MARCO POLO
IL AILIONE
COMMENTATO ED ILLUSTRATO
DA
ONIA TIBERII
FIRENZE SUCCESSORI LE AONNIER
EDITORI
PROPRIETÀ DEGLI EDITORI
G?
Firenze, 1916. — Società Tipografica Fiorentina, Via S. Gallo 33.
/
PREFAZIONE
L libro dei Viaggi di Marco Polo descrive gli itinerari commerciali e le condizioni politiche e sociali dell'Asia sul finire del secolo XIII, quando l'avvicendarsi delle Crociate, il sor- gere di regni franchi in Cipro, Morea, Costantinopoli e Gerusalemme, le rivalità commerciali e coloniali tra Ge- nova e Venezia nel Mediterraneo e le irruzioni mongoliche in Asia e nella Russia attiravano gli sguardi dell'Europa verso il più lontano Oriente. L'avanzata del popolo giallo, che come una bufera di vento aveva rovesciato i troni del- l'Asia e, penetrando in Russia, Polonia, Wallachia, Un- gheria, era stata appena fermata dai Tedeschi alla battaglia di Liegnitz sull'Oder (1241), turbava i sonni di Papa Inno- cenzo IV e di Luigi IX re di Francia. Questi mandarono rispettivamente come loro inviati alle corti tartare, Giovanni di Pian de'Carpini (1246) e il fiammingo Rubruquis (1253), i quali, avendo percorso la Mongolia e la Cina settentrionale, portarono all'Europa le prime notizie di quelle lontane con- trade. Nel 1260 i due fratelli Niccolò e Matteo Polo, ap-
IV . PEEFAZIONE
partenenti alla nobiltà veneziana, alla quale soltanto era allora concesso occuparsi di commercio coll'estero, si spin- sero da una loro agenzia in Costantinopoli fino a Bolgara, su un ramo del Volga. Non potendo rifare la strada a causa della guerra scoppiata fra i due troni tartari del Ponente e del Levante, decisero di proseguire per Boccara, il gran mercato dell'Asia Centrale, spesso visitato da mercanti ge- novesi e veneziani. Quivi gli avventurosi fratelli si misero al seguito d'un 'ambasceria tartara che si recava a Kara- korum, sede dell' impero mongolo, e nel 1264 arrivarono alla presenza di Kublai Khan, pronipote di Cinghis Khan, eh' era da otto anni salito al trono. Cinque anni dopo, nel 1269, i due fratelli ritornarono a Venezia, latori d'una lettera del Khan al Papa, nella quale si chiedeva l'invio in Mongolia di dotti missionari; essi avevano inoltre l'in- carico di provvedersi d'un'ampolla d'olio del Santo Sepolcro, perchè l'olio era considerato dai Mongoli come una panacea per ogni male, in causa della propaganda e della venditi* che ne facevano tra di loro i missionari della Chiesa ar- mena. Arrivati ad Acri, i Polo appresero la morte di Papa Clemente IV, avvenuta nel 1268, e andarono quindi a Ve- nezia per aspettare l'elezione del nuovo pontefice. Due anni dopo, nel 1271, vedendo che i Cardinali non potevano met- tersi d'accordo per eleggere il Papa, i due fratelli, impa- zienti di aspettare più a lungo, presero con loro Marco, figlio di Niccolò, allora giovinetto di 17 anni, e ritorna- I rono ad Acri, si fornirono di lettere del legato papale ivi residente, e d'olio santo proveniente da Gerusalemme, e s'eran già messi in cammino quando, giunti a Layas, fu- rono richiamati indietro ad Acri dal legato Tebaldo Vi- sconti di Piacenza, che nel frattempo (settembre 1271) era
PRE1 \ZI'
stato ciotto Papa ed aveva preso il nome di Gregorio X. Questi fornì loro le credenziali e due missionari pel Khan, congedò la comitiva che rimontò a Layas, nella baia di Scanderun, punto di partenza delle carovane per l'interno. Qui comincia la relazione dei viaggi di Marco Polo che si estendono per 24 anni, dal 1271 al 1295, allorquando i tre Polo tornarono a Venezia.
I due missionari, giunti a Layas, si rifiutarono di proseguire il cammino, atterriti dalle notizie della guerra che era scoppiata fra il sultano del Cairo e quello d' Ico- nio, così che i nostri viaggiatori dovettero tirare innanzi da soli. Attraversata l'Armenia e la Persia, scesero ad Hormuz, alla foce del Golfo Persico, coli' intenzione d'im- barcarsi e raggiungere la Cina per mare, ma vista la poca sicurezza delle navi e la minaccia di cadere nelle mani dei corsali preferirono rimontare l'altipiano di Kirman, attra- versare il deserto salato del Khorasan e la Battriana e ingolfarsi nell'aspro e freddo valico del Pamir, il tetto del mondo, a 4000 metri sul livello del mare, per sboc- care nella valle del Tarim, seguendo la quale, dopo di avere attraversato l'immenso deserto di Gobi, giunsero finalmente al Catai, come allora chiamavasi la Cina set- tentrionale.
II giovane Marco non doveva in quel tempo esser for- nito di molta cultura geografica, né poteva aver avuto molta pratica del cavallo e della caccia, avendo sempre vissuto a Venezia, intorno alla parrocchia di S. Cristoforo. Por- tava seco tutt' al più l'assordante ricordo dell'Arsenale e del fondaco dei Turchi e la visione di San Marco senza il campanile, della Dogana senza la Madonna della Salute,
Ielle galee armate da Schiavoni, ancorate a poca distanza
VI PREFAZIONE
dall'Arsenale. Venezia, benché padrona di oltre un quarto dell' Impero d' Oriente, non aveva ancora palagi di marmo, né possessi in terra-ferma. Soffocata alle spalle da invi- diosi signori ghibellini, come il Patriarca d'Aquileia, Ez- zelino III da Eomano a Padova, Can grande di Verona, gli Estensi di Mantova e di Ferrara, e i Polentani di Eavenna, amici di Dante, respirava per l'ampio polmone adriatico e s'arricchiva rivaleggiando con Genova come porto di ap- provvigionamento e di distribuzione delle merci tra l'oriente e l'occidente. La sua politica protezionista accentrò sulla libera laguna parecchie industrie che mal reggevano alle lotte comunali tra guelfi e ghibellini, le quali dilaniavano l'Emilia, il Lucchese, Firenze e il Monferrato, in cui pre- potevano i presidii angioini. Sono quelli i tempi, come tutti sanno, in cui ogni terra « che un muro ed una fossa serra» s'atteggia a Stato indipendente, ed « un Marcel diventa ogni villan che parteggiando viene » . I Polo dun- que chiamano sé stessi i tre latini, e i loro connazionali sono da essi chiamati veneziani, genovesi e pisani, ma il nome d'Italia e l'appellativo di «italiano» non appaiono mai in questo libro.
La larga esperienza del padre e dello zio fu indubbia- mente di grande aiuto al giovane Marco. Da essi egli dovè certo avere appreso la pratica mercantile, la conoscenza delle pietre preziose, delle stoffe di seta e delle costose pel- liccie, il maneggio del cavallo, il cambio dei bisanti e i primi rudimenti del tartaresco. Pel resto il caravanserra- glio, il bazar, le lunghe ore delle tappe, delle soste e dei bivacchi e, sopratutto, il soggiorno di Badakshan, nel cui dolce clima i viaggiatori sostarono un anno intero per una convalescenza di Marco, gì' insegnarono a parlare corren-
PREFAZIONE VII
temente tartaresco e persiano e a conoscere il carattere, la vita e le mille amenità dell'etichetta orientale.
Alla fine del 1274 Kublai Khan rivede con piacere i suoi ambasciatori al Papa e nota tra loro il giovane ed aitante Marco, dall'occhio vivo e profondo sotto un terbush persiano. Kublai aveva fatto già molto cammino dal 1265 al 1274. Aveva trasportato prima la sua capitale da Ka- rakorum a Taiyuanfù nello Shansi e, proprio in quell'anno a Camblau (Pekino), e si trovava nella sua favorita resi- denza d'estate a Kemenfù, in Mongolia, quando ricevette i tre latini. Assiso sulle rovine del reame del Tangut, che il suo grande avo Cinghis Khan avea strappato al turbo- lento Preste Giovanni (Uncan) insieme con la Manciuria e la Corea (1220); padrone del Catai, o Cina a Nord del fiume Giallo, conquistato dai successori di lui dopo aver vinto i Tartari Nuchen (Dinastia Chin 1234); devastato il Kam tibetano (Ssùchuan) e abbattuto il reame Shan dei Nan Chao in Charagià (Yunnan 1252), Kublai aveva sin dal 1269 posto l'assedio a Siangyang e s'apparecchiava a passar il fiume Azzurro (Yangtze) per impadronirsi del ricchissimo reame del Mangi (Cina meridionale) dominato dalla dinastia nazionale dei Sung (1127-1280). Gli .stra- nieri persiani, saraceni, armeni, essendo più istruiti ed in- telligenti dei Mongoli, erano molto ben voluti e ben veduti alla corte del Khan e spesso erano occupati in posizioni di fiducia, o come governatori, o come controllori (dentghas) delle terre conquistate. Dei Cinesi non c'era da fidarsi. Astuti, strettamente legati in società segrete, ma resi inetti alle armi dall'educazione di Confucio e dalle pratiche bud- distiche, borbottavano contro i fetidi invasori (chou ta txu) che riempivano di forestieri barbari la Terra dei fiori.
Vili PREFAZIONE
Kublai Khan, indispettito dalla ostinata resistenza che la città murata di Siangyang opponeva da anni alla sua ca- valleria tartara, manda i due fratelli Polo a far mangani di guerra e catapulte per espugnarla, e ritiene il giovane Marco come addetto al suo Consiglio privato. Insignito di grado ufficiale, Ser Marco entra nei vari Ministeri della capitale, assiste alle feste di Corte, segue il Khan alla sua residenza estiva e alle caccie, e diventa esperto politico e cortigiano.
Caduta Hangchow, la capitale dei Sung, nel 1276, Kublai Khan, sovrano della Mongolia e del Catai, viene eletto imperatore di tutta la Cina e sue dipendenze, e inizia la nuova dinastia mongola detta Yuan, che occupa il suo posto negli annali cinesi dal 1280 al 1368. Egli mette pre- sidii tartari in 1200 città cinesi, prepara le spedizioni a Zipagu (Giappone 1280), Myen (Birmania 1283), Ciamba (Annam 1285), inondando di carta moneta i fiorenti mer- cati cinesi e ritirandone tutto l'oro e l'argento a Pekino. Si circonda d'astrologi, indovini, lama e giullari: incoraggia le arti, e nel 1279 fa costruire dal suo favorito astronomo Kuo Shou ching, l'osservatorio astronomico di Pekino, 300 anni prima che Federico III di Danimarca pensi a provvederne Ticho Bfahe, e chiama matematici maomettani e persiani alla compilazione del suo arruffato calendario, il « Barba-nera » , il « Taccuino » indispensabile in ogni casa cinese. La geografia ch'egli aveva studiato percorrendo i paesi in sella al suo cavallo non arriva a fornirgli dati esatti sulle risorse, sui proventi e i tesori delle provincie conquistate; ed eccolo tramutar Marco Polo, provetto viag- giatore ed esperto cacciatore, in governatore di Yangchou, -nella provincia del Kiangnan, uno dei posti più importanti
PKBFAZ10NK IX
por l'entrata delle gabelle sul sale. Marco vi risiedette tre anni (1278-80). Nella primavera del 1281, di ritorno a Pekino, egli è testimone del fuggi fuggi generale che seguì l'uccisione del governatore saraceno Achomat, il quale, col disprezzo d'ogni diritto, aveva per 22 anni tiranneg- giato ed atrocemente offeso i Cinesi. Kublai Khan, ch'era a Giandù a riposarsi con le sue amiche, tosto informato di questo tentativo di ribellione, accorse e ristabilì la pace distruggendo tutta la famiglia e i figliuoli di Achomat e confiscando tutt' i loro beni e tesori. (4) Nel 1283 Marco Polo riceve le « tavole d'oro » (chin pài) cioè l'ordine im- periale di recarsi come ambasciatore alla corte di Kogra Khan, figlio di Kublai, governatore del Charagià (Yunnan), e al re di Myen (Birmania). Nel 1285 egli ò di nuovo in viaggio a Ciamba (Annam), ma, da fidato diplomatico, egli tace degli scopi e dei risultati della sua missione.
Durante questo brillante stato di servizio, Marco Polo ebbe occasione di traversare la Cina e le sue dipendenze, e tra le tante acute e minute osservazioni da lui fatte, con la caratteristica precisione di quegli ambasciatori veneti che più tardi vegliavano alla sicurezza della Repubblica nelle corti d'Italia e d'Europa, è strano ch'egli abbia tra- lasciato d'accennare a cose tanto nuove per lui e sì pret- tamente cinesi, come il the, il « piò di giglio » della Ci- nese, i libri stampati, l'esame di Stato, i geroglifici e, sopratutto, la Grande Muraglia, tutte cose che attirano ir- resistibilmente l'attenzione d'un occidentale. Con le idee di
(l) Quest'episodio ampiamente narrato nell'originale francese, non appare nella redazione toscana: forse venne omesso per ragioni d'op- portunità politica.
PREFAZIONE
grandiosità e forza del dominio tartaro assorbite nel con- tinuo contatto intellettuale e sociale coi magnati di Pekino, e circondato come egli doveva essere per la sua posizione, da valletti, uscieri, interpetri (beileh), secretari (shih yeh) mussulmani, persiani e nestorini, il cui dialetto nordico non era più inteso oltre lo Yangtze, egli passa accanto alla vecchia e rigogliosa civiltà dei Sung con la stessa indiffe- renza degli Spagnuoli di Cortez e di Pizarro innanzi a quella di Montezuma e degli Incas ; rimane tre anni a signoreggiare Tangchou tra i centri più letterari della Cina — Hangchow, Soochow e Nankin — senza, non dico pene- trare il pensiero, ma almeno notare il nome di Confucio, tanto commentato attorno a lui da filosofi e storici neo- confucianisti dell'epoca. Ciò è tanto più strano quando si pensa alle minute sue osservazioni sui Bramani e Budda fatte al suo passaggio pei porti dell'India. Non conoscendo la lingua cinese, Ser Marco non può avvertire, neppure di riflesso, il lustro della poesia, del teatro e del romanzo cinese dell'epoca dei Sung, che perdura ed ammanta tutta la povertà di spirito e la rozza vacuità barbarica dei Mon- goli. Sorvolando sulle terre da lui percorse col suo favo- rito ritornello « che vivon d'arti e sono idoli, usano mo- neta di carta e sono al Gran Cane », Ser Marco trova accenti epici soltanto quando parla delle ricchezze stermi- nate e dei fastosi sollazzi e banchetti dell'Imperatore.
Al suo ritorno in Pekino dalla sua missione nell'Annam, egli si avvicinava alla quarantina, il padre e lo zio alla sessantina, e il Gran Khan era sempre più avviluppato, vecchio anche lui, negli intrighi delle sue mogli e nume- rose amiche e relativa figliolanza. I timori d'un cambia- mento di regno e di fortuna e la nostalgia del cielo rosato
PREFAZIONE XI
della natia laguna indussero i Polo a domandar congedo dal Khan. Questi menava le cose per le lunghe, quando, per lor fortuna, nel 1292 capitò a Pekino un'ambasceria dalla Persia per chiedere una principessa cinese in moglie per Argon, re dei Tartari del Levante, rimasto vedovo. La scelta di Kublai, dopo aver fatto studiare a lungo l'oro- scopo dai suoi astrologi, cadde sulla principessina Ko (Ko katin) della famiglia imperiale dei Sung, raccolta bam- bina alla caduta di Hangchow ed ormai fatta ventenne nel- l'ambiente della sua corte. Per evitare i disagi ed i peri- coli del viaggio attraverso il deserto di Gobi e le terre di Caidù, ancora suo mortai nemico in Turkestan, Kublai concesse agli ambasciatori di menar la sposa in Persia per la via di mare e di farsi accompagnare dai tre latini che rimpatriavano. La notizia non parve vera ai Polo che, detto fatto, presero tutt' i p'iao ch'ao, o monete di carta accumulate in tanti anni, e le cambiarono in una bella ra- dunata di pietre preziose. Cucirono queste solidamente entro il loro saio e un bel giorno l'imperiai carovana, spiegando le vele e le bandiere al vento, si mise in moto pel Gran Canale. Qui Marco Polo ci ha lasciato un bellissimo itine- rario per fiumi e per canali fino a Kinsai (Hangchow), la minuta descrizione di questa portentosa ed immensa città, e del viaggio per terra, in lunga fila 3i portantine, attra- verso l'alpestre provincia del Pukien fino a Zaiton, il porto di imbarco di fronte all'odierno porto d'Amoy.
Quivi entrarono in mare su di una flottiglia di grosse giunche a quattro alberi, armate da 600 marinai e, co- steggiando l'Annam, Sumatra, Ceylon e la costa occidentale dell' Indostan, dopo 15 mesi di avventurosa navigazione, sbarcarono ad Hormuz, all'entrata del golfo Persico. Questo
XII PREFAZIONE
viaggio dà modo a Marco Polo di compiere — primo tra gli Europei moderni, — la circumnavigazione meridionale dell'Asia, tre secoli dopo che quei mari erano stati corsi e ricorsi da marinai cinesi, arabi e persiani — per tacere dei mercanti romani che, come ambasciatori di Marco Au- relio agli imperatori della dinastia Han, arrivarono in Co- chincina nel 166 dell'era volgare.
In Persia i nostri tre viaggiatori appresero la morte del re del Levante ; a Sabzwar (Albero Solo) si separarono, con molte dimostrazioni di affetto, dalla principessa Ko Katin, che 5 anni dopo passò sposa al figlio e successore del so- vrano destinatole, e proseguendo il loro cammino per Ta- briz e Trebisonda, Costantinopoli e Negroponte arrivarono a Venezia nel 1295.
Narra una leggenda come al loro ritorno in patria essi non fossero riconosciuti dai loro parenti, che dopo 25 anni d'assenza potevano ben crederli morti, se non quando, dopo di essere stati invitati ad un lauto pranzo, i viaggiatori presero a mostrar loro una gran quantità di pietre preziose scucite dalla fodera dei loro ricchi abiti di seta — una prova di assoluta fiducia che non si dà che ai più stretti parenti.
Poco appresso, Venezia, essendo in guerra con Genova, richiese alla famiglia Polo di armare, secondo il costume, una galea,, e Marco Polo che ne prese il comando, fu fatto prigioniero alla battaglia di Curzola (1298) e condotto a Genova. Quivi ebbe compagno di sventura un Kusticiano o Eustichello da Pisa, che, dopo la battaglia della Meloria, s' ingegnava di mettere a profitto i suoi talenti letterari scrivendo versi d' amore e prose da romanzo in vulgari gallico, ossia in francese, lingua predominante in quei tempi
PlfWAZIONE XIII
come si sa dal Tesoro di Ser Brunetto Latini, maestro di Dante. Ser Marco si fece mandare le sue note di viaggio da Venezia e le dettò man mano a Rusticiano, che ne formò un libro scritto in francese. Questa fu la prima edizione del libro dei Viaggi di Marco Polo (1298); da essa vennero poi compilate epitomi e traduzioni in latino e nelle princi- pali lingue europee, di cui esistono 85 codici manoscritti, sparsi nelle primarie biblioteche d' Europa, compresi i 29 che sono in Italia. •
La prima traduzione, abbreviata e monca, in volgare fiorentino, fatta intorno al 1307 e conosciuta sotto il nome di Codice Magliabecchiano più antico, usata per la edizione a stampa dal Ramusio (Venezia 1559), è qui riprodotta senza alterazione, tranne quelle poche variazioni ortogra- fiche dei nomi di persone e di paesi, che furono svisati dai copisti. L'alterazione e la varietà delle loro forme era un grave ostacolo alla piana intelligenza del volume.
In considerazione dello scopo cui esso è destinato, ognun vede come sarebbe fuor di proposito entrar nelle dispute che si sono venute accendendo intorno a ciò che narra il viaggiatore veneziano: poche note sobrie ed opportune sui paesi, sui loro prodotti e sui loro abitanti, sugli usi e co- stumi di questi, e un chiaro tracciato degli itinerari per- corsi dai Polo ci sembrarono sufficienti a raggiungere il fine che la nostra raccolta si propone.
Lo stile di Ser Marco è rapido, semplice, efficace, corno quello di colui che ha molte cose da dire e non può in- dugiarsi in fiorettature rettoriche; la lingua del traduttore fiorentino è quella dell'aureo trecento, schietta e pura, sebben venata qua e là di pretti idiotismi della pronuncia toscana, coinè appostolo, occeano, piata, abergo^ e di francesismi
XIV PREFAZIONE
come quattroventi (per 80), villa (per città), freri (per frati o fratelli), santa (per salute), e via discorrendo. Ai fatti os- servati s'intrecciano moltissime parole tecniche attinenti al commercio, ben note ai nòstri maggiori negli scali d'Oriente ed ancor oggi usate in quelli dell' Estremo Oriente, di cui sarà assai interessante conoscere il significato e l'origine. Esse sono elencate nell' indice speciale alla fine del vo lume.
Per la straordinarietà e molteplicità delle cose raccon- tate, il libro di Marco Polo fu dai suoi contemporanei chiamato il Milione. Esso infatti rievoca ad un tempo il Periplo di Nearco, il misterioso Egitto di Erodoto, nonché i Viaggi di Sindbad dei racconti arabi. Buddisti, Bramani e stregoni sfilano insieme con Maomettani, Cristiani e Ado- ratori del fuoco; leggende e miracoli si alternano con i prodigi dei fattucchieri e dei prestidigitatori tibetani; im- mensi eserciti si azzuffano, sotto un nuvolo di freccie, tra il fragore dei timpani e il barrito degli elefanti; schiere di corsali veleggiano i mari depredando le navi, mentre le carovane lente lente attraversano i deserti infuocati pieni di miraggi e di echi misteriosi, e le slitte veloci, trainate dai cani, scivolano sui ghiacci perenni della Valle 1 scura. Lungo i fiumi gremiti di barche s'affollano le città cinesi, veri formicolai umani, dove tutti i prodotti naturali « le pietre che ardono », i metalli preziosi, le gemme, le co- stose pelliccie, i cereali, le droghe, le frutta tropicali, le radici medicinali e i profumi hanno il loro scambio con le monete « fatte di buccia d'arbori ». La notte, mentre le guardie del fuoco vegliano sulle città dall'alto delle loro torri, fuori, per la campagna nera, nel folto impenetrabile della giungla, squittiscono le scimmie e stanno in agguato
PREFAZIONI-: XV
le tigri. Eppure quest' incanto di novità, che lo Shakespeare colse più tardi e mise in bocca d' Otello per sedurre la fantasia della pura Desdemona; questo fascino dei paesi lontani e misteriosi del Sol Levante, non lasciò sul suo secolo maggiore impressione di quel che tacessero i ro- manzi di cavalleria allora in gran voga, Tristano e Isotta e i Reali di Francia. Il facile e proficuo commercio con il Mediterraneo orientale distolse quel secolo dal cercare je vie aspre e lunghe e difficili aperte dal viaggiatore veneziano.
Ma quando nel 1453 Costantinopoli cadde in mano dei Turchi, gli Occidentali furono spinti a studiare nuove vie per raggiungere le fonti del loro commercio, cioè i paesi descritti da Marco Polo, la Persia, l' India e la Cina. Cri- stoforo Colombo nell'attuare questo disegno suggeritogli dal suo genio trova invece il Nuovo Mondo (1492). La cono- scenza geografica ed astronomica essendo mutata, il Por- togallo doppia il Capo e giunge all' India e alla Cina, tra- scinandoci dietro i missionari della Croce. D'allora in poi l' incantesimo dell' Oriente riprende come un incubo la mente europea, e, nel continuo succedersi e avvicendarsi di colonie, commerci e missioni politiche, scientifiche e religiose in tutta l'Asia, il libro di Marco Polo, vagliato, controllato, commentato da una miriade di ufficiali conso- lari, governatori coloniali, soldati, viaggiatori, commercianti e missionari, resta, dopo sei secoli, una delle fonti più au- torevoli e il punto di partenza per l' elucidazione dei più interessanti problemi di geografia storica, finanza, commer- cio, etnologia, etimologia, religioni e relazioni dell'Asia con F Europa.
Patta la pace tra Venezia e Genova nel 12!M>, per mezzo
XVI
PREFAZIONE
del Duca di Savoia, Marco Polo ritornò in patria, si am- mogliò a 45 anni, ebbe tre figliuole e si godè il frutto della sua agiatezza. Il 9 Giugno 1323 fece testamento, e qualche anno dopo, nel 1326, morì all'età di 72 anni, e fu sotterrato nella chiesa di S. Lorenzo. A Venezia esiste ancora il portale della casa ove egli nacque nel 1254 in Calle S. Cristoforo, ma la sua famiglia si estinse nel 1418 con un Marco Polo castellano di Verona.
Di lui esistono due ritratti, uno in Eoma, nella inac- corta di Monsignor Badia, col titolo magniloquente : To- tius Orbis et Indiae Peregrinator ÌPrimus; l'altro è il mosaico del Salviati nella sala consiliare di Genova, di fronte a quello di Colombo, presentati entrambi da Ve- nezia alla sua antica rivale in occasione del centenario colombiano nel 1892.
Firenze, maggio 1916.
Onta Tiberii.
NOTA DEGLI EDITORI
Le copiose annotazioni che accompagnano questa ristampa dei Viaggi di Marco Polo sono state preparate, dietro nostra insistente richiesta, dal dott. cav. Tiberii, il quale fu per molti anni (1881- 1904) residente in Cina, nella Amministrazione delle Dogane e delle Poste. La sua posizione ufficiale, la lunga esperienza, la cono- scenza della lingua e dei costumi del paese, e soprattutto l'aver egli vissuto nelle stesse provi ncie descritte dal grande Veneziano danno affidamento che le sue note, per ciò che riguarda la Cina, saranno dai lettori trovate non meno autorevoli che interessanti.
ITINERARI
»■+++ Vl'39g'Q deiduefrafelli Polo(l26(KJ9)- Coiiantinopoli-Bolgara- Bocara-,
Gfrar Karakorum
— Vya^aéz\\rt?Q\o(ì272-7^Layai-Pamir-Lap-Kemenfti{er/tarno1292-3<t)
Mino-Hangchow-Zaiion-Bintarig-lndia-Hormtjz.-Trebi.iOnda
— Via39l0 di Marco Va\^Z^PtKino-iìngan-5indufu-Awn-Mapei-Pekino
oV>U
r iORCIA
U (MANCIURIA)
KABAKOffUM KEM£NFU(Q«xxuL.
:nfu(qùxjxòL) s — — r I
— . —
IL BILIONE
DI F\. AARCO POLO
Ohi comincia il libro di messer Marco Polo da Vinegia,
■v
CHE SI CHIAMA « MEL10NE », IL QUALE RACCONTA MOLTE NOVITAD1 DELLA TARTARI A E DELLE TRE INDIE E D'ALTRI PAESI ASSAI.
I. *)
" Furono due nobili cittadini di Vinegia, eh' ebbe nome V uno messer Matteo e 1' altro messere Nicolao, i quali ali- da ro al Gran Cane signore di tutti i Tartari ; e le molte no- \ itadi che trovàro si diranno più innanzi. E' quali, giunti che fftro alla terra dov' era il Grande Cane, sentendo la loro ve-
*) I primi tredici capitoli formano il prologo di quest'epitome italiana, che appare molto ridotta e monca, e priva dell'esordio del testo originale francese, nel quale vien narrato il primo viaggio dei due fratelli Polo alla Tartana (1260-1269). (Vedi sulla Carta : Iti- nerario 1°).
La Tartaria: era il Nord dell'Asia, dal Caspio alla ultima Tuie (Caoli, Corea), e comprendeva: 1" l'impero dei Tartari del Po- nente, dal Mar Nero al fiume Oxus; 2° l'impero dei Tartari del Levante, dall'Anatolia al Golfo Persico; 3° l'impero Mongolo, dall' Oxus alla Cina. I tre imperi erano governati da pronipoti di Cinghis Khan, tra i quali emerse Kublai Khan, conquistatore e unificatore della Cina. •e tre Indie: erano le terre bagnate dall'Oceano indiano, divise in India maggiore (Indostan), India minore (Indocina), e India mez- zana o terza (Arabia e Abissinia).
