i\e\Y apologia de'suoi libi i contro Giovi- niano, pare che peli.0 applicò alle vergi- ni il fruito centesimo, per dar luogo alle vedove il sessagesimo, ed in quello del tri- gesimo alle maritate, cioè i diversi gradi V ED di merito proprio de'3 stali delle donne. Stupivano i pagani della vedovanza os- servata dalle donne cristiane. Nel voi. LXXXIV, p. 80, narrai che la celebre s. Galla (V.) della nobilissima romana fa- miglia Anicia, primo ceppo della nobiltà romana che ricevesse il battesimo, se- condo Piazza, per restare vedova non curò che gli crescesse la barba, preferen- do di piacere allo Sposo celeste. Essa è di- versa dall'altra vedova s. Gallagli cui par- la s. Agostino : s. Fulgenzio vescovo di ltuspa le indirizzò la lettera, De conso' lattone super morte mariti, et de statu vi- duarum, che può leggersi tradotta nel Chrrosilogioi\e\ Piazza. E s. Gregorio I scrisse de! suo felicissimo Iransito.Appren- do da Rinaldi, che l'imperatore Valenti- niano I nel 370 colla legge De Censibus, dichiarò esenti da quello della plebe, le monache, le vedove, i pupilli. Narra il citato Piazza, che dal codice Teodosiano e di Giustiniano I, e dal testo canonico, si fa menzione de' privilegi concessi spe- cialmente alle vedove, tra'quali quelli che hanno l'elezione del foro in qualsivoglia causa; partecipano della nobiltà, della di- gnità,degli onori e della sepoltura del ma- rito,qua odo non passino alle seconde noz- ze, e vivano castamente. Anzi godono de' privilegi non solo personali, ma della fa- miglia e de'figli, chiamandosi la vedova onesta, Immagine viva del marito morto j essendo perciò compresa nello statuto del- lo stato matrimoniale, eziandio del domi- cilio del marito, oltre i propri privilegi dello stato vedovile. Nel Tribunale (F.) de' Placiti, si preferiva il disbrigo delle cause de'poveri, vedove e orfani, dovendo il Conte provvedere alla mancanza del difensore loro. Quelle si dicono esser ve- ramente vedove, che sono abbandonate d'ogni umano sussidio, che non hanno fi- gli o fratelli e altri parenti provvisti di beni di fortuna e di carità per sovvenir- le; queste vuole s. Paolo che siano ono- rate doppiamente, cioè con quell' onore che consiste in una certa riverenza este- VED fiore, e quello che si stende a porgere lo- ro aiuto,per sollevarle dalle necessità nel- le quali si trovano. Dice s. Girolamo sul cap. 1 3 di s. Matteo: Honor in sciiplura, non tam in salulalionibus drferendis, quam in eleemosynis ac numerimi obla- tione sentitur. Questa seconda sorte d' o- noie si fece alle vedove dalla Chiesa, dal- la quale aveano i ricordati alimenti, che però s. Gio. Crisostomo, De Sacerdotio, lib. 3, fra l'altre ragioni che riporta nel suo ricusare il vescovato di Costantinopo- li,comepesogravissimo,questaèuna,cioè l'aver cura delle vedove e il provvederle ne' loro bisogni. Fra le celebri sante ve- dove romane de' primi secoli , meritano ricordarsi le matrone, olire il celebre pro- totipo di s. Gallai splendore delle vedo- ve sante e virtuose, s. Marcella (V.)t e s. Paola (V.) madre dis. Euslochia (V.). Di eguale rinomanza fu Fabiola, altra ve- dova e principalissima dama romana, del- l'antica e illustre famiglia Fabia, onorata anche col titolo di santa, ma per non esse- re compresa nelle File de' santi del cele- breButler,che adottai pe'cenni di agiogra- fia delle Vite de' Generabili (V.) servi di Dio, soltanto ne parlai all'opportunità : nel Martirologio romano non è registrata per santa, ed il Piazza cou tale titolo ne fece degna menzione a '28 ottobre, nell'is- merologio di Roma. Perla sua celebrila ne dirò qui alquante parole. Essendo da' suoi parenti stata obbligata a sposare un uomo di cui non conosceva i costumi, fu costretta con divorzio ad abbandonarlo, quand'ebbe la disgrazia di conoscerlo co- sì sregolatoe corrotto; ella usò quindi del- la libertà che davano le leggi civili per rimaritarsi con un altro, ciò che fu per lei in seguilo un motivo d' esemplare pe- nitenza, che fu celebrata quanto quella di Teodosio I il Grande. Perchè avendo iutesodopo la morte di quest'ultimo sup- posto marito, che per esso avea trasgredi- to e violato la legge dell'Evangelo, da lei osservata sempre con molta pietà, nel 390 per riparare ed espiare il suo fallo, e per VED 261 confessarlo pubblicamente, coprissi d'un sacco, e colla testa nuda e i capelli spar- si di cenere, si mischiò nella vigilia di Pa- squa fra'pubblici penitenti; si preseutò in tal foggia alla basilica Lateranense, a vi- sta di tutta Roma piangendo con dolore dirottamente, come narrai nel voi. LXlf, p. 56. Ivi restò finche il Papa s. Silicio paternamente intenerito la chiamò, ciò che gli produsse tanta commozione, che destò quella pure di tutto il clero e il po- polo , essendo stata da lui già cacciata, secondo alcuni, ammettendola allacomu- nione. Certo è che nessuna persona, di qualunque stato fosse , era esente dalle pratiche imposte da'sagri canoni a quelli che facevano la penitenza pubblica. Fa- biola tra le più ricche e nobilissime da- me romane giovani non poteva andarne esente; ed essa con austero e luminoso e- sempio adempì il suo obbligo con quella compunzione e fervore , di cui il massi- mo dottore s. Girolamo ci ha lasciala nel- YEpist. ad Oceanum de epitaph. Fabio* lae, una pittura tale che corrisponde in tutti i colori alla grandezza del soggetto e alla sublimità del suo ingeguo, toccando pure la diversità delle miserie umane di nostra fragilità. Ristabilita nella comu- nione de'fedeli, Fabiola ne provò una gioia che non ailìevolì per nulla il suo ardore per la penitenza. Ella vendè tutti i suoi beni, ch'erano considerabilissimi, e desti- nò il denaro ricavato a sollievo de'poveri, e fu la prima che stabilì a Roma un Ospe- dale in Trastevere per un gran numero di malati (mentre s. Gallicano e s. Pam- machio genero di s. Paola altri ne fonda- vano per gl'infermi e pellegrini a Ostia e Porto, cioè alle foci del Tevere), e si di- stinse uelP accoglierli, assisterli in tutti i loro bisogni e colle proprie mani servirli, come rilevai nel voi. XLIX, p. 267; con una carità, una forza e un coraggio ine- sprimibile, senza verun riguardo a' mi- nisteri più bassi, e colla pietosa assisten- za ad ogni sorte d'infermi, eziandio di schi- fose malattie, nou badando adatto all'eie- afo V E D vaio sua condizione. Anche il Piazza, Eu* sevologio Romano, p. 3^, fa eco all'elo- quenza d'oro del grans. Girolamo, nel- l'esaltare la gran matrona Fabiola, e nel rilevare che fu la i," in Roma a fon- dare un pubblico ospedale o ricetto pe* poveri languenti d' ogni umana miseria e corporale schifosità ; facendo così co- se grandi, forse per l'addietro non mai "vedute in Roma. L'annalista Rinaldi nel- 1' altamente encomiare l'immensa ca- rità di Fabiola co'poveri e le sue copio- sissime limosine, racconta che raccoglien- doli infermi sulle piazze, e quantunque puzzolenti sovente portandoli all'ospeda- le sulle spalle proprie, non era meno ge- nerosissima co'chierici, i monaci e le ver- gini; e che essendo troppo angusta la cit- tà di Roma rispetto alla misericordia di lei, mandava per le provincie e isole a somministrar limosine a'chiostri religio- si. L'ospedale di Fabiola fu pubblico e in tempo che poteva esserlo pe'cristiani, pel culto libero che potevano esercitare; poi- ché particolari ospedali già l'inesauribi- le e multiforme carità de' primitivi cri- stiani ne avea avuti e in tempo pure del- le persecuzioni. Infatti trovo nella vita di Papa s. Cleto dell'anno 80, che con- verti In propria casa in ospedale pe pel- legrini, poi chiesa titolare di s. Matteo in JVIerulana. E leggo nell'opera del cardi- nal Wiseman, la quale vado a ricordare fra poco, che nella casa di s. Agnese pres- so la via Nomentana, prima del 3o5, dal- la medesima o da'suoi genitori era stato stabilito un occulto ospedale pe'cristia- ni, ed ove era medico il buon prete Dio- nigi. La virtù di Fabiola non volle che la sua patria solamente sentisse le sue beneficenze, ma dopo aver soccorso mol- ti monasteri fabbricati sulle coste dellaTo- scaiia, percorso diversi altri paesi d' Ita- lia per filigliene parte, andò (ino in Pa- lestina per appagar la sua divozione ver- so i luoghi di Terra Santa, comeavea fat- to s. Paola. Ella nel visitare il s. Prese- pio a Retlemme, vide s. Girolamo che ivi VED dimorava a far penitenza, ed a sfogare fai sua accesa divozione per l'avventuroso luogo che vide nascere il Salvatore del mondo. Dacché questi conobbe eh' essa pensava a stabilirsi in qualche parte di que'venerabili luoghi perivi vivere nella solitudine in santa contemplazione, pres- so la culla di nostra s. Religione, egli a- doperossi per procurarglielo. Ma essen- dosi un' armata spaventevole di unni e altri barbari gettata in Oriente, e trovan- dosi la Palestina fortemente minacciata, Fabiola hi obbligata di ripatriare, e giun- ta in Roma fu costretta di alloggiare pres- so altri, come urrà straniera, non restan- dole ormai più nulla sulla terra, a' po- veri di Palestina avendodispensato quan- t' erale rimasto. Aspettò in Roma il resto del lungo tempo del suo esilio mortale, esercitandosi sempre in essa nelle più grandi pratiche d'umiltà e carità, e vi mo- li a'27 dicembre del 400. S. Girolamo la celebrò nelle sue EpisL: LaudemChrislia* norum, Miraculum Genlilium, Luciani Paupcrum, Sola tinnì Monachorum. E descrivendo egli eloquentemente i solen- ni funerali accompagnati dalle lagrime universali de'poveri, e dagli applausi e o- norì di tutta Roma, per le segnalate sue virtù e santissima vita, somma ed esem- plarissima carità, soggiunge: Non sic Fu* ri us de Gallis, non Papyrius de Samni- tibus, non Scipio deNumantia, non Poni- pejusde Pontis genlibus triumphavit. L'e- sequie furouo celebrate da tutto il popo- lo, nelle quali sonabant psaltni , et aura- ta teda letnplorum reboans in sublime quatiebat Alleluja. L' Aringhi , Roma subterranea, t. 1, p. 92, osserva sul can- tico o inno Alleluja, usato in questa cir- costanza. Hic interim stndiosus leclor adnotet, quod vox Alleluja, quae licei in funere usurpare a pud christianos consue- vcrat, gralulantis magis quam doleniis vox est, quasi immortali Deo gratiae a christianis pe.ragentur , quod Fabiolam ab innumeris hujusce vitae aerumnis, ac laboribus ad perennis locum quietis evo- VED easset. Ilp. Menochio, Sluore, t. 2, con!. 6,cap. 7 1 ; Alcune osservazioni circa l\ 11- leluja , che altre volle si cantava anche nell'esequie, dice chea' tempi ili s. Giro- lamo il canto n'era così frequente, che nel suo Epitaphium di Fabiola attesta che fu usato anche nelle di lei esequie, e che fuori della chiesa era voce familiare del popolo, così iti Gerusalemme e persi- no dagli agricoltori. Imparo da mg.r Cec- coni , Dissertazione sopra V origine del- V Alleluia, che fu usato ne'funerali di s. Radegonda moglie di Clodoveo I re di Francia, e in Costantinopoli a Papa s. A- gapitol,ne'quali come santi si conveniva, ina non essendo tutti tali, invece dell'ai- leluja, fu sostituito il versetto Requiem aeternam (VX e altre umili preghiere. L'illustre nome di Fabiola ora è divenu- to più famoso per l'aureo e insigne libro del dotto ed eloquentissimo cardinal Wi- seman. Racconto della Chiesa cattolica nel periodo più combattuto e forse più glo- rioso della sua vita in mezzo al mondo pagano che si dibatteva nelle supreme sue agonie, lotta che può dirsi il più gran fat- to che conosca il genere umano, e intor- no a cui lutti come a centro si raggrup- pano i minori. Il celebratissimo libro ven- ne intitolato la Fabiola o la Chiesa del- le Catacombe ,al cui universaleplauso fe- ci riverente eco in più luoghi, come nel voi. LXXXIII, p. 294; la Civiltà Cat- tolica avendone dato bellissima e mira- bile contezza ne't. 1, 2 e 3 della 3.a serie. Così vennero anche una volta e con un ingegnoso genere nuovo di grande effica- cia, descritti i precipui periodi deila Chie- sa cattolica, come a dire: La Chiesa delle Catacombe, di' è la famigerata pubblica- zione, e le successive lo saranno, com'è a spera rsiaulterior gloria dellaChiesa,col la qualificazione, della Chiesa delle Basili- che, la Chiesa de Chiostri , la Chiesa del- le Scuole. Però la Fabiola illustrata dal- l'eminente scrittore, è nubile, diversa af- fatto dalla santa vedova di cui ragionai, ad oula d'alcune aualogic e di essere su- VED 2f>3 pcrstilcaVFabi. Fabiola, argomento diri porporato, dal paganesimo si convertì al cristianesimo nel 3o5 circa, secondo il di lui magnifico racconto, che la Civiltà Cat- tolica egregiamente qualificò: UnRoman- zo storico di genere nuovo. Altre sante vedove romane e di altre nazioni furono le ss. Anastasia, Basilla, Flavia Domitil- la, Marmenia, Trifonia ; e le ss. Candi- da, Dafrosa ed Esuperia furono anche martiri, come alcune dell'altre nomina- te. Lungo sarebbe il ricordare le altre ce- lebri vedove de'tempi antichi, dirò solo che nel medio evo fiorirono s. Silvia ma- trona romana, degna madre di s. Grego- rio I Magno, al quale essendo monaco presso la sua Chiesa de 'ss. Andrea e Gre- gorio (V.), abitando ella presso la vicina Chiesa di s. Saba, ogni giorno manda- va una scodella di lenticchia; e la bene- merita della s. Sede celebra t'issi ma gran contessa Matilde marchesana di Toscana, che per vantaggio della medesima preferì lostatovedovile.e quando passò all'altro lo fece per giovare allo slesso Papa e per suo consiglio. Contemporanea sua fu Adelai- de contessa di Torino e marchesana di Susa (V.), la quale pure vivrà immorta- le ne'fasti della Chiesa per la santità de' suoi costumi, pel suo zelo nella difesa del- la religione, per le profuse sue limosiue e largizioni agli ordini monastici. Il dot- tore s. Pier Damiano nell'opuscolo scrit- to ad Adelaide, la paragona a Debora nel governar lo stato, confortandola a non af- fliggere soverchiamente il suo spirito, per le replicate nozze che avea contratto, de iterata conjugii geminatione. Pare che A- delaide di ciò sentisse un vivo rimorso. La consola pertanto il santo, addicendo- le la risposta di Cristo Signore, il quale quando i settarii saducei (che negavano l'immortalità dell'anima, le pene e le ri- compense dell'altra vita, ollie altri erro- ri) l'interrogarono di qual marito sareb- be stata nel giorno della risurrezione del- la carne quella douuache sette volte era passala a matrimonio, uoq la coudauuò 264 V E D per questo, quasi che avesse malamente operato. Lasciava tuttavia il Damiano conoscere nelle sue parole, esservi qual- che cosa di riprensibile in coloro, che più per intemperanza, che per altra ca- gione passano alle seconde e terze noz- ze : ecco le sue espressioni nel cap. 7. De coelei o, venerabilis soror, contende seni- perde bonis ad meliora conscendere. . . . et quia te novi de iterata confttgii gè- minationè suspectam . . . in Salvaloris verbo manifeste colligitur, quia sì reli- giosa dumtaxat vita non desìi, a regno coelornni frequentali conjugii plurali- tas non excludìt. . . . et linee loquor, non ut adhibeam multinubis adirne fuluris audacìam; sed ut jatn factis) spei, vel poenitenlìae non subtraham medicinae. Successivamente fiorirono le ss. Edwige e Margherita vedove e regiue; la b. Mar- gherita di Savoia, ec. Ad onore delle da- me 1 ornane ricorderò pure la b. Lodovi- ca Àlbettoni Altieri, la quale rispleudet- te nella carità esercitata nel sempre de- plorabile sacco di Roma del 1027, il cui culto immemorabile, e come apparte- nente al 3.