IL MILIONE
nuta, fecesegli venire innanzi, e fecene grande allegrezza e festa, però che non avea mai più veduto niuno latino ; e do- mandogli dello imperatore, e che signore era, e di sua vita e di sua iustizia, e di molte altre cose di qua ; e domandoli del papa e della Chiesa di Roma, e tutti i fatti e Stati di cristiani. E i due fratelli gli rispuosono bene e saviamente ad ogni sua domanda, però che sapeano bene il tartaresco.
IL
Quando lo grande signore, che Goblai avea nome, che era signore di tutti li tartari del mondo, e di tutte le provincie e regni di quelle grandissime parti, ebbe udito de' fatti de' la- tini dagli due frategli, molto gli pregò ; e disse fra sé stesso di volere mandare messagi a Inesser lo papa ; e chiamò gli due frategli, pregandoli che dovessero fornire questa amba- sciata a messer lo papa. Gli due frategli rispuosero : volen- tieri. Allora lo signore fece chiamare uno suo barone che avea nome Coghotal, e disseli che volea ch'andasse co'li due frategli al papa. Quegli rispose: volentieri, sì come per si- gnore. Allotta lo signore fece fare carte bollate, come li due frategli e il suo barone potessero venire per questo viaggio, e impuosegli V ambasciata che volea che dicessero ; tra le quali mandava dicendo al papa, che gli mandasse sei uomini savi, e che sapessero bene mostrare a l' idoli e a tutte altre generazione di là, che la loro legge era tutta altramenti, e
Coblai: Kublai Khan, sopra ricordato.
carte bollate: credenziali, passaporti e salvacondotti che portavano il suggello imperiale.
a l'idoli: agli idolatri. Nel richiedere missionari al Papa, Kublai Khan mirava ad ottenere istruttori di scienze ed arti, matema- tici, compilatori di calendari, e maestri pei suoi rozzi e super- stiziosi seguaci delle steppe, tramutati in padroni di genti alta-
I)T \[. MARCO POLO 0
come ella era tutta opera di diavolo, e che sapessero mo- strare per ragioni come la cristiana legge era migliore. An- cora pregò li due frategli, che li dovessero recar [' olio de la lampana eh' arde al Sepolcro in Gerusalemme.
TU.
Come il Grande Cane donò a li due frategli la tavola de V oro.
Quando lo Grande Cane ebbe isposta V ambasciata a li due frategli e al barone suo, si li diede una tavola d' oro, ove si contenea che gli inessagi, in tutte parti ove andas- sero, li fosse fatto ciò che loro bisognasse ; e quando li mes- sagi furo aparecchiati di ciò che bisognava, presero comiato, e missersi in via. Quando furo cavalcati alquanti die, lo ba- rone eh' era co' gli frategli non pottè più cavalcare, eh' era malato, e rimase a una città ch'ha nome Alau. Li due fra- mente incivilite, come erano i Cinesi. Era savio accorgimento politico l'evitare che questi ultimi, non ancora pienamente sot- toméssi, la facessero da maestri ai loro dominatori. Le fiorenti comunità cristiane scismatiche, che la chiesa Armena aveva fondate sin dal VII secolo nel nord della Cina e in Manciuria, oltre che nella Persia e nell' India, dovevano suggerirgli altresì l'opportunità di adottare un sistema di credenze diverse dal bud- distico, ch'era largamente praticato in Cina, dal Tangut al mare; ma, diventato imperatore della Cina, Kublai Khan fu ben presto avvolto nelle spire del lamaismo, dell'astrologia e dell'etichetta cinese. Oraecia capta ferum victorem ceptt. tavola d'oro: gli inviati speciali ricevevano, inoltre, una tavoletta d'oro (cinese chin pai txù), col loro titolo e nome incisi in ca- ratteri ugrici, alla cui presentazione le Autorità delle provincie traversate avevano l'obbligo di fornire la scorta di soldati, ca- valli, alloggi e tutto l'occorrente per proseguire il viaggio. Alau : nel testo francese non è specificata la città dove si fermò il
6 IL MILIONE
tegli lo lasciare, e missersi in via; e in tutte le parti ov'egli giugneano gli era fatto lo maggiore onore del mondo, per amore de la tavola : sì che gli due frategli giunsero a Layas. E si vi dico eh' egli penàro a cavalcare tre armi ; e questo venne, che non poteano cavalcare per lo malo tempo e per li fiumi eh' erano grandi.
IV.
Come li due frategli vennero alla città d'Acri.
Or si partirò da Layas, e vennero ad Acri del mese di aprile, nell'anno 1272, e quivi seppero eh '1 papa era morto.
barone; si tratta di un paese mongolo sulla via di Karakorum,
che può essere tanto Uliasutai quanto Ili.
Layas: (Layasum, Aiazza) è l'antica Aegae, in fondo al golfo di Scan- derun, allora fiorente sbocco commerciale delle vie di Sebaste Aleppo e Antiochia, molto frequentato da Genovesi e Veneziani, e testa di carovaniera per Bagdad e l'India. Oggi è un misero villaggio di 600 abitanti. V. p. 16.
Acri: (Akke, Acon, S. Giovanni di Acri; la Ptolemaide dei Romani) era la sede del legato pontificio Odaldo (Tebaldo) Visconti da Piacenza, vescovo di Liegi. Morto Clemente IV nel novembre 1268, il Visconti fu eletto papa, dopo quasi tre anni d'interregno, il 6 Settembre 1271. Egli prese il nome di Gregorio X, e morì nel 1276 in Arezzo, dove è sepolto. Il suo tentativo di evange- lizzare la Cina fallì per la codardia dei due frati missionari. Più tardi, nel 1300, Giovanni di Montecorvino raggiunge Pelano, è nominato Vescovo nel 1314, e s' incontra colà con Odorico da Pordenone nel 1324, ma la sua opera non lasciò alcuna traccia di cristianità. Le missioni cattoliche in Cina si stabilirono defini- tivamente tra il XV e il XVI secolo coi Portoghesi a Macao, e Matteo Ricci a Pekmo (1610).
1272: data evidentemente errata, deve correggersi 1269.
DI M. MABCO POLO 7
lo quale avea nomo papa Clemente. Li due Irategli andàro a uno savio legato, ch'era legato per la Chiesa di Roma nelle terre d'Egitto, e era uomo di grande autoritade, e avea nome tnesser Odaldo da Piacenza. E quando li duo Irategli li dis- sero la cagione perchè andavano al papa, lo legalo se ne diede grande meraviglia; e pensando die questo era grande bene e grande onore de la cristianitade, si disse che il papa era morto, e che elli si soferissero tanto che papa fosse (dila- niato, che sarebbe tosto; poscia potrebbero fornire loro am- basciala. Li due Irategli, udendo ciò, pensaro d' andare in questo mezzo a Vinegia, per vedere loro famiglie : allora si partirò d'Acri, e vennero a Negroponte, e poscia a Vinegia. E quivi trovò messer Nicolao che la sua moglie era moria, e orane rimasto uno figliuolo di quindici anni, ch'avea nome Marco : e questi è quello messer Marco di cui questo libro parla. Li due frategli isteltero a Vinegia due anni, aspettando che papa si chiamasse.
V
Come li due frategli si partirò da Vinegia per tornare al Grande Cane.
Quando li due Irategli videro che papa no' si facea, mos- seisi per andare al Grande Cane, e menarne co' loro questo Marco, figliuolo di messer Nicolao. Partirsi da Vinegia tulli e ire. e vennero ad Acri al savio legato che v'aveano lasciato,
che papa fosse chiamato : che si facesse T elezione del pontefice.
Negroponte : l' isola a N. E. dell'Attica, chiamata anticamente Eubea, separata dal continente da uno stretto canale. I Veneziani vi ave- vano un porto importante.
8 IL MILIONE
e disseli, poscia che papa non si facea, voleano ritornare al Grande Cane, che troppo erano istati ; ma prima vcleano la sua parola d' andare in Gerusalemme, per portare al Grande Cane de l'olio de la lampana del Sepolcro : e '1 legato gliela diede loro. Andàro al Sepolcro e ebbero di quello olio, e ri- tornalo a lo legato. Vedendo lo legato che pure voleano an- dare, fece loro grande lettere al Grande Cane, come li due frategli erano istati cotanto tempo per aspettare che papa si facesse, per loro testimonianza.
VI. Come gli due fratelli si partirono da Acri.
Ora si partirono li due fratelli d'Acri colle lettere del legato, e giunsero ad Layas. E, stando in Layas, udirono novelle come questo legato, lo quale aveano lasciato in Acri era chiamato papa: ebbe nome papa Gregorio di Piagienza. E in questo stando, questo legato mandò un messo a Layas, dietro a questi due fratelli, che tornassono adrietro. Quegli con grande allegrezza tornarono adrietro in su n' una galea armata, che fece loro apparecchiare lo re d' Ermenia. Or si tornarono gli due fratelli al legato.
VII.
Come gli due fratelli vanno al papa.
Quando gli due fratelli vennoro ad Acri, lo papa chia- mato fece loro grande onore, e riceverteli graziosamente, e
Ermenia: Armenia.
DT M. MARCO POLO
diede loro due frati, di quegli del monte del Carmine, ipiue savi che tossono in quel paese, Y uno avea nome frate Nic- colaio di Vinegia, e l'altro frate Guglielmo da Tripoline che dovessono andare con loro al Gran Cane; e diede loro lettere e privilegi, e impuose loro l'ambasciata che voleva che facies- sono al Gran Cane. Data la sua benedizione a questi cin- que, cioè agli due frati e agli due fratelli e a Marco figliuolo di messer Niccolò, partironsi da Acri e vennero a Layas. dome quivi furono giunti, uno che avea nome Bondoc Daire, soldano di Bambellonia, venne con grande oste sopra quella contrada, e faccienclo grande guerra. Per la qual cosa li due frati ebbero paura di andare piue innanzi, e diedero le carte e brivilegi agli due fratelli, e non andarono più oltre : e andaronsene al signore del tempio quegli due frati.
Vili.
Come gli due fratelli vengono alla città di Kemenfù,
ov' è lo Gran Cane.
Messer Niccolò e messer Matteo, e Marco figliuolo di messer Niccolò, si missono ad andare, tanto che funno giunti là ov' era il Gran Cane, eh' era inn' una città che ha nome
del monte del Carmine: carmelitani.
Bambellonia : d' Egitto, cioè il Cairo, che portava ancora il nome datole da Diodoro, Strabone e Tolomeo. Il suo nome arabo Cairo significa Vittoria. Il saccheggio di Antiochia nel 1270 per parte del suo sultano Bundukdar, che vendeva le donne cristiane a quattro per un dinar, era ancor fresco nella memoria, e incu- teva tanto spavento, che i due frati missionari non si sentirono più di proseguire il viaggio insieme coi tre Polo.
10
IL MILIONE
Kemenfù, cittade molto ricca e grande. Quello che trovarono nel camino non si conia ora, perocché si conterà innanzi. E penarono ad andare tre anni, per lo mal tempo, e per gli fiumi, eh' erano grandi e di verno e di state, sicché non poterono cavalcare. E quando il Gran Cane seppe che gli due fratelli venivano, egli ne menò grande gioia, e manciù loro messo incontro, bene quaranta giornate; e molto furono ser- viti e onorati.
IX.
Come gli due fratelli vennero al Gran Cane.
Quando gli due fratelli e Marco giunsero alla gran città ov' era il Gran Cane, andarono al mastro palagio, ove gli era con molti baroni, e inginocchiaronsi dinanzi da lui, cioè al Gran Cane, e molto si umiliarono a lui. Egli gli fece levare suso, e molto mostrò grande allegrezza, e domandò loro chi era quello giovane eh' era con loro. Disse messer Niccolò : egli è vostro uomo e mio figliuolo. Disse il Gran Cane: egli
Kemenfù : cioè Kaipingfu *), la Kaibung dei Mongoli, sin dal 1264 residenza di estate del Gran Khan, era situata nel Kartcin in Mongolia, a 367 miglia a N. E. da Pechino. Essa veniva altri- menti detta Shandù o Giandù. Vedi cap. LXIII.
mastro palagio: al palazzo principale della città, cioè al palazzo reale.
*) La scrittura dei nomi esotici del testo segue il suono italiano, quella dei corrispondenti nomi odierni dati nelle note segue il suono e la forma della tra- scrizione inglese, ufficialmente riconosciuta ed autorizz ita dal Governo cinese, che riesce praticamente la più semplice e la più universalmente usata. Quindi il suono eh, che nel testo è gutturale (es. Chiugiù, Chumchum), nelle note, invece, è palatale (es. Kueichow, Changking). Questa è la sola differenza importante da notare. I suoni sh = se (es. Shanghai, Shengching) e, in pochi casi, i suoni oo— u (es. Foochow, Soochow) e il suono o\v = ou (come in Hangchow) non presentano difficoltà.
DI M. MARCO TOLO 11
sia il ben venuto, c'inolio mi piace. Date ch'ebbero le carie e privilegi che recavano dal papa, lo Gran Cane ne fece grande allegrezza, e domandò com'erano istati. Rispuosero : messer, bene, dapoi che vi abbiamo trovato sano ed allegro. Quivi fu grande allegrezza della loro venuta; e quanto istet- tero di tempo nella corte, ebbono onore piue d'altro barone.
X.
Come lo Gran Cane mandò Marco figliuolo di messer Niccolò per suo messaggio.
Ora avvenne che questo Marco figliuolo di messer Niccolò, poco istando nella corte apparò gli costumi tarteri e loro lingue, e loro lettere, e diventò uomo savio e di grande va- lore oltra misura. E quando lo (Iran Cane vide in queslo giovane tanta bontà, mando Ilo per suo messaggio ad una terra, ove penò ad andare sei mesi. Lo giovane ritornò bene, saviamente ridisse la' mbasciata, ed altre* novelle di ciò che gli domandò : perchè il giovane avea veduto altri ambascia- dori tornare d' altre terre, e non sapeano dire altre novelle delle contrade fuori che l'ambasciata, egli gli avea il signore per folli, e diceva che piue amava gir diversi costumi delle terre sapere, che sapere quello per che gli avea mandato. K Marco, sappiendo questo, apparò bene ogni cosa per sapere ridire al Gran Cane.
XI.
Come messer Marco tornò al Gran Cane.
Or torna messer Marco al Gran Cane colla sua ambasciata.
e bene seppe ridire quello per che egli era ito, e ancora tutte
maraviglie e le grandi e le nove cose che avea trovate.
12 IL MILIONE
Sicché piacque al Gran Cane e a tutti i suoi baroni, e tutti lo commendarono di gran senno e di grande bontà ; e dis- sero, se vivesse, diverrebbe uomo di grandissimo valore. Venuto di questa ambasciata, si '1 chiamò il Gran Cane sopra tutte le sue ambasciate : e sappiate che stette col Gran Cane bene 27 anni. E in tutto questo tempo non fino d'andare in ambasciate per lo Gran Cane, poiché recò sì bene la prima ambasciata. E faceagli tanto d'onore lo signore, che gli altri baroni ne aveano grande invidia : e questa è la ragione per- chè messer Marco seppe più di quelle cose, che nessuno uomo che nascesse unque.
XII.
Come messer Niccolò e messer Matteo e messer Marco domandàro commiato al Gran Cane.
Quando messer Niccolò e messer Matteo e messer Marco furono tanto istati col Gran Cane, vollero lo suo commiato per tornare alle loro famiglie. Tanto piaceva il loro fatto al Gran Cane, che per nulla ragione lo' voleva loro dare com- miato. Ora avverine che la reina Bolgara, eh' era moglie
27 anni: essi comprendono il periodo di tutti e due i viaggi (1265- 1292). Marco Polo non rimase in Cina che 18 anni, dal 1274 al 1292. Partì da Layas nell'Ottobre del 1271 e penò tre anni ad arrivare (v. p. 10). Il Khan « lo chiamò sopra tutte le sue ambasciate», cioè, lo nominò Presidente del Ministero delle Co- lonie e dipendenze (Lì Fan Yuan), come collega di un simile presidente mongolo. Anche oggi certe amministrazioni cinesi sono dirette da due funzionari, l'uno cinese, l'altro manciù; e, per le dogane marittime, uno di nazionalità forestiera.
DI M. MA.RCO POLO 13
d* Arcon, si mono, e la reina si lasciò che Arcon non potesse torre moglie se non di suo lignaggio ; e mandò ambasciadori ni Gran Cane, e furono tre, de' quali aveano 1' uno nome Oula inai, e l'altro Pusciai, l'altro Goja, con grande compa- gnia, che gli dovesse mandare moglie del lignaggio della reina Bolgara, imperocché la" reina era morta e lasciò che non po- tesse prendere moglie altra che di suo lignaggio. E' 1 Gran Cane gli mandò una giovine di quello lignaggio, e fornio l'ambasciata di coloro con grande festa e allegrezza. In quella, inesser Marco tornò d'una ambasciata d' India, dicendo l'am- basciata e le novitade che avea trovate. Questi tre ambascia- dori, eh' erano venuti per la reina, domandarono grazia al Gran Cane, che questi tre latini gli dovessono accompagnare in queir andata con quella donna che menavano. Lo Gran Cane fece loro la grazia a gran penale mal volentieri, tanto gli amava, e diede parola alli tre latini che accompagnas- sono li tre baroni e la donna.
XIII.
Quivi divisa come messer Niccolò e messer Matteo e messer Marco si partirono dal Gran Cane.
Quando lo Gran Cane vidde che messer Niccolò e mes- ser Matteo e messer Marco si doveano partire, egli gli fece chiamare a se, e si fece loro dare due tavole d' oro ; e co- mandò che fossono franchi per tutte sue terre, e fosse loro
Arcon: (Arghun Khan), re dei Tartari del Levante, o della Persia, era figlio di Abaka, nipote di Hulagu e pronipote di Cin^his Khan. Rimasto vedovo nel 1287, mandò un'ambasceria al Gran Khan per chiedere, secondo il costume tartaro, la mano di una prin- cipessa cinese. Kublai Khan gli destinò la principessa Ko (Ko
14 IL MILIONE
fatte tutte le spese, a loro e a tutta loro famiglia in tutte parti ; e fece loro aparecchiare 14 navi, le quali ciascuna avea quattro alberi, e molte andavano a 12 vele. Quando le navi furono aparecchiate, li baroni e la donna con questi tre latini ebbono preso commiato dal Gran Cane, e si misseno nelle navi co' molta gente, e '1 Gran Tlane diede loro le spese per due anni. E vennoro navicando ben tre mesi, tanto che vennoro all' isola di Java, nella quale hae molte cose mera- vigliose, che noi conteremo in questo libro. E quando egliono furon venuti, quegli trovarono che Afcon era morto, cioè colui a cui andava questa donna. E dicovi senza fallo, ch'en- tro le navi avea bene settecento persone, sanza gli marinai, de' quali non ne campò più che diciotto ; e trovarono che la signoria d'Arcon teneva Acatu. Quando ebbono raccomandata la donna, e fatta l'ambasciata ch'era loro imposta dal Gran Cane, presono commiato, e missorsi alla via. E sappiate che Acatu donò agli tre latini, messagi del Gran Cane, quattro tavole d' oro. Era nell' una iscritto che questi tre latini fos- sero serviti e onorati, e dato loro ciò che fosse bisogno in tutta sua terra. E così fu fatto, che molte volte erano ac- compagnati da 400 cavalieri, e piue o meno, quando biso- gnava. Ancora vi dico, che per riverenza di questi tre mes- sagi, che il Gran Cane si fidava di loro, che gli affidò loro la reina Caciese, figliuola del re de' Mangi, che la dovessoro
Katin) della Casa Sung, presa prigioniera in tenera età alla ca- duta di Hangchow nel 1276. Argon morì nel 1291 prima del- l'arrivo della principessa; la quale, invece, sposò il figlio e successore di luì Gazan, asceso al trono di Persia nel 1295 col nome di Mahmud Gazni.
Acatu : (Kiakatu) fratello di Arcon, teneva la reggenza all' arrivo dei Polo in Persia nel 1294. Vedi cap. CLXXVII.
Caciese: Cataiese, del Catai, ossia Cinese. Mangi, come vedremo, è la Cina meridionale.
fi! M. MAR<(» POLO
16
menare ad Aram, al signore di lutto il Levante. E così fu fatto. E queste reine li tenevano per lor padri, e così gli ubbidivano. E quando questi partirono per tornare in lor parsi, queste reine piansono di gran dolore. Sappiate, che poi sì grande reine furo fidate a costoro di menare al loro si- gnore, sì a lunga parte, eh1 egliono erano bene armati e tenuti in gran capitale. Partiti i tre messagi da Acatu, si se ne vennero a Tripisonde, e poi a Costantinopoli, e poi a Negroponte, e poi a Vinegia ; e questo fu negli anni 1295. Or v' ho contato il prologo del libro di inesser Marco Polo, che comincia qui a divisare delle provincie e paesi ov' egli fu.
XIV.
Qui divisa della provincia di Ermenia
Egli è vero che sono due Ermenie, la piccola e la grande. Nella piccola è signore uno che giustizia buona mantiene, ed è sotto lo Gran Cane. Quivi ha molte ville e molte castella, e abbondanza di ogni cosa, e havvi uccellagioni e cacciagioni assai. Quivi soleva già essere di valentri uomini, ora sono tutti cattivi; solo rimase loro una bontà, che sono grandis-
Tripisonde: Trebi sonda, porto sul Mar Nero e capitale del regno franco di Trebisonda dal 1204 al 1262, era allora, come oggi, lo sbocco della via della Persia e della Grande Armenia.
la piccola Armenia: comprendeva la Cilicia, la Siria, Tlsauria e la Cappadocia, con Layas, sbocco dell' « infra-terra », e Sis (Mes- sis, Mopsuestra), città capitale. In questa regione, assai deca- duta dall'antico splendore, V Italia ottenne nel 1913 dalla Turchia una concessione ferroviaria per allacciare il porto d'Adalia alla ferrovia inglese Smirne-Aidin.
ville : città (confr. il francese ville).
16 IL MILIONE
simi bevitori. Ancora sappiate, che sopra mare hae una villa, eh' ha nome Layas, la quale è di grande mercanzia, e per ivi si posano tutte le spezerie che vengono di là entro; e gli mercatanti di Vinegia e di Genova e d'altre parti quindi le- vano loro mercatanzie e gli drappi di là, e tutte l'altre care cose; e tutti i mercatanti che vogliono andare infra terra prendeno via da quella villa. Ora conteremo di Turcomania.
XV.
Qui divisa della provincia di Turcomania.
In Turcomania ha tre generazioni di gente. L'ima gente sono Turcomanni, e adorano Malcometto, e sono semplice genti e hanno sozzo linguaggio, e stanno in montagne e in valle, e vivono a bestiame, e hanno cavagli e muli grandi e di grande valore. E gli altri sono ermini e greci, che dimo- rano in ville e in castelli, e vivono d'arti e di mercanzia; e quivi si fanno i sovrani tappeti del mondo e a più bel co- lore. Fa visi lavoro di seta e di tutti colori. Altre cose v'ha che io non vi conto. Elli sono al Tartero del levante. Or par- tiremo di qui, e andremo alla grande Ermenia.
La Turcomania: comprendeva la Frigia, la Pamfilia, la Caramania e aveva per capitale Iconium (Konia, Cognì), abitata dai Turchi Selgiuchi fin dal 1080. Questi soffersero molto nelle guerre coi Crociati e soggiacquero infine alla invasione tartara nel 1257. Konia è la culla dell1 impero ottomano, il cui fondatore Othman fu ai servizio del Sultano d'Iconio. La campagna è popolata da turchi, agricoltori e pastori, le città da greci, armeni, ebrei e levantini, dediti alle arti e al commercio.
Malcometto: Maometto.
sovrani tappeti: i più bei tappeti.
Elli sono al Tartero: dativo di appartenenza.
DI M MARCO POLO 17
XVI.
Della grande Ermenia.
La grande Ermenia si è una grande provincia; e nel co- i lanciamento è una città eh' ha nome Arzinga, ove si fa il migliore bucherarne del mondo. Ivi è la più bella bambagia del mondo e la migliore. Quivi ha molte cittadi e castella; e la più nobile città è Arzinga, e hae arcivescovo. L'altre sono Arziron e Arzici. Ella è molto grande provincia. Quivi dimora la state tutto il bestiame di tarteri del levante, per la buona pastura che v' è ; di verno non vi istanno per lo grande freddo che v'è, che non vi camperebbono le loro be- stie. Ancora vi dico, che in questa grande Ermenia è l'arca di Noè, in su una grande montagna, negli confini di mezzodì
La grande Armenia : si estendeva dal Mar Nero al Kurdistan, tra la Giorgia al Nord e la Mesopotamia al Sud. Fu devastata dai Tartari nel 1242, e le rovine della capitale Àrzingan, e quelle di Arzici, o Arjish, sul lago di Van (palus Arsìssa), erano ancora visibili al tempo dei Polo.
bucherarne: tela finissima e bianca di cotone proveniente dalla Bukaria (Boccara) e conosciuta in commercio coi diversi nomi di boquerant, bocassin e arabo barracan (il nostro barracano).
bambagia: (bambas) è il nome che i Persiani danno alla peluria in cui sono avvolti i semi della pianta del cotone (greco kotil, arabo qutn, che vale: coppa). I Persiani devono aver ricevuto i semi della pianta e il nome dalla Cina, dov'essa è chiamata ìnien-him (cantonese min- fati). La pianta è molto coltivata nel Chekiang e Ningpo ; Shanghai e Nankin sono grandi centri di manifattura co toni ora.
Arziron : Arzen er Rum, Erzerum, città potentemente fortificata sulla via di Trebisonda.
una grande montagna: PArarat, sul quale secondo la tradizione biblica si osò PArca di Noè, dopo il diluvio.
Marco Polo. — II Milione. 2
18 IL MILIONE
•
inverso Io levante, presso al reame che si chiama Mosul, che sono cristiani, che sono iacopini e nestorini, delti quali di- renio innanzi. Di verso tramontana confina con Giorges : e in questo confine è una fontana, ove surge tanto olio in tanta abbondanza che cento navi se ne caricherebbono alla volta; ma egli non è buono da mangiare, ma sì da ardere; è buono da rogna, e ad altre cose; e vengono gli uomini molto dalla lunga per questo olio; e per tutta quella contrada non s'arde altro olio. Or lasciamo della grande Ermenia, e conteremo della provincia di Giorges.
XVII.
De' re di Giorgens.
In Giorgia Ime uno re, il quale si chiama sempre David Melic, ciò è a dire in francesco, David re. È sottoposto al Tarlerò. E anticamente a tutti gli re che nascono in quella
iacopini e nestorini: vedi pag. 21.
Giorges: la Giorgiana, o Circassia, di cui si parla nel capitolo se- guente.
olio da ardere : petrolio del porto di Baku sul Caspio, esportato per 10 milioni di tonnellate all'anno, da Batum alle falde del Cau- caso sul Mar Nero. Usato esternamente preserva i cavalli dalla rogna o scabbia.
Giorgia: Zorzania, Circassia, al sud del Caucaso, capitale Tiflis, re- gione montuosa abitata da una bella razza, le cui donne popo- lano gli harem di Costantinopoli. La cavalleria tartara nulla potè contro le sue ripide montagne. Il «segno di aguglia» (aquila), che nasceva sotto la spalla diritta dei suoi re, o David Melich, accenna a una tradizione di dipendenza o legame di parentela con la casa imperiale di Bisanzio, la quale aveva le aquile ro- mane per insegna.