° ordine di S.Francesco, rico- nobbe il discendente Clemente X, giac- ché la venerava con culto anche il se- nato romano, celebrandone la festa, e olFrendo Dell' anniversario di sua morte un calice d'argento e lotcie di cera, nel- la chiesa di s. Francesco a Ripa, ove ri- posano le beate sue ossa. Ne'secoli a noi più vicini si resero i in mortali e beneme- rite le seguenti sante vedove, fondatri- ci di congregazioni religiose; dell'al- tre ragionai a' loro articoli, innumere- voli poi furono le fondatrici di mona- Steri in cui si rinchiusero. S. Brigida di Svezia, nel secolo XIV fondò l'ordine del ss. Salvatore (F.), per ambo i sessi. Nella sua vita, il cardinal Torrecremata ag- giunge, per singoiar privilegio allo slato vedovile, che la B. Vergine Maria è spe- ciale avvocata delle vedove che si con- servano in una santa onestà di costumi, uè più si curano delle coae temporali, co- VED me sciolte da'legami del matrimonio. Di più il dotto cardinale asserisce, essere tal- volta la vedovila d'egual merito allo stalo verginale, ed alle vedove è dovuta la co- rona di rose, co'gigli e le viole. Anzi lo stesso Gesù Cristo si dichiarò in più luo- ghi della s. Scrittura, speciale protetto- re delle vedove, come lo è degli orfani e pupilli. La matrona romana s. France- sca, poi vedova di Lorenzo Ponziani ro- mano, che innanzi tempo l'avea riguar- data come sorella, nel i^ii fondò la con- gregazione àeU'Oblale di Tor de Spec- chi (V.): queste religiose a comune van- taggio e edificazione delle nobili romane e straniere, nella loro casa e in apposito IocaleerettoaU'uopo,nel 1 854istiluirono un corso d'annui esercizi spirituali, non meno per le giovinette della medesima coudizione che intendono disporsi alla 1.* comunione. Alle prime il Papa regnante si recò a distribuire la ss. Eucaristia. Tutto celebrarono V Album di Roma t. 1 i , p. 1 02, e il Giornale di Roma nel n.° 37 deli 855 e nel n.° 53 deli 856. Si può anche vedere : S. Francesca Romana, tratti principali della sua .storia per /'. Aniviui, Roma 1 856. Le donne d'ogni condizione troveranno in essa il tipo delle loro opere. Nella casa di s. Francesca Ro- mana in Trastevere fu istituita la fiorente pia Casa detta diPonte Rotto per gli eser- cizi spirituali pegli uomini e pe'giovanet- ti, di che riparlai nel voi. LXXXIV, p. 107, i45, 1 49> 2I 7e 2 18. Ivi pur notai che siccome la santa vi avea fondato un ospedale pe'poveri infermi, di cui prese cura, ora presso e vicino a detta casa la pietà del principe Doria sta fabbricando un ospedale pe'cronici de'due sessi. In o- nore della s. Vedova romana mi piace infine aggiungere, che nel Giornale di Roma del i85o, a p. 291, vi'è la descri- zione della bella statuache la rappresen- ta con I' Angelo, gruppo egregiamente scolpito dal romano Pietro Galli, e col- locato in detto anno dalle sue nobili fi- glie oblute nella nicchia del 2.0 ordine VED clie nella testa della croce latina sola fin qui vuota rimaneva nella basilica Vati- cana, tra le statue degli altri fondatori d'ordini religiosi d'ambo i sessi. Nel 1 498 la b. Giovanna de Valois, ripudiata dal marito Luigi XII re di Francia, fondò le francescane della ss. Annunziata e del Cinto o Cordelliera (V.). Nel 1 6 1 o ma- dama di Lestonnac, vedova del mar- chese di Montferrand, istituì Ja con- gregazione di Nostra Signora {V.)\ e s. Giovanna Francesca Fremiot, vedova di Cristoforo Rabutin barone di Chantal, fondò le monache della Fisi fazione (?'•). Nel 16.4.7 Innocenzo X confermò la con- gregazione delle nobili vedove di Dol (P.)t istituite per maggiormente propa- gare il culto, ora dogma definito, deb l'Immacolata Concezione di Maria Ver- gine, la vigilia della quale lo stesso Papa decretò ad istanza dell'imperatore Fer- dinando III d'Austria. La sua vedova im- peratrice Eleonora nel 1688 istituì l'or- dine delle dame o cavalieresse della Cro- ciera o vera Croce (F.). In Roma le ve- dove, i pupilli e gli orfani, i vecchi e le vecchie, e tutti i bisognosi furono sempre beneficati, difesi e protetti. Ed è bello e consolante il vedere come, ad onta di tan- te vicende politiche, delle vecchie perse- cuzioni e delle moderne difficoltà, tante eccellenti istituzioni sieno in vigore e flo- ride, anzi progressivamente sieno in qual- che aumento. La carità in Roma sempre essendo feconda e meravigliosa. N'è ul- teriore prova il contenuto nel Giornale di Pioma de' 7 aprile 1 858. Ivi si cele- bra una recente benefica istituzione de- nominata V Opera della Provvidenza, destinata a somministrare a' fanciulli e fanciulle, poveri, abbandonati ed espo- sti, i mezzi per essere educati in qual- che religioso stabilimento. Formano par- te di quest'opera signore associate e mem- bri benefattori; e colle loro offerte si provvede all'avvenire di non pochi infe- lici, i quali così sono educati alla pietà e alla morale. Nata nel maggio ib'56, VOL. LXXXV1H. VED 9ÉB5 l'opera della Provvidenza ha già potuto adottare 38 fanciulli, di cui 29 femmine e 9 maschi. Osserva giustamente l'arti- colista: Nessuno certamente farà le mera- viglie, al vedere e sapere che in Roma, non ostante tante opere di beneficenza, vi sono sempre miserie da riparare, pove- ri da soccorrere. Dappoiché l'Uomo-Dio, che venne a portare sulla terra lo spiri- to di carità, perchè si accendesse in petto a tutti, disse che sempre vi sarebbero sta- ti de'poveri, onde così il ricco avesse mez- zo di soddisfare al precetto del X Elemo- sina {V-), e il misero meritasse colla virtù, della rassegnazione. Non vi è città nel mondo civile che noveri altrettante pie e caritatevoli istituzioni, tanto svaria- te e appropriate così acconciamente a' molteplici bisogni d'un numeroso popolo cristiano, contenente la languente uma- nità, come dappertutto. Tutte queste be- nefiche istituzioni della carità romana, ora sono state studiate, ammirate e pub. blicate anche dal rispettabile inglese Gio. Francesco Magni re con libro stampato in Londra nel 1 857 e intitolato: Roma, il suo Sovrano e le sue Istituzioni, di cui la CiviltàCattolica ragiona nella serie 3.a, t. 8, p. 338, ed assai lodando 1' egregio e imparziale autore, rileva. « Che siasi trovato un inglese, un membro del par- lamento, un addetto al partito liberale, che per un sentimento di nobile sdegno delle calunnie, onde il governo pontifi- cio è fatto bersaglio, abbia voluto non prenderne le difese, ma esporre i fatti che ne sono la più. splendida difesa ; co- desto s'intende, tanto solo che sappiasi il Maguire essere un fervente cattolico ; ed un figliuolo non può mai essere indiffe- rente all'ingiurie, onde si denigrano la persona e le azioni del proprio padre". A tale libro non verrà affibbiato il ti- tolo di libro di partito fatto cou arte, e che guarda le cose da un solo aspetto per esaltare Roma cristiana. E che l'au- tore si valse di libri d'occasione o de' giornali non sempre veridici. Quest' ai- 18 266 V E D ticolo fin qui si compenetra e ranno- da a quello di Povero, in cui ricapito- lai con poche parole quanto già trattai (infusamente in tanti articoli riguardan- ti le molteplici e beneficentissime isti- tuzioni romane, inclusivamente a quel- le di pubblico insegnamento. Vastoargo- mento in che e per l'imponente suo com- plesso forse a niuno potrei comparire se* condo, eziandio per essere stato l'ultimo a svolgerlo tuttoquanto, giovandomi de' benemeriti che mi aveanopreceduto,cioè che in grande se ne sia occupato, sia d'an- tico e sia di recente; il che riunito a par- te, offrirebbe ampia materia di più volu- mi importanti e gloriosi per Roma. 11 vantaggio d'essere stato l'ultimo di pro- posito a ragionarne, nel profittare de'lo- dati che mi precederono, quando pe'de- bili riguardi verso le loro opere, ed an- co per la natura di questa mia, se non potei mietere, almeno fui lieto di spigola- re, aggiungendo nuove nozioni ed erudi- zieni ; il che potrà eziandio rilevarsi in questo medesimo articolo. Nel ricorda- to articolo dunque, dell'alma città cele- brai cronologicamente il gran numero de'benefìci stabilimenti, e delle provvide istituzioni, le quali unite all'altre non più esistenti e pur da me descritte, servirono di modello fecondo alle altre nazioni, co- me lo sono tuttora di ammirazione, poi- ché vigoreggiano e sono come dissi in incremento; inesauribile essendo nella medesima la pubblica beneficenza, per antonomasia detta per eccellenza \apie- là romana. INe mancai, dopo pubblica- to l'articolo in discorso, in altri successi- vi di descrivere le nuove principali istitu- zioni e i miglioramenti seguiti delle pre- cedenti,eziandio perla pubblica istruzio- ne e altro, di che ragionai pure in quelli di Scuole di Roma, Tribunali di Roma, Università artistiche, Università roma» nate. Istituzioni tutte in cui si compren- dono in globo altresì quelle riguardanti le vedove, i vecchi e le vecchie, i pupilli, gli Orf a ni (F.).Ora nell'accennarequan- V ED to si fece ulteriormente in Roma per le vedove e vedovi, vecchi e vecchie, e pe' pupilli d'ambo i sessi, conviene pel di più tener presente il suddetto articolo Pove- ro, che comprende le notizie denominati e altri bisognosi d'ogni genere, limitan- domi ora a rammentare il più essenziale in proposito, e intrecciandolo con altre nozioni. Leggo nel Magri , Notizia de' vocaboli ecclesiastici, definito il verbo Admiiìiculator: U Ili/io antico della CI) ie- sa romana, il quale avea cura di difen- der le cause delle vedove, pupilli, e altre persone abbandonate, come fa oggi l'av- vocato de' Poveri. Avverte il Galletti, Del Primicero e altri uffizioli del s. Pa- lazzo Lateranese, che YAmminiculato- re, così appellato ab adminiculando , cioè ab adiuvando, è lo stesso che il No- menclatore (F.). A s. Gregorio I del 5go si attribuisce l'istituzione oalmeno il mi- gliore stabilimento del cospicuo collegio de Difensori della Chiesa romana ( / .), la quale siccome sempre prese la prote- zione delle vedove, degli orfani e degli oppressagliene affidò il patrocinio e la di- fesa, onde ogni specie di bisognosi ebbe il Difensore (F.). A'quali difensori, che alcuni credono in principio gli Uditori diRota(F.), successero gli Avvocati con- cistoriali, de'quali riparlai in detti arti- coli, e per a ver avuto la direzione dell' U- niversilà romana, anche in questo, sus- sistendo nel medesimo collegio l'avvoca- to de'poveri. Nel pontificato di Innocen- zo 11 deli 1 3o si vuole originato il rispet- tabile ceto de1 Procuratori di Collegio, de'quali nuovamente tenui proposito a Uditori di Rota e Università romana, collegio che si propose di patrocinare le vedove e i pupilli contro i prepotenti del secolo. Altre istituzioni per la caritatevo- le difesa ne'tribunali di Roma, delle ve- dove, de'pupilli e altri impolenti di fare difendere le proprie ragioui, sono in Ro ma il pio istituto dell'Immacolata Con- cezione e di s. Ivo, della Curia Romana [P.)i l'arciconfrateraita di s. Girolamo VED ( V.) ; la Prelatura (J7.) A madori, la qua- le per la promozione registrata nel voi. LXXXII, p.2[5, ora la possiede mg.r Luigi Biscioni già canonico penitenziere della metropolitana di Pisa , dichiarato prelato domestico dal Papa, come si leg- ge nel Giornale di Roma de' 16 giugno 1857. I primi Orfanotrofi moderni di Roma ed esistenti sono il Conservatorio delle Proielte (T~.), per le orfane di ge- nitori sconosciuti, esimilmente pe'7Vo- vatelli(f.) l'ospedale di s. Spirito (F.). Propriamente gli orfanotrofi fondati ne' secoli più vicini e sino a'nostri tempi, sono gli Orfanotrofi (F.) anche esistenti tra' Conservatorii di Roma(V.) e tra gli Ospizi di Roma (V.); gli ultimi venne- ro fondati per la Pestilenza (V.) del cholera, che nuovamente afflisse Roma nel 1 854 e nel 1 855. Fra 'conservatoci ve ne sono ancora per le vedove e altre don- ne, ch'eransi abbandonate al mal costu- me. Fra gli ospizi, 1' Ospizio apostolico di s. Michele (V.) contiene nell'ampio suo edilizio vedove e vedovi, orfane e or- fani, non che zitelle. Il Papa Pio IX con- siderando che in Roma per le zitelle so- no copiosi gli stabilimenti per accoglierle, ha desiderato che di esse venga ristretto il numero, e in vece si accresca quello delle vedove e vedovi, ossia delle vecchie e de'vecchi, che in proporzione difetta- vano di caritatevoli ricoveri. Neil' Ospi- zio di s. Maria degli angeli ( f.) della commissione òe Sussidi {V.\ si ricetta- noorfani e orfane. L' Ospizio dis. Galla (V.) ricovera nella notte ipoveri di qua- lunque età e stato, preferendosi i vec- chi e gli orfani : sono escluse le donne. Presso il medesimo è l'Ospizio dis. Luigi Gonzaga (J7.), ove nella notte si ammet- tono a dormire le povere vedove e altre donne derelitte. Molti pii istituti sovven- gono le vedove e i vedovi, ed i pupilli, oltre altri miserabili, fra' quali a cagion d'onore ricorderò la congregazione della Divina Pietà, di cui nel voi. LV, p. i5; e le prosperose conferenze di s. Vincen- V E D .267 zo de Paoli (V.). Diversi pii legati asse- gnarono sussidi alle vedove, a' pupilli, a' vecchi ed altri bisognosi d' aiuti, come dispose mg/ Carmignauo de' marchesi d'Acquaviva, e lo registrai nel voi. LV, p. 17. Medici e Chirurghi (F.) che cu- rano gratuitamente, e così Speziali (F.) che somministrano farmachi, sono in lui* ti i Rioni di Roma (/"r.), pe'poveri, ne' quali si comprendono le vedove, i vedo- vi, i pupilli bisognosi. Roma emporio di pii Sodalizi (Fi), oltre quelli dell' Uni- versità artistiche (y.)t V ebbero pure i poveri d'ogni condizione e stato: ne trat- tai ne'vol. LV, p. 1 4, LXXXIV, p. 88. E pure a vantaggio delle vedove e de' ve- dovi, come degli orfani e orfane, la bene- fica cassa di risparmio, istituita con ap- provazione di Gregorio XVI, e descritta nel voi. LV, p. 18. Gli Ospedali di s. Gallica no, della Consolazione ,di s. Gia- como (V.) ricevono anche le donne, com- prese le vedove, secondole infermità che in esse vengono cm'&ìe.NeW Ospedale del ss. Salvatore adSanctaSanctorum pres- so s. Giovanni Laterano (F.)t si ricevo- no le sole donne: vi sono 4* l'etti delti perpetui destinati alle croniche vedove o d'altro stato, ma ne occupano un numero maggiore. Ha ancora il pio stabilimento case per ricovero delle vedove miserabili, perciò dette case sante. Arroge che qui aggiunga il riferito dal n. 33 del Gior- nale di Roma del i858. Il Papa Pio IX in vantaggio de' poveri di Roma ha eser- citato un doppio nuovo atto di benefi- cenza. Nel rione di Trastevere erasi da qualche tempo cominciata una fabbrica assai spaziosa nell' intendimento di for- nire abitazioni a più famiglie della clas- se indigente; ma procedendo la cosa as- sai a rilento, e appena le mura di cinta poteano dirsi surte dalle fondamenta , quando piacque al Pontefice di fare ac- quisto col suo privato peculio dell'inte- ra area, ed ordinare che a sue spese si proseguisse il lavoro. Compito questo in parte, il Santo Padre con generoso pen- 268 V E D siero dispose con breve deli' 1 1 gennaio i858, che tanto la fabbrica finora ulti- mala, quanto l'intera area acquietata, fossero in perpetuo addette all' arcispe- dale di s. Giovanni in Lalerano, allin- eile colle pigioni da ritrarsi dal locale, che ha voluto sia sempre affittato a mo- dico prezzo a famiglie indigenti, si te- nessero in pronto all' arcispedale mede- simo altrettanti posti, a seconda degl'in- troiti degli affitti, per povere donne col- pite da croniche infermità, perchè vi fos- sero gratuitamente ricettate e mantenu- te. Neil' affidare poi V esecuzione di sì bell'opera all'Eni." cardinal Vicario, il Papa ordinò che l'assegno di tali posti venisse fatto per turno alle parrocchie di Roma a scelta de' rispettivi parrochi, secondo un apposito regolamento dalla stessa Santità Sua approvato. Vicino al monastero di s.Bernardo, presso la chiesa de'ss. Vito e Modesto, per l'oneste vedove e zitelle, Sisto ?{&*) fondò un conserva- torio colla bolla Sacrosanctac militan- tis Ecc lesine, de'i3 luglio 1587, Bull. Borri, t. 4> par. 4> P- 32 3 : Instituiio Col- lega honestarum viduarum et puella- rurn, sub regimine eonfralrum congre- gationis s. Bernardi religiose educati- darum , cum indullorum concessione , praesertim quo ad pia eis relieta. Et jurisdictio s. Romanae Ecclesiae Car- dinalis Protectoris ,etjudicis causarum adeas spedanti uni. \\ sacerdote Costanzi, L' Osservatore di Roma, 1. 1 ,p.94> narra, che il pietoso sacerdote march. Filonardi, imitatore della carità di s. Filippo Neri, a sue spese eresse un nuovo ospizio pres- so la patriarcale Liberiana per le doune giunte alla decrepitezza, e mancanti di assistenza, costituendovi una pia donna per regolatrice e altra per inserviente, le quali tutte interamente manteneva di vitto e di tutto il bisognevole ; e di più sovveniva al bene del loro spirito, col metodo religioso e di voto da lui dato al- lo stabilimento. Leone XII dichiarò l'il- lustre Filooardi suo elemosiniere segre- VED lo, e poi lo promosse ad arcivescovo di Ferrara. Per beneficenza del principe d. Alessandro Torlonia, nel Conservatorio di s. Onofrio, di cui fu magnanimo be- nefattore il fratello d. Carlo, nel i853 fece destinare un locale con 7 letti per le più miserabili donne croniche, come e meglio riportai nel vol.LXVHI, p. 275. Già di sopra feci cenno dell'ospedale pe' cronici donne e uomini, che sta erigen- dola pietà del principe d. Filippo Andrea Doria Pampini). Vi sono inoltre in Ro- ma delle pie case, le quali servono al lo- devole fine di gratuita abitazione vitali- zia alle povere vedove, non però vi han- no il nutrimento e il vestiario, che devo- no provvedere da per loro lavorando. Nelle dette case le vedove vivono in una specie di comunanza, però godono la li- bertà d'uscire a piacere e d'occuparsi in lavori ed altri uffìzi. Una delle vedove fa da capa, le più numerose hanno la su- periora, le quali godono alcuni partico- lari vantaggi, e fanno osservare i rego- lamenti fatti per ciascuna casa da' pii i- slitutori delle medesime. 1 regolamenti inculcano la pace, la quiete, la frequen- za de'sagramenti, la recita in comune del s. Rosario nella sera, nelle case cioè ove vi è l'oratorioo cappella. Tra le prin- cipali e più antiche case delle vedove in Roma, ricorderò le seguenti. Il fondatore del nobile CollegioGhislieri^F^Qt'uxìep- pe Ghislieri medico romano, inoltre pia- mente dispose, che una sua casa dietro la chiese di s. Angelo in Pescheria ser- visse di abitazione a 6 povere vedove e zitelle vecchie, e la nomina spettasse al- la congregazione segreta dell'^rnV?o////77- ternita del ss. Rosario (/'.), della quale riparlai nel voi. LIX, p. 1 56 ; però colle condizioni, che a vesserò da mantenersi ili vitto e vestito, e pregassero per l'anima sua. Dipoi la casa essendo stala venduta, ne fu ad hoc acquistata altra presso l'ar- co de'Pantani e la Torre del palazzo Gril- lo, già locale del Collegio Irlandese. Il Piazza ne tratta nell'Onere Pie di Roma V ED erroneamente, come rilevai descrivendo il collegio Ghislieri (questo fiorisce, ed è uno fra i molti ornamenti di Roma, an- che pei' la protezione di d. Scipione Bor- ghese duca Salviati, e per l'assidue cure de' singoli deputati. Nana il n. 3i del Giornale di Roma del i 858, che posto il collegio fin dalla sua fondazione sotto lo special patrocinio dello Sposalizio del- la 13. Vergine con s. Giuseppe, ne cele- bra ogni anno con pompa la festa. In quello ricordalo I' eseguì con maggior solennità, cioè a'4 febbraio celebrò una decorosa accademia poetica dedicata al duca protettore. Venne essa preceduta e alternata da cori di scelta musica del eh. maestro d. Domenico Mustafà cap- pellano cantore pontificio, ed eseguita da lui e da altri valenti maestri e cantori. In ultimo per incoraggiare all' istruzio- ne catechistica, allo studio delle lettere e delle scienze, alla pietà, modestia e di- ligenza i giovani ivi raccolti, furono se- condo l'uso rimunerati più copiosamen- te di premi. 11 trattenimento si aprì con erudita prefazione, e fu diviso in due par- ti, ciascuna delle quali ebbe comincia- mento da un coro in mùsica, immagina- to di Leviti e di Angeli. Le produzioni poetiche in latino, italiano e greco, in va- rio metro , rannodarono il divisato con- cetto. Un dialogo chiuse l'argomento. I temi trattati con istile forbito e metrica armonia, riscossero la comune approva- zione e plausi. Terminò l'adunanza col- la solenne premiazione, seguita da can- zone, in rendimento di grazie. Onoraro- no di loro presenza gli Em.i cardinali INI allei sotto-decano del sagro collegio, ed Àsquini, entrambi splendore e decoro di sì benemerito convitto, che gloriasi averli avuti giovinetti per molti anni nel suo seno. A questi aggi unge vasi gli enco- miati duca e deputati, oltre molti illustri edotti personaggi della capitale ed esteri, non che altri colti uditori), e il medesimo ripetè ue\Y Eusevologio Romano s trat. 3, cap. 4 : Della casa detta Santa delle V E D 269 VedoveGhisUerc a Torre del Grillo. Fa siccome il benemerito Ghislieri è sepolto in s. Silvestro al Quirinale, nel descri- vere questa chiesa nel voi. XLV, p. 2 3g, notai che nell'anniversario per suo suf- fragio, v' intervengono le dette vedove, cogli altri da lui beneficati. Il principe Ruspoli sulla piazza di Colonna Traia- na, per andare a Campo Carleo, possie- de uua casa nella quale concede una slau- za particolare a ciascuna delle 33 vedo- ve che vi ricetta. Il cav. Felice Ruspoli con testamento del 1 626 ordinò l'acqui- sto di case o l'edificazione loro, per a- bitazione vitalizia di vedove romane di condizione nobile e ouorata, e ne eseguì la caritatevole disposizione la propria fi- glia contessa Vittoria Ruspoli Marescot- ti. Nell'oratorio è una tabella colle re- gole da osservarsi dalle vedove ivi am- messe, che porta la data deli6i5, ed o- ve pur lessi l'altra del 1626, il che sareb- be anacronismo, se non si spiegasse per fallo dell' amanuense. Questa casa del principe Ruspoli, quanto alla situazione e al suo ingresso è la migliore tra le al- tre case delle vedove, e sul portone so- vrasta l'arme gentilizia della principesca famiglia Ruspoli. Il celebre cardinal Be- lisario Cristaldi in una sua casa del rio- nè Monti nella via del Boschetto,così detta da quello da'pagani consagrato aGiunone Lucina, assegnò l'abitazione a io vedove: acquistatasi la casa dal romano e pio Gia- como Salvati, ne continuò l'opera bene- fica. Questo benemerito secolare fondò il Conservatorio di Borgo s. dgata( P'.)t in unione al servo di Dio d. Vincenzo Palloni, istitutore della congregazione dell'Apostolato cattolico sotto l' invoca- zione della Regina degli Apostoli (V.)3 di cui riparlai nel voi. LXXVIU,p. 67 ; zelantissimo sacerdote, che il suo biogra- fo prof. Pro]a celebrò ancora qual pa- dre degli orfani, e tutore delle vedove e de'pupilli, il benefattore di tutti. Ai pre- sente nella casa al Boschetto abitano 17 vedove, ma l'encomiato Salvati ha dispo- a7o V E D sto, che dopo la sua morie la casa diven- ga proprietà del suddetto conservatorio, il quale è fiorente di 1 oo donzelle, e pro- babilmente sarà destinala pel loro novi- ziato. Inoltre il Salvati all' orfanotrofio di Vellelri (^'.), fondato dal padre del suo genero, donò 16,000 scudi; istitu- zione promossa dal lodato servo di Dio, che vi pose al governo le sorelle della della congregazione dell'Apostolato cat- tolico. Nella parrocchia di s. Lorenzo in Lucina, presso la fontanella e via di Bor- ghese, e dietro la piazza e vicolo della Torretta, vi è un ricello per vedove, a no- mina del priore prò tempore del con- vento de' domenicani di s. Maria sopra Minerva, ed ora vi sono raccolte dieci vedove. Presso s. Maria in V ia il prin- cipe Barberini apiì in una sua casa un'a- bitazione per le vedove, assegnando a ciascuna due stauze e la cucina, ed è la migliore e più comoda abitazione, quan- to alla sua ampiezza, che in Roma go- dano le vedove. Siccome è situata in un vicolo presso s. Maria in Via, il vicolo prese il nome delle F e dove. Tanlo pub- blicarono que' che parlarono della pia casa delta del principe Barberini; ma egli non è che il protettore e l'esecuto- re dei pio legalo, ed avendo procuralo di conoscerne bene l' istituzione, per la storia de' luoghi pii di Roma, la rife- risco, anche a gloria del vero benefat- tore. Giulio Cesare Raggioli primo mi- nistro del principe di Palestrina d. Maf- feo Barberini, figlio di d. Taddeo nipo- te di Papa Urbano Vili, cou suo ulti- mo testamento, pubblicalo a'18 settem- bre 1678, per atti del Coletti notaio Capitolino, lasciò una casa nel rione Co- lonna, e precisamente nel vicolo detto Cacciabove, vicinoalla delta chiesa, com- posta di 10 ambienti, cioè 8 stanze su- periori e 2 terrene; una porzione di casa posta nell'abitato degli ebrei, in corno* necoirarciconfraternita della ss. Conce- zione esistente in s. Lorenzo in Damaso, e finalmente lutto il suo mobilio, ori VED ed argenti e altro, con obbligo, rispetto alla casa al vicolo Cacciabove, di dover- si concedere l'uso gratuito a povere ve- dove, e 1' altra in porzione come sopra nell'abitato degli ebrei per sovvenire le stesse vedove col fruttato di essa e di tut- ta la sua roba, cioè mobili, argenti ec, si dovesse vendere e rinvestire in Luo- ghi di 3 fonti Ristorali, assegnandoli per fondo d' uua cappellania di messe quo- tidiane, eretta nella chiesa delle con vit- ti ici del Bambino Gesù di Palestrina. E- seguila la vendita degli oggetti tulli la- sciati dal benefico Raggioli, fu erogato l'importo in luoghi ii:85di monti ri- storali ; ma dipoi attesa l'estrazione fat- ta de'medesimi dalla Carnet a apostolica, vennero rinvestiti in luoghi 9:80 del monte s. Pietro, per cui attesa la mino- razione del capitale, di conseguenza an- che del fruttalo, mancò il compimento dell'elemosina stabilita di bai. io per ciascuna messa. Allora fu che con decre- to della s. congregazione del concilio, de* 1 7 aprilei 747,venneroassegnati per fon- do di della cappellania quotidiana, tan- to i nominati luoghi di monte di S.Pietro, quanto la porzione di casa nell'abitato degli ebrei, e rimase soltanto nell'eredi- tà, ossia opera pia, la casa nel vicolo Cacciabove, che fu assegnata quanto alle stanze superiori per uso di 7 vedove, e le 2 stauze terrene d'attillarsi, il di cui ri- tratto, unitamente al fruito de'luoghi di monte di s. Pietro 9.0 erogarli nelle spe- se occorrenti dell' olio per la lampada nella cappella esisteute in delta casa, ac- concimi necessari, nella medesima distri- buzione di limoline alle dette vedove, e ricognizione al computista ed esattore. Posteriormente alla suddetta epoca, fu- rono sempre conferite l'abitazioni alle vedove secondo la carilalevole disposi- zione testamentaria del Raggioli, median- te nomina de'principi Barberini prò tem- pore, secondo la voloutà del testatore; e colla rendita delle due stanze terrene, noti che del frullo del luogo di monte VED spettante a varie opere pie, si fece fron- te agli acconcimi della casa, ed all'altre spese suindicate, e tutto ciò sino al 1 800, dopo la quale epoca essendo stata impo- sta la tassa della dativa reale, si dovero- no necessariamente sospendere le sov- venzioni alle vedove, poiché la reudita di delti pianterreni, e rata di fruttato delle case acquistate co' luoghi di mon- te, neppure è sufficiente a sostenere il peso degli acconcimi necessari e al pagamen- to della dativa. Per cui delle 7 abitazio- ni assegnate per le vedove, una si affitta pcgli acconcimi, e cosi ora vi sono 6 ve- dove soltanto. L' abitazione di ciascuna consiste in una stanza, in un camerino, ed iu una piccola cucina. Siccome il ca- samento è situato presso il vicolo Caccia- bove, dopoché cominciarono ad abitarlo le vedoverà parte ch'édinanzi ad esso pre- se il nome di vicolo delle Vedove. Il cardi- nal Monchini parla de'pii ricoveri delle vedove in Roma nel suo libro de°V Istituti di pubblicacarità in Roma o Saggio sto- rico e statistico, nella par. 2/, cap. 22 : Delle pie case per le vedove j e meglio nella Nuova edizione del 1 842, cap. 1 5 : Ospizi e case di ricovero. In questo di- ce delle case delle vedove del medico Ghislieri; di quella in via Paradiso per 5 vedove a nomina della deputazione di Sancta Sanctorum (^.) ; di quella del principe Ruspoli; di quella al Boschetto; di quella della parrocchia di s. Lorenzo in Lucina; di quella al vicolo delle Ve- dove, ed aggiunge. « Altra casa é pure nella parrocchia di s. Maria in Via nella strada Poli. L'arciconfraternita delia ss. Annunziata tiene una casa nella parroc- chia di s. Giacomo in Augusta in via del- l' Orsoline, e altra per 6 vedove al vico- lo de' Vecchiarelli. Simili ricoveri sono pure presso la chiesa della Pace per 9 vedove nominale dalla deputazione di Sancta Sanctorum, in via de'Polacchi, appartenente alla pia casa degli orfani, con 6 camere, e al vicolo del Villano con 1 1 stauze gueruile ciascuna d'uu Icito". VED 271 Finalmente in Roma molte pie persone albergano caritatevolmente vedove biso- gnose^ per 40 anni godè ospitalità quella vedovaElisabettaFrenazzi veneziana, sag già e ouesta.il i condizione servile e già ma- dre d'8 figli, morta dii 12 anni in Roma nel 1 835, come si legge ne'n. 3 e 89 del Diario di Roma, descrivendone gli ono- revoli funerali. Sulle vedove e altre don- ne tra' tanti scrittori ne ricorderò alcu- ni. Ziegler, De Diaconis et Diaconissis veteris Ecclesiae, Wittebergae 1678. Cardinal Agostino Valerio, Dell* istru- zione delle donne maritate. Delle don- ne cristiane. Sulla veduità. De* ricor- di lasciati alle monache. Del modo di vivere proposto alle vergini , Padova 1744- Del medesimo, Le istituzioni d'o- gni stato lodevole delle donne cristia- ne j illustrate dal Volpi, Padova 1 744» Serviez, Storia della vita dell'impera- trici romane, Venezia 1785. Guglielmo Alexandre,&onVz delle donne dalla pia remota antichità fino a' nostri giorni, Londra 17 7$. Dell' apostolato delle fem- mine ossia della parte che le femmine possono e debbono prendere nella pietà e nella religione, Roma 1800. Quest'o- pera la trovo registrata dal cav. Audrea Belli nella sua descrizione dell' Ospitale delle donne presso s. Maria della Con- solazione, nella quale encomiando il vir- tuoso praticato nel medesimo e altri spe- dali di Roma, dalle nostre principesse e signore particolari, registrò quanto di lo- ro disse Leoue XII : Beate quelle che si diportano così ! Anco le donne potino essere A postole. F. Barberino, Del reg- gimento e de' costumi delle donne , Ro- ma 1 8 1 8. Alcuni anni addietro fu stam- pato in Roma : Sulla turba didonne me- dichesse a danno dell'umanità e della vera medicina, Memoria del d.r Gioac- chino Luigi Tridenti. P. d. Gioacchino Ventura, La donna cristiana, Milano i853: Le donne del l'angelo, Milano 1 854 ; La donna cattolica, continuazio- ne delle Donne del Vangelo, Milano 272 VED i855 : La donnacattolica,tr adotta dal p. Marcellino da Civezza, Roma i856: Nuove Omelìe sulle donne del l'angelo, Milano 1857: Il modello delle vedove, Horaa 1 840. DellaPedagogia necessaria alle donne per Michele De Màtthias,Fe- renlino 1 85 1 . La donna nobilitata dal Vangelo, e considerata sotto il triplice aspetto di vergi ne,di sposandi madre /lei teologo Maurizio Ma rocco /Torino 1 855, Lodovico Domenichi, La nobiltà ed ec- cellenza delle donne, Venezia 1 549. Lo- dovico Dolce, Dialogo dell' istituzione delle donne, Yinegia 1 545. Ercole Mare- scotti, Dell eccellenza della donna, Fer- mo i58g. Agnelli, amorevole avviso al- le donne circa i loro abusi, Milano j 5g2. Girolamo Ercolini, La reggia delle vedove, Padova 1662. A. Firen- zuola,Z>e//e bellezze delle donne, Venezia 1 622.M.Thomasl&7g'gz<0 sopra il carat- tere, i costumi e lo spirito delle donne mvari secoliJ Venezia 1773, Cremona 1782 : traduzione di G. Grassi. Le tri- bolazioni delle maritate, dialoghi, Mon- za 1857. Ne dà un utile cenno la Civil- tà Cattolica, serie 3.a,t. io,p. 92. Nella Cronaca di Milano, an. IV, p. 1 1 vi è un articolo interessante che porta per ti- tolo: La condizione civile della donna a! tempi antichi, a! feudali ed a? moderni. Carlo Bartolomeo Piazza, Cherosilogio ovvero discorso dello stato vedovile, spie- gato colle memorie illustri di s. Galla patrizia vedova romana, Roma 1708, E' diviso in 3 decadi. Nella 1.