DI M. MARCO FOLO 19
provincia, pasceva un segno d'aguglia sotto la spalla diritta. Egli sono bella gente, e prodi d'arme, e buoni arcieri; egli sono cristiani, e tengono legge di greci; e i cavagli hanno piccoli al modo dei greci. E questa è la provincia che Ales- sandro Grande non potè passare, perchè dall'uno lato èe il mare, e dall'altro le montagne; dall'altro lato èe la via si stretta che non si può cavalcare, e dura questa via istretta pine di quattro leghe, cioè 12 miglia, sì che pochi uomeui terrebbono lo passo a tutto il mondo: perciò non vi passò Alessandro. E quivi fece fare Alessandro una torre con gran fortezza, perchè coloro non potessono passare per venire sopra lui, e chiamasi la porta del ferro. E questo è lo luogo che dice il libro d'Alessandro, che dice che rinchiuse gli talleri dentro dalle montagne ; ma eglino non furono tarteri, anzi furono una gente eh' hanno nome Cumanni, e altre genera- zioni assai, che tarteri non erano a quel tempo. Egli hanno cittadi e castella assai, e hanno seta assai, e fanno drappi di seta e d'oro assai, li più belli del mondo; egli hanno astori gli piò belli e gli migliori del mondo; e hanno abbondanza d'ogni cosa da vivere. La provincia èe tutta piena di grande montagne, e si vi dico che gli tarteri non poterono ancora avere interamente la signoria di tutta. E quivi si ì\ lo moni- stero di santo Lionardo, ov' ha tale maraviglia, che d'una montagna viene un lago dinanzi a questo monistero, e non
porta di ferro: Derbend, sul Caspio, è il nomo persiano che signi- fica la porta di ferro, (turco Damir kapi; Porta sarmati di Tolomeo, Claustra Caspiontm di Tacito, Bab el Awab degli Arabi). La fortezza guarda lo stretto passo di 40 miglia tra il Caucaso e il Caspio, che non è da confondersi col passo di Ivhowar, a 50 miglia all'est di Rey (Regcs)< attraversato da Ales- sandro per invadere la Battriana.
Cumanni: una tribù degli Sciti.
astori: falchi da caccia.
20 IL MILIONE
mena niiuio pesce di mimo tempo, se no di quaresima, e comincia lo primo dì di quaresima, e dura sino al Sabato Santo, e ve ne viene in grande abbondanza. Dal dì innanzi non ve se ne vede né trova veruno, per maraviglia, insino all'altra quaresima. E sappiate che '1 mare ch'io v'ho con- tato si chiama lo mare di Geluchelan, e- gira settecento miglia, ed è di lungi d'ogni mare bene 12 giornate, ed entravi dentro molti gran fiumi. E nuovamente mercatanti di Genova navi- caro per quel mare. Di là viene la seta che si chiama ghele. Abbiamo contato degli confini che sono d' Ermenia di verso il levante ; or diremo di confini che sono di verso mezzodì e levante.
Gheluchelan : è il mar Caspio, così detto da Kasvin capitale della provincia persiana Ghilan, che vi s' affaccia a S. 0. Fu anche detto mar di Baku, dalla città dello stesso nome, e mar di Serail, da Sara (Tsarew), grande città presso la foce del Volga. I « grandi fiumi » che metton foce nel Caspio sono appunto il Volga e V Ural. Del Ghilan, regione serica per eccellenza, restano tracce nella nostra lingua, oltreché nel gkele, la seta del Ghilan ricordata da Marco Polo, anche nel gelso (morus gelsi o gemi) e in filu- gello. Il mercante di seta si dice in ispagnolo geliz ; e anche il gilct (panciotto di seta) dei francesi ha la stessa origine. Aristo- tele parlò pel primo del baco da seta (greco sir) e i primi tes- suti 'di seta vennero dall'isola di Cos sulla costa della Siria. E tradizione che il seme dei bachi da seta, originario della Cina, penetrasse nel Khotan, nascosto tra le bende che ornavano il capo d1 una principessa cinese andatavi sposa. Di lì passò in India, Persia e Siria ai tempi di Alessandro. Sotto Giustiniano (559 d. C.) i monaci nestorini ne portarono a Bisanzio, e di là passò a Napoli alPepooa di Roggero Normanno. 11 nome di seta non viene dal cinese ssù, per quanto chiara sia la coincidenza dei suoni; né i Cinesi furon detti Seres a cagione del loro pro- dotto serico. Sir (seta) è lo stesso suono che si riscontra in Siria, Soria, Assiria, Asia, Sirio, Sole (luce, oriente). Seta dunque si- gnifica stoffa d'oriente, e Seres vale orientali.
DT II. MARCO POLO WJ1
XVIII.
Del reame di Mosul.
Mosul si è un grande reame, ov' hae molte generazioni di gente, le quali vi conteremo incontanente ; e v'ha una gente che si chiama arabi, che adorano Malcometto. Un'altra gente v'ha che tengono la legge cristiana, ma non come comanda la chiesa di Roma, ma tallono in più cose. Egli sono chiamati nestorini e iacopini. Egli hanno un patriarca, che si chiama Jacolic; e questo patriarca fa vescovi e arci- vescovi e abati, e fagli per tutta India, e per Baudac e per
nestorini : eresiarchi, che con Nestorius, patriarca di Costantino- poli, deposto dal Concilio di Efeso (431), ritenevano che la divina ed umana natura in Cristo non fossero così unite da formare una sola persona. Essi erano governati da un patriarca che si chiamava Iacolich, cioè universale. (Iaeolich è parola armena, e vale cattolico). Cacciati dalla Persia al tempo della conquista araba, questi scismatici propagarono la cristianità per V India e la Cina e portarono l'alfabeto siriaco tra le genti ugro-altaiche. Nel 1626 a Singan nello Shensi fu ritrovata una grande iscri- zione in cinese, eretta il 4 Febbraio 781, durante la dinastia Tang, in onore del vescovo Olopen, missionario nestorino ivi morto nel 638.
iacopini: una setta opposta a quella dei nestorini era quella degli Iacopini, ossia seguaci di Iacob Baradaeus o Giacomo Zanzale, vescovo di Edessa, che nel 541-578 si separò dalla Chiesa per seguire la dottrina del Monolitismo di Eutichio. Queste due eresie avevano la loro sede centrale in Bagdad.
Baudac: (Baldacca, Bagdad) era stata fabbricata dal 2° califfo Al- Mansur sul Tigri, vicino alle rovine dell'antica Seleuoia. Capi- tale del califfato Abbasside fu splendida città noi commerci e nelle lettere. Nel 1258 fu saccheggiata dai Tartari, e l'ultimo suo
22 IL MILIONE
Gatai, come fa lo papa di Roma. E tutti questi cristiani sono nestorini e iacopini. E tutti gli panni di seta e d'oro che si chiamano mosolini, si fanno quivi, e gli grandi mercatanti che si chiamano mosolin, sono di quello reame di sopra. E nelle montagne di questo regno sono gente di cristiani che si chiamano nestorini e iacopini. L' altre parti sono sara- cini, che adorano Malcometto, e sono mala gente, e ru- bano volentieri i mercatanti. Ora diremo della gran città di Baudac.
XIX.
Di Baudac, come fu presa.
Baudac è una grande cittade, ov' è lo califfo di tutti gli saracini del mondo, così come a Roma il papa di tutti gli cristiani. Per mezzo la città passa un fiume molto grande, per lo quale si puote andare infino nel mare d' India, e quindi vanno e vengono i mercatanti e loro mercatanzie. E sappiate che da Baudac al mare giù per lo fiume_ha bene 18 gior- nate. Gli mercatanti che vanno in India, vanno per quel fiume infino ad una città eh' ha nome Ghisi, e quivi entrano nel mare d' India. E su per lo fiume tra Baudac e Ghisi v' è
califfo Mostasem Billah, uomo avaro e indolente, fu fatto perire di fame, come il conte Ugolino, rinchiuso nella torre del suo tesoro.
Gatai: la Cina del nord.
califfo : parola araba che indica i discendenti di Maometto, aventi signoria spirituale e temporale sopra i fedeli.
Chisi : si tratta non d'una città sul Tigri, come sembra far credere il testo, ma di un' isola posta all' imboccatura dello stretto di Hormuz, per cui dal golfo Persico si entra nel mare Indiano.
DI \L. MARCO POLO
una città ch'ha nome Basirà, e per quella città e per gli borghi nascono i migliori datteri del mondo. In Baudac si lavora di diversi lavori di seta e d'oro in drappi a bestie, e a uccelli. Ella è la più nobile città e la maggiore di quella provincia. E sappiate che '1 califfo si trovò lo maggiore tesoro d'oro e d'argento e di pietre preziose che mai si trovasse ad alcuno uomo. Egli è vero che negli anni Domini 1255 lo gran Tarlerò, ch'avea nome Alan, fratello del signore che in quel tempo regnava, raglino grande oste, e venne sopra lo califfo in Baudac, e presela per forza. E questo fu grande fatto, im- perocché in Baudac avea piue di centomila cavalieri senza gli pedoni. E quando Alau l'ebbe presa, trovò al califfo^iena una torre d'oro e d'argento e d'altro tesoro, tanto che giammai non se ne trovò tanto insieme. Quando Alau vidde tanto tesoro, molto se ne maravigliò, e mandò per lo califfo eh' era preso, e sì gli disse: califfo, perchè ragunasti tanto tesoro? che ne vo- levi tu fare? E quando tu sapesti ch'io veniva sopra te, come non soldavi cavalieri e gente per difendere te e la terra tua e la tua gente? Lo califfo non li seppe rispondere. Allotta disse Alau : califfo, da che tue ami tanto l'avere, io te ne voglio dare a mangiare. E fecelo mettere in quella torre; e comandò che non gli fosse dato né bere nò mangiare, e disse: ora ti satolla del tuo tesoro. E quattro dì vi vette, e poscia si trovò morto. E perciò meglio fosse che lo avesse dato a gente per difendere sua terra. Né mai poscia in quella città non ebbe poi califfo niuno. Non diremo più di Baudac, perocché sarebbe lunga materia, e diremo della nobile città di Toris.
Bastra : Bassorah, prosso la fooe dello Sdatt-el-Arab, unione del- l' Eufrate e del Tigri, è il porto di Bagdad e testa di linea per la navigazione del golfo Persico e dell'India. L'impresa tedesca della ferrovia di Bagdad tenta oggi riaprire l'antica via commer- ciale, ridonando l'antica fertilità alla Mesopotamia con gigan- tesche opere idrauliche e conduttura d'aequa potabile nel deserto.
24 IL MILIONE
XX. Della nobile città di Toris.
Toris è una grande cittade, che è in una provincia eh' è chiamata Arac, nella quale hae ancora più cittade e più ca- stella. Ma conterò di Toris, però eh' è la più bella e la mi- gliore che sia nella provincia. Gli uomini di Toris vivono di mercatanzia e d'arti, cioè di lavorare drappi a seta e ad oro; ed è il luogo sì buono, che d'India e di Baudac e di Mosul e di Cormos vi vengono gli mercatanti, e di molti altri luoghi; e gli mercatanti latini vanno quivi per le mercatanzie istrane, che vengono da lunghe parti, e molto vi guadagnano. Quivi si trova molte pietre preziose. Gli uomini sono di piccolo af- fare, e havvi di molte maniere di genti. Quivi hae Ermini e nestorini e iacopini, Giorgiani e Persiani, e di quegli v'ha che adorano Malcometto, cioè lo popolo della terra, che si chiamano Taurizini. Intorno alla città ha begli giardini e di- lettevoli d'ogni frutta. Gli saracini di Toris sono molto mal- vagi e disleali.
* XXI.
Della maraviglia di Baudac, della montagna.
Ora vi conterò una maraviglia che avvenne a Baudac e a Mosul. Negli anni 1275 era uno califfo in Baudac che molto
Toris: (Tauris) Tabriz, capitale dell' Ader bigi an, è importante città commerciale della Persia settentrionale. Fu capitale dell'Impero dei Tartari del Levante sotto Hulagu {Alan). Il commercio in pietre preziose, pelliccie, seterie, spezierie ed armi era fatto da mercanti di Bagdad, d' India e di Hormuz (Cormos). I Tauri- zini erano fanatici mussulmani sunniti, « di piccolo affare » , cioè di poca importanza. L' ] Arac del testo è V Yrac. s
Negli anni 1275 : Dopo il 1268 in Bagdad non vi furono più califfi ; tutto il racconto ha carattere di pura leggenda.
DI M. MARCO POLO 25
odiava gli cristiani, e ciò è naturale alli saracini. Egli pensò di fare tornare gli cristiani, saracini, o di uccidergli tutti, e a questo avea suoi consiglieri saracini. Ora mandò lo califfo per tutti gli cristiani ch'erano di là, e misse loro dinanzi questo punto: che egli trovava in uno vasello iscritto, che se alcuno cristiano avesse tanta fede quanto un granello di senape, per suo prego che facesse a Dio, farehbe giugnere diie montagne insieme; e mostrò loro lo vasello. Gli cristiani dissero che bene era vero. Dunque, disse '1 califfo, tra voi tutti dee essere tanta fede, quanto un granello di senape; or dunque fate rimuovere quella montagna, od io vi ucciderò tutti, o voi vi farete saracini, che chi non ha fede dee essere morto. E di questo fare diede loro termine dieci dì. Quando gli cristiani udirono ciò che '1 califfo avea detto, ebbono grandissima paura, e non sapevano che si fare. Ragunaronsi tutti, piccoli e grandi, maschi e femmine, l'arcivescovo e 'I vescovo, e pregavano assai Iddio; e istettono otto dì -tutti in orazione pregando che Iddio loro aitasse, e guardassegli da sì crudele morte. La nona notte apparve l'angiolo al vescovo, ch'era molto santo uomo, e dissegli che andasse la mattina al cotale calzolaio, e che gli dicesse che la montagna si mu- terebbe. Quello calzolaio era buono uomo, ed era di sì buona vita, che un dì una femmina venne in sua bottega, molto bella, nella quale un poco peccò cogli occhi, ed egli colla lesina vi si percosse, sicché mai non ne vidde; sicché egli era santo e buono uomo. Quando questa visione venne al vescovo, che per lo calzolaio si dovea mutare la montagna, fece ragunare tutti gli cristiani, e disse loro la visione. Allora lo vescovo pregò lo calzolaio che pregasse Iddio che mutasse la mon- tagna; ed egli disse ch'egli non era uomo sufficiente a ciò,
vasello: vagello, vangelo; come da Parisi, Parigi.
si muterebbe: si muoverebbe.
peccò cogli occhi : guardandola con desiderio.
f
26 IL MILIONE
tanto fu pregato per gli cristiani, che lo calzolaio si niisse in orazione. Quando il termine fu compiuto, la mattina tutti gli cristiani n'andarono alla chiesa e feciono cantare la messa, pregando Iddio che gli aiutasse; poscia tolsero la croce e an- darono nel piano dinanzi a questa montagna; e quivi era, tra maschi e femmine, piccoli e grandi, bene centomila. E '1 ca- liffo vi venne con molti saracini armati per uccidere tutti gli cristiani, credendo che la montagna non si mutasse. Istando gli cristiani in orazione dinanzi alla croce ginocchioni, e pre- gando Iddio di questo fatto, la montagna cominciò a rovinare e a mutarsi. Gli saracini veggendo ciò si maravigliarono molto, e il califfo si convertì con molti saracini. E quando lo califfo morìo, si trovò una croce al collo ; e gli saracini vedendo questo noi sotterrarono nel monimento con gli altri califfi passati, anzi lo missono in un altro luogo. Or lasciamo di Toris. e diciamo di Persia.
XXII.
Della grande provincia di Persia e de' tre Magi.
Persia si è una provincia grande e nobile certamente, ma al presente l'hanno guastai tarteri. In Persia è la città eh' è chiamata Sabba, dalla quale si partirono li tre re che anda- rono ad adorare a Cristo, quando nacque. In quella città sono seppelliti gli tre magi in una bella sepoltura, e sonvi ancora tutti infieri e co' capegli. L'uno ebbe nome Baltasar, l'altro Melchior, e l'altro Guaspar. Messer Marco domandò più volte in quella città di questi tre re; niuno gliene seppe dire nulla,
Sabba: Saba, Sawa, Sessanta Hadrumetorum , la città della famosa regina che visitò Salomone.
DI M. MABOO POLO 27
se no1 ch'erano tre- re seppelliti anticamente. E aAdando tre giornate, trovarono un castello chiamato Galasaca, cioè a dire, in Francesco, castello degli oratori del fuoco. K ben vero che quegli del castello adorano il fuoco, ed io vi dirò perchè. Gli uomini di quello castello dicono che anticamente tre re di quella contradii andarono ad adorare un profeta, lo quale era nato, e portarono tre offerte: oro per sapere s'era signore terreno, incenso per sapere s'era Iddio, mirra per sapere s'era eternale. E quando furono ove Iddio era nato, lo minore andò in prima a vederlo, e parvegli di sua forma e di suo tempo, e poscia il mezzano, e poscia il maggiore, e a ciascuno per sé parve di sua forma e di sua etade ; e riportando ciascuno quello che aveva veduto, molto si maravigliarono, e pensa- rono di andare tutti insieme. Andando insieme, a tutti parve quello eli' era, cioè fanciullo di 13 giorni. Allora offersono l'oro e lo incenso e la mirra; e il fanciullo prese tutto; e Io fanciullo donò agli tre re uno bossolo chiuso: e gli re si tos- sono per tornare in lor contrade.
seppelliti anticamente: Narra la leggenda che Elena, madre di Costantino, trasportasse le salme dei tre Magi da Saba a Costan- tinopoli; di là ai tempi dell'imperatore Manuele Commeno (1162) esse furono trasportate a Milano, e dopo la distruzione di questa città ordinata dal Barbarossa, furono deposte il 23 luglio 1234 nella cattedrale di Colonia da Rainald, arcivescovo di DasseL
Galasaca: (Kalascbar) che significa, e più sotto è detto semplicemente castello, era a 60 miglia a N. 0. di Sabba, il sinedrio dei Quebri, o adoratori del fuoco. Essi professavano il ùabeismo di Zarathustra (Zoroastro), i cui principii sono spiegati nello Zend Avesta. Cac- ciati dal fanatismo mussulmano, essi emigrarono dal loro suolo natio, Yezd nel Farsistan, nella penisola del Guggerat e a Bom- bay ; ed oggi col nome di Parsi si ritrovano diffusi nei maggiori -'entri commerciali di Oriente come abili e ricchi finanzieri e mercanti. Essi si riconoscono al loro copricapo, la mitra. '~
mirra: dall'arabo mur (amaro), è una resina vegetale gialla, molle e odorosa, ma amara e pungente al gusto.
28
IL MILIONE
XXIII. Delli tre Magi.
Quando li tre magi ebbero cavalcate alquante giornate, vollono vedere quello che '1 fanciullo avea loro donato; aper- sono lo bossolo, e quivi trovarono una pietra, la quale avea loro data Cristo, in significarla che stessono fermi nella fede che aveano cominciata, come pietra. Quando viddero la pietra, molto si maravigliàro, e gittàro questa pietra in un pozzo. Gittata la pietra nel pozzo, un fuoco discese dal cielo ardente e gittossi in quel pozzo. Quando gli re viddono questa ma- raviglia, penteronsi di ciò che avevano fatto, e presono di quello fuoco, e portaronne in loro contrada, e puoserlo in una loro chiesa e tuttavolta lo fanno ardere, e adorano quello fuoco come Iddio; e tutti gli sacrifici che fanno condiscono di quello fuoco; e quando si spegne, vanno all'originale, che sempre istà acceso, né mai nollo accenderebbono se non di quello; perciò adorano lo fuoco quegli di quella contrada. E tutto questo dissono a messer Marco Polo; èe veritade. L'uno de' re fu di Sabba, l'altro di lava, l'altro del Castello. Ora vi diremo di molti fatti di Persia, e di loro costumi. Sap- piate che in Persia hae otto reami: l'uno ha nome Causon,
lava: Laar; Castello, vedi Galasca.
otto reami: la Persia, devastata dai Tartari, nel 1221 venne incor- porata al loro impero del Levante. Ecco i nomi moderni delle Provincie corrispondenti ai reami di M. Polo.
1. Canson (capitale Kasvin) . . . ,. ._
„ „ < oggi provincia di Irac
2. Stani ( » Hamadan) \ 6fe F
3. Laor ( » Lar) > » » Laristan
4. Celstan ( » Crema) » » » Xirman
5. Istain ( » Ispahan) » » » Irac
fi. Zerezi ( » Shiraz) » » » Farsistan
7. Suncara . . . / ^ , ^, m ( » CMirkanì » » » Khorassan
8. Turnocam . '
/
DI M. MARCO POLO 29
lo secondo di Stani, lo terzo Laor, lo quarto Celstan, lo quinto [staili, lo sesto Zerazi, lo settimo Suncara, l'ottavo Turno- cain, eh' è presso all'Albero solo. lu questo reame ha molti belli destrieri e di grande valuta, e molti ne vengono a vén- dere in Lidia. La maggiore parte sono di valuta di libre du- gento di tornési. Ancora v'ha le più belle asine del mondo, che vale l'uria ben 30 marchi d'argento, e che bene corrono. K gli uomini di questa contrada menano questi cavalli infino a due cittadi, che sono sopra la riva del mare, Luna ha nome Ghisi, l'altra ha nome Gormos. Quivi sono gli mercatanti che gli menano in India. Questi sono mala gente, tutti si ucci- dono tra loro; e se non fosse per paura del signore, cioè del Tartero del levante, tutti gli mercatanti ucciderebbono. Quivi si fanno drappi d'oro e di seta; e quivi hae molta bambagia, e quivi hae abbondanza d'orzo e di miglio e di panico e di tutte biade e di vino e di tutti frutti. Or lasciamo qui, e conterovvi della gran città di Jadys e di tutto suo affare e suoi costumi.
Albero solo : vedi capitolo XXX.
tornési: sorta di moueta che fu coniata per la prima volta a Tours, in Francia, e si può ragguagliare circa a 18 franchi.
Chisi: vedi pag. 22.
Cormos: Hormuz, alTentrata del Golfo Persk-o. Il vecchio porto alla foce del Minao essendo stato distrutto dai principi di Kirraan dopo il X secolo, lo scalo fu trasferito nella vicina isola di Jerun, a 13 miglia dalla costa. Era città fiorente e ricca quando i Por- toghesi se ne impadronirono nel 1507. Nel 1622 Shah Abbas ne cacciò i Portoghesi, con l'aiuto degli Inglesi, la rase al suolo e portò lo scalo sulla costa del Gambrun, a Bender Abbassi, oggi testa di carovaniera per l'altipiano. Il clima del paese è estre- mamente torrido e malsano.
30 IL MILIONE
XXIV.
Delli otto reami di Persia.
Jadys è una città di Persia molto bella e grande, e di grande e di molte raercatanzie. Quivi si lavora drappi d'oro e di seta, che si chiamano « iassi » che si portano per molte contrade. Egli adorano Malcometto. Quando l'uomo si parte eli questa terra per andare innanzi, cavalcasi sette giornate tutto piano; e non v'ha abitazione se non in tre luoghi, ove si possa albergare. Qui hae begli boschi, e begli piani per cavalcare. Qui hae molte pernicie e cotornicie assai, quindi si cavalca a grande sollazzo. Quivi hae asine salvatiche molto belle. Di capo queste sette giornate hae uno reame eh' ha nome Crema.
XXV.
Del reame di Crema.
Crema è un reame di Persia, che soleva avere signore per eredità; ma poscia che gli tarteri lo presono, sì vi manda- rono signore cui loro piace. E quivi nascono le pietre che si chiamano turchiese in grande quantità che si cavano delle
Jadys : (Yazid) Yezd, la Isatichas di Tolomeo, capitale del Far- sistan orientale, già mussulmanizzata nel XIII secolo.
pernicie: le pernici sono uccelli dai piedi pelosi (pedes trieati; fran- cese perdrix; inglese partridge), e le cotornicie sono delle per- nici coturnate o calzate.
Crema: Kirman, la Carmania di Tolomeo, provincia meridionale della Persia, sur un altipiano freddo e ventoso a 17 giornate da Hormuz.
turchiese: pietre turchesi, di color celeste chiaro.
DI M. MARCO POLO 31
montagne; e hanno vene d'acciaia e d'andanico assai. Lavo- rano bene tutto cose da cavalieri, freni, selle e tutte armi e arnesi. Le loro donne tavolano tutte cose, a seta e ad oro, e a uccelli e a bestie nobilmente, e lavorano di cortine, e d'altre cose mollo riccamente, e coltri e guanciali, e tutte cose. Nelle montagne di questa contrada nascono i migliori falconi e gli più valorosi del mondo, e sono meno che falconi pellegrini; ninno uccello campa loro dinanzi. Quando l'uomo si parte da Crema, cavalca sette giornate tuttavia per città e per castella con grande sollazzo; e quivi hae uccellagioni di tutti uccelli. Di capo delle sette giornate truova una montagna, ove si scende, che bene si cavalca due giornate pure a china, tut- tavia trovando molti frutti e buoni. Non si truova abitazione. ma gente con loro bestie assai. Da Crema insino a questa iscesa ha ben tal freddo di verno, che non si può passare se non con molti panni indosso.
\X\1.
Di Camadi
Alla discesa della detta montagna ha un bel piano, e nel cominciamento hae una città e' ha nome Camadi. Questa solca essere migliore terra che non è ora. che talleri d'altra parte
andanico : Y andena di Avicenna, il lapis calaminarìs, un inter- medio tra il ferro e l'acciaio, conosciuto col nome di ferrum indianicum, atto a far spade infrangibili, come la Dur-indana d'Orlando.
falconi pellegrini : il talco peregri nator (gir falco) fa i suoi nidi sull1 alta montagna di Ku-i-llazar, alta da tre a cinquemila metri.
Camadi: (Hamadi) Ivarimabad, capitale del reame di Rheobales, oggi in rovine.
32 IL MILIONE
1' hanno fatto danno più volte. Questo piano è molto cavo, e questo reame ha nome Reobales. Suoi frutti sono datteri, pistacchi, frutto di paradiso, e altri frutti che non sono di qua. Hanno buoi grandi e bianchi come neve, col pelo piano per lo caldo luogo, le corna corte e grosse e non acute, fra le spalle hanno un gobbo alto due palmi, e sono la più bella cosa del mondo a vedere. Quando si vogliono caricare, si co- ricano come camelli; e caricati così, si levano, che sono forti oltre misura. E v' ha montoni come asini, che pesa loro la coda bene 30 libbre, e sono bianchi e belli, e buoni da man- giarne. In questo piano ha città e castella, e ville murate di terra da. difendersi dagl' ischerani, che vanno rubando. E questa gente che corrono il paese, per rincantamento fanno parere notte sette giornate alla lunga, perchè altri non si possa guardare. Quando hanno fatto questo, vanno per lo paese, che bene lo sanno, e sono bene diecemila talvolta, e più e meno, sicché per quel piano non campa loro né uomo né bestia: gli vecchi uccidono, gli giovani menano a vendere per ischiavi. Lo loro re ha nome Nogodar, e sono gente rea e malvagia e crudele. E sì vi dico che messer Marco vi fu quasi che preso in quella iscuritade, ma scampò ad uno ca- stello e' ha nome Ganosalmi, e di suoi compagni vi furono presi assai, e venduti e morti.
frutti di paradiso : banane (musa paradisiaca).
buoi grandi e bianchi: gli' zebù. Buoi con la gobba si veggono rappresentati negli antichi bassorilievi assiri.
ischerani: (confr. ital. schiere, ted. schaar) sgherri, o soldati sban- dati dopo la conquista mongola, orranti per l'altipiano e viventi di rapina sotto un loro condottiero, Nigodar Oglav. Attaccavano i paesi durante le terribili bufere di sabbia scatenate dal Simun, o vento di scirocco. La frequenza di queste bufere « che fanno parere notte » oscurando il cielo, veniva attribuita ai loro in- cantesimi.
Canosalmi: Kanat-es-salam, Castello della pace, o della salute.
DI M. MARCO POLO 83
XXVII.
Della gran china.
Questo piano dura verso mezzodie cinque giornate. Da capo dalle cinque giornate è un'altra china, che dura 20 mi- glia, molto mala via, e havvi molti rei uomini che rubano. Di capo della china hae un piano molto bello, che si chiama lo piano di Gormosa, e dura due giornate, e havvi bella ri- viera, e quivi hae francolini, pappagalli, e altri uccelli divi- sati da' nostri. Passate due giornate, è lo mare oceano ; e in sulla riva è una città con porto, ch'ha nome Gormos. E quivi vengono d'India per navi tutte ispezierie, e drappi d'oro e denti di leonfanti e altre mercatanzie assai; e quindi le portano i mercatanti per tutto il mondo. Questa è terra di grande mercanzia; sotto di sé ha castella e cittadi assai, perchè ella è capo della provincia. Lo re ha nome re Umeda Acomat. Quivi è grande caldo; la terra è inferma molto; e se alcuno mercatante d' altra terra vi morisse, lo re piglia tutto suo avere. Quivi si fa il vino di datteri e d'altre ispecie assai; chi '1 bee e non è uso, sì '1 fa andare a sella e pur- galo; ma chi n'è uso, fa carne assai. Non usano nostre vi- vande, che se manicassono grano e carne, infermerebbono
francolini : sorta d'uccelli affini alle pernici, dal becco e dai piedi
rossi. divisati: variati, diversi.
leonfanti: elefanti (semitico alef-hind = vacca d'India). inferma : malsana. lo re piglia suo avere: era il diritto d'albinaggio {alibi natus,
francese droit d'aubairì) non del tutto ignoto allora anche in
Europa. andare a sella: alla sedia (spagnuolo siila) per i propri bisogni.
Mabco Polo — 11 Milione 3
34. IL MILIONE
incontanente ; anzi usano per loro santa pesci salati e datteri e cotali cose grosse, e con queste dimorano sani. Le loro navi sono cattive e molte ne pericolano, perchè non sono confitte con aguti di ferro, ma cucite con filo che si fa della buccia delle nocie d' India, che si mette in molle nell'acqua e fassi filo come setole, e con questo le cuciono, e non si guasta per l'acqua salata. Le navi hanno una vela e uno al- bore e un timone e una coverta; ma quando sono caricate, le cuoprono di cuoio, e sopra questa coverta pongono i ca- valli che menano in India. Non hanno ferro per fare aguti; ed èe grande pericolo a navicare con quelle navi. Questi adorano Malcometto ; ed evvi sì grande caldo, che se non fossono gli giardini con molta acqua, di fuori della città, ch'egli hanno, non camperebbono. Egli è vero che vi viene un vento talvolta la state, di verso lo sabbione, con tanto caldo, che se gli uomini non fuggissono all'acqua, non cam- perebbono dal caldo. Eglino seminano loro biade di novembre, e ricolgonle di marzo; e così fanno di tutti loro frutti; e da marzo innanzi non vi si truova niuna cosa viva, cioè verde sovra terra, se non lo dattero, che dura insino a mezzo mag- gio: e questo è per lo gran caldo. Le navi non sono impe- ciate, ma sono unte d'un olio di pesce. E quando alcuno vi muore, si fanno gran duolo, e le donne si piangono li loro mariti bene quattro anni, ogni dì almeno una volta, con uo- mini e con parenti. Or torneremo per tramontana, per con- tare di quelle provincie, e ritorneremo per un'altra via alla città di Crema, la quale v' ho contato, perciocché di quelle |
santa: sanità (cfr. francese sanie).
aguti: chiodi. Pare che i Polo siano scesi a Cormos per imbarcarsi, ina considerata la poca sicurezza delle navi tenuto insieme da funi di noci di cocco, senza chiodi, coi cavalli persiani in co- perta e i corsali indiani in vista, pensaron meglio risalire l'al- tipiano e affrontare i passi del Pamir e il deserto di Gobi.
DI M. MABCO POLO 36
contrade eh' lo vi voglio contare, non vi si puote andare se non da Crema. Io vi dico che questo re Acomat, donde noi ci partimmo, aguale è re di Crema. E al ritornare da Cormos a Crema ha molto bello piano e abbondanza di vivande, e Imvvi molti bagni caldi, e havvi uccelli assai e frutti. Lo pane del grano è molto amaro a chi non è costumato, e questo è per lo mare che vi viene. Or lasciamo queste parti, e an- diamo verso tramontana, e diremo come.
XXVIII.
Come si cavalca per lo deserto.
Quando l'uomo si parte da Crema, cavalca sette giornate di molta diversa via; e dirovvi come l'uomo vae tre giornate, che l'uomo non trova acqua, se non verde come erba, salsa e amara; e chi ne bevesse pure una gocciola lo farebbe an- dare bene dieci volte a sella, e chi mangiasse un granello di quello sale, il quale se ne fae, farebbe lo somigliante: e perciò si porta bevanda per tutta quella via. Le bestie ne Ixono pei* gran forza e per gran sete, e falle molto iscorrere. In queste tre giornate non ha abitazione, ma tutto diserto e grande siccitade; bestie non v'ha, che non v'avrebbouo che mangiare. Di capo di queste tre giornate si truova un altro luogo, che dura 4 giornate né più ne meno, fatto come le tre giornate, salvo che si trovano asine selvatiche. Di capo di queste 4 giornate finisce lo reame di Crema, e trovasi la città di Gobiam.
aguale: ora, adesso (aevalis, contemporaneo).
86 IL MILIONE
XA.J.A.
Di Gobiam.
Gobiam è una grande città, e adorano Malcoinetto. Egli hanno ferro e acciaio e andanico assai; quivi si fa la tuzia e lo spodio, e dirovvi come. Egli hanno una vena di terra la quale è buona a ciò, e pongonla nella fornace ardente, e in sulla fornace pongono graticole di ferro, e '1 fummo di quella terra va suso alle graticole, e quello che quivi rimane appic- cato è tuzia, e quello che rimane nel fuoco è spodio. Ora andiamo oltre.
XXX.
D'uno diserto.
Quando l'uomo si parte di Gobiam, l'uomo va per un diserto bene 8 giornate, nel quale hae grande secchitade, e non w' ha frutti, né acqua, se non amara, come in quel di sopra che vi ho detto ; e quegli che vi passano portano da bere e da mangiare, se no che gli cavalli beono di quell'acqua mal volentieri. E di capo delle otto giornate è una provincia
Gobiam: (Cobinam) Kuhbenam, oasi tra due grandi deserti, ricca di giacimenti minerarii nel N. E. della provincia di Kirman. Pro- duce sale, magnesia, zinco, ferro, andanico, ed era famosa per la manifattura di finissimi specchi di acciaio.
tuzia : le incrostazioni dello zinco fuso al fornello producono un ossido detto tutta, ingl. tutty (dal pers. dudha = fumo), molto usato per collirio o lozione per gli occhi in Oriente: e quel che rimane della fusione è spodio, cioè spoglia, cenere. La tutia non è da confondere col tutenag, così detta in India una lega di rame, zinco e nickel.
DI M. MARCO POLO 37
chiamata Tonocan, e havvi castella e cittadi assai, e confina con Persia verso tramontana, e quivi è una grandissima pro- vincia tutta piana, ov'è l'Albero solo, lo quale gli cristiani lo chiamano l'Albero secco: e dirovyi com'egli è fatto. Egli è grande e grosso, le sue foglie sono dall'una parte verdi, fj dall'altra bianche, e fa cardi come di castagne, ma non v'ha entro nulla; egli è forte legno, e giallo come bossio, e non vi ha albero presso a cento miglia, salvo che dall'una parte a 10 miglia; e quivi dicono quegli di quelle parti, che fu la battaglia fra Alessandro e Dario. Le ville e le castella hanno grande abondanza d'ogni buona cosa; lo paese è temperato; e adorano Malcometto. Quivi hae bella gente, e le femmine sono belle oltra misura. Di qui ci partiamo; e dirovvi di una contrada che si chiama Milice, ove il Veglio della montagna solea dimorare.
XXXI.
Del Veglio della Montagna, e come fece il paradiso e gli assassini.
Milice è una contrada dove il Veglio della Montagna so- leva dimorare anticamente. Or vi conteremo l'affare, secondo che Messer Marco intese da più uomini. Lo Veglio è chia-
Tonocan : (Turnocain, Timocain) è l'unione di due provincie mon- tuose e poco abitate, Tono e Caìn^ che si estendono tra il deserto al sud, il Khorassan all'est e una catena di monti cho la sepa- rano dall'antica Hvrcania.
Albero solo: a N. 0. della provincia, presso Sabzwar, è l'Albero solo, o Arbor secco, un platano gigantesco, isolato, che domina la pianura deserta. Non lungi dall' Albero solo è Damaghan (Hecatompylos), dove, a guardia delle strette di Khowar sul Caspio, si trovava al campo Gazan, figlio di Argon, quando i Polo gli consegnarono la principessa Kokatin. Vedi pag. 14.
bossio: bossolo.
Milice : Mulehet, è la regione del Veglio o Signor della Montagna
38 IL MILIONE
mato in lor lingua Aloodyn. Egli avea fatto fare fra due mon- tagne in una valle lo più bello giardino, e '1 più grande del mondo; quivi avea tutti i frutti, e li più belli palagi del mondo, tutti dipinti ad oro e a bestie e a uccelli. Quivi era condotti: per tale veniva acqua, e per tale mèle, e per tale vino. Quivi era donzelli e donzelle, gli più belli del mondo, e che meglio sapevano cantare e sonare e ballare; e faceva lo Veglio credere a costoro che quello era lo paradiso. E per ciò il fece, perchè Malcometto disse, che chi andasse in pa- radiso avrebbe di belle femmine tante quante volesse, e quivi troverebbe fiumi di latte e di miele e di vino; e perciò lo fece simile a quello che avea detto Malcometto. E gli sara- cini di quella contrada credevano veramente che quello fosse lo paradiso; e in questo giardino non entrava se non colui, cui egli voleva fare assassino. All'entrata del giardino avea
(Seheik el jebal). Seheik, come senior, da vecchio, passò a si- gnificare Signore. I suoi seguaci erano scismatici shiiti chiamati mulahidah, ossia eretici, empi, dagli ortodossi sunniti. Essi si chiamavano Ismaeliti dal nome del loro settimo imam, Ismael, e mantenevano il dritto alla successioi.e del califfato nella discen- denza di Ali, ed avevano loro particolari credenze e riti religiosi. Nel 1090, sotto il regno di Shah Jelal-eddin, terzo re della dina- stia Selgiukide, guidati da un loro capo, Hasan ben Sabbah, essi si resero indipendenti e temuti tra le montagne del distretto di Rudbar nel Kuhistan, e la fama delle loro gesta assassine (com- messe cioè, sotto V influenza dei fumi dell'oppio e deìV haseish) penetrò coi Crociati anche in Europa. Aloodin, penultimo loro capo, morto nel 1255, si attirò V ira di Hulagu (Alate), nipote di Oinghis Khan, che un anno dopo invase il loro territorio, di- strusse le fortezze e pose fine al loro potere. La data 1277 ò evidentemente errata, assassino : la nostra voce assassino, si dice coi De Sacy, ebbe ori- gino da questi mangiatori di haseish, detti haseisein, e fu messa in gran voga dall'eco delle loro gesta, sparsa in Anatolia e Co- stantinopoli.
DI fi. MARCO POLO 39
un castello sì forte, che non temeva ninno uomo del mondo. Lo Veglio teneva in sua corte^ tutti giovani di 1°2 anni, li quali li paressono da diventare prodi uomini. Quando lo Veglio ne faceva mettere nel giardino, a 4, a 10, a 20, egli faceva loro dare bere oppio, e quegli dormivano bene tre dì, e facevagli portare nel giardino, e al tempo gli faceva isvegliare. Quando gli giovani si svegliavano, egli si trovavano là entro, e vede- vano tutte queste ('ose, veramente si credevano essere in paradiso: e queste donzelle sempre istavano con loro in canti e in grandi sollazzi: donde eglino aveano sì quello che vo- levano, che mai per lo volere non si sarebbono partiti di quello giardino. Il Veglio tiene bella corte, e ricca, e fa cre- dere a quegli di quella montagna, che così sia com'io v'ho dotto. E quando egli ne vuole mandare niuno di quelli gio- vani in niuno luogo, li fa loro dare beveraggio che dormono, e fagli recare fuori del giardino in sul suo palagio. Quando coloro si svegliono, trovansì quivi, molto si meravigliano, e sono molto tristi, che si trovano fuori del paradiso. Egli se ne vanno incontanente dinanzi al Veglio, credendo che sia un man profeta, e inginocchiansi. Egli gli domanda: onde ve- nite? Rispondono: del paradiso, e contangli quello che v'hanno veduto entro, e hanno gran voglia di tornarvi. E quando il Veglio vuole fare uccidere alcuna persona, egli fa torre quello lo quale sia più vigoroso, e fagli uccidere cui egli vuole; e coloro lo fanno volentieri, per ritornare nel paradiso. Se scam- pano, ritornano al loro signore, se è preso, vuole morire, credendo ritornare al paradiso. E quando lo Veglio vuole fare uccidere niuno uomo, egli lo prende e dice: va', fa' tal cosa: e questo ti fo perchè ti voglio fare ritornare al paradiso. E gli assassini vanno, e fannolo molto volentieri. E in questa maniera non campa niuno uomo dinanzi al Veglio della Mon- tagna, a cui egli lo vuole fare ; e sì vi dico che più re li fanno tributo per quella paura. Egli è vero che negli anni h277, Alau, signore dei Tarteri del levante, che sapeva tutte
40 IL MILIONE
queste malvagità, egli pensò tra sé medesimo di volerlo di- struggere, e mandò de' suoi baroni a questo giardino, e istettonvi tre anni attorno al castello prima che l'avessono; né mai non lo avrebbono avuto, se non per fame. Allotta per fame fu preso, e fu morto lo Veglio e sua gente tutta; e d'allora in qua non vi fu più Veglio niuno ; in lui fu finito tutta la signoria. Or lasciamo qui e andiamo più in- nanzi.
XXXII.
Della città Supunga.
Quando l'uomo si parte di questo castello, l'uomo cavalca per bello piano e per belle coste, ov'è buon pasco e frutti assai e buoni ; dura sette giornate, e havvi ville e castella assai, e adorano Malcometto. E alcuna volta truova l'uomo diserti di cinquanta e di sessanta miglia, ne' quali non si truova acqua, e conviene che l'uomo la porti, o per sé e per le bestie, infino che ne sono fuori. Quando ha passate sette giornate, truova una città, che ha nome Supunga. Ella è terra di molti alberi, quivi hae i migliori poponi del mondo, e grandissima quantità, e fannoli seccare in tal maniera: egli gli tagliono attorno come coreggie e fannogli seccare, e di- ventano più dolci che mèle; e di questo fanno grande mer- catanzia per la contrada. Egli v'ha cacciagioni e uccellagioni assai. Or lasciamo di questa, e diremo di Balac.
XXXIII. Di Balac.
Balac fu una grande -città, e nobile più che non è~ oggi, che gli Tarteri V hanno guasta e fatto gran danno. In questa
Supunga: Shaburgan, città a 90 miglia ad occidente di Baie. Balac : Baie, l'antica capitale della Battriana, nelPestremo N. E. del
DI M. MABCO POLO 41
città prese Alessandro per moglie la figliuola di Dario, sì come dicono quegli di quella contrada. E adorano Mano- metto. E sappiale che infino a questa terra dura la terra del signore degli Tarteri del levante. E a questa città sono gli confini di Persia intra greco e levante. Quando si passa questa terra, l'uomo cavalca bene 12 giornate tra levante e greco, che non si truova nulla abitazione, però che gli uo- mini, per paura degli osti e di mala gente, sono tutti ritratti alle fortezze delle montagne. In questa via hae acqua assai, e cacciagioni e lioni. In tutte queste dodici giornate non tro- vasi vivande da mangiare, anzi conviene che vi si porti.
XXXIV. Della montagna del sale.
Quando l'uomo hae cavalcate queste 12 giornate, truova un castello, che ha nome Taycan, ove è gran mercato di biada; è bella contrada. E le montagne di verso mezzodie
Khorassan, fu devastata dai generali di Cinghis Khan nel 1221, e da Tamerlano nel 1369. Poca parte del suo esteso circuito è oggi abitato. È considerata una delle città più antiche del mondo. Marco Polo raccoglie la tradizione che Alessandro ivi sposò la figlia di Dario, Barsine o Statira, ma le leggende dell' eroe macedone sono così frequenti e così poco attendibili in Persia come quelle del passaggio di Annibale tra i valichi montani in Italia.
tra greco e levante: tra Nord-Est ed Est.
osti: nemici (dal latino hostis).
Taycan: città a 170 miglia ad E. di Baie, nella provincia di Toka- ristan, alle sorgenti delPOxus, chiamate oggi Amu Daria. Essa è abitata da Turchi Uzbeg, che si fanno il turbante con 10 palmi di corda. La regione abbonda di sale minerale duro, bianco e quasi puro.
42 IL MILIONE
sono molto grandi, e sono tutte sale; e vengono dalla lunga 30 giornate per questo sale, perch'è lo migliore del mondo, ed è sì duro, che non se ne puote rompere se non con grandi picconi di ferro; ed è tanto che tutto il mondo n'avrebbe assai insino alla fine del secolo. Partendosi di qui, l'uomo cavalca tre giornate tra greco e levante, sempre trovando belle terre e belle abitazioni, con frutti e biade e vigne, e adorano Malcometto, e sono mala gente e micidiali. Sempre istanno col bicchiere a bocca, che molto beono volentieri, eh' egli hanno buono vino cotto; e in capo non portano nulla, se none una corda lunga 10 palmi, che s'avvolgono intorno al capo; e sono molto belli cacciatori, e prendono molte bestie, e delle pelle si vestono e calzano ; e ogni uomo sa acconciare le pelli delle bestie che pigliano. Di là tre giornate hae cittadi e ca- stella assai e havvi una città che ha nome Schassem, e per lo mezzo passa un grande fiume : quivi ha porci espinosi assai. Poi si cavalca tre giornate, che non si truova abitazione, ne da bere, né da mangiare. Da capo delle tre giornate si truova la provincia di Balasciam ; e vi conterò come V è fatta.
XXXV. Di Balasciam.
Balasciam è una provincia che le genti adorano Malco- metto e hanno linguaggio per loro. Egli è grande reame; e discende io re per eredità; e scese del legnaggio d'Alessandro
Schassem: città in terreno cretaceo, vicino al fiume Ghori, affluente deirOxus, a tre giornate da Taycan e a tre giornate dalla se- guente stazione Badakshan.
Balasciam: (Raulascia, Baudascia) è l'amena Badakshan alle falde del Pamir, sul Kokcha, un ramo delPOxus. La sua regione cor- risponde all'antica provincia di Jausgan, oggi capitale Faizabad,
DI M. MARCO POLO 43
e della figliuola di Dario, lo grande re di Persia. E tutti que- gli re si chiamano Zulcarney, in Saracino, cioè a dire Ales- sandro, per amore del grande Alessandro. E quivi nascono le pietre preziose che si chiamano balasci. che sono molto care, è ravansi delle montagne come l'altre vene, ed è pena la lesta chi cavasse di quelle pietre Juori reame, perciò che ve n' è tante che diventerebbono vili. E quivi è un' altra montagna, ove si cava l'azzurro, ed ò lo migliore e lo più fine del mondo. E le pietre onde si fa l'azzurro, si è vena di terra, e havvi montagne ove si cava l'argento. E la pro- vincia è molto fredda; e quivi nascono cavalli assai e buoni corritori, e non portano ferri, sempre andando per le monta- gne: e nasconvi falconi molto valentri, e falconi lanieri. Gac- riare e uccellare v' è lo migliore del mondo. Olio non n'hanno, ma fannolo di noce. Lo luogo è molto forte da guerra, e sono
sotto la sovranità dell' Afgan istan dal 1859. Gli abitanti parlano « un linguaggio per loro » cioè un dialetto di confine tra il per- siano e il turco. Marco Polo vi passò un anno di convalescenza e ne riportò buonissima impressione per il clima eccellente e la cordialità degli abitanti.
Zulcarney: non vuol già dire Alessandro, in saraceno, come spiega Ser Marco, ma semplicemente « due corna », le quali apparivano sulle monete alessandrine correnti o imitate per lunga pezza in Persia.
balasci: pietre preziose così chiamate dal nome della regione. Esse sono una specie di giacinti, e si cavano nelle miniere di Si- ghiuan, a sud di Badakshan.
l'azzurro: lapislazuli, o pietra azzurra che viene dalle miniere di Lajwurd nella valle superiore del Kokcha, il gran fiume di Ba- dakshan. Abbonda anche il berillo, una pietra dura di color verde azzurro assai vivo.
valentri: arcaismo per ralenti.
lanieri: dal latino laniare, che dilaniano la preda, e perciò non ser- vono per la caccia.
44
IL MILIONE
buoni arcieri. E vestonsi di pelle di bestie, perciò che hanno caro di panni. E le grandi donne e le gentile portano brache, che v' ha ben 100 braccia di panno lino sottilissimo, ovvero di bambagia, e tale 40 e tale 90 : e questo fanno per parere che abbiano grosse le natiche, perchè li loro uomini si di- lettano in femmine grosse. Or lasciamo questo reame, e con- teremo d' una diversa gente eh' è lungi da questa provincia 10 giornate.
XXXVI.
Delle genti di Pasciai.
Egli è vero che di lungi a Balasciam 10 giornate hae una provincia che ha nome Pasciai, e hanno lingua per loro. Egli adorano gl'idoli, e sono bruni, e sanno molto d'arti di diavolo, sono malvagia gente, e portano agli orecchi cer- chielli d' oro e d' ariento e di perle e di pietre preziose. Quivi hae molto grande caldo. Loro vivande è carne e riso. Or lasciamo questo, e andiamo ad un' altra provincia eh' è di lungi da questa 7 giornate verso scirocco, e' ha nome Ghesimun.
XXXVII. Di Chesimun.
Chesimun è una provincia che adorano idoli, e hae lingua per sé. Questi sanno tanto d' incantamento di diavoli, che fanno parlare gì' idoli, e fanno cambiare lo tempo, e fanno
Pasciai: è il Punjab (Pengiab), la torrida valle dei Cinque Fiumi ohe formano l' Indo, dove il termometro sale talvolta fino a 44 centigradi.
scirocco : voce araba per indicare il Sud-Est.
Chesimun : (Kishm, Karisma, Krishma) è la provincia di Kashmir,
DI M. MARCO POLO 45
grandi iscuritadi, e fanno ta' cose che non si potrebbono credere ; e sono capo di tutti 1^ idoli del mondo, e da loro discesono l' idoli. E di questo luogo si puote andare al mare d'India. Gli uomini e le femmine sono bruni e magri; lor vivanda è riso e carne. È il luogo temperato tra caldo e freddo; là ha castella assai, e diserti, ^ luoghi molti forti, e tiensi per sé medesimo; e ha un re che mantiene giustizia; e quivi ha molti romitaggi, e fanno grande astinenzia ; né non fanno cosa di peccato, né che sia contro a loro fede, per amore di loro idoli; e hanno badie e monisteri di loro legge. Or ci partiamo di qui, e andiamo innanzi ; perciò che ci conver- rebbe entrare in India, e noi non vogliamo entrare; perche a ritornare della nostra via conteremo tutte le cose d'India per ordine: e perciò ritorneremo a nostre provincie verso Baudascia, ovvero Balasciam; perciò che d'altra parte non potremo passare.
XXXVIII. Del grande fiume di Baudascia.
Quando l'uomo si parte da Baudascia, si va 12 giornate tra levante e greco su per un fiume, eh' è del fratello del signore di Baudascia, ove ha castella ed abitazione assai. La
il paradiso del nord dell'India, la terra santa dei religiosi e degli stregoni di razza e lingua indiana, non ancora contaminata da invasioni straniere in queir epoca. Era allora un centro buddi- stico come attesta il pellegrino cinese Hsuan Tsang che la visitò nel 644. Di là partì l'apostolo Padwa Sambhava, il predicatore del Buddismo nel Tibet, e mossero poi i missionari buddisti che lo propagarono nel nord della Cina e in Mongolia. E quando, alla fine del IX secolo, il Buddismo fu estirpato dal Tibet per le per- secuzioni dell'apostata Langdarma, fu dal Kashmir che, un secolo dopo, ritornarono le missioni buddistiche. tiensi per sé medesimo: è indipendente dal Gran Cane.
46
IL MILIONE
gente è prode, e adorano Malcometto. Di capo di 12 giornate si truova una piccola provincia, e dura tre giornate da ogni parte, e ha nome Voca, e adorano Malcometto, e hanno lin- gua per loro, e sono prodi uomeni. E sono sottoposti al si- gnore di Baudascia. Egli hanno bestie salvatiche d'ogni fatta, cacciagioni e uccellagioni assai. E quando l'uomo va 3 gior- nate innanzi, va pure per montagne: e questa si dice la più alta montagna del mondo. E quando l'uomo è in su quella alta montagna, truova un piano tra due montagne, ov' è molto bello pasco, e havvi un fiume molto bello e grande, e sì buona pastura, che una bestia magra vi diventa grassa in dieci dì. Quivi hae tutte selvaggine, e assai; e havvi mon- toni selvatielii assai, e grandi, e hanno lunghe le corna sei ispanne, o almeno 4 o 3, e in queste corna mangiano li pa- stori, che ne fanno grandi iscodelle. E per questo piano si va bene 12 giornate senza abitazione, e non si truova che mangiare, se altri non lo vi porta. Niuno uccello non vi vola, per l'alto luogo e freddo, e fuoco non v'ha il calore ch'egli hae ih altre parti, uè non è così cocente colà suso. Or la- sciamo qui, e conterovvi altre cose per greco e per levante. E quando l'uomo va oltre tre giornate, e' conviene che l'uomo cavalchi bene 40 giornate per montagne e per coste tra greco e levante, e per valle, passando molti fiumi, e molti luoghi diserti; e per tutto questo luogo non si trova abergagione né
la più alta montagna del mondo : la carovana di Marco Polo, rimontando il fiume Kokcha, entra nel passo del Pamir (chia- mato nel testo Bolor) alto più di 4400 metri, lungo 125 miglia, detto il Tetto del mondo, deserto e freddo. 11 valiqp mette in comunicazione Palta valle delPOxus con quella del Tarim (fiume di Yarcand), girando per la valle del Vardoi, salendo da Voca^ (Vokhan) al passo del Pamir, e sboccando a Kashgar, sul fiume Kizil-su, affluente del Tarim. I Polo cavalcarono 40 giorni da Badakshan a Kashgar.
abergagione: albergo.
DI Mv MARCO POLO 47
abitazione, ma conviene che si porti la vivanda. Questa con- trada si chiama Bolor. La gente dimora nelle montagne molto alte, e adorano idoli, e sono salvatica gente, e vivono delle bestie che pigliano, e loro vestitura è di pelle di bestie, e sono uomini malvagi. Or lasciamo questa contrada, e diremo della provincia di Gasciar.
XXXIX.
Del reame di Casciar.
Gasciar fu anticamente reame; aguale è al Gran Cane, e adorano Malcometto. Ella ha molte città e castella, e la mag- giore è Casciar, e sono tra greco e levante. E vivono di mer- catanzia e d'arti. Egli hanno belli giardini e vigne e possessioni e bambagia assai, e sonvi molti mercatanti, che cercano tutto il mondo; e sono gente iscarsa e misera, che mal mangiano e mal beono. Quivi dimorano alquanti cristiani nestorini, che hanno loro legge e loro chiese, e hanno lingua per loro, e dura questa provincia cinque giornate. Or lasciamo di questa, e andremo a Samarca. ■
XL.
Di Samarca.
Samarca è una nobile città e sonvi cristiani e saracini,
Casciar: Kashgar, fortezza air uscita dei monti, centro caravaniero, e capitale della Piccola Bukaria, o Turkestan cinese. Fresa dai Tartari sin dal 1220. faceva parto dell'impero mongolo.