* sono re- gistrale le memorie del sito e famiglia di s. Galla figlia di Q.Aurelio Anicio Sim- maco e cognata d' Anicio Manlio Tor- quato Severino Boezio celeberrimi ; e del- ie azioni illustri della santa nello stato di donzella, di maritata. e di vedova, quia- di di monaca. Nella 2/ del suo palazzo convertito in Chiesa di s. Maria in Por- tico (A.), in ospedale pegl' infermi (che vuoisi fosse ov'è la chiesa di s. Omobo- no, di cui nel voi. LXXXIV, p. 2 i5), e in ospizio de'pellegriui e altri poveri, di- VED poi rinnovato a tale uso e rammenta- to di sopra; non che dell'encomialo isti- tuto degli operai della Divina Pietà, nel- l'origine esercitato nella chiesa di s. Gal- la, ivi fondato dal sacerdote Giovanni Stanchi della Croce d'Arezzo, e poi tras- ferito nella vicina chiesa di s. Gregorio a ponte Quattro Capi, stimala già altra casa della famiglia Anici a. Nella 3.", in quanta stima e venerazione siano sem- pre state presso i gentili, gli ebrei e tut- te le nazioni, come nella Chiesa, le ve- dove delle prime nozze. Della stima e ve- nerazione e merito delle vedove ne' se- coli cristiani, e loro preclare virtù. Esem- pi memorabili delle vere e virtuose ma- trone romane vedove.Altri memorabili e- sempi di vedove sante e illustri nella s. Chiesa. Di quanta lode e slima siano sem- pre state le vedove caste non passale a se- conde nozze. Documenti preziosi di s. Gi- rolamo scritti dalla Palestina alle sante sue discepole nobili matrone romane Le- ta, Fabiola, Marcella, Melania, Eusto- chia e Demetriade, e alle buone, caste e sante vedove cristiane. Ammaestramen- ti e ricordi spirituali di s. Agostino alle matrone vedove cristiane, altro maestro di esse essendo stato s. Ambrogio. Salu- tare documento lasciò scritto s. Basilio Magno alle vedove contro le seconde noz- ze; Audiant ipsae mulieres,uteliam a- pud animali a r adone non pr aedita vi- duita tis honeslas, indecore iterati conju- gii anteponatur. Per non passare alle se- conde nozze anche i ss. Girolamo e Ago- slino ne riportano le ragioni. Delle gra- zie e privilegi concessi dalle leggi cano- niche e civili allo slato vedovile ; la Chie- sa espressamente pregando nelle sagre liturgie del venerdì santo per le vergini e per le vedove. Essere proprio ed ec- cellente ministero delle vedove l'educa- zione de' figli nella disciplina cristiana. Digressione per la cristiana educazione de'figli, tratta da'documenti del cardinal Anloniano. Lo Sposalizio 0 Matrimonio (/ .) in VED seconde nozze fu dello anche Bigamia (T .), chiamandosi Bigamo e Bigama, quello e quella che prende due mogli o due inalili, o simultaneamente o succes- sivamente. Senza il precedente Divorzio, la bigamia era condannata anche dalle leggi romane e di altri popoli. Il biga- mo subito incorre neìì' Irregolari tà^P.), ed a Papa s. Silicio del 385, da Novaes si attribuisce la proibizione, che gli am- mogliati con vedove si potessero ordi- nare. Leggi ecclesiastiche già esistevano, poiché si ha da' Canoni apostolici, e. 16 e 17.»» Non si ammetterà al Vescovato, al Presbiterato, o al Diaconato, ne a vernai ordine ecclesiastico, il vedovo che sarà stato maritato due volte, o chi avrà sposata una concubina, o una donna ri- pudiata, o una donna pubblica, o una donzella schiava, o una commediante, o altra donna di teatro". Nel riferire il p, Chardon che i bigami sono irregolari, chiama bigamo in questo proposilo, non chi commette il delitto d'aver due mo- gli tutte in una volta (che poteva chia- mare poligamo), ma chi passa alle secon- de nozze o sposa una vedova o una don- na che notoriamente non sia vergine } dappoiché tali matrimoni si reputarono sempre come macchiati d'incontinenza o di debolezza. 11 concilio di Neocesarea del 3 1 4 decretò col e. 7. » Quelli che si ma- ritassero molte volte, si ponessero in pe- nitenza per un cerio tempo ; proibizio- ne a'sacerdoti d'assistere a'eonviti di se- conde nozze, perchè quantunque per- messe, si riguardavano come una debo- lezza ". Col e. i.° il concilio di Laodicea del 367(0 meglio del 320) statuì. «Quel- li che hanuo contratto seconde nozze, li- beramente e legittimamente senza far ma- trimonio clandestino, saranno ammessi alla comunione per indulgenza , dopo qualche poco di tempo impiegato ne'di- giuni e nelle preghiere "'. Si legge nell'e- pistole canoniche di s. Basilio Magno. «Le seconde nozze ne'primi secoli della Chiesa obbligavano a penitenza, secondo VED a73 gli uni d'un anno, secondo gli altri di due anni ; le terze nozze di tre o quattro an- ni, si separavano dalla comunione. È no- stro costume di separar cinque anni per le lerze nozze. Non ostante non deve proi- birsi loro l'ingresso in chiesa, ma convie- ne ammetterli al numero degli auditori due o tre anni, dopo i quali potranno essere ricevuti tra' consistenti co' fedeli, ma senza partecipazione a'santi misteri ; in fine, dopo che avranno dato saggio del pentimento loro, saranno rimessi alla co- munione ". Delle classi e gradi de' Peni- tenti per la pubblica Penitenza nel Tem- pio, in tali articoli ne ragionai, colle di- verse denominazioni de'penitenti. Si può vedere ancora quanto analogamente scris- si nel voi. XLI1I, p. 282, e ne'canoni ri- portati de'rispetlivicoucilii,come in quel- li di Toledo del 633 e del 683. Parlan- do delle Donne, feci cenno de! riferito da S.Girolamo neh' Epist. 11, e qui me- glio dichiarerò, cioè che a suo tempo in Roma, mentre serviva Papa s.Damaso 1, della vilissima plebe vivevano una don- na che successivamente aveva sposato ventidue mariti, ed un uomo eh' erasi coniugato con venti mogli, i quali essen- do di nuovo restati vedovi si maritaro- no insieme, onde tutto il popolo si pose in espettazione chi sarebbe morto prima, e per così due chi de'due doveva ripor- tare vittoria, con seppellire il consorte. Vinse finalmente il marito, il quale co- ronato e con la palma in mano, accom- pagnato da mollo popolo acclamante, as- sistè a Ila tumulazione della moglie. L'ab, Dici ioli, Dizionario sacro-liturgico, net* l'articolo Matrimonio e sue regole ge- nerali da osservarsi, riporta la seguente. » Si guardi il parroco di non benedire que'sposi, che furono benedetti nelle pri- me nozze, tanto se l'uomo, quanto se la donna passasse alle seconde. Ma dove vi- ge la consuetudine di benedire le secon- de nozze d'un uomo con una donna non ancor maritata (perchè si reputa neces- saria la benedizione della donna, attesa 27+ V E D la maledizione data da Dio ad Eva ma- dre de' vi venti, come si ha dalla Genesi cap. 3, dove si legge: M ulti pile abo ae- rurnnas tuas j in dolore pariesfilios, et sub viri pò testate eris, et ipse dominabi- lur tui), questa si deve osservare ; ma non si benedicano però le nozze della vedova, ancorché si unisca con uomo non mari- tato altra volta ". Il testo Ialino si può leggere nel Rituale Romanuni : De Sa- cramento Malrimonii. Sulla benedizio- ne utiliziate dello Sposalizio, e degli al- tri riti che 1' accompagnano , occorre tenere presente quell'articolo. Siccome nello sposalizio pel detto motivo è neces- saria la benedizione della donna nubile, così in Roma si benedice oltre lo sposali- zio dell'uomo e della donna nubili, an- che quello dell'uomo vedovo colla don- na nubile; non però si benedice lo sposa- lizio dell'uomo nubile con la donna ve- dova, e neppure lo sposalizio d'una vedo- va con un vedovo. Il p. Chardon, Storia de' Sagramenti,ivalla nel t. 3, 1. 3, cap. 3 : Si cerea l'antichità d'alcune ceremonie della celebrazione del matrimonio. Nel e. 5 : Delle seconde, terze e quarte nozze. De' sentimenti degli antichi su questo proposito. De' vantaggi , di cui erano privi quelli e quelle che vi s' impegna- vano j e della penitenza a cui erano soggetti. Nel cap. 6: Di qual maniera erano trattati quelli che contraevano de' secondi e terzi matrimoni. Peniten- za che loro s'imponeva. Si negava loro la benedizione nuziale. Cambiamento di disciplina nato tanto nell' oriente , quanto nell'occidente in questo propo- sito. Passo d'ambedue i capitoli 5.°e6.°,e di sì estesa materia a darne un estratto,ol- tre un piccolocennodell'altrocap. 3.°; av- vertendo che brevemente del più essen- ziale di questo grave e delicato argomen- to ne ragionai nel voi. XLIII, p. 281, 282 e altrove, potendo servire di conclu- sione, insieme precipuamente a quanto in fine dirò, col dotto perugino cav. Pie- tro Veruiiglioli professore uclla patria u- VED ni versila di diritto cesareo e canonico, su questo vasto ed importante argomento ue'puuti più. rilevanti e con alcune inte- ressanti aggiunte. S. Paolo neWEpist. 1 a Timoteo spiega in poche parole la cor- rispondente dottrina della Chiesa , e la stima ch'egli ha per la vedovanza , che dipoi fu sempre in venerazione fra* cri- stiani, come già dimostrai : Onorate ed assistete le vedove che sono veramente vedove. Egli mai conta in questo nume- ro tutte quelle che avendo perduto i lo- ro mariti vivono nel celibato; ma quel- le soltanto, le quali solo sperano in Dio, perseverando giorno e notte nella pre- ghiera. Le vedove giovani, oziose, ciar- liere, curiose, ec. non sono nel numero di quelle che s. Paolo vuole rispettate, le quali desidera che si rimaritino, ch'ab- biano figli e governino le loro famiglie, per non dare motivo a'uemici di nostra s. Religione a rimproverarci. Ecco in po- che parole i sentimenti che sempre ebbe ed ha la Chiesa su questo particolare; il che non le impedì d'esortar le vedove a rimaner nel loro stato, come più vantag- gioso, e insieme di riguardare con una specie di quasi indegnazione le seconde nozze, ed a più forte ragione le terze e quarte. Due ragioni fra l'altre facevano entrarei cristiani primitivi in questi sen- timenti. Era lai.*, perchè leseconde noz- ze portavano seco un certo carattere d'in- continenza e di debolezza, che non si ac- cordava molto coli' austerità de' primi tempi, e con quello spirito di mortifica- zione e distacco da ogni piacere sensuale, che regnava allora fra loro, così fervorosi e virtuosi cristiani. L'altro motivo, che fece loro biasimar le seconde nozze, sen- za però riguardarle come illegittime, e- rano gl'inconvenienti che le seguivano, le gelosie e le dissensioni che suscitavano nelle famiglie , allorché precipuamente chi si rimaritava avea figli del i.° letto, come avviene tuttora, tranne rari casi. Quindi i Padri fecero sovente delle vive ed eloquenti dipinture di sifoni disordini VED per distogliere i vedovi e le vedove dal rientrar nel vincolo matrimoniale. Si di- stinse il facondo s. Gio. Crisostomo col Sermone 4o. Per brevità non ne fo cen- no , ma vi osservo appuntino descritto ciò che in pratica vediamo di frequente ancor noi, sui tanti generi di dissensioni, disoidini, parzialità nocevoli quasi inse- parabili ove sieno figli del i ,° letto e peg- gio sedai nuovo ne vengono o non ne ven- gono altri; sui padrigui e massimamen- te sulle matrigne, i primi poco comune- mente fauno da Padri (ì r .), le seconde ratissimamente fanno da Madri (^.), to' Figli dell'altro letto; ampio e deplora- bile campo di sciagure e di contese, che sono a notizia di tulli. Il non raro ri* chiamare il coniuge estinto, è un fomite terribile per le sue conseguenze. L'espe- rienza, i casi pressoché comuni, i non pochi esempi quotidiani, unitamente al- la debolezza che mostrava chi s'impegna- va nelle seconde nozze, erano i motivi che per esse ispiravano tanta avversione agli antichi, per cui talvolta li fece espri- mere con alquanta esagerazione, e quan- tunque in sostanza uon le considerassero come illegittime, come realmente uon lo sono, per averle permesse e per permet- terle la nostra madre e maestra la Chie- sa ; tranne gli eretici lìlontanisti, Nova- ziani (^J, e altri che irragionevolmen- te con ostinazione le avversarono, in uno al gran Tertulliano (Z^.) divenuto mi- seramente moutanista, nel riprendere a- clemente l'autore del libro Del Pastore, che avea autorizzato le seconde nozze e il nuovo coniugio de' vedovi e delle vedo- ve. Nondimeno e sebbenegli antichi non le riprovassero assoluta mente,e le riguar- dassero come veri matrimoni, e tali sono, le biasimavano però estremamente, co- me tra gli altri apparisce (\a\Y Apologia d'Atenagora, in cui loda i cristiani vedo- vi e vedove,e tratta nientemeno le secon- de nozze di fornicazione coperta dal velo di onestà. Minuzio Felice scrisse quasi ne'uiedesimi sensi. Ma questi e altri scrit- V lì D 27 ì tori ecclesiastici non si contentarono di celebrare la castità e la continenza de' cristiani, e talvolta per l'eccessivo zelo per essa, si servirono di tali severe espres- sioni che sembrano apertamente condan- nare i matrimoni reiterati. Tali sono l'e- spressioni adoperate ancora da' dottissi- mi s. Ireneo, s. Clemente Alessandrino^ (V.) e da Origene (f,)t che cadde ni de- plorabili eccessi, sino a rendersi Eunuco (A'.), oltre alcuni altri, i quali però devo- no interpretarsi favorevolmente e con- forme alla dottrina da s. Paolo sì chia- ramente spiegata. Origene però fra gli gli altri, nella sua Omelia 17 sopra s. Luca, in proposito esternò uu pensiero assai curioso o stravagante, arrivando a dire che le nozze recidive ci esclude dal regno di Dio, come i bigami lo sono da- gli ordini sagri, e quanto alle donne ve- dove, dal grado di Diaconesse j e che i bigami devono per questo esser manda- ti al fuoco eterno. Invece il i.°concilio ge- nerale di JN'icea nel 325, circa 72 anni do- po la morte d'Origene, dichiarò legittime le seconde nozze, ordinando che se i no- vaziani volessero ritornare alla Chiesa, fossero obbligati a non più riguardare co- me scomunicati quelli che ad esse fosse- ro passati. Noteròche contemporaneo d'O- rigene fu Valesio filosofo arabo,caposelta de' Salesiani (Z7.), il quale insegnò ilo- versi l'uomo rendere Eunuco 9 errore che tosto fu condannatodallaChiesa.il citato concilio diLaodicea del 367 o 32o,li chia- ma matrimoni legittimi. E s. Ambrogio dice, ch'egli secondo la dottrina dell' A- postolo, non vuol condannare le seconde nozze, sebbene steuti ad approvar la con- dotta di chi vi s'impegna, e che l'astener- sene è cosa assai più eroica e pei fetta. Le quali autorevoli parole mostrano ad e- videnza quali siano stati costantemente i sentimenti de' cattolici riguardo alle se- conde nozze fino allo scismatico Fozio, il cui mal talento contro la Chiesa latina, da cui separò la greca con nuovo scisma, l'indusse a rimproverarle, come errore, 276 VED il riguardarle legittime. Quanto alle ter- ze e alle quarte nozze, i Padri ne parlano in modo da fai arrossire que'che le con- traggono, e poco ci manca, che non le trat- tino di concubinato (la Chiesa ha sempre condannato tale disordine intollerabile e scandaloso, e quale adulte» io e fornicazio- ne, cioè i mariti che oltre alle loro mogli, vivano coniugalmentecon altra donna, in qualunque condizione la tenessero). L'au- tore delle Costituzioni apostoliche dice che le terze nozze sono giudicate una for- nicazione manifesta. Tali unioni le riguar- da s. Basilio come la scopatura della Chie- sa; non le condanna pubblicamente, poi* che le preferisce alla fornicazione manife- sta; nondimeno le disse ancora poligamia (laquide, che nelle donne dicesi polian- dria, considerata come propria piuttosto delle bestie che degli uomini, la Chiesa sempre severamente condannò, per aver- laGesù Cristo riprovata nel Vangelo, poi- ché senz'essere direttamente opposta alla legge naturale, poi ta però seco tanti incon- venienti nel matrimouiojche rende diffici- lissimo l'adempimento de'doveri. I prin- cipi d'accordo colla podestà ecclesiastica fecero leggi severe contro la poligamia, ed in Francia colla pena di morte ne'tempi antichi, cioè i convinti d'essersi|rimaritali viventi le loro mogli; poi li condannò al- la galera, e le donne frustate per mano del boia e poi racchiuse iti un monaste- ro. La poligamia è in uso presso i Tur- chi, e altre nazioni infedeli e idolatre; ma i turchi civilizzali e di buon senso ormai la ripugnano), o d'impudicizia a certi li- miti ristretta. 11 che senza dubbio deve intendersi impropriamente, e allora solo, che chi contrae siffatte unioni vi si lascia condurre dalia passione; poiché la storia c'insegna che persone dabbene nellaChie- sa, successivamente sposarono sette o ot- to mogli, come Carlo Magno, la cui me- moria sarà sempre in benedizione. Con- viene però confessare, che più rigida comparve in questo la Chiesa greca della latina, e che il rigore di quella riguardo VED a ciò giunse fino all'eccesso. Infatti Pira- peratore Basilio I ordinò nella sua No- vella, che si punissero le terze nozze se- condo il rigore de'canoni;e aggiunge, che se Giustiniano 1, e le leggi romane non hanno condannato le quarte nozze , egli le proibisce come concubinati, perchè con- dannate dalla legge di Dio. Il suo figlio e successore Leone VI, confermò la pa- terna costituzione, e vedendo che le quar- te nozze erano assai frequenti nel suo im- pero greco, ordinò che si punissero nella maniera che vogliono i canoni, senza far grazia nemmeno a quelli, che maritati si fossero per la terza volta, perchè la loro incontinenza, dic'egli, è riprovata fino fra le bestie. Leone VI però fu ili.°a portar la pena di sua legge, che violò col mari- tarsi per la quarta volta, non avendo a- vulo figli dalle 3 prime mogli. Gli si op- pose a tutto potere Nicolò patriarca di Costantinopoli, ma non potè impedirlo : egli ed i suoi prelati non vollero assiste- re al battesimo di Costantino VI, che nac- que da quell'ultimo matrimonio. Indi il patriarca scomunicò l'imperatore, e que- sti lo cacciò dalla sua sede, alla quale non fu restituito che nel regno di Costantino VI. Questo principe rad uno i vescovi del- l'impero, per riunire gli spiriti e ristabi- lire la memoria del padre. I prelati fu- rono lutti d'ini istesso sentimento, e iti proposito delle persone che si rimarita- vano fecero un regolamento, detto il Li- bro dell'unione. In esso fu stabilito: i.° che le seconde nozze sarebbero permesse; purché si contraessero con intenzioni af- fatto cristiane ; i.° che le terze nozze non sarebbero più permesse a coloro che aves- sero 3o ovvero /fO anni, quando avesse- sero figli del primo loro matrimonio , e se contravvenissero dovessero far peni- tenza per 5 anni i maritati la terza vol- ta di 4o anni, e non potessero comunicar- si fino alla morte che una volta l'anno, ed i maritati così di 3o anni stessero nel- la penitenza 4 anni, dopo i quali potes- sero comunicarsi 3 volle l'aouo; 3.° che VED le quarte nozze non dovessero riguardar- si come unioni legittime, ma quali concu- binati. Costantino VI approvò con una costituzione sì bizzarro decreto, e la Chie- sa greca rigorosamente l'osservò, in essa considerandosi le terze nozze come una specie di poligamia. Nella Chiesa occiden- tale non si è mai veduto tanto rigorosa- mente trattare que' che passavano alle se- coude e terze nozze; si riguardò tal con- dotta come una debolezza, ma non proi- bì i matrimoni reiterati, tranne nella Spa- gna, come dissi in principio di quest'ai ti- colo,oveda'vescovi cheallora aveano par- te nel governo, in due concilii, severissi- mamente furono scomunicale le vedove regine se si rimaritavano e scomunicati i re che la vesserò sposate, e di più condan- nandosi sul phure is cum diabolo contro.- datar ignibus exurendusj e poi le regi- ne vedove furono costrette a rendersi mo- nache. Tanto rigore è unico; come dirò, altrove furono imposte altre minori pe- ne, come non si permise alla vedova il ri- maritarsi nell'anno del suo Lutto o cor- ruccio, altrimenti secondo il gius romano era privata di sue convenzioni e notata d'infamia. Prima di tal disposto dagl'im- peratori, le leggi non richiedevano che io mesi di celibato. Questa legge passò in alcuni luoghi nella Chiesa , come appa- risce da'canoni di Teodoro di Cantorbe- ry, in cui fu proibito agli uomini di rima- ritarsi, se dalla morte delle mogli non era passato un mese, ed alle donne, se dopo quella de'loro mariti non era passato un anno; ma se si rimaritavano prima, non erano perciò notati d' infamia. Sembra che la Chiesa non approvasse neppure questo rigore,e coll'andare de'lempiUi ba- no III deli i 85 e Innocenzo III deh 198 lo condannarono; quantunque per altro non sia egli molto commendevole in una vedova il passare alle seconde nozze su- bito dopo la morte del suo marito. Quan- to poi all'altra pena intimata alle vedove, che contravvengono alle leggi di Grazia- no, dicono i giureconsulti , che ciò si os- V E D 277 serva al presente (al tempo in cui scrive- va il p. Cimi don) neppure fuori di Fran- cia; ma nella parte del regno in cui si se- guiva il diritto romano, era in vigore. Quanto alla disciplina della Chiesa, per quelli che contraevano le seconde e terze nozze, sue penitenze, e cambiamento di disciplina, quelli che vi passavano dove- vano un tempo soggiacere alla penitenza. Nel 3 i4 »1 discorso concilio di Neocesarea ne parla comedi cosa già nota, e aggiun- ge solamente, che la loro fede e buona vita meriteranno che ne sia accorciata la durata. Quello di Laodicea del 3 20, parlando de' vedovi che si rimaritano, quantunque eglino lo facciano pubblica- mente e lecitamente, ordina che passino qualche tempo nell'orazione e nel digiu- no, prima d'essere ricevuti alla comunio- ne della Chiesa, che farà loro grazia. Que- sta disciplina era comune a tutte le chie- se del mondo, ed i canoni de'due coucilii furono ricevuti dalle chiese latina e gre- ca. In conseguenza di quest'universale os- servanza, il concilio di Neocesarea avea vietato a'sacerdoti il trovarsi a Testini del- le nozze di coloro chesi rimaritavano, co- me già rilevai; e qui aggiungerò , aver osservatoZonara,pei che trovandovisi pre- senti i sacerdoti, venivano ad autorizzar le seconde nozze, e non erano più in istalodi porre in penitenza que'che vi s'impegna- vano. Quanto lasciò scritto s. Basilio sul- le penitenze e loro durata, lo notai più sopra, come de'gradi di penitenti cui ap- partenevano i diversi bigami. Teodoro di Canlorbei y, e dopo lui Egberto di York, condannarono i bigami ad astenersi dalle carni ogni 4-* e 6/ feria pel corso d' un anno, e oltre a ciò per lo spazio di 3 qua- resime. Conquesto spirito Egberto proi- bì a'sacerdoti l'intervento al festino ocou- vito nuziale de'bigami, perchè ad essi e- rano obbligati imporre la penitenza. Ol- tre la penitenza, a cui i bigami e gli altri a proporzione erano soggetti, erano au- cora privi della nuziale benedizione; in che le chiese d'occidente erano d'accor- y?8 V E D do con quelle d'oriente. Tra* riti dello Sposalizio vi fu quello del velo, che si distendeva sulla testa de'maritali, non pe- rò a' bigami, per non ricevere la nuziale benedizione. Si legge in un mss. di s. Vit- tore, che quando i due sposi si danno la mano,quegli che si marita in seconde noz- ze non presenta la sua mano ntida,ma co- perta. La benedizione nuziale, sebbene era riconosciuta sin da' primi tempi ne- cessaria per la santità del sagramento, non si dava nel matrimonio delle vedo- ve. Rende testimonianza di questa disci- plina s.Cesario, dicendo neìSermone 289. m Che quegli che desidera di maritarsi sia vergine, coni' egli vorrebbe che lo fosse quella ch'ei sposa ; poiché s'ei non lo è, non meriterà di ricevere la benedizione colla sua sposa". Il cap. i3o del 6.° libro de Capitolari de'redi Francia, suppone questa disciplina quando proibisce a chi non si maritò altre volte, il farlo senza la benedizione del sacerdote; dando a di- vedere apertamente,che quelli i quali era- no maritati per l'avanti non ricevevano la benedizione. Quest'uso si conservò nelle chiese di Francia sino al XIII secolo. Du- rando nel Ra rionale e altri, ne ignora- rono la vera ragione, immaginando, che non si benedicessero i vedovi quando si rimaritavano, perchè erano slati benedet- ti una volta, né doversi reiterare tal be- nedizione. Durando aggiunge, che in al- cuni luoghi si benedicevano i matrimoni de' vedovi, quando 1' una delle parti era vergine. Però s. Teodoro Studila spiega mirabilmente quanto concerne questa materia, tanto per rispetto alla peniten- za , a cui si soggettavano i bigami, che per riguardo alla privazione della bene- dizionesacerdotale,etoglie al tempo stes- so da gran teologo una difficoltà consi- derabile . che si presenta in tal materia, descrivendo i riti dello Sposalizio. Egli dice, le seconde nozze sono permesse dal- l' Apostolo e da Gesù Cristo medesimo; ma questa non è una legge, come dice s. Gregorio il teologo, è un'indulgenza; ora VE D T indulgenza suppone una debolezza ed un'azione riprensibile. L'accenna l'Apo- stolo col dire : Se non sono da tanto di contenersi, che si maritino; essendo l'in- continenza una debolezza. Quindi è, che i Padri vollero soggetti alla penitenza 1 bi- gami, e proibirono a'sacerdoti l'interve- nire all'allegrie delle seconde nozze. Dun- que egli è giusto di coronar il primo ma- trimonio, ch'è propriamente legittimo e vittorioso dell'incontinenza. Qui s. Teo- doro parla, secondo il costume de'greci, i quali chiamavano coronamento la nu- zial benedizione, perchè il sacerdote nel congiungei li poneva in capo allo sposo e alla sposa a ciascuno una corona. Egli è seguilo dalla s. comunione, ed i sacerdoti hanno parte all'allegria di quello, ad e- sempio del medesimo Gesù Cristo. Ma il secondo matrimonio non è coronato, per- chè si soccombe alla fiacchezza, e non vi si comunica, dovendo i contraenti esser- ne privi per uno o dtie anni; né si dà in quello benedizione di sorta, perchè non ve n'ha che una per le prime nozze. Ne segue dunque, secondo la s. Scrittura e i Padri, che il sacerdote non fa celebra- zione delle seconde nozze, e non riceve quelli che le han contratte, che dopo compiuta la loro penitenza, quand'è lo- ro permesso di comunicare;allora egli dà loro una specie di benedizione nuziale. Prosiegue s. Teodoro, che se voi chiede- te, perchè eglino abitino insieme? io dirò, che ciò fanno in virtù del contratto ci- vile,come nella trigamia e poligamia, poi- ché i Padri così chiamarono i matrimo- ni dopo il terzo. Forse chiederete anco- ra, se quando I' una delle parti è vergi- ne, gli si debba mettere in testa la coro- na, ponendola all'altra sulla spalla , co- me dicono alcuni ? Questo mi sembra co- sa ridicola; imperocché per le terze noz- ze dove dovrà mettersi la corona? Io sti- mo dunque, che la parte vergine meriti di perdere il suo privilegio, unendosi per sua elezione a quella che non lo è ; sotto- mettendosi così alla pena della bigamia. VED Tn questo modo s. Teodoro spiego a un tempo stesso, e il dogma e la disciplina sagra menta le rispetto al matrimonio, e conferma gli osi, de'qnali si tratta ne'ri- ti dello Sposalizio. Nel dir egli, che do» no aver compiuta i bigami la loro peni- tenza, ricevono essi una specie di bene- dizione nuziale , può molto contribuire alloscioglimento d'una difficoltà, che s'in- contra su questo proposilo negli Euro- logi de'greci, che sembrano contraddir- si; giacche vi si leggono da una parte que- ste parole spettanti a'matrimoni reitera- ti, il bigamo non si corona; e dall'altra tì si vede l'uffizio proprio della celebra- zione delle seconde nozze, uno de'riti del quale è la coronazione; il che non può altrimenti conciliarsi, se non col dire, che quest'uffizio non è propriamente parlan- do, quello del matrimonio, ma come di- ce s. Teodoro, una specie di benedizione nuziale, eh' è differentissima da quella che si dà a coloro che si maritano la pri- ma volta; oltreché i greci dopo il Libro dell' unione suddetto, hanno alterato di molto la loro disciplina, come osserva Re- na udot nella Liturgiarum Orìentalium colleclio. Ecco la maniera, con cui pre- sentemente adoperano i greci in questo particolare. Si dicono subito le orazioni ordinarie , e si recitano due benedizioni sopra i maritati, a'quali il sacerdote dà gli anelli, come nelle prime nozze, poi di- ce un'orazione che conviene propriamen- te alle seconde, con cui egli domanda spe- cialmente a Dio la remissione di quella colpa, che commettono coloro i quali en- trano di nuovo nello stalo matrimoniale, ed è del seguente tenore. » Signore, che perdonate a tutti, e che vegliate sopra tut- ti, che conoscete ciò che gli uomini hanno di occulto, perdonateci i nostri peccati, e rimettete l'iniquità de'servi vostri, chia- mandoli a penitenza, e accordando loro il perdono de' loro difetti , e la remissione de' loro peccati volontari o involontari. Voi, che conoscete la fiacchezza della na- tura umana, di cui siete il formatore e VED 279 il creatore; Voi , che avete perdonato a Piaab la peccatrice, e che avete accettato la penitenza del Pubblicano, dimentica- tevi de' nostri peccali ... Voi, o Signore, che unite i vòstri servi N. N., uniteli d'u- na carità reciproca: concedete loro la con- versione del Pubblicano, le lagrime del- la peccatrice, la confessione del Ladrone, affinchè per una sincera penitenza di tut- to il loro cuore, adempiendo i vostri co- mandamenti, nella concordia e nella pa- ce, possano pervenire al vostro celeste re- gno". La 2/ orazione è in termini anco- ra più forti. » Perdonate, Signore, la ini- quità decervi vostri, i quali non potendo sostenere il peso del giorno, ne l'ardore della carne, si uniscono insieme con un secondo matrimonio, siccome Voi avete ordinato per bocca di Paolo vostro Apo- stolo, vaso di elezione, il quale disse, a ri* guardodi noialtri meschini, esser meglio il maritarsi, che abbruciare. Voi dun- que che siete buono e pieno di misericor- dia verso degli uomini, perdonateci e ri- metteteci i nostri peccati ec."Nell'orazioni che seguono non vi è molta diffidenza, per- chè l'uso presente della Chiesa greca es- sendo di corouare le seconde nozze, si a- doprano quelle che sono adattale alla or- dinaria coronazione, il che prima non si faceva. 1 greci fanno oprili altrettanto Col- ei DO le terze nozze; ma per le quarte non si trova che abbiano una speciale benedizio- ne, e le riguardano come un abuso, cui sono obbligati a tollerare pel bene della pace, ma senza approvarlo. 1 giacobili dei pari che i greci hanno ceremonie e ora- zioni differenti perla benedizionedelle se- conde nozze, e ne'loro antichi rituali tro- vatisi le seguenti. Le prime orazioni, che riguardano la primitiva istituzione del matrimonio nella legge di natura, sono le medesime, come nell' uffizio delle pri- me nozze. Non leggono però la stessa e- pistola, ma una particolare, tratta dalla i." a' corinti , e 7, nella quale s. Paolo permette le seconde nozze: si ommette la coronazione, e si tacciono pure l'orati 0- 280 V E D ni solite a farsi sopra le corone, e in ve- ce dell'orazione propria per lai ceremo- nia, se ne dice imi* altra, che Ira I* altre cose contiene ciò che segue.»» Noi suppli- chiamo la vostra bontà, Voi, che pieno siete di amore pegli uomini, in favore del vostro servo N. e della vostra serva N., i quali si uniscono presentemente in ma- trimonio, a cagione della loro fiacchez- za, e perchè il celibato lor sembra troppo duro. Perciò, Signore, non imputate loto questo peccato, ma accordate loro il per- dono e l'assoluzione ec. ". Si pronunzia poi su di essi l'assoluzione. Ci sono anche dell'espressioni più chiare, che danno a divedere, che la Chiesa riguarda un tal matrimonio come una colpa veniale, do- mandandosi nelle preghiere a Dio, ch'egli conceda a'mai itali la penitenza del buon Ladrone, ec. come ne'rituali greci. Quin- di Echimini avendo riferita questa disci- plina, e parlando dell'orazioni che fanno i sacerdoti, aggiunge: »La preghiera, che il sacerdote fa sopra di essi, è unicamente per domandare il perdono de' loro pec- cali. Se l'uri de' due non è vedovo, il si benedice solo". Negli altri rituali giaco- biti, e particolarmente in quello che vie- ne attribuito a Giacomo di Edessa, e in un altro ch'è tra loro mss., non vi è pre- ghiera, né rito alcuno prescritti perle se- conde nozze; il che può far credere, che igiacobiti della Strìa osservassero appun- tino il divieto fatto dagli antichi canoni contro i bigami,» quali è proibito il coro- nare, cioè il dar loro la ouzial benedizio- ne. In un altro uffizio pure della corona- zione, ad uso de'nestoriani, composto da Benham, non vi è alcuna preghiera per le seconde nozze; e siccome quest'uffizio è concepito quasi negli stessi termini di quelli de' greci e de'giacobiti sii i per le prime nozze, nulla convenienti alle secon- de nozze, è molto probabile, che per ce- lebrarle la chiesa nestoriana non abbia mai avuto alcun rito particolare. Impe- rocché i greci, comesi è detto, riguardo a'bigami hanno cambiata la lorodiscipli- V E D . na, coronandoli, e allora fu d' uopo di comporre delle nuove preghiere per que- sta ceremonia. I nestoriani adunque, la separazione de'quali dalla Chiesa catto- lica risale dal concilio d'Efeso del 43i, ponnoaver ignorato somiglianti preghie- re, le quali prima della loro separazione dalla Chiesa greca non erano in uso. Quanto alla Chiesa latina, la sua antica disciplina circa le seconde e terze nozze presentemente è abolita. Quelli che vi si rimaritano, lo fauno colla medesima