Samarca: Samarkanda, Maracanda, capitale della Grande Bukaria, n Tartaria, o Turkestan, come si chiamava la regione Transo- xiaua. Devastata dai Tartari nel 1220, fu ricostruita ed abbellita
48 IL MILIONE
e sono al Gran Cane, e sono verso maestro. E dirovvi una maraviglia ch'addivenne in questa terra. E' fu vero, e' non è gran tempo, che Gigatta fratello del Gran Cane si fece cri- stiano, e era signore di questa contrada. Quando gli cristiani della città viddoro che lo signore era fatto cristiano, ebboro grande allegrezza ; e allora feciono in quella città una grande chiesa all'onore di santo Giovanni Battista, e così si chiama; e tolsono una molto bella pietra ch'era di saracini e puoserla in questa chiesa, e missonla sotto una colonna in mezzo la chiesa, che sosteneva tutta la chiesa. Or venne che Gigatta fu morto, e gli saracini vedendo morto il signore, abiendo ira di quella pietra, vollorla torre per forza, e poteanlo fare, ch'erano bene dieci cotanti che gli cristiani. E mossorsi alquanti saracini, e andorono agli cristiani, e dissono loro che vole- vano questa pietra. Gli cristiani la volevano comperare, cioè che ne chiedessono ; e gli saracini dissero che non volevano se non la pietra; e allotta gli signoreggiava lo Gran Cane, e comandò agli cristiani che infra due dì rendessono loro la pietra : e gli cristiani udendo il comandamento furono molto tristi, e non sapevano che si fare. La mattina che la pietra si doveva cavare di sotto la colonna si trovò alta di sopra alla pietra ben quattro palmi, e non toccava la pietra per lo
da Tamerlano, che ne fece la capitale dei suoi vasti domìni nel 1370. È gran centro di commercio e di fanatismo mussulmano. Qui nel VII secolo operai cinesi insegnarono ai persiani a fab- bricare la carta con stracci di cotone. Gli Arabi poi ne portarono Parte nella Spagna.
maestro: Nord-Ovest.
Gigatta: Jagatai, fratello di Okkotai, il figlio e successore di Cinghia, fu signore di Samarcanda tra il 1227 e 1240 (v. pag. 62). La maraviglia o miracolo della colonna sollevata 4 palmi dal suo sostegno per volere del Signore dei Cristiani, ricorda quella della tomba di Maometto campata in aria alla Mecca.
dieci cotanti: dieci volte più.
DI M. MARCO POLO 49
volere del nostro Signore. E questa fu tenuta grande mara- viglia. Ke ancora, e tuttavia vi stette poscia, la pietra. Or lasciamo qui, e dirovvi di un'altra provincia e' ha nome Carcam.
XL1.
Di Carcam.
Carcam è una provincia che dura sei giornate, e adorano Malcometto, e sonvi cristiani nestorini, e hanno grande abon- danza d'ogni cosa. Quivi non v'ha altro da ricordare. Ol- la sciamo qui, e diremo di Gotam.
XLII.
Di Cotam.
Gotam è una provincia fra levante e greco, e dura 8 gior- nate; e sono al Gran Cane e adorano Malcometto tutti, e havVi castella e cittadi assai, e sono nobile gente, e la migliore
Carcam: Yarkand, a capo della valle del Tarim. Fa parte della Cina dal 17. >7. Difetta d' acqua potabile ed abbonda di casi di gozzo ed elefantiasi.
Cotam: Khotan (cinese Yutien o Hotien) , fertile oasi a 140 miglia a sud di Yarkand, su un ramo o affluente del Tarim e sulla caro- vaniera del Nord Tibet. È sotto la sovranità della Cina dal 1757. Capitale Ilchi. Il suo commercio principale è il muschio del Tibet, un profumo molto ricercato negli harem di. Persia e Turkestan (v. cap. LX), e la pietra di giada, una specie di agata bianca o verde che si cava nelle sue montagne o ?ì raccoglie nel fiume. La giadite (cinese yij, ingl. jade, jet, greco gogates da Gagas, città e fiume di Licia) arriva oggi in Cina dalle alte valli del Chindwin e Mogaung, affluenti delTIrawaddi, e viene lavorata nelle officine di pietre dure in Canton, Soochow e Pe- kino, facendone costosi ornamenti femminili, vasi, coppe, sug- gelli, simboli, amuleti, talismani ed altri svariati articoli.
Marco Polo — Il Milione »
60 IL MILIONE
città è Cotam, d'onde si chiama tutta la provincia. Quivi hae bambagia assai, vino, giardini, e tutte cose. Vivono di merca- tanzie e d'arti; non sono da arme. Or ci partiamo di qui, e andiamo a un'altra provincia ch'ha nome Peym.
XLIII.
Di Peym.
Peym è una piccola provincia (dura 5 giornate) tra levante e greco; e sono al Gran Cane, e adorano Malcometto. Havvi castella e cittadi assai, ma la più nobile è Peym. Egli hanno abbondanza di tutte cose, e vivono di mercatanzia e d'arti. Ed hanno cotal costume, che quando alcun uomo e' ha moglie si parte di sua terra per istare 20 dì, com'egli è partito, la moglie puote prendere altro marito, per l'usanza che v'è; e l'uomo, ove va, puote prendere altra moglie. Altresì sappiate, che tutte queste provincie, eh' io v' ho contate, da Gasciar infino a qui, sono della Gran Turchia. Ora lasciamo qui, e conterò v vi di una provincia chiamata Giarcia.
XLIV.
Di Ciarda.
Ciarcia è una provincia della Grande Turchia tra greco e levante, adorano Malcometto, e havvi castella e cittadi assai,
Peym: Poin, Pi ma, oasi sulla caravaniera Cotam-Lop.
Ciarcia: (tur<o Haraschàr, cinese Chencherì) oasi a 5 giornate avanti d'arrivare a Lop. I Tartari raccoglievano qui sul greto del fiume le pietre di diaspido e calcedonio e le portavano a vendere sul mercato di Ukeli (Ucara), nell'alta valle del Don, non lontano da Bolgara, sul Volga,
DI M. MARCO POLO
61
e la maestra città è Ciarda. E v'ha fiume che mena diaspido e calcidouio, e' portanlo a vendere a Ucara, e hannone assai e buoni; e tutta questa provincia è sabbione. Èe Cotam e Peym altresì sabbione ; e havvi molte acque amare e ree ; anche v' ha delle dolci e buone. E quando l'uomo si parte di Ciarda, va bene 5 giornate per sabbione, e havvi di male acque e amare, e havvi delle buone: e a capo delle 5 gior- nate si truova una città eh' è a capo del gran diserto, ove gli uomini prendono vivanda per passare lo diserto. Ora vi diremo di pine innanzi.
XLV.
Di Lop.
Lop è una grande città eh' è a l'entrata del gran diserto, che si chiama lo diserto di Lop, ed èe tra levante e greco, e sono al Gran Cane e adorano Malcomelto. Quegli che vogliono passare lo diserte si riposano in Lop per una settimana, per
diaspido: diaspro (dal persiano jasp) è una pietra dura di vario colore che serve per ornamentazione; il calcedonio è una specie di agata.
Lop: sul lago omonimo (Lob nor) dove si perde il Tarim, è all'en- trata del « grao. sabbione » ossia del deserto di Gobi. La via carovaniera seguita da AI. Polo è oggi abbandonata ; si prefe- risce seguire l'altra a nord del Tarim, che costeggia i monti Tien Shan e mette capo ad Ham. (Chamul del nostro testo, vedi pag. 56). Questa via passa per diversi posti militari, per oasi dove si trova acqua potabile, luoghi di esilio o domicilio coatto pei Cinesi, donde non è possibile fuggire senza andare incontro a morte corta nel sabbione infestato da cani selvaggi. Da Hami si entra in Cina a Kia-yu kuan, al principio della Grande Mu- raglia.
52 IL MILIONE
rinfrescare loro e loro bestie, poscia prendono vivanda per un mese per loro e per le loro bestie. E partendosi di questa città, entra nel diserto: ed èe sì grande, che si penerebbe a passare un anno; ma per lo minore luogo si pena lo meno a trapassare un mese. Egli è tutto montagne e sabbione e valli, e non vi si truova nulla da mangiare. Ma quando s' è ito un dì e una notte, truovi acqua, ma non tanta che n'a- vesse oltra 50 o 100 uomeni con loro bestie: e per tutto il diserto conviene che uomo vada un dì e una notte, prima che acqua si truovi ; e in tre luoghi o in quattro truova l'uomo l'acqua amara e salsa, e tutte l'altre sono buone, che sono nel torno da 28 acque. E non v' ha né uccelli né bestie, perchè non v' hanno da mangiare. E sì vi dico che quivi si truova tale maraviglia: egli è vero che quando l'uomo cavalca di notte per lo diserto, egli avviene questo, che se qualcuno rimane adrietro degli compagni per dormire o per altro, quando vuole poi andare per giugnere gli compagni, ode parlare i spiriti in àiere, che somigliano gli suoi com- pagni, o più volte è chiamato per lo suo nome proprio, e è fatto disviare talvolta in tal" modo, che mai non si truova, e molti ne sono già perduti; e molte volte ode l'uomo molti istromenti in aria, e propriamente tamburi: e così si passa questo gran diserto. Or lasciamo del diserto, e diremo della provincia ch'èe all'uscita del diserto.
spiriti in àiere : queste voci di spiriti in aria, e il suono dei tam- buri, ricordato poco dopo, non sono che fenomeni acustici, riper- cussioni di lontane onde sonore, avvertiti anche dall' Humboldt nelle alte e solitarie catene delle Ande.
m M. MABCO POLO 53
XLVI.
Della gran provincia di Tangut.
All' uscita del diserto si truova una città che ha nome Sacbù, ch'èe al Gran Cane. La provincia si chiama Tangut, e adorano gl'idoli; ben è vero, ch'egli v'ha alquanti cri- stiani nestorini, e havvi saracini. La terra è tra levante e greco. Quegli degl'idoli hanno per loro ispeziale favella. Non sono mercatanti, ma vivono in terra; egli hanno molte badie e monisteri tutti pieni d' idoli di diverse fatta, agli quali fanno sacrifici grandi e grandi onori. E sappiate che ogni uomo che hae fanciulli fa notricare uno montone ad onore degl'idoli: in capo dell'anno, ove è la festa del suo idolo, il padre col figliuolo menano questo montone dinanzi all'idolo suo, e fannogli grande riverenza con tutti gli figliuoli: poscia fanno correre questo montone: fatto questo, rimenanlo dinanzi dall'idolo, e tanto vi stanno eh' è detto il loro ufficio: e i prieghi sono che gli salvi i loro figliuoli. Fatto questo, danno la loro parte della carne all' idolo, l'altra tagliono e portano a casa loro, o ad altro luogo ch'egli vogliono, e mandano per loro parenti, e frangiano questa carne con gran festa e rive- renza. Poi tolgono l'ossa, e ripongonle in soppidiani o in casse
Sachù : Saciù, che significa in cinese « città del sabbione », è il primo paese all'uscita del deserto di Lop, a 18 miglia dal varco della Gran Muraglia.
Tangut: vasto reame, corrispondente all'attuale provincia cinese di Kansuh, a nord del fiume Giallo, era abitato da Tartari Ugri al tempo di M. Polo. La sua capitale Ninghsia cadde nelle mani di Cinghis nel 1225. In questa provincia M. Polo osserva per la prima volta gli strani riti idolatri dei cinesi e dei tibetani.
soppidiani: soppediani, casse che si mettevano a pie del lotto per ri por vi gli abiti.
54 IL MILIONE •
molto bene. E sappiate che tutti gl'idolàtori, quando alcuno ne muore, gli altri pigliano il corpo morto e fannolo ardere; e quando si cavano di loro casa, e sono portati al luogo ove debbono essere arsi, nella via i suoi parenti in più luoghi hanno fatte certe case di pertiche e di canne coperte di drappi di seta o ad oro ; e quando sono col morto dinanzi a questa casa, si posano lo morto dinanzi a questa casa, e quivi hanno vino e vivande assai; e questo fanno perchè sia ricevuto a cotale onore neLT altro mondo. E quando il corpo è menato al luogo ove dee essere arso, quivi hanno uomeni di carte intagliati, e cavagli e cammegli, e monete grosse come bisanti: e fanno ardere lo corpo con tutte queste cose, e dicono che q\iel corpo morto avrà tanti cavagli e montoni e danari e ogni altra cosa nell'altro mondo, quant'egli ne fanno ardere per amore di colui in quel luogo dinanzi dal corpo. E quando lo corpo si va ad ardere, tutti gli stormenti della terra vanno sonando dinanzi a questo corpo. Ancora vi dico, che quando lo corpo è morto, si mandono gli parenti per astrolagi e in- dovini, e diconli lo dì che nacque questo morto, e coloro, per loro incantamenti di diavoli, sanno dire a costoro l'ora che questo corpo si dee ardere ; e tengonlo i parenti talvolta in casa quel morto 8 ài e 15 e un mese, aspettando l'ora eh' è buona da ardere secondo quegli indovini, né mai non gli arderebbono altrementi. Tengono questo corpo in una cassa grossa bene un palmo, ben serrata e ben confitta e co- perta di panno, con molto zafferano e ispezie, sì che non puta a quegli che stanno nella casa. E sappiate che quegli della casa fanno mettere tavola dinanzi dalla cassa ov' è il morto, con vino e con pane e con vivande, come s'egli fosse
idolàtori : idolatri. Gli « uomeni di carte intagliati » sono simulacri
del defunto. I riti qui descritti vivono tuttora. bisanti: moneta d' oro che si coniava a Bisanzio, valeva 11 lire.
Si gettavano sul rogo non le monete, ma delle imitazioni di carta.
DI M. MARCO POLO 55
vivo; e questo fanno ogni die, infino che si dee ardere. An- cora quegl' indovini dicono agli parenti del morto che non è buono trarre lo morto per l'uscio : e mettono cagioni di qualche stella, eh' è incontro all'uscio; onde gli parenti lo mettono per altro luogo, e talvolta rompono lo muro della casa dall' altro lato ; e tutti gì' idolàtori del mondo vanno per questa maniera. Or lasciamo di questa, e direnvi d'altre terre che sono verso lo maestro, presso al* capo di questo diserto.
XLVII.
Di Chamul.
Ghamul è una provincia, e già anticamente fu reame, e havvi ville e castella assai. La mastra città ha nome Chamul. La provincia ù in mezzo di due diserti: dall' una parte è il grande diserto, dall'altra èe un piccolo diserto di tre gior- nate. Sono tutti idoli, lingua hanno per sé, vivono de' frutti della terra, e hanno assai da mangiare e da bere, e vendonne assai; e sono uomeni di grande sollazzo, che non attendono se non a sonare istromenti e a cantare e a ballare. E se al- cuno forestiere vi va ad albergare, egli sono troppo allegri, e comandono alle loro mogli che gli servono in tutto loro bisogno; e il marito si parte di casa, e va a stare altrove due dì o tre, e il forestiere rimane colla moglie, e fa con lei quello che vuole, come fosse sua moglie, e istanno in grandi sollazzi; e tutti quelli di quella provincia sono bozzi delle loro moglie, ma noi si tengono a vergogna. Le loro donne
mettono cagioni di qualche stella: allegano P influsso maligno
di qualche stella. Chamul: ITamil (cinese Hami), gioiosa ed ospitale oasi ad oriente
dei monti Tien Shan, fra un vasto deserto di trenta giorni a sud,
ed uno di tre giornate a nord bozzi: becchi; avolterare, adulterare.
56 IL MILIONE
sono belle e giojose; e molte allegre di quella usanza. Ora venne che al tempo di Mogu Cane signore di Tarteri, sap- piendo che tutti gli uomeni di questa provincia facevano avolterare le donne loro a' forestieri, incontanente comandò che niuno dovesse albergare niuno forestiere, e che non do- vesse avolterare loro donne. Quando quelli di Chamul ebbero questo comandamento, furono molto tristi, e feciono consiglio, e mandarono al signore un gran presente, e mandarongli pre- gando che lasciasse fare loro la loro usanza e degli loro an- tichi, però che i loro idoli l'avevano molto per bene, e per quello lo loro bene della terra è molto multiplicato. E quando Mogu Cane intese queste parole, rispuose: quando volete vo- stra onta e vergogna, e voi l'abbiate. E tuttavia mantengono questa usanza. Or lasciamo di Chamul, e diremo d'altre Pro- vincie tra maestro e tramontana.
XLVIII.
Di Chingitalas.
Chingitalas è una provincia che ancora è presso a diserto tra maestro e tramontana, ed è grande sei giornate, ed è del Gran Cane. Quivi hae città e castella assai; quivi hae tre generazioni di genti, cioè idoli, che adorano Malcometto, e cristiani nestorini. Quivi ha montagne ove sono buone vene d'acciajo e d'andanico, e in questa montagna è un'altra vena, della quale si fa la salamandra .TLa salamandra non è bestia,
Mogu Cane : Mangka, il terzo successore di Cinghis. Chingitalas: (la montagna di Cinghis), Singitalas, Tsungaria, alle
falde degli Aitai, regione montuosa, ricca di miniere. la salamandra: (dall'arabo al amantar, persiano ah amandar, che
significa terra verdognola) è l'asbesto dei Greci, il nostro amianto.
Questa fibra tessile minerale incombustibile si credeva che fosse
DT M. MARCO POLO 67
rome si dice, che viva nel fuoco, che niimo animale può vi- vere nel fuoco: ma dirovvi come si fa la salamandra. Uno mio compagno e' ha nome Zuficar (è uno Turchio), istette in quella contrada per lo Gran Cane signore tre anni; e faceva tare questa salamandra, e disselo a me, ed era persona che ne vidde assai volte, ed io ne viddi delle fatte. Egli è vero che questa vena si cava, e istringesi insieme, e fa fila come di lana, e poscia la fa seccare e pestare in grandi mortai di cuoio, e poi la fanno lavare, e la terra si cade, quella che v'è appiccatale rimangono le fila come di lana. Questa si fila e fassene panno da tovaglie. Fatte le tovaglie, elle sono brune ; mettendole nel fuoco, diventano bianche e tutte le volte che sono sucide si mettono nel fuoco, e diventan bianche, come ueve: e queste sono le salamandre, e l'altre sono favole. Anche vi dico, che a Roma hae una di queste tovaglie, che '1 Gran Cane mandò per gran presente, perchè il sudario del Nostro Signore vi fosse messo entro. Or lasciamo di questa provincia, e andremo ad altre provincie tra greco e levante.
XLIX.
Di Succiur.
Quando l'uomo si parte di questa provincia, va 10 gior- nate tra greco e levante ; e in tutto questo non si truova se no poca abitazione, ne non v' è nulla da ricordare. Di capo di queste dieci giornate è una provincia eh' è chiamata Succiur, nella quale hae cittadi e castella assai : quivi hae
la lana di un animale vivente nel fuoco, e così nacque la leg- genda della salamandra. La radice als si trova nelle voci : azzurro. Azzorrc, lazidi, Lajtn<r<] = verde mare (oltre-mare). Succiur : Soehou, a dieci giornate da Saciù, e a novantanove da
58 IL MILIONE
cristiani e idoli, e sono al Gran Cane. Ella è grande pro- vincia, ha nome Ienaraus. Ov' è questa provincia, e queste due eh' io v' ho contate indreto, è chiamata Tangut. E per tutte sue montagne si truova il rebarbero in grande abbon- danza , e quivi lo comperano i mercatanti , e portanlo per tutto il mondo. Vivono dei frutti della terra, non si trava- gliono di mercatanzie. Or ci partiamo di qui, e diremo di Ghampiciù.
L.
Di Champiciù.
Ghampiciù è una città eh' è in Tangut: è molto nobile e grande, ed è capo della provincia di Tangut. La gente sono idoli, ed havvi di quelli ch'adorano Malcometto, e havvi cri- stiani, e havvi in quella città tre chiese grandi e belle. Gl'idoli hanno badie e monisteri secondo loro usanza; egli hanno molti idoli, e hanno di quegli che sono grandi 10 passi, tali di legno, tali di terra, e tali di pietra, e sono tutti coperti d'oro,
Pechino, è la prima città cinese che si trova arrivando dal de- serto in Tangut.
Questo testo include la provincia di Succi ur (Ienaraus) e le due detto di sopra, cioè Chamil e Chingitalas, nel reame di Tangut. Altri testi mancano del nome Ienaraus, e indicano invece le due seguenti provi ncie Champiciù e Eezima, come facenti parte del Tangut, ciò che parrebbe più esatto.
rebarbero : rheum. palmatum (cinese ta huang) è una radice che cresce selvatica in alta montagna ed ha proprietà lassative. I Greci la chiamarono rheon barbarum,t la purga dei barbari sciti. I faceti cinesi dicono che gli Inglesi non potrebbero vivere nel loro clima senza di essa.
Champiciù : Kanchow, (il distretto del Kam) allora capitale del Tangut.
1)T M. MARCO POLO 69
molto begli: e sappiate che gli regolati degli idoli vivono più onestamente che gli altri. Egli si guardano da lussuria, ma non 1' hanno per gran peccato; ma se trovano alcuno uomo che sia giaciuto con femmina contra natura, egliono lo con- dannono a morte. E sì vi dico ch'egli hanno lunare, come noi abbiamo il mese; ed è alcuno lunare, che nessuno idolo ucciderebbe alcuna bestia per niuna cosa, e dura per 5 giorni : e non mangerebbono carne uccisa in quegli 5 dì; e vivono piue onesti questi 5 dì che gli altri. Egli prendono insino in 30 femmine, e piue e meno secondo eh' è ricco; ma sappiate che la prima tiene per la migliore; e se alcuna non gli piace, egli la puote ben cacciare, prendendone per moglie la cugina o la zia; e noi tengono a peccato. Egli vivono come bestie. Or ci palliamo di qui, e diremo d'altre verso tramontana; e si vi dico, che messer Niccolò e messer Matteo dimorarono uno anno in questa terra per loro fatti. Or andremo sessanta giornate verso tramontana.
LI.
Di Eezima.
Or truova Eezima dopo 12 giornate, ch'èe a capo del di- serto del sabbione, ed èe della provincia di Tangut, e sono idoli. Egli hanno cammelli assai e bestie assai; e quivi na- scono falconi lanieri assai e buoni ; egli vivono di lavoro di terra, e non sono mercatanti. E in questa città si piglia vi- vanda per 40 giorni, per uno diserto onde si conviene andare, che non hae abitazione né erbe ne frutti, se no» la state, che
lunare: il calendario cinese è regolato colle fasi della luna.
Eezima : Etsina, Itsinay, a 12 giornate a nord di Kanehow e a 40 giornate a sud di Karakorum, una stazione nel deserto di Gobi, che nel 1224 fu quartiere generale di Cinghis Khan.
60 IL MILIONE
vi istanno. certe genti. Quivi hae valle e montagne, e ben vi si truova bestie selvatiche, sì come asine selvatiche ; quivi hae boschi di pini. E quando l'uomo hae cavalcato 40 gior- nate per questo diserto, truova una provincia verso tramon- tana: udirete quale.
*
LII.
Di Caracoram.
Garacoram è una città che gira tre miglia, nella quale fue il primo signore ch'ebboro i Tarteri, quando egli si partirono di loro contrada. E io vi conterò di tuttW. fatti * di Tarteri, e come egliono ebbero signoria, e com'egliono si sparsono per lo mondo. E fu vero che gli Tarteri dimoravano in tramon- tana intra Ciorcia. E in quelle contrade ha grande piagge, ove non ha abitazione, cioè di castella e di cittadi, ma havvi buone pasture e acque assai. Egli è vero eh' egliono non aveano signore, ma faceano rendita a un signore, che vale a dire in francesco, Preste Giovanni: e di sua grandezza favellava tutto
Caracoram: Karakorum (tartaro Karakuren: cinta nera), oggi in rovine, nell'alta valle dell1 Orchon a sud del lago Baikal, era la capitale di Cinghis Khan (1187-1220). Nella sua vecchia cinta si trova oggi il più antico monastero dei lama detto Erde- nitso o Erdenichao. Nel 1235 fu chiamata città reale (Ordu Balu) da Ottokai, successore di Cinghis; nel 1246vfu visitata da Giovanni di Pian di Carpi, inviato di Innocenzo IV a Batù, e nel 1253 da Rubruquis, inviato di S. Luigi di Francia. Nel 1254 Mogu Khan, fratello e predecessore di Kublai, trasferi la capitale a Giandù o Kemenfù (v. cap. LXilI).
Ciorcia : la Manciuria.
Preste Giovanni: non è nome di persona, ma è il titolo del Si- gnore del Tangut, tanto è vero che al cap. LXII troviamo un principe Giorgio che è pure Preste Giovanni. Certi principi mon-
DI M. MARCO POLO 61
il mondo. Gli Tarteri gli davano d'ogni IO bestie l'ima. Or venne che gli Tarteri moltiplicarono molto. Quando Preste Giovanni vidde ch'egliono moltipricavano così, pensò ck'e- gliono lo puotessono nuocere, e pensò di partirgli per più terre. Adunque mandò de' suoi baroni per far ciò; e quando gli Tarteri viddono quello che il signore voleva fare, egli ne furono molto dolenti. Allora si partirono tutti insieme, e anda- rono per luoghi diserti verso tramontana, tanto che '1 Preste Giovanni non poteva loro nuocere ; e rubellaronsi da lui, e non gli facevano nulla rendita, e così dimorarono un gran tempo.
LUI.
Come Cinghys fu lo primo Cane.
Ora avvenne che nel 1187 anni gli Tarteri feciono uno loro re ch'ebbe nome Cinghys Cane. Costui fu e uomo di grande valenza e di senno e di prodezza: e sì vi dico, che quando costui fu chiamato re, tutti gli Tarteri, quanti n'erano al mondo, che per quelle contrade erano, si vennero a lui, e tennolo per signore ; e questo Cinghys Cane tenea la signoria bene e francamente; e quivi venne tanta moltitudine di Tar-
goli avevano allora, e conservano tuttora, un doppio potere, spirituale e temporale, come i Vescovi del M. Evo. Il potere spirituale deriva loro da una supposta reincarnazione del Dalai Lama, che essi chiamano Hutuchtu, e i Cinesi Sifan lama, ossia lama tibetano. E poiché lama (corruzione dell'indiano *ra- man) significa sacerdote, così gli occidentali tradussero Sifan lama in Prete Sifan, che poi fu storpiato in Prete Jean, Prete Zuan. Preste Giovanni. Cinghys Cane: (1156-122'i) è il capostipite degli Imperatori Mon- goli. Eletto Khan nel 1187, dopo la vittoria su Prete Giovanni (1220) fu nominato Kagan, ossia Kan dei Kan, e morì nel 1226
62 IL MILIONE
•
feri, che non si potrebbe credere. Quando Cinghys si ridde cotanta gente, apparecchiossi con sua gente per andare a con- quistare altre terre. E sì vi dico ch'egli conquistò in ben poco di tempo otto provineie; e non faceva male cui egli pigliava, ne non rubavano, ma menavaglisi dietro per conquistare l'altre contrade ; e così conquistò molta gente ; e tutta gente andava volentieri dietro a questo signore, veggendo la sua bontà. Quando Cinghys si vidde tanta gente, disse che voleva con- quistare tutto il mondo. Allora mandò suoi messaggi al Preste Giovanni, e. ciò fu nel 1200 anni; e mandogli a dire, che vo- leva sua figliuola per moglie. Quando il Preste Giovanni in- tese che Cinghys avea domandato sua figliuola per moglie, tenneselo a gran dispetto, e disse: non ha Cinghys gran vergogna di domandare mia figlia per moglie ? non sa egli ch'egli è mio uomo? Or tornate, e ditegli ch'io F arderei in- nanzi eh' io gliela .dessi per moglie ; e ditegli che conviene eh' io l'uccida sì come traditore di suo signore. E disse alli messi : partitevi immantanente, e mai non ci tornate. Gli messaggi si partirono, e vennorsene al Gran Cane, e ridis- sorgli quello che il Preste Giovanni avea detto, tutto per ordine.
a Caiciù. Venne sepolto nei monti Aitai, la cui regione prese il nome di Cingitalas, ossia montagna di Cinghis (v. pag. 56). I suoi successori furono :
1. Okkotai (Bacchia) + 1241 B. Mangka (Mogu) + 1256
?.. Kuyuk (Alcon) -f 1248 4. Kublai (Coblau) -f 1294
Albero genealogico della famiglia di Cinghis
Cinglvs + 1226
I I ' I I
Juji Jagatai Okkotai -4- 1241 ■ Tuli
Batti Kuyuk + 1248
Barka Mangka -4- 1256 Kublai -4- 1294 Hulagu Artigbuga
!
DI M. MARCO POLO f)3
LIV.
Come Cinghys Cane fece suo isforzo contra il Preste Giovanni.
Quando Cinghys Cane udio la grande villania che '1 Preste Giovanni gli avea mandato a dire, enfiò sì forte, che per poco die non gli crepò lo cuore in corpo, perciò ch'egli era uomo molto signore vole; e disse che conviene che cara gli costi la villania che. gli mandò a dire, e che gli farebbe sapere s'egli era suo servo. Allora Cinghys fece il maggiore isforzo che mai fosse fatto ; e mandò a dire al Preste Giovanni eh' egli si difendesse. Lo Preste Giovanni fu molto lieto, e fece suo isforzo, e disse di pigliare Cinghys, e di ucciderlo: faceasenc quasi beffe, noji credendo fosse tanto ardito. Or quando Cin- ghys Cane ebbe fatto suo isforzo, venne ad un bel piano, e' ha nome Tenduc, eh' è presso al Preste Giovanni; e quivi misse lo campo. Udendo cioè il Preste Giovanni, sì si mosse con suo isforzo per venire contro Cinghys. Quando Cinghys l'udio. fu molto lieto. Or lasciamo di Cinghys Cane, e diremo del Preste Giovanni e di sua gente.
LV.
Come il Preste Giovanni venne contro a Cinghys Cane.
E quando il Preste Giovanni seppe che Cinghys era ve- nuto sopra di lui, mossesi con sua gente, e venne al piano dov'era Cinghys, presso al campo di Cinghys a 10 miglia, e
enfiò si forte : dalla rabbia.
Tenduc : vasto reame al nord della Gran Muraglia. La capitale in
mongolo si chiamava Kuku-Khotan, cioè la città azzurra, e
corrispondo all'odierna Kwei-kwa cheng.
64 IL MILIONE
ciascuno si riposò, per essere freschi il dì della battaglia, e l'uno e l'altro istavano nel piano di Tenduc. Un giorno fece venire Cinghys suoi astrolagi cristiani e saracini, e comandò loro che gli dicessono chi dovea vincere. Gli cristiani feciono venire una canna, e fessórla per mezzo, e dilungarono l'una dall'altra, e l'una missono dalla parte di Cinghys e l'altra dalla parte del Preste Giovanni, e missono il nome del Preste Giovanni sulla canna dal suo lato, e il nome di Cinghys in sull'altra, e dissoro: qual canna andrà in sull'altra, quegli sarà vincente. Cinghys Cane, disse che questo voleva egli ben vedere, e disse che gliel mostrassero il più tosto che potes- soro. Quegli cristiani ebbero lo saltèro, lessoro certi versi e salmi e loro incantamenti: allora la canna ov' era il nome di Cinghys, montò sull'altra: e questo vidde ogni uomo che v'era. Quando Cinghys vidde questo, egli ebbe grande allegrezza, perchè vidde gli cristiani veritieri. Gli saracini astrolagi, di queste cose non seppono dire nulla.
LVI.
Della battaglia.
Appresso quel dì, s'apparecchiano l'ima parte e l'altra, e combattonsi insieme duramente, e fu la maggiore battaglia che mai fosse veduta, e fu il maggiore male e dall'una parte e dall' altra ; ma Cinghys Cane vinse la battaglia, e fuvvi morto lo Preste Giovanni, e da quel die innanzi perdeo sua terra tutta. E' andolla conquistando, e regnò sei anni sopra questa vittoria, pigliando molte prò vincie. In capo di sei anni istando ad uno castello e' ha nome Caiciù, fue fedito
saltèro : libro dei salmi.
E' andolla conquistando: il soggetto è Cinghis. Caiciù : Taiciù, in Sliensi, una delle provinole settentrionali della Cina (v. cap. XCII).
DI M. MARCO POLO *)6
t
noi ginocchio d'un quadrello, ond' egli se ne niorìo; di che fu gran danno, imperciocché egli era prode uomo e savio. Ora abbiamo contato come gli Tarteri ebboro in prima signore, e lìi Cinghys (lane; e com'egli vinse il Preste Giovanni. Or
vi diremo di loro costumi e di loro usanza.
LVII.
Del numero degli Gran Cani quanti furono.
Sappiate veramente che apresso Cinghys Cane fu Cin Cane. Io terzo Bacchia, lo quarto Alcon, lo quinto Mogu, lo sesto Coblai, e questi ha più podere; che se tutti gli altri fossero insieme non potrebbono avere tanto podere quanto ha que- sto <la sozzo, che oggi hae nome Gran (lane, cioè Coblai: e dicovi più, che se tutti gli signori del mondo, cristiani e sa- larmi, fossero insieme, non potrebbono fare quanto farebbe Coblai Cane. E dovete sapere che tutti gli Gran Cani discesi di Cinghys Cane sono sotterrati ad una montagna grande, la quale è chiamata Altay. E ove li grandi signori di Tartori muoiono, se niorissono cento giornate dalla lungi a quella montagna, si conviene che egli vi sieno portati. E sì vi dico un'altra cosa, che quando i corpi de* Gran Cani sono portati
quadrello : freccia formata d'un1 asta di ferro quadrata.
Cin Cane : è difficile precisare se alluda a qualche figlio di Cinghia, designato come suo successore e premortogli, o a Gigatta (Ja- gatai), che stabili la sua residenza a Samarcanda (v. pag. 4S) lasciando il governo della Cina al fratello Okkotai (P>acchia).
da sezzo : (arcaismo) ultimo. Per la cronologia dei successori di Cinghis vedi nota a pag. 62.
Altay: la regione dei monti Aitai, d«»nde hanno orìgine i grandi laghi e fiumi siberiani, è a Nord-Ovest della Mongòlia. Vedi pag. 66.
M (ìrc< > Polo. — // Milioni- .".
$6 IL MILIONE
sotterrare a questa montagna, se fossero a lungi 40 giornate, o più o meno, tutte le gente che sono incontrate per quello cammino onde si porta il morto, tutti sono messi alle ispade e morti; e dicono loro quando gli uccidono: andate a ser- vire lo vostro signore nell' altro mondo ; che credono che tutti coloro che sono morti lo debbiano servire nell' altro mondo ; e così gli uccidono, e così uccidono gli cavagli, e pure gli migliori, perchè il signore gli abbia nell'altro mondo. E sappiate che quando Mogu Cane morìo, furono morti più di 20 mila uomeni, gli quali incontravano il corpo che s' an- dava a sotterrare. Da che hoe cominciato di Tarteri, si ve ne dirò molte cose. Gli Tarteri dimorano lo verno in piani luo- ghi, ove abbia molta erba e buona pastura per loro bestie; di state, in luoghi freddi e in montagne e in valli, ove hae acqua assai e buone pasture. Le case loro sono di legname, e sono coperte di feltro, e sono tonde, e portatesi dietro in ogni luogo ov'egli vanno, perchè gli hanno ordinato sì bene le loro pertiche, ond'egli le fanno, che troppo bene le pos- sono portare leggiermente in tutte le parti ov' egli vogliono. Queste loro case sempre fanno 1' uscio verso il mezzodie. Egli hanno carrette coperte di feltro nero, che, perchè vi piova suso, non si bagna nulla cosa che dentro vi sia. Egli le fanno menare a buoi e a cavalli, e in sulle carrette pon- gono loro femmine e lor fanciulli. E sì vi dico che loro fem- mine comperano e vendono, e fanno tutto quello che bisogna
messi alle ispade : trafitti. Questi sacrifici umani per la morte di un principe ricordano quelli compiuti dagli Unni dopo la morte di Attila, e dai Visigoti dopo la morte d'Alarico. L'ultimo che si ricordi in Cina fu quello del 1661, sotto V imperatore Shun-chi, • della dinastia tartara Tatsing, quando 300 persone s' immolarono spontaneamente per placare i mani di una concubina imperiale.
coperte di feltro : sono lo hibitheì con cui i Tartari formano i loro accampamenti mobili, detti yurte.
DI M. MARCO POLO 67
a' loro mariti ; però che gli uomeni non sanno fare altro che cacciare e uccellare e fatti (V oste. Egli vivono di carne e di latte e di cacciagioni ; egli mangiano di pomi di Faraone, che ve n'ha grande abbondanza da tutte parti ; e mangiano carne di cavallo e di cane e di giumente e di buoi e di tutte (tirni, e beono latte di giumente. E per niuna cosa l'uno non toccherebbe la moglie dell' altro, però che V hanno per malvagia cosa e per grande villania. Le donne sono buone, •' guardano bene l'onore di loro signori, e governano bene tutta la famiglia : e ciascuno può pigliare tante moglie quan- t' egli vuole, infino in cento, s'egli hae da poterle mante- nere. E r uomo dà alla madre della femmina, e la femmina non dà nulla all'uomo; e hanno per migliore e per piue ve- ritiera la prima moglie, che l'altre ; egli hanno più figliuoli che I" altre genti, per le molte femmine ; e prendono per mo- glie le cugine, e ogni altra femmina, salvo la madre ; e pren- dono la moglie del fratello s? egli muore. Quando pigliano moglie si fanno gran nozze.
fatti d'oste: combattimenti.
pomi di Faraone: il testo francese parla di rais, radici, bulbi, che la versione padovana interpreta erroneamente come « rati de Faraone ». Si tratta delle saporite cipolle, originarie dell' Egitto.
1' uomo dà alla madre : la donna tartara passando a nozze non porta dote, anzi il marito deve, come al tempo dell'antica Roma, pagarne il prezzo ai genitori della sposa. La poligamia cinese è limitata dai mezzi del marito e dalla volontà della prima moglie, ma ogni uomo cerca d1 aver molti figliuoli che gli mantengano pulita e onorata la tomba dopo morte. Non vi sono nella società cinese né figli illegittimi, né celibi, né nubili annos< .
68 IL MILIONE
•
LVITI. Dello iddio de' Tarteri.
Sappiate che la loro legge è cotale, eh' egli hanno un loro iddio e' ha nome Natigai, e dicono che quello èe iddio ter- reno, che guarda i loro figliuoli e loro bestiame e loro biade ; e fannogli grande onore e grande riverenza, che ciascuno lo tiene in sua casa ; e fannogli di feltro e di panno, e tengongli in loro casse ; e ancora fanno la moglie di questo loro iddio, e fannogli figliuoli ancora di panno ; la moglie pongono dal lato manco, e' figliuoli dinanzi. Molto gli fanno onore, quando vengono a mangiare: egli tolgono della carne grassa, e ungon- gli la bocca a quello iddio e alla moglie e a quegli figliuoli ; poi pigliano del brodo e gittanlo giuso dall' usciolo ove ista quello iddio. Quando hanno fatto così, dicono che il loro iddio e la sua famiglia hae la sua parte. Appresso questo, mangiano e beono ; e sappiate eh' egliono beono latte di giumente, e concianlo in tale modo che pare vino bianco, e buono a bere, e chiamanlo chemisi. E loro vestimenta sono cotali : li ricchi uomeni vestono di drappi d' oro e di seta e di ricche pelli ce-^ beline e emine, e di vai e di volpe molto riccamente, e li loro arnesi sono molto di gran valuta ; loro armi sono archi e spade e mazze, ma d' archi si aiutano più che d' altro, imperocché egli sono troppo buoni arcieri. In loro dosso portano arma- dura di cuoio di bufolo, e d' altre cuoia forti. Egli sono
chemisi : kumis, latte fermentato. Il siero seccato e poi sciolto in acqua, di cui è fatto parola più avanti, si dice arrak o kefir. Ancor oggi, ali1 occorrenza, i tartari bevono sangue di cavallo.
pelli cebeline: (giebelline) zibelline, ossia di martora; ermine, d'ermellino; i vai, sono una specie di scoiattoli.
DI M. MARCO POLO
uomeiii ìji battaglia valentri duramente; e dirovvi come egliono si possono travagliare più che gli nitri uomini : che quando bisognerà, egli andrà e starà un mese sanza niuna vivanda, salvo che vivere di latte di giumente e di carne di loro cacciagione che prendono, e il suo cavallo viverà d'erba che pascerà, e non gli bisognerà portare né orzo nò paglia. Egli sono molto ubidienti al loro signore ; e sappiate che quando e' bisogna, egli andrà e starà tutta notte a cavallo, e il cavallo sempre andrà pascendo ; e sono quella gente che più sostengono travaglio, e meno vogliono di spesa, e clic più vivono, e sono per conquistare terre e reami. Egli sono così ordinati, che quando un signore mena in oste 100,000 ca- valieri, ad ogni mille fae un capo, e a ogni 10 mila un altro capo, sì che non ha a parlare se non che a 10 uomeni, lo signore delli 10 mila; e quegli di 100 mila non ha a parlare se non con 10, e così ogni uomo risponde al suo capo. Quando l'oste va per monti e per valle, sempre vanno innanzi 200 uo- inoiii a sguardare, e altrettanti di dietro e dal lato, perche T oste non possa essere assalito, che noi sentissoro ; e quando egli vanno in oste dalla lunga, portano bottacci di cuoio ov' egliono portano loro latte, e una pentola ov' eglino cuo- cono loro carne, e portano una piccola tenda ov' egli fuggono dall' acqua; e sì vi dico, che (filando delli è bisogno, egliono cavalcano bene 10 giornate senza vivanda che tocchi fuoco, ma vivono del sangue delli loro cavagli, che ciascuno pone la bocca alla vena del suo cavallo e bee. Egli hanno ancora loro latte secco come pasta, e mettono di quel latte nell'acqua, e di sfatinolo vi dentro, e poscia il beono. E vincono le bat- taglie altresì fuggendo come cacciando, che, fuggendo, saet- tano tuttavia, e gli loro cavagli si volgono come cani: e quando gli loro nemici gli credono avere isconfitti caccian- dogli, e egliono sono isconfitti egliono: imperciocché tutti gli
valentri: arcaismo per valenti (vedi pag. 43).
70 IL MILIONE
loro cavagli sono morti per le loro saette ; e quando gli Tar- teri veggono che gli cavagli di coloro che gli cacciavano, morti, egliono si rivolgono a loro, e sconfiggongli per la loro prodezza : e in questo modo hanno già vinte molte battaglie. Tutto questo che io v' ho contato, e gli costumi, è vero degli diritti Tarteri ; e ora vi dico che sono molti i bastardi, che quegli che usano a Ucaresse mantengono gli costumi de- gl' idoli, e hanno lasciata loro legge, e quegli che usano il levante tengono la maniera de' saracini. La giustizia vi si fa come vi dirò. Egli è vero che se alcuno hae imbolato una piccola cosa, eh' egli non ne debba perdere persona, egli gli è dato sette bastonate o 12 o 24, e vanno_infino alle 107, secondo che hae fatta 1' offesa ; e tuttavia ingrossano, giu- gnendone 10. E se alcuno hae tolto tanto che debbia per- dere la persona, o cavallo o altra gran cosa, si è tagliato per mezzo con una ispada ; e se vuole pagare nove cotanti che non vale la cosa ch'egli ha tolta, campa la persona. Lo bestiame grosso non si guarda, ma è tutto segnato, sì che colui che '1 trovasse conosce la insegna del signore, e ri- mandalo ; pecore e bestiame minuto ben si guardano. Loro bestiame è molto bello e grosso. Ancora vi dico un'altra loro usanza, cioè, che fanno matrimoni tra loro di fanciulli morti, cioè a dire : uno uomo hae uno suo fanciullo morto ; quando viene nel tempo che gli darebbe moglie, se fosse vivo, al- lotta fa trovare un ch'abbia una fanciulla morta, che si faccia a lui, e fanno parentado insieme, e danno la femmina morta all'uomo morto ; e di questo fanno fare carte, poscia l'ardono,
i diritti Tarteri: i Tartan genuini, non imbastarditi dal buddismo
o dal fatalismo mussulmano. Ucaresse : Ucara (Ukeh) sul Don, e Sarai (Tsarew) sul Volga erano
i maggiori centri dei Tartari occidentali dell'Orda d'oro. imbolato : involato, rubato. nove cotanti : nove volte il prezzo. fanno fare carte: simulacri di carta.
l>[ M. MARCO J>OLf» 71
e quando veggono lo fummo in aria, allotta dicono che la • aria ne va nell'altro mondo, ove sono li loro figliuoli, e ch'egli si tengono per moglie e per marito nell'altro' mondo; egli ne fanno grande nozze, e si ne versano assai, e dicono che ne vae «r figliuoli nell' altro mondo. Ancora fanno dipi- gnere in carte uccelli, cavagli, arnesi e bisonti e altre cose assai, e poi le fanno ardere, e dicono che questo sarà loro presentato da dovero nell'altro mondo, cioè a'ioro figliuoli : e quando questo è fatto, egliono si tengono per parenti e per amici, come se i loro figliuoli fossero vivi. Ora v'abbiamo contate 1' usanze e gli costumi de' Tarteri ; ma io non v' ho contati degli gran fatti degli Gran Cani, e di sua corte ; ma io ve ne conterò in questo libro, ove si converrà. Or torneremo al gran piano che noi lasciammo quando cominciammo a ra- gionare de'. Tarteri.
LIX.
Del piano di Banchù.
Quando l'uomo si parte di Caracoram e da Altay. ov' è lo luogo ove si sotterrano gli corpi delli Tarteri, sì come v'ho contato di sopra, 1' uomo va più innanzi per una contrada verso tramontana, la quale si chiama lo piano di Banchù, e
si ne versano assai : quest'uso di versar bevande ricorda le liba- gioni antiche.
poi le fanno ardere : ancor oggi si usano questi bruciamenti in Cina per la festa dei morti (Tsing ming) che, come in Roma antica, ha luogo ai primi d'aprile.
Caracoram : vedi pa$<. 60.
lo piano di Banchù : abitato dai Metrucci, ò la Siberia al nord dei monti Aitai. La cacciagione congelata la quale viene portata a
72 IL MILIONE
dura ben 40 giornate ; la gente sono chiamate* Metrucci, e sono salvatica gente. Egliono vivono di bestie; e il più di cervi, e sono al Gran Cane ; egli non hanno biade né vino ; la state hanno cacciagioni e uccellagioni assai, di verno non vi sta né bestia né uccelli per lo grande freddo. E quando l'uomo è di capo delle 40 giornate truova lo mare occeano ; e quivi hae montagne ove i falconi pellegrini fanno loro nidio, né non v'ha se non una generazione d' uccelli, di che si pa- scono quei falconi, e sono grandi come pernicie, e chiamansi bugherlac, e hanno fatto i piedi come pappagallo, la^oda come rondine, e sono molto volanti ; e quando il Gran Cane vuole di quegli falconi, manda a quella montagna; e all'isole di quel mare nascono i girfalchi. E sì vi dico che questo luogo è tanto verso la tramontana, che la tramontana rimane adietro verso mezzodie. E di quegli girfalchi v' ha tanti, che '1 Gran Cane n' ha quant' egli ne vuole ; e quegli che portano questi girfalchi al Gran Cane, e agli signori del levante, cioè ad Arcon e agli altri, sono gli Tarteri. Or v'abbiamo contato tutti gli fatti delle provincie della tramontana infino al mare occeano ; oggimai vi conteremo d'altre provincie. e ritorneremo al Gran Cane, e ritorneremo a una provincia che abbiamo iscritta in nostro libro, che ha nome Champiciii.»
Pekino durante 1' inverno attraverso le vie carovaniere che s'in- crociano al confine russo a Kiachta, fornisce abbondantemente il mercato della capitale cinese.
bugherlac : è la pernice pterocles syrrkaptes Pallasii, la sand grouse degli Inglesi.
la tramontana rimane adietro: espressione iperbolica per indi- care la sterminata e sconosciuta estensione dell'Asia setten- trionale.
Arcon: vedi pag. 13.
Champiciù : vedi pag. 58.
DI M. MÀfcCO POLO 78
LX.
Del reame di Erghuil.
fó quando l'uomo si parte di questo Chainpiciù ch'io ho contato, l'uomo vae 5 giornate per luogo ov' hae molti ispiriti, è odegli l'uomo la notte parlare nell'aere più volte. A capo di queste 5 giornate, 1' uomo trova un reame lo quale ha nome Erghuil, ed è al Gran Cane, ed è della gran provincia di Tangut, che hae più reami. Le genti sono idoli, e cristiani n< stormi, e di quegli che adorano Malcometto ; e v'ha cittadi assai : la mastra cittade ha nome Erginul. E uscendo di que- sta città, e andando verso Catai, truovasi ima città eh' ha nome Sining. e havvi ville e castella assai, e sono di Tangut medesimo, ed è al Gran Cane. Le genti sono idoli, e che ado- rono Malcometto, e cristiani v'ha; e havvi buoi salvatici) i, che sono grandi come leonfanti, e sono molto begli a vedere, ch'egli sono tutti pilosi, salvo che lo dosso, e sono bianchi e neri, e '1 pelo è lungo tre palmi, e sono sì begli eli' èe una maraviglia a vedere ; e di questi buoi medesimi hanno di dimestichi, perchè hanno presi de' salvatichi e hannogli
Erghuil : è una provincia del Tangut, Fattuale Liang-chou, presso le sorgenti del fiume Giallo, nel Tibet, abitata da tartari Ugri. Città capitale Erginul.
Catai: la Cina del nord (v. pag. 120).
Sining: Sining-fu, la Siling Khotan dei Tartari, allo sbocco della via che va da Lhasa al Kansuh; importante centro per il com- mercio del muschio e del rabarbaro.
Giova notare che 1" importanza delle città cinesi è significata dalla sillaba finale: (ti, chon, hsìen indicano rispettivamente città di primo, secondo e terzo ordine.
74 II* MILIONE
dimesticati. Egli gli caricano e lavorano con essi, e hanno forza due cotanti che gli altri. E in questa contrada nasce lo mi- gliore moscado che sia al mondo. Sappiate che '1 moscado si trova in questa maniera, eh' egli èe una piccola bestia come una gatta, ma èe così fatta: ella hae pelo di cerbio così grosso, lo pie come gatta, e hae 4 denti, due di sopra e due di sotto, che sono lunghi tre dita, e sono sottili, li due vanno in giuso e li due in suso: ella è bella bestia. Lo moscado si truova in questa maniera : che quando l'uomo l'hae presa, l'uomo truova tra la pelle e la carne del bellico una postèma, e quella si taglia con tutto il cuoio, e quello è lo moscado, di che -viene grande olore ; e in questa contrada n'ha grande abondanza, così buono come vi ho detto. Egli vivono di mercatanzie e d'arti, e hanno biade. La provincia è grande 15 giornate, e v' ha fagiani due cotanti grandi che i nostri : egli sono grandi come paoni, un poco meno, egli hanno la coda lunga 10 palmi e 9 e 8 e 7 il meno. Ancora v' ha fagiani fatti al modo di questo paese. Le genti sono idoli, e grassi, e hanno piccolo naso, gli capegli neri, e non hanno barba se non al mento. Le donne non hanno addosso pelo niuno, in niuno luogo, salvo che nel capo ; elle hanno molto belle carni e bianche, e son ben fatte di loro fattezze, e molto si dilettano con uo- meni. E puossi pigliare tante femmine quante altri vuole, avendo il podere ; e se la femmina è bella e di piccolo li- gnaggio, uno grande uomo la toglie per moglie, e dà alla ma- dre molto avere, quello di che egli s'accordano. Or ci par- tiamo di qui, e andremo ad un' altra provincia verso levante.
moscado : muschio, piccolo rosicante ohe ha in una borsa sotto l'ombelico la sostanza odorosa dello stesso nome. In Oriente il muschio è conosciuto col nome persiano kasturi, e tartaro gudderi.
postèma: glandola.
l'I M. MARCO POLO 75
IAI. D* Egrigay.
Quando l'upmo si parie d' Erghuil, e vassi per levante 8 giornate, egli truova una provincia chiamata Egrigaia, e havvi cittadi e castella assai ; èe di Tangut ; la maestra città e chiamata Calatia, la gente adorano gl'idoli, e havvi tre chiese de' cristiani nestorini, e sono al Gran Cane. In questa città si fa ciambellotti di pelo di cammello li più belli del mondo, e di lana bianca fanno ciambellotti bianchi molto begli, e fannone in grande quantitade, e portansi in molte parti. Or usciamo di questa provincia, e entreremo in un'al- tra provincia chiamata Tenduc, e entreremo nelle terre del Preste Giovanni.
LXII.
Della provincia di Tenduc.
Tenduc è una provincia verso levante, ove hae cittadi e castella assai, e sono al Gran Cane, e sono discendenti del Preste Giovanni. La mastra cittade è Tenduc, e di questa provincia è re un discendente del legnaggio del Preste Gio-
Egrigay : TEgrigaia (cinese Ulahai, tartaro Uiraca, Ir gai) o terra degli Ugri, capitale Calatia (Kalat), ad otto giornate all'oriente di Sining, era famosa per i suoi panni di pelo di cammello (cam- bellotti, ciambellotti, zambellotti).
Tenduc: vedi pag. 63.
Preste Giovanni: v. pag. 60. Questo Sifan lama Giorgio (Kiorki). vassallo del Gran Cane, morì nel 1305. La influenza dei cristiani nestorini fu di breve durata, perchè all'epoca del viaggio di Gio- vanni da Montecorvino (1305-24) era già svanita. Le molte città ricordate da M. Polo andarono distrutte durante la dinastia dei Ming.
76 IL MILIONE
vanni, e ancora si è Preste Giovanni e suo nome si è Giorgio. Egli tiene la terra per lo Gran Cane, ma non tutta quella che teneva lo Preste Giovanni, ma alcuna parte di quelle mede- sime ; e sì vi dico, che tuttavia il Gran Cane ha date di sue figliuole e di suoi parenti per moglie a questo re, discen- dente del Preste Giovanni. In questa provincia si truova le pietre che si fa 1' azurro molto buono, e havvi ciambellotti di pelo di cammello. Egli vivono de' frutti della terra ; quivi si ha mercatanzie ed arti ; la terra tengono gli cristiani, ma e' v' ha degl' idoli e di quegli che adorono Malcometto. Egli sono gli più bianchi uomini del paese e più belli, e i più savi, e più uomini mercatanti. E sappiate che questa pro- vincia era la mastra sedia del Preste Giovanni, quando egli signoreggiava i Tarteri ; e in tutta quella contrada ancora vi stanno di suoi discendenti, e il re che la signoreggia è di suo lignaggio ; e questo è lo luogo che noi chiamiamo Goggo e Magogo, ma egli lo chiamano Nug e Mogul; e ciascuna di queste provincie ha generazioni di gente alquante, e in Mogul dimorano i Tarteri. E quando l'uomo cavalca per que- sta provincia 7 giornate per levante verso li Tarteri, l'uomo truova molte cittadi e castella, ov' ha gente che adorano Malcometto, e idoli, e cristiani nestorini. Egli vivono d'arti e di mercatanzie, egli sanno fare drappi dorati, che si chia- mano nasicci, e drappi di seta di molte maniere, e sono al Gran Cane ; e v' ha una città e' ha nome Sindciù, ove si
si fa l' azurro: lapislazuli, v. pag. 43.
mastra sedia: sede principale.
Gog e Magog : (Nug e Mogul) indicano la Mongolia. La capitale odierna è Urga, dove risiede il Sifan lama Hutuchtù (v. pag. 61)..
nasicci : drappi di seta tessuti con fili d'oro. Nella Manciuria vive un baco dà seta semi selvatico che si nutre della foglia delVailan- tus e produce una seta cruda molta resistente.