libertà, che quelli cui si maritano la pri- ma volta, e appena vi si fa riflesso. In oc- cidente non vi è più penitenza pe'bigami, non è più proibito a'sacerdoti il trovarsi all'allegrie delle seconde nozze. Altro non ci resta di quest'antica disciplina, che la irregolarità, in cui s'incorre da chi si ma- rita in seconde nozze, o sposa qualche ve- dova , e la proibizione di benedir solen- nemente le seconde nozze, dovendosi os- servare il detto nel Rituale Romanum, e riferito di sopra; anzi si può anco, per av- viso del cardinal s. Carlo Borromeo ar- civescovo di Milano, benedirle in que'luo- ghi, ove esiste tale consuetudine , il che pure notai, massime se una giovane, va- le a dire una zitelia, sia quella che sposi un uomo vedovo. Il De Marca osserva ancora un'altra differenza su questo pun- togli cui parla in un'operetta da lui pub- blicata intorno al sagramento del matri- monio. Nel riferirne un cenno, appari- rà di qual sentimento egli sia intorno a una difficoltà teologica, che nasce dal- l'antica disciplina, circa i secondi e terzi matrimoni; donde rilevasi, che su questo punto egli è del sentimento quasi simile a quello di s. Teodoro Studita e già ri- portato. Eccone le parole. » Dipoi, miti- gando la Chiesa il suo antico rigore, fece celebrare i matrimoni de'bigami da'sa- cerdoliji quali gli univano in matrimonio, ricevevano le loro oblazioni, e celebra- vano il sagrifizio per esso loro, di manie- ra che questo contralto civile diviene per tal mezzo un vero sagramento della uuo- VE D va legge: ma per conservare di qualche maniera la proibizione degli antichi ca- noni, non si recitano sopra i bigami alcu- ne orazioni, contenenti delle benedizioni pe'niai itati, solite a recitarsi a favore del- le prime nozze". Potrebbe forse non es- ser altro , soggiunge il p. Chardon, che uu resto di quell' idea, che si aveva un tempo della debolezza di chi passava a seconde nozze , quello scampanio e quel bordello, che si fa in alcuni luoghi alla porta di coloro che si rimaritano, quan- tunque ciò si opponga e allo spirito del- la Chiesa ed all'onestà (in Roma il prov- vido governo eliminò del tutto tale inde- cenza immorale ne' miei verdi anni, e la vidi alcuna volta praticata ne'maritaggi di vecchi vedovi, di bassa condizione , e da persone appartenenti a tal classe; ma in alcuno de'dintoi ni di Roma, con pena la vidi sussistere e talvolta praticata per tali e da tali persone). Quest'abuso non è già nuovo, poiché il concilio di Langres del 14^1 proibì di fare tali insulti a* ve- dovi d'ambo i sessi, diesi rimaritano, e chiama una tale azione, degna di rimpro- vero. Un concilio di Narbona, tenuto al principio del secolo XVII, ordinò a' ve- scovi di proibire cotali baie indecenti, sot- to pena di scomunica. Ma siccome que- sti statuti ecclesiastici non erano sufficien- ti ad arrestare il corso di questo pubbli- co scandalo, vi s'interessò la podestà go- vernativa, e vi rimediò assai più effica- cemente, imponendo delle pene pecunia- rie a chi facesse in avvenire tali degra- danti bordelli. In Francia e altrove fu- rono giustamente decretati anche casti- ghi corporali, contro sì pessimo costume, veri baccani, che videe riprovò il p.Char- don. Notò il suo traduttore e commenta- tore p. Bernardo da Venezia, nella metà del secolo passato. » In alcuni paesi italia- ni cotanto è invalsa la persuasione di de- bolezza in simili persone rimaritate, che sembra autorizzarsi dalla pubblica auto- rità il dileggio loro fatto dalla plebe in simili incontri; né possono gl'infelici au- VOL. LXXXVIII. VED 281 darne esenti, se non se contrattando per così dire co'caporioni della plebe , e pa- gando loro una certa somma o in dena- ro o in roba, per esimersi da tali insulti". E qui mi sia lecito il ricordare che sif- fili degradanti baccani si praticò pure con quelli che abusando eccessivamente del Pino, di frequente si ubbriacavano; non meno che per altre cose, tra le qua- li un recente esempio lo leggo nel n.° 297 del Giornale di Roma dei 1857. « La Gazzetta universale tedesca pub- blica in data di Monaco di Baviera, 1 7 di- cembre, ciò che segue: Domani partirà lina compagnia d'infanteria di linea per recarsi al villaggio di Holzkirchen, sulla ferrovia di Salisburgo, all'oggetto di pre- star manforte alle autorità, le quali han- no istituito un processo contro un antico uso, ora ricomparso, e conosciuto sotto il nome di Harbefeldt Reiben. E' questa una specie di giudicio vemico contro le persone che la coscienza popolare ritiene per colpevoli di qualche atto d' ingiu- stizia, d' immoralità ec. Verso la mez- zanotte un centinaio di uomini colla fac- cia tinta si portano alla casa dell' incol- pato, gli fanno un baccano spaventevole; sparano fucilate, e finiscono con leggere un discorso a di lui carico. Ordinaria- mente i soggetti presi di mira sono im- piegati pubblici, ecclesiastici, capi comu- nitativi, ricchi possidenti, ec. Si assicu- ra che fra gli esecutori del giudicio po- polare si usa anche di fare un terribile giuramento per il segreto. Si proibisce ancora a' curiosi di avvicinarsi al luogo dell'esecuzione, dopo la quale gli nomi- ni mascherati si disperdono senza che se ne possa ritrovare la traccia. Il processo è già iniziato, ed ha per oggetto di scuo- prire i membri e i capi di questa segre- ta società ". Sospettando che sì ripro- vevole costume siasi praticato pure co' vecchi bigami, lo riportai. Il p. Char- don nel cap. 16, parlando del matri- monio de' vecchi, dichiara. L' età de- crepita potrebbe considerarsi come una '9 282 VED specie d'impotenza al medesimo; tuttavia siccome abbiamo degli esempi di vecchi, i quali ebbero de'fìgli in età assai avari- zata,couieMassinissa re diJVumidia, ch'eb- be un figlio d"8o anni, anzi Catone il cen- sore l'ebbe d'88, e Uladislao re di Polo- nia n'ebbe due di 90 anni; così la Chie- sa non giudicò bene di pori e la vecchiez- za tra gì' impedimenti del Matrimonio, come aveauo fatto due consoli romani col- la legge chiamata dal nome loro Pappia Poppaea, la quale proibì agli uomini il maritarsi dopo 60 anni, e alle donne dopo i 5o. Ma se la Chiesa non ha proibito a* vecchi di maritarsi, massime quando poti- no sperare d'aver ancora de'fìgli, può pe- rò dirsi ch'ella sempre biasimò quelli che lo fecero, specialmente quando non po- tevano sperare posterità da' loro matri- moni , o perchè sentissero il loro vigore quasi spento, o perchè uniti si fossero con femmine incapaci per la loro età di dare ad essi de'figli, ma per altro abbastanza giovani per gustarne i piaceri. 1 Padri della Chiesa di sovente inveirono contro «'vecchi e le vecchie, i quali entrano nel- lo slato del matrimonio, e in modi tali esprimendosi da farli arrossire di loro in- continenza. Alcuni di essi giunsero a qua- lificare i matrimoni de' vecchi, vergogno- si concubinati, coperti col velo d' un sa- gramento, ch'essi disonorano, ricevendo- lo con fini del tutto differenti da quelli che dee proporsi chiunque abbraccia que- sto stato. Giunsero alcuni non antichi teo- logi a dichiarare,esservi certi vecchi e vec- chie, il matrimonio de' quali è nullo, per considerarli troppo logorati dagli anni. In ciò sembrauo troppo rigidi, dice lo stesso p. Chardon,e pare ch'essi dovevano con- tentarsi di biasimare tali matrimoni, e la condotta insensata, e s'è lecito il dirlo,ag- giunge, lussuriosa d'alcuni vecchi, i quali in un'età quasi decrepila si maritano con giovani persone, senza avanzarsi a chia- marli nulli,non avendoli mai la Chiesa tali dichiarati. I Padri del concilio del Friu- li 0 d' Aquileia erauo d'avviso, che non VED si dovessero maritare insieme, se non per- sone di quasi la medesima età, imperoc- ché la troppo grande deplorabile disugua- glianza cagiona sovente la perdila dell'a- nime, ed è causa di molti e gravissimi di* soldini; ma non dicono però, che tali ma- trimoni sieno assolutamente pai laudo in- validi. Ora a motivo dell'ampiezza, varie- tà e interesse dell'argomento, per ultimo trovo opportuno, quasi a riepilogo, schia- rimento e conclusione di dare ragguaglio dell' insegnato, in breve e sugosamente, dal prof. Vermiglioli colle Lezioni di di- ritto canonico, nel lib. 4, lez.2 1 : Delle se- conde nozze; e terminerò col medesimo e colla lez. 21 del lib. 1: Del non doversi ordinare i bigami, quelli cioè che. han- no avuto duco più mogli. Era stabilito dalla legge civile, che la donna a cui era morto il marito non potesse passare a se- condi Voli[V^) se non decorso un anno dalla seguita morte, e lo stesso ancora al marito se vedovo rimaneva, e questo tem- po dicevasi Vanno del lutto, e se duran- te questo tempo, o l'uno o altro andava a seconde nozze era infame. Dicevasi au- iw del lutto perchè dovea piangersi la mancanza del coniuge, e per l'onore, ri- spetto e ricordanza che dovea aversi del medesimo, e pel doloreche si dimostrava dalle vesti di Lutto, ch'erano ordinaria- mente negre l'usate da'romani, come al presente tra noi, onde scrisse Tibullo: Os- sa incinctac nigra candida veste lega/ti. Talvolta e in alcune circostanze i romani usarono ancora nel lullo un reticolo o ber- rétto bianco. Dice s. Paolo: La moglie è legata alla legge tutto il tempo che vive il marito , che se muore ella è in libertà di sposar chi vuole , purché sia secondo il Signore; cui devesi aggiungere, e secon- do le prescrizioni delle leggi civili e cano- niche , e segnatamente del concilio di Trento. Le seconde nozze ponno farsi an- che replicatamele, non opponendosi la Chiesa, ma come dice s. Paolo, secondo il Signore, cioè non per stimolo di pas- sione o interesse, ma a seconda della leg- VED gè del Signore e di sua Chiesa, e ni fine santo del Matrimonio. Contali condizio- ni sono permesse le seconde nozze, dalle quali s. Paolo bramerebbe sì astenesse- ro i cristiani. I Papi Urbano III e Inno- cenzo III tolsero la detta legge, che stabi- liva al marito e moglie superstite la nota d'infamia se dentro l'anno del lutto si fos- sero rimaritati. L'Apostolo anche com- menda e loda, non vieta passare alle se- conde nozze. Eziandio presso gli antichi, era lodato e fregiato colla corona di pu- dicizia quel coniuge , che si contentava d'un solo matrimonio, echi passava a se- conde nozze non riscuoteva alcun plauso, ne celebrar poteva feste e allegrezze , di che resero ragione Fiacco e Plutarco. Nel- YHist. Eccl. scrive Socra te^ che chi si può astenere dal passare a seconde nozze dà segno manifesto di maggior castità e tem- peranza, e segnatamente se dal i .° coniu- ge ha avuto prole, verso della quale il nuovo coniuge non può avere natural- mente propensione e alletto, come lo di- mostra Costantino I nella legge sui tuto- ri. Meno male se passano a seconde nozze que'che non hanno figli, se pel retto de- siderio d'averli lo fanno. Dice Claudiano: Nascetur ad fructum mulierprolemque futura ni; ed anche per estinguere il fo- mite della libidine, ed è meglio il prender moglie che cedere alle tentazioni, perchè, come dice s. Ambrogio,la gloria del conti- nente non istà nel non essere tentalo, ma nel non esser vinto , e qui sta il merito. Si prescrive a'parrochi di non benedire le seconde nozze allorché uno de' coniugi sia stalo benedetto, non dovendosi repli- care la benedizioneje se diversamente ope- rasse il parroco, una volta per disposizio- ne d' Alessandro III del i i5g, rimaneva sospeso dall'uffizio e benefizio, ma secon- do l'odierna disciplina della Chiesa viene punito ad arbitrio del vescovo. In qual- che luogo è vigente la consuetudine di benedire le seconde nozze d'un uomo, che fu già benedetto, con una donna uon ma- ritala; quella deve osservarsi. Non si be- V E D *83 nedicono però le nozze della vedova an- corché si unisca con un uomo non mari- tato altra volta. Nel i.° caso si reputa ne- cessaria la benedizione della donna atte- sa la maledizione data daDioadEva. Que- sta benedizione, che dicesi nuziale, ancor- ché cada sotto precetto, e gli sposi debba- no riceverla, tuttavia questa obbligazione non osservata non induce peccato mor- tale, e se viene trascurata, escluso il di- sprezzo, il che sarebbe soltanto colpa ve- niale perché non é necessaria all'essenza e integrità del sagramento, e tutte le pe- ne sono tolte che s'imponevano a quelli che passavano a replicate nozze. Bensì è conveniente che le donne non passino sol- lecitamente alle seconde nozze per due ra- gioni: i." per non rendere incerta la pro- le che ne nascerebbe, e che si dubitereb- be se sia deli.0 o del i.° marito; i.° per evitare il sospetto di adulterio, vivente il i.° marito, con quello con cui sollecita- mente celebra le seconde nozze, o alme- no non dimostrare che vivente ilr.° ma- rito pensava già di rimaritarsi. I bigami non ponno ordinarsi, e questa proibizio- ne rimonta la sua origine dal principio della nascente Chiesa, che la deduce dal- la s. Scrittura. Da essa e dal Levitico si ricava, che il sacerdote non poteva sposa- re se non una vergine, e non poteva aver più d'una moglie, né poteva ripudiarla. Questa vergine dovea essere della stirpe d'Israele, e secondo Filone della tribù, sa- cerdotale. Da ciò ne addivenne che a'bi- gami è stato in ogni tempo negato il po- tersi ordinare, come decise nel 3^5 ili.° concilio generale di Nicea; legge che os- servarono pure gli ariani. Anche i genldi stabilirono, che il sacerdote Flamiue Dia- le non potesse essere che marito d' una sola moglie, come si ha da Plutarco, Li- vio e Tertulliano: Certe Flaminica non rdsi uni vita est, quae et Flamini* lex est. Questo è stato sempre il sentimento del- la Chiesa, dichiarato nelle sue antiche e nuove costituzioni. La bigamia propria- mente detta è l'aver preso successi vamen- 284 V E D le e in divet'90 tempo legittimamente due mogli, a differenza della monogamia, ch'é l'aver avuto una sola moglie, e quest'uo- mo senz'alcun impedimento e proibizio- ne può ordinarsi, a differenza del biga- mo che n'é indegno, sebbeue le seconde nozze non siano condannate, le quali pe- rò, come ripetutamente notai, dagli anti- chi si aveano come esose. La bigamia in triplice modo si costituisce, essendo ve- ra, interpretativa, simililudinaria. Ve- ra quando uno successivamente e legit- timamente si congiunge econosce più mo- gli, deve ambedue averle copulate, men- tre se la seconda fosse monogoma non sa- rebbe bigamia. Sulla vera bigamia nasce non piccola questione fra'ss. Padri, e se- gnatamente fra 'due gran dottori s. Ago- slino e s. Girolamo, se dovesse dirsi ve- ro bigamo e irregolare quegli che avesse avuto due mogli, una avanti il battesimo, l'altra dopo. La disputa si basava sul pre- cetto dell'Apostolo che prescriveva non potersi ordinare se non chi avea avuto una sola moglie. Nel caso della disputa, l'una e l'altra, tanto la prima che la se- conda erano vere mogli, ciò non ostante chi sosteneva non esservi bigamia diceva, che pel battesimo uno diventa un nuovo uomo, e che tutto resta tolto di quello si era fatto prima. Chi sosteneva la bigamia diceva non essere il matrimonio un delit- to, che potesse cancellarsi col battesimo, e che bigamo sempre dovesse aversi quel- lo che avesseavutodue mogli. Decise poi in tal modo la disputa Papa s. Innocen- zo I (del 402> co"a decretale Epist. i^ ad Episcopus Synodi Tolosan. cap. 6: dichiaralo irregolare il bigamo, questo disse pure colui che presa moglie prima del battesimo, ne pigliasse un'altra dopo battezzato, njorta la prima). Interpreta- tiva quando non è intervenuto un secon- do matrimonio, ma virtualmente e colla intenzione, ed è quando uno contrae, e co- pula con una sola, ma che sia vedova. Se si contrae con quella che prima si fosse conosciuta, non si reputa bigamia, e nep- VED pure se si facesse matrimonio con una che con altro si fosse congiunta, ma che non fosse stata conosciuta. La Similitudina- ria è quella che si contrae dall'insignito d'Ordine sagro, o obbligato da Volo so- lenne con traendo e consumando con don- na vergine, quantunque ne di diritto, né di fatto si contragga con due, ciò non o- stante l'ordine ricevuto, ed il volo solen- ne ha fatto la congiunzione spirituale e similitudinaria con Cristo.