Sindciù e G-avor: sembrano potersi identificare con le due mag-
DI M. MARCO POLO 77
fanno molte arti, e favvisi tutti fornimenti da oste, e havvi una montagna, nella quale hae una molto buona argentiera. Egli hanno cacciagioni di bestie e cV uccelli. Noi ci parti- remo di qui e andremo tre giornate, e troveremo una città che si chiama Gavor, nella quale hae un grande . palagio, eh' èe del Gran Cane. E sappiate che '1 Gran Cane dimora volentieri in questa città e in questo palagio, perciò ch'egli v' ha lago e riviera assai, ove dimora molte grue, e havvi un molto bello piano, ove dimora gran grue, assai fagiani e per- nicie ; v' hae di molte fatte d'uccelli, e per questo vi prende il Gran Cane molto sollazzo, perch'egli fa uccellare a girfalchi e a falconi, e prendono molti uccelli. E v' hae 5 maniere eli grue: l'una sono tutti neri come carboni, e sono molti grandi; l'altra sono tutti bianchi e hanno 1' alie molto bene fatte come quelle del paone, lo capo hanno vermiglio e nero e molto ben lutto, lo collo nero e bianco, e sono maggiori degli altri assai : la terza maniera sono fatti come gli nostri ; la quarta maniera sono piccoli, e hanno agli orecchi penne nere e bian- che : la quinta sono lutti grigi grandissimi, e hanno il capo bianco e nero. E appresso a questa città hae una valle, ove il Gran (lane ha fatto faro molte casette, ov'egli fa fare molte cators, cioè cotornici ; e alla guardia di questi uccelli fa slare piò uonieni ; e havvene tanta abbondanza che ciò èe maraviglia : e quando il (Iran (lane viene in quella contrada hae di questi uccelli una grande abbondanza. Di qui ci pal- liamo, e andremo a tre giornale tra tramontana e greco.
giovi città della Manciuria, Sheng-ching e Jehor (V attuale Mukden), sedi originarie della dinastia imperiale Tatsing che regnò dal 1644 fino ai nostri giorni (1911).
fornimenti da oste: armi ed apparecchi da guerra.
girfalchi: falco peregrinator vedi pag. 31.
cators : cotornici, vedi pag. '.IO.
78 IL MILIONE
LXIII.
Della città di Qiandù.
Quando l'uomo è partito di questa cittade cavalca tre gior- nate, si traeva una cittade eh' è chiamata Giandù, la quale fece fare lo Gran Cane ch'oggi regna. Goblai Gane; e hae fatto fare in questa città un palagio di marmo e d'altre ricche pietre; le sale e le camere sono tutte dorale, ed èe molto bellissimo maravigliosamente. E attorno a questo palagio èe muro eh' è grande 15 miglia, e quivi hae fiumi e fontane e prati assai, e quivi tiene il Gran Gane di molte fatte bestie, cioè cervi, dani e cavriuoli, per dare mangiare a' girfalchi e a' falconi che tiene in muda; in quello luogo egli v'ha bene 200 girfalchi ; egli medesimo vuole andare bene una volta la settimana, e le più volte, quando il Gran Cane va per 'questo prato murato, porta un leopardo in sulla groppa del cavallo; e quando vuole fare pigliare alcuna di queste bestie, lascia andare lo leopardo, e lo leopardo la piglia, e egli la fa dare a' suoi girfalchi, che tiene in muda: e questo fa per suo di- letto. Sappiate che '1 Gran Gane ha fatto fare in mezzo di questo prato un palagio di canne, ma è tutto dentro inno- rato, ed èe lavorato molto sottilmente a bestie e a uccelli
I
Griandù: detta al capitolo Vili Kemenfu, è Sbanchi, la residenza estiva di Kublai, da lui abbellita nel 1256 quando successe al fratello Mogu. Il giovane Marco vide qui V imperatore per la prima volta (vedi pag. IO).
innorato: dal lat. inauratus, dorato. Il palazzo di canne qui de- scritto era una creazione artistica cinese fatta per la casa im- periale Sung a Kaifengfu nelPHonan, e di là portata a Shandu per servire da pengtzii, o tettoia di riparo contro l'abbagliante calore estivo del Nord. Di questa residenza di Kublai non re-
DI M. MARCO POLO 79
limoniti, là copertura è di canne vemicate, e commesse sì bone, che acqua non vi puote entrare. Sappiate che quelle canne sono grosse più di 3 palmi o 4, e sono lunghe da IO passi infino in 15, e tagliansi al nodo, e per lungo, e sono fatte come tegoli, sì che si può bene coprire la casa; e hallo fatto sì ordinatamente ch'egli il fa disfare qualunque otta egli vuole, e fallo sostenere a più di 200 corde di seta. E sap- piate che tre mesi deiranno istae in questo palagio lo Gran Cane, cioè giugno e luglio ed agosto, e questo fa perchè v'ha caldo, e questi tre mesi istà fatto questo palagio, gli altri mesi dell'anno istà disfatto e riposto, e puollo fare e disfare a suo volere. E quando e' viene a' 28 dì di agosto, la Gran Cane si parte di questo palagio, e dirovvi la cagione. Egli è vero ch'egli hae una generazione di cavagli bianchi e di giu- menta, bianche come neve, senza niun altro colore, e sono in quantità di bene 10 milia giumente, e lo latte di queste giu- mente bianche non può bere niuna persona, se non di schiatta imperiale. Bene un'altra generazione di genti chiamata Buat o Oriat, che ne possono bere per grazia di Ginghys lo Gran (lane, che '1 concedette loro per una battaglia che vinsero con lui. E quando queste bestie vanno pascendo, egli è fatto loro tanto onore, che non n'è sì gran barone che passasse per queste bestie, per non iscioperarle del pascere, che non si scansi; e gli stronomi e gl'idoli hanno detto al Gran Cane, che di questo latte si dee versare ogni anno a' dì 28 d'agosto per l'aria e per la terra, acciò che gli spiriti e gl'idoli ìrab-
stavano che poche rovine nel 1691 quando furono visitate da Padre Gerbillon, un missionario francese che, per incarico dello imperatore Kanghsi, accompagnava come interpetre i negozia- tori della pace di Aigun tra la Cina e la Russia.
qualunque otta : a qualunque ora.
Buat e Oriat: i Burlati, una tribù mongola nomade, che vive sullo rive del lago Baikal.
80 IL MILIONE
biano a bere la loro parte, acciò che salvino le loro famiglie e uccelli e ogni loro cosa; e poi si parte lo Gran Cane, e va ad un altro luogo. E sì vi dirò una maraviglia, che io avea dimenticata ; che quando il Gran Cane è in questo palagio e egli viene un mal tempo, e gli astronomi e incantatori fanno che '1 mal tempo non viene in sul suo palagio; e questi savi uomeni sono chiamati «tebot», e sanno più d'arte di diavolo che tutta l'altra gente, e fanno credere alla gente, che questo avviene per santità. E questa gente medesima eh' io v' ho detto, hanno una tale usanza, che quando alcuno uomo è morto per Ja signoria, egli il fanno cuocere e mangianlo, ma no se morisse di sua morte; e sono si grandi incantatori, che quando il Gran Cane mangia in sulla mastra sala e gli coppi pieni di vino e di latte e d'altre loro bevande, che sono d'altra parte della sala, si gli fanno venire sanza che altri gli tocchi, e vegniono dinanzi al Gran Cane, e questo veg- giono bene 10 mila persone: e questo è vero senza menzogna; e questo beri si può fare per nigromanzia. E quando viene in niuna festa di niuno idolo, egli vanno al Gran Cane, e fannosi dare alquanti montoni, e legno aloe e altre cose, per tare onore a quello idolo, perciò che gli salvi lo suo corpo e le sue cose; e quando quegl' incantatori hanno fatto questo, fanno grande afummicata dinanzi agi' idoli di buone ispezie con grandi canti : poscia hanno questa carne cotta di questi montoni, e pongonia dinanzi degl' idoli, e versano lo brodo qua e là, e dicono che gì' idoli ne pigliono quello che vo- gliono : e in cotale maniera fanno onore agi' idoli il dì della loro festa, che ciascuno idolo hae propria festa coni' hanno
tebot: sono gli yoghi, stregoni indiani penetrati in Cina per ìa via del Tibet, insieme con i fattucchieri del Kashmir. Costoro mangia- vano i corpi dei «morti per una signoria », cioè dei giustiziati.
coppi: grandi vasi di terra.
afummicata: abhruciamento d' incensi e di legni odorosi.
DI M. M Mv'i 0 POLO 81
•ili nostri santi. Egli hanno badie o monisteri; e si vi dico, che v' ha una piccola città che hae uno monistero che hanno pino di 200 monaci, e vestonsi più onestamente che tutta l'altra gente. Egli fanno le loro feste le maggiori agi' idoli del inondo, co' gli maggiori canti e co' gli maggiori alluminali. Ancora v'ha un'altra maniera di religiosi detti « sensin », che fanno così aspra vita, come io vi conterò. Egli mai non man- giano altro che crusca di grano, e fannola istare in molle nel- l'acqua calda un poco, e poscia la menano e mangianla: e quasi tutto 1' anno digiunano, e molti idoli hanno, e molto isianno in orazioni, e talvolta adorano lo fuoco; e quelle altre regole dicono di costoro che sono paterini. Altra maniera v'ha di monaci, che pigliano moglie e hanno figliuoli assai, e questi vestono d'altri vestimenti che gli altri, sì che vi dico, che grande differenza ha dall'una maniera all' altra sì di vita e sì di vestimenta : e di questo v' hae, che tutti i loro idoli hanno nome di femmina. Or ci partiamo di qui, e conterovvi del grandissimo signore di tutti gli Tarteri, cioè lo nobile (Iran (lane che Goblai è chiamato.
sensin: questi t paterini » ossia puri, sono i Taoisti, seguaci di Laotzù, che conducono vita molto rigida, praticano il celibato e le più dure astinenze, vestono di grigio ed hanno il capo tonsurato. In mezzo allo spettacolo fastoso di questa corte mongola, tra i lama tibetani gialli e rossi, fra gli ambasciatori birmani, e i giganteschi generali tartari, dalla pelle lucente di grasso di mon- tone e dagli abiti sfolgoranti di pietre preziose, in mezzo alla turba variopinta degli stregoni, degli astrologhi e dei fattuc- chieri, noi cerchiamo invàno i seguaci di Confucio e dei suoi dieci Saggi. Essi, così in vista sotto la dinastia cinese dei Sung, ora si sono ritirati in disparte a far raccolte e commenti di classici, a compilare enciclopedie per 1' istruzione del popolo, a preparar la riscossa. A poco a poco la vita, il gusto e la cultura cinese li prenderanno il sopravvento sul fasto barbarico dei dominatori tartari, e la letteratura, il teatro, la pittura cinese continueranno le loro gloriose tradizioni.
Marco Polo. — Il Milione 0
82 IL MILIONE
LXIV.
Di tutti i fatti del Gran Cane che regna ora.
Vogliovi cominciare a parlare di tutte le grandissime ma- raviglie del Gran Cane, che aguale regna, che Coblai Cane si chiama, che vale a dire in nostra lingua, lo signore dei signori: e certo questo nome è bene diritto, perciò che questo Gran Cane è '1 più possente signore di genti e di terre e di tesoro, che niuno signore che sia, né che mai fu dinanzi infino al dì d'oggi; e questo mostrerò eh' è vero in questo nostro libro, sì che ogni uomo ne sarà contento, e di questo mo- strerò ragione.
LXV.
Della gran battaglia che '1 Gran Cane fece con Naiam.
Or sappiate veramente ch'egli è della diritta ischiatta di Ginghys Cane, dirittamente da essere signore di tutti gli Tar- teri. E questo Coblai è lo sesto Cane; che sono istati insino
che aguale regna: oggi regnante, v. pag. 35.
lo sesto Cane: vedi pag. 65. Kublai, nato nel 1212, cominciò a regnare a 31 anno; dal 1251 al 56 fu viceré dello Shensi, dal 56 air 80 imperatore mongolo, e dall1 80 al 94 Imperatore della Cina e sue dipendenze. Mori a 82 anni nel 1294. (Ser Marco lo crede ancor vivo nel 98). Egli è il fondatore della dinastia Yuan, che regnò dal 1280 al 1368. Nel 1274 fissò la capitale a Pekino da lui fondata, abbellita e cinta di mura. Caduta Hangchow, capitale dei Sung (1276), la collegò per mezzo del Gran Canale
DI M. HÀRCO POLO 83
a (|iii: e sappiate che questo Goblai cominciò a regnare nel 1256 anni. E sappiate ch'egli ebbe la signoria per suo gran valore e per sua prodezza e sonno, che gli suoi fratelli gliela volevano torre, e gli suoi parenti: e sappiate che di ragiono la signoria cadeva a cosini. Egli è. eh' egli cominciò a re- gnare 'ri anni infino a questo punto, che corre lu29<S anni, e puote bene avere 8-") anni. In prima ch'egli fosse signore, egli andò in più osti, e portossi gagliardamente, sì eh' egli era tenuto prode nomo d'arme e buono eavagliere; ma poi ch'egli fu signore, non andò in oste più ch'una volta: e quello fu negli anni P28(>r e io vi dirò perchè fu. Egli è vero che uno ch'ebbe nome Naiam, lo quale era uomo del (iran Cane, e molte terre teneva da lui, e provincie, sì che poteva ben fare 400 mila uomeni a cavallo, e suoi anticessori soleano «ssere anticamente sotto il Gran Cane, e era giovane di u20 anni. Or disse quello Naiam, che non voleva essere più sotto il (Iran Cane, ma gli torrobbe tutta la terra. Allotta mandò
con Pekino, pel trasporto del tributo del riso. Annesse all' Im- pero la Birmania (1283), PAnnam (1285) e nel 1286 si liberò del suo più pericoloso vassallo Naiam, il quale, essendo suo pa- rente, pretendeva la successione diretta 'al trono mongolo. Fece un'infelice spedizione al Giappone (1284) per punirlo di avere ucciso un suo ambasciatore. Unificato e allargato il più vasto impero formatosi dopo la dinastia degli Han, mise presidii tartari nelle provincie e le inondò di carta moneta. Protesse il Bud- dismo, gli astrologi, i conventi e le arti. Si servì del talento al- trui senza riguardo a nazionalità e religione, e gli stranieri. Persiani, Saraceni e i Polo, ebbero da lui alte posizioni di fidu- cia. Morì carico di anni e di figli, senza però esser riuscito a domare il suo acerrimo nemico Caydu, che gli sopravvisse 6 anni. cioè fino al 1301. Naiam: vassallo di Kublai, era signore della Mongolia, della Man- ciuria e della Corea; Caydu (Haitu) della Tsungaria e della e piccola Bukaria.
84 IL MILIONE
Naiam a Gaydu, ch'era gran signore, e era nipote del Gran Cane, ch'egli venisse dall'una parte, e egli andrebbe dall'altra, per torgli la terra e la signoria ; e questo Gaydu disse che ben gli piaceva, e disse d'essere bene apparecchiato a quel tempo che avevano ordinato , e sappiate che -questi avea da mettere in campo 100 mila uomeni a cavallo; e vi dico che questi due baroni feciono grande ragunata di cavalieri e di pedoni per venire addosso al Gran Cane. E quando il Gran Gane seppe queste cose, egli non si ispaventò punto, ma sì còme savio nomo, disse che mai non voleva portare corona né tenere terra, se egli questi due traditori non mettesse a morte. E sappiate che questo Gran Cane fece tutto suo appa- recchiamento in 22 dì celatamente, sì che non si seppe, di fuori dal suo Consiglio. Egli ebbe bene 360 mila uomeni a cavallo, e bene 100 mila uomeni a piede ; e sappiate che tutta questa gente furono di sua casa, e perciò fece egli così poca gente, che s'egli avesse richiesta tutta sua gente, egli ne avrebbe avuta tanta che non si potrebbe credere ; ma avrebbe troppo penato, e non sarebbe istato così segreto. E questi trecento sessanta migliaia di cavaglieli eh' egli fece, furono pure falconieri, e gente che andava dietro a lui. E quando il Gran Gane ebbe fatto questo apparecchiamento, egli ebbe suoi astrologi, e domandogli s'egli dovea vincere la battaglia; ri- spuosono di sì, e ch'egli metterebbe a morte i suoi nemici. Lo Gran Gane si misse in via con sue gente, e venne in 20 giorni a un piano grande, ove Naiam era con tutta sua gente, che ben erano 300 mila cavaglieli : e giunsono un die la mat- tina per tempo, sì che Naiam non ne seppe nulla, perciò che il Gran Gane avea fatte sì pigliare le vie, che ninna ispia gli poteva rapportare, che non fosse presa. E quando lo Gran Gane giunse al campo con sua gente, Naiam istava in sul letto con la moglie in grande sollazzo, eh' e' le voleva molto gran bene.
1)1 M. MAUC0 POI-'»
86
LXVL Comincia la gran battaglia.
Quando l'alba del die lue venuta, el Gran (lane apparve sopra il piano, ove Naiam dimorava molto segretamente, per- ciò che Naiam non credeva per ninna cosa che '1 Gran Cane venisse (juivi, e perciò non faceva guardare il campo né di- nanzi uè di dietro. Lo Gran Cane giunse sopra questo luogo, e avea una bertesca sopra quattro leonlanti ove avea suso in- segne, sì che bene si vedeva dalla lunga. La sua gente era ischierata a trenta milia, e intornearono il campo tutto quanto, attorno attorno in un punto; e ciascuno cavaliere, quasi una buona parte, avea un pedone in groppa con suo arco in mano; e (piando Naiam vidde il Gran Cane con sua gente, fu tutto [smarrito; egli e suoi e' ricorsero all'armi, e schieraronsi bene
uditamente e acconciaronsi, sì che non era se non a fedire. Allotta cominciarono a sonare molti istromenti, e a cantare ad alte bocie: però che l'usanza dei Tarteri è tale, che infino
la gran battaglia: la descrizione della battaglia, con le sue inia- gini di piova di saette, col rauco suono delle trombe e dei nac- cheri, e il rumore e le grida che vincevano i tuoni, sembra essere
ata fornita a Marco Polo dal suo compiacente segretario e tra- duttore di annali al ministero degli affari esteri. Il suo sapore e colore orientale ricordano il San Uno ehi, o Storia dei tre regni, un romanzo storico molto noto. Gli elefanti mandati come tributo
alla Birmania (1288) appaiono qui per la prima volta in bat- taglia, non come strumenti di guerra, ma per portare Y Impe- ratore entro una torretta (bertesca) addobbata di bandiere. Il tali- smano della croce contro le saette è un'eco delle Crociate e della visione costantiniana, suggerita dai nestorini.
•es
80 IL MILIONE
che '1 gran nacchere) non suona, eh 'è uno istorrnento del ca- pitano, mai non coinbatterebbono ; e infino che pena a sonare, gli altri suonano molti istormenti, e cantano. Ora èe lo gran cantare e '1 sonare sì grande da' ogni parte, che cioè era grande maraviglia. Quando furono apparecchiate amendue le parti, e gli gran naccheroni cominciarono a sonare, e l'uno venne contro all'altro, e cominciaronsi a fedire di lande e di spade; e fu la battaglia molta crudele e fellonesca; e le saette an- davano tanto per l'aria, che non si poteva vedere l'aria, se non come fosse piova; e' cavagli cadevano dall'una parte e dall'altra, ed eravi tale lo romore, che gli tuoni non si sa- rebbono uditi. E sappiate che Naiam era cristiano battezzato, e in questa battaglia avea egli la croce di Cristo sulla sua insegna. E sappiate che quella fu la più crudele battaglia, e la più paurosa che fosse mai al nostro tempo, né ove tanta gente morisse; e vi morirono tanta gente tra dell'una parte e dell'altra, che xiò sarebbe maraviglia a credere: ella durò dalla mattina infino a mezzodì passato, ma al dasezzo rimase il campo al Gran Cane. Quando Naiam e sua gente viddono ch'egliono non potevano Sofferire piue, missonsi a fuggire ; ina non valse nulla, che pur Naiam fu preso, e tutti i suoi baroni e la sua gente s' arenderono al Gran Cane.
LXVII.
Come Naiam fu morto.
E quando il Gran Cane seppe che Naiam era preso, egli comandò che fosse morto in tal maniera : eh' egli fu messo in su 'n tappeto, e tanto fu pallaio e menato in qua e in
gran nacchero: timballo, cassa di rame coperta di -cuoio, su cui si
batte violentemente. al dasezzo: da ultimo. pallaio: sballottato sul tappeto come una palla.
M M. MARCO POLO
là, ched egli morto: e cioè fece, che non voleva che '1 san- gue del lignaggio dello imperadore facesse lamento all'aria : e questo Naiam era di suo lignaggio. Quando questa batta- glia fu vinta, tutta la gente di Naiani fece la rendila al Gran (lane, e la fed'eltade. Le pfovinciè sono queste : la prima è Giorcia, la seconda Cauly, la terza Baiscol. la quarta Chingi- talas. Quando il Gran (lane ebbe vinta la battaglia, gli saracini. e gli altri che v'erano di diverse genti, si diedono maraviglia della croce che Naiam avea recata neir insegna, e dicevano verso gli cristiani: vedete la croce del vostro Iddio come hae aiutato Naiam e sua gente? E tanto il dicevano, che 'I Gran (lane il seppe, e crucciossi contra a coloro che dicevano vil- lania alti cristiani; e fece chiamare li cristiani che quivi erano, e disse: se 'I vostro Iddio non hae ajutato Naiam, egli hae l'atto grande ragione, perciò che Iddio è buono, e non vuol l'are se non ragione: Naiam era disleale e traditore, che ve- niva contro al suo signore e perciò fece Iddio bene che non l'aiutò. Gli cristiani dissono ch'egli avea detto il vero; che la croce non voleva fare altro che diritto: egli hae bene avuto quello di che era degno. E (pieste parole della croce furono ,tra 'I (Iran (lane e gli cristiani.
LXVIII, Come il Gran Cane tornò nella città di Camblau.
Oliando lo Gran (lane ebbe vinta la battaglia, come voi avete udito, egli si tornò alla gran città di Camblau con grande lesta e con grande sollazzo. E quando l'altro re, che
Ciorcia: la Manciuria; Cauly la Corca; Baiscol la regione del Bai kal: Chingitalas la Tsungaria; la Bukaria invece non fu definitiva- mente annessa alla Cina ehe nel 1718, col nome di Turkestan cinese.
Camblau : è il nome tartaro di Pekino, di cui vedi la magnifica de- scrizione al capitolo LXX1J,
88
11- .MILIONN
(lavelli avea noine, Lidio che Naiani era istato isconiitto, riten* nesi di non fare oste contro lo Gran Cane, ma avea gran paura del Gran Cane. Ora avete udito come il Gran Cane andò in oste, che tutte le altre volte pur mandò suoi fi- gliuoli, e suoi baroni, e questa volta vi volle andare pur egli; perciò che '1 fatto gli pareva troppo grande. Or lasciamo an- dare questa materia, e torneremo a contare de' grandi fatti del Gran Cane. Noi abbiamo contato di quale lignaggio e' fu, e sua nazione; ora vi dirò degli doni ch'egli fece alli baroni i quali si portarono bene nella battaglia, e quello che fece a quelli che furono vili e codardi. Io vi dico che agli prodi diede, che s'egli era signore di 100 uomeni, egli lo fece di 1000, e faceali gran doni di vassellamenta d'ariento e di ta- vole da signore; quegli eh' hae signoria di 100 ha tavola di ariento; e quegli che l'ha di 1000 l'hae d'oro, e d'ariento v d'oro; e quegli che hae signoria di 10000 ha tavola d'oro a testa di lione. Lo peso di queste tavole si è cotale; che quelli che hae siguoria di 100 o di 1000 la sua tavola pesa libbre 120, e quella e' ha testa di lione pesa altrettanto, le altre sono d' argento e in tutte queste tavole è scritto un comandamento che dice così: « per la forza del grande Iddio, e per la grazia e' ha donata al nostro imperatore, lo nome del Gran Cane sia benedetto, e tutti quelli che non ubidiranno siano morti e distrutti ». E ancora questi che hanno queste tavole hanno brivilegi ov' è iscritto tutto ciò che debbono fare nella loro signoria. Ancora vi dico che colui che ha signoria di 10000 uomeni, o è signore d' una grande oste generale, questi hanno tavola che pesa libbre 300, e havvi iscritte let- tere che dicono così come io v' ho detto di sopra, è disotto alla tavola èe iscolpito un leone, e dall'altro lato èe il sole e la luna ; ancora hanno brivilegi di gran comandamenti, e di gran fatti; e questi ch'hanno queste nobile tavole, hanno per comandamento che tutte le volte eh' egliono cavalcano,
DI .M. MARCO POLO
debbiano pollare sopra lo capo un palio in siguiiicanza di grande signoria, e tutta volta quando seggono, debbiano se- dere in sedia d'ariento. Ancora questi cotali, loro dona lo Gran (-ano una tavola, nella quale ha eli sopra un lione e un girfalco intagliali, e cpieste tavole dona egli agli tre gran baroni, perciò ch'abbiano balia com'egli medesimo, e puote prendere lo cavallo del signore quando gli piace, uon che gli altri. Or lasciamo di questa materia, e conteròvi delle fattezze del Gran Cane e di sua contenenza.
LXLX.
Delle fattezze del Gran Cane.
Lo (Iran Signore de' Signori, che Goblai (lane è chiamato, è di bella grandezza: né piccolo, ne grande, ma è di mez- zana fatta ; egli e carnuto di bella maniera ; egli è troppo bene tagliato di tutte membra; egli hae lo suo bianco e ver- miglio come rjosa, gli occhi neri e belli, lo naso ben fatto e ben gli siede. Egli hae tuttavia quattro femmine, le quali tiene per sue diritte mogli. E '1 maggiore figliuolo, eh' egli ha di queste quattro mogli, dee essere signore, per ragione dello imperio dopo la morte del suo padre. Elle sono chia- mate imperadricie, e ciascuna è chiamata per suo nome, e ciascuna di queste donne tiene corte per sé; e non ve n'ha ninna che non abbia 300 donzelle, e hanno molti valletti e scudieri, e molti altri uomeni e femmine, sì che ciascuna di queste donne ha bene in sua corte 1000 persone. E quando vuole giacere con alcuna di queste donne, egli la fa venire in sua camera, e talvolta vaé alla sua. Egli tiene ancora molte amiche; e dirovvi com'egli è vero, che gli è una ge-
palio : il parasole rosso portato innanzi ai grandi dignitari.
90 IL MILIONE
iterazione eli Talleri, che sono chiamati Ungrat, che sono molta bella gente e avellenti, e di queste sono iscelte 100 le pili belle donzelle che vi sieno, e sono menate al Gran Cane; ed egli le fa guardare a donne del palagio, e falle giacere appresso lui in un letto per sapere s'ella hae buono fiato,, e per sapere s'ella è pulcella, e bene7 sa d'ogni cosa; e quelle che sono buone e belle di tutte cose, sono messe a servire lo signore in tal maniera, coni' io vi dirò. Egli è vero che ogni tre dì e tre notti, sei di queste donzelle servono lo si- gnore in camera e al letto e a ciò che bisogna, e '1 signore fae di loro quello eli 'egli vuole, e di capo di tre dì e di tre notti vengniono le altre sei donzelle, e cosìe vae tutto l'anno di sei in sei donzelle.
De' figliuoli del Gran Cane.
Ancora sappiate, che '1 Gran Cane hae delle sue quattro moglie 22 figliuoli maschi; lo maggiore avea nome Ginghys Cane, e questo dovea essere Gran Cane e signore di tutto l' imperio. Ora avvenne ch'egli morìo, e rimase un figliuolo eh' ha nome Temur, e questo Temur dee essere Gran Cane e signore, perchè fu figliuolo del maggiore figliuolo. E sì vi dico, che costui è savio uomo e prode e bene approvato in
Ungrat: TJiguri, Ugri, o Kirghizi degli Aitai, progenitori degli Un- gheresi, le cui donne sono note anche oggi per la loro avve- nenza. Le imperatrici della dinastia Tatsing, mancese, erano scelte tra le famiglie dei più alti dignitari di quella regione. Le mancesi che s' incontrano oggi a Pelano si riconoscono dall'ac- conciatura del capo, dal piede cresciuto liberamente e non stor- piato, e dal loro portamento sicuro e disinvolto.
DI M. MAR» 0 POLO (.)1
pili battaglie. E sappiate che "1 (Iran (lane ha 25 figliuoli di sur amiche, e ciascuno è gran barone; e ancora dico che (Irgli ±2 figliuoli ch'egli ha delle 4 moglie, gli sette ne sono re di grandissimi reami, e tutti mantengono bene loro regni, come savi e prodi uomeni che sono, e hen tengono ragione, e risomigliano dal padre di prodezza e di senno, ciré 1 mi- gliore rettore di genti e d'osti che mai fosse tra' Talleri. Or v* ho divisato del Gran Cane, e di sue femmine e di suoi figliuoli, ora vi diviserò com'egli tiene sua corte, e sua maniera.