È bigamo quel- lo che si congiunge con una vedova , e con una che siasi con altro accoppiata, e chiunque si sarà congiunto con una ver- gine, anzi con maggior rigore si procede contro quello che si congiungesse con don- na adultera, o contraessero, rna uiunoa- vendo fatto voto di castità coll'essere ri- messi dagli ordini sarebbero puniti con altre pene stabilite da'eanoni. Similmen- te si ha come bigamo quello che in di- verso tempo avesse avuto due concubine (dice anche il Vermiglioli, che le concu- bine una volta stavano in luogo di mo- gli, ed erano tollerate, citando il Can. Is qui, disi. 34. Poiché è certo che il con- cubinato nell'antica legge era permesso, ed esempi frequentissimi ne abbiamo dal- la s. Scrittura. Lamech ebbe due mogli Ada e Sella; i discendenti di Sella ebbero molte mogli in una volta, ma tutte non erano mogli legittime. Abramo conobbe la sua serva Agar, ma non ne fu moglie, tale essendo Sara, la quale die al marito per concubina la serva Agar; ebbe anche Cetura. Giacobbe ebbe due mogli, e nel tempo stesso due concubine, dategli dal- le proprie mogli Lia e Rachele, ed era- no le loro due serve. Esaù nel medesimo tempo conobbe 3 donne. Laonde il con- cubinato presso gli ebrei si considerava come una specie di matrimonio, ma non eia tale, avea bensì le sue leggi. Salomo- ne avea 700 mogli e 3oo concubine. Suo padre David ebbe 7 moglie eio concu- bine. I greci chiamano la concubina Se- minutta, a tempodi Giustiniano I si chia- mava Licita consueludo). Fu poi il cou- VED cullinolo riprovato e condannato dal di- ritto canonico, ed anche dall'autorità se- colare (come un disordine contrario olla santità della religionee all'onestà pubbli- ca. Le concubine o mogli d'inferior con- dizione, ma uniche, erano state permes- se e tollerate dalla Chiesa, ed il r .° conci- lio di Toledo decretò, che non bisogna- va scomunicare quegli che non avesse che una moglie od una concubina. La con- cubina che vivea coll'uomo come moglie, quantunque noi fosse, fu proibita dalla L. 7, e. De naturalib. liber.j e poi assolu- tamente dall'imperatore Leone VI nella Novella QwZJt Concubinam habere non liceat). Sull' appoggio di queste leggi, e dopo abolito il concubinato, le leggi si li- mitarono a soltanto proibire l'ordinazio- ne a quelli che avessero avuto tre mo- gli, o una o più vedove. Questi si rendono irregolari, gli altri non incorrono questa irregolarità, come neppure rincorrono quelli che avessero preso moglie dopo e- messo il voto, purché non abbiano fatta o tacitamente o espressamente professio- ne, i quali non si reputano quali adul- teri. Né diconsi bigami quelli che aves- sero acconsentito ad un secondo matri- monio; cioè rato, ma non consumato. Fi- nalmente si reputano bigami quelli che ottengono due benefizi in una chiesa stes- sa, e quelli che da una chiesa passano all'altra. 11 concilio di Trento dichiarò es- sere il concubinato un gravissimo pecca- to, ne prescrisse le pene ne' diversi casi che potessero avvenire,e persistendo i con- cubinari tanto ecclesiastici che laici nel loro peccato (contro i concubinari sono fulminate le scomuniche, e diverse altre pene sono stabilite e determinate tanto per rapporto alle persone libere che ma- ritale, quali pene statuite da'concilii e ca- noni, come dal concilio romano di Nico- lò II e dal generale Laterano V di Leo- ne X, e segnatamente dal Tridentino, fu- rono rinnovate ed accresciute da Sisto V colla bolla Ad Compescendam, de'3o ot- tobre i586, Bull. Roni. t. 4>Par« 4> P» voi. lxxxviii. V E G *85 267: De temeraria tori separatione, ac publicis adidterìisy stuprìs et lenociwis, in quibusdam casibus severius in alma Urbe puniendis. Già'contro i ruffiani e manutengoli a mal fare, d'ambo i sessi, avea nel i558 Paolo IV emanato il de- creto: De Lenonibus eorumque complici' bus, ultimi supplicii poena certis casibus in Urbe plectendis. Sì legge nel cit. Bull. t. 4, par. 1). I bigami non ponno ordinar- si senza Dispensa. Se il bigamo vieue or- dinato riceve il carattere, ma se non è dispensalo non può esercitare gl'incom- benti del benefizio, e nella bigamia ve- ra e interpretativa , il vescovo non può dispensare ne per gli ordini sagri, né pe' minori inclusive alla tonsura, e per rice- vere un semplice benefizio. Se il vescovo ordinasse un bigamo senza dispensa, re- sterebbe sospeso dal conferire gli ordini, non per altro ipso jure dall' ordine che ha conferito. VEGLIA (TTeglien). Città con resi- denza vescovile del regno d' Illirici nella Dalmazia, governo e 27 leghe al sud-est di Trieste, sopra la costa sud-ovest dell'i- sola del suo nome, di cui è capoluogo, nel golfo diQuarnero all'est dell'isola di Cher- so. L'isola trovasi separata dal continen- te all'est, mediante il canale di Morlac- chia, stretto dell'Adriatico fra l'isole di Veglia, Ossaia e Arbe, e la parte della Croazia militare e del LitoraleUngherese che porta il nome di Morlacchia, di cui so- no luoghi principali Carlopago e Zengg. Ha molti boschi e alimenta quantità grande di cavalli, pecore e capre, pur somministrando seta e vi no. Vi si utilizza- no cave di marmo bellissimo; la pesca sulle coste riesce abbondante, e vi si rac- coglie molto sale. Somministra ancora buoni frutti, massime noci, mele,fìchi ec. Della città, fabbricata in parte sopra una collina dell'isola, dice l'ultima proposi- zione concistoriale: Puglia praecipua ci- vitas insulae ejusdem nominis in sinu Adrìaci maris ad occidentalem plaga m Dalniatiae, in finibus aliarum insula- 286 V E G rum Auxerensis et Arbensìs} alaue in provincia li torà li Jllyrico- Aus trinci po- sila, unius circiter milliari est ambitus, siiti gaudet peramoeno, bisce ntum ac triginta sex continet domosy et a mini- bus ultra aualuorcentum inhabitatur fidelibus. E dunque Veglia non grande e non molto popolata, con edilizi poco rimarchevoli. Fra' principali è la catte* diale di ordinaria struttura, dedicata al- la B. Vergine Assunta in cielo, di recen- te restaurata con nuove riparazioni. Fra le reliquie sagre vi sono in gran venera- zione i corpi de' ss. Diodoro ed Eusebio martiri; mentre altro titolare della cat- tedrale e protettore principale della dio- cesi è s. Quirino i .° vescovo di Siscia e martire, la cui festa si celebra a' 4 giugno. Vi è la cura d'anime col battistero, affi- data al canonico parroco, aiutato da' vi- cari del capitolo. Questo si compone del- la i .a dignità del prepósto e dell'altra del ilecano, di 4 canonici, senza le prebende teologale e penitenziale, di 6 canonici o- innari, tutti usando la mozzetta paonaz- za, e di 4 vicari corali e cooperatori al- la cura dell'anime, cooperatores Chori, adjulum animarum cura exerceretur, oltre altri preti e chierici addetti al ser- vizio divino. 11 p. Farlati, lllyrici sacri, 1. 1 , p. i go, e t. 5, p. 2g4> riferisce che l'an- tico capitolo si componeva di 3 dignità, l'arcidiacono, l'arciprete curato e il pri- miceri), e di 12 canonici ; la diocesi con- tenere 7 parrocchie, compresa quella di CastelM uscliio e collegiata con uflizia tura in lingua illirica. Prossimo alla cattedra- le è l'episcopio, sufficientemente ampio e ornato, e da ultimo anch'esso ristorato. Nella città non vi sono altre chiese par- rocchiali, bensì esistono il convento de' francescani, il monastero delie benedet- tine, l'ospedale, il monte di pietà, i soda- lizi laicali, ma manca del seminario, de sideralur. 11 porto, che potrebbe con- tenere otto o dieci galere, ed alquante navi di minore grandezza, è abbastanza ampio e difeso da un castello. Veglia,/^- VEG già, Veg\a% Vela, Vetiat il p. Farlati citato, nel t.i, p.189, descrive la città e isola, le quali anticamente pure ebbero comune il nome ,Curicta ni la chiamòTo- lomeo, Cyracticam la disse Strabone, e Costantino VI Porfirogenita Beclam, poi Vegla e Vegia furono denominate da* latini, e Sabellico le disse Vigiliam. » At Vigilia non insula, sed civitas longe bine abest, eamque Andreas Dandulus prò- pe ab Aestuariis Veuetis constituit, in qua obsessus, et captus est Obelerius ab Joanne Parteci patio duce venetorum. U- terqueerrandi occasione sumpsitex ipse- met Andrea Dandulo,qui ad an. 83o seri- psit Obelerium Vigiliaeapud Curiclum et obsessum et captum fuisse. Putantur enim Curiclum idem esse atque Curicum, quae urbs est Ptoleraaica insulae Curi- ctae. Sed quod Dandulus Curiclum vo- cat, alter chronologus venetus Aurialium appellatami vicum fortasse, quem mine Oriagum dicunt.Porro Vigilia non longe aberat a Metamauco; eamque neuter chronologus insulam, sed urbem uter- que nuncupat, ci vitate* Curiclae omnino duas numerai Ptolomaeus,Fulfinium, un- deFulfìnatesPliniani ad conventumScar- donitanum adsci ipti ; et Curicum, qua ex urbe in tabula Peutingeriana haec in- sula Curica inscribitur. Vetus est indige- narum opinio, constanti fa ma, a e multo- rum sermone celebrata, principem totius insulae urbem conditam fuisse a Dynastn quodam, seu Regulo, cui nomen erat Cu- fico; inde Urbem Curicum, insulam Curi- ctaui, incolas Curictas appellatos. His vo- cabulis jamdiu vetustate abolitis, hodie hauc insulam Vegiam, et Vegliarli nuncu- pant,iisdemque primiscue nominibus pri- maria insulae ci vitas donatur." Veglia eb- be i suoi conti particolari o prefetti con giurisdizione.Essa e l'isola dopo essere sta- ta nel dominio della repubblica di Vene- zia, al finir di questa colla Dalmazia passò iti quello dell'Austria. Per le costruzioni navali i veneziani educavano utili foreste nella Dalmazia, ma di quelle foreste beu VEG poche tracce rimangono oggidì, e la mag- giore è nell' isola di Veglia. Rendendosi opportuno e necessario all' Austria un ragguardevole aumento di forza navale, introdusse lodevoli cautele lungo il lito- rale illirico per la esportazione del legna- me atto alle costruzioni navali, vietando- Io per T incremento della propria mari- na, e curando insieme la conservazione e allevamento de' boschi in molte parti del litorale e dell' isole, onde pervenire per lo meno a potenza marittima di i.° ordine. La luce del Vangelo introdotto nella Dalmazia in tempo della nascente Chie- sa, sembra che Veglia la ricevesse come le altre città dalmate dall'apostolo della regione s. Domnioi.0 pastore di Salona, di cui divenne suffraganea la sede vesco- vile, e passò poi ad esserlo della metropo- li di Spalairo. Ma Degli Effetti nelle Me- morie del Soratle e luoghi convicini, con- futa quelli che danno a Veglia per vesco- vo Andrea del 679 , ch'egli crede stato vescovo di Veio (f'.)j giacche dice, che Veglia non abbracciò l'Evangelo prima dell'865 circa per opera di Sueropilo, o de' ss. Cirillo e Metodio. Nel citato arti- colo ragiono di Andrea neppure vescovo di Veio, né di Celina, ma di Celeia, l'o- dierna Cilly nella St.iria, e perchè fu det- to tale e cagionò gli equivoci, essendo sta- ti dati i campi del famoso Veio alle le- gioni illiriche e a'veterani dalmatini. Pa- pa Eugenio III verso il 1 146 diminuì la provincia ecclesiastica di Spalatro, e sot- traendole le sedi vescovili di Veglia, Ar- beeOssaroo Ossero le dichiarò suffìaga- nee del nuovo arcivescovato di Zara, co- me leggo nel p. Fallati, t. 3, p. 175. Pio VII colla bolla Inter multi plices,ne\ 1 822 commise l'amministrazione del vescovato ò'Ossaro o Ossero (F.) al vescovo di Ve- glia. Leone XII colla bolla Locum B. Pe- £r/,de'3o giugno 1828, Bull. Rom. cont. 1. 1 7, p. 375, eseguì una nuova circoscri- zione delle diocesi di Dalmazia , e unione di diverse sedi vescovili. Pertanto sop- V E G 287 presse la dignità metropolitica di Spala- tro, e la vescovile di Ussaro 0 Ossero e di Arie, e le loro diocesi unì a quella di Veglia, il cui vescovo ritenne il titolo di Ai be ancora. Dichiarò suftraganeo della metropolitana di Zara il vescovo di Ve- glia e Arbc. Soppresse il capitolo e catte- drale d' Ossaro o Ossero, e la cattedrale divenne collegiata con suo capitolo colle- giale, affidando la cura d' anime all'arci- pretejaltrettanto fece con Albe, costituen- dovi un vicario generale, ed un pro-vica- rio generale in Ossero. Finalmente , a- vendo Pio VIII colla bolla In superemi- nentiapostolicae^Qi iluglioi 83o,Z?m//. cit., 1. 1 8, p. 1 20, reintegrato la sede diGa- rizia (di cui riparlai a Trieste e Udine) dell'onore arcivescovile, di sua metropo- litana divenne sulfraganeo il vescovato di Veglia, coll'unita chiesa di Albe, la qua- le tuttora viene registrata tra le diocesi esistenti, nelle Notizie di Roma, sebbene non ne fanno rimarco le due ultime pro- posizioni concistoriali. Non si conosce pro- priamente l'epoca dell'istituzione della sede vescovile di Veglia, e Commanville nell' Histoirc detous les Eveschez, la cre- de originata con Arbe e Ossero nel IX secolo, ed aggiunge chei veneziani s' im- padronirono di Veglia dopo il i43o. Que- sta diocesi avanti 1' erezione o ripristina- zione del vescovato di Segna, si estende- va nel suo territorio, quindi fu ristretta nell'isola di Veglia, ed a'nostri giorni am- pliata co'memorali territori'! di Ossero e Arbe. Benché è probabile che Veglia ab- bia avuto i suoi vescovi eziandio ionanzi all'Xl secolo, il p. Fallati, Illyrici sacri, loc. cit., comincia la loro serie con Vitale, il quale col vescovo d'Arbe e i primari di Veglia promise ubbidienza e fedeltà al doge di Venezia Pietro II Orseolo, altra prova ohe già i veneti dominavano in Ve- glia, signoria che pretese ritardare Com- mauville, ovvero avrà inteso indicare il ricupero del dominio. Il narrato atto, Vi- tale nel 1 o 1 8 lo rinnovò co' vescovi d'Ar- be e Ossero, e col clero e popolo di Ve- 288 V E G glia e di quell'altre isole del Quarnero; in- di nel io3o intervenne al sinodo provin- ciale di Spalatro. Ne furono successori Gregorio del i o5o, al cui tempo per pre- potenza de'croati fu intruso nella sede cer- to Cededa, e venendone espulso Gregorio, non vi potè tornare che nel io65, incili morì quello. Nel 1069 Pietro,! il quale giurò ubbidienza all'arcivescovo di Spa- Jatro, allora suo metropolitano. Domeni- co sedeva neh 100, e si recòa'sinodi pro- vinciali di Spalatro. Durante la sede va- cante fu eretta la suddetta metropoli di Zara, e assegnate per suffraganee Veglia, Albe e Ossaro. Neil i53 Pietro li fondò in Veglia un monastero di benedettini colla chiesa di s. Martino. Neh 170 Da- bro, che nel 1 179 intervenne al concilio generale di Laterano HI. Giovanni 1 vi- veva neh 186. Non trovansi altri sino al 1270, in cui è registrato Marino. Nicolò JV nel 1290 nominò vescovo di Veglia fr. Lamberto de' minori, a motivo della discrepanza de'pareri de'capitolavichea-. \eano eletto, gli uni fr. Giovanni da Ve- glia minorita,e gli altri fr. Zaccaria dome- nicano: il vescovo accordò a* suoi france- scani di fabbricare un convento, e fu tra- slaload Aquino nel 1297. Gli successe Gi- rolamo. Nel 1298 Matteo. Neli3o2 fr. Tommaso francescano. Nel 1 3 14 Giaco- mo Bertaldo prete di s.Pantaleone di Ve- nezia, ove poi venne tumulato. NeIi33o Lompradio. Nel 1 332 Nicolò I, nominato in una sentenza d'Andrea Micheli conte d'Albe, per la controversia che il vescovo aveva contro il conte di Veglia. Fino al 142 1 vacò la sede, provveduta con Nico- lò li, eletto dal conte di Veglia. Nel 1 436 fr. Angelo da Bologna domenicano. Sede- va neh 44° Francesco I. Neh 460 fr. Ni- colò 111. Neh 5oo Natale della Torre, che intervenne nel 1 5 1 4al concilio generaledi Laterano V, e lasciò in Veglia a suo vica- rio il fratelloDonato vescovo di Bosnia, di cui feci menzione nel voi. LXVII, p. 44» riparlando de' vescovi di Bosnia. Rinun- ziando Natale neh 528, in que&to gli fu VEG sostituito d. Eusebio Prinli veneto patri- zio, e camaldolese di s. Michele di Mura- no, morto dopo circa due anni in Venezia di veleno. Clemente VII die la chiesa in amministrazione al veneto cardinal Ma* rino Grima/ii/indi poco dopo neh 53 1 elesse a vescovo Giovanni II Rosa, trasfe- rendolo da Scardona, morto in Zara e de- posto nella basilica di s. Grisogono. Nel 1 55o fr. Alberto Divini domenicano, che celebrai nel voi. LXI 1 1, p. 2 1 o, qual già vescovo di Modrusca (riparlando di que- sta sede, la quale da Gregorio XVI colla bolla Apostolici nostri ministerii , del i833, Bull. Rom. cont. t. 19, p. 2o5: Reintegratio dioecesisModrusiensis cu ni suis privilegiis): intervenne al concilio di Trento, e visitò la diocesi. Neh 564 Pie- tro III Bembo nobile veneziano, zelantis- simo propuguatore de'suoi diritti, ordinò opportuni regolamenti per la divina uffi- ziatura,i cuiarticoli si leggono nel p. Far- lati : due volte visitò la diocesi, e ricevè Agostino Valerio o Valìer, poi cardina- le, visitatore apostolico dell'Istria e Dal- mazia. Neh 589 Giovanni III conte del- la Torre, canonico di Padova, colla riten- zione di tal prebenda, alla cui cattedrale donò parecchie reliquie e del legno della ss. Croce. Ne rilevai le onorevoli gesta nel voi. LXXII,p. 71, come egregio nun- zio di Svizzera. Mori neh6a3 in Padova, e fu sepolto nella cappella della ss. Croce nella cattedrale. Neil' istesso anno gli fu surrogato d. Luigi Lippamano nobile ve- neto, canonico regolare di s. Giorgio in Alga, e visitò la diocesi. Neh 642 d. Co- stantino de Rossi di Scio somasco, trasfe- rito dalle sedi di Cefalonia e Zante. Da Nona neh 653, e prima che vi si recasse, vi fu traslato Giorgio Giorgicci della dio- cesi di Spalatro, indi visitò la diocesi di Veglia. Neh 660 Francesco II de Marchi di Spalatro, visitò la diocesi. Gli successe neh 668 fr. Teodoro Gennaro di Vicen- za de'minori osservanti, il quale pure vi- sitò la diocesi. Nel 1 684 Stefano David, e nello stesso per sua morte Baldassare No- VEG saclini trevigiano. Nel i 7 1 3 ti. Piel 10 Pao- lo Calorio somasco, già di Trau. Dopo triennale sede vacante, nel 177.0 da Albe passò a questa sede Vincenzo Lessio di Coi fu; morto in Albe, ov'erasi recato per salute, fu portato il corpo a Veglia e de- posto nella cattedrale. Nel 1 780 Federico Rosa veneziano, pati persecuzioni de'suoi malevoli dinanzi il patrio senato, e fu tra- slalo a Nona nel 17 38. Nel seguente Pie- tro Antonio Zuccari di s. Vito nel Friuli, ancli'egli perseguitato e calunniato, si re- cò in Roma a difendersi, e tornato inno- cente a Veglia, governò da lodato e zelan- te pastoie. Con questi termina la serie del p. Farla ti, e la compilò colle Notizie di Roma. Nel 1 778 d. Diodato M.3 Difni- co canonico regolare Lateranense di Se- benico. Nel 1 789 fr. Giacinto Ignazio Pel- legrini domenicano di Zara. Nel 1 792G10. Antonio Sinitich di Veglia, eh' ebbe lun- ghissimo vescovato. Per sua morte Gre- gorio XVI nel concistoro dell' 8 luglio 1839 preconizzò Bartolomeo Bozanich del castello di Verbenico diocesi di Ve- glia, già canonico della cattedrale, supre- mo e benemerito ispettore delle scuole normali della diocesi, prudente, dotto, pieno d' integrità e sperienza. Passato a miglior vita, il regnante Pio IX dichiarò l'attuale vescovo di Veglia, nel concisto- ro de'23 marzo 1 855, mg.r Gio. Giusep- pe Vitezich del castello di Verbenico dio- cesi di Veglia, dottore in s. teologia, già concepista nella cancelleria aulica di Vien- na e consigliere di governo, luogotenente in Dalmazia, canonico onorario della pa- tria cattedrale, lodato per dottrina , gra- vità, probità e perizia nelle cose ecclesia- stiche. Ogni nuovo vescovo è tassato ne' libri della camera apostolica e del s. col- legio in fiorini 1 00, ascendendo le rendi- te della mensa a 4ooo scudi romani. Dioe- ci-scos ambitili ad quinquaginta quiri- que milliaria longi tildi nisy ad triginta latitudini* profenditur,tres insula* eom- plectitur Veglensem nempe, Auxeren- seni seti Crepsenseni (cioè Ussaro e Cher- VEG 289 so, nella quale pure è la collegiata col ca- pitolo, con monastero di benedettine), et Arbensem{\\\cw\ sono le benedettine eie terziarie francescane), a e insù per par te ni insulae Gissae, atque in hit duae Col- legiatae et plus continentur paroeriae. Siccome di Arbe fu dimenticato l'artico- lo, oltre il cenno riferitone! vol.LXVIII, p. 2 1 3, e il narrato di sopra, qui appres- so intendo supplirvi e colla serie de' ve- scovi, riportata dal p. Fallati, Illyrici sa- cri t t. 5, p. 226. Arbe (Arben). Città vescovile della Dalmazia, capitale dell'isola del suo no- me, la quale fu detta anche Scarduna e dagli slavi Rabt facente parte degli sta- li austriaci, nel mare Adriatico, sulla co- sta della medesima Dalmazia, circolo di Zara, nel golfo di Quarnero, distante più di 4 leghe da Ossaro o Ossero. Ha l'iso- la 5 leghe quadrate di superficie, e la co- sta è assai dirupata. Il canale, senza al- cuna rada, lascia da'due lati esposti i na- vigli all'impeto de' veuti. Contiene oltre la città omonima, 2 borgate e 1 2 villaggi. Il terreno in parte è piano, e in parte mon- tuoso. Il paese piano è fertile d'olivi, fi- chi e vini eccellenti; nelle valli abbon- dano pascoli, ove si nudrisce un'infinità di minuto bestiame, producente molta lana. Nella parte montuosa vi sono molti boschi, fra' quali i maggiori sono quelli di Capo di Fronde e di Plogani, che dan- no bellissimi legnami da costruzione. Vi abbonda il selvaggiume. Il suo principa- le prodotto è il sale, di cui non meno che di seta, lana, cuoi, vino, montoni, porci, pesci e buoni cavalli si fa un attivo com- mercio. Il clima non è de'piìi felici, e la stagione invernale vi è orrida, la violen- za de' venti recando gravissimi danni al- l'isola, anche in altre stagioni. Non man- ca di cave di marmi, di cui nel 1681 ne furono scoperte varie vene di bianchi, ed altri con macchie rosse e gialle. Abbon- da altresì di sorgenti d' acqua limpida. Gli abitanti de' villaggi vivono sparsi ia capanne qua a là all' uso de'morlacchi, 29o V E c; i quali sono forse d'origine slava e di re- ligione greca, robusti e guerrieri, pastori «li bestiame minuto. L' isola e la città di Arbe dicesi che si governasse un tempo colle proprie leggi a norma di repubbli* ca, signoreggiata successivamente da'ro- mani e da'greci. Infestata poscia da' cor- sari, implorò l'aiuto e si pose sotto la so- vranità della repubblica veneta nel x o 1 8, come Veglia e Ossaro. Per le vicende della guerra fu protetta da' re di Croa- zia, e da quelli d' Uugheria che le ac- cordarono diversi privilegi. Nel i4^o ri- tornò per altro sotto il veneto dominio, «lai quale passò in quell'odierno dell'Au- stria. Arbe, Arba, Arbum, eh' è la sua capitale, egualmente sulle coste di Dal- mazia, è fabbricata nella valle di Cam- pura sopra un'amena collina, che si pro- lunga fra due porti, ed ha 700 passi di circonferenza. Le sue case parte sono in declivio e pai te in piano perfetto, se- condo la collina sulla quale sono pianta- te. Fuori della porta di campagna si ve- de un delizioso piano d'un 4° di miglio di larghezza, e alla destra di esso trova- si uno stradone ben livellato, nel quale tuttavia rimangono gli avanzi del bel borgo, aggiunto poscia alla città. Ha un porto capace di bastimenti d'ogni gran- dezza, ma di difficile imboccatura, che non permette l' ingresso a più d'un na- viglio alla volta. La città non è mal fab- bricala, fu un tempo mollo più impor- tante, possiede le ricordale case religiose, ed ha l'antica cattedrale sotto l'invoca- zione della 13. Vergine Maria Assunta in cielo, e fra le sue sagre reliquie che in essa si venerano è il capo di s. Cristo- foro martire, patrono principale dell'iso- la e della diocesi. Egualmente sono te- nule in gran divozione le teste che la tra- dizione crede de'3 fanciulli ebrei Sidrac, Misac e Abdenago, compagni di Daniele, i quali gettati nella fornace ardente di babilonia, per aver ricusato d'adorare la statua d' oro fatta erigere a se stesso da Nabucodouosor,ue uscirono sani esal- VEG vi lodando il Signore col notissimo can- tico. Il precedente capitolo avea le digni- tà d'arcidiacono, arciprete e primicerio, 9 canonici, 6 mansionari. 3 diaconi,3 sud- diaconi e 3 accoliti.Dell'isola e città diAr- be, il p. Fallati tratta eziandio nel t. r, p. 190 e seg. L'isola d'Albe fu detta an- che Scarduna, ed in essa vi fu pure la città di Colenlum, le cui vestigia si vo- gliono esistere presso la chiesa de' ss. Co- sma e Damiano, ch'era il principale suo tempio con insigne capitolo, il quale per la rovina di Colentuni si unì a quello d'Arbe, e così queslo nelle pubbliche processioni alzò due Croci per memoria. Riporta ancora le diverse opinioni, se Ar- be e Scarduna furono due isole o una, e quest' ultima sentenza sembra prevale- re, con due città, la principale Arbe, l'al- tra Colentum. I veneziani vi preposero a governarla un conte o prefetto, la cui giu- risdizione si estendeva triginta mensium spatio. Parla pure dell'isola summento- vata di Gissa, Gissac, ora Isola di Pago, Paganorum insula, parimente nel golfo del Quarnero e sulla costa della Croazia, da cui e da Arbe è divisa dal canale di Morlacchia. Pago n'è il luogo principa- le, essendo abitata l'isola da 4ooo indi- vidui d'origine slava. Produce grandis- sima quantità di vino, e buoni formag- gi di pecora; ha inoltre importanti sali- ne. Metà dice appartenere alla diocesi d'Arbe, l'altra parte a quella di Zara. L' introduzione del cristianesimo, come l'origine della sede vescovile, e sua pro- vincia ecclesiastica, Arbe l'ebbe comune con Veglia, e forse anche anteriore n' è il vescovato, poiché trovasi Ticiano sot- toscritto Episcopus Arbcnsis a' concilii provinciali di Salona del 53o e 532. Ma non Irò vausi successori sino a Pietro I del 986. Madio o Maggio del 1 o 1 8, come già dissi, col suo clero e popolo, giurò obbe- dienza e fedeltà al doge ed alla repub- blica di Venezia. Il vescovo Drago di con- senso del clero e della città fondò in que- sta nel 1062 un monastero di beuedet- V EG tini. Pietro II fu al sinodo di Zara nel 1072, e Gregorio inlervenne a quello» di Spalatro nel 1 075. Domano o Drabana monaco fioriva circa il 1 080, Vitale nel 1 086, e Pietro III nel 1 094- Lupo o Pao- lo nel 1097, e gli successe circa ili 1 1 1 Buouo, ai cui tempo Albe sottraila dal metropolita di Spalatro fu resa suiFra- gauea di quello di Zara. Il vescovo An- drea I tenne un sinodo nel 1 177, e nel 1 1 79 fu a quello generale di Lateranolll. Frodano del Lauro sedeva nel 1 2o5, Ve- nanzio nel 1216, Andrea II nel 1220, Giovanni I nel 1225 come eletto, ma nello stesso anno trovasi eh' eragli suc- cesso Giordano. Nel 1239 Paolo I, nel 1249 Stefano de Dorainis. Gregorio li Ermolai o Costizza è notato nella sen- tenza del patriarca di Grado, pronunzia- ta nel 1268 qual primate di Dalmazia contro il magistrato e la città d'Arbe ,che negavano le decime al vescovo e al capi- tolo. Nel i 290 Matteo 1 Ermolai paren- te del predecessore, così Giorgio I Er- molai eletto nel 1292, mandò un suo parroco nel 12963! concilio provinciale di Grado, e pare ch'egli neli3i 1 inter- venisse a quello generale di Vienna. JNel i3i3 gli successe Simeone monaco be- nedettino, ed a questi dopo il 1 3 1 5 il mo- naco Aimo. Giorgio II Ermolai governò un anno circa, e morì nel i320 ; nello stesso, Francesco I di Filippo nobile di Albe e arcidiacono della cattedrale, sino al 1329. In questo Giorgio 111 Ermolai, altro arcidiacono d'Arbe, nel quale anno il cardinal Pietro Bertrandi legato apo- stolico gli scrisse lettera per sopperire al- la tenuità della mensa vescovile : nel 1 334 si recò al sinodo provinciale di Zara, in cui fu estinta la controversia de'proveuli tra il capitolo di Zara e Arbe. Nel 1 364 Grisogono de Dominis, poi vescovo di Trau ueh373. Gli successe Zodenigo I de Zodenigbi d' Arbe, contro del quale nel i384 appellò al patriarca di Grado qual primate di Dalmazia, Pietro li ai V E G 291 in patria la chiesa di s. Elena, e morto nel 1 4 1 2 fu sepolto nella cattedrale a van- ti la sua cappella gentilizia. Lo surrogò il nipote ecoadiutore, Zodenigo II de Zo- denigbi. Per la sua morte nel i4i 4 Ma- rino Carnota nobile d'Arbe e arcidiaco- no della cattedrale, nel i423 traslalo a Trau e poi a Trieste. Quindi fr. Fran- cesco Il domenicano fiorentino de' Ser- vandi o Sigismondi, ovvero de' Diondi, nel 1428 traslato a Capo d'Istria, come notai nel voi. LXXX, p. 267, riparlan- do di quella chiesa. Gli successe Angelo Cavazza o Cavaci, trasferito nel i433a Parenzo e poi a Trau. In sua vece ven- ne ad Arbe Giovanni 11 da Parenzo e canouico di quella cattedrale, che inter- venne al concilio generale di Firenze, in- di nel i44° rinunziò e successe alla pa- tria sede dopo il predecessore. Neh 44° Matteo lì Ermolai già vescovo di Sap- pa. Per sua morte nel i44^ &"• Pa°lo II da Zara domenicano, a cui successe nel- l'istesso anno il correligioso fr. Nicolò da Zara. Neh 4^2 divenne vescovo della pa- tria il nobile Giovanni HI Scaifa primi- cerio della cattedrale. Nel »472 Leonel- li Cheticeli di Vicenza, nel 1 4-^4- Luigi Malombra veneziano, e intervenne nel 1 5 1 4 al concilio generale di Laterano V. In questo fu pure neli5i5 il successore Vincenzo I Negusanli nobilissimo di Fa- no, di grande erudizione, che intervenne ancora al concilio di Trento nel i562, ed ottenuto di rassegnare la sede, nel i56g ripalriò, come con altre interes- santi notizie narrai nel voi. LXXXVI, p. i63. A suo tempo nel i534 un'imma- gine della B. Vergine, e nel 1 559 un'i,n* magine del ss. Crocefisso lagrimarono,ed il p. Fallati riporta gli alti autentici di tali commoventi prodigi. Gli successe in detto anno Biagio Sideneo di Zara, e di- poi ricevè il suddetto Agostino Valerio visitatore apostolico dell'Istria e Dalma- zia nel 1569, il quale visitò ancora que- sta diocesi ed emanò analoghi decreti. civescovo di Zara. Nel 1086 cousagiò Nel i584 fr. Andrea IH Ceruoli fran« 286057 292 V E G cescano, già vescovo di Scardona e sno coadiutore. Nel i 588 d. Pasquale Pada- vitio veneziano monaco camaldolese, il quale piamente promosse il culto del ce- lebre s. Marino oriundo di questa città, avendo perciò ottenuto un' insigne reli- quia dalla repubblica di s. Marino che ne possiede il venera t'issi aio corpo. Nel 1621 d. Teodoro Zorzi nobile veneto e monaco cassinese, al cui tempo d'ordine d'Urbano Vili l'arcivescovo di Zara Ot- taviano fece là visita della diocesi d'Ar- be. Nel 1 63 6 Pietro IV Gaudenzi d i Spa- latilo, tenne il sinodo diocesano nel 1 643 estatuì provvide leggi ecclesiastiche, mas- sime per l'osservanza delle feste de'santi. Gli successe nel 1664 il nipote Donnio 1 Gaudenzi arcidiacono della patria me- tropolitana Spalatro. Nel 1696 fr. Ot- tavio Spader di Zara francescano, ch'eb- be grave contrasto colla città per le re- liquie di s. Cristoforo, per cui rinunziò e fu traslato in Asisi nel 1698. Antonio Iiosignolo di Trau e canonico di quella cattedrale, nel 1700 divenne vescovo di Albe, la cui diocesi più volte visitò e vi celebrò 10 sinodi. Per le molestie patite col capitolo e colla città, ottenne di esser traslato a Nona. Nel 1713 Vincenzo II Lessio di Corfù e canonico di quella cat- tedrale, trasferito a Veglia nel 1720. In questo Donnio II Zen di Faria e canoni- co di quella chiesa, benemerito della di- VEG sciplina ecclesiastica. Nel 1729 Andrea IV Carlovich di Spalatro e canonico di quella metropolitana, zelantissimo del- l'ecclesiastica disciplina. Nel 1739 Paci- fico Bizza nobile d'Arbe, poi arcivesco- vo di Spalatro. Nel 1746 Giovanni III Calebotta di Trau, e ivi canonico e vica- rio generale, indi traslato a Sebenico. Nel 1756 Gio. Luca Caragn'tni di Trau, an- ch' egli canonico e vicario generale di quella chiesa , zelantissimo pastore, vi- sitò accuratamente la diocesi, e meritò la traslazione a Spalatro. Nel 1763 Gio. Battista Giunleo da Trau, cauonico e arciprete di quella cattedrale, poscia ve- scovo di Nona. Nel 1 771 Gio. Maria An- tonio dell'Ostia di Zara, già parroco di s. Andrea dell'abbazia di Narvesa dioce- si di Treviso. Per ultimo vescovo d* Al- be registrano le Notizie di Roma Gio. Pietro Galzigna d'Arbe, ili. "giugno 1 79^ traslato da Trau. Lo trovo registralo nelle successive Notizie inclusivamenle a quelle del 1824, e non nell'altre del 1825, dovendo esser morto comechè na- to nel 1740- 'ndi nel 1828 Leone XII soppresse il vescovato d'Arbe, I' unì a quello di Veglia, ed il vescovo s'intitola vescovo di Veglia e Arbe, e non di Os- sarò, benché pure riunito alla sua diocesi da detto Papa, come narrai superior- mente. FINE DEL VOLUME OTTANTES1M OTTAVO. f BX 841 .M67 1840 SMCR fioroni , Gaet ano, 1802-1883. Diz ionari o d i erudizione stor ico-ecc les iast ica AFK-9455 (awsk)