LXXI.
Del palagio del Gran Cane.
Sappiate veramente che '1 Gran (lane dimoia nella mastra città, eh' è chiamata Cambiali, tre mesi dell'anno, Cioè, di- cembre, gennaio e febbrajo, e in questa città ha suo grande palagio: ed io diviserò com'egli è fatto. Lo palagio è di muro quadro, per ogni verso un miglio, e in su ciascuno canto di (piesto palagio è uno molto bel palagio, e quivi si tiene tutti gli arnesi del Gran Cane, cioè, archi, turcassi e selle e freni, corde e tende, e tutto ciò che bisogna ad oste e a guerra. E ancora tra questi palagi hae quattro palagi in (piesto cer- còvito, sì che in questo muro attorno attorno sono otto pa- lagi, e tutti sono pieni d'arnesi, e in ciascuno ha pur d'una
Lo palagio: il palagio imperiale consiste di vari padiglioni {t'ing) sostenuti da colonne di 7 piedi di circonferenza. Le camere, alte e spaziose (oltre 30 metri quadrati) poggiano su di un « ispazzo » o pavimento, rialzato 10 palmi dal suolo, e non hanno palco o tramezzo. La loro pesante copritura, o tetto di tegole verniciate giallo e biodo (viola, blu) si vede splendere nell'azzurro puris- simo del cielo di Pekino dall'alto delle sue mura.
cercòvito : circuito.
92 IL MILIONE
cosa. E in questo muro, verso la faccia del mezzodì, hae cinque porte, e nel mezzo è una grandissima porta, che non si apre mai né chiude se non quando il Gran Cane vi passa, cioè entra e esce. E dal lato a questa porta ne sono due pic- cole, da ogni lato una, onde entra tutta l'altra gente. Dal- l'altro lato n'hae un'altra grande, per la quale entra comu- nemente tutta l'altra gente, cioè ogni uomo. E dentro a questo muro hae un altro muro, e attorno attorno hae otto palagi come nel p rimaio, e così sono fatti; ancora vi stae gli arnesi del Gran Cane. Nella faccia verso mezzodie hae 5 porte, nel- l'altra pure una, e in mezzo di questo muro èe il palagio del Gran Cane, elfo fatto com' io vi conterò. Egli è il maggiore che mai fu veduto, egli non v'ha palco; ma lo ispazzo èe alto più che l'altra terra bene 10 palmi; la copritura è molto altissima. Le mura delle sale e delle camere sono tutte co- perte d'oro e d'ariento, havvi iscolpite belle istorie di donne, di cavalieri, e d'uccelli e di bestie e di molte altre belle cose; e la copritura èe altresì fatta che non vi si può vedere altro che oro e ariento. La sala è sì lunga e sì larga, che bene vi mangiano 6000 persone, e havvi tante camere, eh' è una ma- raviglia a credere. La copritura di sopra, cioè di fuori, è vermiglia e bioda e verde, e di tutti altri colori, ed è sì bene invernicata, che luce come oro o cristallo, sì che molto dalla lunge si vede lucere lo palagio. La copritura è molto ferma. Tra l'uno muro e l'altro dentro a quello eh' io v' ho contato di sopra havvi begli prati e albori, e havvi molte maniere di bestie salvatiche, cioè, cervi bianchi, cavriuoli, e dani, le bestie che fanno il moscado, vaj e ermellini, e altre belle bestie. LS, terra dentro questo giardino è tutta piena dentro di queste bestie, salvo la via donde gli uomeni entrano ; e dalla parte verso il maestro hae uno lago molto grande, ove hae molte
dani : daini. maestro: nord-ovest.
/
UT M. MARCO POLO 93
generazioni di pesci. E sì vi dico che un gran fiume v'entra ed esce, ed èe sì ordinato, che ninno pesce ne pnote uscire (e liavvi fatto mettere molte ingenerazioni di pesci in questo lago), e questo è con rete di ferro. Anche vi dico, che verso tramontana, da lungi del palagio una arcala, ha fatto fare un monte, eh' è alto bene 100 passi, e gira bene un miglio, lo quale monte è pieno d'albori tutto quanto, che di niuno tempo perdono foglie, ma sempre son verdi. E sappiate, che quando è detto al Gran (lane d'uno bollo albore, egli lo fa pigliare con tutte le barbe e con molta terra e fallo piantare in quel monte, e sia grande quanto vuole, ch'egli lo fa portare a' leon- fanti. E sì vi dico, ch'egli ha fatto coprire tutto il monte della terra dello azzurro eh' è tutta verde, si che nel monte non ha cosa se non tutla verde, perciò si chiama lo monte verde. E in sul colmo del monte è un palagio e molto grande, sì che a guatarlo è una grande maraviglia, e non è uomo che '1 guardi, che non ne prenda allegrezza; e per avere quella bella vista l'ha fatto fare il Gran Signore per suo conforto e sol- lazzo. Ancora vi dico, che appresso di questo palagio n'hae un altro né più né meno fatto, ove istà lo nipote del Gran (lane, che dee regnare dopo lui, e questi è Temur figliuolo di Cinghis, ch'era lo maggiore figliuolo del Gran (lane; e (|uesto Temur che dee regnare tiene tutta la maniera del suo avolo, e ha già bolla d'oro e sugiello d' imperio, ma non fa l'ufieio finché Tavolo è vivo.
un gran fiume : il fiume che traversa la cinta imperiale è il Yuho, ••he si gitta nel Peiho. La montagna verde (Chings han) e il lago, ritrovo di pattinatori nell'inverno, formano una delle at- trattive della residenza imperiale.
una arcata : un trar d'arco.
94
IL MILIONE
LXXII.
Della città grande di Cambiati
Dacché v'ho contati de' palagi, sì vi conterò della grande città di Cambiali, ove sono questi palagi, e perchè fu fatta, e com'egli è vero, che appresso a questa città n'avea un'altra grande e bella, e avea nome Camblau, che vale a dire, in no- stra lingua la città del Signore ; e il Gran Cane trovando per astrolomia, che questa città si dovea Ribellare, e dare gran briga allo imperio, e però il Gran Cane fece fare questa città presso a quella, che non v' è in mezzo se non un fiume, e
Camblau : Cambaluc (Kaan-baligh, la città del Khan, Fattuale Pekino), fu edificata e murata da Kublai tra il 1264 e il 74, a nord dell' antica Yenching, i cui principali abitanti vi furono trasportati come ostaggi. Dal racconto di Marco parrebbe che anche la città distrutta fosse chiamata Camblau; il testo fran- cese dice che Kublai diede alla capitale il nome di Taidù (resi- denza della Corte).
La divisione in città tartara e cinese data dai Manciù ; la prima è riservata alla Corte ed ai Tartari ; la seconda co1 suoi sobborghi è abitata da Cinesi e da mercanti, possiede alberghi e luoghi di ritrovo per i forastieri. Le vie principali, larghe e dritte, tracciate secondo i punti cardinali e munite di fogne, sono oggi una pestilente rovina di fossi, di fango e di polvere. Le rughe (confr. il ir. rue) o vie trasversali, non mostrano che gli usci delle case e la rara punta di un tetto, e sono chiuse da pancelli. Le porte della città vengono chiuse la notte al sonar del coprifuoco. La cinta imperiale è vigilata da soldati. Non c'è l'abitudine della vita all'aria aperta, l'uso della passeggiata nel corso o sui viali, e le conseguenti spese di spazzatura, illumi- nazione e guardie di città. I corvi fanno* il loro nido sugli al- beri attorno alle case; e stormi di colombi svolazzano per l'aria,
DI M. MABCO POLO 95
fece cavare la gente di quella città, e mettere in quell'altra, la quale è chiamata Cambiati. Questa città è grande in giro da 24 miglia, cioè sei miglia per ogni canto, ed è tutta qua- dra, che non è più dall' uno lato che dall'altro ; questa città è murata di terra, e sono grosse le mura 10 passi, e alte 20, ina non sono così grosse di sopra come di sotto ; anzi vegnono di sopra assottigliando tanto, che vengono grosse di sopra tre passi, e sono tutte merlate e bianche; e quivi ha L2 porte, e in su ciascuna porta hae un gran palagio, sì che in ciascuno quadro hae tre porte e cinque palagi. Ancora in ciascuno qua- dro di questo muro hae un grande palagio, ove istanno gli uomeni che guardano la terra. E sappiate che le rughe della città sono sì ritte, che 1' ima porta vede 1' altra : e di tutte
con un fischietto automatico attaccatogli alla coda dai loro pa- droni per difenderli dagli uccelli rapaci. Alle donne è proibito andare nei templi buddistici. Il teatro — un'arena di tavole — è invece affollatissimo ed aperto in permanenza. La vita pri- vata, spesso di quattro generazioni della stessa famiglia, si svolge raccolta sotto il medesimo tetto o nell' atrio della casa, come in un patio spagnuolo o in un impluvio pompeiano. I negozi, senza vetrine, affollati di uomini e rischiarati da un lu- cernario, non hanno alcuna attrattiva per le signore. Il tempio di Confucio (Kuo Txù chien), la Lamaseria mongola (Yung ho kung), il Mercato del Lung fu sstì, e le dodici porte della città si possono a stento chiamare i soli monumenti notevoli della gran capitale. L'architettura cinese non è riuscita a costruire, oltre mura, canali, scarpate e ponti, ne un palazzo, ne un tem- pio, né un teatro, nò una scuola. L'unica sua produzione, il padiglione dal tetto pesante, sopracarico di dragoni e d' uccelli di maiolica, cogli angoli rivolti in alto, che ricorda la sua ori- gine, la tenda, è rimasta inalterata fino ad oggi. Le ville im- periali fuori di Pekino — Wan shou shan e Yuan ming yuan — sono costruzioni relativamente moderne del XVII secolo, di- rette ed abbellite da missionari italiani.
96 IL MILIONE
quante incontra così. Nella terra ha molti palagi, e nel mezzo n'hae uno, ov' è suso una campana molto grande, t^he suona la sera tre volte, che niuno non puote poi andare per la terra sanza grande bisogno, o di femmina che partorisse, o per al- cuno infermo. Sappiate che ciascuna porta guarda 1000 uo- meni, e non crediate che vi si guardi per paura d' altra gente, ma fassi per riverenza del Signore, che là entro dimora, e perchè gli ladroni non facciano male per la terra. Ora v'ho contato di sopra della città : or vi voglio contare com' egli tiene corte e ragione, e di suoi gran fatti ; cioè del Signore. Or sappiate che '1 Gran Cane si fa guardare da 12,000 uomeni a cavallo, e chiamansi questi «tan ». cioè a dire cava- lieri fedeli del Signore, e questo non fae per paura; e tra questi 12 000 cavalieri, hae quattro capitani, sì che ciascuno n' hae 3000 sotto di sé, de' quali ne stanno sempre nel pa- lagio 1' una capitaneria che sono 3000, e guardano tre dì e tre notti, e mangianvi e dormonvi. Di capo degli tre dì que- sti se ne vanno, e gli altri vi vengono, e così fanno tutto l'anno. E quando il Gran Cane. vuole fare una grande corte, le tavole istanno in questo modo. La tavola del Gran Cane è alta più che V altre, e siede verso tramontana, e volge il volto verso mezzodie. La sua prima moglie siede lungo lui dal lato manco ; e dal lato ritto, più basso un poco, seggono gli figliuoli e gli nipoti, e suoi parenti che sieno dello impe- riale lignaggio, sì che il loro capo viene agli piedi del Si- gnore. Poscia seggono gli altri baroni più a basso, e così va delle femmine, che le figliuole del Gran Cane* signore e le nipote e le parenti seggono più basso dalla sinistra parte, e ancora più basso di loro le moglie di tutti gli altri baroni ; e ciascuno sae il suo luogo ov' egli dee sedere per 1' ordina- mento del Gran Cane. Le tavole sono poste per cotal modo, che '1 Gran Cane puote vedere ogni uomo, e questi sono grandissima quantitade. E di fuori di questa sala ne mangia
•v
■Il
V
V,
DI M. MARCO PÒLO 97
più di 40 000, perchè vi vengono molti uonaeni con molti pre- senti, gli quali vi vengono di strane contrade con istrani pre- senti. E di tali ve n' hae eh' hanno signoria, e questa cotal gente viene in questo cotal die, che 1 Signore fae nozze e tiene corte e tavola. E un grandissimo vaso d'oro fine, che tiene come una gran botte, pieno di buon vino, ista nella sala, e da ogni lato di questo vaso ne sono due piccoli ; di (jnel grande si cava di quel vino, e degli due piccoli, beve- raggi. Havvi vaselli vernicati d' oro, che tiene 1' uno tanto vino che ne avrebbono assai più d'otto uomeni, e hanne per le tavole tra due uno. E anche ha ciascuno una coppa d'oro con manico, con che beono ; e tutto questo fornimento è di gran valuta. E sappiate che '1 Gran Signore hae tanti vasel- lamenti d'oro e d'ariento, che non potresti credere se noi vedessi. E sappiate che quegli che fanno la credenza al Gran Cane signore, sono grandi baroni, e tengono fasciata la bocca e il naso con begli drappi di seta acciò lo loro fiato non an- dasse nelle vivande del Signore. E quando il Gran Cane dee bere, tutti gli stormenti suonano, che ve n' ha grande quan- tità; e questo fanno quando hae in mano Ja coppa, e allotta noni uomo s'inginocchia, e baroni e tutta gente, e fanno se- gno di grande umilitade ; e così si fa tuttavia che dee bere. Di vivande non vi dico, perciò che ogni uomo dee credere <*lf egli n' hae grande abondanza ; nò non v' ha niuno barone aè cavaliere, che non vi meni sua moglie perchè mangi col- I altre donne. Quando il Gran Signore ha mangiato, e le ta- vole sono levate, molti giucolari vi fanno gran sollazzo di tragittare e d' altre cose ; poscia se ne va o^ni uomo al suo albergo.
giucolari: giullari, giocolieri, prestidigitatori entrano in scena an- cor oggi alla fine dei pranzi cinesi.
I. — 11 Milton,
98 IL MILIONE
LXXIII.
Della festa della natività del Gran Cane.
Sappiate che tutti gli Tarteri fanno festa di loro nativi- tade. Il Gran Cane nacque a dì 28 di settembre in lunedì ; e ogni uomo in quel dì fae la maggiore festa che egli faccia per neuna altra cosa, salvo quella ch'egli fa per lo capo del- l'anno, com'io v'ho contato. Ora lo Gran Cane lo giorno della sua nativitade si veste di drappi d'oro battuto, e con lui si vestono 12 000 baroni e cavalieri, e tutti d'un colore e d' una foggia, ma non sono sì cari; e hanno gran cinture d' oro, e questo dona loro il Gran Cane. E sì vi dico che v' ha tale di queste vestimenta, che vagliono le pietre preziose e le perle, che sono sopra queste vestimenta, più di 10000 bi- santi d' oro : e di questi v' ha molti ; e sappiate che il Gran Cane dona 13 volte l'anno ricche vestimenta a quei 12 000 ba- roni e vestegli tutti d'un colore con lui; e queste cose non potrebbe ben fare niuno altro signore ch'egli, né mante- nerlo.
LXXIV.
Qui divisa della festa.
Sappiate che '1 dì della sua nativitade tutti gli Tarteri del mondo, e tutte le provincie che tengono le terre da lui, lo dì fanno gran festa, e tutti il presentano secondo che si con- viene e a chi '1 presenta e com' è ordinato; ancora lo pre- senta chi da lui vuole alcuna signoria, e il Gran Signore hae 12 baroni che donano queste signorie a questi cotali secondo
12 baroni : j presidenti dei Ministeri, che formavano il Consiglio di Stato (v. pag. 112).
DÌ m. marco polo 99
che si conviene. E questo dì ogni generazione di genti fanno prieghi agli loro Iddìi, che gli salvino lo loro signore, e che gli doni lunga vita e gioia e santa : e così fanno quel dì gran lesta. Or lasciamo questa maniera, e dirovvi di un'altra festa ch'egli fanno a capo dell'anno, la quale si chiama la bianca lesta.
LXXV. Della bianca festa.
Egli è vero che fanno lor festa in capo d' anno del mese di febbraio. E lo Gran Cane e sua gente ne fanno cotale fe- sta : egli è usanza che lo Gran Cane e sua gente si vestono di vestimenta bianche, e maschi e femmine, purché le possa lare, e questo fanno però che i vestiri bianchi somigliano a loro buoni e avventurosi : e però il fanno di capo dell'anno, perchè a loro prenda tutto l'anno flene e allegrezza. E questo die, chi tiene terra da lui, sì '1 presenta grandi presenti, se- condo eh' egli possono, d'oro o d'ariento e di perle e d'altre cose; ed èe ordinato ogni presente, quasi i più, cose bianche. E questo fanno perchè in tutto Y anno abbiano tesoro assai
santa: sanità.
La bianca festa: è quella del Capo d'anno, che in Cina ha luogo alla prima luna di Febbraio, quando comincia il nuovo anno lunare, e dura un mese. Oggi quest1 è la festa cinese per ec- cellenza. Si chiude bottega per far un fracasso indemoniato con tam-tam e petardi, si chiudon gli uffici per scambiarsi au- guri, visite, strenne. Il colore di festa oggi è il rosso. Il sug- gello ufficiale, la carta da lettere, i biglietti da visita sono rossi. Il violaceo e il bianco sono invece colori di lutto. La cintura gialla e la giacca di seta gialla sono le più alte decorazioni i inesi. La cronologia cinese, calcolata sull'anno lunare, comincia il 2637 a. C. Essa è notata non coi numeri, ma con un sistema
100 IL MILIONE
e allegrezza. E anche in questo die sono presentati al Gran Cane più di 10000 cavalli bianchi belli e ricchi ; e ancora più di 5000 leonfanti tutti coperti di panno ad oro e a seta, e ciascuno hae addosso uno iscrigno pieno di vasellamenta d'oro e d'ariento, o d'altre cose che bisognano a quella fe- sta, e tutti passano dinanzi dal Signore; e questa è la più bella cosa che giammai sia veduta. (Lo scrigno vuol dire in nostra lingua un forzieretto) . E ancora vi dico che la mattina di questa festa, prima che le tavole sieno messe, tutti gli re, duchi e marchesi e conti e baroni e cavalieri, astrolomi e falconieri, e molti altri officiali, rettori di terre, di genti e d' osti, vegnono dinanzi alla sala del Gran Cane, e quelli che quivi non capiono, dimorano di fuori del palagio in luogo che lo signore gli vede ben tutti ; e sono così ordinati. Prima sono i figliuoli e nipoti e quelli dello imperiale lignaggio, appresso lo re, e appresso gli duchi, poscia gli altri per or- dine, com' è convenevole. Quando sono tutti assettati cia- scuno nel suo luogo allotta si leva un grande parlato, e dice
di 12 caratteri detti ti chi (rami terrestri), accoppiati con altri IO caratteri detti tien kart (tronchi celesti), in modo che for- mano 60 coppie, sufficienti a indicare i 60 anni del ciclo, o se- colo cinese. Questo sistema d'origine caldàica serve per notare Panno, il mese, il giorno e l'ora, di ciascun uomo, « e ognuno sa queste cose (cioè questi 8 caratteri) di se stesso ». Il padre tiene lo stato civile di casa. Le dato dei documenti ufficiali sono notate non col millennio, ma col nienhao, ossia con due carat- teri indicanti il nome che 1' Imperatore ha assunto salendo al trono, e l'anno del suo regno; in modo che i forestieri hanno bisogno di un calendario coordinato, solare e lunare, per cercare la data corrispondente. un grande parlato : il grande cerimoniere che ordina l'omaggio della prosternazione (Ko t'ou) il quale si compie battendo il suolo colla fronte tre o nove volte. Da questa cerimonia sono oggi esenti i ministri esteri e il loro seguito.
I
HI M. MARI 0 POLO I <>1
,kI alta boce : inchinate ed adorale : e così tosto coni' egli ha detto, questi hanno tutti la fronte in terra, e dicono loro ora- zioni verso lo signore, allotta l'adorano come iddio, e questo . fanno quattro volte. Poscia si vanno ad un altare. o\ ' ha suso una tavola vermiglia, nella quale è iscritto il nome del Gran Cane, »i ancora v'ha un hello incensiere, e inciensano ([nella tavola e l'altare a gran riverenza : poscia si tornano al Ioni luogo. Quand' hanno così fatto, allotta si fanno gli presenti eli' io v' ho contato, che sono di gran valuta. Quando questo è l'alto, sì che il (Iran (lane 1' ha vedute tutte queste cose, met- lonsi le tavole, e pongonsi a mangiare così ordinatamente coni* io \ ' ho contato di sopra. Or v' ho contato della bianca lesta del capo dell' anno ; or vi conterò d' una nobilissima cosa eh' ha fatto lo Gran Cane : egli hae ordinate certe ve- stimenta a certi baroni che veglione a questa festa.
LXXVI.
Dei 12 baroni che vengono alla festa, come sono vestiti dal Gran Cane.
Or sappiate veramente che 'I Gran (lane hae 1*2 baroni che sono chiamati «quita». cioè a dire li prossimani figliuoli del signore. Egli dona a ciascuno 13 robe, e ciascuna divi- sata I' una dall'altra di colori: e sono adornate di pietre e di perle e d'altre ricche cose, che sono di gran valuta. An- cora dona a ciascuno uu ricco iscaggiale d'oro molto bello, e dona a ciascuno calzamento di carnuto lavorato con fila d'oriento sottilmente1, che sono molto begli e ricchi. Egli sono
iscaggiale: cintura (taì tvu).
calzamento di carnuto: calzamelo con gambuto (gambale) di ca- moscio ricamato in argento, per ripararsi dalla mota.
102 IL MILIONE
sie adornati, che ciascuno pare un re. E ciascuna di queste feste è ordinata qual vestimenta si debbia mettere; e così lo gran Signore hae 13 robe simile a quelle di quei baroni, cioè di colore ; ma elle sono più nobile e di più valuta. Or v' ho contato delle vestimenta che dona lo signore agii suoi baroni, che sono di tanta valuta che non si potrebbe contare. E tutto cioè fae il Gran Cane per fare la festa sua più or- revole e più bella. Ancora vi dico una grande maraviglia, che un gran leone è menato dinanzi al Gran Signore, e quan- d' egli vede il Gran Signore, egli si pone a giacere dinanzi da lui, e fagli segno di grande umiltade, e fa sembianza ch'egli lo conosca per signore, ed è sanza catena e sanza legatura alcuna ; e questo è bene grande maraviglia. Or la- sciamo istare queste cose, e conterò vvi della grande caccia eh' egli fa fare, cioè il Gran Cane, come voi udirete.
LXXVIL
Della grande caccia che fa il Gran Cane.
Sappiate di vero sanza mentire, che 1 Gran Signore dimorfi nella città del Gatai tre mesi dell'anno, cioè dicembre, gen- naio e febbraio. Egli ha ordinato che 40 giornate d'intorno a lui, che tutte gente debbiano cacciare e uccellare. E hae or- dinato che tutti signori di genti, di terre, che tutte le gran bestie selvatiche, cioè cinghiari, cervi e cavriuoli e dani ed altre bestie, gli sieno recate, cioè la maggiore partita Hi quelle gran bestie : e in questa maniera cacciano tutte le genti eh' io v' ho contate. E quegli delle 30 giornate gli man- dano le bestie, e sono in grande quantità e cavano loro tutto lo interame dentro ; quegli delle 40 giornate non mandano le carne, ma mandano le cuoia, però che il signore ne fa tutto fornimento da arme e da osti. Or v' ho divisato della caccia, ora vi diviserò delle bestie fiere che tiene lo Gran Cane.
IM M. MAKf" POLO 10M
LXXVIII.
De' leoni e dell' altre bestie da cacciare.
Ancora sappiate che '1 Gran Sire ha bene leopardi assai. e che tutti sono buoni da cacciare e da prendere bestie; egli hae ancora grande quantità di leoni, che tutti sono ammae- strati a prendere bestie e molto sono buoni a cacciare; egli lui piue leoni grandissimi, e maggiori assai che quegli di Bambellonia : egli sono di molto bel pelo e di bel colore, che egli sono tutti vergati per lo lungo, neri, vermigli e bianchi. e sono ammaestrati a prendere porci salvatichi, e buoi sal- vatichi. cervi, cavriuoli, orsi e asini salvatichi, e altre bestie. E sì vi dico eh' egli è molto bella cosa a vedere le bestie salvatiche quando il lione le prende, che quando vanno alla caccia egli gli portano in sulle carrette in una gabbia, e ha seco un piccolo cane. Egli hae ancora il signore grande abondanza d' aguglie, colle quali si pigliano volpi e lievrr e dani e cavriuoli e lupi ; ma quelle che sono amaestrate a lupi, sono molte grandi e di grande podere, che egli non è sì grande lupo che iscampi dinanzi da quelle aguglie, che non sia preso. Oravi conterò della grande abondanza de'buoni cani che hae lo Gran Sire.
Egli è vero che 'I Gran Cane hae due baroni, gli quali sono
fratelli carnali, che l'uno ha nome Baian, e l'altro Manga:
li sono chiamati «tinuci», cioè a dire, quegli che tengono
i leoni: vergati per lo lungo, addestrati alla caccia, sono leopardi o
lonze (leonze) felis jubaba, detti neir Indostan cheetar, e colà
usati per la caccia delle antilopi. aguglie: aquile. tinuci: nome della carica che corrisponderebbe a Grandi Cacciatori
del re. Baian diventò generale e si coprì di gloria nella presa
di Hangchow (vedi cap. CXX),
J04 IL MILIONE
gii cani mastini. Ciascuno di questi frategli liae 10 000 uo- meni sotto sé, e tutti gli 10 000 sono vestiti d'un colore, e gli altri sono vestiti d'un altro colore, cioè vermiglio e biodo. E tutte le volte eh' egli vanno col Gran Sire a cacciare si portano quelle vestimenta eh' io v' ho contate ; e di questi 10 000 n' hae bene 2000, che ciascuno hae un gran mastino con seco, o due o più, sì eh' e' sono una grande moltitudine. E quando il Gran Sire va alla caccia mena seco l'uno di que- sti due fratelli con 10 000 uomeni, e con ben 5000 cani dal- l'una parte; e l'altro fratello si è dall'altra coli' altra sua gente e cani; e vanno sì di lungi l'uno dall'altro, che ten- gono bene una giornata o più. Egli non truovano niuna be- stia salvatica, che non sia presa. Egli è troppo bella cosa a vedere questa caccia, e la maniera di questi cani e di questi cacciatori, che io vi dico, che quando il Gran Signore va co' suoi baroni uccellando, vedesi venire attorno di questi cani cacciando orsi, porci e cavriuoli e cerbi e altre bestie, e d' una parte e dall' altra ; sì che è bella cosa a vedere. Ora v' ho contato della caccia di cani, or vi conterò come il Gran Cane va gli altri tre mesi.
LXXIX. Come il Gran Cane va in caccia.
Quando il Gran Sire ha dimorato tre mesi nella èittà eh' io v* ho contato di sopra, cioè dicembre e gennaio e febbraio, sì si parte di quindi del mese di marzo, e vae in verso il mezzodie infino al mare oceano, che v'ha due giornate, e mena con seco ben 10 000 falconieri, e porta bene 500 girfalchi e falconi pellegrini e falconi sagri in grande abondanza ; ancora
sagri: falconi persiani detti asker o shahr. L'astore che serviva a uccellare in riviera è il cormoran (corbus marimis), di cui si fa uso anche oggi.
DI Bf. MARCO POLO IO
porta grande quantità d'astori per uccellare in riviera; e non crediate che lutti gli tenga insieme, ma l'uno istà (pia e l'altro
là. a 100 a '200, e a più e a meno, e questi uccellano, e la maggior parte ch'egli prendono danno al signore. E sì vi dico ehe (pianilo il Gran Sire va uccellando co' suoi falconi e cogli altri uccelli